26 agosto 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: L’AMATRICIANA SOLIDALE PER SOSTENERE I TERREMOTATI

Posted in cultura, La buona notizia del venerdì, luoghi d'Italia tagged , , , , , , , , , a 2:12 pm di marisamoles

amatriciana
La buona notizia di oggi è probabilmente conosciuta dalla maggior parte dei lettori e non poteva che riguardare il recente terremoto che ha colpito il centro Italia.

Come si sa, una delle cittadine più colpite dalla forza distruttrice del sisma è stata Amatrice, la patria della pasta all’amatriciana che è famosa in tutto il mondo. Proprio per questo, il blogger Paolo Campana ha lanciato l’iniziativa di devolvere ai terremotati 2 euro per ogni piatto di amatriciana servito nei ristoranti d’Italia.

L’iniziativa ha già raccolto le adesioni spontanee di molti ristoratori ed è stata rilanciata da Carlo Petrini, fondatore e presidente di Slow Food International, estendendola a tutti i ristoranti del mondo che vorranno aderirvi.

“Futuro per Amatrice” è il nome del progetto, che verrà illustrato da Petrini, in accordo con il sindaco del comune reatino, nei prossimi giorni a Copenaghen, dove si terrà un simposio con oltre 400 chef di tutto il mondo.

La donazione, prevede 1 euro a carico del ristoratore e 1 del cliente per ogni piatto di pasta all’amatriciana consumato, e verrà fatta direttamente al Comune di Amatrice (coordinate bancarie IT 28 M 08327 73470 000000006000).

Un piccolo contributo che, se esteso in tutti i ristoranti del mondo, poterà dare un concreto aiuto ai sopravvissuti al sisma, per ricostruire un paese ricco di storia ormai raso praticamente al suolo.
Un piatto di pasta per salvare un patrimonio di cultura e tradizioni che la natura, o forse l’incuria umana, ha cancellato in pochi attimi.

[LINK della fonte]

24 agosto 2016

RICREAZIONE

Posted in adolescenti, attualità, famiglia, figli, legalità, Legge, scuola, società, web tagged , , , , , , , , , , , , , , a 11:16 am di marisamoles

Fumare-spinelli
Sono un’insegnante di Lettere e per me le parole hanno un significato ben preciso. L’etimologia, inoltre, aiuta a comprendere meglio ciò che un termine “vuol dire”. Non è un caso se si utilizza il verbo “volere”: non siamo noi a dover piegare una parola alla nostra volontà, facendo in modo che un termine significhi “altro” rispetto alla sua etimologia. Tutt’al più, si può dare a una parola una connotazione diversa, a seconda del contesto, ma non si deve stravolgerne il significato.

Fatta questa premessa, la parola su cui vorrei soffermarmi oggi è “ricreazione”. Il sostantivo, stando all’etimologia, ha la stessa radice del verbo “creare” con l’aggiunta del prefisso iterativo “ri”. Il verbo latino recreare (re+creare) significava qualcosa di simile a “ristorare fisicamente e moralmente”.

Trasferita nell’ambito scolastico per indicare il cosiddetto “intervallo” tra le ore di lezione, “ricreazione” ha il significato di “pausa dallo studio” (ma si può interpretare, più genericamente, anche come “pausa dal lavoro”): durante la ricreazione, dunque, lo studente si ricrea, si “ristora fisicamente e moralmente”, nel senso che si sgranchisce le gambe (con una passeggiata su e giù per il corridoio o in giardino, se c’è) dopo un lungo periodo passato seduto al banco, si rifocilla mangiando qualcosa e si “rigenera”, distraendo per un po’ la mente dalle fatiche di una mattinata scolastica.
Poi c’è anche qualcuno che durante la ricreazione ripassa per un’interrogazione o esegue frettolosamente dei compiti non svolti. Non si ricrea, ma sono fatti suoi.

Poi c’è anche chi trova sinonimi poco appropriati e molto fantasiosi, cercando comunque di dare un senso alle parole. Ricordo un mio allievo di 30 anni fa (insegnavo alle medie) che, arrivato in ritardo in classe dopo l’intervallo, alla mia richiesta di spiegazioni, rispose candidamente: “Sono andato a riprodurmi”. Lascio immaginare lo sgomento provato, facilmente intuibile dalla mia faccia, al ché il ragazzino si premurò a spiegare: “Ho fatto ricreazione, no? Ricrearsi non è sinonimo di riprodursi?”.
Lezione fuori programma sui sinonimi.

Dicevo, dunque, che la parola “ricreazione” ha un suo significato e, anche se trasferita in un contesto diverso rispetto a quello scolastico in cui è maggiormente utilizzata, non può essere stravolta nel suo significato originario.

Perché mi sono prodigata in questa lezioncina sul lessico italiano, di cui forse non avevate bisogno? Lo spiego subito.

C’è una proposta di Legge che sta per approdare in Parlamento, concernente la legalizzazione della cannabis. Non mi dilungo sulla questione e vi invito a leggere questo articolo.

I cannabinoidi sono definiti “droghe leggere” (perlopiù hashish e marijuana) e per questo, erroneamente, si pensa che non facciano male rispetto alle cosiddette droghe pesanti (cocaina, crack, ecstasy…). La legalizzazione, secondo i promotori del DDL, sarebbe un modo per combattere la criminalità organizzata (ma quel tipo di criminalità dello spaccio di cannabinoidi si fa un baffo!) e per tener lontani i più giovani dagli ambienti malavitosi dediti allo spaccio (che con la legge sarebbe comunque vietato… ciò vuol dire che, con ogni probabilità continuerebbe ad esistere).

Ora, io non entro nel merito della questione “legale” ma vorrei soffermarmi a riflettere sui danni che le cosiddette droghe leggere causano, in particolar modo sui più giovani.

Parto dalla dichiarazione fatta dal ministro della Salute Lorenzin in questa intervista per il Corriere. Da madre, fa sapere il ministro (è donna ma mi rifiuto di usare il femminile “ministra” che trovo orrendo!), non approva la legalizzazione della cannabis perché troppi ragazzini sono abituali consumatori e la legge, che comunque porrebbe il divieto di vendita della droga ai minorenni, non cambierebbe nulla per loro dato che dovrebbero comunque continuare a rifornirsi illegalmente.

Da titolare del dicastero della Salute, Beatrice Lorenzin, si dichiara contraria perché le droghe, anche se leggere, fanno male e creano dipendenza. Se il suo ruolo le impone di salvaguardare la salute della popolazione, mi sembra coerente.

Io appoggio in toto la posizione del ministro. Purtroppo, però, avendo espresso questo parere su Twitter, sono stata sommersa da tweet in risposta, da parte di sostenitori della legalizzazione dei cannabinoidi, insultata, trattata come una demente e, soprattutto, derisa anche nella mia veste di educatrice. Sì, perché secondo questo branco di drogati – non saprei in quale altro modo definirli – avrei sparato un sacco di cazzate portando la mia esperienza di docente che si occupa anche di Ed. alla Salute e che ha avuto, in passato, esperienze con ragazzini fumatori abituali di hashish e, di conseguenza, ha avuto contatti con il Sert (Servizi per le Tossicodipendenze) della città in cui vive.

In buona sintesi, ho detto che la cannabis fa male, anche quando si tratta di utilizzo non abituale (una canna, per dire, equivale a 20 sigarette fumate in colpo solo), comporta seri problemi al sistema neurologico, specie nei più giovani, e danni permanenti. Non solo, i ragazzini consumatori abituali di cannabis, diventano aggressivi, sono soggetti a sbalzi di umore, hanno seri problemi a concentrarsi e per questo spessissimo vanno male a scuola.
I minorenni, poi, sono inviati al Sert (che non si occupa solo di dipendenze gravi e gravissime ma di tutte le dipendenze, anche da alcol e fumo!) per fare un percorso di riabilitazione, anche con le proprie famiglie, le quali possono partecipare ai gruppi di autoaiuto. Tutto ciò non può essere coercitivo, ovviamente, ma è un dato di fatto che se il Sert si occupa anche di fumatori abituali di canne è perché pure marijuana e hashish provocano dipendenza. Non solo, molte volte per curiosità questi ragazzini provano anche altre droghe (acidi, crack, ectasy) decisamente più pesanti, aggravando la loro dipendenza.

Questa è la situazione, ma sembra che dicendo ciò io abbia straparlato. In fondo, una canna non ha mai fatto male a nessuno, no? Chi è che non ha mai provato a fumare uno spinello? Quante volte l’abbiamo sentito dire?

Ora, io fumo da quand’ero ragazzina e per questo mi batto tre volte il petto recitando il mea culpa. Ma mai, lo giuro, ho fumato marijuana o simili. Ne avrei avuto la possibilità, ma non l’ho fatto.
A 13 anni, quando frequentavo la terza media, giravo per la città in compagnia della sorella di un mio compagno di classe, più “vecchia” di me di qualche anno, tappezzando i muri con degli adesivi che portavano la scritta “No drugs” (anche quelli con su scritto “No aborto” ma questa è un’altra storia..). Ne capivo poco, non fumavo nemmeno le sigarette allora ma avevo già le idee chiare. Non ero stata plagiata, per essere chiari, e sono sempre stata coerente con questa mia forse inconsapevole, a quei tempi, presa di posizione.

A questo punto, molti dei lettori (quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare fino a qui… mi scuso se il post si sta allungando e vi posso garantire che sto stringendo al massimo) si staranno chiedendo che cosa c’entri il titolo e la lunga premessa sulla parola “ricreazione”. Ora ve lo dico.

Nella proposta di legge, oltre alla legalizzazione delle sostanze di cui sopra, attraverso la libera vendita (su cui ovviamente, con il monopolio, lo Stato ci guadagnerebbe!), si rende possibile la detenzione di una piccola quantità di cannabis (5 grammi all’esterno innalzabili a 15 grammi da tenere in casa) e sarà lecito il possesso di quelle quantità per uso ricreativo, senza dover richiedere alcuna autorizzazione o comunicazione.

Ecco, è proprio il riferimento all’aggettivo “ricreativo” che non comprendo: secondo quanto esposto sopra, non trovo nulla che nell’utilizzo della cannabis possa portare a “ristorare fisicamente e moralmente” chi si fa le canne. Anzi, è vero il contrario.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST – 25 AGOSTO 2016

Come previsto, è arrivato un commento (che ho deciso di non pubblicare in quanto l’e-mail di riferimento è risultata fasulla) in cui mi si offende e tratta da ignorante e incompetente. Il lettore, il quale asserisce di essere capitato qui per caso (figuratevi se ci credo!), mi accusa di “parlare di cose che non conosco” e di aver scritto “un articolo che si fonda su presupposti privi di veridicità”. Naturalmente, il tutto senza fornire uno straccio di prova del contrario.
Il “Lettore per caso” ha poi dichiarato l’intenzione di inserire “subito il blog nella lista di blocco dei domini che google non mi dovrà mai più mostrare in nessuna ricerca”. Ma sai quanto mi interessa!

19 agosto 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: AHMED, 13 ANNI, DA SOLO DALL’EGITTO IN ITALIA PER SALVARE IL FRATELLINO AMMALATO

Posted in bambini, cronaca, immigrazione, La buona notizia del venerdì, politica, salute, web tagged , , , , , , , , , a 12:52 pm di marisamoles

ahmed
Ahamed ha solo 13 anni e ha affrontato da solo un lungo viaggio pieno di insidie dall’Egitto in Italia per salvare la vita al fratellino Farid. Quest’ultimo ha 7 anni ed è affetto da una piastrinopenia, malattia che richiede cure costose in Egitto, troppo costose per una famiglia di contadini che non ha tanti mezzi.

L’intervento che potrebbe salvare la vita a Farid costa 50.000 lire egiziane, ma il reddito familiare è di appena 3000 annue. Così Ahmed ha deciso di partire per l’Italia in cerca di aiuto. L’arrivo su un barcone, uno dei tanti, a Lampedusa è solo la conclusione di una vera e propria odissea. Prima di prendere il mare, infatti, è stato obbligato a rimanere nascosto in un capannone della spiaggia di Baltim, non lontano da Alessandria d’Egitto, assistendo inerme alle crudeltà perpetrate da trafficanti e scafisti ai danni dei suoi compagni di viaggio. Così il tredicenne egiziano descrive la sua esperienza: «Alcuni derubavano gli uomini, altri afferravano giovani donne trascinate in un magazzino da dove tornavano in lacrime prima della partenza sul barcone… Pensavo di morire in mare. Né cibo né acqua. Soltanto un sorso di acqua a persona al giorno…». Troppo per Ahmed, poco più che bambino.

Una volta sbarcato a Lampedusa, ha subito mostrato ai soccorritori i certificati medici del fratello, sperando in una possibilità di salvarlo, ma ci tiene a sottolineare: «Io chiedo aiuto ai medici, a qualche medico, all’Italia, ma voglio pagare tutto, lavorando…».

Com’era immaginabile, è subito scattata una gara di solidarietà, anche per offrire al piccolo eroe il denaro necessario per poter pagare le spese del viaggio. Tutta la famiglia, infatti si è indebitata, compresi gli zii, obbligata a firmare delle “cambiali”: «Delle carte. – spiega il ragazzino – Un impegno con i trafficanti per pagare 2 mila euro nei prossimi anni. O con i miei guadagni, o con un suo terreno».

Ma la sorte del fratellino Farid è appesa a un filo. Il governo italiano non è rimasto a guardare: a Palazzo Chigi il premier Matteo Renzi ha mobilitato sia il Viminale con Angelino Alfano sia il mondo della sanità toscana con un sms a Stefania Saccardi, l’assessore alla salute della Regione. La donna si è subito attivata e, d’accordo con la direzione dell’ospedale di Careggi e col professore Marco Carini, si è dichiarata pronta ad accogliere il bambino che sarà curato al Meyer. La famiglia verrà fatta arrivare nel nostro Paese e potrà essere ospitata in una casa della «Fondazione Tommasino Bacciotti», mentre Ahmed, a tutti gli effetti un clandestino, ha lasciato la Sicilia ed è stato accompagnato in una struttura per minori della coop «Il Cenacolo» nella zona di Careggi.

A breve il sogno del tredicenne si realizzerà: «Il mio sogno è vedere mio fratello giocare senza sentirsi male, giocare con me a calcio e correre insieme senza aver paura che svenga perché non riesce a stare molto in piedi…».

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte Il Corriere.it, LINK1 e LINK2; immagini dal Corriere.it e da Twitter]

16 agosto 2016

OLIMPIADI DI RIO 2016: TRA PODIO, MEDAGLIE, PROPOSTE DI MATRIMONIO E COMING OUT

Posted in sport, televisione, web tagged , , , , , , a 7:12 pm di marisamoles

cinesi
Dedicare la vittoria a qualcuno che si ama penso sia una bella cosa. In fondo chi, nello sport o comunque in tutte le altre attività che prevedono un premio, ottiene brillanti risultati ha sempre a fianco qualcuno che lo ama ed è disposto a sacrificarsi per far sì che il suo lui o la sua lei realizzino il proprio sogno.

Tutto ciò che accade “dentro” uno schermo televisivo, al giorno d’oggi è destinato a diventare social. E diciamo che c’è anche qualcuno – più di qualcuno, molti – che ama mettersi in mostra, anche con la sola intenzione di rendere partecipe il mondo della propria felicità. Un esibizionismo innocente, diciamo così.

Talvolta si va forse un po’ troppo fuori dagli schemi. E’ il caso, ad esempio, del tenerissimo fidanzato della tuffatrice cinese He Zi, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, che le ha chiesto di sposarlo, offrendole l’anello, rigorosamente in ginocchio come si addice alle dichiarazioni di matrimonio in piena regola (QUI la fotogallery dell’evento). E non stupiamoci se lei, ancora ansimante per la gara appena conclusa e comprensibilmente emozionata per il secondo posto sul podio, abbia tentennato un po’ prima di rispondere sì. Doveva soltanto riprendere fiato.
Non dobbiamo meravigliarci, inoltre, del fatto che dopo l’assenso di lei, i due si abbracciano quasi fraternamente invece di baciasi in modo appassionato. Stiamo parlando di cinesi ed è già un miracolo che fidanzato di He Zi abbia spettacolarizzato un momento così intimo, data la nota riservatezza degli orientali in genere.

bruni
Meno stupore ha destato, a mio parere, la dedica della medaglia d’argento – un secondo posto un po’ a sorpresa nel nuoto di fondo – dell’atleta italiana Rachele Bruni: «Questa medaglia è per la mia famiglia, il mio allenatore e la mia compagna Diletta». Un’omosessualità mai nascosta, a detta della Bruni, e considerata un fatto del tutto “naturale”. Concordo pienamente ma… c’è un ma.

Il sito specializzato Outsports, riferendosi a coloro che hanno dichiarato apertamente la loro preferenza sessuale, prima o durante i Giochi, ha “contato” 49 nomi di uomini e donne a Rio, mentre a Londra i gay dichiarati erano soltanto 23. In aggiunta, il curatore della ricerca Jim Buzinski, si è dichiarato convinto che la crescita sia dovuta alla esposizione mediatica del tema negli ultimi anni, e non all’aumento della tendenza in sé, naturalmente.

In modo molto meno ortodosso, un giornalista americano è andato letteralmente a caccia di gay a Rio. Nico Hines, del «Daily Beast», ha utilizzato la app gay Grindr al Villaggio Olimpico, ricevendo diverse offerte di incontro. Il giornalista nell’articolo ha indicando nazionalità e disciplina sportiva degli atleti omosessuali, due informazioni che potrebbero bastare per identificarli. Per alcuni di loro, soprattutto quelli che vivono in Paesi dove l’omosessualità è ben lungi dall’essere accettata, questa sorta di “rivelazione”, per giunta non diretta, può essere decisamente rischiosa.
Su Slate, una testata on line che si occupa di LGBTQ, il pezzo di Hines è stato definito «squallido, pericoloso e immorale», mentre per Mic l’inchiesta è «un disastro omofobo».

Ora, permettetemi una riflessione, anzi due.

Della proposta di matrimonio in mondovisione apprezzo soprattutto il coraggio del giovane cinese ma, onestamente, al di là della tenerezza che ha suscitato, se la poteva risparmiare.

Sul fatto che la nuotatrice italiana Rachele Bruni definisca l’omosessualità un “fatto naturale” concordo pienamente. Ma è altrettanto naturale l’eterosessualità che, tuttavia, non viene sbandierata ai quattro venti (fatta eccezione per la dichiarazione del cinesino e forse qualche altra dedica al partner che non è rimbalzata con la stessa prepotenza agli onori della cronaca).

Ma c’è un’altra cosa che mi fa pensare: che si facciano delle indagini sull’orientamento sessuale degli atleti, al solo scopo di individuare i gay, e addirittura si possa concepire una “caccia agli omosessuali” con tanto di adescamento (mi si perdoni il termine che, dal punto di vista legale, costituisce un reato vero e proprio) via web, mi porta a credere che l’omosessualità sia ancora lontana dall’essere considerata un “fatto naturale”.

Spero di non essere fraintesa e mi auguro che i lettori abbiano la perspicacia di comprendere che la mia riflessione è nata soprattutto dalla rabbia nel constatare che un “fatto naturale” da una parte debba avere un certo rilievo e dall’altra sia smentito da persone – e dagli atti che ne conseguono – un po’ meschine.

14 agosto 2016

ASPETTARE LE VACANZE PER LEGGERE UN BUON LIBRO. MA QUAL È “LA LETTURA DA OMBRELLONE?”

Posted in affari miei, libri, vacanze tagged , , , , , , , , , a 8:55 pm di marisamoles

libriperestate
Il Buon Lettore aspetta le vacanze con impazienza. Ha rimandato alle settimane che passerà in una solitaria località marina o montana un certo numero di letture che gli stanno a cuore e già pregusta la gioia delle sieste all’ombra, il fruscio delle pagine, l’abbandono al fascino d’altri mondi trasmesso dalle fitte righe dei capitoli.
(Italo Calvino)

E’ vero: molti, come me, aspettano tutto l’anno l’estate per fare una bella scorpacciata di libri, cercando in questo modo di mandare in letargo, per dieci lunghi mesi, la voglia di leggere.

Ogni estate leggo tra i 10 e i 15 romanzi, di varia lunghezza e genere. La maggior parte del tempo che dedico ai libri lo passo in casa. Quest’anno poi, per vari motivi, non sono ancora andata al mare né ho preso il sole sull’amato terrazzino che considero un po’ la mia spiaggia privata. Ma quando decido di portarmi qualcosa da leggere al mare, cerco innanzitutto un libro leggero, per tematica e stile, perché per la lettura generalmente amo il silenzio e, si sa, in una spiaggia affollata tutto c’è meno che pace. Per questo motivo, non potrei scegliere come “lettura da ombrellone” un Dostoevskij e nemmeno un saggio filosofico. Non riuscirei a concentrarmi tra pianti di bimbi, urla di adulti e rumorose partite a tamburello di adolescenti. Non parliamo poi delle bocce…

chiara_gamberaleCertamente, non intendo sminuire né giudicare una schifezza un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia.
Di diverso avviso pare essere Chiara Gamberale che recentemente, in questo articolo apparso su La Stampa, ha criticato chi definisce certe letture “da ombrellone”.
Così esordisce la scrittrice romana:

Se c’è un’espressione che mi è sempre suonata incomprensibile è proprio: «libri da sotto l’ombrellone». O meglio, mi è sempre suonata incomprensibile la garanzia di spensieratezza richiesta a questi libri.

Poi continua con certe elucubrazioni che onestamente non riesco a capire. Se leggete l’articolo poi magari riuscirete a spiegare quello che non ho compreso…
E dopo alcuni titoli consigliati, conclude con queste parole: “Nessuno «da sotto l’ombrellone», c’è da scommetterci.”

Ora, non vorrei sembrare presuntuosa, ma credo che la Gamberale se la sia presa perché ho recensito, nel mio blog estivo, il suo romanzo Per dieci minuti definendolo “lettura da ombrellone” (ho comunque ribloggato anche qui il post). Non c’è altra spiegazione. Una non se ne esce, così di punto in bianco, con un articolo a bacchettare chi definisce “da ombrellone” certe letture, quasi fosse un’offesa. Tra l’altro, nel mio commento, ho detto chiaramente di aver apprezzato questo romanzo. Riporto la parte conclusiva del post:

Il romanzo della Gamberale mi è piaciuto soprattutto per lo stile, fresco e scorrevole, che nonostante tratti situazioni complesse dal punto di vista interiore, sa sdrammatizzare. Chiara, forse perché la vicenda narrata è in parte autobiografica, è in grado di scavare a fondo nell’animo umano alla ricerca di un equilibrio che sembra perduto per sempre. Il messaggio di questo romanzo è di speranza, perché anche dalle situazioni più complesse e dolorose si può uscire, scoprendo potenzialità che non si sospettava di possedere e persone che fanno da perno alla propria vita, anche in sostituzione di altre che prima venivano considerate uniche e insostituibili.

La scrittrice, inoltre, ha ignorato il fatto che la recensione del suo romanzo è ospitata da un blog “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone”. Tra l’altro, per par condicio, ho anche stabilito di postare i consigli di lettura alternandone la pubblicazione su un blog e l’altro, senza creare discriminazioni di sorta.

Mi spiace di avervi tediato con queste precisazioni, che probabilmente la Gamberale non leggerà mai, ma mi sono sentita additata e, come sempre accade, non riesco a tacere. In più lei non ha un account twitter, altrimenti avrei risolto la faccenda con qualche tweet… molti, dato che i 140 caratteri mi stanno assai stretti.🙂

libri_estate
Detto questo, è ovvio che ciascuno è libero di portare in spiaggia o sui monti i libri che preferisce. Pertanto, elencherò quelle che per me devono essere i requisiti di un romanzo da leggere sotto l’ombrellone.

1. Brevità. Tra le 100 e le 150 pagine al massimo, perché preferisco se possibile terminare la lettura in giornata.
2. Trama non troppo complicata e non troppi personaggi, altrimenti non riuscirei a ricordare tutto e voglio evitare di fare passi indietro per rileggere quanto già letto.
3. Stile fresco, moderno, non troppo artificioso. Mi rendo conto che, se si stratta di un/una autore/autrice non conosciuti, è impossibile prevederne lo stile. Motivo per cui preferisco non rischiare e leggere o un autore già letto o di cui ho sentito parlare, anche seguendo le recensioni.

C’è però una caratteristica imprescindibile che, per quanto mi riguarda, un romanzo deve possedere per poter essere letto in spiaggia: la capacità di farmi immergere completamente nella lettura, facendomi estraniare da tutto ciò che accade intorno. Purtroppo non sempre ciò accade e, soprattutto, tale qualità non si può conoscere a priori.
Ma una volta che accade, state pur sicuri che se vi consiglio una “lettura da ombrellone” potete fidarvi (tutt’al più potrebbero non collimare i gusti… e su quelli, come sapete, non si discute).

E per voi, quale requisiti deve possedere un libro per potervi fare compagnia sotto l’ombrellone?

P.S. Giusto per chiarire, in passato sotto l’ombrellone ho letto Austin, Wilde, Svevo, Pirandello, Némirovsky, Dumas… insomma, anche classici. Ora ho davvero tanta voglia di leggerezza. Che non è sinonimo di “letture mediocri”.

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine centrale da questo sito]

12 agosto 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ALLE OLIMPIADI DI RIO SI LOTTA ANCHE CONTRO GLI SPRECHI ALIMENTARI

Posted in attualità, La buona notizia del venerdì, salute, sport tagged , , , , , , , , , , , , a 2:18 pm di marisamoles

refettorio_bot
Il questo periodo, com’è giusto che sia, tutti gli occhi sono puntati sugli atleti che stanno gareggiando per una medaglia alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma le buone notizie non sono solo quelle che riguardano la gara e il medagliere che ciascun Paese vuole ricco di metalli preziosi, meglio se d’oro. C’è una buona notizia che riguarda la lotta agli sprechi alimentari grazie a un progetto che fa capo a un noto chef italiano: Massimo Bottura.

Il progetto in questione si chiama “Refetto-Rio” ed è sostenuto, oltre a Bottura che ne è il promotore nonché fondatore dell’organizzazione no-profit Food for Soul, anche dal ministero delle Politiche agricole e dal sindaco di Rio de Janeiro, con la collaborazione di David Hertz, chef e fondatore di Gastromotiva, un’altra organizzazione no-profit sensibile nei confronti del consumo consapevole del cibo.

Grazie a “Refetto-Rio” il cibo in surplus del villaggio olimpico di Rio de Janeiro verrà recuperato e trasformato in pasti gratuiti per i più bisognosi. L’obiettivo è di sfamare 108 persone a sera, offrendo loro un pasto preparato con gli scarti. In questo modo si stima che per tutta la durata dei Giochi Olimpici saranno distribuiti 19mila pasti ai poveri, recuperando 12 tonnellate di eccedenze alimentari.
Ma l’attività della mensa proseguirà dopo le Olimpiadi, anche a pranzo: chi sceglierà di fermarsi potrà lasciare un’offerta, pagando un pasto per il servizio serale, che continuerà a essere gratuito. Una specie di “cena sospesa”, insomma, sulla falsariga del “caffè sospeso” o della “pizza sospesa” che ormai costituiscono una buona abitudine in molte città italiane.

Il progetto prevede, inoltre, dei corsi di cucina e sulla nutrizione a beneficio delle persone in difficoltà e dei giovani, grazie all’impegno volontario di decine di chef provenienti da tutto il mondo.

Bottura non è nuovo a questo tipo di iniziative: la struttura brasiliana, inaugurata lo scorso 9 agosto, farà tesoro di una precedente esperienza, quella del Refettorio Ambrosiano, lanciata durante Expo Milano 2015. Secondo il capo del Mipaaf (Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali), Maurizio Martina, «quella di Milano è stata una best practice, replicabile in altri Paesi, che ora ha come seconda tappa le Olimpiadi in Brasile».

Il progetto, infatti, non si esaurirà nel villaggio olimpico brasiliano, ma arriverà anche in altre grandi città, come New York, allo scopo di sensibilizzare tutti contro lo spreco alimentare che è in palese contraddizione con la mancanza di cibo di cui soffrono 795 milioni di persone nel mondo.
La Fao stima 1,3 miliardi di tonnellate di cibo gettate ogni anno per un valore complessivo di 750 miliardi, 12 miliardi solo in Italia. Ridurre questo paradosso rientra anche tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 delle Nazioni Unite.

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

LEGGI ANCHE L’angelo della scogliera di Laurin42

[LINK della fonte; immagine da questo sito, da cui è stata tratta anche qualche informazione aggiuntiva]

11 agosto 2016

UNA BIONDA SEMPRE DISPONIBILE… MEGLIO SE GHIACCIATA: LA BIRRA

Posted in attualità, cultura, pubblicità, storia tagged , , , , , , , , a 12:08 pm di marisamoles

peroniA metà degli anni Sessanta un famosissimo spot rilanciava il consumo della birra, che come vedremo affonda le sue radici nell’antichità, grazie alla sensualità, non volgare ma molto accattivante, di una modella bionda (negli anni seguenti sostituita da altre bellezze nordiche) che rivolgeva agli spettatori un ammicante invito: “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”.

Tutt’oggi la birra è una delle bevande più apprezzate – dai giovani forse un po’ troppo, dato che all’alcol si avvicinano precocemente proprio grazie alla bevanda spumeggiante -, tanto che anche i monaci benedettini di Norcia hanno fondato un birrificio per contrastare la crisi.

monaciUt laetificet cor. Dio ha dato il pane all’uomo per rinforzare il cuore e il vino per allietarlo. Il salmo 103 recita più o meno così. «Solo che noi al posto del vino preferiamo la birra». Frate Agostino Wilmeth, 23enne originario del South Carolina, è uno dei monaci benedettini di Norcia e così spiega la nascita del birrificio di cui è il manager. Birra Nursia è nata nel 2012 da un’idea di alcuni frati che, per sostenere le spese dell’abbazia, hanno pensato di far rientrare in quel labora della regola di San Benedetto anche la lavorazione di malto e luppolo. (QUI potete leggere un reportage completo).

Un ritorno al passato se consideriamo che nel Medioevo proprio ai monaci fu affidato il compito di preservare dall’oblio l’arte di fare birra. Esattamente come negli scriptoria gli zelanti amanuensi vestiti con l’umile saio copiavano diligentemente e con notevole arte i manoscritti dell’epoca classica.

monaci-birraFurono proprio i monaci ad introdurre precise regole igieniche e tecnologiche: il luppolo è usato come aromatizzante per la prima volta al posto di tante spezie, piante officinali e bacche.
Ma le origini della birra ci riportano nella fertile Mesopotamia, una delle terre della cosiddetta mezzaluna, dove 4500 anni fa si coltivava l’orzo, il cereale dalla cui fermentazione si ricava la bevanda bionda.

Probabilmente la sua nascita è dovuta all’abitudine di conservare i cereali nell’acqua, un ambiente favorevole per innescare i processi di maltazione e poi di fermentazione. Presso i Sumeri, ogni persona, in base al censo, aveva diritto giornalmente ad una certa quantità e qualità di birra: dai due litri di birra chiara per gli operai ai cinque litri di birra pregiata per i governatori.

I Babilonesi ne conoscevano almeno venti varietà e, fedeli al detto occhio per occhio…, punivano chi annacquava la birra destinata alla vendita con l’annegamento del colpevole nella bevanda stessa.
In breve, l’arte del produrre la birra raggiunse gli Egizi che a loro volta la fecero conoscere ai Greci, agli Ebrei, agli Etruschi e ai Celti, mentre i Romani, che pur la conoscevano (personaggi illustri come Cesare, Augusto e Nerone ne appezzarono le qualità) preferivano il vino considerato bevanda più “civile”.

birra spot inglese

Nel XIII secolo Suor Hilgedard von Bingen, botanica dell’Abbazia di St. Rupert in Germania, scoprì che il luppolo aveva anche proprietà conservanti, oltre al fatto che donasse alla bevanda il tipico aroma. Sempre in Germania nacque la figura del mastro birraio, assieme alle scuole di formazione di questa figura professionale, ma furono soprattutto gli Inglesi ad apprezzarne l’aroma e a diffonderne il consumo, tanto che già nel 1300 in Inghilterra i tipici pub proliferavano, non senza pagarne le conseguenze: i governanti, infatti, ben presto imposero le tasse sulla birra. Nello stesso tempo la sua diffusione fu incoraggiata per questioni igieniche, dato che per ottenere la birra l’acqua doveva essere bollita e quindi era sterilizzata.
Va detto che gli inglesi si opposero a lungo al luppolo come aromatizzante canonico della birra. Da qui nasce la distinzione tra la tradizionale “ale” e la “beer” contenente il luppolo.
Nel XVI secolo vennero emanati editti sulla produzione della tipica bevanda, tra cui il famoso “editto sulla purezza” del 1516 che codifica in modo definitivo gli ingredienti della birra: malto d’orzo, luppolo ed acqua.

In Italia la birra, chiamata “cervogia” (parola facilmente accostabile, a livello fonetico, allo spagnolo cerveza che deve la sua origine al nome romano della dea Ceres la quale a sua volta “regala” la radice alla parola “cereale”) continuò ad essere apprezzata ad ogni livello sociale durante la dominazione longobarda. Nel Basso Medioevo il consumo crebbe soprattutto nel nord Italia tra le classi abbienti, ma era appannaggio quasi esclusivo degli uomini, poiché per le donne l’assunzione poteva avvenire solo sotto controllo medico. Si trattava, tuttavia, sempre di un prodotto di importazione, dato che sul territorio nazionale ancora non se ne produceva.

Nel nostro Paese la prima fabbrica di birra fu aperta nel 1789 a Nizza (allora territorio piemontese) da Giovanni Baldassarre Ketter. Un secolo dopo le fabbriche erano già 140 (tutte dislocate nel nord Italia) per una produzione pari a 161.000 hl; nel 1910 la produzione è quasi quadruplicata (598.000 hl).

Still life with a keg of beer and hops.

Still life with a keg of beer and hops.

La birra prodotta fino al secolo scorso era sempre ottenuta mediante la fermentazione alta, ma nell’Ottocento, grazie anche agli studi di E.C. Hansen che isolò il saccharomyces carlsbergensis, oggi il lievito più usato per far fermentare il malto, fu possibile l’introduzione della bassa fermentazione. Di seguito, l’utilizzo dell’impianto frigorifero nella produzione permise di produrre birra secondo il metodo lager (che richiede temperature di 4-10 °C) anche nella stagione estiva, procedimento tutt’oggi largamente usato. A ciò si aggiunge la scoperta della pastorizzazione, grazie agli studi di Louis Pasteur (Étude sûr la bière, 1876) da cui prende il nome, che permette l’eliminazione dei microrganismi oggi indispensabile nella preparazione delle bevande.

dreherNel primo dopoguerra assistiamo al consolidamento di quelle aziende che diventeranno poi protagoniste del mercato italiano come la Wuhrer di Brescia, la Dreher di Trieste, la Peroni, la Moretti di Udine e molte altre industrie che hanno modo di espandersi grazie all’aumento del consumo della bevanda prodotta: già 3,5 litri a testa nel 1925.
La concorrenza sul mercato vinicolo spinge, quindi, i produttori di vino a far approvare varie leggi per contrastare il consumo di birra: la legge Marescalchi del 1927 impone l’utilizzo del 15% di riso, a scapito della qualità; viene introdotto, inoltre, un dazio straordinario di 40 lire per ettolitro e la birra può essere venduta solamente al dettaglio in bar, birrerie e trattorie. In molti comuni il dazio è indicato con l’applicazione di una fascetta sul collo di ogni bottiglia causando perdita di tempo e intralcio ai commercianti.

L’aumento del prezzo, associato anche al secondo periodo bellico che interessa il Novecento, fa diminuire notevolmente il consumo di birra, provocando la crisi di molte industrie. Nel dopoguerra il consumo torna nuovamente a salire e nel 1950 si raggiungono i livelli produttivi del 1925 (1.550.000 hl). Per tutti gli anni Cinquanta comunque la birra è considerata una bevanda dissetante al pari di aranciate e gassose e viene consumata prevalentemente nella stagione estiva. Con gli anni Sessanta, infine, la bevanda color oro s’impone definitivamente tra gli usi alimentari degli italiani. Ecco perché proprio in quel periodo la pubblicità della Peroni furoreggia, donando alla famosa bevanda gialla le fattezze di una bionda mozzafiato, sempre disponibile… meglio se ghiacciata.

[immagine monaco e boccali di birra da questo sito; foto monaci dal sito birranursia.it; immagine Dreher da questo sito; immagine spot inglese da questo sito]

5 agosto 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL CARDIOCHIRURGO CHE “AGGIUSTA” I CUORI DEI BAMBINI POVERI

Posted in bambini, La buona notizia del venerdì tagged , , , a 10:00 am di marisamoles

frigiola
Ci sono molte Onlus che si occupano della salute precaria dei bambini che vivono nelle zone più povere del mondo. Molto spesso questi bambini sfortunati vengono trasferiti in Europa, in centri specializzati che assicurano, gratuitamente, le cure indispensabili e che non potrebbero ottenere nei loro Paesi (ad esempio, a Trieste c’è la Fondazione Luchetta). Esistono, però, dei casi in cui un viaggio precluderebbe ai bambini sofferenti la speranza di salvezza, specialmente se cardiopatici.

Alessandro Frigiola, primario di cardiochirurgia pediatrica all’Irccs di San Donato Milanese e fondatore dell’associazione “Bambini cardiopatici nel mondo”, da venticinque anni organizza ogni mese una settimana di “missione” negli angoli più disparati e poveri del pianeta, assieme ad un’équipe di medici e infermieri, tutti volontari.

«Ormai siamo a 326 missioni operatorie» – spiega il cardiochirurgo – «e l’ho potuto fare grazie a una moglie che ha tenuto sempre unita la famiglia, le nostre due figlie e oggi i cinque nipotini, ma soprattutto ai 150 specialisti dei più avanzati ospedali pediatrici di tutta Europa che a turno mi seguono».

In oltre trenta Paesi, tra cui Siria, Perù, Camerun, Paraguay, Kosovo, Iraq, Romania, Mali, Moldavia, Kurdistan, Etiopia, Cina, India, Yemen, l’associazione di Frigiola non si limita ad operare i bambini condannati a morte certa, ma getta le basi perché le missioni poi vadano avanti con le proprie gambe.

«Lì sul posto fondiamo ospedali di cardiologia pediatrica e li dotiamo delle migliori attrezzature, mentre qui al Policlinico San Donato formiamo i loro medici. Posso assicurare che oggi tra i cardiochirurghi più competenti al mondo ci sono tanti di loro, come il medico curdo Halkawt Nuri, che si è rivelato un talento impressionante, o in Siria il direttore del Damasco Cardian Center, Youssef Tamman», racconta il medico.

Durante le missioni mensili l’équipe del prof. Frigiola visita anche 250 bambini per volta. Mentre nei Paesi ricchi i bimbi cardiopatici hanno un rischio mortalità sotto il 5%, nei Paesi in via di sviluppo il rischio è al di sopra del 90%. Una ragione in più per dedicarsi a questa missione e operare, anche in condizioni disagiate, senza tutte le attrezzature di cui una moderna sala operatoria dispone, utilizzando al posto di cannule e tubicini, indispensabili per intervenire chirurgicamente sui neonati, anche la cannuccia della biro.

La cosa più difficile, racconta Frigiola, è che spesso si deve scegliere chi operare e chi no, perché nei Paesi più poveri del mondo ogni anno almeno 800mila bambini hanno potenzialità vicine allo zero di operarsi. La scelta si basa sulla possibilità che hanno i piccoli di salvarsi, ma «è terribile», assicura il medico.

Con il giusto orgoglio il cardiochirurgo spiega: «Le attività che abbiamo messo in piedi noi italiani non le ha nessuno al mondo, in questo l’Italia non è seconda a nessuno ed è bene che ce lo diciamo!».

Giusto. Perché nascondere dei meriti, specialmente quando si tratta della salvezza di giovani e giovanissime vite umane altrimenti destinate a soccombere?

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[LINK della fonte, da cui è tratta anche l’immagine]

1 agosto 2016

LIBRI: “LE DIFETTOSE” di ELEONORA MAZZONI

Posted in donne, figli, libri tagged , , , , , , , , , , , a 2:15 pm di marisamoles

EleonoraMazzoni_tmbL’AUTRICE
Eleonora Mazzoni nasce a Forlì il 9 ottobre 1965. Laureata a Bologna in Lettere moderne e diplomata alla Scuola di Teatro diretta da Alessandra Galante Garrone, negli anni Novanta si trasferisce a Roma e intraprende la carriera di attrice.
Interpreta molti ruoli in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta nel 1996 con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio. La carriera prosegue con numerose interpretazioni sul grande schermo ma partecipa anche a fiction televisive tra cui Elisa di Rivombrosa dove interpreta la contessa Margherita Maffei, seguita da altre fortunate produzioni come Il giudice Mastrangelo, Il bambino sull’acqua e Il commissario Manara.

Nel 2012, per Einaudi, esce il suo primo romanzo, Le difettose, che ottiene un buon successo di pubblico. La carriera di scrittrice di Eleonora Mazzoni prosegue con la pubblicazione di Racconti di Natale (Graphe.it, 2013), insolito duetto narrativo con Carlo Collodi, il celeberrimo autore di Pinocchio, e il secondo romanzo Gli ipocriti (edizioni Chiarelettere collana Narrazioni, 2015).
Nel 2016, prendendo spunto da alcune delle bellissime lettere ricevute dopo l’uscita de Le difettose, la scrittrice torna ad affrontare, dopo un lungo lavoro di studio, il tema dell’infertilità e della procreazione assistita con In becco alla cicogna! Procreazione assistita: istruzioni per l’uso (edizioni Biglia Blu collana Terra).

Le difettose (Einaudi, 2012) nasce dall’esperienza diretta dell’autrice, oggi mamma felice di due bambini nati in provetta, del dramma vissuto da moltissime donne che desiderano ardentemente diventare madri e sono pronte a tutto pur di riuscirci. Il sottotitolo del romanzo – Volere un figlio a tutti i costi può dare dipendenza? – chiarisce molto bene qual è il confine tra desiderio e ossessione.
La Mazzoni spiega, in un’intervista rilasciata a mangialibri.com che il libro è solo in parte autobiografico:

«Durante la mia lunga ricerca di un figlio che tardava ad arrivare ho incontrato, nelle sale d’aspetto e in chat, un esercito di donne con la mia stessa difficoltà. Una miriade di storie ed emozioni che chiedevano di essere raccontate. Il tema della maternità, dove si intersecano vita e morte, così carico di pressioni culturali e sociali, anche di stereotipi, così complesso, ambivalente, primordiale, mi sembrava molto interessante. Mi sembrava molto interessante anche la sua declinazione contemporanea: il ricorso alla fecondazione artificiale, con quel groviglio di desiderio smisurato, speranza di farcela, senso di fallimento all’arrivo delle mestruazioni (dette appunto “le malefiche” o “le maledette”), ansia di non riuscire, paura del tempo che passa. Anch’io, come Carla [la protagonista del romanzo, NdR], sono passata attraverso “fecondazioni artificiali fallite e aborti naturali riusciti”. Detto questo ho creato situazioni e personaggi di fantasia e mi sono fatta guidare soprattutto dall’immaginazione. Il romanzo nasce da una realtà che conoscevo bene ma è meno autobiografico di quello che potrebbe sembrare

Dal romanzo di esordio dell’autrice è stato tratto uno spettacolo teatrale, di e con Emanuela Grimalda, PRO-CREAZIONI #1. Naturalmente la Mazzoni ha collaborato all’impianto drammaturgico.

[fonti: le difettose.it, blog.graphe.it, unilibro.it]

mazzoni_le_difettose

IL ROMANZO
Carla Petri è una quarantenne ricercatrice universitaria in Letteratura Latina, ha un compagno, Marco, che l’ama e l’asseconda, come un uomo è capace di fare, nella disperata ricerca di un figlio che non arriva.
Dopo un’interruzione volontaria ai tempi del liceo, la vita di Carla trascorre felicemente, sia dal punto di vista personale che professionale, e sembra che l’idea di avere un figlio non rientri nelle sue priorità. Ma la relazione stabile con Marco e l’avvicinarsi di un’età, 35 anni, in cui l’orologio biologico inizia a far sentire il suo ticchettio inesorabile, porta la protagonista alla ricerca di una gravidanza che però non arriva.

Odio tutti i ritardi tranne uno è una frase che si ripete spesso nel libro ed esemplifica molto bene lo stato d’ansia e, conseguentemente, l’afflizione che caratterizza l’arrivo, puntuale o meno, del ciclo mensile.

Il tempo per Carla non è certo un alleato, è un nemico contro cui la lotta è impari. Quando si guarda indietro, vede una vita semplice ma appagante, non vuota. Ma dal momento in cui ha deciso di affidarsi alla scienza per realizzare il suo desiderio, osserva, contrapponendolo al presente caratterizzato da uno stato di impotenza disarmante, un passato familiare popolato di donne appagate nel desiderio di maternità, anche se non sempre felici. Ma le donne della sua famiglia sono “a posto”, hanno onorato il dovere di procreare. Lei, e tutte le donne che non riescono a diventare madri, sono invece le difettose.

E che cos’è un difetto se non un vuoto da colmare? Un vuoto che assume le sembianze di un tempo che non ritorna, di tempo sprecato, pezzi di vita buttati.
Il filosofo Seneca, l’autore latino da lei più amato, cerca di venire in soccorso a Carla, con le sue massime spesso ignorate ma terribilmente vere:

Sei tu, Seneca?
Sono io. Per dirti di aver cura del tempo che finora ti è sfuggito. Non ne abbiamo poco, ne abbiamo perduto molto.
In effetti il mio si è assottigliato di botto […] Ma dove l’ho buttato, che adesso mi sento in ritardo su ogni cosa. […]
La perdita più ignobile è quella che avviene per nostra negligenza. E così la vita ci sfugge nel fare alto da quello che dovremmo.
[…]
Così non vale, Lucio Anneo Seneca. Niente giochetti. Non si getta il sasso e si nasconde la mano. Dimmi cosa dovremmo fare. Dimmelo chiaro e tondo e io ti seguirò. Mi fido di te. (pag. 50 dell’edizione citata)

Le parole di Seneca, che riecheggiano a tratti lungo tutto il romanzo, se da una parte aumentano l’ansia della protagonista, dall’altra le pongono davanti un’altra prospettiva: è vero, spesso il tempo viene buttato via inutilmente, quello che abbiamo perso non si può recuperare ma si può sempre sperare di acchiappare quello che ancora abbiamo di fronte, cercando di sfruttarlo al meglio.

Il chiodo fisso della protagonista la porta ad affrontare un vera e propria via crucis, fatta di cure ormonali, interventi per impiantare gli embrioni nel suo utero difettoso, speranze, fallimenti, ancora tentativi e ancora speranze. Non le manca il supporto del suo uomo, anche se sembra che lui semplicemente assecondi i desideri di lei. Quel figlio per Marco non rappresenta una priorità, gli basta l’amore che prova per la sua donna, difettosa o meno.

Quello in cui cade Carla è un vero e proprio vortice, fatto di sigle incomprensibili ai più (PMA, ICSI, FIVET, IUI, PO, PM, PDG, IVF, GEU) ma non è sola, anzi, si ritrova in buona compagnia di donne come lei, a volte anche molto più giovani, tutte accomunate dal desiderio di maternità che spesso viene confuso con un diritto. Ma la natura, e anche la scienza, impone di fare i conti con una realtà diversa dall’immaginazione. Tanto che Carla è pronta anche a cedere, sconfitta, senza forze per continuare a combattere. Si fa strada in lei la consapevolezza di aver messo al primo posto nella sua vita una gravidanza che non arriva, relegando al secondo posto il suo essere donna attraente, il suo rapporto di coppia, con il rischio concreto di annullarsi completamente, avendo anche messo da parte il lavoro, per un sogno che pare irrealizzabile e che forse la farà ritrovare più sola.

Sono una sciatta professoressa senza alcun appeal per l’altro sesso. Come ho fatto a ridurmi così?
Mi accorgo che per strada nessuno mi guarda. Provo a fissare gli uomini che mi passano vicino, ma non ricevo risposte.
Li conoscevo a menadito i trucchetti che noi donne impariamo presto: un certo sguardo, una risata, un reclinare il capo sulla spalla. Mi bastava un gesto, uno solo, per attirare l’attenzione. Ora il meccanismo si è arrugginito. Nel prepararmi a diventare madre ho assassinato la mia femminilità.
Passando davanti alla vetrina di un ottico noto che due rughe pronunciate scavano tra gli occhi, rendendomi corrucciata. La stessa aria di disapprovazione che aveva mia madre. L’immagine di una donna risentita e ostile ai piaceri. (ibidem, pag. 123)

Ed è forse in questo irrisolto rapporto con la madre che Carla sente maggiormente il suo essere difettosa.

***

Le difettose è decisamente un bel libro, scritto bene, non un romanzo “gastronomico” (mi perdoni Brecht se utilizzo l’aggettivo che lui aveva riservato al teatro, indicando un’opera che si gusta in fretta e che, una volta usciti dalla sala teatrale, non lascia alcun sapore in bocca) ma una narrazione che fa riflettere, schiudendo davanti agli occhi del lettore una storia di vita che solo chi prova può conoscere fino in fondo.
Lo stile della Mazzoni è vario: perlopiù la narrazione è caratterizzata dalla frammentazione dei periodi, per rendere più diretta l’esperienza della protagonista. Sono presenti anche molte parti dialogiche, che frenano il ritmo della narrazione ma in modo non eccessivo, e dei flashback in cui riemerge il vissuto della donna e della sua famiglia. Interessanti le riflessioni “dotte” che vedono protagonista il pensiero più che attuale di Seneca e che rispecchiano molto bene la cultura umanistica dell’autrice, laureata in Lettere.
Il tema trattato non è certo leggero. Ma la Mazzoni riesce, con una certa ironia e a volte un linguaggio agile, vicino al parlato, a sdrammatizzare. Indubbiamente, accanto alle parti romanzate, c’è la scrittrice con la sua storia, il travaglio interiore che qualsiasi donna difettosa prova, con quel pizzico di esperienza in più che rende molto verosimile il racconto.

29 luglio 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ALLA PUGLIA IL PRIMATO DI QUOTE ROSA IN AGRICOLTURA

Posted in donne, La buona notizia del venerdì, lavoro tagged , , , , , , , , , a 2:14 pm di marisamoles

PREMESSA
Riprendo con questo post la vecchia consuetudine di dedicare ogni venerdì a una buona notizia. Sospesa da quasi due anni, questa “rubrica” oggi diventa ancora più necessaria: nel mondo succedono fatti terribili che inevitabilmente “occupano la scena”, ma abbiamo bisogno anche di qualche buona notizia. Per sperare in un futuro migliore o, senza pretendere l’impossibile, rallegrarci sapendo che ci sono sempre tante cose belle da scoprire.
Spero di poter continuare in questo proposito. Lo devo a me stessa, perché parlare di cose belle mi fa bene, e lo devo soprattutto all’amica Laura (laurin42), promotrice di questa iniziativa, che recentemente ha rinnovato l’appello agli amici blogger perché diano la “caccia” alle buone notizie e le pubblichino il venerdì.

donne agricoltura
Quante volte abbiamo sentito dire, da parte degli insegnanti, che alcuni allievi sono da considerare “braccia rubate all’agricoltura”?

Personalmente non ho mai amato questa battuta che considero infelice. In primo luogo perché, volendo essere offensivi, non si raggiunge certo lo scopo. La coltivazione dei campi, infatti, non è solo lavoro duro adatto ad analfabeti, come poteva esserlo una volta. Ci vuole ingegno, capacità imprenditoriale, caparbietà e molto spirito di adattamento ad un’attività che dipende anche dai capricci della natura. D’altra parte, se non ci fosse chi se ne occupa, sulle nostre tavole non potremmo esibire tutti i prodotti della terra che facilmente compriamo in qualsiasi supermercato.

La crisi del mondo del lavoro ha spinto sempre più i giovani a cercare un’occupazione più “modesta”, se vogliamo dir così, allo stesso tempo rischiosa, ma che sa dare anche molte soddisfazioni. Soprattutto c’è chi cerca di fuggire dalla città e dal suo caos per immergersi nella natura. Insomma, dalla cultura alla coltura il passo è breve. E non è detto che una cosa escluda l’altra.

Stando a un’indagine di Casarano Sette, quotidiano leccese, in Puglia il 22% del totale di 377.227 attività imprenditoriali iscritte alle Camere di Commercio fa capo ad una donna. Sono 85.362 le imprenditrici agricole e, sul totale, il 15,7% è giovane e multifunzionale.

Le imprese rosa in Puglia non solo battono la crisi, considerando anche il fatto che essa è più evidente nel sud Italia, ma hanno un profitto superiore alla media nazionale: il saldo positivo complessivo è del 2,9% nel 2015 rispetto al 2014 (dati Ufficio Studi Unioncamere Puglia) e il divario positivo si deve essenzialmente anche in questo caso al settore agricolo, nel quale si registra un incremento di iscrizioni del 49,3%.

Le giovani che si dedicano all’agricoltura non sono “eredi” di imprese familiari e pare che la loro scelta non sia un ripiego occupazionale di serie b.

«Sono poche le donne impiegate in agricoltura che hanno un genitore che opera nello stesso campo» – spiega il Presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantele – «e ciò vuol dire che non è un lavoro ereditato o un ripiego occupazionale, ma un mestiere scelto. Una scelta portata avanti per reale passione, ma anche per spirito imprenditoriale. Per una imprenditrice, tra l’altro, l’attività in agricoltura, la cui sede coincide sovente con la residenza familiare, consente di fondere facilmente impegni familiari e professionali».

Sono sempre più, infatti, le famiglie che decidono di “tornare ai campi”, rinunciando agli agi delle città ma ottenendo in cambio uno stile di vita meno frenetico. Anche chi ha già un’occupazione prestigiosa, è capace d rinunciarvi per dedicarsi all’agricoltura, con il vantaggio di poter trasferire le proprie conoscenze e capacità imprenditoriali maturate in tutt’altro campo.

Ad esempio, Marco Rapelli, 40enne milanese, fino a qualche tempo fa direttore di un importante marchio internazionale, ha deciso di trasferisrsi, con la compagna Sara e i loro quattro cani, in Abruzzo. Hanno scelto un piccolo settore del mercato ma con “grande spendibilità”: produrre frutti antichi, come la mela Abbondanza Rossa, a salvaguardia di prodotti altrimenti destinati a sparire. «L’italia» – racconta Marco – «è piena di tanti alberi che producono frutti gustosissimi che però sono meno produttivi dei commerciali, cioè di quelli venduti nella grande distribuzione e che per questa ragione stanno sparendo».

Assieme ad altri soci, Marco e Sara puntano al salto di qualità e hanno avviato anche la produzione di sughi e marmellate, applicando le loro competenze di marketing e commerciali al settore agroalimentare, oggi sempre più trainante dell’economia e aperto all’innovazione. Per fare questo, dunque, non serve solo tenere in mano una zappa e un piccone.

Oggigiorno, infatti, nel lavoro agricolo l’antica figura del fattore viene sostituita da quella di un agronomo erudito, spesso affiancato, come nel caso di Marco e Sara, da un informatico e sostenuto da un esperto del marketing per analisi di contesto e posizionamento aziendale, attività quest’ultima nella quale Marco è impegnato. «Diciamo che il lavoro mio e di Sara si divide in un 70% dedicato a lavorare la terra e comunque fare qualcosa di pratico e il 30% marketing e commerciale».

Insomma, lo slogan “braccia rubate all’agricoltura” ora dovrebbe essere sostituito con “cervelli rubati alle banche”.

[Fonti: impresalavoro.eu e buonenotizie.it; immagine da questo sito]

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