29 marzo 2015

RACHEL E LE SMAGLIATURE: QUANDO L’ESIBIZIONISMO SUL WEB SFIORA IL CATTIVO GUSTO

Posted in donne, figli, salute, web tagged , , , , , , , , , , at 3:22 pm di marisamoles

rachel
Non ho mai pensato che avere delle smagliature dovute alle gravidanza possa essere una cosa di cui vantarsi. Anzi, credo che bisognerebbe fare di tutto per evitarle, anche se poi, si sa, è questione di pelle. La mia è pelle buona, evidentemente. Ho messo al mondo due figli in 22 mesi e non ho una sola smagliatura. O forse se non avessi spalmato sulla mia bella pancia, diventata in pochi mesi un bel pancione, una crema specifica per prevenire le smagliature, a quest’ora non avrei nulla di cui vantarmi.

Fortuna, pelle e casualità a parte, se mi fossero venute le smagliature non ne avrei fatto un dramma. Non avrei, però, postato le mie foto in bikini su Facebook mettendo in bella evidenza non solo le fastidiose strie rosate ma anche la pancia flaccida.

La pensa diversamente Rachel Hollis, americana di 32 anni, che cura un blog di cucina ed è anche madre di tre bambini di 8, 6 e 2 anni. La sua foto delle vacanze in bikini postata su Facebook è diventata virale ed è stata visualizzata 10mila volte. Non solo, sono arrivati centinaia di messaggi di solidarietà.

Ora, posso anche capire la soddisfazione di dire: ho 32 anni, tre figli, le smagliature e sono orgogliosa di tutto ciò. Capisco anche la solidarietà femminile che ha portato a questo enorme successo una semisconosciuta (non so quanto sia noto il suo blog, quindi magari non è proprio una sconosciuta). Ma lodare il coraggio di postare una foto in cui sono evidenti i “danni” procurati dalle gravidanze a me sembra sfiori il cattivo gusto.

A parte questa mia personalissima opinione sull’esibizionismo via web- d’altronde Andy Warhol aveva detto “Ciascuno nel mondo sarà famoso per quindici minuti”, profetizzando le potenzialità di internet e dei social -, penso che a 32 anni, benché madre di tre figli, la signora Rachel avrebbe potuto prendersi maggior cura del corpo. Sono dell’idea, infatti, che ci si debba volere bene e anche perdere dieci minuti al giorno per prevenire i danni in certe situazioni, significhi prendersi cura di sé. Considerando anche il fatto che il tempo non può che peggiorare la situazione.

27 marzo 2015

GLI ALUNNI CRESCONO, LE PROF INVECCHIANO…

Posted in affari miei, scuola tagged , , , , , , at 9:19 pm di marisamoles

prof-cattiva
Ieri in segreteria a scuola, mentre stavo incollando i fogli del verbale nel quadernone (essì, dobbiamo ancora incollare…), sento una delle impiegate che parla ad un ragazzo. Al momento penso che sia un allievo del liceo ma poi, captando alcuni frammenti di conversazione, capisco che si tratta di un tirocinante.

Per i non addetti ai lavori chiarisco che i tirocinanti sono ragazzi laureati che devono frequentare il TFA (Tirocinio Formativo Attivo) per poter aspirare a diventare insegnanti.
Lì per lì penso, senza staccare il viso dal quadernone dei verbali, che bisognerebbe fare un monumento a questi giovani armati di buona volontà. Mi sembra quasi impossibile che, dopo tutto quello che si sente dire sulla scuola e sulla professione di insegnante, ci siano ancora dei trentenni, o giù di lì, che hanno voglia di salire in cattedra.

Mentre sono immersa in questi pensieri e continuo il mio lavoro di incollatura, sento che l’impiegata, rivolta a qualcun altro – forse un collega – chiede: “Ma allora cosa gli devo dire?”. Capisco che si riferisce al giovanotto e replico, pur non essendo stata interpellata: “Che deve armarsi di tanto coraggio!”

Alzo gli occhi, lo guardo, abbozzo un sorriso e lui: “Salve prof!”. Rimango interdetta. Strabuzzo gli occhi, più che altro perché per fare il lavoro di concetto cui mi ero dedicata con grande zelo, devo usare gli occhiali da presbite (e che vi vuole, per incollare qualche pagina! direte. Ho bisogno degli occhiali, che ci devo fare?) e quando alzo lo sguardo al di sopra del fusto (quello degli occhiali, non intendo il giovanotto), vedo tutto sfuocato.

Lui allora mi spiega che era stato un mio allievo in un altro liceo, più di dieci anni fa. Al momento non me lo ricordo ma, non appena mi dice nome e cognome, ecco che il suo viso mi torna familiare. Non è cambiato molto, in fondo. Quella classe me la ricordo bene: tutte femmine, due soli maschi. “No, prof – mi corregge – eravamo in quattro…”. Ok, vuol dire che voi due eravate più simpatici degli altri due.

Alla fine, quando realizzo che lui è lì in veste di aspirante docente, che fra qualche tempo poterebbe essere un mio collega, esclamo: “Oddio, come sono vecchia …”. Lui sorride ma non ha il coraggio di smentirmi. Eh, sì che sono vecchia, accidenti. Però poi ci rifletto su e aggiungo: “Ma se non hai fatto fatica a riconoscermi significa che almeno sono invecchiata bene”. :)

22 marzo 2015

“NOTTI SUL GHIACCIO”: IL SUCCESSO DEL PRINCIPE EMANUELE FILIBERTO E I MONARCHICI 2.0

Posted in spettacolo, sport, televisione, vip tagged , , , , , , , , , at 5:20 pm di marisamoles

emanule filiberto ghiaccio
Non so chi di voi, lettori di questo blog un po’ negletto, abbia seguito lo show condotto da Milly Carlucci su Rai 1 che si è concluso ieri sera con il secondo posto del principe Emanuele Filiberto. Sto parlando di “Notti sul ghiaccio“, uno spettacolo gradevole, bello, condotto con l’ineguagliabile eleganza della padrona di casa, ex pattinatrice su rotelle, che ha voluto riproporre, dopo qualche anno di stop, la gara tra pattinatori su ghiaccio improvvisati, sulla falsa riga del ben più noto e longevo “Ballando con le stelle”.

Pattinare sul ghiaccio non è certo facile e la sfida dei vip supera, in coraggio, quella dei concorrenti che si devono cimentare nel ballo. Emanuele Filiberto, già vincitore di “Ballando con le stelle” qualche anno fa, ha ottenuto il secondo posto sbaragliando concorrenti ben più abili di lui sui pattini, grazie al televoto da casa. Questo deve far riflettere sulle scelte del pubblico, condizionate più dalla simpatia che dal talento vero e proprio. Sì, perché se il bel principe con gli occhi cerulei di coraggio ne ha dimostrato parecchio, di talento come pattinatore ne ha davvero pochino.

giorgio-rocca

Il primo posto, meritatissimo, è andato all’ex campione di sci alpino, ora maestro sui campi innevati (una delle allieve più note è Maria De Filippi), Giorgio Rocca. Ma almeno due concorrenti meritavano un piazzamento migliore: Clara Alonso, star del fortunato show argentino “Violetta” e data per vincitrice da un sondaggio on line sul sito ufficiale dello show, e Chiara Mastalli, giovane attrice di già lunga esperienza – ha iniziato la carriera a soli sei anni – che non brilla certo per simpatia ma sui pattini ha dimostrato una grande abilità.

Nonostante questo, a contendersi il podio per il primo premio sono stati due uomini. Uno sportivo, muscoli d’acciaio, carattere duro (tipico dei montanari, con tutto il rispetto), di poche parole e parco anche nei sorrisi, benché nelle ultime puntate si sia sciolto un po’. Sto parlando, ovviamente, di Rocca.
L’altro mingherlino, molto elegante, sempre sorridente, educato ed espansivo nella misura che si confà ad un appartenente al nobile rango, spesso impacciato sul ghiaccio, più intento a ballare scivolando piuttosto che a pattinare nel vero senso della parola. Mentre Rocca si è lanciato il balli sfrenati, con arditi sollevamenti in aria della pattinatrice-maestra, Emanuele Filiberto tutt’al più ha prestato le ginocchia per far accomodare la sua partner per qualche secondo, traballando un bel po’ sulle lame.
Insomma, tra i due a livello di performance c’era un abisso.

Il televoto, dicevo, ha premiato uno sportivo, certamente adatto a questo tipo di prestazione. Ma il secondo posto del principe ha lasciato un po’ spiazzati i più, considerando i meriti di almeno due concorrenti, nominate prima, che forse sarebbero dovute salire sul gradino più alto del podio al suo posto.
C’è da pensare che i voti arrivati via telefono siano stati prevalentemente femminili e determinati dal fascino indiscutibile, seppur assai diverso, dei due uomini.

Su una cosa sto riflettendo da ieri sera: se si proponesse un referendum per il ritorno della monarchia, Emanuele Filiberto avrebbe molte chance di salire al trono. Sempre a patto che si usi il televoto.

Se non avete visto lo spettacolo, QUI potete vedere un’esibizione di Emanuele Filiberto, QUI una di Giorgio Rocca e QUI una di Clara Alonso, vincitrice morale… giusto per fare un confronto.

[immagine da questo sito]

15 marzo 2015

SUI FIGLI DELLE COPPIE OMOSESSUALI IO STO CON DOLCE&GABBANA

Posted in amore, bambini, famiglia, figli, moda tagged , , , , , , , , at 9:21 pm di marisamoles

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Infuria la polemica tra i noti stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, omosessuali dichiarati da anni, ex coppia nella vita, e il cantante inglese Elton John. Il motivo di tale discordia è costituito dalle dichiarazioni fatte dalla coppia di stilisti sul concetto di famiglia e dalla definizione data ai figli delle coppie gay: bambini sintetici.

Com’è noto, Elton John e il compagno David Furnish, che da poco sono convolati a nozze, hanno due figli nati da madri surrogate. Nel sentire che Dolce e Gabbana, in un’intervista su Panorama, hanno difeso la famiglia tradizionale, sono montati su tutte le furie dichiarando di fare un bel falò dei loro abiti che portano la firma dei due stilisti siciliani. Non contenti, hanno inneggiato al boicottaggio del marchio di moda con l’hashtag #BoycottDolceGabbana, raggiungendo i 4000 like sul loro profilo Instagram in poche ore.

Vediamo, a questo punto, quali sono state le dichiarazioni di Domenico Dolce:

«Non l’abbiamo inventata mica noi la famiglia. L’ha resa icona la Sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia».

Da parte sua, Elton John ha definito quello degli stilisti un pensiero antico, per nulla al passo coi tempi, proprio come la loro moda.
Ma Domenico Dolce non sembra lasciarsi scalfire dalle dichiarazioni del cantante britannico né pare tema un calo del volume d’affari. Tant’è che ha replicato:

«Sono siciliano e sono cresciuto con un modello di famiglia tradizionale, fatto di mamma, papà e figli. So che esistono altre realtà ed è giusto che esistano, ma nella mia visione questo è quello che mi è stato trasmesso, e con questi i valori dell’amore e della famiglia. Io sono cresciuto così, ma questo non vuol dire che non approvi altre scelte. Ho parlato per me, senza giudicare le decisioni altrui».

Che dire? Amo la musica di Elton John ma questa volta sto con Dolce&Gabbana … anche se non faccio pazzie per la loro moda. Tra l’altro non me la posso permettere!

[fonte: La Stampa; immagine da questo sito]

25 febbraio 2015

LIBRI: “L’ARTE DI CORRERE SOTTO LA PIOGGIA” di GARTH STEIN

Posted in libri tagged , , , , , , , , , , , at 6:28 pm di marisamoles

L’AUTORE
stein-garthGarth Stein (Los Angeles, 6 dicembre 1964), nativo americano della tribù Tligit, è uno scrittore e produttore cinematografico statunitense. Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Seattle, nello Stato di Washington, si è trasferito a New York dove ha frequentato la Columbia University, laureandosi nel 1987 e conseguendo un master in cinema. Ha partecipato alla realizzazione di diversi documentari prima di dedicarsi alla scrittura. Dopo la pubblicazione dei primi due romanzi, tra cui Corvo rubò la luna, pubblicato anche in Italia, ha ottenuto fama mondiale con la pubblicazione, nel 2008, del best seller L’arte di correre sotto la pioggia, un romanzo che è stato tradotto in 28 lingue diverse ed è stato per 40 settimane ai vertici della classifica dei libri più venduti del New York Times. In Italia il libro è uscito nel luglio 2013 per Piemme Edizioni (serie Pickwick).
Nel 2014 è stato pubblicato Cose da grandi, seguito dal nuovo romanzo Una luce improvvisa, uscito da poco in Italia, che in breve è schizzato ai primi posti delle classifiche americane ricevendo una magnifica accoglienza di pubblico e critica.
Attualmente Stein vive a Seattle, dove è ambientato il romanzo di maggior successo, assieme alla moglie, ai suoi tre figli e al cane Comet che ha ispirato il personaggio di Enzo, protagonista de L’arte di correre sotto la pioggia.

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LA TRAMA
L’arte di correre sotto la pioggia è una grande storia d’amore a 360°. E per “amore” s’intende quel sentimento che comprende tutto: affetti familiari, amore per la vita, passioni da coltivare e condividere anche con un cane (perché no?), amori tra padri e figli e tra padroni e animali. E questa grande storia d’amore è raccontata in tutte le sue sfaccettature, tra gioie e dolori, dal protagonista a quattro zampe di questo romanzo: il cane Enzo.
La famiglia in cui vive Enzo è composta da Denny Swift, impiegato in un’autofficina con la passione per l’automobilismo sportivo, Eve, la moglie che ama alla follia e che è la prima tifosa del marito, fino a spingerlo a coltivare la sua passione per le automobili da corsa, la piccola Zoe, compagna di giochi del cane che si prende affettuosamente cura di lei fin dalla nascita, e da Enzo, appunto. Non un nome come tanti, non un nome da cani, certamente un nome che di americano ha ben poco. Infatti, il cane di Denny si chiama Enzo in onore del patron della mitica Ferrari, l’orgoglio di Maranello e dell’Italia, uno dei tanti (o pochi?) prodotti made in Italy che tutto il mondo ci invidia.

Enzo ha un carattere allegro, è curioso, appassionato di motori (potevamo dubitarne?) e di televisione. In particolare adora i documentari della National Geographic, anche se i programmi preferiti sono senz’altro quelli che trattano le gare di Formula 1 o altre competizioni automobilistiche, e non si perde nemmeno un video in cui Denny è al volante. Lui sa che il suo padrone ha un grande avvenire in campo automobilistico – anche se pare sia l’unico ad avere piena coscienza delle sue capacità – e ammira il modo impeccabile in cui Denny sa correre sotto la pioggia. Perché quella di correre sotto la pioggia è un’arte vera, un’abilità che pochi possiedono. Solo Ayrton Senna, vero idolo di cane e padrone, era un genio in quest’arte di cui diede prova nel Gran Premio d’Europa nel 1993.

Questo cane speciale ha due unici crucci: quello di non possedere il pollice opponibile e quello di invecchiare. La morte, quella no, non gli fa paura. In un documentario sulla Mongolia ha sentito che i cani, dopo la dipartita, possono reincarnarsi negli esseri umani:

Mi sono sempre sentito quasi umano. Ho sempre saputo di avere qualcosa di diverso rispetto ad altri cani. Mi hanno infilato nel corpo di un cane, d’accordo, ma si tratta solo di un guscio. E’ quello che c’è dentro che conta. L’anima. E la mia anima è molto umana.
Ora sono pronto a diventare un uomo. anche se mi rendo conto che perderò ciò che sono stato. Tutti i miei ricordi, le mie esperienze. Mi piacerebbe portarmeli dietro nella mia nuova vita – ne abbiamo passate così tante, la famiglia Swift e io – ma ho poca voce in capitolo. Che altro posso fare se non sforzarmi di ricordare? tentare di imprimere tutto quello che so nell’anima, una cosa che non ha superficie, non ha lati, non ha pagine, non ha alcuna forma. E cacciarmelo così in fondo alle pieghe dell’esistenza che quando aprirò gli occhi e guarderò le mie nuove mani, ognuna con il suo pollice capace di chiudersi attorno alle altre dita, saprò già tutto. Vedrò già tutto. (pag. 10 dell’edizione citata)

Eh sì, Enzo è proprio un cane particolare. Pensa come un uomo, anzi, a volte ha una capacità di pensiero di gran lunga superiore a quella di tanti uomini. Si pone molte domande sulla vita, attento osservatore dei bipedi le cui azioni spesso gli paiono incomprensibili, scruta e indaga a fondo l’animo umano. Gli riesce difficile comprendere, ad esempio, perché gli esseri umani passino molto del loro tempo assillati dalle preoccupazioni:

Le persone si preoccupano sempre di quello che succederà dopo. E’ raro che se ne stiano tranquille, a occupare il presente senza pensare al futuro. In genere quello che hanno non le soddisfa e quello che avranno le preoccupa molto. Il cane riesce quasi a spegnerla, la psiche, a rallentare il proprio metabolismo anticipatorio, come David Blaine quando tenta di stabilire il record di apnea sul fondo di una piscina; semplicemente il ritmo del mondo attorno a lui cambia. In una delle mie giornate da cane, riesco a stare immobile per ore e ore senza problemi. (pagg. 164-165)

Certo, le preoccupazioni che Denny deve affrontare non sono di poco conto. Anche Enzo alla fine lo capisce, anche lui diventa un cane ansioso. Si prepara alla sua prossima vita da umano, senza perdere la speranza di poter stringere, un giorno, la mano al suo padrone … con il suo bel pollice opponibile. E non sarà una stretta di mano qualunque: stringerà la mano a un campione vero. Solo il cane di un appassionato di corse automobilistiche lo può sperare, con quella fiducia che spesso proprio agli uomini manca.

***

Non ho voluto, nemmeno attraverso lo spoiler, svelare di più sulla trama di questo bellissimo romanzo. L’ho letto tutto d’un fiato e, come poche volte mi capita, mi ha commosso fino alle lacrime.
Stein ha una scrittura impeccabile – teniamo, comunque, sempre presente che si tratta di una traduzione – che rende la lettura veloce e appassionante, sia che tratti di cronache automobilistiche, non tante e tali da annoiare chi non è tifoso di questo sport, sia che racconti la vita di tutti i giorni, con le sue difficoltà, i dolori, le ingiustizie, il riscatto e la rivincita che caratterizzano la parabola stessa dell’esistenza umana. Ma quel che colpisce in particolare è l’abilità con cui, attraverso la narrazione in prima persona, l’autore sa raccontare questa storia, che a volte è commovente e altre esilarante, dando voce ad un cane, senza che nemmeno per un momento il lettore si chieda come possa un animale a quattro zampe essere dotato di tanti e tali sentimenti. Senza cadere, in altre parole, nel ridicolo e nell’assurdo.
Perché in fondo ai cani, per definizione i migliori amici dell’uomo, a volte manca solo la parola. Garth Stein l’ha data ad Enzo, immaginando, forse, quel che passa per la testa al suo cane Comet.

garth-stein-e cane

[immagine dell’autore da questo sito; immagine di Stein con il cane da questo sito, dove potete leggere anche una bellissima intervista all’autore]

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

17 febbraio 2015

CHIACCHIERE DI CARNEVALE E ALTRI DOLCI TIPICI, REGIONE PER REGIONE

Posted in dolci, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , at 2:29 pm di marisamoles

dolci carnevale
Sicuramente i dolci più gettonati a Carnevale sono le chiacchiere, nome che tradizionalmente rimanda a delle strisce di pasta fritte, che possono avere varia forma. Un dolce fra i più diffusi e che ha un altro primato: quello dei differenti nomi che li designano, a seconda delle regioni d’Italia.

Il termine chiacchiere risulta diffuso a livello tradizionale in molte regioni (Lombardia, Toscana, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia). Ma sono tanti i termini usati per questi dolci: bugie, cenci, chiacchiere, cròstoli, frappe, gale e galani, intrigoni, sfràppole e zéppole.
In qualunque modo li si prepari e li si chiami, sono dolci buonissimi la cui degustazione ormai non è nemmeno più relegata al solo periodo di Carnevale.

Sarebbe comunque ingiusto trascurare gli altri dolci che in questo periodo vengono consumati. Eccone una lista cpmpleta di dolci carnevaleschi stilata da Matilde Paoli per la Redazione Consulenza Linguistica dell’Accademia della Crusca:

bastoncèlli – Toscana
berlingòzzi – Toscana
brugnolus a base di farina, uova e purea di patate, fritti e avvolti nello zucchero – Sardegna
brutti ma buoni – Toscana
bugie – nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo – Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta
castagnòle palline di pasta fritta riempite di ricotta o crema pasticciera – Friuli, Veneto, Marche, Toscana e Lazio
cénci – Toscana
chiàcchiere (chiacchere) nastri di pasta dolce fritti e spolverati di zucchero a velo – Lombardia, Toscana Campania, Basilicata, Calabria, Puglia
ciaramìglie – Toscana e Umbria
cicerchiata gnocchetti grandi come ceci, fritti, guarniti con zucchero caramellato e miele e decorati con i canditi e confettini – Abruzzo e centro Italia
civìgliole – Toscana
crescentìne – Toscana
crogétti – Toscana
crostoli, grostoli (grostoi) strisce quadrate o rettangolari fritte – Trentino, Friuli e Veneto
donzèlle, zonzèlle – Toscana
favarèlle, favétte, favìcchie, fàve mielàte – Toscana
ficàttole, ficùzzole – Toscana
fiòcchi – Toscana
frangétte – Toscana
fràppe, fràppole, sfràppole – Emilia Romagna, Marche, Umbria, Toscana, Lazio
fràti – Toscana
fravioli ravioli fritti con crema o ricotta – Sicilia
gale – Piemonte
galani – Veneto
intrigoni – Emilia Romagna
lavagnette tagliatelle dolci fritte bagnate con succo di arancia e di zucchero – Emilia Romagna
melatèlli, menatèlli – Toscana
mistocchini fritti e poi bagnati con succo di arancia – Emilia Romagna
mònache prégne – Toscana
orillettas intrecciati e ricoperti di miele – Sardegna
pàlle del prète – Toscana
pampuglie dolci a nastro – Campania
peciarìni – Toscana
pignolata piccole sfere di pasta dolce, fritte in olio di oliva e unite tra di loro dal miele – Calabria, Sicilia
rosacatarre, rosachitarre – Molise
scorpelle dolcetti ricoperti di miele – Molise
scrocca fusi palline di pasta prima lessate in acqua bollente e poi fritte, spolverate di zucchero e bagnati con alchermes – Marche
stelle filanti – Campania
stracci – Toscana
strùffoli, strùfoli palline o bastoncini con zucchero, miele e frutta candita, fritti e guarniti con confettini colorati – Toscana, Umbria, Molise, Campania
taralli al naspro, zucchero caramellato – Basilicata
tortelli dolci morbidi fritti cosparsi di zucchero e cannella o farciti con crema o con uvetta – Valle d’Aosta, Lombardia, Toscana
zéppole – Campania

E voi, ne conoscete altri?

[informazioni e immagine da questo sito]

10 febbraio 2015

10 FEBBRAIO 2015: IL GIORNO DEL RICORDO ATTRAVERSO LE PAROLE DI MARISA MADIERI

Posted in attualità, donne, Friuli Venzia-Giulia, Letteratura Italiana, libri, storia tagged , , , , , , , , , , , at 10:08 pm di marisamoles

Marisa_MadieriMarisa Madieri (Fiume 1938 – Trieste 1996), insegnante e scrittrice, moglie del germanista triestino Claudio Magris, raccolse nel suo libro Verde acqua, alcune toccanti pagine di diario – che riguardano gli anni tra 1981 e 1984 – in cui, ormai donna adulta, madre e moglie, rievoca la sua infanzia e adolescenza, segnata dall’esperienza dell’esodo da Fiume, città dov’era nata e in cui aveva vissuto fino a undici anni.

Così descrive il periodo in cui il destino degli Italiani dell’Istria fu segnato dall’esperienza amara dell’esodo:

Tra il 1947 e il 1948 a tutti gli italiani rimasti ancora a Fiume fu richiesta l’opzione: bisognava decidere se assumere la cittadinanza jugoslava o abbandonare il paese. La mia famiglia optò per l’Italia e conobbe un anno di emarginazione e persecuzioni. Fummo sfrattati dal nostro appartamento e costretti a vivere in una stanza con le nostre cose accatastate. I mobili furono venduti quasi tutti in previsione dell’esodo. Il papà perse il posto e, poco prima della partenza, fu imprigionato per aver nascosto due valigie di un perseguitato politico che aveva tentato di espatriare clandestinamente e, catturato, aveva fatto il suo nome. Con la sua consueta ingenuità, il papà si fece cogliere con le mani nel sacco.
Quei mesi di vita sospesa, non più casa e non ancora del tutto altrove, furono da me vissuti con un profondo senso di irrealtà, non con particolare sofferenza. […] E’ così che ricordo la mia Fiume – le sue rive ampie, il santuario di Tersatto in collina, il teatro Verdi, il centro dagli edifici cupi, Cantrida – una città di familiarità e distacco. Tuttavia quei timidi e brevi approcci, pervasi di intensità e lontananza, hanno lasciato in me un segno indelebile. Io sono ancora quel vento delle rive, quei chiaroscuri delle vie, quegli odori un po’ putridi del mare e quei grigi edifici. Per molti anni dopo l’esodo non ho più rivisto la mia città e l’ho quasi dimenticata, ma quando ho avuto l’occasione di passare per Fiume […] ho provato la chiara sensazione di ritornare nella mia verità. […]
Nell’estate del 1949, ottenuto il visto per l’espatrio e dopo una breve visita a papà in carcere, partimmo da Fiume – mia madre, mia sorella, io e la nonna Madieri, già molto anziana e malata di cancro.

silos trieste

Arrivate a Trieste, le donne trovarono rifugio, assieme a molte altre famiglie di profughi, nel Silos (oggi trasformato in un parcheggio), un enorme edificio a tre piani, costruito durante l’impero asburgico come deposito di granaglie. Lo spazio era suddiviso in tanti box in cui venivano ospitati i nuclei familiari. “Entrare nel Silos era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno e fumoso purgatorio”, scrive Madieri.

Il pianterreno, il primo e il secondo piano erano quasi completamente immersi nel buio. Il terzo era invece rischiarato da grandi lucernai posti sul tetto, che però non potevano essere aperti. […] Dai box si levavano vapori di cottura e odori disparati, che si univano a formarne uno intenso, tipico, indescrivibile, un misto dolciastro e stantio di minestre, di cavolo, di fritto, di sudore e di ospedale. […] Anche i rumori erano molteplici e formavano un brusio uniforme dal quale si levavano ogni tanto le note acute di qualche radio, una voce irata, colpi di tosse o il pianto di un bambino. […] Era orribile spogliarsi la sera e coricarsi tra le lenzuola che sembravano di marmo e ancor più uscire al mattino dal tepore del letto per affrontare l’aria intorno, subito ostile, e l’acqua gelida dei lavandini. Soffrivo di raffreddori e geloni. Quando studiavo e dovevo restare a lungo ferma sui libri, la mamma mi riscaldava dell’acqua, riempiva un catino e lo poneva sotto il tavolo in modo ch’io potessi immergervi i piedi doloranti. […] Imparai ben presto ad estraniarmi completamente da tutto ciò che mi succedeva intorno e a pensare solo ai miei libri.
(M. Madieri, Verde acqua, Einaudi, 1987, passim)

La Madieri riuscì, nonostante tutto, a frequentare il liceo classico Dante Alighieri di Trieste e a laurearsi in Lingue e letterature straniere a Firenze, dove conobbe lo scrittore Claudio Magris, che sposò e da cui ebbe due figli, Francesco e Paolo. Morì a soli 58 anni nel 1996.

Nelle pagine conclusive di Verde acqua, scrive:

Fuori, la notte chiara, frusciante di stelle, custodisce volti e parole che non saprò mai dire. Molta parte della mia storia affonda in questa dolce oscurità, simile forse a quella, grande e buona, che mi accoglierà un giorno nella pace in cui già dimorano mio padre e mia madre.
Ma non provo tristezza, solo gratitudine. Se sono ritornata ad Itaca, se nei lunghi silenzi della mia vita hanno echeggiato per qualche istante le note di un valzer che i pianeti e le stelle, così lucenti stasera, danzano nell’odissea degli spazi, sento di dover ringraziare una folla di persone, anche dimenticate, che, amandomi, o semplicemente standomi accanto con la loro fraterna presenza, non solo mi hanno aiutato a vivere ma, forse, sono la mia vita stessa. (M. Maideri, Verde acqua, 27 novembre 1984)

La storia di Marisa Madieri è solo una delle tante che raccontano l’esodo dei giuliano dalmati.
Ma nel Giorno del Ricordo non possiamo dimenticare l’eccidio che si compì nelle foibe.

2 febbraio 2015

LIBRI: “UN USO QUALUNQUE DI TE” di SARA RATTARO

Posted in Letteratura Italiana, libri tagged , , , , , , at 5:20 pm di marisamoles

PREMESSA
Un uso qualunque di te (Giunti editore, 2012) è il secondo romanzo di Sara Rattaro che leggo, dopo Niente è come te. Anche questa volta l’autrice ligure non mi ha delusa, anzi, posso affermare che questo romanzo mi è piaciuto ancor più dell’altro. Ed ora, in attesa nella mia libreria, c’è Non volare via. Se anche questo libro raggiungerà il mio cuore, credo di poter annoverare Rattaro fra i miei narratori contemporanei preferiti. E ancora una volta ringrazio l’amico frz40 che mi ha trasmesso il suo entusiasmo per quest’autrice.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, e viene tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te, un romanzo che tratta un argomento forte, la cosiddetta “sottrazione internazionale di minore“.

un uso qualunque di te

LA TRAMA
Protagonisti di Un uso qualunque di te sono un uomo e una donna, Carlo e Viola, che hanno una figlia di diciassette anni, Luce. I due si conoscono dai tempi del liceo, la loro all’apparenza è un’unione solida, per Carlo sicuramente lo è ma quando viene smascherata la vera vita di lei, in occasione di un evento tragico che i due devono affrontare, tutto cambia. Il mondo sembra crollare addosso a Carlo, marito premuroso e padre irreprensibile, mentre Viola, moglie e madre distratta, è costretta a fare i conti non solo con il presente tragico ma anche con un passato scomodo, fatto di rinunce, bugie, rancori.
La soluzione finale sarà costituita da un sacrificio che Viola deve fare, non solo per amore nei confronti di chi conta di più nella sua vita, ma anche per espiare le sue colpe che aveva sepolto dentro il cuore, nel tentativo di dare almeno una parvenza di normalità alla sua esistenza.

Difficile dire di più sulla trama di questo romanzo, che tra le altre cose è abbastanza breve (nell’edizione Happy pocket di Giunti appena 150 pagine, ma il carattere di stampa effettivamente è piuttosto piccolo). Chi volesse saperne di più, può continuare la lettura dopo lo spoiler. Chi, invece, ha intenzione di leggere il romanzo e non vuole troppe anticipazioni, si accontenti delle poche righe precedenti e si goda la lettura! Tutti possono, però, leggere il mio commento dopo i tre asterischi che segnano la fine dell’illustrazione della trama del libro.

ATTENZIONE: il seguito contiene SPOILER.

L’inizio della storia è in medias res. Viola si trova nel letto di uno dei suoi amanti occasionali quando sul cellulare trova un messaggio del marito: Carlo le intima di raggiungerlo in ospedale. Lei non sa cosa sia successo, non ha la più pallida idea di quale ospedale debba raggiungere, in più il telefono le muore tra le mani: la batteria è scarica.
Mentre si riveste in fretta, immagina il marito che, svegliatosi nel cuore della notte, non l’aveva trovata accanto a lui, nel loro letto, nell’unico posto in cui una moglie fedele si sarebbe dovuta trovare in quel momento.

Chissà se è questa la sensazione che si prova quando si viene attraversati da una lama. Chissà se puoi guardarti con distacco mentre sanguini perché qualcosa ti ha lacerato la carne. Ho ingoiato l’aria dopo aver ascoltato la tua voce e compreso che questa volta non sarebbe stato facile spiegarti perché non mi trovassi lì. (pag. 8 dell’edizione citata)

Quando la donna raggiunge l’ospedale, trova il marito affranto per le condizioni di salute della figlia Luce, e furioso per l’inspiegabile assenza della moglie nel letto coniugale. Ma le spiegazioni possono essere rimandate, ora bisogna pregare per Luce: la ragazza, infatti, versa in gravi condizioni in terapia intensiva. Solo più tardi si saprà che l’unica cosa che la possa salvare sarà un trapianto di fegato.

La narrazione prosegue in un’alternanza di flashback e di flash sul presente. Il dramma del momento fa rivivere a Viola la sua storia con Carlo, il rapporto contrastato con la suocera Nadiria che dapprima cerca di mettere il bastone tra le ruote ai due e poi si arrende quando scopre la gravidanza della fidanzata del figlio, cercando in tutti i modi di aiutare la giovane coppia ad affrontare il futuro. Nadiria, però, si propone come una specie di “direttore artistico” nella vita di Carlo e Viola, progettando matrimonio e battesimo come fossero un esclusivo affare di famiglia … la sua.
Viola mal digerisce questa intrusione però, almeno all’inizio, è sinceramente innamorata del suo Carlo:

Carlo era come un fascio di luce che, attraversando un prisma, si scompone nei colori dell’arcobaleno, era uno sguardo sereno, una mano tesa, il profumo di caffè la domenica mattina, un sorriso avvolgente. (pag. 27)

L’inquietudine interiore di Viola, tuttavia, ha il sopravvento: quando incontra Massimo, uomo affascinante e misterioso, intreccia con lui una breve relazione che, a dispetto dell’intenzione di considerarla solamente una storia di sesso, la cattura nell’anima e nel corpo:

Massimo era esattamente quello che non doveva essere, inaffidabile, penetrante, faticoso. Vischioso come il miele, avvolgente come un mantello di lana, silenzioso come un pensiero. […] era il sole che si appoggia all’orizzonte. Una filastrocca che ti rimbalza in testa. L’incipit del Cinque maggio. Un abbraccio inaspettato. (pag. 55)

Insomma, Carlo è quello giusto, un marito perfetto, un potenziale padre affettuoso, presente, affidabile. Massimo no, lui è la passione travolgente cui non ci si può sottrarre. Ma quando Viola scopre che è anche un gran bugiardo, si rende conto che tra la ragione e il sentimento, debba prevalere la prima. Carlo.

Complice dei tradimenti e delle bugie di Viola è l’amica del cuore Angela, vecchia compagna di scuola con cui ora gestisce una galleria d’arte. Angela è un po’ una sorta di grillo parlante per l’amica, una voce sfortunatamente inascoltata, una spettatrice rassegnata del degrado morale cui va incontro la protagonista del romanzo.
Alla fine Viola cerca il perdono, il riscatto dalle colpe del passato. Vuole diventare quella madre che non ha mai saputo essere, l’ancora di salvezza della figlia che ama senza riserve. L’unico rammarico è quello di non essere stata in grado di dimostrarle fino in fondo il suo amore. Per Luce, Carlo è il padre amato, insostituibile. Viola è la madre con cui è sempre stata in contrasto ma che alla fine ritroverà e sentirà sempre vicina al cuore.

FINE SPOILER.

***

Il racconto è in prima persona e, a parte i capitoli finali in cui la voce narrante è quella di Carlo, le vicende del passato e del presente sono filtrate attraverso gli occhi di Viola. La scrittura di Rattaro è accattivante, anche quando i fatti narrati sono tutt’altro che felici riesce a rapire il lettore. Ho letto il libro in tre ore appena, impossibile staccare gli occhi dalle pagine.
La prosa è semplice, scivola un po’ nella retorica solo quando alla scrittura è affidato il compito di trascrivere le riflessioni della protagonista; in questi momenti al carattere tondo è alternato il corsivo, un espediente grafico già messo in pratica nell’altro romanzo Niente è come te.
Molto originale la scelta di frapporre qua e là ai capitoli dei passi da celebri classici che trattano d’amore (Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta …). Perché in fondo l’amore è il vero protagonista di questa storia, anche quando le vicende sembrano andare in tutt’altra direzione.
L’unica cosa che si potrebbe obiettare a Sara Rattaro è di aver creato una storia strappalacrime che in certi momenti sfiora il melodramma. A qualcuno il finale può sembrare assurdo ma la trama è tutt’altro che scontata, l’epilogo insospettato (anche se qualcosa si riesce a intuire). Quello che rende questo romanzo diverso dal feuilleton di bassa lega è senz’altro la profonda introspezione psicologica con cui Rattaro anima i personaggi che, grazie alla scrittura tutt’altro che anonima e preconfezionata, divengono drammaticamente autentici, figli di quell’esasperazione dell’umana imperfezione che caratterizza il nostro tempo.

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20 gennaio 2015

LIBRI: “STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI” di MARKUS ZUSAK

Posted in libri tagged , , , , , , , , , at 5:39 pm di marisamoles

L’AUTORE
MarkusZusak_GBMarkus Zusak è uno scrittore australiano nato nel 1975 e vive a Sydney con la moglie e i due figli. La madre Lisa è originaria della Germania mentre il padre Helmut è di origine austriaca. Sono emigrati in Australia verso la fine degli anni ’50.
Zusak ha scritto cinque libri. I primi tre, The Underdog, Fighting Ruben Wolfe e When Dogs Cry, usciti tra il 1999 e il 2001, sono stati pubblicati in tutto il mondo e hanno vinto diversi premi. Il successo internazionale, però, è arrivato per Markus Zusak nel 2005 con la pubblicazione del romanzo La bambina che salvava i libri (in Italia ripubblicato nel 2014 con il titolo Storia di una ladra di libri; edizione di riferimento: Frassinelli, 2014), come l’omonimo film prodotto dalla Twenty Century Fox per la regia di Brian Percival.
Il romanzo si è ben presto rivelato un bestseller da otto milioni di copie nel mondo, tradotto in quaranta lingue. Dopo l’uscita del film ha riconquistato i primi posti nelle classifiche dei libri più venduti.

storia ladra libri

LA TRAMA
La storia è ambientata nella Germania nazista e ha inizio nel 1939. Ne è protagonista Liesel Meminger, una bambina di nove anni che deve fare i conti con il difficile periodo in cui è costretta a vivere: separata dalla madre, perseguitata politica, assiste alla morte del fratellino durante il viaggio in treno che l’avrebbe portata dai genitori adottivi: Hans e Rosa Hubermann. Prima di raggiungere la cittadina di Molching, dove vive la coppia, durante il funerale del fratellino si appropria di un libretto nero perduto da uno dei becchini. Il manuale del necroforo, è il titolo, un libro ben strano per attirare l’attenzione di una bimba ma a Liesel non importa: lei non sa leggere. Quel libretto però dà il via a un’autentica passione per i libri che la salverà, in tutti i sensi, dagli orrori della guerra e della brutalità umana. Non solo: da quel momento Liesel diventa una … ladra di libri. D’altronde i tempi sono quelli che sono, la povertà di certo non le può garantire di coltivare la sua passione acquistando i libri che preferisce.

La nuova vita di Liesel scorre nella Himmerlstrasse (letteralmente “la strada del paradiso”) tra le misere pareti domestiche degli Hubermann. Rosa è una donna austera, burbera, che a suo modo, senza risparmiare rimproveri alla piccola (la aggrediva verbalmente, o con un cucchiaio di legno più volte al giorno, pag. 34 dell’ed. citata), le vuole bene. E’ una donna semplice che arrotonda le magre entrate lavando e stirando la biancheria per alcune famiglie facoltose di Molching, tra le quali quella del sindaco. Hans è, al contrario della moglie, un uomo mite che fin da subito tratta Liesel con dolcezza. La piccola ne comprende subito il valore che pare sfuggire agli altri:

Liesel notò la singolarità degli occhi del suo padre adottivo. Erano fatti di bontà e d’argento. Di un argento soffice, liquido. Osservando quegli occhi Liesel comprese che Hans Hubermann valeva molto. […] Non le sarebbe staro difficile chiamarlo papà. (pagg. 34-35)

ladra libri papà

Papà fa l’imbianchino e sa suonare la fisarmonica. Nei periodi di magra, quando non può svolgere il suo mestiere, suona lo strumento – che ha una sua storia e si riallaccia ad un evento molto importante per la famiglia di Liesel- nelle osterie della cittadina.
Sarà proprio Hans ad occuparsi della figlia, a insegnarle a leggere e a incoraggiare la sua passione per i libri, anche se in un primo momento si chiede cosa possa trovare d’interessante Liesel nel Manuale del necroforo. Ma si tratta solo del primo libro rubato. Seguiranno altri furti, come quello di Un’alzata di spalle, un libro che la bambina sottrae, mezzo bruciacchiato e ancora fumante, alle fiamme di un rogo appiccato nel giorno del compleanno di Hitler, il 20 aprile 1940.

Liesel non si vergognava affatto di averlo rubato. Al contrario, il suo era un orgoglio che assomigliava più alla sensazione di avere qualcosa nel ventre. E furono rabbia e un odio cupo ad alimentare in lei il desiderio di rubarlo. […] Che cosa era accaduto, nei precedenti quattro o cinque mesi, che culminasse in una sensazione del genere?
In breve, la risposta andava dalla Himmerlstrasse al Führer all’impossibilità di scoprire dove si trovasse la sua vera madre e ritorno. (pagg. 86-87)

ladra libri biblioteca

Ma furti a parte, c’è un luogo che affascina particolarmente la piccola: la biblioteca privata del sindaco. In uno dei giri compiuti su commissione di mamma Rosa per la consegna della biancheria pulita, grazie alla moglie del sindaco, Liesel viene introdotta in questo “mondo magico” di cui non saprà più fare a meno.

A volte Liesel si domandava se dovesse limitarsi a piantare lì la donna sola, ma Ilsa Hermann era troppo interessante, e troppo forte il richiamo dei libri. Una volta le parole avevano reso impotente Liesel, ma adesso, quando sedeva sul pavimento, con la moglie del sindaco seduta alla scrivania del marito, avvertiva un’innata sensazione di potenza. Le capitava ogni volta che decifrava una nuova parola e metteva insieme una frase. (pag. 151)

Amidst the hardships of World War II Germany, Liesel (Sophie Nélisse) and her friend Rudy (Nico Liersch) find joy.

La piccola ovviamente frequenta la scuola ma non ha rapporti facili con i coetanei. L’unico vero amico è un vicino di casa, Rudy Steiner, compagno di giochi e di … furti, anche se lui ai libri preferisce di gran lunga il cibo.
Ma un nuovo amico farà parte della vita di Liesel, qualche tempo dopo. Si tratta di un ragazzo di 24 anni, Max Vandenburg, figlio di un commilitone di Hans morto durante il primo conflitto mondiale da cui il papà di Liesel si era salvato. Eric Vandenburg, papà di Max, era il proprietario della fisarmonica e aveva salvato la vita ad Hans. Quando quest’ultimo aveva cercato la moglie di Eric per restituirle lo strumento, la donna non l’aveva voluto di ritorno e l’uomo, come debito di riconoscenza, si era offerto di tinteggiare la casa qualora lei ne avesse avuto bisogno. Per essere rintracciato le aveva lasciato un biglietto con il proprio indirizzo.

Quando a Stoccarda le cose per la famiglia Vandenburg si mettono male, la madre riesce a far fuggire il figlio e lo invita a raggiungere proprio la casa di Molching. Raccolte poche cose, nasconde i documenti e l’indirizzo degli Hubermann dentro a un libro: Mein Kampf. Un libro davvero molto singolare, considerate le circostanze.
Max è, infatti, un ebreo. Hans e Rosa sanno bene cosa significhi, in quel momento, nascondere a casa un nemico di Hitler ma accettano di proteggere il giovane, di curarlo e sfamarlo, rischiando la vita e nello stesso tempo dimostrando di non aver dimenticato il debito di riconoscenza con il padre del giovane.

ladra libri max

La vita era mutata nel modo più drammatico, ma era indispensabile comportarsi come se nulla fosse accaduto.
Immaginati di sorridere dopo un ceffone; poi pensa di farlo ventiquattro ore al giorno.
Questo voleva dire nascondere un ebreo.(pag. 223)

Costretto a trascorrere le sue giornate in cantina, il giovane Max diventa inseparabile compagno di letture di Liesel. Per il suo dodicesimo compleanno, seppur in ritardo, la ragazzina riceve da Max un regalo inatteso: un libro in cui il giovane racconta alcuni momenti salienti della sua vita, compreso l’incontro con la sua nuova amica.

[…] Max aveva tagliato una serie di pagine dal Mein Kampf, verniciandole tutte di bianco. […] sulla carta gonfiatasi e spiegazzatasi sotto la vernice asciutta, incominciò a scrivere la storia, servendosi di un pennellino nero. […] Quando terminò, si servì di un coltello per forare le pagine e legarle assieme con un laccio. Ne risultò un fascicoletto di tredici pagine. (pagg. 229-230)

Il resto della storia ruota attorno a questi personaggi: Liesel, Mamma e Papà, l’amico Rudy, gli altri vicini di casa, il sindaco e la moglie, Max l’ebreo … persone che hanno un comune destino, che trascorrono l’esistenza tra la fame, la guerra, i bombardamenti. Su Monaco le bombe furono sganciate il 9 e il 10 marzo: Fu una lunga notte, di bombe e lettura. La ladra di libri aveva la bocca asciutta, ma lesse cinquantaquattro pagine. (pag. 497)
Ma la fine del mondo doveva ancora arrivare.

***
La storia di una ladra di libri è un romanzo annoverato tra i libri per ragazzi e ciò mi stupisce molto. La vicenda, è vero, ha come principali protagonisti dei ragazzini, Liesel e Rudy in primis, ma la trama va ben al di là dei giochi da ragazzi e dei furterelli di cui i due si macchiano. Sullo sfondo si muovono, infatti, le vicende che riguardano una delle più orribili pagine della Storia del Novecento e tutto ciò viene descritto attraverso lo sguardo innocente di Liesel che, vittima anch’essa, sa pensare molto meglio di tanti adulti. Il messaggio che ne cogliamo, leggendo questo romanzo, è davvero molto profondo.
A livello narrativo questo libro è particolare: voce narrante è, infatti, la Morte. Non stupisce che essa si presenti come narratore onnisciente – chi può esserlo più della morte! – che conosce la storia e approfitta del suo ruolo per anticipare alcune vicende che noi lettori avremmo forse voluto scoprire a tempo debito.
Anche dal punto grafico il romanzo si presenta in una veste non usuale: ogni capitolo è anticipato da una sorta di indice dei paragrafi e il testo narrativo è intervallato da alcune parti scritte in grassetto che hanno la funzione di elencare dei fatti, descrivere i personaggi, esplicitare alcune riflessioni dei protagonisti stessi, narrare degli eventi particolari o addirittura spiegare il significato di certi vocaboli, perlopiù quelli che colpiscono particolarmente Liesel che, durante la lettura dei suoi libri, annota diligentemente le parole che non conosce.
Circa a metà del racconto sono inserite le tredici pagine illustrate che costituiscono il “libro” donato da Max alla ragazzina.

Nel complesso a me il libro è piaciuto, anche se non posso considerarlo tra le letture più belle. Ho apprezzato maggiormente il film che ho avuto modo di guardare appena terminata la lettura del romanzo. La trasposizione è molto fedele per ciò che riguarda gli eventi principali ma tralascia molte vicende che fanno da contorno. Del resto in poco più di due ore sarebbe stato impossibile ridurre nella sceneggiatura più di 550 pagine.
Mi sento, quindi, di consigliare non solo la lettura del romanzo di Zusak ma anche di guardare il film, facilmente scaricabile dal web. Ecco il trailer.

Infine, ringrazio gli amici blogger Monique e frz40 che mi hanno invogliata a leggere questo bel libro.

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[immagini dal film tratte da questo sito]

3 gennaio 2015

‘E FIGL SO’ PIEZZ ‘E CORE … ANCHE QUANDO SPARISCONO E POI RITORNANO

Posted in cronaca, famiglia, figli tagged , , , , , , , , at 2:40 pm di marisamoles

francesco rigoliI genitori di Francesco Rigoli hanno di certo passato delle buone feste: il loro figlio, ora 27enne, era scomparso nel nulla 3 anni fa, facendo perdere le tracce. Un allontanamento volontario, hanno stabilito gli inquirenti che hanno chiuso il caso pochi mesi dopo la scomparsa. Ma che cosa mai era successo da spingere Francesco ad andarsene così, senza preavviso, senza una motivazione apparente, senza tranquillizzare i suoi che comunque stava bene e se la sarebbe cavata?

Una bugia grande come una casa: il giovane aveva dato a mamma e papà l’annuncio della prossima laurea ma in realtà il suo curricolo da studente mediocre lo ha smentito fin da subito: nessuna laurea, era molto indietro con gli esami.

Ho due domande da fare, a questo riguardo:

1. Cosa spinge un ragazzo di 24 anni a dire una bugia così grossa, ad inventarsi una laurea inesistente?

2. Come vi sareste comportati voi nel vederlo tornare – sollecitato da un appello accorato che una zia aveva lanciato su Facebook -, così, come se niente fosse?

Alla prima domanda non è facile rispondere. Da insegnante posso dire che sono molti gli studenti che soffrono per l’insuccesso scolastico perché si sentono in colpa nei confronti dei loro genitori, perché non sono all’altezza delle aspettative di mamma e papà o semplicemente perché non hanno coraggio di ammettere che quel dato corso di studi non fa per loro.
Generalmente chi teme di deludere la famiglia sa bene quali possono essere le reazioni all’annuncio di un eventuale abbandono degli studi (o, se si tratta di scuole superiori, di cui ho maggiore esperienza, di un cambio d’indirizzo, magari una scuola che i genitori ritengono “inferiore” rispetto al liceo). Al di là delle reazioni violente, che spero non si presentino, molto può influire anche la violenza psicologica. Dire al proprio figlio “sei una nullità”, “mi hai deluso profondamente”, “non meriti di essere mio figlio” o altre amenità del genere, può essere tranquillamente considerata una reazione violenta perché non tiene conto dello stato d’animo di chi si vede costretto ad ammettere la propria debolezza e incapacità.
A questo punto, molto dipende dal carattere del ragazzo (oltreché dall’età): c’è chi quel coraggio lo trova ed è pronto ad affrontare le conseguenze, e chi non ce la fa e non vede altra via d’uscita che sparire. A volte, l’esito è ben peggiore di quello del caso in questione: qualcuno arriva anche al suicidio.

Succede, nei casi di allontanamento spontaneo, che in breve tempo il figlio si ripresenti a casa e tenti di chiarire le cose. Altre volte, come nel caso di cui sto trattando, l’allontanamento si protrae nel tempo fino a diversi anni. A questo punto immaginiamo quale possa essere la reazione della famiglia.

I genitori di Francesco l’hanno accolto a braccia aperte, almeno da quanto emerge dal messaggio lasciato dalla madre su Facebook, nella pagina aperta apposta per rintracciare il figlio scomparso.
E’ normale, mi chiedo, un simile atteggiamento? Io credo di sì.
Se un figlio, anche il più bugiardo del mondo, ritorna a casa deve essere accolto a braccia aperte. La parabola del figliuol prodigo insegna. Non perché si debba perdonare sempre e comunque, beninteso, piuttosto perché quando si teme di aver perduto per sempre un figlio, la sua riapparizione viene concepita quasi come un miracolo, una benedizione del Signore, per chi ci crede.

Eppure c’è chi, commentando l’articolo del Corriere.it che racconta questa storia a lieto fine, la pensa diversamente. “Un bel calcio nel c**o e torna da dove sei venuto!” è la sintesi di molti dei commenti. Ma c’è anche chi accusa i genitori di essere responsabili della fuga, proprio per i motivi che ho esposto sopra. Più equilibrati mi sembrano i commenti che, pur sostenendo che il “figliuol prodigo” debba essere accolto a braccia aperte, non mancano di sottolineare che, qualunque fosse il motivo della fuga, il ragazzo avrebbe dovuto, magari dopo un po’ di tempo, rassicurare i genitori sulle sue buone condizioni di salute. Meglio piangere un figlio lontano ma sano che un figlio (creduto) morto.

E voi cosa ne pensate?

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