16 luglio 2018

QUANDO RIPENSO AL MIO PRIMO AMORE…

Posted in amicizia, amore, donne, famiglia, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , a 11:00 am di marisamoles


Se devo ripensare al mio primo amore non so esattamente a chi rivolgere la mente. Nel post dedicato a questo argomento (Il primo amore non si scorda mai ma è meglio non cercarlo), leggendo i numerosi commenti dei lettori che hanno lasciato le loro testimonianze, mi sono resa conto che non necessariamente è il primo amore a restare incollato nella nostra memoria. Infatti molti hanno parlato genericamente di un “grande amore” che non sempre coincide con il primo.

Secondo la mia esperienza, il primo forse è quello maggiormente destinato al dimenticatoio, specialmente se si è risolto in un filarino adolescenziale che ha lasciato molta tenerezza ma poche tracce di passione vera e propria. Piuttosto si tende a ricordare la prima storia importante o la “prima volta”, anche se quest’ultima può essere collegata a un episodio certamente bello della propria vita ma che si è concluso in breve tempo.

Il primo ragazzo che mi ha fatto battere forte il cuore, quando ero poco più che una bambina, ha caratterizzato sei mesi importanti della mia vita: quelli in cui ho compreso che le tante promesse fatte dagli “uomini” sono come foglie al vento. Mi lasciò per una ragazza un po’ più grande – davvero poco più grande, in realtà – da cui poteva ottenere qualcosa in più di semplici bacetti e gite domenicali sul Carso triestino. Chi vuol capire…

La mia prima storia importante risale ai tempi del liceo ed è durata due anni. Finì male, ahimè, ma di questo forse parlerò in un altro post (chissà… non so). Non l’ho più rivisto, l’ho solo intravisto molti anni dopo (ero sposata e già mamma) in una via del centro e si è girato dall’altra parte. Quando non si riesce a superare il risentimento…

Prima di passare al “terzo” vorrei soffermarmi sulla possibilità di rimanere amici fra ex. Nel secondo caso, come si è capito, non ci fu nulla da fare. Con il mio primo ragazzo, dopo una parentesi burrascosa (divenni “amica” della sua nuova ragazza e feci di tutto per intromettermi nella loro relazione, capitando “per caso” a casa di lei e rompendo le… uova nel paniere!), l’amicizia ci fu e fu anche molto bella. Non potemmo in effetti perderci di vista poiché il mio secondo amore era un compagno di classe del primo e si frequentavano regolarmente. Di costui divenni la “parrucchiera” prediletta quindi ricordo tanti tagli di capelli riusciti alla perfezione e la consapevolezza che potevo avere un mestiere in mano. Il classico piano B, per intenderci.

Il terzo ragazzo era quello di cui parlo QUI. Fu una storia breve ma intensa. Mi lasciò lui e fu molto difficile dimenticarlo anche perché trascorrevamo, con le nostre famiglie, le vacanze estive nella stessa località e frequentavamo la stessa numerosissima compagnia quindi, voglia o non voglia, almeno per quel periodo dovevamo sopportarci.

Nel frattempo io avevo incontrato mio marito e lui aveva conosciuto quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Incredibile ma vero, lui divenne amico del mio fidanzato (tanto da proporgli di fargli da testimone di nozze!) e io amica di lei, nonostante fosse la responsabile della nostra rottura. Ciò dimostra che io non sono proprio capace di serbare rancore…

Sarei bugiarda se non dicessi che la nuova frequentazione non aveva risvegliato in noi i lontani ricordi, legati a un’esperienza della vita di entrambi difficile da dimenticare. Però ha prevalso la razionalità e la consapevolezza che tra noi qualcosa non aveva funzionato e che, a distanza di tempo e con i legami importanti che avevamo stretto con i nostri partner, un ritorno di fiamma non avrebbe portato nulla di buono.

L’amicizia durò molti anni. Matrimoni, figli, domeniche passate assieme… mai un vero e proprio ricordo di ciò che c’era stato tra noi. Eravamo amici, soltanto amici. Poi iniziammo a vederci più di rado finché la nostra frequentazione si interruppe senza traumi per nessuno. Ci sono cose che a un certo punto finiscono e amen.

Non so quanto possa essere stato interessante per i lettori questo breve excursus sui miei amori giovanili ma mi serviva per tornare all’argomento del post linkato.

Nei numerosi commenti, come dicevo, si fa spesso riferimento a un grande amore, non necessariamente il primo. Molte volte si tratta di persone felicemente sposate – almeno così si dichiarano… – che a un certo punto della vita ripensano a un antico amore e sentono prepotentemente il desiderio di un nuovo incontro. Diciamo che nell’era dei social l’obiettivo non è così difficile da raggiungere, tuttavia spesso anche un timido approccio, solo “per curiosità” e, almeno idealmente, privo di implicazioni emotive forti, può trasformarsi nell’inizio di una crisi esistenziale di cui non si aveva assolutamente sentore.

Se leggete le mie risposte, spesso volte a dissuadere più che a persuadere, faccio capire chiaramente che la “curiosità” non è abbastanza, il desiderio di incontrare un vecchio amore non è solo voglia di tenerezza. Insomma, secondo me se la vita sentimentale è appagante, non si sente nessun bisogno di rivedere una persona con cui non si avevano più contatti da 10, 20 o 30 anni. D’altra parte, se si è soli non si può riempire la solitudine anche solo fantasticando su un amore passato che, a distanza di tanto tempo, finiamo per idealizzare. La delusione è dietro l’angolo e non è esattamente il modo migliore per sollevare l’animo afflitto per la mancanza di un lui o una lei.

In particolare mi ha colpito uno degli ultimi commenti giunti, firmato da un certo Roger. Lo riporto in parte:

Ciao a tutti, sono un uomo di 49 anni sposato da 23 e con un figlio di 20. Amo mia moglie e la mia famiglia. Ho trascorso 4 anni della mia adolescenza con una ragazza. Ci siamo lasciati che ne avevo 20 ma ho sempre pensato che un pezzettino del mio cuore se lo fosse portato via. Per me è stata una storia molto importante che mi ha segnato profondamente. […] L’ho contatta e dopo un paio di mesi di chat ci siamo incontrati. […] Da quel giorno ci siamo sempre messaggiati con un progressivo aumento di intensità nei contenuti fino a un mese fa quando mi ha chiesto di rivedermi. Ovviamente ho accettato ed è stato un incontro molto passionale. Niente sesso (“solo” intensi abbracci e baci) ma un turbinio di emozioni e sensazioni meravigliose. Ci siamo ripromessi di vivere questa storia da persone mature e senza colpi di testa. Mi sono reso conto che lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita. Quello che mi fa specie è che non ho sensi di colpa nei confronti di mia moglie (che ripeto amo tantissimo) perché non la privo di qualcosa per dare all’altra, non so se mi spiego. Ciò che do alla mia ex non potrei darlo a nessun’altra.
La vita è strana…..

Roger dice di amare moltissimo sua moglie e lo ripete. Perché? Forse perché deve autoconvincersi che questa storia non può influire sulla sua vita matrimoniale. Accetta una relazione “platonica” (mica tanto, poi) perché «lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita». Conclude, quindi, dicendo che «La vita è strana…».

Personalmente non credo che la vita sia strana, non la sua almeno. Credo invece che “la terza incomoda” nel suo ménage familiare abbia un posto molto più rilevante di quanto non ammetta lo stesso Roger.

Dato che la passione ha una breve durata e le relazioni, anche molto lunghe, sono soggette a usura non nego che effettivamente il tenero ricordo di un vecchio amore possa risvegliare la curiosità di un nuovo incontro, ma ritengo che tra il pensiero e l’azione debba necessariamente esserci un freno, a meno che non ci sia davvero una crisi in atto.

Il detto “chiodo scaccia chiodo” decisamente non fa per me.

E voi vorreste incontrare una vecchia fiamma?

[Nell’immagine io e il mio “terzo amore”. © Immagine coperta da copyright. La pubblicità per la Coca-Cola è gratis. 🙂 ]

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8 luglio 2018

3 MILIONI DI… GRAZIE!

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , a 12:34 pm di marisamoles


Il 28 dicembre 2014, nel commento al post in cui festeggiavo i 2 milioni di visualizzazioni di questo blog, l’amico frz40 scriveva:

E non c’è il 2 senza il 3…

Ed eccomi qui, a quasi quattro anni di distanza, a comunicare ai lettori il raggiungimento del traguardo del 3 milioni di click. Una cifra impensabile, dal momento che negli ultimi anni questo spazio, che è stato a lungo un vivace “salotto di conversazione”, è pressoché abbandonato.

Negli ultimi tempi ho pensato più volte di chiudere. Spesso mi ritrovo a leggere vecchi post e devo dire onestamente che non butterei via nulla.

Qualche anno fa, rovistando nella soffitta dei miei genitori, ritrovai il manoscritto del mio primo romanzo. Avevo 15 anni e una scritturina perfettina e quasi infantile. Pagine e pagine di un quadernetto ad anelli a quadretti, scritte fitto fitto a matita. E dire che a scuola ogni volta sbraito se vedo che i compiti di Italiano o Latino sono scritti a matita (“Se usate la matita significa che siete insicuri. MAI usare la matita, anche se è più facile cancellare. Gli errori devono essere evidenti e non semplicemente cancellati!”) o sui fogli a quadretti (“I quadretti si usano per fare i conti!”). Chissà perché a scuola a me non l’avevano insegnato.

Insomma, ritrovando quel manoscritto mi sono ricordata che scrivere è sempre stata una passione. Alle elementari componevo brevi testi poetici, poi mi sono data alla prosa. 🙂

Quando ho aperto questo blog, nel lontano 2008, l’ho fatto principalmente per i miei studenti. Infatti, se leggete la pagina info, si capisce che quello era lo scopo primario. Ho, però, subito compreso che su queste pagine virtuali avrei potuto coltivare la mia passione e così il blog è diventato un contenitore di pensieri, opinioni, notizie… alla fine, per non confondere i due piani – personale e professionale – è nato, nel luglio del 2011, il blog laprofonline.

Tenere attivi e aggiornati i due blog non è stato facile ma per alcuni anni ce l’ho fatta senza grossi sforzi. Poi è subentrata una certa apatia di cui onestamente non conosco né l’origine né la causa.

La domanda che spesso mi ponevo era: “Perché scrivere?” mentre più recentemente, anche ammesso che ne abbia tempo e voglia, mi chiedo: “Per chi scrivere?”. Il “perché” è presto detto: mi piace scrivere. Il “per chi” mi ha messo spesso in crisi.

Ai miei allievi, quando tratto autori della Letteratura Italiana che non hanno avuto un successo immediato pur essendo oggi dei grandi “classici”, ripeto sempre che nessuno scrive solo per se stesso. Forse un tempo, quando si tenevano i cosiddetti “diari segreti”, ma ora anche i classici “diari on line” ovvero i blog che nascono come sfogatoi e contenitori di confidenze, presuppongono che ci siano dei lettori, altrimenti la condivisione non avrebbe proprio senso. Un blog senza lettori, soprattutto senza commenti, è come un corpo senza l’anima. Devo averlo già scritto da qualche parte e scusate se mi ripeto.

Quindi, per chi scrivere? Certamente tutti noi abbiamo in mente dei lettori ideali ma il pubblico reale può essere composto da lettori molto diversi da quelli che ciascuno di noi ha in mente. Quando scrisse la Divina Commedia forse Dante Alighieri pensava agli studenti liceali degli anni Duemila? Il problema è, almeno per me, il non essere compresa. E’ chiaro che non voglio aver “ragione” a tutti i costi, il bello di un blog e della discussione che può scaturire dai post pubblicati è anche lo scambio di idee e di opinioni diverse. Talvolta, però, mi sono imbattuta in lettori troppo polemici, a volte anche non troppo educati, e ciò ha causato in me una sorta di disagio. Se un “perché” ce l’ho, il “per chi” mi condiziona.

Mi ritrovo sovente a pensare “se scrivo questo sarà compreso il mio pensiero?” e questa semplice domanda fa sì, almeno nella maggior parte dei casi, che io rinunci a scrivere. Da questa rinuncia e dalla consapevolezza che questo blog langue da troppo tempo, scaturisce un’altra domanda: “non sarà forse meglio chiudere?”.

Ma ogni volta che ci penso – e con questo ritorno alla riflessione iniziale – mi dico che no, non è necessario chiudere. Ci sono nella blogosfera molti siti abbandonati, a volte senza un perché, altri non più pubblici, e ciò fa pensare che la chiusura non sia definitiva. Alcune amiche blogger ci sono passate: qualcuna ci ha ripensato, qualche altra ha continuato a pubblicare (nonostante il “post d’addio”) di tanto in tanto, altre hanno cambiato dominio e altre ancora hanno trasformato il vecchio in qualcosa di nuovo.

Se considero, poi, che questo blog vive di vita propria (nella top ten dei post più letti il più “recente” è del 2013!) e il proprio servizio continua a farlo, non vedo proprio un valido motivo per chiudere. Infatti, è proprio questo aspetto che continua a caratterizzare le mie pagine: offrire un servizio, far sì che le persone abbiano delle risposte alle proprie domande.

Il post più letto in quasi 10 anni di attività è dedicato al “primo amore” (90mila visualizzazioni e 120 commenti, un record assoluto). Chi riscopre un’antica passione amorosa può semplicemente leggere il post o lasciare un commento. Ce ne sono di bellissimi e ho sempre cercato di rispondere. Questo è il senso della condivisone: sapere di non essere soli.
Poi ci sono gli appassionati di Omero e Virgilio che si soffermano a leggere le mie pagine d’Epica che spero sempre diventino un libro.
Non manca poi la curiosità nei confronti delle mamme-nonne (un argomento che vorrei tirar fuori nuovamente ma il “per chi” mi blocca, dato che spesso nei vecchi post sono stata ferocemente criticata) e non mancano nemmeno i lettori nostalgici delle poesie antiche, quelle che un tempo imparavamo a memoria fin dalla scuola elementare.
Infine, molti lettori sono alla ricerca di temi legati alla scuola che ormai tratto esclusivamente nell’altro blog ma anche le notizie non proprio fresche di giornata vengono lette tuttora.

Rileggendo quanto scritto finora (una buona abitudine che cerco di trasmettere ai miei studenti che non rileggono MAI quanto scritto nei temi!), mi rendo conto che mi sono “bruciata” molti argomenti che sarebbero stati più adatti al post “celebrativo” del 10° compleanno. Pazienza, vuol dire che a fine settembre troverò l’ispirazione giusta per scrivere qualcos’altro.

Devo ammettere che se non ci fosse stata questa coincidenza (i 3 milioni di click) oggi avrei scritto un post di tutt’altro tenore perché è un periodo di grande crisi su molti fronti. Non è escluso che il post che avevo in mente prima o poi lo scriva ma per ora posso affermare di aver trovato un altro “perché”: scrivere mi ha fatto bene, ora sono rilassata e per un’ora almeno ho allontanato i tanti pensieri che affollano la mia mente. Un motivo in più per non chiudere: tenere un blog è terapeutico!

GRAZIE DI CUORE A TUTTI VOI CHE AVETE RESO POSSIBILE IL RAGGIUNGIMENTO DI QUESTO TRAGUARDO.

[immagine protetta da copyright prodotta con quozio.com]

6 luglio 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ECCO IL DOGGYBAR PER GLI AMICI CANI

Posted in animali, attualità, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, società tagged , , , , , , , , , , , a 4:11 pm di marisamoles


Si tratta di un brevetto targato Friuli. Il Doggybar è stato, infatti, inventato da un da un cormonese, Marco Mersecchi, assieme al team con cui collabora nella sua azienda di design.

Il nuovo dispositivo, che potrebbe essere visibile a breve all’esterno di molti locali non solo nella città di Cormons (Gorizia), è costituito da una ciotola che nella forma ricorda proprio gli amici cani. Il Doggymar è dotato di un piccolo contenitore in cui si può posizionare dell’acqua o delle crocchette per far felici i miglior amici dell’uomo e anche i padroni.

«È un’idea che mi è venuta prima di addormentarmi – racconta Mersecchi – Il giorno dopo ne ho parlato con i miei collaboratori e ci siamo messi subito all’opera, brevettando il piccolo manufatto in pochissimo tempo. È un servizio pet-friendly in più».

Questa invenzione è giustificata soprattutto dall’incremento notevole dei cani e gatti, ma più in generale degli animali da compagnia, osservato negli ultimi anni nel nostro Paese. Secondo i dati recenti, in Italia 60 milioni di animali abitano nelle nostre case. Oltre ai cani e ai gatti, gli animali da compagnia per eccellenza, si contano i pesci, i più diffusi per numero, ma anche altre specie come furetti e rettili.

All’inizio del 2015 i cani registrati, tramite tatuaggio o microchip, erano poco più di 6 milioni; in tre anni sono diventati 10 milioni, con un incremento del 40%.

A Cormons l’amore verso gli animali è diffuso. I dati ufficiali disponibili (relativi alla fine del 2015) parlano infatti di oltre 1200 cani censiti nelle varie famiglie: su un totale di circa 7500 abitanti, ne deriva che c’è un cagnolino più o meno ogni sei cormonesi, praticamente uno ogni due famiglie. Non stupisce, dunque, che Marco Mersecchi abbia pensato a brevettare il Doggybar, con la speranza che il suo dispositivo possa presto diffondersi anche al di fuori della regione Friuli – Venezia Giulia.

Allora grazie Marco, per aver pensato ai migliori amici dell’uomo.

[Fonte: Il Piccolo anche per l’immagine: altra fonte: zampefelici.it]

8 giugno 2018

LA MIA CITTÀ HA UN CUORE CHE BATTE

Posted in Uncategorized a 12:00 pm di marisamoles


La mia città ha un cuore che batte: il cuore di Udine, il suo centro storico. Conserva ancora quell’aspetto del borgo medievale, con le vie strette, i vicoli tutt’oggi coperti dall’acciottolato, le case basse con il cortile all’interno, dove un tempo la gente coltivava gli orti. Passando per quello che un tempo fu il borgo Villalta, il rumore dei tacchi che battono sull’acciottolato rievocano in qualche modo lo scalpiccio degli zoccoli che allora gli umili abitanti della città, per lo più contadini e artigiani, indossavano. Pare quasi di sentire, nel silenzio della notte, i cavalli che trascinano i carri dei mercanti.

Il cuore di Udine ha una piazza, quella di San Giacomo, il salotto buono della città. La forma quadrata, con i palazzetti antichi, su cui svettano le tradizionali altane, è di origine veneta. Qui si respira l’aria di San Marco e i tavolini dei caffè e dei bistrot ricordano l’anima di Venezia. Quella che oggi gli udinesi chiamano ancora piazza San Giacomo, nonostante da decenni sia intitolata a Giacomo Matteotti, è nata grazie alla volontà del patriarca Bertoldo di Merania che, trasferita la sua residenza da Cividale a Udine, desiderò che quella piazza, il mercato nuovo, diventasse il cuore pulsante dell’attività mercantile. Lì, infatti, volle che sorgesse il mercato settimanale, istituito nel 1223, attirando a Udine mercanti d’ogni dove e trasformando il borgo in cittadella operosa.

Nella piazza San Giacomo, chiamata dagli udinesi anche piazza delle Erbe, che rimane come antico toponimo, il mercato si tiene ancora. L’allegro vociare dei bimbi che giocano sgambettando attorno alla fontana, nella parte rialzata della piazza, si mescola ai richiami dei venditori, pronti ad offrire ai passanti i frutti della campagna e i prodotti dei pascoli, ma anche il pesce fatto arrivare in gran fretta, nottetempo, da Marano Lagunare, fresco fresco, pronto per la griglia o il tegame. Gli odori si confondono gli uni con gli altri e rimandano all’antico mercato. Mentre la gente, nelle giornate di sole, si riposa ai tavolini dei caffè, godendosi il tepore del sole primaverile, i raggi ancora un po’ incerti di quello invernale o riparandosi sotto i grandi ombrelloni dal sole cocente di mezza estate. La piazza apre le sue braccia ospitali in tutte le stagioni e durante il periodo natalizio, nell’ombra della sera, viene illuminata da timide luci che disegnano sui bei palazzetti dei candidi fiocchi di neve.

Percorrendo uno dei vicoli che dalla piazza delle Erbe portano in via Mercatovecchio, ci si immerge nel tempo più antico di questa città. Il primo mercato, non ancora così famoso e popolato soltanto dalla gente del borgo, soprattutto dagli artigiani che lì avevano le loro botteghe. I lunghi porticati che, da ambo i lati della strada, corrono verso Riva Bartolini, seppur ricostruiti nel tempo, ricordano il clima tipico di questa città, molto piovoso in tutte le stagioni. Forse ora non è più come allora e a Udine il sole splende generoso, anche nelle giornate invernali, dopo aver squarciato la nebbia e l’uggia che essa porta con sé. Ma un tempo gli artigiani che vendevano le merci al di fuori delle loro botteghe, spazi angusti in cui abitavano anche con la loro famiglia, si riparavano sotto i porticati nelle giornate meno clementi, esposti, così come i loro clienti, al freddo ma almeno protetti dalla pioggia e, un minimo, dall’umidità. Erano perlopiù calzolai, ombrellai, cappellai ma anche sarti, orefici e barbieri come testimoniano i toponimi delle vie sorte perpendicolarmente al Forum Vtini: l’attuale Via Mercerie, ad esempio, era detta “dai cialiariis” e la Via Rialto sarà chiamata in seguito “dai barbariis”.

Proseguendo questa immaginaria passeggiata sotto i porticati di via Mercatovecchio, si arriva in piazza Libertà, impreziosita dalle due belle logge di San Giovanni e del Lionello. Dalla parte sopraelevata svettano maestose bianche statue che sembrano riflettere ancor più il candore dei sassi che coprono il grande spiazzo. Dalla loggia del Lionello echeggia il vociare concitato dei giovani che lì si danno appuntamento, perlopiù il sabato pomeriggio. Le nuove generazioni che calpestano lo stesso suolo su cui anni, decenni, secoli prima hanno poggiato i loro piedi minuti i cittadini più giovani, piccole speranze di un futuro ancora incerto. E da lì, come nei tempi passati, i ragazzi muovono i loro passi per raggiungere, ansimanti per la fatica della salita che non concede soste, il grande spiazzo del castello. Qui è nato, più di mille anni fa, il primo cuore di Udine: il castrum Utini, concesso da Ottone II al patriarca di Aquileia. Un castello certamente molto diverso dall’attuale che risale al XVI secolo, forse opera di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Un palazzo dalla pianta rettangolare, con la sua torretta dalla quale vedette a noi sconosciute sorvegliavano la pianura antistante. Un castello assai differente da quello originario che, come testimonia un antico sigillo, doveva essere costituito di un maschio e da varie torri, circondato da due gironi di mura merlate di cui il superiore correva intorno al rialzo del colle e da quello si dipartivano due ali di muro che comprendevano le falde del colle verso nord-ovest, giungendo fino all’attuale Palazzo Bartolini, al termine di Via Mercatovecchio. Il girone inferiore comprendeva invece la contrada di Sottomonte e parte dell’attuale Piazza Libertà. Il primo borgo, racchiuso entro le mura per difendere i “villani” dagli attacchi stranieri. Non solo un castello, dunque, ma un microcosmo chiuso, tipicamente feudale, in cui gli abitanti vivevano protetti e producevano quanto bastava per la loro sopravvivenza, instancabili lavoratori come i friulani sanno essere ancora.

All’ombra del castello, ove adesso si trova la grande area di piazza Primo Maggio, un tempo chiamata, nell’idioma friulano, Zardin Grant, tutto era deserto, paludoso, senza vita. In quell’area si estendeva una depressione in cui s’era formato un lago detto poi “del Patriarca” perché egli era solito farvi dei giri in barca, solitario in quei luoghi ancora tranquilli. Il lago, congiuntamente alle due rogge, formava una sorta di difesa naturale su tre lati del colle. A tratti, possiamo ancora vedere le due rogge, quella di Palma e quella di Udine, che hanno ancora oggi un avvio comune poco a nord di Zompitta, anche se la gran parte di esse scorre attualmente sottoterra.
Le rogge – la cui manutenzione, in Udine, spettava agli uomini del Patriarca – furono indubbiamente importanti per la vita e lo sviluppo della città: innanzitutto vi portavano acqua potabile – a volte magari non proprio batteriologicamente pura, per cui già negli statuti comunali del Trecento si faceva divieto a chiunque, sotto pena di sanzioni pecuniarie, di gettare “acqua di lavaggio” dalle case o “corteccie di concia” sulla roggia o di tenere vicino il letame. Tali corsi d’acqua procuravano, inoltre, forza motrice a macine e mulini e fornivano la materia prima indispensabile in numerosi processi di lavorazione delle nascenti attività manifatturiere. Ora, per quel che ne rimane visibile, sono spesso deposito di materiali non biodegradabili, gettati dalla mano incivile di chi sa di non correre alcun rischio di essere punito. Gli antichi decreti trecenteschi ispiravano, forse, più efficacemente quel senso civico in cui oggi il regolamento comunale, spesso disatteso, difetta.
Sotto il giardino Ricasoli, in piazza Patriarcato, un tratto della roggia è da anni abitato da due splendidi cigni, immancabile attrazione per i turisti. Il giardino è spesso animato dai bimbi e dalle loro mamme, oltreché dalle coppiette di innamorati e da qualche studente che si rifugia in qualche angolo, ben protetto dal vivace frastuono, per studiare, con le cuffie dell’I-Pod ben attaccate alle orecchie. Dall’entrata del cancello, si è costretti a salire, raggiungendo la parte sopraelevata. Inconsapevolmente il passante calpesta le orme del passato più remoto: là sotto, infatti, correva il perimetro di uno dei più antichi castellieri del Friuli, risalente all’età del bronzo.

Attraversato il giardino, scendendo dalla parte opposta, verso piazza Primo Maggio, ci si imbatte nella torre di San Barolomeo, meglio nota come Porta Manin. Essa testimonia l’esistenza del terzo recinto murario: dalla prima cittadella, infatti, si arriva ad una città sempre più popolata ed animata, che ospita all’interno delle mura i borghi cresciuti attorno al primo insediamento. Le targhe gialle, posizionate al di sotto dei cartelli indicanti i nomi delle vie del centro storico, ci svelano i loro nomi: San Cristoforo, Santa Maria, Santa Lucia, a testimonianza della grande fede del popolo udinese che consacra ai santi ogni angolo della città. Un popolo che cresce sempre più, fino ad imporre l’esigenza di un’altra cerchia di mura, la terza. La piccola città racchiusa entro la terza cinta – sorta dall’unione dei Borghi di Sore (o Gemona, corrispondente a Riva Bartolini), del Fen (poi S. Tommaso, corrispondente a Via Cavour), d’Olee di dentri (attuale Via Vittorio Veneto) e Grezan di dentri (Via Stringher) – si reggeva ormai come una vera e propria comunità urbana.

Se si procede verso la grande depressione di piazza Primo Maggio, si è subito colpiti dalla collina erbosa che si intravede tra i rami degli alberi sullo sfondo. Lassù, nei pomeriggi d’estate, quando l’afa soffocante lascia un po’ di tregua, i giovani si distendono a prendere il sole. Da lì si ammira il colle del castello, al cui fianco domina il campanile della chiesa di Santa Maria, una delle più antiche della città. Sul campanile, custode fedele degli udinesi, si slancia un angelo che, secondo la tradizione, ha anche il potere di prevedere il tempo che verrà. L’alata creatura è montata su un piedistallo girevole e mostra, con il dito indice, la direzione dei venti: a seconda del punto in cui indirizza il dito, svela agli udinesi se dovranno aspettarsi il bello o il cattivo tempo. Un antico previsore che per gli abitanti della città è più affidabile del moderno meteo televisivo.

Zardin Grant, come si è detto, un tempo era occupato da un lago cui è legata anche un’antica leggenda, secondo la quale sarebbe stato abitato da un mostro, e che si prosciugò in modo talmente rapido da far ritenere quel fenomeno un vero e proprio prodigio. Ne ebbe notizia anche Boccaccio che nel suo Decameron, citando esplicitamente Udine, ne prende vaga ispirazione per la quinta novella della decima giornata. Verso la fine del XV secolo, quando Udine era una città ormai prospera e faceva parte dei possedimenti veneziani, qui fu spostata la Fiera di Santa Caterina, che in origine si teneva in altro luogo. Un secolo prima, il patriarca Marquardo di Randeck, riconoscente per l’aiuto ricevuto dagli udinesi durante la guerra contro Venezia, con un decreto del 4 novembre 1380 concesse il permesso di tenere un mercato, dal 23 al 27 novembre, presso la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, vicino alle rive del Cormor. Tutti i rivenditori potevano accedervi e vendere qualsiasi prodotto senza pagare dazi o imposte, eccetto coloro che avevano commesso qualche reato.

La Fiera di Santa Caterina è tutt’oggi una tradizione assai cara agli udinesi ed un’attrazione per molti abitanti della regione e anche del Veneto. Qualche visitatore vi arriva, incuriosito, anche da oltreconfine. L’aria di festa che si respira in quei giorni fa quasi dimenticare l’autunno già inoltrato e l’inverno che, almeno qui, bussa già alla porta. Camminando sui sentieri disegnati tra il verde manto della grande piazza, ci si immerge in un’atmosfera gioiosa, grazie alle merci variopinte che vengono esposte nelle numerose bancarelle caratterizzate, ormai, dal gusto multietnico. Il profumo delle frittelle e dei croccanti si espande ovunque, invitando anche il palato a far festa, mentre l’aria novembrina un po’ frizzante provoca un leggero brivido che corre lungo la schiena. L’autunno colora i sentieri con le foglie che ormai cadono inesorabilmente dagli alberi e l’erba che ha perso quell’aspetto smeraldino delle stagioni migliori.

La passeggiata ci sta portando fuori dal cuore di Udine. Dalla piazza Primo Maggio, attraverso via Manin, torniamo sulla strada principale. Percorriamo via Vittorio Veneto e poi via Aquileia, fino ad arrivare alla porta omonima, una delle due superstiti della quinta cerchia muraria. La popolazione udinese con il tempo è cresciuta e, dopo la costruzione di un quarto recinto, si iniziò a pensare al quinto che occupava l’area attualmente racchiusa all’interno del centro storico. Una previsione, tuttavia, ottimistica smentita dai fatti: gli udinesi riuscirono a starci comodamente fino al 1800, stretti da quelle mura possenti, vigilati dalle torri antiche. Qui inizia la periferia sud di Udine. Ormai siamo fuori dal suo centro storico eppure anche qui c’è un cuore che batte, un cuore che ha molti colori e parla molte lingue. È il borgo stazione, il quartiere più multietnico della città. Nelle strade si mescolano gli odori del kebab, della pizza, degli hamburger e degli involtini primavera, segno tangibile di un’identità, quella degli udinesi, che pur custodendo come un prezioso tesoro il proprio patrimonio culturale, fatto di tradizioni e lingua, si sta aprendo all’alterità. Un popolo di emigranti, specie durante il secolo scorso, che apre le porte e dona il suo cuore alle migliaia di immigrati che cercano quel po’ di fortuna che gli udinesi a loro volta cercarono in terre straniere.

Il borgo stazione ha anche un altro nome, certamente più poetico: quartiere delle magnolie. Questi alberi antichissimi hanno una particolarità: i fiori, nelle varietà bianco avorio e rosa, sbocciano tra i rami nudi prima delle foglie. Quando ancora il calendario ci ricorda che la primavera è lontana, i fiori delle magnolie, già spuntati tra febbraio e marzo, inondano con il loro profumo questa zona di Udine e risvegliano i cuori dal torpore invernale. Allineate sui marciapiedi della centrale via Roma, le magnolie danno il benvenuto ai visitatori che arrivano in città con il treno, pronti ad immergersi nell’ospitale e pulsante cuore di Udine.

Udine, dal castello alla città

[link foto: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto]

11 maggio 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: DUE GIOVANI LETTORI APPASSIONATI TRASFORMANO UN DOUBLE DECKER IN LIBRERIA ITINERANTE

Posted in La buona notizia del venerdì, legalità, libri, Trieste tagged , , , , , a 4:34 pm di marisamoles


Si chiama Parole in movimento il progetto che Sara e Simone, due librai del Nord-est, hanno appena lanciato: una libreria itinerante per promuovere la lettura in Veneto e Friuli – Venezia Giulia. Non a caso, lui proviene dalla provincia di Treviso e lei è triestina.

Così Sara racconta l’inizio di questa avventura che condivide con il marito Simone: «Andare per strada con i libri è una cosa che facevamo già da anni. Il nostro scopo era muoverci sul territorio, andare a eventi, incontri con gli autori, mostre-mercato del libro. Collaboravamo con le amministrazioni, le scuole, le biblioteche, le associazioni del Nordest, soprattutto in Veneto e Fvg tra l’area del padovano, del trevigiano e del pordenonese. Un anno siamo stati anche a Gorizia, per il festival “èStoria”. Ma lavorare in quel modo era faticoso: apri e chiudi gli scatoloni, carica e scarica i libri dalla macchina. Allora ci siamo detti che dovevamo trovare un altro mezzo, senza però mai perdere la nostra filosofia: la libreria senza libreria

I due giovani si sono messi, quindi, a cercare uno scuolabus o un mezzo del genere in grado di trasportare i libri, permettendo la realizzazione del progetto. L’occasione è arrivata con un “double decker” di fine anni ’90, dismesso dalla società di trasporti londinese. Sara e Dennis non si lasciano sfuggire l’occasione, lo acquistano e con un salatissimo trasporto da Bristol (5000 euro) l’hanno recuperato a Livorno. Il bus a due piani è l’ideale, come spiegano: «Possiamo distinguere i reparti – il piano terra sarà dedicato agli adulti e quello di sopra ai bambini – ed è di dimensioni accettabili, il che ci permette di muoverci liberamente.»

Allestire la libreria itinerante non è facile. Per coprire le spese e per fare tutti i lavori necessari a trasformare il bus a due piani, ribattezzato Dennis, in una libreria ambulante, Sara e Simone hanno fatto partire una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Ulule, con l’obiettivo di raccogliere 5 mila euro entro il 30 giugno.

«Ci stiamo un po’ scontrando con la diffidenza di alcune persone di donare soldi online», ammette la libraia. «Siamo sotto le nostre aspettative: abbiamo racimolato 700 euro finora». Dopo la raccolta fondi, i lavori continueranno fino a settembre perché c’è tanto da fare: togliere i sedili e sostituirli con scaffali dove esporre i libri e apportare altre piccole modifiche. I due ragazzi sperano di poter partire in autunno con questa nuova e singolare attività.

La curiosità nei confronti di questo progetto non manca ma non basta. Infatti spiegano: «Ci sono arrivati molti inviti e ci sono in ballo anche opportunità interessanti come Pordenonelegge, i festival di Mantova e di Torino e quelli del fumetto. Anche se il nostro sogno è quello di scendere fino in Sicilia: lì siamo in contatto con Giovanni Impastato (fratello di Peppino, ucciso dalla mafia nel 1978, ndr) per fare una specie di autobus della legalità che percorra tutto il Paese organizzando attività culturali. In ogni caso, il nostro progetto è quello di portare i libri dove mancano. Non devono per forza essere zone sperdute tra i monti, penso anche alle periferie delle nostre città dove è difficile realizzare iniziative sulla lettura».

Così una triestina storica dell’arte e lettrice appassionata e un libraio indipendente di Spresiano, che già sei anni fa si è inventato la “Libreria diffusa” per portare i libri a festival ed eventi culturali, stanno per realizzare un sogno: portare in giro un “double decker” pieno zeppo di libri e contagiare con il loro amore per la lettura anche chi magari lettore appassionato non è. Per ora la meta è il Nord-est ma un domani, speriamo, l’avventura potrebbe portare Sara, Simone e Dennis in tutta Italia.

[fonte: Il Piccolo da cui è tratta anche l’immagine]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

20 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL SOGNO DI “DONNA LUPITA”

Posted in attualità, donne, La buona notizia del venerdì, scuola, società tagged , , , , , , , , a 8:43 pm di marisamoles


Anche questa settimana una buona notizia che conferma quanto sia attuale il detto “non è mai troppo tardi”.

Donna Lupita è una signora messicana che, dopo aver dedicato la vita al duro lavoro nei campi, ha pensato di recuperare ciò che le era stato vietato in gioventù: imparare a leggere e scrivere. In meno di quattro anni ha recuperato tutte le elementari e le medie, frequentando corsi di istruzione per adulti. Non contenta, ha deciso di iscriversi in un istituto superiore perché il suo sogno è quello di diventare maestra. Ma non esclude di continuare gli studi all’università.

Non ci sarebbe nulla di speciale se la signora in questione non avesse… 96 anni! I capelli grigi tradiscono la sua età, la pelle è rovinata dal duro lavoro nei campi di grano e di fagioli o al mercato dove vendeva i polli. Guadalupe Palacios – questo il suo vero nome- da pochi giorni siede tra i banchi della scuola superiore di Tuxtla Gutierrez. L’obiettivo è finire le superiori a 100 anni, iscriversi all’università e diventare «chissà, un giorno» maestra d’asilo.

Per ora afferma di non poter frequentare le lezioni con regolarità, per impegni familiari seri. Nell’aula scolastica che l’accoglie è circondata da compagni che hanno 80 anni meno di lei e sicuramente avranno molto da imparare da questa tenace e arzilla nonnina.

[Fonte del post e immagine Corriere.it]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

13 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SI LAUREA A 82 ANNI PER AMORE DELLA MOGLIE SCOMPARSA

Posted in attualità, filosofia, La buona notizia del venerdì, Università tagged , , , , , , a 11:29 pm di marisamoles


Italo Spinelli è una figura molto popolare a Finale Emilia, dove ha vissuto 52 anni assieme alla moglie Angela. Poi un giorno, rimasto vedovo, ha pensato che una risposta sulla sopravvivenza dell’anima dopo la morte ci debba essere da qualche parte. Così, dopo una vita passata a fare il meccanico nello stabilimento Fiat di Modena, oggi chiuso, che fabbricava macchine agricole, quasi ottantenne ha pensato di dedicarsi allo studio iscrivendosi all’università di Macerata.

A 82 anni da pochi giorni Italo è diventato il dott. Spinelli. Ha discusso una tesi su Tommaso Moro alla Facoltà di Filosofia. La scelta non è casuale. Infatti l’arzillo ottantenne così spiega la sua decisione:

«Nel 2014 è venuta a mancare mia moglie Angela. Un tumore al polmone, dei più cattivi, se l’è portata via in pochi mesi dopo 52 anni trascorsi assieme. Lei è stata quella che mi ha sempre sostenuto, con l’amore e in senso materiale, anche nei momenti difficili, che ci sono stati. Da quel giorno ho cominciato a chiedermi: “La rivedrò?”, “Dove è finita?”. O ancora: ”Ce l’abbiamo davvero un’anima?”. Insomma, dovevo trovare una risposta alla morte di mia moglie».

Nell’articolo apparso sul Corriere Spinelli spiega di aver scelto l’università di Macerata, al posto della più vicina Ferrara, perché non c’era l’obbligo di frequenza. Ha seguito, quindi, le lezioni on line («Te le scaricavi sul computer e te le seguivi una, due, tre volte se necessario.», spiega), imparando a usare internet e studiano due o tre ore al giorno.

Alla fine, l’ambito “pezzo di carta” è arrivato, con tanto di festeggiamenti da parte dei suoi concittadini, sindaco in testa.

Questa, secondo me, è una buona notizia perché insegna che quando c’è una buona motivazione, l’impegno porta al traguardo finale. Soprattutto penso ai tanti giovani che vorrebbero ottenere tutto senza tanta fatica e spesso ci mettono il doppio degli anni per laurearsi, senza nemmeno dare troppo valore a ciò che apprendono.

Per Italo sarebbe stato certamente più semplice andare in chiesa e parlare con il parroco che avrebbe saputo dare una risposta alla sua domanda. Ma gli studi di filosofia che l’hanno tenuto impegnato per cinque anni gli hanno poi chiarito i suoi dubbi?

«Mi ha aiutato la lettura del filosofo Pascal e della sua scommessa. Conviene avere fede, perché in quel caso almeno ci saremo garantiti la beatitudine. E alla fine credo che sì, una volta chiusi gli occhi per sempre, rivedrò la mia Angela».

Evidentemente sì.

[immagine da questo sito; © foto Calavita]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

6 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: I NETTURBINI TURCHI CHE SALVANO I LIBRI

Posted in attualità, cultura, La buona notizia del venerdì, libri, società tagged , , , , , a 4:01 pm di marisamoles


A Çankaya, un quartiere di Ankara, alcuni addetti alla nettezza urbana hanno raccolto dalle immondizie e salvato migliaia di libri.

La raccolta, iniziata per uso personale, è stata poi allargata a tutti i lavoratori e alle loro famiglie. Ma nel tempo il numero dei volumi salvati è aumentato talmente tanto che, in accordo con il sindaco di Çankaya, è stata creata una vera e propria biblioteca pubblica. L’iniziativa è piaciuta agli abitanti del quartiere che hanno iniziato a consegnare agli addetti i libri che non desideravano più tenere donandoli alla biblioteca.

Il luogo scelto è una ex fabbrica di mattoni della zona, che i netturbini hanno arredato con scaffali e tavoli di lettura. Nella biblioteca dei libri salvati ci sono anche delle tavole da scacchi, un caffè e perfino un barbiere. Insomma, una vecchia fabbrica abbandonata è diventata un luogo di aggregazione e ha reso felici molti bibliofili.

Ad oggi, la biblioteca conta più di seimila libri tra letteratura e saggistica, libri per bambini, fumetti e manuali scientifici. Sono addirittura presenti libri in inglese e in francese per i turisti o per i visitatori bilingui. Tutti possono essere presi in prestito per due settimane, o poco più, in caso di necessità, da chiunque lo voglia. La biblioteca è cresciuta enormemente da quando è stata inaugurata, al punto che ha intrapreso ad effettuare diverse donazioni ad altri enti a cui mancano i libri, tra cui scuole, programmi di formazione e persino alle prigioni.

Leggendo questa buona notizia, è stato inevitabile per me fare un confronto con un fatto di cronaca accaduto di recente in Italia: un’operatrice ecologica che prestava servizio a Torino è stata accusata di furto e licenziata perché, a detta dell’azienda per cui lavorava, si è impossessata di un giocattolo trovato tra i rifiuti, contravvenendo al regolamento interno che stabilisce il divieto di appropriarsi degli oggetti destinati alla raccolta. (QUI la notizia)

Che dire? Evidentemente noi italiani abbiamo qualcosa da imparare dai turchi.

UN’ALTRA BUONA NOTIZIA: Hay-on Wye: il paradiso dei lettori e dei librai

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte della notizia: fanpage.it ]

31 marzo 2018

RAPA NUI: L’ISOLA DOVE È SEMPRE… PASQUA

Posted in auguri, Buona Pasqua, Pasqua, storia, vacanze tagged , , , , , , , , , , , , a 1:40 pm di marisamoles


Fin da piccola ero affascinata da quest’isola che probabilmente sarebbe rimasta ignota ai più se non fosse per quelle statue di pietra vulcanica che sembrano sorvegliare l’entroterra dal litorale, perlopiù dando le spalle all’oceano: i Moai. Solo sette hanno lo sguardo rivolto all’orizzonte blu dell’oceano Pacifico.

Alte tra i cinque e i dieci metri, abitano l’isola a decine. Una popolazione silenziosa e imperitura che forse ha il compito – o l’aveva quando questi particolari busti monolitici furono eretti – di contenere l’anima dei defunti che continuano a proteggere gli abitanti dei villaggi situati in riva all’oceano Pacifico. Le sette statue “controcorrente” probabilmente racchiudono gli spiriti dei guerrieri che Hotu_Matu’a, primo colonizzatore e ariki mau (“capo supremo” o “re”) dell’Isola di Pasqua nonché antenato dei Rapa Nui, aveva inviato a perlustrare il territorio.

I polinesiani giunsero la prima volta a Rapa Nui, che significa Grande Isola, tra il 300 e l’800. Sbarcarono sulla spiaggia di Anakena colonizzando l’isola e dividendosi in clan a seconda del figlio da cui discendevano. Per oltre 1000 anni vissero isolati sull’isola posta all’estremità sudorientale del triangolo polinesiano.
Leggende a parte, secondo alcuni studiosi in realtà l’isola non fu abitata prima del 1000-1200 e si presentava come un’immensa distesa verde, costituita perlopiù da foreste di palme. Il primo ad avvistarla fu presumibilmente il pirata Edward Davis, nel 1687. Non vi attraccò poiché non comprese che si trattasse di un’isola sperduta nel Pacifico ma ritenne di aver individuato la parte più meridionale del continente.

Quel che è certo è che questa terra fu battezzata con il nome “isola di Pasqua” nel XVIII secolo: infatti, l’olandese Jakob Roggeveen vi sbarcò la domenica di Pasqua del 1722. Dopo una lunga contesa tra olandesi e spagnoli per il predominio del Pacifico meridionale, Rapa Nui passò sotto la corona di Spagna. L’allora governatore spagnolo del Cile e viceré del Perù, Manuel de Amat y Junient ordinò a Don Felipe Gonzales de Haedo di annettere l’Isola di Pasqua ai territori spagnoli. Gonzales raggiunse l’isola nel novembre del 1770, la denominò San Carlos, cambiandone il nome, e fece erigere in segno della conquista varie croci su tutta l’isola. Negli anni a seguire però la corona spagnola, non trovando in quest’isola sperduta alcunché di interessante e proficuo, non inviò più altre spedizioni perdendo di fatto la sovranità su di essa.

La maggior parte delle informazioni su questo territorio le dobbiamo agli inglesi. James Cook sbarcò sull’Isola di Pasqua il 14 marzo 1774, vi rimase due giorni e si rese conto che quel breve periodo non sarebbe stato sufficiente per carpire tutti i segreti dell’isola. Tuttavia, la ritenne di scarso interesse e ripartì, annotando sul suo diario di bordo che solo poche isole in tutto il Pacifico erano più inospitali di questa.

Al seguito del capitano Cook, però, c’erano due naturalisti, Johann Reinhold Forster e suo figlio Reinhold. A loro si deve la maggior parte delle conoscenze che abbiamo sull’isola. Grazie al loro contributo fu elaborata una prima carta geografica che riportava i siti archeologici maggiori. Inoltre, in soli due giorni furono fatti più schizzi di Moai di quanti non ne siano stati fatti nei seguenti cinquant’anni, permettendo al pubblico europeo di ammirare per la prima volta nella storia tali opere in mostre appositamente predisposte in tutta Europa.

Oggi si sa che i Moai furono scolpiti nel cratere del vulcano più grande dei tre presenti sull’isola. Il trasporto dovette essere molto impegnativo e ingegnoso e di ciò si occuparono in tempi recenti Terry Hunt e Carl Lipo. Nel 2012 i due archeologi facevano parte di una spedizione organizzata dal National Geographic che ebbe il compito di svelare i misteri di queste statue presenti sull’Isola di Pasqua. Se ne contano circa un migliaio e, sebbene gli abitanti sostengano che i Moai camminassero spinti dagli spiriti dei defunti per raggiungere ognuno la propria destinazione, Hunt e Lipo scoprirono che i monoliti erano stati spostati grazie al lavoro di almeno 18 uomini per statua, con l’aiuto di corde. Probabilmente il trasporto avvenne per mezzo di grossi tronchi e forse per questo, quando Jakob Roggeveen vi sbarcò la domenica di Pasqua del 1722, l’isola si presentò ai suoi occhi quasi interamente disboscata.

Ora è meta di numerosi turisti che possono ammirare i Moai. Uno di essi li attende alle spalle dell’aeroporto e, con lo sguardo severo, sembra indicare la strada per un’avventura straordinaria attraverso altri misteri da risolvere.

[FONTI: wiki/Isola_di_Pasqua; storie.it; wiki/Hotu_Matu’a. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine aeroporto da questo sito; immagine geografica da questo sito]

P.S. Lo so, non è proprio un post pasquale ma mi piaceva proporre qualcosa di diverso con queste curiosità.

AUGURO A TUTTI 

IMMAGINE DA QUESTO SITO

30 marzo 2018

VIA CRUCIS

Posted in attualità, Gesù, Pasqua, religione tagged , , , , , , , a 9:04 pm di marisamoles


“Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Luca 14,27)

Conoscete il detto: “ognuno ha la sua croce da portare”? Deriva da questa osservazione che Gesù rivolge, prima ancora di essere condannato, ai suoi discepoli, intendendo che il percorso da compiere è difficile e la cosa peggiore è essere soli nell’affrontare i momenti critici.

Al di là del messaggio cristiano, è innegabile che questa “croce”, a volte più pesante e altre più leggera, ce la portiamo appresso e spesso a causa nostra. È un difetto tipicamente umano quello di “caricarsi”, a volte questi pesi ce li cerchiamo, altre li riteniamo più pesanti di quanto effettivamente siano.

Forse dovremmo imparare ad essere più “leggeri”, a sgravarci dei fardelli che rendono la vita così complicata. Pesi a cui attribuiamo la nostra incapacità di essere felici, di goderci i piaceri della vita, piccoli o grandi che siano.

“Devo, devo, devo” nel nostro lessico quotidiano sostituisce “posso, posso, posso”. Dovere e potere per la grammatica sono verbi servili. Ma se lasciamo chiuse le pagine del dizionario e apriamo quelle del nostro cuore, quei verbi sono al nostro servizio, un piccolo aiuto per la nostra serenità.

Non solo devo ma posso e anche voglio. Se ci concentriamo solo sui doveri costruiamo una barriera alle nostre infinite potenzialità. Possiamo fare realmente tanto, pur senza trascurare i doveri, anche nei confronti delle persone care che magari hanno bisogno di noi.

Una buona azione, un atto di altruismo possono allontanarci dall’egoismo imperante in questa nostra società in cui tutti si lamentano di ciò che non hanno, guardando l’erba del vicino sempre più verde e ignorando l’aridità del proprio cuore.

Basta poco per sentire più lieve il peso della nostra croce.

VIA CRUCIS. MEDITAZIONI E PREGHIERE di SUSANNA TAMARO

MEDITAZIONE (V Stazione. Gesù è aiutato da Simone di Cirene a portare la croce)

Che seccatura! Quante volte ci capita nel corso delle nostre giornate di essere attraversati da questo pensiero. A un tratto la nostra routine viene interrotta da qualcosa di imprevisto, e questo qualcosa ci costringe a uscire da noi stessi.
Così succede al Cireneo. Già pregusta la pace che godrà appena sarà a casa quando qualcuno gli butta sulle spalle la croce di un condannato. […]
Tuttavia accetta. Deve accettare perché sono i soldati, il potere brutale a cui è impossibile opporsi, che su di lui pongono il giogo della croce. Obbedisce per timore, ma quel gesto di sottomissione, apparentemente così umiliante, fa irrompere in lui una nuova e imprevista dimensione della vita.

PREGHIERA

Signore Gesù, l’abitudine è una grande nemica della pienezza dell’uomo. Distinguiamo ciò che per noi va bene da ciò che non ci piace e, con devozione, seguiamo la via tracciata dal nostro ego. Non facciamo niente di male, diciamo. Ed è davvero così, apparentemente non c’è alcuna volontà maligna in questo quieto susseguirsi dei giorni. […]
Signore Gesù, fa’ che nella vita di tutti i giorni sappiamo dire “Sì” a tutto ciò che scompiglia i nostri minuscoli piani; fa’ che il nostro cuore sia sempre aperto al soffio dello Spirito Santo, segreto condottiero dei nostri giorni.
Soffio di Luce, soffio di Sapienza, soffio di incendio.

[tratto dall’edizione Bompiani, 2014]

immagina di Susanna Tamaro da questo sito

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