LE DONNE DI ULISSE: CIRCE, L’AMANTE MAGA


Parlare di Circe mi mette un po’ a disagio. Non è una questione di pudore: di donnacce nell’antichità ce n’erano tante, così come ce ne sono tutt’oggi. E’ piuttosto una questione di principio: è difficile ammettere che anche la maga, nonostante tutto, abbia i suoi meriti, nel male più che nel bene. Primo fra tutti quello di aver accalappiato Ulisse che, nonostante Omero cerchi di giustificare il suo momento di defaiance con lo spirito di sacrificio, quello, cioè, che lo spinge a salvare i compagni, non disdegna la compagnia di Circe per un anno intero. Per dirla tutta, saranno i compagni a smuoverlo da questa magica infatuazione, chiedendogli di riprendere il mare per far ritorno a casa, altrimenti chissà quanto altro tempo se ne sarebbe rimasto sull’isola di Eea in dolce compagnia!

L’episodio viene narrato nel X libro dell’Odissea e costituisce uno di quegli elementi fantastici che caratterizza questo poema e lo distingue dall’Iliade, interamente dedicata ad imprese belliche. Quando, a scuola, si introduce l’Odissea, si tende a sottolineare proprio questo aspetto: è come un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, animato da maghe, mostri, creature fantastiche, avvolto, in certi punti, da un alone di mistero. Circe è uno di quei personaggi fantastici che popolano il poema, eppure in molte edizioni scolastiche l’episodio che la riguarda è censurato; se compaiono pochi versi, sono privi di ogni riferimento che più o meno esplicitamente riconduca la maga alla sua reale dimensione: una specie di prostituta che si diverte con i forestieri di passaggio, per poi tramutarli in porci.
Ora, io mi chiedo: i ragazzi d’oggi sono abituati ad ogni sorta di schifezza, alla televisione non c’è film in cui manchi almeno una scena di sesso, persino alla pubblicità il nudo, ovviamente femminile, è all’ordine del giorno, perché mai, allora, si dovrebbero scandalizzare nel leggere i versi in cui Circe, di fronte ad Ulisse che minaccioso sfodera la spada, esorta:

Suvvia, la tua spada riponi nel fodero;
saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto
insieme congiunti in amore, possiamo
scambiare fra noi la fiducia dell’animo
. (Odissea, X, vv.347-350)

Dipende, poi, da come vengono letti questi versi: la parola chiave qui è evidentemente “fiducia”; il sesso non c’entra, anche se l’invito all’atto sessuale è più che esplicito. Ulisse non si fida, e fa benissimo, quindi la maga propone un’unione carnale che sancisca il “patto di non aggressione”: se vieni a letto con me potrai fidarti, non t’ingannerò, manterrò la mia promessa.
Il problema è, secondo me, che la parola chiave vista dai ragazzi non è “fiducia” ma è “letto”. Quando si parla di letto, ci si deve aspettare un coro di risolini. È evidente che il loro orizzonte sessuale è, a quattordici anni, ancora limitato, specie quello dei maschi, mentre l’immaginazione è fervida e suscita questa sciocca reazione che scoraggia l’insegnante ad analizzare il passo, se è presente nel libro, o l’editore a pubblicarlo.

Detto questo, è opportuno spendere due parole sull’origine della maga. Secondo la tradizione, Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Pesside, appartenente alla stirpe di Oceano. Nella sua famiglia ci doveva essere qualche tara ereditaria, visto che una delle sorelle sarebbe Pasifae, sposa del re di Creta Minosse. Credo che tutti conoscano le tendenze sessuali leggermente deviate della regina: ella, infatti, si sarebbe innamorata di un toro e da esso avrebbe generato il Minotauro, che nel nome stesso racchiude le due nature, umana e taurina. Tale mostro poi fu richiuso dal re di Creta nel famoso labirinto e poi ucciso da Teseo. Qualche fonte cerca di reinterpretare il mito restituendo l’onore e l’integrità mentale alla regina Pasifae: Plutarco, infatti, afferma che la relazione da cui nacque il Minotauro era stata intrecciata dalla regina con un uomo di nome Taurus. Ingenua, come spiegazione, visto che in questo modo non si giustificherebbero le caratteristiche fisiche del mostro del Labirinto. Inoltre, in entrambi i casi, le corna a Minosse nessuno gliele toglie!

Comunque stiano le cose, è certo che le donne in famiglia erano un po’ strane: ad una piacevano i tori, all’altra … i maiali.
Preferenze sessuali a parte, la leggenda narra che la nostra Circe, dopo aver ucciso senza tanti complimenti il marito, re dei Sarmati, si rifugiò nell’isola di Eea e si dedicò ad un’attività altamente umanitaria: ospitare i forestieri di passaggio, offrendo loro un letto, il suo. Peccato che, dopo aver concesso loro anche i suoi favori, li trasformasse in porci. Anzi, se gli ospiti non erano di suo gradimento, li tramutava direttamente in animali e così fece anche con undici compagni di Ulisse.

Ma l’abilità della maga in fatto di mutazioni non si limitava ai soli suini: un’altra leggenda ci tramanda che, innamoratasi del dio marino Glauco e non riamata, trasformò la di lui compagna Scilla, bellissima ninfa, in un orribile mostro marino con sei teste e sei bocche dotate ciascuna di una triplice fila di denti. La fanciulla nella nuova veste si fece talmente tanto schifo che, disperata, si gettò in mare e si nascose in uno scoglio di fronte all’antro abitato da un altro mostro marino, Cariddi, che creava dei terribili vortici mettendo a repentaglio la vita dei naviganti. Lo stesso Ulisse avrebbe sperimentato, durante la navigazione, la voracità di Scilla, se Circe medesima, impietosita, non l’avesse messo in guardia. Nonostante tutto, il passaggio tra Scilla e Cariddi costò ad Ulisse la perdita di sei compagni, ghermiti dal mostro mentre la nave stava superando il gorgo di Cariddi (cfr. l. XII). Nella realtà, Scilla e Cariddi sono due scogli emergenti dal mare tra Reggio Calabria e Messina.

Da tale famiglia non ci si poteva aspettare evidentemente niente di meglio. Tornando al nostro racconto, Ulisse approda sull’isola di Eea dopo aver superato terribili avventure: quella con Polifemo, a tutti nota, e con i Lestrigoni, giganti cannibali che lanciano dall’alto delle rocce dei massi enormi, distruggendo quasi completamente la flotta dei Greci. Sull’unica nave uscita indenne da tale esperienza, il nostro eroe, ormai in preda allo sconforto, riprende il mare con i pochi superstiti e giunge, quindi, sull’isola di Circe.
Si dice che “sbagliando s’impara”; beh, ai tempi di Ulisse il motto non doveva essere ancora molto diffuso, visto che, ancora una volta, si avventura in un posto apparentemente deserto e sconosciuto che potrebbe nascondere chissà quali insidie. Anzi, per dire la verità, in un primo momento la diffidenza lo porta a non esporsi a potenziali pericoli; poi prende il sopravvento lo spirito d’avventura e la “sete di conoscenza” che gli fa cambiare idea: due gruppi di uomini andranno ad esplorare l’isola, uno guidato da lui stesso, l’altro capitanato da Euriloco, ma solo quest’ultimo si spingerà fino al palazzo maestoso scorto da lontano.

Il palazzo di Circe, fatto di lucido sasso (X, v.211), potrebbe passare per una delle tante dimore incantate delle fiabe se non vi aleggiasse intorno un’atmosfera alquanto sinistra: a fare la guardia non ci sono alani o dobermann ringhianti, bensì lupi montani e leoni/ammansiti da lei con farmaci tristi (ibidem, vv.212-213) che incominciano, scodinzolando, a fare le feste al gruppo in esplorazione. L’insolito quadretto sarebbe bastato per far fare dietro-front ad Euriloco e compagni, ma una voce melodiosa li incanta:

e udirono Circe che dentro con bella
voce cantava tessendo una tela
grande, immortale, come sono i lavori
che fanno le dee: delicati, fulgidi, fini
.(X, vv.222-225)

La maga, che essendo figlia di Elios è anche una dea, si trova nel portico ed è intenta alle solite opere femminili: destino comune a tutte le donne, mortali o immortali, quello di tessere! La voce melodiosa incanta a tal punto i nostri Greci che, nonostante tutti avessero visto ed udito ciò che c’era da vedere ed udire, uno di essi, Polite, il più caro tra i compagni di Ulisse, sente il bisogno di puntualizzare:

Amici, là dentro c’è una che tesse una tela grande,
una dea o forse una donna:
dolcemente essa canta e intorno ne suona la valle;
noi diamole presto una voce
! (X, vv.228-231)

Ogni volta che leggo questi versi, mi viene in mente una poesia splendida, dedicata non ad una dea, o ad una maga, ma ad una donna mortale, anzi, per dir la verità, ad una fanciulla morta troppo presto per vedere realizzati i suoi progetti, le sue speranze: A Silvia di Giacomo Leopardi. Così scrive il poeta:
Sonavan le quiete
stanze e le vie d’intorno al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi
. (Op. cit.,vv. 7-12)
Il fatto che una delle “opere femminili” sia proprio la tessitura, trova conferma qualche verso più avanti, quando il poeta fa riferimento alla man veloce che percorrea la faticosa tela (Op. cit., vv.21-22).
Che Leopardi, grecista provetto, avesse in mente proprio l’episodio di Circe e dai versi omerici succitati avesse tratto spunto per la sua composizione, è cosa assai probabile. Si può aggiungere che l’immagine della maga, fino a questo punto, non ha nulla di scandaloso, anzi è talmente tanto poetica da ispirare dei versi dedicati ad una tenera creatura come Silvia.

Molto diverso è il seguito delle due storie: dopo aver ammaliato i Greci con il canto melodioso, tutti tranne Euriloco che si tiene alla larga intuendo l’insidia, la maga li rifocilla con un menù a base di cacio, farina, miele e vino di Pramno, il tutto condito con una buona dose di filtri funesti perché della patria/terra cadesse del tutto in oblio la memoria (X, vv.240-241).
Caduti gli imprudenti nella trappola, con un colpo di verga (una sorta di bacchetta magica) si ritrovano nelle vesti, anzi nelle setole poco dignitose di porci e voce di porco/avevano essi, ma intatta era la mente rimasta (ibidem, vv.243-246).
Anche leggendo questi versi, mi viene in mente un’immagine: quella del Pinocchio di Disney che, giunto al paese dei Balocchi, mentre assieme a Lucignolo si diverte a fumare e a giocare a biliardo, inizia a trasformarsi in “ciucchino”, con tanto di coda e di orecchie appuntite, mantenendo l’umana favella intercalata, tuttavia, di quando in quando, da un poco dignitoso raglio! Non serve puntualizzare che è molto improbabile che Disney avesse in mente i versi omerici quando disegnava l’episodio nel suo cartone animato!

Tornando ai nostri Achei, la situazione si fa critica. Euriloco corre ad avvertire Ulisse che, impavido, parte immediatamente alla volta del palazzo per soccorrere i compagni. Ma come avrebbe potuto lui, seppur astuto, resistere alla maga, convincerla a neutralizzare l’incantesimo senza alcun intervento divino? Insomma, sarà un eroe ma è pur sempre un mortale e di fronte a situazioni di tal sorta è un po’ difficile escogitare qualche trucchetto. Che fa, l’acceca come aveva fatto con Polifemo? Mentre è immerso in tali pensieri, suppongo, incontra, guarda caso sotto mentite spoglie, il dio Ermes (Atena in quel momento doveva essere impegnata altrove, visto che di solito è lei che si precipita in soccorso di Ulisse). Questi lo mette in guardia dalla maga e gli consegna un antidoto ai filtri magici di Circe:

Ti do questo farmaco buono; adesso va’ pure da Circe. […]
Farà per te un beveraggio veleni versandovi;
ammaliarti però non potrà, ché il farmaco buono,
che sono a darti, verrà ad impedirlo
. (vv.296-301)

Come continua la storia, già lo sappiamo: inutile dire che di tutto il discorso fatto da Ermes, il nostro Odisseo se ne infischia. L’unica cosa che gli importa è non rimanere vittima dell’incantesimo e quando si trova a tu per tu con la maga, non prima comunque di aver consumato l’amplesso, pretende che Circe liberi i compagni dalle turpi vesti suine.
Nonostante il dio avesse detto ammaliarti non potrà, lo ammalia, eccome! Vi pare che altrimenti sarebbe rimasto in sua compagnia per un anno? Ma pensiamo ai nostri eroi: per dieci anni avevano combattuto una guerra e, anche se presumibilmente qualche ancella sessualmente servizievole l’avevano trovata, erano lontani da casa, dalle loro mogli e fidanzate. Come si può resistere a tale tentazione? Pare, infatti, che la casa di Circe pullulasse di graziose fanciulle che non disdegnavano la compagnia maschile. E’ facile immaginare, quindi, che a tutti piacesse restare, nonostante non fossero più in preda a filtri magici.

Solo dopo un anno i compagni si stufano: si sono divertiti abbastanza e a gran voce chiedono al loro capo di riprendere il mare. Si può constatare, quindi, quanto gli uomini siano volubili: si stancano presto delle donne, hanno bisogno, come si dice, di cambiare aria. Il meno convinto di tutti pare fosse Ulisse, ma non sa dire di no, forse anche a lui Circe era venuta a noia e la maga, seppur riluttante, lo lascia andare. Lei, in fondo, ha raggiunto l’obiettivo: accalappiarsi l’uomo più astuto del mondo e far sì che si dimentichi persino di escogitare qualche subdolo piano per andarsene. Ulisse chiede il permesso (non è davvero da eroe!) e lei acconsente. Anzi, fa di più: lo convince a compiere un viaggio (un altro!) non per mare, ma nell’Oltretomba, dove l’indovino Tiresia gli avrebbe predetto il futuro. Uomo avvisato …

Dopo la partenza di Odisseo, che ne è di Circe? Pare che l’unione tra i due avesse dato dei frutti: Telegono, che secondo una leggenda ucciderà involontariamente il padre dopo essersi recato ad Itaca per fare la sua conoscenza, e forse anche una certa Cassifone. Non sappiamo quanti e quali figli esattamente l’eroe abbia sparso in giro per il Mediterraneo, ma la sua era decisamente una famiglia moderna: allargata. La storia della famiglia legittima di Ulisse e quella della famiglia illegittima si intrecciano: pare, infatti, che dopo essere giunto ad Eea, insieme alla madre, Telemaco avesse sposato la sorellastra (l’incesto non destava scandalo a quei tempi) e che Cassifone lo avesse ucciso subito dopo le nozze per vendicare la madre Circe, uccisa dal fratellastro-marito.
Comunque sia, fatti due conti, o Telegono e Cassifone erano gemelli, o alla partenza di Ulisse Circe era incinta del secondo figlio. Se poi si aggiunge il fatto che un’altra tradizione vuole che la coppia avesse avuto altri due figli, Anzio e Latino, i conti si complicano maggiormente e non vale proprio la pena di perderci la testa. Il fatto è che i Romani volevano a tutti i costi attribuire l’origine di molti luoghi italici agli eroi omerici, e così è sorto una specie di labirinto di nomi dal quale, una volta entrati, non si esce più, pertanto resteremo fuori che è meglio.
Resta il fatto che la maga omerica presso i Latini ebbe molta fortuna; nonostante l’indubbia amoralità, venne deificata ed onorata nella sua “isola” oggi nota come promontorio Circeo, che da lei, appunto, prende il nome.

[nell’immagine “Circe e i suoi amanti” di Dosso Dossi, National Gallery of Art, Washington]

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ADOZIONI: L’AMORE NON HA COLORE


È incredibile ma il razzismo rischia di entrare anche nelle case dei bimbi adottivi. C’era bisogno del parere espresso dalla Cassazione, riunita di fronte alle Sezioni Unite, per stabilire che gli aspiranti genitori adottivi non possono esprimere delle preferenze sul colore della pelle e sull’etnia dei bambini che vogliono adottare.

La notizia, riportata dal quotidiano La Stampa , fa riferimento alla vicenda di due coniugi siciliani che, nella domanda di adozione, si era dichiarata disponibile ad adottare fino a due bambini, di età non superiore ai 5 anni senza distinzione di sesso e religione ma non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo. Il Tribunale dei Minori di Catania aveva accettato la richiesta, giudicando evidentemente legittime le motivazioni. Di tutt’altro parere l’associazione “Amici dei bambini”, il cui presidente, Marco Griffini, ha presentato un esposto giudicando il decreto del tribunale come una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa.

L’Aibi, e in particolare il movimento dei genitori adottivi, ritiene che la dichiarazione “mercantile” delle coppie, come quella catanese, avallata dalla decisione del Tribunale, contrasta con il principio del migliore interesse del minore e rivela semplicemente una mancanza di requisiti necessari negli aspiranti genitori, posto che il minore che la coppia si affretta ad accogliere presenterà certamente alcune problematiche in più rispetto ad un minore che ha subito meno traumi.
Ora si attende la decisione delle Sezioni Unite civili, che non avrà ripercussioni sul caso di Catania, ma stabilirà soltanto un orientamento giurisprudenziale.

Che dire? Ritengo che i genitori adottivi abbiano una motivazione per certi versi ancor più forte delle coppie fortunate che possono mettere al mondo dei figli e per questo dovrebbero spalancare la porta di casa ai bambini soli e abbandonati, donando loro tutto l’amore possibile indipendentemente dal colore della pelle, dall’etnia o dagli handicap psicofisici. L’amore non ha colore né etnia e parla una lingua universale che non s’impara ma nasce dal cuore. Evidentemente, però, qualcuno crede che adottare un bambino sia come andare al supermercato dove si può scegliere il prodotto migliore e approfittare dell’offerta più conveniente.

Cosa c’è di più bello dell’immagine dei bimbi della pubblicità “United colour of Benetton”? C’è bisogno di un mondo migliore perché diventi realtà. Per ora è un manifesto sbiadito che qualcuno forse tiene ancora appeso al muro.

A MATTINO 5 FABRIZIO CORONA DIFENDE IL PAPARAZZO CHE HA INVESTITO CLAUDIA PANDOLFI

Che fosse un tipo un po’ sui generis, s’era capito. Che fosse un tipo portato per le polemiche l’avevamo già sperimentato. Ma che potesse prendere le difese del paparazzo Mauro Terranova che giovedì scorso ha ferito gravemente l’attrice Claudia Pandolfi, trascinandola per svariati metri con la sua automobile, sembra inverosimile. Ma da lui ci saremmo potuti aspettare pure questo.

Non amo parlare di Fabrizio Corona anche perché è uno di quelli che ci sguazza tra i gossip, veri o presunti, che lo vedono protagonista. Non lo stimo come persona e nemmeno come “artista” (decchè?) anche se ritengo sia libero di fare e dire ciò che vuole senza essere giudicato. Diciamo che i fatti parlano da soli … Un detto latino recita: est modus in rebus. Beh, credo che non si addica a una persona come Corona.

Nonostante abbia generalmente poca voglia di parlare di lui (non ne ho mai scritto in queste pagine, infatti), oggi non posso tacere. Aver sentito le dichiarazioni che, in diretta telefonica, ha rilasciato a Mattino 5 in merito alla vicenda della Pandolfi non è cosa che possa lasciarmi indifferente. Anche perché ha detto, senza mezzi termini, che l’attrice se l’è andata a cercare e che le vittime sono i paparazzi non i personaggi. Ma andiamo con ordine.

Secondo quanto la stampa ha divulgato (in casi come questi, infatti, non è detto che ciò che si sente sia la verità, specie perché la dinamica dei fatti è ricostruita attraverso testimonianze che, a volte, sono contraddittorie), giovedì pomeriggio, attorno alle 17 e 30, la Pandolfi si sarebbe avvicinata al fotografo Mauro Terranova, che la seguiva da tempo, per dirgli di smettere e di cancellare le foto scattate dalla memoria della fotocamera. Alla sua richiesta, il paparazzo non solo si sarebbe rifiutato di accontentarla ma avrebbe pure cercato una via di fuga con l’automobile che avrebbe raggiunto velocemente, mentre l’attrice lo seguiva. Una volta salito sulla sua autovettura, Terranova pare abbia risposto alle insistenti richieste dell’attrice spruzzandole in faccia uno spray urticante e mettendo in moto la macchina, trascinando, probabilmente senza accorgersene, la Pandolfi che era rimasta incastrata con il braccio nel finestrino della vettura.

In seguito all’incidente, l’attrice è stata ricoverata in ospedale e sottoposta ad un intervento chirurgico per trauma toracico. Il paparazzo, dapprima fuggito, compresa la gravità del fatto si è presentato ai Carabinieri ed è stato arrestato per lesioni gravi e omissione di soccorso. Il Gip Carmine Castaldo ha convalidato l’arresto del fotografo ma lo ha rimesso in libertà, anche se Terranova dovrà comunque rispettare l’obbligo di dimora nel comune di residenza, un paese alle porte della capitale. (fonte AGI).

Questa mattina si è discusso su Canale 5 proprio di questa vicenda. Ospite in studio un paparazzo di cui non ricordo il nome e, in collegamento esterno, Rino Barillari, conosciuto come il Re dei Paparazzi. Quest’ultimo aveva espresso solidarietà alla Pandolfi già poche ore dopo l’episodio e aveva condannato il comportamento di Terranova e di altri paparazzi che invadono la privacy dei personaggi senza rispettarli, solo per un tornaconto economico.
Oggi in trasmissione Barillari è stato attaccato sia dall’ospite in studio sia da Corona: l’hanno definito un paparazzo d’altri tempi, praticamente del giurassico. Quando ha iniziato a lavorare lui, era tutto più semplice, vista la disponibilità dei vip e l’assenza di guardie del corpo. Oggi, a detta di Corona e del collega ospite in studio, le cose sono più difficili e spesso capita che le vittime siano proprio i paparazzi che, più frequentemente di quanto si creda, se le prendono dai vip.

Insomma, secondo Corona la Pandolfi se l’è andata a cercare: quando un personaggio si trova sulla pubblica strada, non può far nulla per evitare di essere ripreso. L’attrice avrebbe, dunque, preteso in modo del tutto illegittimo che le foto venissero cancellate. Non solo, alle insistenze della Pandolfi (e pare anche all’atteggiamento aggressivo, si è parlato di calci dati all’automobile)), il paparazzo avrebbe giustamente reagito spruzzandole lo spray urticante negli occhi. I colleghi del Terranova, infatti, avrebbero dichiarato che la pistola elettrica e lo spray sono delle armi di difesa e non di offesa che i fotografi sono costretti a portarsi appresso perché vengono spesso aggrediti o perché, per lavoro, girano per strada di notte in luoghi isolati.

Secondo me è sconvolgente sentire dichiarazioni come queste e mi chiedo: non esiste un diritto all’immagine? Addirittura le telecamere di sicurezza che vengono installate presso le banche o le aree di servizio, solo per fare un esempio, sono segnalate da cartelli che indicano l’area video sorvegliata.
E poi, è davvero necessaria la morbosità con cui la gente vuole sapere tutto dei propri beniamini, anche in quali negozi vanno a fare shopping? Insomma, la Pandolfi non mi pare una al centro dei gossip e poi non se ne andava in giro con l’amante o prendeva il sole nuda sul terrazzo di casa.

Sembrerà paradossale, ma io credo che la colpa non sia solo dei paparazzi; corresponsabili di vicende come questa sono i lettori accaniti delle riviste di gossip. I fotografi fanno un lavoro che esiste nel momento in cui esiste la curiosità morbosa dei lettori. Non ci fosse quest’ultima, i paparazzi rimarrebbero disoccupati e farebbero meno danni in giro. Ovviamente ci sono quelli che si comportano in modo responsabile e vanno rispettati. Fortunatamente credo siano la maggioranza.

“VITA”: GIGI D’ALESSIO DEDICA UNA CANZONE AL FIGLIO ANDREA. IL VIDEO

Questa sera, ospite di Antonella Clerici a “Ti lascio una canzone”, Gigi D’Alessio (per la biografia clicca QUI) ha cantato per la prima volta in pubblico una canzone scritta per il figlio Andrea, nato il 31 marzo scorso dalla compagna Anna Tatangelo.
Emozionato, il cantautore napoletano ha spiegato alla conduttrice che non è stato difficile comporre questa canzone perché quando si scrive per un figlio le parole escono dal cuore.

Una decina di giorni fa in un’intervista (questo il LINK) D’alessio aveva anticipato l’esibizione di stasera: Ho già una canzone per Andrea, si chiama “Vita” e la presenterò al programma “Ti lascio una canzone”. Questa volta credo proprio di aver scritto qualcosa di importante, è quella che preferisco in assoluto al momento. Anna quando l’ha sentita si è messa a piangere.
Il prossimo cd uscirà in Mp4 a metà giugno.

Il titolo della canzone dedicata la piccolo Andrea è semplicemente “Vita“; può sembrare forse banale ma è una parola ricca di significato. Ecco il testo, tratto dalla pagina di Facebook di Anna e Gigi. (LINK)

Vorrei che fosse una canzone a dare un’emozione con insolite parole provo a scrivere di te
su di un foglio bianco latte c’è una stella che riflette gli occhi tuoi che dalla culla fanno luce nelle notte
poco piu’ di mezzo metro vali tutto gia’ per me
ma non sai che per qualcuno io valevo come te tanto amore

Vita,qui com…incia la tua vita
perchè Dio m’ha regalato un amore sconfinato dal pensiero d’un peccato cominciato e mai finito
e che porto dentro me
ci saro’ io pronto a difenderti dal male
farò a pugni con la febbre per non farla mai salire, lotterò contro i dolori per non farti mai soffrire sarò sempre accanto a te,
sei vita per me
tu sei qualche cosa di speciale sei luce del mio cuore

Vedrai le nuvole arrivare poi dissolversi nel sole basterà solo una rondine per far primavera sarò io l’amico vero per giocare insieme a te
troverai qualcuno al mondo che ti parlerà di me, con amore

Ti dirà che sono stato un grande
ci sarà poi qualcun’altro a dirti non contavo niente ma alla fine quel che conta è che per te sarò importante
chi può amarti più di me, nessuno
tu che sei la vera mia ricchezza
sei l’incontro di due cuori una capanna di dolcezza
sei il futuro nel mio tempo che raccoglie tutti i giorni
ogni battito di te, sei vita per me

Prima che tu fossi figlio mio
di mio padre e di mia madre sono stato figlio anche io
ma non è bastato il tempo e tutto quello che mi manca forse è una carezza di più che avrei voluto anche io ma io non ero Dio

VITA,QUI COMINCIA LA TUA VITA PROVA AD ANDARCI A PIEDI NUDI
ATTRAVERSA LA TUA STRADA SIA IN DISCESA CHE IN SALITA
PER CERCARE IN OGNI GIORNO UNA RISPOSTA AI TUOI PERCHE’
SARAI FELICE COME ME E PROPRIO COME ME A UN FIGLIO TUO GLI PARLERAI DI TE

[ultimo aggiornamento 28 aprile 2010; foto by pourfemme.it]

LA RESPONSABILITÀ DEL BLOGGER È LIMITATA AI POST FIRMATI

I fatti risalgono al 2006: un giornalista valdostano, Roberto Mancini, era stato denunciato da quattro colleghi per aver riportato sul suo blog delle dichiarazioni a loro avviso infamanti. In primo grado il blogger era stato condannato sulla base di semplici indizi che non riconducevano all’imputato stesso la paternità dei commenti oggetto d’indagine. Mancini era stato condannato dal giudice Eugenio Gramola al pagamento di una multa di 3mila euro, delle spese processuali e legali e ad una previsionale di 1.500 euro per ognuna delle parti querelanti per l’accusa di diffamazione a mezzo blog, nonostante l’ “anonimato” del blog. L’avvocato difensore, Katia Malavenda di Milano, legale di fiducia dei giornalisti del “Corriere della Sera”, aveva fin da subito annunciato il ricorso in appello. Considerato il fatto che al giornalista Mancini è stata attribuita la responsabilità del blog anonimo su cui, con il nickname di “Generale Zhukov”, criticava prevalentemente l’attività di politici e giornalisti valdostani, dal giudice il suo ruolo era stato equiparato a quello del direttore di un giornale. Nella sentenza di condanna, infatti, si leggevano le seguenti motivazioni: Colui che gestisce un blog altro non è che il direttore responsabile dello stesso, pur se non viene formalmente utilizzata tale forma semantica per indicare la figura del gestore e proprietario di un sito internet. Ma, evidentemente, la posizione di un direttore di una testata giornalistica stampata e quella di chi gestisce un blog (e che, infatti, può cancellare messaggi) è, mutatis mutandis, identica.

La sentenza d’appello ha, però, ridimensionato la responsabilità di Mancini che è stato condannato solo per gli articoli da lui stesso firmati: la terza sezione della Corte di Appello di Torino (presidente-relatore Gustavo Witzel) ha, infatti, ritenuto che la figura del blogger non sia equiparabile a quella di un direttore di giornale e che la responsabilità del blogger sia relativa solo ai testi che lui stesso firma. Ne consegue che tutti i post che non sono firmati non possono essere attribuibili al gestore.

La sentenza lascia comunque perplessi: se il blog non ha un nome fittizio, il gestore è responsabile in prima persona di ciò che scrive, in quanto sono attribuibili a lui stesso tutti gli articoli. Quindi, a rigor di logica, è meglio non esporsi con critiche che possono essere mal interpretate, ad esempio se celate sotto il velo della satira.
Il blogger, tuttavia, non può “mettere il bavaglio” ai commentatori, anche se è libero di pubblicare o meno i commenti. Il fatto che si dissoci, come spesso capita anche a me, può tutelarlo da eventuali denunce? Mah.

Insomma, in ogni caso si potrebbe invocare la libertà di espressione, anche per quanto riguarda il dissenso. È vero, tuttavia, che si possono esprimere delle critiche mantenendo il tono civile, senza trascendere e rischiare una denuncia per diffamazione.

Mi sorge spontanea una domanda: cosa potrebbe pensare di questa sentenza George Orwell secondo il quale la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire?

[fonte: Il Corriere]

GELMINI: GRADUATORIE REGIONALI DAL 2011. IL FEDERALISMO A SCUOLA

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Da tempo si parla di federalismo: il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini, ha reso noto che dall’A.S. 2011/2012 sarà una realtà nelle scuole statali della penisola. Con le graduatorie regionali, infatti, il ministro vuole porre fine al “balletto degli insegnanti” che, nominati “fuori sede”, fanno di tutto per essere trasferiti più vicino al luogo di residenza l’anno successivo. Una situazione, questa, su cui si era fermata a riflettere già la scorsa estate (ne ho scritto QUA) e che va superata per garantire la continuità didattica agli studenti, migliorando in tal modo la qualità dell’offerta formativa.

Ad una settimana dal parto (sulla nascita di Emma ho scritto questo post), la Gelmini ha partecipato ai lavori del tavolo delle Infrastrutture per l’Expo al Pirellone e ha incontrato il presidente Formigoni per parlare delle novità in materia di istruzione. Già da tempo la Lega propone un “federalismo dell’insegnamento” volto a salvaguardare le risorse interne: la migrazione annuale degli insegnanti del sud verso il settentrione è cosa nota, ma ha anche delle motivazioni serie che forse non tutti conoscono (ne ho scritto nel post linkato più sopra).
Il governatore della Regione Lombardia, Formigoni, si è confrontato con il ministro del MIUR sulla necessità di istituire delle graduatorie regionali e la Gelmini ha assicurato che il suo progetto è ben più ampio: Stiamo lavorando a un elevamento della qualità didattica all’interno della scuola, con un Ddl sul reclutamento dei docenti e la loro valutazione. E si ritorna a parlare di meritocrazia e di valutazione dell’insegnamento: Noi abbiamo proceduto a realizzare i risparmi previsti dalla Finanziaria e tutto questo porta una cifra piuttosto considerevole che dovrà essere riversata in incentivi per gli insegnanti nel 2011. Non dobbiamo perdere tempo e varare un ddl che ottenga due obbiettivi: l’avanzamento degli insegnanti legato alla carriera e non soltanto all’anzianità, come avviene oggi, affiancato da un sistema di valutazione che ci permetta di ridistribuire i risparmi in termini meritocratici.
La Gelmini ha dichiarato, inoltre, la sua intenzione di reclutare i docenti vincolandoli alla stessa sede assegnata per un quinquennio. Addirittura un arco di tempo maggiore rispetto ai tre anni richiesti dalla Lega.

Se da parte della maggioranza si plaude alle parole del ministro, molto scettico appare il mondo sindacale. Sul sito di Tuttoscuola.com si può leggere un resoconto delle principali obiezioni.
Secondo Scrima, segretario della Cisl-scuola, la proposta del ministro di avvicinare i docenti al luogo di residenza è “antistorica”; prima di tutto bisogna stabilizzare gli insegnanti.
Pantaleo, segretario della Cgil-scuola dichiara che se l’intento è quello di dare stabilità agli organici, obiettivo più che legittimo, gli strumenti per farlo possono essere altri, primo fra tutti quello di procedere al reclutamento pluriennale degli insegnanti.
Il parere del segretario della Uil-scuola, Di Menna, è orientato piuttosto verso il reclutamento tramite concorsi da bandire con urgenza. Dello stesso parere Di Miglio, della Gilda, che ritiene sia doveroso garantire a tutti gli aventi diritto, in possesso dei requisiti previsti, l’accesso ad un concorso pubblico.

Un altro problema che viene messo in risalto da Tuttoscuola riguarda il distinguo tra “albo” e “graduatoria”, due termini che in queste ore vengono usati indifferentemente dalla stampa come fossero sinonimi. Ma in realtà è necessario distinguere tra “albo”, ipotizzato a livello regionale, che consiste in un semplice elenco di docenti che aspirano alla nomina senza vincoli di punteggio, e “graduatoria”, che attualmente è provinciale, dove l’ordine di punteggio è rigoroso e vincolante. Naturalmente per la nomina in ruolo dei docenti sarà necessario un pubblico concorso.

[foto by titolando]

PIPPO BAUDO A DOMENICA IN: UNA CANZONE PER SANDRA MONDAINI

In apertura di trasmissione, questo pomeriggio a “Domenica In” Pippo Baudo ha rassicurato il pubblico sulle condizioni di salute di Sandra Mondaini, fortemente provata dalla perdita del marito adorato Raimondo Vianello. “L’ho sentita prima, oggi sta meglio, ha persino mangiato”, ha riferito il presentatore. Ieri, alle esequie di Raimondo, agli occhi di tutti si è presentato lo strazio di Sandra (ne ho scritto QUI) e Baudo stesso, nel suo discorso dall’altare della chiesa di “Dio Padre” di Milano 2, aveva cercato di confortare la vedova del grande comico scomparso.

A “Domenica In” Pippo ha anche fatto un regalo a Sandra: gli era stato riferito dalla stessa Mondaini che lei e Raimondo erano molto legati ad una canzone, I delfini, cantata da Domenico Modugno e suo figlio Massimo. Una canzone che parla di sofferenza, in cui si riflette lo stesso dolore di Modugno colpito ripetutamente da ictus, ma che apre il cuore alla speranza. Baudo l’ha mandata in onda ed io ho rintracciato il video su You Tube. Una bella canzone che merita risentire, ricordando Raimondo e pensando a Sandra, con la speranza che si riprenda dal dolore e ricominci a lottare con la forza che altre volte questa piccola grande donna ha dimostrato di possedere.

[foto dal sito di Tgcom]