12 gennaio 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SPELACCHIO DIVENTERÀ UNA CASETTA PER MAMME

Posted in La buona notizia del venerdì, Natale tagged , , , , , , , a 2:03 pm di marisamoles

PREMESSA: timidamente riprendo (sperando di poter onorare l’impegno) la pubblicazione delle “Buone notizie del Venerdì” che l’amica blogger Laurin42 ha continuato indefessamente a pubblicare sul suo blog.
BUONA LETTURA.

Il primato dell’albero più brutto (ma a modo suo bellissimo!) del Natale 2017 va attribuito a “Spelacchio” che fino a ieri ha troneggiato, pur con il suo rado fogliame, a Roma in Piazza Venezia.

Anche la storia del suo smantellamento è incredibile: gli operai della ditta addetta alla rimozione avevano già iniziato a togliere gingilli e luci, quando dal Campidoglio arriva un dictat: rimontare tutto. Infatti, la Giunta comunale vuole che Spelacchio “sopravviva” per qualche giorno ancora, quindi, per motivi di sicurezza tutto è stato rimesso al suo posto, compresa la stella che campeggiava in cima. Ma non è tutto. Il sindaco Virginia Raggi ha stabilito che all’abete debba essere concessa nuova vita: diventerà una casetta per mamme e neonati.

Il legname, dopo lo smantellamento, sarà trasportato in Trentino dove verrà trasformato in una casetta in legno, la “Baby little home”, munita di fasciatoio che consentirà alle mamme di accudire i propri bambini, allattandoli in tutta tranquillità e con discrezione. Una volta realizzata, questa casetta verrà donata all’amministrazione capitolina.

Così la Raggi giustifica la decisione:

“Con il passare dei giorni Spelacchio si è conquistato la simpatia e l’affetto della stragrande maggioranza delle persone. Ora avrà una nuova vita. Vogliamo fare di questa star internazionale un esempio concreto di riuso creativo, perché tutto può tornare a nuova vita. Un modo concreto per dimostrare al mondo che Roma vuole essere sostenibile e persegue con convinzione la strada del riuso, riciclo e recupero di materia”.

A testimonianza di tanto affetto, i numerosi selfie scattati con sullo sfondo l’albero più celebre d’Italia (anche se la fama ha valicato i confini nazionali) e che non si può smaltire come un alberello qualsiasi. E ai piedi del tronco sono stati lasciati, da grandi e piccini, tanti bigliettini con varie scritte come: “Se ti vedono brutto è solo invidia”, “ti voglio bene”, nuovo “Pasquino” romano.

Come nella fiaba del brutto anatroccolo, anche “Spelacchio” alla fine, a modo suo, diventerà un cigno.

[link della fonte; immagine da questo sito]

Annunci

5 gennaio 2018

CHE C’ENTRA LA BEFANA CON I RE MAGI?

Posted in bambini, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , a 4:51 pm di marisamoles


Il 6 gennaio, com’è tradizione, si festeggia l’Epifania (dal greco epiphaneia che significa “apparizione”), ricordando l’apparizione della stella cometa che portò i re Magi al cospetto di Gesù bambino.

Sappiamo anche che i bambini attendono questa festa, l’ultima di una serie iniziata con la festività del Natale (tanto che un celebre detto recita: “Per ultima viene l’Epifania che tutte le feste si porta via…”), perché sanno che arriverà la befana con i doni.

Ma che relazione c’è tra l’Epifania e la befana? In effetti l’appellativo della vecchietta che riempie le calze con i suoi doni si deve, in un certo senso, alla storpiatura del termine greco epiphaneia: passato al latino epiphania, attraverso il linguaggio popolare, diventa prima Pifania, poi Bifania, fino alla distorsione del termine nella parola finale “Befana”.

Ci sono, inoltre, delle fiabe o leggende che mettono in relazione i re Magi e la befana. Ad esempio questa storia graziosa scritta da don Giampaolo Perugini:

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti. Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente.
Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.
Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa.
Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re mago uscisse per riprendere il suo viaggio.
Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.
Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.
Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.
Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re mago: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.
Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.
Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.
E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.
Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.
È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare. [il testo è stato copiato da questo sito]

Che dire? A me questa fiaba piace moltissimo e finalmente è chiaro perché proprio la notte dell’Epifania arriva la befana per i bambini buoni… e anche un po’ per quelli non troppo buoni affinché tutte le calze siano piene.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

31 dicembre 2017

BUON 2018…. CON UN PIATTO DI LENTICCHIE

Posted in auguri, buon anno, fortuna, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , a 4:30 pm di marisamoles

Sono molte le tradizioni che accompagnano l’arrivo di ogni nuovo anno, soprattutto legate al cibo.

Gli spagnoli, ad esempio, a mezzanotte sono soliti mangiare dodici chicchi d’uva, uno per ogni rintocco. C’è anche un proverbio che recita: “Chi mangia l’uva per Capodanno conta i quattrini tutto l’anno”.

Anche la melagrana pare abbia effetti benefici e non solo per il suo contenuto di vitamine. Non è una novità visto che già nella mitologia greca il melograno era una pianta sacra a Giunone e a Venere. Tuttora simboleggia fertilità e ricchezza per i suoi gustosi “grani” rossi che in cucina possono essere impiegati in numerosi modi.

Le più famose, almeno da noi, sono le lenticchie. Ma il fatto che portino soldi, come generalmente si crede, non è una moderna invenzione. Infatti già gli antichi Romani avevano l’abitudine di regalare una borsa di cuoio chiamata “scarsella”, solitamente legata alla cintura, piena di lenticchie. L’augurio era che i legumi tondeggianti si trasformassero in monete. Questo spiegherebbe anche il nome della lenticchia che deriva dal latino lens, “lente”, ed è legato alla forma del legume che ricorda quella di una moneta.

Ora, le lenticchie possono piacere o meno ma il desiderio di avere qualche soldo in più nella “scarsella” credo accomuni un po’ tutti noi. Per questo AUGURO A TUTTI I LETTORI UN BUON 2018 se non ricco almeno fortunato e sereno.

[altre curiosità sui cibi portafortuna QUI; immagine da questo sito]

24 dicembre 2017

IL MIO PRIMO NATALE DA NONNA

Posted in affari miei, amore, auguri, famiglia, figli, Natale, poesia tagged , , , , , , , , , , a 4:18 pm di marisamoles

Domani il mio nipotino compirà 3 mesi. Questo tempo è volato davvero in fretta e, purtroppo, gli impegni scolastici sempre più pressanti mi hanno impedito di vedere troppo spesso il mio piccolino. Ma ogni volta che riesco ad incontrarlo, è tutta una scoperta.

Nato abbastanza piccolo, ora ha raggiunto un peso più che ragguardevole. La sua faccina piccina piccina è diventata tondetta. Gli occhi, sempre più aperti perché le ore di sonno sono diminuite di giorno, sembrano essersi decisi a rimanere azzurri, come quelli della mamma e della nonna. Lo sguardo è vispo, si aggira curioso alla ricerca di cose nuove da scoprire, come ad esempio le collane della nonna. La boccuccia a forma di cuore ormai dispensa sorrisi a destra e a manca. I sorrisi poi diventano risate sonore e talvolta, da tanto ridere, gli viene il singhiozzo.

Non so descrivere bene il mio essere nonna. L’amore per i propri figli certamente non ha confini né limiti. Però, quando osservo il mio nipotino, credo di amarlo più di ogni altra persona al mondo. Probabilmente non è più amore, è amore diverso. Con i figli piccoli spesso si è in preda ai timori, si è vinte dalla stanchezza. Il fatto che io ora sia una nonna e non una mamma penso mi sgravi da tante responsabilità che nell’essere genitori possono rendere più complesso il rapporto con il proprio figlio.

Ricordo che ero talmente stanca da pregare che i miei bimbi dormissero il più possibile, per riposare ma anche per sbrigare le faccende domestiche che era sempre molto complicato portare a termine. Ora, quando vado a trovare il mio nipotino, spero che non dorma ma se succede, leggo nello sguardo della sua mammina quella preghiera silenziosa – “Ti prego, non lo svegliare!” – che mi fa tornare indietro nel tempo e capisco che, se non riesco a vedere gli occhietti azzurri del mio piccolino, pazienza, lascio che dorma beato (anche nel sonno sorride!) e lo contemplo come se fosse il quadro migliore dell’artista più celebre.

E’ il bambino più bello del mondo. Ogni bimbo lo è, a modo suo, e d’altronde se ogni scarrafone è bell’ a mamma soja…. figuriamoci a nonna soja!

Domani, però, si festeggia la nascita di un altro Bambino ed è giusto che la nonna si metta da parte e che auguri a tutti un Felice Natale e buone feste.

Vi lascio con una poesia molto bella di Umberto Saba, mio concittadino illustre.

A GESU’ BAMBINO
La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

[immagine da questo sito]

25 settembre 2017

LETTERA A MIO FIGLIO CHE È DIVENTATO PAPÀ

Posted in affari miei, amore, bambini, famiglia, figli tagged , , , , , , , a 6:37 pm di marisamoles


Caro Matteo,
oggi sei diventato papà e mi hai fatto tornare indietro di 29 anni e 5 mesi esatti, quando non riuscivo a staccare gli occhi dal frugoletto moro con la crestina punk che ti avevano fatto le puericultrici del nido.

Stamattina ho provato quella stessa sensazione di ammirare estasiata il miracolo della vita, senza riuscire a staccare lo sguardo da quel frugoletto biondo che sembrava un bambolotto nonostante le poche ore di vita. Tuo figlio. Mio nipote. Un’emozione indescrivibile.

Tu papà. Sono questi i momenti in cui una madre pensa di aver fatto un buon lavoro, di aver sofferto, sì, ma anche provato tanta felicità e gioia per creare quel capolavoro assoluto che è la vita. Basta darle il giusto valore.
Io oggi sono a qui a scrivere a te, per te, qualcosa che ho tanto pensato, nei mesi passati, ma è come se ora i pensieri si frantumassero in un puzzle che non so ricomporre. Questo è l’effetto della felicità.

Eppure qualcosa vorrei dirti. Chiamale se vuoi Istruzioni per l’uso. Magari ti dirò qualcosa di scontato, da dimenticare subito. O forse qualcosa che rimarrà nella tua mente o piuttosto nella tua anima negli anni a venire.

Inizierò col dirti quello che non devi fare.

Non credere a chi ti dirà che mettere al mondo un figlio è una passeggiata. Il cammino non sarà mai semplice, pur riservando tante gioie. È come scalare una montagna: solo quando sarai in cima capirai di aver fatto un buon lavoro.

Non credere a chi ti dirà che si può essere genitori perfetti. La perfezione non esiste in quello che è il mestiere più difficile del mondo. Ogni tanto si può cadere, l’importante è rialzarsi pensando a ciò che ancora deve venire e non a quello che ormai si è fatto. La vita dà sempre mille occasioni, non dimenticarlo.

Non credere a chi ti dirà che crescere ed educare un figlio sia semplicemente un dovere. Sarà anche un piacere ed ogni piccolo passo del tuo bambino ti ricorderà che c’è tanta strada da fare ancora, con fatica, a volte sconforto, ma sempre con tanta felicità.

Non credere che le cose siano immodificabili. Anche quando ti troverai davanti alle difficoltà – ci saranno e le affronterai come tutti – ci sarà sempre uno spiraglio. Basta non perdere la fiducia, senza aspettare che le cose cambino da sole. Tu e Silvia, mamma e papà, sarete sempre il cambiamento per il vostro piccolo.

E ora vorrei dirti quello che devi fare.

Sii per la tua famiglia un pilastro, non abbandonare mai il cammino, non lasciarti sopraffare dalla stanchezza, nemmeno quando stanco lo sarai davvero.

Sii felice di ciò che hai, perché hai tanto davvero. La felicità non si misura in beni materiali ma nelle emozioni che la vita ti offre ogni giorno. E con il tuo bambino ne scoprirai di nuove ad ogni suo piccolo passo, ad ogni suo versetto, parola, pianto. Lui ti guarderà negli occhi e ti trasmetterà con il suo sorriso eterna gratitudine. Ancora non lo puoi capire ma lo capirai.

Confida in te stesso e nelle tue risorse. Qualcuno pensa che mettere al mondo un figlio oggi sia un atto di coraggio. In parte lo è ma, secondo me, è soprattutto un atto di fiducia nella vita.

Altro non voglio dirti. Forse sono stata fin troppo noiosa e per questo mi scuso. Ancora una cosa: ti amo tantissimo, amo il mio nipotino e la sua dolce mamma. E a voi dico grazie perché oggi è come se mi aveste donato un pezzo di vita in più.

La tua mamma e neo-nonna Marisa

9 luglio 2017

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DI UN ANNO SCOLASTICO

Posted in affari miei, famiglia, lavoro, MIUR, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , , , a 4:35 pm di marisamoles


Domani ci saranno gli scrutini integrativi per il recupero dei Debiti Formativi. Nel mio liceo si “saldano” a luglio per far passare in pace – almeno si spera – il resto dell’estate agli allievi, peccato però che di fatto le ferie dei docenti (e non dico “vacanze” perché quelle spettano agli studenti!) non possano iniziare dal 1 luglio come dovrebbero. Poi ci sono anche i professori impegnati negli esami di maturità e ne avranno fino a metà mese. Con buona pace di chi, alla fine delle lezioni, inesorabilmente tuona con la solita litania degli “insegnanti che hanno tre mesi di vacanza”.

Vero è che dal 14 giugno, giorno in cui sono finite le lezioni, non ho passato tutti i giorni a scuola. Ma il nostro lavoro va al di là delle 18 ore di lezione e, specialmente alla fine dell’anno scolastico, ci sono delle incombenze, perlopiù burocratiche, che impegnano molte ore anche se lasciano la libertà di scegliere quando svolgerle. Questo è il punto: se non ti fai vedere a scuola tutti i giorni e se svolgi questo “lavoro sommerso” a casa, magari di notte, tu per gli altri – quelli che la scuola l’hanno solo frequentata da studenti e non si fanno sfuggire l’occasione di pontificare – sei “in vacanza”. Se poi qualche ora si passa all’interno dell’edificio scolastico per riunioni, scrutini, sorveglianza agli esami, con il termometro che spesso arriva a 27°C, che sarà mai! Specialmente se il resto del tempo te lo puoi godere facendo ciò che ti pare e piace, percependo un regolare stipendio che ti viene accreditato sul conto corrente bancario ogni 23 del mese… pure quando sei in “vacanza”!

Non è così che funziona. Sono stanca di ripeterlo e sono soprattutto esausta dopo un anno scolastico che, più il tempo passa, più pesante diventa. E non solo perché si invecchia, anche se l’età media dei docenti supera i 50 anni ed è normale che si senta anche il peso degli anni.

Io capisco che ci sono anche quelli che possono davvero sentirsi in vacanza e non arrivano nemmeno tanto stremati a giugno. Non voglio puntare il dito contro nessuno ma davvero ci sono docenti che hanno un lavoro più “leggero” e che certamente non devono correggere 1000 compiti di italiano o latino, che richiedono molta attenzione e un dispendio di tempo notevole poiché non sono test a crocette che si correggono in un’ora, come faccio io.

Diciamo, poi, che ciascuno ha anche dei problemi personali da affrontare che possono rendere molto pesante il lavoro a casa, proprio perché non si può disporre delle ore che rimangono una volta finite le lezioni, che devono invece essere dedicate o a figli piccoli o a genitori anziani. Mettiamoci pure i problemi di salute che, dato l’aumento dell’età della pensione, non mancano di certo. Se penso che quand’ero agli inizi della carriera alcuni colleghi – soprattutto colleghe – andavano in pensione, a 40 anni con 16 di servizio e 4 di riscatto universitario, mi viene una rabbia soprattutto pensando che noi lavoriamo per pagare le loro pensioni che sono di tutto rispetto. Mentre a noi resteranno le briciole e anche la cosiddetta “buonuscita”, regolarmente accantonata, ci verrà data a rate due anni dopo il ritiro effettivo dal lavoro. Quando avremo 67 anni, se basta.

Ecco, posso dire che quello che ha reso oltremodo pesante quest’anno scolastico che mi sto finalmente lasciando alle spalle, è il malumore. Perché davvero non c’è rispetto per il nostro lavoro, perché tutti son pronti a dire la loro sminuendo non solo la nostra professione ma anche l’efficacia stessa di quel che facciamo. “La scuola che boccia è una scuola perdente!”, quante volte l’abbiamo sentito? Ed è perdente perché gli insegnanti sono incapaci, sono dei mangia-pane-a-tradimento nell’accezione più pura del detto popolare: “uomo disutile e buono solo a mangiare” (Antonini,1770, Tommaseo, 1867, Rigutini,1937). Insomma, dovremmo essere più bravi per non lasciare nessuno indietro. E che dire, allora, del contributo che gli studenti danno? Che dire del loro reale impegno per raggiungere gli obiettivi? Che dire delle famiglie, sempre pronte a difendere i pargoli, puntando il dito contro i docenti che non capiscono, non giustificano, non motivano, non incentivano…

A questo punto voglio chiarire che personalmente non mi sono trovata in situazioni a tal punto sgradevoli, anzi, ho profonda stima dei miei studenti che ho aiutato, premiando l’impegno, e sollecitato a studiare di più per ottenere migliori risultati confidando nelle loro potenzialità. Ho sempre buoni rapporti con i genitori e molti di loro mi ringraziano per quello che faccio. Però ciò non basta a togliermi di dosso quel malumore che aleggia su tutta l’istituzione scolastica, indipendentemente dall’ordine e grado di scuola, dalle regioni d’Italia, dalle città o periferie.

La scuola è malata, forse. Ma non c’è nessuno al suo capezzale ad assisterla. Non c’è un ministro – dico uno o una… e ne sono passati tanti sotto i miei occhi nei 34 anni d’insegnamento… – che trovi davvero una cura. Ma è malata la scuola, non i docenti, non i dirigenti, non gli studenti.

Prendiamo ad esempio la cosiddetta #buonascuola. A dispetto del nome, è stata ed è una pessima riforma, anzi, non merita nemmeno l’appellativo di “riforma” perché non ha riformato nulla ma ha peggiorato molto di quello che prima nella scuola funzionava. Non voglio entrare nei particolari (d’altronde pubblico questo post sul mio blog principale e non su laprofonline, proprio perché vuole essere uno sfogo personale e non un post tecnico), ma prendiamo ad esempio i finanziamenti alla scuola.

Molti equiparano la scuola a un’azienda. Allora mi dicano quale impresa può sopravvivere senza fondi… noi non produciamo ricchezze che poi possiamo reinvestire, abbiamo solo bisogno di soldi per offrire un servizio decente. Ma lo Stato latita da questo punto di vista e non fatevi ingannare dai vari ministri che si sono vantati e si vantano di destinare alla scuola italiana sempre più fondi. Il problema è che questi soldi non bastano, sono come una goccia d’acqua nell’oceano, ma questo nessuno lo capisce.
Quindi, le scuole come sopravvivono? Con i contributi “volontari” delle famiglie. “Se sono volontari, nulla è dovuto!”, tuonano ogni anno le varie associazioni dei consumatori. Ma ignorano che una parte del contributo è dovuta per le “spese vive” (libretto personale per le giustificazioni, materiale vario che i docenti distribuiscono tramite le fotocopie, l’utilizzo dei laboratori, i servizi più disparati destinati agli studenti, le attività extracurricolari… sono solo degli esempi) e che spesso nemmeno la modesta somma dovuta viene versata.

Rendiamoci conto che in alcune scuole non vengono nemmeno sostituiti i docenti assenti con personale supplente perché non ci sono soldi. E anche quei fortunati supplenti che ottengono un incarico annuale, aspettano mesi prima di ricevere lo stipendio. Vi pare un’azienda che funziona questo tipo di scuola?

Vogliamo una scuola vivace, interessante, stimolante, accogliente, inclusiva e chi più ne ha più ne metta. Giustissimo, per carità, ma con quali soldi? Ora c’è il PON (Programma Operativo Nazionale) che include progetti pluriennali che ogni scuola, se vuole, può proporre e, se i progetti vengono considerati validi, allora arrivano tanti bei soldini elargiti dalla UE. Se…

Per partecipare al PON, però, ci vogliono i progetti, bisogna stabilire quanti e quali siano necessari ma soprattutto meritevoli d’attenzione da parte del Ministero e quanti e quali possano essere davvero accattivanti per gli studenti, si devono compilare pagine elettroniche infinite (ormai si fa tutto on line ma “la mente che crea” non è così veloce…), inviare il tutto entro i termini e stare attenti che le scadenze non sfuggano, incrociando le dita in attesa del responso finale che però arriva mesi dopo. Diciamo che c’è pure il tempo di dimenticarsi del PON.

Fin qui tutto bene, a parte il tempo speso per assolvere a tutte le questioni elencate (io ne ho speso parecchio, per dire, e tutto in orario extrascolastico però a scuola, così almeno mi si vedeva al lavoro!). Ma quando penso che l’obiettivo – inutile nasconderlo – del MIUR è quello di destinare meno soldi alle scuole perché tanto c’è il PON, ecco che il malumore aumenta.

A tutto ciò si aggiungono i problemi personali, come dicevo all’inizio. Io ho dovuto affrontare la rovinosa caduta di mia mamma con conseguente frattura del femore, nonché i problemi di salute di mio papà che sto ancora affrontando. E anche la mia salute non è proprio eccellente: verso la fine delle lezioni sono finita al Pronto Soccorso con i sintomi dell’infarto… tutto a posto, ha detto il medico che mi ha assistito nell’emergenza, ma “fossi in lei farei dei controlli ulteriori”. E così, di controllo in controllo, passerà tutta l’estate e il mio malumore, e anche la mia ansia, non può che peggiorare.

Ecco in estrema sintesi come mi sento. Ho sempre dato tanto al lavoro, spesso sottraendo tempo alla famiglia, quando i bambini erano piccoli e avevano più bisogno di me. Ho visto convivenze e matrimoni naufragare per questo motivo, perché a volte anche chi vive accanto a noi non capisce. “Ma chi te la fa fare per quei due soldi?”, chiedono. Io non ho mai pensato allo stipendio, perché amo il mio lavoro e ci metto passione in tutto quel che faccio. Ma non ci posso rimettere la salute ed è questo pensiero che attualmente mi turba.

Le colleghe che sono andate in pensione prima della malefica Legge Fornero alla mia età avrebbero avuto 2 o 3 anni davanti. Io ne ho 10 se va bene, ma probabilmente saranno 11. Posso dire che sono di malumore, che mi sento sfruttata (ho iniziato a insegnare prima ancora di laurearmi!), che non tollero questa ingiustizia, questo protrarsi degli anni in cattedra che mi pare sempre più una condanna ai lavori forzati? Posso dire che non vedo roseo il mio futuro, sotto nessun punto di vista?

Sono solo stressata e vedo tutto nero? Può darsi, anzi, lo spero. Magari a settembre rileggerò questo post e sorriderò. Ma molto probabilmente il prossimo luglio ne scriverò uno molto simile perché ho poche speranze che le cose cambino.

AUGURO A TUTTI UNA

Nel frattempo mi trovate QUI.

17 aprile 2017

PASQUETTA: ORIGINI E SIGNIFICATO DELLA FESTA

Posted in Gesù, Giovanni Pascoli, Pasqua, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , , a 1:37 pm di marisamoles


In realtà la giornata di Pasquetta viene ricordata dalla Chiesa come Lunedì dell’Angelo o anche Lunedì in Albis o, secondo il calendario liturgico, lunedì dell’Ottava di Pasqua. Fin dal dopoguerra è una giornata festiva, un po’ come lo è santo Stefano, il 26 dicembre, con l’intento forse di allungare di un po’ le feste pasquali.

Il termine Pasquetta ha origine popolare e per tradizione questa è una giornata in cui si sta all’aria aperta, dedicata a pic nic e spensieratezza, meglio se in compagnia, naturalmente. Il fatto che si chiami anche Lunedì dell’Angelo in realtà deriva da una errata interpretazione di questo passo dal Vangelo di Marco (16, 1-8a):

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore.

Passato il sabato dovrebbe far capire chiaramente che il giorno in cui le tre donne si recarono al sepolcro di Gesù, incontrando l’angelo che rivelò loro la resurrezione di Cristo, era la domenica. Tuttavia, quando poi si legge il primo giorno della settimana si è portati a far riferimento alla giornata di lunedì, che appunto dà inizio alla settimana. Non dimentichiamo, però, che il testo del Nuovo Testamento si inserisce nel contesto ebraico che considera il sabato come giornata di festa e, di conseguenza, la settimana inizia con la domenica. Seguendo lo stesso ragionamento, per gli Arabi musulmani, che considerano il venerdì la giornata festiva, la settimana inizia dal sabato.

Convenzionalmente, svincolandosi dalle religioni, in Europa la settimana inizia dal lunedì, mentre nel Nord America il primo giorno è la domenica e nei paesi arabi è sempre il sabato.

Il termine Pasquetta ormai ha sostituito la vera denominazione di questa giornata che nemmeno per la Chiesa è di precetto. Ciò non toglie che qualcuno preferisca ricordare il significato religioso di questa giornata festiva. Nel 1991 l’allora Papa Giovanni Paolo II in un discorso tenuto il 1 aprile ci tenne a precisare:

Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”. È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale.

Un proverbio italiano dice: «La notte di Pasquetta, parla il chiù con la civetta», per indicare che in questa occasione la pace della Pasqua coinvolge tutti, anche uccelli diversi tra di loro (il chiù è il nome con cui è conosciuto l’assiolo, dal suo verso, e a esso è dedicata anche una poesia di Giovanni Pascoli).

[fonti: blog.graphe.it, wikipedia.org, curiositaeperche.it immagine da questo sito]

16 aprile 2017

BUONA PASQUA

Posted in auguri, Buona Pasqua tagged , , , a 9:21 am di marisamoles

A tutti i lettori auguro una felice Pasqua piena di serenità e pace.

[immagine da questo sito]

23 marzo 2017

ECCO URSUS, LA GRU PIU’ FAMOSA DELLA TV… GRAZIE A #LAPORTAROSSA

Posted in attualità, spettacolo, televisione, Trieste, web tagged , , , , , , , , , , , a 6:05 pm di marisamoles


Ha chiuso in bellezza, con il 14.1% di share (3.471.000 spettatori), l’ultima puntata della fiction targata Rai2 “La Porta Rossa”. Ideata da Carlo Lucarelli per la regia di Carmine Elia, la fiction ha visto come protagonisti gli attori Lino Guanciale, nelle vesti di Leonardo Cagliostro, poliziotto-fantasma, Gabriella Pession che ha interpretato Anna Mayer, la moglie, nonché vedova, di Cagliostro e Valentina Romani, nei panni di una ragazza sedicenne con il potere di vedere e interagire con i morti. La trama aveva tutti ingredienti per tenere incollati davanti alla tv milioni di telespettatori, con una suspance per niente mitigata dall’assurda, se vogliamo, figura del protagonista che, da morto, riesce a risolvere i casi più difficili della sua carriera, compresa la sua morte.

Ma la vera protagonista di questa fiction, per cui è già in programma il seguito (si sa che i fantasmi non muoiono mai e a Guanciale il ruolo è assicurato!), è stata la splendida città di Trieste che, grazie alla Film Commission Friuli-Venezia Giulia, sempre più rappresenta il set ideale per cinema e tv.

Ho letto sui social e sui quotidiani commenti entusiastici sulla città giuliana: il mare, l’altopiano carsico, gli splendidi edifici, in molti dei quali ancora si respira un’atmosfera austro-ungarica, le luci che si specchiano sulle acque del golfo, i locali caratteristici come il Caffè San Marco… insomma, un set davvero strabiliante.
Ma la protagonista assoluta della fiction, nonché la più ammirata dai telespettatori e dai fan de #laportarossa, è stata senza ombra di dubbio Ursus. Lo stesso Guanciale, in un tweet, ha lasciato presagire un seguito alla fiction salutando Ursus con un arrivederci.

Per chi, come me, ha vissuto e vive a Trieste, Ursus è un’istituzione, quasi alla pari con il “melone” (l’acroterio simbolo di Trieste insieme all’alabarda) che un tempo sovrastava il campanile di San Giusto, la cattedrale cittadina. Ma cos’è Ursus?


Ursus è la gru galleggiante che ha oltre cent’anni, essendo stata varata il 29 gennaio del 1914, e che attualmente è ormeggiata a una banchina del Porto Vecchio. Dal luglio del 2011 è monumento nazionale e questo status giuridico la protegge dallo smantellamento, anche se necessita in modo evidente di un restauro, aggredita com’è da salsedine e ruggine.

Per 80 anni Ursus ebbe il primato della gru galleggiante più potente del Mediterraneo. Con i suoi quasi 80 metri di altezza e una stazza maggiore di 1000 tonnellate, fu progettata per costruire a Trieste le nuove corazzate della Marina imperiale austroungarica che avrebbero dovuto superare per dislocamento e calibro delle artiglierie la Viribus Unitis e le altre tre unità della stessa classe. Allo scoppio della prima guerra mondiale, le risorse economiche destinate alle nuove potenti corazzate furono azzerate e, di conseguenza, anche Ursus rimase un progetto irrealizzato.
Si dovette aspettare il 1930 per riprendere i lavori: infatti per costruire il nuovo transatlantico, il Conte di Savoia, la presenza di una potentissima gru galleggiante sarebbe stata indispensabile. L’Ursus fu completato nel dicembre del 1931 e iniziò subito a fornire un supporto prezioso all’attività del San Marco.

Ursus è decisamente la gru dei record: ad esempio l’installazione dei tre giganteschi giroscopi Sperry, ciascuno dalla massa di 150 tonnellate, che avevano il compito di smorzare il rollio del Conte di Savoia, fu possibile grazie al supporto di Ursus che sollevò i giroscopi a 40 metri d’altezza per favorire il loro inserimento nello scafo del transatlantico. In seguito Ursus partecipò alla costruzione della Vittorio Veneto e della Roma, le sfortunate corazzate della Marina italiana impiegate durante la seconda guerra mondiale. Infine il pontone fu di supporto alla realizzazione dell’ultimo transatlantico del nostro Paese, la Raffaello, che costituì anche l’ultima commissione prestigiosa per il cantiere San Marco di Trieste.

Protagonista di un’insolita navigazione in solitaria, la gru galleggiante fu sospinta al largo, nonostante la notevole stazza e l’ancoraggio, dalla bora che, incurante del passato glorioso di Ursus, la trattò come fosse una barchetta di carta. Era l’inizio di marzo del 2011 e il vento fortissimo portò la gru a più di tre miglia dalla costa. Fu recuperata, mentre andava alla deriva, dai rimorchiatori che l’hanno raggiunta, affrontando un mare spumeggiante e impossibile. (ne ho parlato QUI)

Insomma, una brutta avventura fortunatamente finita bene per Ursus. Mai, tuttavia, avrebbe pensato di diventare in qualche modo la protagonista di una serie televisiva. Ormai in tutta Italia è diventata una specie di star. Speriamo solo che il restauro annunciato e mai realizzato si faccia in tempi brevi, magari con il contributo della Film Commission FVG.

[immagine Ursus da questo sito; alcuni spunti per il post sono presi da questo articolo de Il Piccolo]

13 marzo 2017

CONGEDO MESTRUALE: PERCHÉ NO?

Posted in donne, lavoro, Legge, politica, salute tagged , , , , , , , , , , , , , a 2:44 pm di marisamoles


Si sta discutendo alla Camera una proposta di Legge, firmata da quattro deputate del Pd, che prevede un congedo mensile di massimo tre giorni per le donne che soffrono di dismenorrea (mestruazioni dolorose). Attualmente la proposta è all’esame della Commissione Lavoro e potrebbe essere approvata in tempi brevi, allineando l’Italia a molti Paesi, soprattutto orientali, che si sono attivati già in questo senso.

In realtà la proposta è stata presentata da Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato già un anno fa. L’iter è stato accelerato anche grazie al dibattito sulla questione che negli USA è stato riacceso di recente dalla decisione di un’azienda di Bristol, la Coexist, di inserire nello statuto l’esenzione dal lavoro per le impiegate nei giorni di picco del ciclo mestruale.

Naturalmente questo speciale congedo sarebbe usufruibile solo previa presentazione di un certificato medico redatto dallo specialista, da rinnovare di anno in anno, che attesti la presenza di dismenorrea. Una sindrome molto più diffusa di quanto si potrebbe pensare: in Italia si stima che fra il 60% e il 90% di donne in quei giorni lamentano mal di testa, mal di schiena, dolori addominali, forti sbalzi ormonali. Nel 30% dei casi i disturbi sono invalidanti: costringono a letto per ore e anche per più giorni. Un malessere che può essere violento e fortemente invalidante, seppur limitato a uno-tre giorni al mese.

Il congedo mestruale è già una realtà da molto tempo nel mondo orientale dove c’è la credenza che il mancato riposo durante il ciclo provochi parti problematici: in Giappone esiste dal 1945 e in Indonesia dal 1948. Più recentemente si sono aggiunte alla lista “rosa” Sud Corea e Taiwan.

Di fronte alla proposta di Legge mi sento di esprimermi in modo favorevole, nonostante non mi riguardi da vicino. Non più, almeno, ma non posso dimenticare gli anni passati in un incubo mensile che mi costringeva a letto a volte anche per due giorni, in preda a dolori lancinanti, nausea, svenimenti… talvolta erano necessarie una o più iniezioni di antidolorifici perché non riuscivo a tenere nello stomaco le pastiglie. Ora leggendo i dati mi rincuoro un po’, ma anche mi dispiace. Ai tempi, invece, mi sembrava di essere una besti rara e invidiavo tutte le amiche e compagne di scuola che, non solo passavano “normalmente” quei giorni, ma addirittura potevano andare al mare o in piscina, continuavano gli allenamenti in palestra. Per me il mondo si fermava, semplicemente. E così è stato fino alla nascita del mio primogenito. Forse, inconsciamente, la mia precoce (ma non tanto ai tempi…) voglia di maternità era dovuta proprio alla speranza di stare bene dopo il primo parto.

Leggo sui quotidiani che la proposta non è appoggiata da tutte le donne. Alcune, che evidentemente non soffrono né hanno mai sofferto di dismenorrea, affermano che basta chiedere uno o più giorni di malattia, senza alcun bisogno di leggi speciali.
Altre sono arrivate al punto da esclamare: “Abbiamo tanto lottato per la parità dei sessi e ora…”. Ma ora che? Vogliamo far partorire gli uomini, per par condicio? Magari un domani sarà pure possibile ma non ora, finché è ancora la natura a decidere.

L’obiezione più assurda è che la proposta si debba bollare perché a presentarla sono state quattro donne del Pd. Come se la dismenorrea fosse di sinistra e le donne fortunate a non soffrirne fossero tutte di destra. Vuol dire che faremo presente al ciclo di fare attenzione: niente dolori a destra, solo a sinistra.

C’è anche chi preferirebbe che fossero le aziende e i datori di lavoro a decidere, come accade nella maggior parte dei Paesi occidentali. Insomma, non c’è bisogno di una legge ad hoc, solo un gesto caritatevole da parte dei boss. E con le donne che hanno un impiego statale come la mettiamo?

In conclusione, ribadisco che a me piace questa proposta, mi pare assennata. Se poi non va bene condividerla perché, si sa, in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”… il dubbio che qualche “furbetta” se ne approfitti e che qualche medico sia compiacente c’è. Ma lo stesso discorso vale anche per le migliaia di certificazioni sui falsi invalidi, no?

[fonte: Il Messaggero; immagine da questo sito]

Pagina successiva

Like @ Rolling Stone

Immagini, parole e pietre lanciate da Mauro Presini

Dottor Lupo Psicologo, Battipaglia Salerno

Consulenza Sostegno Diagnosi

Scaffali da leggere

Consigli di letture, recensioni e frasi tratte dai libri.

Willyco

in alto, senza parere

Macaronea

Considerazioni sparse di una prof (precaria) di lettere.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

Nonseinegato

Scuola, matematica... e altro

benvenut* su alerino.blog

pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti...

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

LA SCUOLA DI SCRITTURA CREATIVA ONLINE - LABORATORI DIDATTICI E SEMINARI IN TUTTA ITALIA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Chiara Patruno - Psicologa

Psicologa Dinamica e Clinica presso l’ Universita’ La Sapienza di Roma, Facolta’ Medicina e Psicologia

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

i media-mondo: la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

occhioallapenna

Buongiorno e leggerezza!

penna bianca

appunti di viaggio & scritti di fortuna

Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Il Blog di Raffaele Cozzolino

Pensieri, riflessioni, tecnologia, informatica

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

roceresale

faccio buchi nel ghiaccio

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Quarchedundepegi's Blog

Just another WordPress.com weblog

Ma che Bontà

Le ricette di Cle

Ecce Clelia

Storie e pensieri di una mente non proprio sana, messi in una bottiglia e lasciati andare verso ignoti ed ignari lettori, naufragati su questo sito.

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: