23 marzo 2017

ECCO URSUS, LA GRU PIU’ FAMOSA DELLA TV… GRAZIE A #LAPORTAROSSA

Posted in attualità, spettacolo, televisione, Trieste, web tagged , , , , , , , , , , , a 6:05 pm di marisamoles


Ha chiuso in bellezza, con il 14.1% di share (3.471.000 spettatori), l’ultima puntata della fiction targata Rai2 “La Porta Rossa”. Ideata da Carlo Lucarelli per la regia di Carmine Elia, la fiction ha visto come protagonisti gli attori Lino Guanciale, nelle vesti di Leonardo Cagliostro, poliziotto-fantasma, Gabriella Pession che ha interpretato Anna Mayer, la moglie, nonché vedova, di Cagliostro e Valentina Romani, nei panni di una ragazza sedicenne con il potere di vedere e interagire con i morti. La trama aveva tutti ingredienti per tenere incollati davanti alla tv milioni di telespettatori, con una suspance per niente mitigata dall’assurda, se vogliamo, figura del protagonista che, da morto, riesce a risolvere i casi più difficili della sua carriera, compresa la sua morte.

Ma la vera protagonista di questa fiction, per cui è già in programma il seguito (si sa che i fantasmi non muoiono mai e a Guanciale il ruolo è assicurato!), è stata la splendida città di Trieste che, grazie alla Film Commission Friuli-Venezia Giulia, sempre più rappresenta il set ideale per cinema e tv.

Ho letto sui social e sui quotidiani commenti entusiastici sulla città giuliana: il mare, l’altopiano carsico, gli splendidi edifici, in molti dei quali ancora si respira un’atmosfera austro-ungarica, le luci che si specchiano sulle acque del golfo, i locali caratteristici come il Caffè San Marco… insomma, un set davvero strabiliante.
Ma la protagonista assoluta della fiction, nonché la più ammirata dai telespettatori e dai fan de #laportarossa, è stata senza ombra di dubbio Ursus. Lo stesso Guanciale, in un tweet, ha lasciato presagire un seguito alla fiction salutando Ursus con un arrivederci.

Per chi, come me, ha vissuto e vive a Trieste, Ursus è un’istituzione, quasi alla pari con il “melone” (l’acroterio simbolo di Trieste insieme all’alabarda) che un tempo sovrastava il campanile di San Giusto, la cattedrale cittadina. Ma cos’è Ursus?


Ursus è la gru galleggiante che ha oltre cent’anni, essendo stata varata il 29 gennaio del 1914, e che attualmente è ormeggiata a una banchina del Porto Vecchio. Dal luglio del 2011 è monumento nazionale e questo status giuridico la protegge dallo smantellamento, anche se necessita in modo evidente di un restauro, aggredita com’è da salsedine e ruggine.

Per 80 anni Ursus ebbe il primato della gru galleggiante più potente del Mediterraneo. Con i suoi quasi 80 metri di altezza e una stazza maggiore di 1000 tonnellate, fu progettata per costruire a Trieste le nuove corazzate della Marina imperiale austroungarica che avrebbero dovuto superare per dislocamento e calibro delle artiglierie la Viribus Unitis e le altre tre unità della stessa classe. Allo scoppio della prima guerra mondiale, le risorse economiche destinate alle nuove potenti corazzate furono azzerate e, di conseguenza, anche Ursus rimase un progetto irrealizzato.
Si dovette aspettare il 1930 per riprendere i lavori: infatti per costruire il nuovo transatlantico, il Conte di Savoia, la presenza di una potentissima gru galleggiante sarebbe stata indispensabile. L’Ursus fu completato nel dicembre del 1931 e iniziò subito a fornire un supporto prezioso all’attività del San Marco.

Ursus è decisamente la gru dei record: ad esempio l’installazione dei tre giganteschi giroscopi Sperry, ciascuno dalla massa di 150 tonnellate, che avevano il compito di smorzare il rollio del Conte di Savoia, fu possibile grazie al supporto di Ursus che sollevò i giroscopi a 40 metri d’altezza per favorire il loro inserimento nello scafo del transatlantico. In seguito Ursus partecipò alla costruzione della Vittorio Veneto e della Roma, le sfortunate corazzate della Marina italiana impiegate durante la seconda guerra mondiale. Infine il pontone fu di supporto alla realizzazione dell’ultimo transatlantico del nostro Paese, la Raffaello, che costituì anche l’ultima commissione prestigiosa per il cantiere San Marco di Trieste.

Protagonista di un’insolita navigazione in solitaria, la gru galleggiante fu sospinta al largo, nonostante la notevole stazza e l’ancoraggio, dalla bora che, incurante del passato glorioso di Ursus, la trattò come fosse una barchetta di carta. Era l’inizio di marzo del 2011 e il vento fortissimo portò la gru a più di tre miglia dalla costa. Fu recuperata, mentre andava alla deriva, dai rimorchiatori che l’hanno raggiunta, affrontando un mare spumeggiante e impossibile. (ne ho parlato QUI)

Insomma, una brutta avventura fortunatamente finita bene per Ursus. Mai, tuttavia, avrebbe pensato di diventare in qualche modo la protagonista di una serie televisiva. Ormai in tutta Italia è diventata una specie di star. Speriamo solo che il restauro annunciato e mai realizzato si faccia in tempi brevi, magari con il contributo della Film Commission FVG.

[immagine Ursus da questo sito; alcuni spunti per il post sono presi da questo articolo de Il Piccolo]

16 febbraio 2017

PASSEGGIATA O BLOG?

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , , a 6:44 pm di marisamoles

scrivereOggi, anche se siamo solo a metà febbraio, la giornata è decisamente primaverile. Temperatura mite, il sole che scalda l’aria e asciuga l’umidità lasciata dai giorni di pioggia, giornate decisamente più lunghe… cose che scaldano il cuore e fanno venire voglia di una bella passeggiata. E invece no, invece sono nel mio studio davanti al pc e sto scrivendo questo post.

Prima di sedermi alla scrivania pensavo a quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi mesi. Ho rallentato il ritmo e, nonostante tutto, sento una stanchezza infinita che non lascia spazio a nessuna attività in cui debba concentrarmi con la mente o che implichi uno sforzo anche minimo. Pigra? No. Demotivata, forse.

A parte ciò che è successo a casa dei miei e il rientro forzato a Trieste per tre settimane abbondanti, è proprio la routine quotidiana che non riesco a ritrovare. Complice, forse, un progetto che ho concluso ieri a scuola e che ha prosciugato tutte le mie forze, specialmente a livello intellettivo (ne parlo QUI, nella “Premessa”) ma che mi ha anche coinvolta emotivamente parecchio.

Per il resto, a scuola questo momento è tranquillo. Dalla prossima settimana inizierà la solita mitragliata di compiti, uno dietro l’altro, e la correzione non mi lascerà il tempo di respirare. Se oggi avrei potuto concedermi, dopo settimane intense di lavoro, una passeggiata in centro, dalla prossima settimana sarò agli arresti domiciliari.

E ora che sono qui davanti al monitor del pc, scrivo ma non so bene di cosa io debba parlare, cosa io abbia voglia di comunicare e soprattutto a chi.

Un tempo il blog era davvero il mio rifugio, il mio angulus, come direbbe Orazio. Ille terrarum mihi semper praeter omnes angulus ridet, scriveva in un’ode. Io il mio “angolo di terra” lo trovavo nel mio studio, 20 metri quadri di felicità.

Cercavo di dedicare alla scrittura ogni momento libero. Era il mio sfogo, un modo per rilassarmi. Qualcuno diceva “meglio andare in palestra”. Vero, ma io odio la palestra anche se so che fa tanto bene, specialmente alla mia età. E proprio questa consapevolezza mi fa odiare la palestra ancora di più. Quando ero più giovane e non ne avevo bisogno, trovavo il tempo di andare in palestra e lì trovavo la mia felicità, quello era il mio “angolo di terra”, sul materassino blu che, alla fine, arrotolavo con cura e mettevo sotto il braccio prima di recarmi nello spogliatoio. Poi, all’uscita, trovavo il mio amore ad aspettarmi e, assieme alla mia amica e il suo fidanzato, spesso rimanevamo fuori per cena. Così le calorie perse andavano a farsi benedire. Pazienza. Ero felice.

Ho aperto questo blog più di otto anni fa e, devo dire, mi ha dato molte soddisfazioni. Ricordo che qualche anno fa un lettore malevolo, mal celando un’invidia profonda, aveva insinuato che avessi qualcuno che scriveva per me. Rido pensando a Terenzio, commediografo latino, che doveva difendersi dalle accuse di essere solo un prestanome e di farsi scrivere le commedie da altri.

Scrivevo per me, ne ero convinta. Ma, come credo di aver avuto modo di dire in un altro post, sono tutte balle: nessuno scrive per se stesso, almeno non su una piattaforma pubblica. Insomma, il blog non è il diario segreto cui, da ragazza, affidavo le mie più intime confidenze, richiudendolo accuratamente con il lucchetto in attesa di riempire ancora un’altra pagina, e un’altra ancora.

Da ragazza scrivevo molte lettere, avevo tanti amici di penna, qualche amore lontano… lettere che emanavano il profumo dell’altro. E poi l’attesa della risposta, l’invio di un’altra missiva… tempi lontani, fatti di cose buone, genuine, spontanee. Adesso, pensando a chi scrive sul web, soprattutto a chi frequenta i social, realizzo che spesso i commenti sono cattivi, a volte le adulazioni sono troppo evidenti, altre l’autoreferenzialità è davvero eccessiva. Forse i blog ancora si salvano ma per essere vivi, veramente vivi, devono avere dei lettori.

Non ho mai badato ai like, non ho mai contato i commenti. Ricordo quanto un tempo mi pesasse rispondere a tutti, con puntualità, in modo tempestivo. Occupavo ogni momento libero, perfino le ore buche a scuola, quelle non pagate che ciascuno di noi è libero di passare come meglio crede. C’è chi fa un giro in centro, chi si rifugia al bar in compagnia di un cappuccino fumante e una fragrante brioche, chi approfitta del tempo libero per correggere compiti o preparare le lezioni. Io, cappuccino e brioche a parte, ora faccio questo. Prima rispondevo ai commenti o preparavo la bozza per qualche post, approfittando di una postazione libera dotata di pc e connessione.

Ora che sto per concludere questo post, mi rendo conto di scrivere per me. Qualche volta capita. Per me che sono ancora l’amministratrice di un blog ormai silente. Certo, l’ho trascurato parecchio negli ultimi tempi e capisco che un blog ha bisogno di cura per mantenere i contatti, per ricordare agli altri che esiste. I lettori non mancano, ma i numeri non mi interessano. Molti ancora passano di qua però, nonostante i 457 follower, quasi più nessuno lascia traccia di sé.

Il sole è ormai tramontato da un pezzo, dalla scrivania vedo le luci della città che brillano e penso che forse avrei fatto meglio ad uscire. Una passeggiata sarebbe stata senz’altro più salutare di questo sfogo amaro che pochi leggeranno. Forse questa volta deciderò di chiudere. Anche se, in fondo, il web è pieno di luoghi abbandonati di cui nessuno quasi si accorge. Forse queste pagine rimarranno aperte, forse domani avrò già cambiato idea. Forse mi iscriverò in palestra o andrò dall’estetista a fare qualche massaggio. Mens sana in corpore sano.

Forse…

[immagine da questo blog]

23 dicembre 2016

C’È LAVORO E LAVORO

Posted in cronaca, lavoro, web tagged , , , , , a 7:25 pm di marisamoles

attentato-berlinoLa notizia è sulla bocca di tutti: il killer di Berlino è stato ucciso, grazie all’intervento di due poliziotti che facevano servizio di ronda a Sesto San Giovanni, nell’hinterland milanese, la scorsa notte.

Le reazioni, specialmente sui social network, sono state varie. Non approvo le manifestazioni di gioia: è morto un uomo, in fondo. Un terrorista ma pur sempre un uomo. È vero, ha ucciso 12 persone e ferito qualche decina, ma a mio modesto avviso, più che morire, avrebbe dovuto essere catturato, messo in carcere (anche senza processo ma, ahimè, in un Paese civile questo non è possibile) buttando via la chiave.

C’è poi chi ha ringraziato i due poliziotti e li ha chiamati eroi. In questo caso mi sento di condividere l’esternazione di molti e non capisco come altri, molti anch’essi, abbiano sollevato la questione del lavoro. Stavano lavorando – dicono – uno che lavora non è un eroe, lavora e basta. Ecco, io mi dissocio.

È vero che i due sono stati un po’ eroi per caso (a tal proposito vi invito a leggere questo bel post di Pino Scaccia sul suo blog). Erano in servizio, si sono insospettiti e hanno agito seguendo la procedura che prevede, innanzitutto, la richiesta dei documenti. Anis Amri, l’autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, non li aveva. Gli agenti hanno, quindi, chiesto di perquisire lo zaino. Fin qui la procedura. Ma mentre il più “vecchio” dei poliziotti (un friulano, qui la sua testimonianza) procedeva alla perquisizione, l’altro, appena 29enne, ha visto che il killer stava estraendo una pistola dalla giacca e, nonostante non abbia potuto impedire a quello di sparare a bruciapelo, colpendo il collega alla spalla destra, ha mantenuto il controllo della situazione e avuto il sangue freddo di sparare, sapendo i rischi che correva. Per sua fortuna il giovane poliziotto è riuscito a colpire il criminale, prima di essere a sua volta colpito. Non credo avesse intenzione di uccidere. Ma chi fa quel lavoro, per garantire la sicurezza a noi cittadini, sa bene che può succedere, ed è successo.

Ora, io penso che quello dei poliziotti e di tutti gli uomini e le donne che hanno il compito di proteggere la popolazione, non sia un lavoro come tutti gli altri. Per farlo ci vuole coraggio, determinazione ma soprattutto passione e dedizione. Ed è pure malpagato.
Qualcuno potrebbe obiettare che in tutti i lavori queste doti siano richieste e che molti siano malpagati. Posso anche essere d’accordo ma non posso dimenticare che non in tutti i lavori si rischia la vita, non tutti allo stesso modo, perlomeno. Non tutti con la pistola in mano, comunque.

Per questo, con la consapevolezza che ci siano tanti mestieri pericolosi e malpagati, ritengo che indossare una divisa e impugnare una pistola, a rischio della propria incolumità per garantire quella degli altri, sia qualcosa di speciale. E in certi casi, vero e proprio eroismo.

Non credo che i due si considerino degli eroi, ma non è sbagliato ritenerli tali. L’agente ferito, da un letto d’ospedale dove è convalescente in seguito ad un intervento chirurgico per l’estrazione del proiettile dalla spalla, ha dichiarato: «Sono contento di essere stato utile in questo “marasma” che sta succedendo in Europa».

E noi siamo contenti che tu e il tuo collega stiate bene.

P.S. Su tutti i quotidiani sono state diffuse le generalità dei due poliziotti. Su questo dissento in modo deciso. Ho scelto di non fare nomi anche se gli articoli linkati li pubblicano.
Caso vuole che oggi ricorra il 18° anniversario della cosiddetta “Strage di Natale”, episodio avvenuto a Udine l’antivigilia di Natale. In quell’occasione morirono tre poliziotti: Adriano Ruttar, Paolo Cragnolino e Giuseppe Guido Zanier. Mi piace ricordarli in un post che racconta la storia di due agenti più fortunati.

27 settembre 2016

8 ANNI CON VOI

Posted in affari miei, Compleanno blog, web tagged , , , , , , , a 6:57 pm di marisamoles

torta8candeline
Cari lettori, affezionati o di passaggio, questo blog oggi compie 8 anni. Dal lontano 27 settembre 2008 ad oggi ne ha fatta di strada…

Dando una scorsa ai post di “celebrazione” dei vari compleanni mi sono accorta che manca quello del settimo. Io credo che questa dimenticanza non sia casuale, anzi la ritengo un po’ freudiana. Questo blog, infatti, ha subito la crisi del settimo anno, come in tutte le coppie che si rispettano. Io e lui abbiamo passato momenti altalenanti, in particolare negli ultimi due anni. Devo dire che non ho mai pensato di chiuderlo, anche se è come se avessi preso un po’ le distanze. Non sempre ho voglia di scrivere, non sempre ho qualcosa da dire.

In questi anni ho visto blog chiudere o “spegnersi” lentamente senza un apparente perché. Ma forse c’è un’altra spiegazione a riguardo: la vita dei blog è continuamente minata dall’amplificazione che ormai sul web hanno i social network.

Io stessa, da quando sto su Twitter, dedico molto meno tempo ai blog (questo, laprofonline e summertimetogether), preferendo la pubblicazione di testi brevi (i 140 caratteri di Twitter non offrono di certo la possibilità di dilungarsi), immediatamente condivisi, se è il caso. Ho calcolato che se entro 2 minuti dalla pubblicazione di un tweet non arriva almeno una condivisione, il tweet è destinato al dimenticatoio, sarà letto ma non susciterà nessuna discussione.

Su queste pagine i lettori non mancano. Attualmente il blog ha superato 2.400.000 visualizzazioni, che non sono di certo poche. Quello che manca, invece, è la discussione. I commenti sono pochi e alla fine il blog cessa di essere un salotto e diventa un luogo silenzioso, triste.

Qualcuno dirà che scrivere non comporta necessariamente che ci siano dei lettori. Se qualcuno ama scrivere lo fa per se stesso. Balle.

Confesso che anch’io lo pensavo, all’inzio. Poi, complice anche il buon andamento del blog, ho cominciato ad apprezzare il senso di scrivere per qualcuno, trattare argomenti che possano interessare, suscitare una discussione che trasformi una pagina scritta da statica in qualcosa di dinamico. Non a caso la parola “dinamico” sottintende che ci sia una forza di fondo che dà l'”anima” ad ciò che è inanimato. Quest’anima è lo scambio di idee. Senza, il blog diventa un soliloquio.

Insomma, il blog è un po’ vecchierello e ha rallentato il ritmo. Nulla di male. Vorrà dire che in futuro cercherò di “rianimarlo” e se non centrerò l’obiettivo, pazienza. In fondo non è un lavoro, deve e vuole essere un passatempo. Così l’ho concepito all’inizio e continuerò a considerarlo tale.

Ringrazio tutti i lettori per avermi permesso di raggiungere questo traguardo e spero che continuiate a seguirmi… nonostante il mio passo sia un po’ lento.

Ciao! emoticon baci

3 settembre 2016

JE NE SUIS PAS CHARLIE

Posted in attualità, stampa estera, web tagged , , , , , a 2:01 pm di marisamoles

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Sul web la polemica infuria: tutti (o quasi, perché c’è chi tenta di dar lezioni di interpretazione e analisi del fumetto satirico) contro la rivista satirica francese Charlie Hebdo, tristemente nota per l’attentato del 7 gennaio 2015, dove morirono 11 persone, tra cui il direttore Charb e alcuni vignettisti.

Allora anch’io avevo gridato “Je suis Charlie”, nonostante non stessi completamente dalla parte della rivista che trovo faccia satira di cattivo gusto (e i fatti più recenti mi hanno dato ragione), ma in primo luogo ritengo debba essere difesa la libertà di espressione e in secondo luogo non si poteva, allora, rimanere indifferenti davanti a tanto sangue, davanti a una strage così assurda.

Ma, come penso sappiate, la rinata rivista satirica ha recentemente pubblicato una vignetta sul terremoto che ha colpito il Centro Italia, scatenando moltissime reazioni, per la maggior parte di dissenso. Come risposta, Charlie Hebdo ha pubblicato on line un’altra vignetta che offende ancor di più gli Italiani.

Io mi rifiuto di pubblicare i disegni incriminati (li potete vedere QUI). Dico solo che la satira è satira ma c’è un limite invalicabile che è quello del rispetto nei confronti di persone che soffrono.

Nel terremoto che ha sconvolto paesi di tre regioni, ci sono persone che hanno perso i propri cari e, anche se sopravvissute, sono rimaste senza casa, senza lavoro, con di fronte a sé un futuro incerto.

Noi non siamo islamici, non metteremo bombe, non spareremo ma non per questo dobbiamo tacere. Io esprimo tutto il mio disperezzo per il fumettista e i responsabili di Charlie Hebdo, che credo abbiano oltrepassato il limite della civiltà e del buon gusto, senza nemmeno ottenere lo scopo che la satira si prefigge: una sana risata.

Ora abbiamo bisogno di sorridere, è vero, con un po’ più di fiducia nel domani. Ma non abbiamo ancora smesso di piangere le vittime e l’incuria umana che, più della natura stessa, ha provocato questo disastro.

Je ne suis pas Charlie. Non più.

24 agosto 2016

RICREAZIONE

Posted in adolescenti, attualità, famiglia, figli, legalità, Legge, scuola, società, web tagged , , , , , , , , , , , , , , a 11:16 am di marisamoles

Fumare-spinelli
Sono un’insegnante di Lettere e per me le parole hanno un significato ben preciso. L’etimologia, inoltre, aiuta a comprendere meglio ciò che un termine “vuol dire”. Non è un caso se si utilizza il verbo “volere”: non siamo noi a dover piegare una parola alla nostra volontà, facendo in modo che un termine significhi “altro” rispetto alla sua etimologia. Tutt’al più, si può dare a una parola una connotazione diversa, a seconda del contesto, ma non si deve stravolgerne il significato.

Fatta questa premessa, la parola su cui vorrei soffermarmi oggi è “ricreazione”. Il sostantivo, stando all’etimologia, ha la stessa radice del verbo “creare” con l’aggiunta del prefisso iterativo “ri”. Il verbo latino recreare (re+creare) significava qualcosa di simile a “ristorare fisicamente e moralmente”.

Trasferita nell’ambito scolastico per indicare il cosiddetto “intervallo” tra le ore di lezione, “ricreazione” ha il significato di “pausa dallo studio” (ma si può interpretare, più genericamente, anche come “pausa dal lavoro”): durante la ricreazione, dunque, lo studente si ricrea, si “ristora fisicamente e moralmente”, nel senso che si sgranchisce le gambe (con una passeggiata su e giù per il corridoio o in giardino, se c’è) dopo un lungo periodo passato seduto al banco, si rifocilla mangiando qualcosa e si “rigenera”, distraendo per un po’ la mente dalle fatiche di una mattinata scolastica.
Poi c’è anche qualcuno che durante la ricreazione ripassa per un’interrogazione o esegue frettolosamente dei compiti non svolti. Non si ricrea, ma sono fatti suoi.

Poi c’è anche chi trova sinonimi poco appropriati e molto fantasiosi, cercando comunque di dare un senso alle parole. Ricordo un mio allievo di 30 anni fa (insegnavo alle medie) che, arrivato in ritardo in classe dopo l’intervallo, alla mia richiesta di spiegazioni, rispose candidamente: “Sono andato a riprodurmi”. Lascio immaginare lo sgomento provato, facilmente intuibile dalla mia faccia, al ché il ragazzino si premurò a spiegare: “Ho fatto ricreazione, no? Ricrearsi non è sinonimo di riprodursi?”.
Lezione fuori programma sui sinonimi.

Dicevo, dunque, che la parola “ricreazione” ha un suo significato e, anche se trasferita in un contesto diverso rispetto a quello scolastico in cui è maggiormente utilizzata, non può essere stravolta nel suo significato originario.

Perché mi sono prodigata in questa lezioncina sul lessico italiano, di cui forse non avevate bisogno? Lo spiego subito.

C’è una proposta di Legge che sta per approdare in Parlamento, concernente la legalizzazione della cannabis. Non mi dilungo sulla questione e vi invito a leggere questo articolo.

I cannabinoidi sono definiti “droghe leggere” (perlopiù hashish e marijuana) e per questo, erroneamente, si pensa che non facciano male rispetto alle cosiddette droghe pesanti (cocaina, crack, ecstasy…). La legalizzazione, secondo i promotori del DDL, sarebbe un modo per combattere la criminalità organizzata (ma quel tipo di criminalità dello spaccio di cannabinoidi si fa un baffo!) e per tener lontani i più giovani dagli ambienti malavitosi dediti allo spaccio (che con la legge sarebbe comunque vietato… ciò vuol dire che, con ogni probabilità continuerebbe ad esistere).

Ora, io non entro nel merito della questione “legale” ma vorrei soffermarmi a riflettere sui danni che le cosiddette droghe leggere causano, in particolar modo sui più giovani.

Parto dalla dichiarazione fatta dal ministro della Salute Lorenzin in questa intervista per il Corriere. Da madre, fa sapere il ministro (è donna ma mi rifiuto di usare il femminile “ministra” che trovo orrendo!), non approva la legalizzazione della cannabis perché troppi ragazzini sono abituali consumatori e la legge, che comunque porrebbe il divieto di vendita della droga ai minorenni, non cambierebbe nulla per loro dato che dovrebbero comunque continuare a rifornirsi illegalmente.

Da titolare del dicastero della Salute, Beatrice Lorenzin, si dichiara contraria perché le droghe, anche se leggere, fanno male e creano dipendenza. Se il suo ruolo le impone di salvaguardare la salute della popolazione, mi sembra coerente.

Io appoggio in toto la posizione del ministro. Purtroppo, però, avendo espresso questo parere su Twitter, sono stata sommersa da tweet in risposta, da parte di sostenitori della legalizzazione dei cannabinoidi, insultata, trattata come una demente e, soprattutto, derisa anche nella mia veste di educatrice. Sì, perché secondo questo branco di drogati – non saprei in quale altro modo definirli – avrei sparato un sacco di cazzate portando la mia esperienza di docente che si occupa anche di Ed. alla Salute e che ha avuto, in passato, esperienze con ragazzini fumatori abituali di hashish e, di conseguenza, ha avuto contatti con il Sert (Servizi per le Tossicodipendenze) della città in cui vive.

In buona sintesi, ho detto che la cannabis fa male, anche quando si tratta di utilizzo non abituale (una canna, per dire, equivale a 20 sigarette fumate in colpo solo), comporta seri problemi al sistema neurologico, specie nei più giovani, e danni permanenti. Non solo, i ragazzini consumatori abituali di cannabis, diventano aggressivi, sono soggetti a sbalzi di umore, hanno seri problemi a concentrarsi e per questo spessissimo vanno male a scuola.
I minorenni, poi, sono inviati al Sert (che non si occupa solo di dipendenze gravi e gravissime ma di tutte le dipendenze, anche da alcol e fumo!) per fare un percorso di riabilitazione, anche con le proprie famiglie, le quali possono partecipare ai gruppi di autoaiuto. Tutto ciò non può essere coercitivo, ovviamente, ma è un dato di fatto che se il Sert si occupa anche di fumatori abituali di canne è perché pure marijuana e hashish provocano dipendenza. Non solo, molte volte per curiosità questi ragazzini provano anche altre droghe (acidi, crack, ectasy) decisamente più pesanti, aggravando la loro dipendenza.

Questa è la situazione, ma sembra che dicendo ciò io abbia straparlato. In fondo, una canna non ha mai fatto male a nessuno, no? Chi è che non ha mai provato a fumare uno spinello? Quante volte l’abbiamo sentito dire?

Ora, io fumo da quand’ero ragazzina e per questo mi batto tre volte il petto recitando il mea culpa. Ma mai, lo giuro, ho fumato marijuana o simili. Ne avrei avuto la possibilità, ma non l’ho fatto.
A 13 anni, quando frequentavo la terza media, giravo per la città in compagnia della sorella di un mio compagno di classe, più “vecchia” di me di qualche anno, tappezzando i muri con degli adesivi che portavano la scritta “No drugs” (anche quelli con su scritto “No aborto” ma questa è un’altra storia..). Ne capivo poco, non fumavo nemmeno le sigarette allora ma avevo già le idee chiare. Non ero stata plagiata, per essere chiari, e sono sempre stata coerente con questa mia forse inconsapevole, a quei tempi, presa di posizione.

A questo punto, molti dei lettori (quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare fino a qui… mi scuso se il post si sta allungando e vi posso garantire che sto stringendo al massimo) si staranno chiedendo che cosa c’entri il titolo e la lunga premessa sulla parola “ricreazione”. Ora ve lo dico.

Nella proposta di legge, oltre alla legalizzazione delle sostanze di cui sopra, attraverso la libera vendita (su cui ovviamente, con il monopolio, lo Stato ci guadagnerebbe!), si rende possibile la detenzione di una piccola quantità di cannabis (5 grammi all’esterno innalzabili a 15 grammi da tenere in casa) e sarà lecito il possesso di quelle quantità per uso ricreativo, senza dover richiedere alcuna autorizzazione o comunicazione.

Ecco, è proprio il riferimento all’aggettivo “ricreativo” che non comprendo: secondo quanto esposto sopra, non trovo nulla che nell’utilizzo della cannabis possa portare a “ristorare fisicamente e moralmente” chi si fa le canne. Anzi, è vero il contrario.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST – 25 AGOSTO 2016

Come previsto, è arrivato un commento (che ho deciso di non pubblicare in quanto l’e-mail di riferimento è risultata fasulla) in cui mi si offende e tratta da ignorante e incompetente. Il lettore, il quale asserisce di essere capitato qui per caso (figuratevi se ci credo!), mi accusa di “parlare di cose che non conosco” e di aver scritto “un articolo che si fonda su presupposti privi di veridicità”. Naturalmente, il tutto senza fornire uno straccio di prova del contrario.
Il “Lettore per caso” ha poi dichiarato l’intenzione di inserire “subito il blog nella lista di blocco dei domini che google non mi dovrà mai più mostrare in nessuna ricerca”. Ma sai quanto mi interessa!

19 agosto 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: AHMED, 13 ANNI, DA SOLO DALL’EGITTO IN ITALIA PER SALVARE IL FRATELLINO AMMALATO

Posted in bambini, cronaca, immigrazione, La buona notizia del venerdì, politica, salute, web tagged , , , , , , , , , a 12:52 pm di marisamoles

ahmed
Ahamed ha solo 13 anni e ha affrontato da solo un lungo viaggio pieno di insidie dall’Egitto in Italia per salvare la vita al fratellino Farid. Quest’ultimo ha 7 anni ed è affetto da una piastrinopenia, malattia che richiede cure costose in Egitto, troppo costose per una famiglia di contadini che non ha tanti mezzi.

L’intervento che potrebbe salvare la vita a Farid costa 50.000 lire egiziane, ma il reddito familiare è di appena 3000 annue. Così Ahmed ha deciso di partire per l’Italia in cerca di aiuto. L’arrivo su un barcone, uno dei tanti, a Lampedusa è solo la conclusione di una vera e propria odissea. Prima di prendere il mare, infatti, è stato obbligato a rimanere nascosto in un capannone della spiaggia di Baltim, non lontano da Alessandria d’Egitto, assistendo inerme alle crudeltà perpetrate da trafficanti e scafisti ai danni dei suoi compagni di viaggio. Così il tredicenne egiziano descrive la sua esperienza: «Alcuni derubavano gli uomini, altri afferravano giovani donne trascinate in un magazzino da dove tornavano in lacrime prima della partenza sul barcone… Pensavo di morire in mare. Né cibo né acqua. Soltanto un sorso di acqua a persona al giorno…». Troppo per Ahmed, poco più che bambino.

Una volta sbarcato a Lampedusa, ha subito mostrato ai soccorritori i certificati medici del fratello, sperando in una possibilità di salvarlo, ma ci tiene a sottolineare: «Io chiedo aiuto ai medici, a qualche medico, all’Italia, ma voglio pagare tutto, lavorando…».

Com’era immaginabile, è subito scattata una gara di solidarietà, anche per offrire al piccolo eroe il denaro necessario per poter pagare le spese del viaggio. Tutta la famiglia, infatti si è indebitata, compresi gli zii, obbligata a firmare delle “cambiali”: «Delle carte. – spiega il ragazzino – Un impegno con i trafficanti per pagare 2 mila euro nei prossimi anni. O con i miei guadagni, o con un suo terreno».

Ma la sorte del fratellino Farid è appesa a un filo. Il governo italiano non è rimasto a guardare: a Palazzo Chigi il premier Matteo Renzi ha mobilitato sia il Viminale con Angelino Alfano sia il mondo della sanità toscana con un sms a Stefania Saccardi, l’assessore alla salute della Regione. La donna si è subito attivata e, d’accordo con la direzione dell’ospedale di Careggi e col professore Marco Carini, si è dichiarata pronta ad accogliere il bambino che sarà curato al Meyer. La famiglia verrà fatta arrivare nel nostro Paese e potrà essere ospitata in una casa della «Fondazione Tommasino Bacciotti», mentre Ahmed, a tutti gli effetti un clandestino, ha lasciato la Sicilia ed è stato accompagnato in una struttura per minori della coop «Il Cenacolo» nella zona di Careggi.

A breve il sogno del tredicenne si realizzerà: «Il mio sogno è vedere mio fratello giocare senza sentirsi male, giocare con me a calcio e correre insieme senza aver paura che svenga perché non riesce a stare molto in piedi…».

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte Il Corriere.it, LINK1 e LINK2; immagini dal Corriere.it e da Twitter]

16 agosto 2016

OLIMPIADI DI RIO 2016: TRA PODIO, MEDAGLIE, PROPOSTE DI MATRIMONIO E COMING OUT

Posted in sport, televisione, web tagged , , , , , , a 7:12 pm di marisamoles

cinesi
Dedicare la vittoria a qualcuno che si ama penso sia una bella cosa. In fondo chi, nello sport o comunque in tutte le altre attività che prevedono un premio, ottiene brillanti risultati ha sempre a fianco qualcuno che lo ama ed è disposto a sacrificarsi per far sì che il suo lui o la sua lei realizzino il proprio sogno.

Tutto ciò che accade “dentro” uno schermo televisivo, al giorno d’oggi è destinato a diventare social. E diciamo che c’è anche qualcuno – più di qualcuno, molti – che ama mettersi in mostra, anche con la sola intenzione di rendere partecipe il mondo della propria felicità. Un esibizionismo innocente, diciamo così.

Talvolta si va forse un po’ troppo fuori dagli schemi. E’ il caso, ad esempio, del tenerissimo fidanzato della tuffatrice cinese He Zi, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, che le ha chiesto di sposarlo, offrendole l’anello, rigorosamente in ginocchio come si addice alle dichiarazioni di matrimonio in piena regola (QUI la fotogallery dell’evento). E non stupiamoci se lei, ancora ansimante per la gara appena conclusa e comprensibilmente emozionata per il secondo posto sul podio, abbia tentennato un po’ prima di rispondere sì. Doveva soltanto riprendere fiato.
Non dobbiamo meravigliarci, inoltre, del fatto che dopo l’assenso di lei, i due si abbracciano quasi fraternamente invece di baciasi in modo appassionato. Stiamo parlando di cinesi ed è già un miracolo che fidanzato di He Zi abbia spettacolarizzato un momento così intimo, data la nota riservatezza degli orientali in genere.

bruni
Meno stupore ha destato, a mio parere, la dedica della medaglia d’argento – un secondo posto un po’ a sorpresa nel nuoto di fondo – dell’atleta italiana Rachele Bruni: «Questa medaglia è per la mia famiglia, il mio allenatore e la mia compagna Diletta». Un’omosessualità mai nascosta, a detta della Bruni, e considerata un fatto del tutto “naturale”. Concordo pienamente ma… c’è un ma.

Il sito specializzato Outsports, riferendosi a coloro che hanno dichiarato apertamente la loro preferenza sessuale, prima o durante i Giochi, ha “contato” 49 nomi di uomini e donne a Rio, mentre a Londra i gay dichiarati erano soltanto 23. In aggiunta, il curatore della ricerca Jim Buzinski, si è dichiarato convinto che la crescita sia dovuta alla esposizione mediatica del tema negli ultimi anni, e non all’aumento della tendenza in sé, naturalmente.

In modo molto meno ortodosso, un giornalista americano è andato letteralmente a caccia di gay a Rio. Nico Hines, del «Daily Beast», ha utilizzato la app gay Grindr al Villaggio Olimpico, ricevendo diverse offerte di incontro. Il giornalista nell’articolo ha indicando nazionalità e disciplina sportiva degli atleti omosessuali, due informazioni che potrebbero bastare per identificarli. Per alcuni di loro, soprattutto quelli che vivono in Paesi dove l’omosessualità è ben lungi dall’essere accettata, questa sorta di “rivelazione”, per giunta non diretta, può essere decisamente rischiosa.
Su Slate, una testata on line che si occupa di LGBTQ, il pezzo di Hines è stato definito «squallido, pericoloso e immorale», mentre per Mic l’inchiesta è «un disastro omofobo».

Ora, permettetemi una riflessione, anzi due.

Della proposta di matrimonio in mondovisione apprezzo soprattutto il coraggio del giovane cinese ma, onestamente, al di là della tenerezza che ha suscitato, se la poteva risparmiare.

Sul fatto che la nuotatrice italiana Rachele Bruni definisca l’omosessualità un “fatto naturale” concordo pienamente. Ma è altrettanto naturale l’eterosessualità che, tuttavia, non viene sbandierata ai quattro venti (fatta eccezione per la dichiarazione del cinesino e forse qualche altra dedica al partner che non è rimbalzata con la stessa prepotenza agli onori della cronaca).

Ma c’è un’altra cosa che mi fa pensare: che si facciano delle indagini sull’orientamento sessuale degli atleti, al solo scopo di individuare i gay, e addirittura si possa concepire una “caccia agli omosessuali” con tanto di adescamento (mi si perdoni il termine che, dal punto di vista legale, costituisce un reato vero e proprio) via web, mi porta a credere che l’omosessualità sia ancora lontana dall’essere considerata un “fatto naturale”.

Spero di non essere fraintesa e mi auguro che i lettori abbiano la perspicacia di comprendere che la mia riflessione è nata soprattutto dalla rabbia nel constatare che un “fatto naturale” da una parte debba avere un certo rilievo e dall’altra sia smentito da persone – e dagli atti che ne conseguono – un po’ meschine.

28 giugno 2016

RIMANGO COPERTA, GRAZIE

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , a 11:38 am di marisamoles

A questo tweet di Selvaggia Lucarelli ho risposto, innocentemente, che essere a New York è comunque un’esperienza emozionante.
Ora, credo che questo pensiero sia condivisibile da molti. Ci vuole, tuttavia, una buona dose di malizia (o di coda di paglia?) per rispondere al mio tweet come fa un certo Simone Macchia, a me sconosciuto.

Ho forse detto qualcosa contro i gay e le loro manifestazioni? New York è forse una città meno bella, interessante o emozionante se non si partecipa a un gay pride? I 140 caratteri che Twitter ci mette a disposizione sono pochi, quindi bisogna essere sintetici. Ho espresso il mio punto di vista su una città che è meta dei sogni di milioni di persone, a prescindere dal fatto che Selvaggia Lucarelli si trovasse là, in occasione del gay pride, senza esprimere alcun giudizio sugli omosessuali. Ora, non vedo il motivo per cui io mi dovrei spogliare dalla mia mentalità retrograda e partecipare a un gay pride. La cosa non mi interessa, al di là della mentalità che secondo altri è retrograda. Anzi, devo dire che è proprio la mentalità di altri che mi urta e per questo, anche se avessi avuto una pur vaga intenzione di provare quel tipo di esperienza, la voglia mi è decisamente passata.

Però mi piacerebbe andare a New York. Posso dirlo?

5 giugno 2016

POESIA (non si butta via niente)

Posted in affari miei, poesia, web tagged , , , , , a 6:48 pm di marisamoles

PREMESSA
Oggi mi sono dedicata alle pulizie. No, non quelle che si fanno con straccetto e aspirapolvere. Ho eliminato un po’ di “roba” inutile nella casella di posta elettronica. Devo ammettere che ho anche barato: ho segnato come “letti” messaggi che in realtà mi ero ripromessa di leggere prima o poi. Ma quando si superano le 3000 mail non lette, ammetto che a me viene un po’ di angoscia. Purtroppo spesso si tratta di notifiche di post dei blog amici che avrei voluto effettivamente leggere, ma non ne ho avuto il tempo. Prometto che mi rifarò la prossima estate: decido fin d’ora che dedicherò una settimana a ciascuno degli amici, facendomi una scorpacciata di post non letti!
Sempre presa dalla frenesia delle pulizie di primavera (ormai quasi finita), sono passata al blog. Mi sono ritrovata tante di quelle bozze, post che non ricordavo nemmeno di aver iniziato …. e piantato là. Non è da me. L’incompiuto mi angoscia. Mentre scorro velocemente i titoli delle bozze, la mia curiosità è attratta da uno in particolare: “Poesia”. Apro l’editing ed ecco che qualcosa mi torna alla mente. Questo post staziona tra le bozze da più di un anno e mezzo. L’unica cosa che mi consola è che, se è vero che io ho lasciato tra le bozze il post, è anche vero che la blogger cui faccio riferimento non mi ha mai risposto… nemmeno agli altri commentatori.
Quindi, siccome non si butta via niente, eccovi il post e la mia… poesia. L’iniziativa non è male, potremmo rilanciarla. Le poetesse amiche – Ombreflessuose, Isabella Scotti, Diemme…- che ne dicono?
BUONA LETTURA!

Un po’ di tempo fa [ottobre 2014], una certa Stefania, a me sconosciuta, ha lasciato sul mio blog, commentando un post, un invito a passare dal suo dove avrei trovato una sorpresa.
Si trattava, in sintesi, di comporre un testo utilizzando cinque parole – silenzio guardai con tuttavia infinito – e traendo ispirazione dall’immagine che riporto qua sotto.

sera

L’idea mi piacque e di getto scrissi una poesia. Erano anni che non mi cimentavo con i versi e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal modo in cui le dita scorrevano velocemente sulla tastiera a comporre il testo. Certamente non è un capolavoro e lungi da me l’idea di definirmi poetessa. Però quello che scrivo, bello o brutto che sia, appartiene alla mia anima, per sempre. Non si butta, insomma.

Devo dire con rammarico che Stefania non ha pubblicato il mio testo, lasciato nello spazio dei commenti. Nemmeno gli altri ospiti, cui è stato concessa la pubblicazione delle composizioni, in versi e in prosa, hanno avuto miglior trattamento, dato che la promotrice dell’iniziativa – che si è pure preoccupata di lasciare il link al suo post in giro per il web, anche a dei perfetti sconosciuti – non ha risposto a nessun intervento.

Ecco dunque il mio testo. A voi l’ardua sentenza …

ASCOLTO NEL SILENZIO LE TUE PAROLE

Ascolto nel silenzio le tue parole
lievi
come fiocchi di neve
cullati dal vento.
Sento nel petto i battiti del cuore
forti
come cavalli al galoppo.
Ricordo il tuo sguardo
triste
mentre andavi via
come un ladro nella notte.
Ti guardai.
Hai rubato la mia anima,
dissi,
mentre parole bagnate di lacrime
con rabbia uscivano
dalla bocca orfana dei tuoi baci.
Ho scritto la parola fine
sulle pagine della nostra vita.
Non tornare, spettro dell’amore che fu.
Lasciami nel mio dolore,
svuotata
come una tazza di tè bevuta
fino all’ultima goccia.
Grido nel silenzio l’odio
infinito
che non si spegne
come candela al vento.
E continuo ad amarti,
tuttavia.

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