ORDINE E DISORDINE

“In principio c’era il caos…”. Tutti i miti greci sulla creazione iniziano così. Il caos nella mitologia greca forma una coppia dialettica con il cosmos, cioè l’ordine che è anche bellezza. In altre parole, tutto ciò che è ordinato è anche bello ma pare che le due parole non siano realmente contrarie, anzi, sembra abbiano un’affinità etimologica: anche ciò che è bello e ordinato nasce sempre da uno sfondo caotico.

Nelle Teogonia di Esiodo dal Caos sarebbe stato partorito Eros, che tutti conoscono come dio dell’amore, contemporaneamente alla stessa Terra. Quindi, se l’amore è bellezza e l’ordine stesso, il Cosmos greco, è bellezza, possiamo dire che dal caos abbia origine non solo l’ordine ma anche l’amore.

Perché questo preambolo in un post d’inizio anno, dopo un lunghissimo silenzio?

Negli ultimi tempi – non so nemmeno io quali: mesi? anni? boh – in me sento un gran disordine. Di conseguenza mi sento brutta, non mi piaccio, non mi apprezzo e sento solo un gran bisogno di ordine, quindi di bellezza.

Cosmos è la parola greca da cui deriva “cosmo” che per noi è sinonimo di universo. Ma riusciamo a percepire la “bellezza” di questo universo di cui abitiamo solo un’infinitesima parte? Direi di no.

Sulla Terra, di questi tempi, regna tutto fuorché l’ordine. Se consideriamo la responsabilità che tutti abbiamo come “terrestri”, certamente contribuiamo a offuscare la bellezza che il nostro pianeta potenzialmente avrebbe. Guerre, fame, morti, cambiamenti climatici sono le piaghe del nostro tempo, anche se non esclusivamente “nostro”.

Nel Somnium Scipionis di Cicerone, l’Africano rimprovera il nipote Emiliano di continuare a tenere fisso lo sguardo sulla Terra, dal momento che egli si trova nella Via Lattea e ha la possibilità di contemplare la complessa e gigantesca architettura dell’universo (cosmos) dove la Terra appare come un puntino insignificante.

Ecco, noi abitiamo un puntino insignificante dell’universo eppure ci sembra di essere dei giganti, abbiamo la presunzione di onnipotenza (la chiamiamo multitasking, in realtà), non accettiamo i nostri errori, anzi, li minimizziamo mentre siamo ben pronti a notare e a volte ingigantire quelli degli altri. Ci accomodiamo sul banco della pubblica accusa e guardiamo con sufficienza quello dell’imputato.

Eppure non siamo felici.

Seneca la chiamava displicentia sui, la scontentezza di sé. Dall’alto della sua autàrcheia, prendeva in giro chi passa il tempo a fare cose inutili senza mai raggiungere l’appagamento. Gli occupati non sono felici, solo il saggio sa esserlo perché ha piena coscienza della brevità della vita.

Quanto occupati siamo noi? Quante cose facciamo che davvero consideriamo appaganti? Personalmente ne faccio poche. Molti doveri, pochi piaceri.

Siamo schiacciati da mille incombenze, occupati come gli stolti senechiani abbiamo l’impressione di concludere troppo poco nell’arco di una giornata. Vorremmo dilatare il tempo, 24 ore non ci bastano. Ma quelle abbiamo e dobbiamo farcele bastare per fare tutto con ordine (sì, perché il disordine complica le cose e ci rende più occupati che saggi) ed essere felici godendo della bellezza della vita.

«Nihil minus occupati est quam vivere» (“Nulla è meno proprio di un affaccendato che vivere”), diceva Seneca. Aggiungo che fare troppe cose, nella maggior parte dei casi se non inutili quantomeno non così urgenti, crea disordine e insoddisfazione. Vivere con bellezza (cosmos) è preferibile al vivere e basta.

Prendendo in prestito un altro autorevole antico, cito l’imperatore Marco Aurelio (non a caso noto come imperatore filosofo): «Per mente tranquilla non intendo altro che una mente ordinata».

Ogni tanto prendo bonariamente in giro quegli studenti che tengono male libri e quaderni, perdono gli appunti presi su fogli volanti, non trovano mai quel che cercano dentro il caos dello zaino. Osservo che l’ordine (o il disordine) con cui tengono le loro cose riflette l’ordine mentale. Una mente ordinata è, dunque, anche tranquilla. Ordine e bellezza contro disordine e caos non sono concetti astratti ma si tramutano in concrete azioni che incidono non solo nell’esteriorità, quindi in ciò che facciamo, ma anche nell’interiorità.

Ecco, io credo che gli antichi abbiano molto da insegnarci. Ancora, dopo secoli e secoli, possiamo appropriarci dei loro insegnamenti, applicarli nella quotidianità e cercare se non proprio la felicità, almeno una vita tranquilla, nella mente e nel corpo.

Non diciamo più “E’ la vita, bellezza!” per indicare ciò cui non possiamo porre rimedio. Diciamo, invece, “La vita è bellezza!”. Cambiamo l’ordine delle parole e spostiamo una virgola, semplicemente, e dalle parole passiamo ai fatti.

Il mestiere mi ha insegnato che la cosa più difficile e improbabile è proprio cambiare. Eppure la ricerca della felicità non risiede nel conservare, ma nel coraggio di modificare il corso degli eventi. (Paolo Crepet, cit. da Impara ad essere felice)

P.S. Avevo scritto questo post per augurare a tutti BUON 2020. Non l’ho pubblicato subito e l’ho rimaneggiato più volte nel tentativo di renderlo più concreto affinché non apparisse come un insieme di “pensieri sparsi in libertà di una professoressa di materie umanistiche” o, come direbbe Petrarca, “rerum vulgarium fragmenta”… ecco, ci sono ricascata. Non c’è nulla da fare, il momento è così, molto disordine non solo attorno a me (libri e vestiti ovunque, sembra non ci sia più spazio per le mie cose in questa casa…) ma anche e soprattutto dentro di me.
Faticosamente sto cercando di trovare quell’ordine mentale che forse porterà la mia vita ad essere più bella. Cerco di lasciare il caos alle spalle, con molti buoni propositi per il nuovo anno.

Concludo con un consiglio di lettura, sempre tenendo conto degli insegnamenti ancora attuali che gli antichi ci hanno trasmesso. Si tratta di un libro godibilissimo scritto da una docente, Cristina Dall’Acqua, sulla lezione degli antichi: Una Spa per l’anima.

POSSO ANCHE DIRE «NO!»

Non so se qualcuno di voi ha letto il libro Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile, scritto da Beatrice Bauer, Gabriella Bagnato e Mariarosa Ventura (Dalai editore, 2012). Ad ogni modo, tratta l’assertività al femminile, ovvero quella capacità di esprimere le proprie idee in modo aperto, onesto e diretto, imparando a farlo cercando di essere ascoltati pur nel rispetto del vostro interlocutore. Ovviamente ciò vale anche per gli uomini ma le donne, si sa, cercano sempre dei compromessi, gli strumenti e i modi per non ferire gli altri facendo anche cose che non condividono (il classico detto “far buon viso a cattivo gioco”) oppure tentando di far valere le proprie ragioni senza troppa sicurezza e alla fine quasi convincendosi che no, le cose non stanno come le vediamo noi, forse hanno ragione gli altri.
Ciò, naturalmente vale anche per certi uomini, il mio discorso non vuole assolutamente sembrare sessista. Ma l’esperienza mi porta a considerare il fatto che per i maschi le cose sono davvero più semplici. Se poi hanno a che fare con donne determinate, quelle che non lasciano passare nulla, non perdonano, meditano vendetta e magari la mettono in pratica, allora i signori uomini depongono le armi e si arrendono in nome del “quieto vivere”. Quindi l’assertività al femminile è ciò che ci vuole non per dominare ma per arrivare ad un rapporto alla pari. E sto parlando di ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo, passando attraverso le reti di conoscenze e i legami di amicizia.

Perché è così difficile dire “no!”? Perché è così difficile dire “Signori miei, a me ‘sta cosa non va proprio giù!”?

Da bambina e da adolescente ero molto determinata. Ottenevo quasi sempre ciò che volevo adottando la furbizia: sapevo ciò che dovevo dire e come era conveniente mi comportassi per averla vinta. In altre parole: ammansivo.

Certo, non in tutte le situazioni la strategia funzionava. Diciamo che in famiglia e con gli amici sapevo fino a che punto potevo spingermi, mentre nelle situazioni che non potevo gestire la cosiddetta assertività andava a farsi benedire.

Faccio un esempio.

Da bambina ho studiato danza classica. Chi ne ha esperienza sa che la danza è “maestra di vita”, insegna il rigore e la disciplina, insegna a non accettare i propri limiti e difetti ma a cercare di superarli e di migliorarsi. Tutto ciò con grande fatica e a volte con una buona dose di umiliazioni.
Un giorno feci un bel ruzzolone giù dalle scale e il mio osso sacro ne risentì parecchio. Quel pomeriggio dovevo andare a lezione e, vive o morte, noi ballerine in erba dovevamo presentarci altrimenti la maestra, detta Crudelia Demon (non so se è chiaro il motivo del soprannome), sbraitava, naturalmente alla lezione successiva.
Mi presentai al suo cospetto dolorante e, come da prassi, feci un inchino. Spiegai, quindi, l’inconveniente e il motivo per cui quel pomeriggio non avrei potuto eseguire tutti gli esercizi. La risposta glaciale fu: «La prossima volta vedi di romperti la testa». Incassai il colpo e mi ritirai fra le lacrime, dopo aver fatto un alto inchino, pronta a eseguire, senza fiatare, i vari jeté e piqué cercando di mantenere il sorriso sulle labbra, come si conviene a una brava ballerina.
Cosa avrei dovuto fare? Forse replicare alla maestra “Brutta strega, vedi di rompertela tu quella testa vuota!”. Ma avevo avuto una buona educazione.

Crescendo ho imparato l’arte del compromesso. Tuttavia, ci sono state occasioni in cui, non potendo dire “no!”, mi sono dovuta adattare.

Altro esempio.


Insegnavo da una decina d’anni. Avendo due figli piccoli e la cattedra in montagna, per due anni consecutivi ero riuscita a ottenere l’assegnazione in una scuola cittadina. Quando con notevole ritardo (per motivi burocratici, non per causa mia) rispetto all’inizio dell’anno scolastico mi presentai alla dirigente, convinta di aver diritto alla continuità sulla cattedra dell’anno precedente, chiesi quali classi mi avrebbe assegnato, lei secca rispose: “Le darò gli avanzi”. Incassai il colpo e da quell’anno soffro di colon irritabile.
Non so se avrei ottenuto nulla ma in quella circostanza avrei dovuto rispondere: “Brutta strega, certi avanzi li farei volentieri mangiare a lei!”. Sempre a proposito della sindrome del colon irritabile…

Anche da adulta, quindi, in nome del famoso “quieto vivere” ho dovuto incassare i colpi senza protestare. In famiglia le dinamiche sono più gestibili ma quando si esce dalle pareti domestiche è molto più difficile dire “no!”.
Arrivata alla mia età ho capito che assertivi non si nasce, si diventa. E ci vuole molta pazienza nonché un buon allenamento. Magari all’inizio si pensa a quale avrebbe potuto essere il modo migliore per esprimere apertamente le idee, con educazione e rispetto, cercando di essere ascoltati. Diciamo che dopo aver messo in pratica “virtualmente” varie strategie, arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica.

Da qualche tempo (un paio d’anni, per la precisione) ho iniziato a dire la mia anche sul lavoro. Non sempre sono stata ascoltata, intendiamoci, in democrazia la maggioranza vince, lo sappiamo, ma mi sembra almeno di aver smosso le acque. Cero, qualche muro si è alzato, qualche collega non mi saluta più, altri lo fanno a denti stretti e solo per educazione. Tuttavia, una piccola vittoria l’ho messa in tasca: ho detto “No! A me ‘sta cosa non va bene, farò come volete ma sappiate che non sono d’accordo.”. Una bella soddisfazione per una che ha spesso detto “sì” pensando “no”.

Ma il capolavoro dell’assertività l’ho messo in pratica quest’estate, in due diverse occasioni (che chiamerò “intoppi”) in qualche modo legate fra loro.

Primo intoppo.

Il 7 agosto mi scadeva la Carta d’Identità e avevo urgenza di rinnovarla perché con mio marito avevamo deciso di fare una breve vacanza in Croazia. Mi muovo verso fine giugno, vado sul sito del Comune per cercare gli orari degli sportelli e scopro che il rinnovo del documento si fa solo su prenotazione on line. Ok, clicco sul link e, amara sorpresa, scopro che il primo giorno libero è il 29 settembre. Mando mio marito all’Ufficio Anagrafe, lui spiega il problema e un usciere replica: “Si faccia il passaporto”.
Senza parole.
Non demordo. Scrivo al sindaco e, non ottenendo risposta, mi reco nel suo ufficio. Non c’è, è in ferie fino al 31 agosto. Chiedo di parlare con il vicesindaco, lo attendo (non mi sarei mossa da là nemmeno se fosse arrivato a mezzanotte!) e lui, gentilissimo, comprende il problema e mi mette in contatto con l’assessore ai Servizi Demografici con cui parlo al telefono. L’assessore, gentilissimo, mi spiega che per le urgenze c’è una prassi ma è meglio rivolgersi alla dirigente dei Servizi Demografici la quale mi informa che posso ottenere la Carta d’Identità solo presentando una prenotazione (albergo, treno o aereo) con destinazione una località oltreconfine.
Nel frattempo avevo contattato la struttura in cui avevamo soggiornato lo scorso anno e, fortunatamente, nel primo pomeriggio del giorno in cui avevo parlato con la dirigente dell’Anagrafe mi risponde una gentilissima ragazza che sa bene l’italiano e mi manda un preventivo. Con il documento in mano mi presento allo sportello e in 10 minuti ottengo l’agognato documento. Senza l’urgenza avrei dovuto attendere il 9 ottobre perché nel frattempo altri avevano prenotato.

Secondo intoppo.

Come ho detto, mio marito ed io abbiamo deciso di ritornare nello stesso albergo dello scorso anno perché ci eravamo trovati bene, la camera era ampia e dotata di ogni comfort. Non avevamo, però, fatto i conti con il fatto che quell’hotel fa parte di un grande gruppo assieme ad altre 6 strutture. Io ero, comunque, tranquilla perché nelle numerose e-mail scambiate con l’addetta alle prenotazioni mi ero più volte sincerata che la camera (nel frattempo ne aveva trovata un’altra con balcone, su mia richiesta) si trovasse nello stesso hotel dello scorso anno.
Arriviamo a destinazione e, con grande sorpresa, veniamo deviati verso una specie di dependance, limitrofa rispetto al “nostro” albergo, e accompagnati in una camera molto più piccola, trascurata (anche sporca!), con un bagno fatiscente e senza alcuna possibilità di trovare collocazione per le valigie vuote. Praticamente eravamo accampati.
Rinuncio a comunicare con la reception perché nessuno parla italiano e io quando sono agitata non riesco a esprimermi agevolmente in inglese. Non trovo proprio le parole… nel frattempo le avevo perse anche in italiano.
Afflitta da una cervicalgia che non mi dà tregua, passo una notte insonne durante la quale scrivo una e-mail alla ragazza che mi aveva contattata per la prenotazione e do un aut aut: o mi trovano un’altra sistemazione dignitosa oppure partiamo l’indomani stesso pagando solo la notte trascorsa.
Al mattino, quando scendiamo per la colazione, alla reception sanno già tutto. Si profondono in mille scuse, ci chiedono di attendere (offrono pure un caffè, noi decliniamo anche perché avremmo più bisogno di una camomilla, almeno io…) perché gli hotel del gruppo sono pieni ma garantiscono che qualcosa si trova. Dopo nemmeno 5 minuti veniamo accompagnati in un hotel vicino, molto più lussuoso, e ci viene mostrata una suite dotata di tutti i comfort: salotto con megaschermo tv, divano, tavolo da gioco con poltroncine, tavolino da lettura con poltrone giganti, camera con letto kingsize, tanto grande che io e mio marito ci perdevamo di vista, due armadi a muro, un bagno con vasca più grande di quello di casa mia, due balconcini (uno era il trionfo dei glicini e l’oasi delle api ma vabbè…) arredati con tavoli e sedie in ferro battuto.
Rimango senza parole, l’unica cosa frase che mi esce dalla bocca è “The same prize?”, “Of course!” è la risposta. E non basta: veniamo informati che il direttore, per scusarsi, è lieto di offrirci un pranzo, quando vogliamo e senza limiti di portate. Avrei preferito un massaggio gratis (uno degli hotel aveva la spa) ma vabbè…


Ripensando ai due intoppi, ho adesso molto chiaro il motivo per cui mi sono comportata così nella seconda situazione.
Avevo fatto tanto per ottenere la Carta d’Identità valida per l’espatrio, avevo contattato personalmente l’hotel dell’anno scorso, senza passare attraverso le piattaforme di prenotazione on line, convinta di poter ottenere un “trattamento di favore” in quanto cliente (in effetti nel preventivo era già stato calcolato uno sconto), non meritavo proprio di essere trattata così. Se lo scorso anno fossimo capitati in quella camera (intendo la prima, ovviamente), probabilmente non avremmo protestato ma in quell’hotel non ci avrebbero più rivisti.

Da non trascurare il fatto che avevo “carburato” un bel po’ nell’affrontare il primo intoppo. Non dico che per cambiare ci vuole poco, sarei falsa. Ci vuole tantissimo impegno, convinzione e un bel po’ di “carburante” che metta in moto l’assertività. E non è detto che funzioni sempre: anche l’automobile non va avanti in eterno senza benzina. Ogni tanto il pieno lo si deve pur fare.

[immagine animata ballerina da questo sito; immagine Cameron Diaz-prof da questo sito; immagine documenti da questo sito; immagine Hotel da questo sito; le immagini con scritte sono state realizzate con quozio.com]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: DUE GIOVANI LETTORI APPASSIONATI TRASFORMANO UN DOUBLE DECKER IN LIBRERIA ITINERANTE


Si chiama Parole in movimento il progetto che Sara e Simone, due librai del Nord-est, hanno appena lanciato: una libreria itinerante per promuovere la lettura in Veneto e Friuli – Venezia Giulia. Non a caso, lui proviene dalla provincia di Treviso e lei è triestina.

Così Sara racconta l’inizio di questa avventura che condivide con il marito Simone: «Andare per strada con i libri è una cosa che facevamo già da anni. Il nostro scopo era muoverci sul territorio, andare a eventi, incontri con gli autori, mostre-mercato del libro. Collaboravamo con le amministrazioni, le scuole, le biblioteche, le associazioni del Nordest, soprattutto in Veneto e Fvg tra l’area del padovano, del trevigiano e del pordenonese. Un anno siamo stati anche a Gorizia, per il festival “èStoria”. Ma lavorare in quel modo era faticoso: apri e chiudi gli scatoloni, carica e scarica i libri dalla macchina. Allora ci siamo detti che dovevamo trovare un altro mezzo, senza però mai perdere la nostra filosofia: la libreria senza libreria

I due giovani si sono messi, quindi, a cercare uno scuolabus o un mezzo del genere in grado di trasportare i libri, permettendo la realizzazione del progetto. L’occasione è arrivata con un “double decker” di fine anni ’90, dismesso dalla società di trasporti londinese. Sara e Dennis non si lasciano sfuggire l’occasione, lo acquistano e con un salatissimo trasporto da Bristol (5000 euro) l’hanno recuperato a Livorno. Il bus a due piani è l’ideale, come spiegano: «Possiamo distinguere i reparti – il piano terra sarà dedicato agli adulti e quello di sopra ai bambini – ed è di dimensioni accettabili, il che ci permette di muoverci liberamente.»

Allestire la libreria itinerante non è facile. Per coprire le spese e per fare tutti i lavori necessari a trasformare il bus a due piani, ribattezzato Dennis, in una libreria ambulante, Sara e Simone hanno fatto partire una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Ulule, con l’obiettivo di raccogliere 5 mila euro entro il 30 giugno.

«Ci stiamo un po’ scontrando con la diffidenza di alcune persone di donare soldi online», ammette la libraia. «Siamo sotto le nostre aspettative: abbiamo racimolato 700 euro finora». Dopo la raccolta fondi, i lavori continueranno fino a settembre perché c’è tanto da fare: togliere i sedili e sostituirli con scaffali dove esporre i libri e apportare altre piccole modifiche. I due ragazzi sperano di poter partire in autunno con questa nuova e singolare attività.

La curiosità nei confronti di questo progetto non manca ma non basta. Infatti spiegano: «Ci sono arrivati molti inviti e ci sono in ballo anche opportunità interessanti come Pordenonelegge, i festival di Mantova e di Torino e quelli del fumetto. Anche se il nostro sogno è quello di scendere fino in Sicilia: lì siamo in contatto con Giovanni Impastato (fratello di Peppino, ucciso dalla mafia nel 1978, ndr) per fare una specie di autobus della legalità che percorra tutto il Paese organizzando attività culturali. In ogni caso, il nostro progetto è quello di portare i libri dove mancano. Non devono per forza essere zone sperdute tra i monti, penso anche alle periferie delle nostre città dove è difficile realizzare iniziative sulla lettura».

Così una triestina storica dell’arte e lettrice appassionata e un libraio indipendente di Spresiano, che già sei anni fa si è inventato la “Libreria diffusa” per portare i libri a festival ed eventi culturali, stanno per realizzare un sogno: portare in giro un “double decker” pieno zeppo di libri e contagiare con il loro amore per la lettura anche chi magari lettore appassionato non è. Per ora la meta è il Nord-est ma un domani, speriamo, l’avventura potrebbe portare Sara, Simone e Dennis in tutta Italia.

[fonte: Il Piccolo da cui è tratta anche l’immagine]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: I NETTURBINI TURCHI CHE SALVANO I LIBRI


A Çankaya, un quartiere di Ankara, alcuni addetti alla nettezza urbana hanno raccolto dalle immondizie e salvato migliaia di libri.

La raccolta, iniziata per uso personale, è stata poi allargata a tutti i lavoratori e alle loro famiglie. Ma nel tempo il numero dei volumi salvati è aumentato talmente tanto che, in accordo con il sindaco di Çankaya, è stata creata una vera e propria biblioteca pubblica. L’iniziativa è piaciuta agli abitanti del quartiere che hanno iniziato a consegnare agli addetti i libri che non desideravano più tenere donandoli alla biblioteca.

Il luogo scelto è una ex fabbrica di mattoni della zona, che i netturbini hanno arredato con scaffali e tavoli di lettura. Nella biblioteca dei libri salvati ci sono anche delle tavole da scacchi, un caffè e perfino un barbiere. Insomma, una vecchia fabbrica abbandonata è diventata un luogo di aggregazione e ha reso felici molti bibliofili.

Ad oggi, la biblioteca conta più di seimila libri tra letteratura e saggistica, libri per bambini, fumetti e manuali scientifici. Sono addirittura presenti libri in inglese e in francese per i turisti o per i visitatori bilingui. Tutti possono essere presi in prestito per due settimane, o poco più, in caso di necessità, da chiunque lo voglia. La biblioteca è cresciuta enormemente da quando è stata inaugurata, al punto che ha intrapreso ad effettuare diverse donazioni ad altri enti a cui mancano i libri, tra cui scuole, programmi di formazione e persino alle prigioni.

Leggendo questa buona notizia, è stato inevitabile per me fare un confronto con un fatto di cronaca accaduto di recente in Italia: un’operatrice ecologica che prestava servizio a Torino è stata accusata di furto e licenziata perché, a detta dell’azienda per cui lavorava, si è impossessata di un giocattolo trovato tra i rifiuti, contravvenendo al regolamento interno che stabilisce il divieto di appropriarsi degli oggetti destinati alla raccolta. (QUI la notizia)

Che dire? Evidentemente noi italiani abbiamo qualcosa da imparare dai turchi.

UN’ALTRA BUONA NOTIZIA: Hay-on Wye: il paradiso dei lettori e dei librai

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte della notizia: fanpage.it ]

LIBRI: “FLORILEGIO” di SELMA MEERBAUM-EISINGER (a cura di FRANCESCA PAOLINO)

florilegio

Francesca Paolino, autrice della biografia della giovane poetessa vittima dell’Olocausto, ha curato anche l’edizione delle poesie di Selma Meerbaum-Eisinger uscita nel 2015. Nella dettagliata introduzione, la curatrice spiega come la raccolta di poesie della ragazza sia giunta fino a noi, attraverso vicende definite rocambolesche.
L’artigianale quadernetto con la copertina floreale (la stessa che compare nella copertina della raccolta edita da Forme Libere) fu affidato, nell’inverno 1941-42, poco prima della deportazione di Selma in Transnistria, ad un uomo sconosciuto che ebbe l’incarico di consegnarlo alla amica Else Keren. L’anonimo ambasciatore recapitò l’oggetto con le seguenti parole: Devo darle questo da parte di Selma. Me lo ha dato di nascosto stamattina, quando l’hanno portata via con i genitori. Abbia la cortesia di inoltrarlo a Fichman, l’amico di Selma.

Leiser Fichman, però, una volta ricevuto il prezioso dono, decise di fuggire dal campo di lavoro in cui si trovava alla volta del Mar Nero e, temendo di perderlo durante il viaggio avventuroso, preferì consegnare nuovamente il quadernetto ad Else. Era il 1944 e la ragazza, scampata alle deportazioni, a sua volta cedette l’album con le poesie alla migliore amica di Selma, Reneé Abramovici-Micaeli la quale lo portò con sé in un lungo viaggio attraverso la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e la Germania, sino all’arrivo in Israele nel 1948.

Il piccolo tesoro rimase nascosto per un ventennio, complice anche il silenzio che dopo la Seconda Guerra Mondiale era calato sui lager, la deportazione e lo sterminio degli ebrei. Verso la fine degli anni Sessanta, il professore di matematica di Selma, Hersch Segal, colpito da un’antologia che raccoglieva dei versi sul tema dell’Olocausto (Un mosaico di destini…, pubblicata a Berlino Est nel 1968), fra cui anche Poema della Meerabum-Eisinger, cercò le vecchie allieve e riuscì a rintracciare in Israele Reneé. La donna custodiva ancora come un tesoro l’album di Selma e, grazie anche all’interessamento di Segal, la raccolta fu pubblicata in un’edizione privata in Germania nel 1976. Nel 1979 vide la luce la prima edizione pubblica di Blütenlese a cura dell’Università di Tel Aviv.
L’album originale, in cui la giovane poetessa aveva copiato a mano le sue liriche, è oggi conservato a Gerusalemme presso lo Yad Vashem, il Memoriale dei martiri e degli eroi dell’Olocausto.

Nel manoscritto, le poesie sono trascritte in corsivo, con inchiostro nero, e la grafia è piccola e ordinata. Il corpo delle composizioni è centrato sulla pagina, con i titoli per lo più leggermente spostati verso il margine sinistro dei fogli.
La raccolta è composta da 57 liriche in tedesco – di cui 52 originali della giovane poetessa – tre testi in yiddish, due poesie di Paul Verlaine scritte in francese come da originale e una lirica in rumeno di Discipol Minhea. Nella prima parte di Florilegio le poesie sono suddivise nei seguenti capitoli: Fiori di Melo, Lillà scuri, Morelle, Garofani rossi, Astri, Vessilli, Orchidee Esotiche; la seconda parte è suddivisa in: Fiori di tè, Crisantemi bianchi, Papaveri Selvatici, Papaveri da Oppio. La prima poesia del manoscritto, Canto, è a sé stante e fu scritta il 25 dicembre 1939. Selma aveva inoltre scelto di intervallare con immagini di dipinti famosi i propri componimenti.

La poesia che nel manoscritto risulta essere la più “antica” (35esima nell’ordine di copiatura) risale al maggio-giugno 1939, mentre l’ultima (46esima nell’album) è datata 24 dicembre 1941. Secondo l’amica Reneé, Selma avrebbe composto molti altri testi poetici – spesso ne scriveva quattro o cinque nello stesso giorno – e l’album conterrebbe una selezione di componimenti.

Sulla prima pagina spicca la dedica al ragazzo di cui era innamorata: Con amore a Leiser Fichman, come ricordo e ringraziamento per tanta indimenticabile bellezza

manoscritto_poesie

Nell’introduzione di Florilegio, Francesca Paolino riporta anche svariate notizie sulla pubblicazione del 1968, curata da Heinz Seydel, che include un’ampia selezione di testi, poesie scritte nella notte fascista, circondate dal gelido soffio dell’orrore: quali parole gridate nel freddo! (pag. 15 dell’edizione citata di Florilegio). Il resoconto continua, quindi, con l’edizione privata del 1976 e quella pubblica del 1979. Infine, le poesie spurie, testi che in un primo tempo erano stati attribuiti a Selma, scritti in lingua inglese presumibilmente durante il periodo di prigionia. Cosa che a priori non appare strana: la ragazza viveva in un ambiente poliglotta e nello stesso campo di lavoro in Transnistria era detenuto il professor Henner, un insegnante di inglese che aveva portato con sé una grammatica di lingua inglese e una di italiano per dimenticare con lo studio l’amarezza e l’orrore quotidiani. (pag. 36) Tuttavia, Paolino propende per l’attribuzione di “maternità” a Else Keren, l’amica con cui Selma condivise l’amore per i versi.

Interessante, a mio parere, è la riflessione della curatrice circa il parallelo che nell’edizione miscellanea del ’68 era stato tracciato fra Selma e Anne Frank, confronto poi scomparso nell’edizione pubblica di Florilegio del 1979. Come osserva correttamente Paolino, il confronto nasce spontaneo considerando la giovane età delle due vittime della Shoah, ma le personalità sono differenti:

In Anne Frank non troviamo la prontezza di Selma a gettarsi nella mischia, quel coraggio nel non evitare lo scontro, ma anzi nell’aspettarselo fermamente, né percepiamo la “profondità di sentimento e pensiero” e la “stupefacente maturità” dell’agonismo meerbaumiano, la caparbietà e l’intraprendenza della giovane poetessa. […] Entrambe manifestano un grande amore per la natura e hanno lasciato parole di gratitudine per la consolazione derivante dalla sua contemplazione, ma se Selma ama porsi come interlocutore del creato, presenza viva e attiva tra piante e animali, la più timida Anne sente, osservando il cielo da una finestra, tutta la propria piccolezza. (pagg. 26-27 dell’edizione citata)

C’è un altro motivo per cui la scrittrice ritiene non del tutto calzante il parallelo tra le due giovani: Anne aveva scritto il suo Diario durante il periodo trascorso nel nascondiglio, in una condizione limite, mentre le poesie che Selma aveva composto risalgono anche al periodo precedente l’occupazione di Czernowitz e la sua deportazione. Se il quadernetto dalla copertina floreale è arrivato fino a noi, esso raccoglie i testi già composti e trascritti e nessuno scritto autografo abbiamo di Selma risalente al suo internamento a Michajlovka, se non la lettera che Frieda Eisinger ritrovò nel cappotto della figlia e la lettera inviata nel luglio 1942 e miracolosamente pervenuta all’amica Renee Abramovici-Michaeli, anche lei internata in un differente campo in Transnistria.

Sicuramente i versi composti durante gli anni difficili, in cui ogni certezza sembrava svanita, ogni sogno destinato ad infrangersi sulla sagoma appuntita del filo spinato, spine conficcate direttamente nel cuore di una giovane innamorata, soprattutto della vita, trasmettono dolore e consapevolezza che nulla potrà essere come prima.

Mi cullo e continuo a cullarmi
coi sogni al mattino e alla sera
e bevo lo stesso vino drogato
di chi dorme quando è ben sveglio.

Io canto, mi canto una canzone,
canzone di gioia e speranza,
la canto come chi va ma non vede
che non potrà più ritornare.

Io dico e mi dico e ridico una voce,
diceria d’una storia d’amore,
la dico a me stessa e più non le credo,
perché so: non avrà lieto fine.

Io suono, mi suono e risuono il motivo
dei giorni che sono passati,
e mi sbarazzo della verità
e fingo di essere cieca.

Io rido e rido ancora e me la rido
di questo mio giocare.
E invento intricate trame di sogni
che non hanno meta
.
(Ninna nanna per me, Gennaio 1941, da Florilegio, edizione citata, pagg. 104-105)

LIBRI: “UNA VITA. SELMA MEERBAUM-EISINGER (1924-1942)” di FRANCESCA PAOLINO

PREMESSA
Ci sono libri che attendono di essere recensiti, da tanto, troppo tempo.
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) di Francesca Paolino è uno di questi. Mi scuso per il ritardo ma Francesca, con cui sono in contatto da un paio d’anni, forse più, sa che le circostanze sono state “avverse”. Questa biografia meritava momenti tranquilli, chiedeva di essere letta e riletta. Una lettura veloce non le avrebbe dato lo spazio e il tempo adeguato. Ora, a pochi giorni dalla visita che la dott.sa Paolino farà nel liceo in cui insegno, credo che il giusto tempo sia arrivato. Meglio tardi che mai, direbbe qualcuno. E avrebbe ragione.

L’AUTRICE
francesca_paolinoFrancesca Paolino (classe 1978) vive a Roma. Germanista e traduttrice, ha dedicato i suoi studi alla vita della giovane Selma Meerbaum-Eisiger, vittima della Shoah, pubblicandone prima la biografia (Una vita. Selma Meerbaum-Eisiger (1924-1942), Trento, Edizioni del Faro, 2013, e successivamente curando l’edizione delle sue poesie nella raccolta Florilegio (Trento, Edizioni Forme Libere, 2015). La studiosa e scrittrice affianca alle ricerche letterarie le attività di traduttrice e guida turistica.

selmacop

IL LIBRO
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) non è un romanzo, anche se sarebbe bello pensarlo come opera di fantasia perché ciò significherebbe che la ragazzina con il pallino della poesia avrebbe avuto una vita più lunga e, forse, un grande successo come scrittrice. Ma il destino ha troncato la sua giovane vita in un campo di lavoro in Ucraina, dove a soli 18 anni morì colpita inesorabilmente dal tifo.
Francesca Paolino nel suo libro ha ricostruito, con un’attenta analisi delle fonti, la biografia della giovane poetessa Selma Meerbaum-Eisinger, nata a Czernowitz, vecchia capitale della Bucovina (territorio attualmente diviso tra Romania e Ucraina, un tempo facente parte dell’Impero Austro-ungarico) il 5 febbraio 1924 e deportata nel campo di lavoro di Michajlovka, in Transnistria, in seguito alle persecuzioni naziste.

Nel libro della Poalino, la città di Czernowitz è descritta come un microcosmo nel microcosmo, la culla di un eccezionale multiculturalismo. Qui Selma cresce, dimostrando fin da giovanissima una vera e propria passione per la letteratura, favorita da un clima intellettuale vivace, in cui si parlavano almeno una dozzina di lingue, senza contare i dialetti e lo yiddish dei piccoli centri ebraici, anche se la cultura più fiorente era quella tedesca:

Il mito di Czernowitz è quello di un “paradiso perduto” nella regione più orientale dell’Impero, la fucina di una straordinaria vita intellettuale policroma, autonoma, feconda e originalissima (quella della Bucovina è definita la “quinta letteratura tedesca”), temprata dal sacro fuoco del deutscher Geist. (pag. 16 dell’edizione citata)

Come spiega l’autrice in una nota a pag. 18, quando la Bucovina viene annessa al Grande Regno di Romania (1918), nonostante l’affermarsi in un primo momento del bilinguismo tedesco-rumeno e il riconoscimento da parte del Regno di Romania di una certa autonomia agli ebrei bucovini, considerati “minoranza etnica e confessionale”, negli anni Trenta la rumenizzazione del territorio porta all’affermazione di un diffuso antisemitismo con il conseguente peggioramento delle condizioni economiche della famiglia di Selma che aveva già dovuto affrontare il dramma della morte precoce del padre Max, ucciso dalla tubercolosi a soli 29 anni.

La madre Frieda, imparentata con il poeta Paul Celan (il cui cognome di nascita era Antschel), si risposò con Leo Eisinger e non poté garantire alla figlia la stessa istruzione esclusiva impartita al cugino Paul. La giovane poetessa, infatti, “frequentò le scuole pubbliche sia nei quattro anni previsti per l’istruzione primaria … sia per i successivi otto anni di scuola secondaria frequentati all’Hoffmann-Lyzeum nella Altgasse e per l’anno scolastico 1940-41 (anno dell’occupazione sovietica di Czernowitz) alla Jüdische Schule in Austria-Platz. (pag. 28)

Grazie alle fotografie e alle testimonianze di alcuni amici, come Reneé e Margit Bartfeld, è stato possibile ricostruire alcuni tratti fisici e della personalità della ragazza. Alta un metro e sessanta, aveva i capelli castani e crespi che portava costretti in lunghe trecce, operazione complessa che la portava spesso a correre per arrivare in orario a scuola. Selma amava vestire in modo sportivo e pratico, indossando perfino i pantaloni corti, non era attratta dalle mondanità ma piuttosto era “affamata” di poesia, leggeva un libro dopo l’altro, sognava un futuro da scrittrice. (pag. 33)

selma_else

Con l’ingresso nel gruppo sionistico dell’Haschomer Hatzair (“Giovane Sentinella”, nato a Vienna nel 1916 in seguito alla fusione di due precedenti movimenti giovanili), oltre a condividere con alcuni amici la passione per i versi, Selma si lascia trascinare anche dal ballo perché, come ricorda la compagna Else Keren, voleva vivere in pienezza ogni momento. Quasi un presentimento della morte precoce.

Gli Haschomer bucovini erano molto attivi culturalmente e appassionati di letteratura, filosofia e psicologia. Per la giovane poetessa quell’ambiente era l’ideale per coltivare il sogno nel cassetto. La città stessa offriva molti spunti per le sue poesie: Selma amava in particolare il Colle degli Asburgo, nella zona meridionale di Czernowitz, immortalato nei suoi componimenti, teatro di piccoli drammi entomologici o del tripudio di fioriture inaspettate e di luce vespertina (pag. 47), come si legge in una delle sue liriche che, assieme ad altre poesie, andrà a comporre la raccolta Blütenlese (Florilegio).

Selma e i suoi giovani amici trascorrevano le giornate in modo abbastanza spensierato, sperando in un futuro migliore. Pensavano che le difficoltà fossero passeggere e la minaccia nazista lontana: [Era] come un terribile incidente d’auto. Ha coinvolto altri, pensavamo, a noi non toccherà. (pag. 58)

Ma l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche tolse la tranquillità alla comunità ebraica nella Bucovina. Infatti, anche in Romania, nell’autunno del 1939, i controlli sull’attività degli ebrei si fecero sempre più serrati. Il gruppo dell’Haschomer Hatzair, per evitare incidenti, limitò le proprie attività, soprattutto quelle all’aperto. Non al punto da impedire a Selma e alle altre “sentinelle” di festeggiare Chanukkah, la festa delle luci, una delle più importanti per le comunità ebraiche. L’amica Else Keren racconta che la notte della festa (dicembre 1939), durante una passeggiata al Colle degli Asburgo, Selma si fece silenziosa e si chiuse in se stessa. Poi la vidi scrivere nel suo libricino. Il quadernetto, spiega la Paolino, non fu mai ritrovato. Che cosa scrisse quella notte la giovane? Forse prese appunti per la composizione della poesia Farben (Colori):

È così azzurro sulla neve candida,
gli abeti verdi sono così neri,
che il capriolo, sgusciato di soppiatto,
è grigio come la pena senza fine,
che pure scacceresti volentieri.

Scricchiano passi, musica di neve,
e i venti rimandano polvere di fiocchi
sugli alberi velati di bianco.
Panchine come sogni.

Luci calanti vanno con le ombre
in girotondi infiniti.
Remote lanterne brillano d’un chiarore
attutito, preso allo sfavillìo della neve
. (traduzione di Francesca Paolino, pag 60 di Una vita)

Sei mesi dopo, il 20 giugno 1940, l’Armata Rossa entrò a Czernowitz e i romeni furono costretti a cedere la città all’Unione Sovietica. Si diffuse un discreto ottimismo: Credevamo nel socialismo. L’entusiasmo per l’entrata delle truppe russe fu grande. (pag. 61)

Speranze andate presto deluse: in breve, proprio i russi iniziarono la deportazione degli ebrei. Inoltre, nella Bucovina la situazione era molto complessa a causa delle rivendicazioni del Reich per far rientrare in Germania i cittadini tedeschi. Naturalmente ariani. Molti riuscirono a scappare ma i russi, nella notte tra il 13 e il 14 giugno 1941, prelevarono con la forza 3800 cittadini di Czernowitz.
Quando, in seguito, la Romania entrò in guerra a fianco delle potenze dell’Asse, la situazione per gli ebrei si fece ancora più drammatica: il 7 luglio 1941 venne incendiata la sinagoga di Czernowitz e nello stesso anno, il 30 luglio, un’ordinanza firmata dal colonnello Alexandru Riosanu impose agli ebrei degli orari per uscire da casa, costringendoli a chiudere ogni attività professionale e ad appuntare sui vestiti la stella di David. Fu poi costruito il Ghetto, situato nel vecchio quartiere ebraico, circondato da una recinzione di assi e filo spinato ad altezza d’uomo. I due portoni d’accesso erano sorvegliati e gli abitanti dovevano attenersi a rigide regole per quanto riguardava il transito e la possibilità di portare viveri e beni di prima necessità. I più dedussero che la permanenza nel ghetto non sarebbe stata lunga. (pag. 70)

Selma non poteva più muoversi liberamente nella propria città. Molte amiche erano già state deportate dai russi e chi era ancora a Czernowitz, cercava come poteva una via di salvezza:

Quando la guerra arrivò dalle nostre parti, sentimmo di essere derubati della nostra giovinezza. Non ci era più permesso di recarci nei nostri giardini, sui nostri prati – dovevamo cercare nascondigli. In quelle sere lunghe e solitarie Selma scrisse le sue poesie più belle. (pag. 69)

In un primo tempo gli Eisinger riuscirono a rimanere nel ghetto, grazie anche alle “autorizzazioni” che il sindaco della città, Trajan Popovici, era riuscito a far ottenere per evitare la deportazione degli ebrei da parte delle autorità rumene. Ma la situazione precipita nel maggio del 1942, quando i rastrellamenti non lasciano scampo nemmeno alle persone protette dai certificati. Secondo alcune testimonianze, Selma partì per il campo di lavoro, assieme al patrigno Leo e alla madre Frieda, il 7 giugno.

Da questo momento la vita della giovane poetessa di Czernowitz è ricostruita, per sommi capi, in base ad alcune testimonianze, come quella dell’artista trentenne, originario di Suceava, Arnold Daghani il quale assieme alla moglie Anisoara era partito con lo stesso convoglio diretto in Transnistria su cui viaggiava anche la famiglia Eisinger. Nelle pagine del suo diario, che in realtà non avrebbe potuto tenere ma che abilmente aveva “mimetizzato” utilizzando un codice segreto per i suoi scritti, il 6 dicembre 1942 Daghani osserva:

[…] Povera Selma, da qualche tempo è malata. Una volta al ritorno dal cantiere l’ho sentita impegnarsi in una discussione sull’arte e sostenere che se un artista avesse l’intenzione di rappresentare in modo convincente la disumanità del campo, dovrebbe prendere spunto da un giudizio già formato. Ho percepito quest’affermazione come una critica al mio camaieu. Forse avrebbe preferito che avessi immortalato le esecuzioni? […] Perché impoverire l’orrore dipingendolo, disegnandolo? Forse i detenuti desiderano che il mondo sappia esattamente da un tratto di matita ciò che è avvenuto qui nel campo, perché chi potrebbe mai credere alle nostre parole, se dovessimo sopravvivere? (pagg. 86-87)

morte_selma_daghani

Nonostante dal tifo sia riuscito a guarire l’80-85% dei deportati al campo di Michajlovka, la malattia aggredì Selma senza lasciarle scampo. Il 16 dicembre morì e nel suo cappotto la madre trovò una lettera grazie alla quale apprese che, poco prima della scomparsa, la figlia aveva tentato di fuggire dal campo, con l’aiuto di una guardia. Una rivelazione che non deve stupirci: uno spirito libero come Selma non avrebbe mai voluto finire i suoi giorni in un campo di lavoro che l’aveva privata della sua libertà, senza poter godere della bellezza dei luoghi a lei cari, rinunciando ad inebriarsi dei profumi della natura e a lasciarsi accarezzare dal vento.

Il vento canta la sua ninna nanna
con un fruscìo di sogno,
teneramente adula le foglie.
Mi lascio sedurre e spio quel canto
e mi sento come i prati.

Scrosci nell’aria
rinfrescano il mio viso
cocente, racchiuso nell’attesa.
Nuvole in viaggio riversano la bianca
luce che hanno rubato al sole.

La vecchia acacia
spande il suo silenzio
nel tremulo intrico di foglie.
Gli aromi della terra si alzano, salgono
e scendono poi su di me
. (Mattino, da Florilegio, pag. 183, traduzione di Francesca Paolino)

Questa ed altre poesie sono l’eredità che ci è rimasta di Selma Meerbaum-Eisinger. In un quadernetto costituito da una copertina rigida e dei fogli tenuti assieme da un cordoncino, impreziosito da un foglio di carta da regalo con motivo floreale su sfondo azzurro, incollato sul cartoncino che ne costituisce la copertina, la giovane poetessa aveva scritto a mano le sue poesie. Blütenlese (Florilegio) è il titolo della raccolta che testimonia la gioia di vivere, la passione per i versi e, in ultimo, la parte dolorosa della breve esistenza di Selma.

Ricorda l’amica Else Keren: Ella cercava il bello e aveva il dono di trovare qualcosa di bello in tutto. E poi: Se Selma fosse vissuta … quante cose ancora avrebbe potuto darci?

Con la matita rossa, a conclusione della raccolta delle sue poesie dedicate all’amico Leiser Fichman, il ragazzo di cui era innamorata ma non seriamente ricambiata, Selma scrisse:

Non ho avuto il tempo di finire di scrivere.

Chissà quanto altro avrebbe potuto dirci.

***

Quello che colpisce, in particolare, nella lettura di Una vita e Florilegio è la storia di questa ragazza e il suo triste destino, condiviso da milioni di ebrei. Siamo perlopiù abituati a leggere libri di testimonianze che hanno rivelato al mondo l’orrore dei campi di concentramento, della morte nelle camere a gas, della privazione di ogni parvenza di dignità umana. Oppure leggiamo romanzi ispirati a queste storie che, pur essendo opere di fantasia, contribuiscono a lasciare memoria dell’Olocausto.
La particolarità degli scritti della Paolino è, invece, quella di far rinascere, perpetuandone la memoria, non solo una testimonianza ma la vita stessa di questa giovane poetessa che ha lasciato ai posteri oltre al ricordo delle sue sofferenze, che mai sovrastano la bellezza della natura descritta con passione e partecipazione, la prova di un grande talento poetico unito a un amore incondizionato per la vita.
In Una vita si notano soprattutto la cura e la precisione nella ricostruzione biografica attenta ed esaustiva, l’analisi meticolosa delle fonti con cui Paolino ricostruisce anche il contesto storico. In Florilegio l’autrice dà mostra della sua abilità nella traduzione che non è solo “transcodificazione” – passaggio da una lingua all’altra – ma anche resa emozionante dei sentimenti che animavano Selma durante la stesura.
Infine, sia nella biografia sia nella raccolta di poesie, relativamente all’introduzione, la scrittrice utilizza uno stile armonioso che riesce a compensare l’asciuttezza tipica del saggio e rende assai gradevole la lettura. Da entrambi i libri, inoltre, traspare un amore per Selma e l’orgoglio di aver contribuito a diffondere in Italia questa bella storia, seppur amara nella sua conclusione, e un album di poesie «lanciato con forza inaudita attraverso gli anni a venire così da rompere la cortina dell’oblio, attraversando i silenzi del dopoguerra, i pregiudizi sulla lingua tedesca e sulla giovane età che lo creò» (Florilegio, pag. 9).

[immagini tratte dal libro di F. Paolino e dal web. Nel caso in cui alcune di esse siano coperte da copyright, prego i soggetti interessati di contattarmi per e-mail]

CONTINUA>>>

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: BABY PROSTITUTA RISARCITA CON LIBRI SULLE DONNE

baby-prostitute
Ricordate le baby prostitute dei Parioli? Le ragazzine che a 15 anni si vendevano per ricariche telefoniche o abiti e accessori griffati hanno sconvolto l’opinione pubblica nel 2013 e costretto a riflettere sull’assenza di valori e la complicità di almeno una delle madri che aveva spinto la figlia, appena quattordicenne, a vendere il proprio corpo per poter pagare i debiti.

Questa storia non ha nulla di buono, di certo non è una #buonanotizia. Ma la decisione dei giudici del Tribunale di Roma che oggi hanno messo la parola fine a questa triste storia, condannando uno dei clienti, è davvero una bella notizia.

Un 35enne, allora cliente delle baby-squillo, è stato condannato (oltre che a 2 anni di reclusione) a risarcire la ragazzina costituitasi parte civile, comprandole 30 libri e 2 film su «la storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere». Questo è il seguito dell’inchiesta condotta dalla pm Cristiana Macchiusi e del procuratore aggiunto Maria Monteleone sul giro di prostituzione minorile nel quartiere Parioli a Roma.

L’avvocato della minorenne aveva chiesto 20mila euro di risarcimento per danni morali. Ma il giudice Di Nicola, membro del comitato per le pari opportunità presso il consiglio giudiziario di Roma, ha ritenuto opportuno un altro tipo di risarcimento che in qualche modo potesse anche essere riabilitativo per una ragazzina che si era lasciata travolgere da questa squallida storia, mettendo in secondo piano i valori e sottomettendosi al “dio denaro”.

Secondo il dott. Di Nicola i libri hanno lo scopo di “insegnare alla baby squillo come curare e rispettare il proprio corpo e dare così valore alla propria identità di donna”. Tra le autrici consigliate vi sono scrittrici come Hanna Arendt, Natalia Ginzburg, Sibilla Aleramo, Oriana Fallaci, Anna Frank, Marguerite Yourcenar e altre.

Le motivazioni della sentenza non sono state depositate ma questa decisione così fuori dai canoni, anticipata dal giudice, sta facendo parecchio discutere.

Io non so se la decisione del magistrato otterrà l’obiettivo prefissato ma ritengo che sia, oltre che originale, impeccabile dal punto di vista educativo. Acconsentire a un risarcimento in denaro, infatti, avrebbe posto l’accento sul valore dei soldi che, in questa brutta storia di prostituzione minorile, avevano avuto un ruolo di primo piano.

Non so nemmeno se la lettura dei libri verrà apprezzata dalla ragazzina ma credo che i soldi non ripaghino della perdita di valori mentre l’esempio di donne famose che hanno combattuto per difendersi dal maschilismo imperante o dagli abusi perpetrati a loro danno, sia morale sia fisico, non ha prezzo.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]