SAPRI E LA SPIGOLATRICE OSÉ

Da giorni sul web si discute sulla statua che l’artista Emanuele Stifano ha dedicato alla spigolatrice della città campana resa famosa dalla poesia di Luigi Mercantini, una delle più significative nell’ambito della produzione dedicata al Risorgimento italiano.

Immagine da questo sito: newsonline.it h

Quelli della mia generazione hanno sicuramente studiato a memoria La spigolatrice di Sapri, probabilmente senza nemmeno conoscere il significato del termine “spigolatrice” e forse senza capire il messaggio che il poeta Mercantini ha voluto trasmettere con i suoi versi (per leggere il mio commento alla poesia CLICCA QUI).

Come ha ben spiegato il prof. Francesco Sabatini stamattina nel suo intervento a “Uno mattina in famiglia” (Rai1) all’interno della rubrica “Pronto soccorso linguistico”, le spigolatrici erano delle donne che andavano nei campi a raccogliere le spighe rimaste sul terreno dopo la mietitura. Si trattava di donne povere, a volte anche bambine, che non svolgevano un mestiere vero e proprio quanto piuttosto un’attività che garantiva loro e alle famiglie un minimo di sopravvivenza. Non era nemmeno un atto di rapina in quanto le povere donne chiedevano ai proprietari terrieri il permesso di “spigolare”. Non tutti i proprietari, tuttavia, erano così benevoli: alcuni, infatti, proprio per evitare che le spigolatrici procedessero alla loro raccolta “illecita”, facevano bruciare le stoppie nei campi in cui era già avvenuta la mietitura, misura che talvolta veniva ignorata dalle donne che si avventuravano nei campi fumanti sperando che qualche spiga fosse scampata al rogo.

Come si evince dal ritratto di Jean-François Millet, le spigolatrici indossavano calzature comode, gonne ampie e lunghe e un grembiule provvisto di una grande tasca in cui riponevano le spighe raccolte.

“Le spigolatrici” di Jean-François Millet (Musée d’Orsay di Parigi)

Spostiamo, quindi, l’attenzione sulla statua che da pochi giorni fa bella mostra di sé nella piazza della cittadina in provincia di Salerno (vedi foto in alto). Una ragazza giovane e bella, dalle forme provocanti, con lo sguardo rivolto verso il mare a rappresentare la spigolatrice di Sapri che effettivamente interruppe il suo “lavoro” non appena vide i “trecento” (numero certamente iperbolico) sbarcare sulla spiaggia tirrenica, rimanendo folgorata dal capo della spedizione Carlo Pisacane.

Nelle fotografie apparse su tutti i giornali vediamo in primo piano il retro della statua: sotto un abito sottile e trasparente viene messo in evidenza un lato B degno di una ragazza che dedica il suo tempo a “scolpire” il corpo con ore e ore di palestra. Ora, senza voler condannare l’opera artistica, è abbastanza evidente che il quel monumento non c’è nulla di realistico (specie se facciamo il confronto con la celebre opera di Millet). Come ha osservato il prof. Sabatini stamattina in trasmissione, non c’è nulla che richiami il suo “lavoro”. A dire il vero, se osserviamo la statua dalla parte anteriore, possiamo notare un’esile spiga che la fanciulla trattiene leggiadramente con il braccio destro. Una sola spiga: o Stifano immagina che la ragazza fosse particolarmente sfortunata oppure la presenza dello scarsissimo frutto del suo lavoro è dovuto al fatto che l’arrivo dei “trecento giovani e forti” l’avesse distolta dalla spigolatura. Propenderei per la seconda.

I piedi nudi della spigolatrice poggiano lievemente su un sasso. Nulla di più inappropriato considerando che camminare senza protezione sui campi che hanno subito la mietitura non è come trovarsi a passeggiare su dei petali di rose. Dettaglio in pieno contrasto con l’utilizzo di scarpe robuste da parte delle donne che andavano a spigolare, attività che, protraendosi fino agli anni Sessanta del Novecento, è stata immortalata anche nelle fotografie.

Foto di Enzo Di Giorgio (LINK)

Al di là delle polemiche sorte pure in ambito politico (l’ex presidente della Camera Laura Boldrini ha definito l’opera offensiva e sessista), a me sembra che la statua sia semplicemente fuori luogo. C’è chi ha apprezzato la scelta di Stifano nel riprodurre una delle caratteristiche tipiche delle statue della dea Venere (“callipigia”, epiteto che significa “dalle belle natiche”), ma stiamo pur sempre parlando di una povera donna mortale, che conduceva una vita di stenti. Insomma, mi pare che la spigolatrice abbia poco in comune con una dea e poi, volendo essere pignoli, la Venere di Botticelli che nasce dalla schiuma del mare non ha proprio delle belle forme e nemmeno sprizza sensualità da tutti i pori. Essendo poi ritratta di fronte, non ci è dato sapere come Botticelli immaginasse il suo lato B…

Immagine da questo sito: glistatigenerali.com

Lascio comunque la parola all’autore che descrive così il prodotto della sua arte:

«La statua rappresenta una donna giovane e fiera, ho curato ogni minimo dettaglio perché la mia spigolatrice vuole essere una ragazza sicura di sé che è attratta dalla forza del mare alle sue spalle e si innamora di un giovane (Carlo Pisacane, ndr) e di un ideale. Tanto da lasciare il lavoro nei campi…Insomma è molto più di una contadinella stanca e sfatta come qualcuno avrebbe voluto, è un risveglio di coscienza il suo, la fisicità quindi è parte del pathos del momento che raccontato». (LINK della fonte)

Apprezzo il tentativo di difendere la sua “creatura” ma posso dire che le parole di Stifano non mi hanno convinta. A me la statua non piace, la trovo poco realistica, come ho già detto, e inopportuna. Non la ritengo, invece, offensiva nei confronti delle donne perché il punto non è la sua rappresentazione artistica ma il suo essere nella vita reale. Forse potrebbero sentirsi offese le eredi della vere spigolatrici, se ce ne sono e se conoscono i dettagli della dura vita delle loro nonne e bisnonne.

Come brutalmente si chiede Eduardo Cicelyn nell’incipit di un suo commento apparso sul Corriere (LINK):

«È davvero una questione di culo?»

Io direi di no. E voi cosa ne pensate?  

“FUORI ERA PRIMAVERA” E ADESSO È INVERNO. COS’È CAMBIATO?


Gabriele Salvatores mi perdonerà se ho preso in prestito il titolo del suo bellissimo docufilm sul lockdown della primavera scorsa per fare una riflessione sul tempo attuale che non sembra molto diverso rispetto a quel periodo, ahimè.

Era l’11 marzo 2020 quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il “Decreto #IoRestoaCasa” costrinse tutti entro le mura domestiche, consentendo l’uscita esclusivamente per necessità, lavoro e salute, sospendendo le attività commerciali al dettaglio, i servizi di ristorazione, le celebrazioni religiose, vietando gli assembramenti di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Con una nuova ordinanza, adottata congiuntamente dal ministro della Salute e dal ministro dell’Interno il 22 marzo, vietava a tutte le persone fisiche di spostarsi in qualsiasi comune diverso da quello in cui si trovavano, facendo chiudere i battenti a una serie di altre attività (come barbieri, parrucchiere, estetiste…) non ritenute necessarie.

Molti italiani sentirono per la prima volta la parola #lockdown (letteralmente “blocco”). Tutti confinati a casa, senza poter frequentare le scuole (la Dad, “Didattica a distanza”, fino ad allora semisconosciuta, venne imposta a tutte le scuole di ogni ordine e grado, mentre i nidi d’infanzia e le scuole materne rimasero chiusi), senza potersi recare in palestra o al cinema oppure a teatro. Niente shopping, gli unici acquisti possibili furono i generi alimentari, prodotti per l’igiene e la pulizia, giornali e tabacchi. I centri commerciali chiusero i battenti, in attesa di una riapertura che sembrava molto lontana. Tutti i servizi di trasporto furono praticamente decimati, i distributori di benzina iniziarono a ridurre gli orari di apertura: in giro c’era ben poca gente.

Queste misure vennero più volte prorogate fino al 3 maggio 2020, in presenza di un’emergenza sanitaria che non sembrava poter migliorare e, anzi, peggiorava sempre più, mandando al collasso gli ospedali. Il #COVID_19 non dava tregua. Un virus che sembrava lontano si era ormai diffuso su tutto il pianeta: per la prima volta l’11 marzo 2020 il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus in conferenza stampa aveva parlato di “pandemia”. D’altronde i numeri non lasciavano margine al dubbio: il numero di casi di COVID-19 al di fuori della Cina era aumentato di 13 volte e il numero di paesi colpiti era triplicato con più di di 118.000 casi in 114 paesi, 4.291 vittime, mentre altre migliaia stavano lottando contro il coronavirus negli ospedali.

Un’altra parola inglese caratterizzò gran parte delle attività lavorative: lo smartworking, traducibile con “lavoro agile”. “Agile” perché chi poteva lavorava da casa, limitando al massimo gli spostamenti. Chi non aveva questa possibilità, poté godere della Cassa integrazione in deroga, anche se dovette aspettare mesi prima di vedere il becco di un quattrino. Licenziamenti bloccati o, per meglio dire, solo rimandati. La crisi economica incombeva, nessuno poteva sapere quando e soprattutto come le attività sarebbero riprese. L’unica consolazione, se così si può dire, fu che la crisi era generalizzata e tutti i Paesi della UE ne erano colpiti.

Due mesi di lockdown misero in standby le relazioni, sia affettive sia amicali sia parentali. Le videochiamate conobbero un vero e proprio boom. Persino i nonni impararono a usare lo smartphone, per non sentire troppo la lontananza dei propri cari. In tv i palinsesti cambiarono, con un prolificare di talkshow in cui gli ospiti erano presenti ognuno dalla propria casa, rigorosamente via skype o altri canali di diffusione. I set delle fiction bloccati, così come quelli dei film. Molti attori iniziarono, se non l’avevano sperimentato prima, a raccontare le loro storie su Instagram. Chat e social ormai erano diventati l’unico mezzo per sentirsi vivi e ancora in grado di comunicare.

Comunicare cosa? Prima di tutto la speranza. L’hashtag #andràtuttobene divenne in breve lo slogan che tutti gridavano o scrivevano, anche su lenzuola appese alle finestre, sullo sfondo multicolore dell’arcobaleno.

Fuori era primavera e la complicità del bel tempo e della temperatura mite ci ha fatto godere di terrazzini, terrazze e balconi che fino ad allora erano stati solo un ambiente in più, poco sfruttato, da pulire. Si iniziò a vivere più fuori che dentro casa, per chi ne aveva la possibilità. Via social ci si metteva d’accordo sull’ora in cui affacciarsi per intonare l’inno di Mameli. Un amor di Patria che fino a quel momento era rimasto confinato nello spazio temporale dei pochi minuti che precedono il calcio d’inizio delle partite della Nazionale.

Abbiamo assistito a concerti improvvisati dai balconi a tutte le ore. In un silenzio tombale, un canto di speranza.

Ma fuori dal nostro microcosmo protetto la vita continuava a pulsare: quella dei tanti medici, infermieri e personale sanitario che, con turni impossibili da sopportare, lavoravano per salvare le vite di chi, affetto dal Covid19, aveva qualche speranza di guarigione. E altre vite si spegnevano. Uomini e donne con il camice e la mascherina stavano al capezzale dei malati più gravi per dare loro un conforto che nessun familiare poteva portare, nel momento dell’addio. Tanti morti, di tutte le età. Troppi anche per trovare una degna sepoltura facilmente, specie in Lombardia, la regione più colpita nella prima ondata di questa maledetta pandemia. Ecco che sullo schermo della tv sfilavano mestamente, nelle strade deserte e silenziose, i carri militari usati per portare i cadaveri nei forni crematori di altre regioni. Un requiem senza musica accompagnato da molte lacrime silenziose.

Poi arrivò l’estate e a molti parve che il Covid19 fosse un lontano ricordo. Alla riapertura delle attività commerciali sembrò che la vita, repressa per troppo tempo nelle quatto pareti domestiche, dovesse esplodere. Ne aveva tutti i diritti.

Quell’#andràtuttobene all’improvviso diventò un #èandatotuttobene. Tutti fuori perché il diritto alle vacanze, ai viaggi, al divertimento, ai balli in discoteca, alle feste notturne in spiaggia, era sacrosanto dopo mesi di clausura. E il Covid si è sentito di nuovo forte. Gli italiani avevano fatto i bravi per tanto tempo, ormai lui, il malefico, si era quasi rassegnato.

Le feste ferragostane hanno offerto un nuovo slancio ai contagi, la riapertura delle scuole a metà settembre ha dato la mazzata finale. Tutti sappiamo come siamo arrivati ad oggi, non serve che ne faccia la cronaca. Sappiamo che il sacrificio richiesto dalla politica, per poter passare un Natale sereno, è risultato vano. Ormai siamo in balia dei colori che caratterizzano le regioni del bel Paese e della nostra bandiera si è salvato solo il rosso, il peggiore.

Fuori è inverno e non va tutto bene. Eppure si è deciso che le attività devono riprendere, gli studenti delle scuole superiori devono tornare nelle aule scolastiche, seppur poco o nulla sia stato fatto per mettere davvero in sicurezza le scuole.

La disobbedienza civile è la molla che ha spinto, di recente, molti esercenti a prorogare l’orario di apertura oltre i limiti concessi. #Ioapro è il nuovo slogan.

Sulla scuola da settimane il dibattito è acceso, tra Governo e Regioni ormai è scontro aperto e anche da parte di studenti e docenti la stanchezza di mesi di Dad si fa sentire. Gruppi modesti di genitori vincono i ricorsi al Tar per mandare nuovamente a scuola i figli. Abbiamo un ministro dell’Istruzione che sostiene l’inadeguatezza della Didattica a distanza (nonostante l’abbia inventata lei, la primavera scorsa, quando nessun docente o studente l’aveva mai sperimentata), e con lei anche gruppi, sempre modesti, di studenti che rivendicano il diritto allo studio ma soprattutto alla socialità. Però sono proprio molti di loro a uscire di pomeriggio e ad ammassarsi nei bar, rigorosamente senza mascherina. Non si può dire che non abbiano altre occasioni per socializzare.

La mascherina ormai è un accessorio, come la sciarpa e i guanti. Eppure ci sono i cosiddetti nomask che rivendicano il diritto a non utilizzarla, negando l’evidenza. E, in piena campagna vaccinale che procede a rilento, con ritardi nelle consegne delle fiale, ci sono i novax che “manco morto mi vaccinerò”.

Non stiamo bene, non va tutto bene. I numeri ci dicono che l’emergenza è reale: ad oggi in Italia i casi ammontano a 2,37 Mln, le guarigioni totali sono 1,73 Ml, i decessi 81.800. Un’intera città di medie dimensioni letteralmente scomparsa.

Ancora centinaia di morti ogni giorno, solo nell’ultima settimana 3.557, il 13 % in più rispetto ai sette giorni precedenti, di nuovo in aumento per la prima volta da fine novembre (dati relativi a venerdì 15). Il numero totale dei contagi ci dice che almeno una persona su 25 che vive in Italia è stata contagiata, ma contando le migliaia di casi mai testati e quelli sfuggiti ai conteggi perché asintomatici, la percentuale è certamente più alta.

Domani in molte regioni i ragazzi delle scuole superiori ritorneranno a scuola. Nessun pericolo, le scuole sono sicure, dice Azzolina. Poche ore fa il ministro della Salute Speranza ha convocato con urgenza il CTS che però non si è espresso con convinzione sulla riapertura, demandando la responsabilità ai presidenti delle Regioni. Eppure Walter Ricciardi, professore di Igiene all’Università Cattolica e consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, nel corso di una intervista a La Stampa ha espresso la sua contrarietà alla ripresa delle lezioni in presenza in quanto “è sconveniente perché ogni attività di massa in questa fase va bloccata”. Non solo, la ripresa delle lezioni potrebbe vanificare gli sforzi che si stanno facendo con la campagna vaccinale.

Lo stesso Ricciardi, ammettendo il fallimento della suddivisione territoriale per zone colorate, invoca un lockdown totale, considerando anche la presenza sul nostro territorio di più varianti del Covid19 come quella inglese, che porterebbe al 95% l’immunità di gregge contro il 75% auspicato finora, e la brasiliana la quale ha costretto a interrompere le comunicazioni con il Paese sudamericano.

Fuori è inverno e la situazione non è migliorata rispetto alla stagione in cui fioriscono i peschi. Perché mai non si riesce ad accettare un altro sacrificio con lo stesso spirito che ci ha sorretti la scorsa primavera?

LINK AL VIDEO DEL FILM DI SALVATORES

NATALE CON I TUOI? SÌ, FORSE, NON SO (GRAZIE A CONTE)


In questi giorni di attesa delle festività, oltre al fatto di essere tutti (spero) perfettamente consapevoli che quello che sta per arrivare non sarà un Natale come gli altri, la maggior parte di noi si sta interrogando su quali spostamenti siano consenti dal 24 dicembre al 6 gennaio 2021.

Il DL 18 dicembre 2020, n. 172 ha, infatti, stabilito delle norme abbastanza rigide in tal senso. Se, però, ci si aspettava un lungo testo pieno di articoli, si resta delusi. Il testo del DL contiene, infatti, un solo articolo con 3 commi ma con richiami continui al DPCM del 3 dicembre con il quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha stabilito le aree in cui ogni regione della penisola dovesse essere collocata per l’intera durata delle feste di Natale e fine anno. Con la sola possibilità che le Regioni in autonomia stabiliscano ulteriori restrizioni ma non allentamenti rispetto alle norme stabilite.

Sarà forse per questo che su tutti i quotidiani nazionali e ai vari TG si continua a fare riferimento alle zone rosse e arancioni, le uniche che caratterizzano l’intero periodo delle festività, senza tuttavia prendere in considerazione il DL sopra menzionato.

Ciò a mio parere genera molta confusione e smarrimento. Infatti, se ci si limita a esaminare i divieti relativi alle zone rosse (in cui sono compresi i giorni 24-25-26-27 dicembre e ancora 31 dicembre e 1-2-3-5-6 gennaio 2021)) e arancioni (relative ai giorni 28-29-30 dicembre e 4 gennaio 2021), si evince che praticamente o si deve rimanere chiusi in casa o ci si deve spostare solo all’interno del Comune di residenza e solo in caso di reale necessità (lavoro, salute, acquisti di generi alimentari, farmaci, giornali, tabacchi). Quindi, il detto “Natale con i tuoi” vale solo per i conviventi.

Ma non è così. Leggendo il DL si possono notare delle deroghe tra cui la possibilità di spostarsi “verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05,00 e le ore 22,00, e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi.”. Diciamolo, non è molto ma è già qualcosa. Tale deroga vale per tutto il periodo e non solo durante i giorni festivi, nei quali tutta l’Italia si troverà in zona rossa. Questo è il primo dubbio da cui probabilmente siamo tutti stati assaliti.

Quindi, nelle giornate in cui tutte le Regioni della penisola si troveranno in zona arancione non si potrà andare in visita a parenti e amici? Sì che si potrà, lo dice il DL. Purtroppo, però, non è affatto chiaro.

Se leggiamo il DL, all’inizio si specifica che “nei giorni festivi e prefestivi compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 sull’intero territorio nazionale si applicano le misure di cui all’articolo 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020; nei giorni 28, 29, 30 dicembre 2020 e 4 gennaio 2021 si applicano le misure di cui all’articolo 2 del medesimo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020“. Subito dopo, però, c’è un “ma” è un “altresì” e questi, che a scuola chiamiamo connettivi, non sono parolette senza significato. Quindi, dopo la prima parte si legge: “ma sono altresi’ consentiti gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia.”.

Letto questo, si pensa che gli unici spostamenti consentiti in deroga all’art. 3 del DPCM 3 dicembre 2020 possano avvenire anche fuori dal Comune pur con la limitazione dei 30 km e del divieto di raggiungere il capoluogo di provincia (ma le province non le avevano abolite?).

Le cose, tuttavia, stanno diversamente. Continuando a leggere il DL, ci troviamo di fronte a un’altra deroga, importantissima, in relazione al DPCM sopra citato: “Durante i giorni compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 e’ altresi consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05,00 e le ore 22,00, e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi gia’ conviventi…”.

Ok, allora non è vero che ci si può muovere solo all’interno del Comune di residenza e sconfinare al massimo per 30 km. “È altresì consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno…”. Ecco che allora il nostro panorama si fa più ampio. Sempre ammesso che io mi sposti in compagnia di una sola persona (può essere anche un amico? Non si parla, infatti, di familiare), posso andare ogni giorno, per tutto il periodo delle festività, a trovare chessò i miei cognati che stanno in montagna, mio fratello che vive in un’altra provincia rispetto alla mia, amici che vivono in un’altra provincia ancora dove sta anche mia mamma. L’importante è che io con il mio accompagnatore mi muova una sola volta al giorno, rispettando gli orari stabiliti e senza sconfinare dalla mia Regione.

Questo ora dovrebbe essere chiaro a tutti.
Verrebbe da pensare che, per essere sicuri sicuri, senza temere false interpretazioni, sia consigliabile andare sul sito governo.it e leggere le cosiddette “Faq”.
Benissimo. Io l’ho fatto 2 giorni fa e mi sono subito resa conto di una contraddizione macroscopica tra il contenuto di una risposta e il DL.

Si tratta di una situazione in cui potrei trovarmi anch’io. Riporto la Faq e la risposta pubblicata il 20 dicembre sul sito governo.it:

Posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste, in deroga alle limitazioni di spostamento previste dal dpcm?
No. Di norma, lo stato di necessità si configura solo rispetto a persone non autosufficienti che, perciò, hanno bisogno di essere continuativamente assistite. In generale, dunque, non integra una situazione di necessità quella di alleviare la solitudine di persone sole, ma autosufficienti.

Ma come? Se il DL ha espressamente dichiarato lecito ogni spostamento all’interno della propria Regione pur con i limiti già visti (due persone e fascia temporale 5-22), perché non posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste?

Allora si riprende in mano il DL, si rilegge – hai visto mai che ho letto male la prima volta – e ci si trova di fronte a una contraddizione tra DL e Faq.

Se ne deve essere accorto anche chi ha pubblicato le Faq il 20 dicembre visto che nelle nuove Faq pubblicate in data odierna sempre sullo stesso sito si legge:

Posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste?
Fino al 23 dicembre, tale spostamento è consentito esclusivamente restando all’interno della propria Regione, dalle ore 5 alle ore 22.
Dal 24 dicembre al 6 gennaio sarà possibile, una sola volta al giorno, spostarsi per fare visita a parenti o amici, solo all’interno della stessa Regione, dalle 5 alle 22 e nel limite massimo di due persone.

Allora, una volta per tutte, deve essere chiaro che ogni giorno, per tutto il periodo delle festività posso andare a trovare, accompagnata da una sola persona, chiunque viva nella mia Regione senza distinzione tra legami parentali e semplice amicizia.

Quindi sì, alla fine il Natale possiamo passarlo con i nostri cari o anche con gli amici. Certo, il consiglio (non può essere un’imposizione né, come ha detto il Presidente del Consiglio Conte, possono essere disposti controlli nelle case private, a meno che non si faccia talmente tanto casino da disturbare i vicini che in quel caso saranno più solleciti che mai nel segnalare il fatto alle Forze dell’ordine) è di limitare la presenza nell’abitazione al minor numero di persone.

Io ho fatto un conto: se a Natale voglio invitare qualcuno e ogni coppia si può spostare dal luogo di residenza, in teoria potrei trovarmi in casa anche 14 persona (contando solo i parenti stretti).

Sapete cosa vi dico? Al di là dei consigli di Conte, non ne ho proprio voglia.

Sperando che questa feste siano un modo per riflettere sul fatto che ciò che abbiamo non è per nulla scontato e che in qualunque momento è possibile che la vita cambi e le circostanze richiedano uno sforzo per adeguarci, senza arrabbiarsi troppo,

AUGURO A TUTTI UN BUON NATALE!

[immagine da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]

VERITÀ E BUGIE SUL COVID-19

Il Covid-19 non fa più paura. Dall’ormai lontano febbraio pare che la situazione sia migliorata, l’epidemia in Italia è sotto controllo, nonostante il sorgere di focolai in alcune regioni, le terapie intensive sono semivuote, pochi i malati ricoverati in altri reparti, pochi anche i decessi, sempre paragonandoli al numero dei peggiori momenti, ormai si pensa al mare, alle vacanze, alla discoteca, ai divertimenti. Soprattutto, a settembre le scuole devono riaprire senza restrizioni di sorta: tutti in aula appassionatamente. Ci abbracceremo, ci baceremo, tutto sarà come prima. Abbiamo bisogno di normalità.

Tutto giusto, per carità. Ma siamo proprio sicuri che fra meno di due mesi il Covid-19 sarà un lontano ricordo?

Chi lo può dire? Gli esperti, sentenzierà con tono assolutamente certo qualcuno. Sì, ma quali esperti? Possiamo davvero fidarci di quanto dicono, spesso in contraddizione l’uno con l’altro?

Io non ho tutte queste certezze. Non posso dimenticare l’inizio di questa brutta storia, quando la Cina sembrava lontana, quando eravamo sicuri che ci saremmo salvati semplicemente bloccando i voli da quel Paese, quando esperti virologi, come la dott.ssa Gismondo dell’ospedale Sacco di Milano, si divertivano a ridicolizzare i “colleghi” più cauti, voci autorevoli del mondo della medicina, specialmente della microbiologia e virologia, che avevano fin da subito messo tutti in allerta. Figuriamoci, il Covid-19 è poco più di un’influenza, sosteneva la Gismondo, anzi i decessi sono pochi, meno di quanti ne causi il virus stagionale, muoiono i vecchi e comunque chi è già afflitto da altre patologie.

Qualcuno ha provato a smentirla. Non faccio nomi e cognomi perché, purtroppo, questa vicenda che riguarda la salute pubblica che è un bene comune, è diventata una questione politica. Io non mi schiero mai dalla parte di chi condivide le mie idee politiche (anche se, obiettivamente, so più da quale parte non stare che da quale parte stare) su questioni che richiedono soprattutto il buonsenso. Un’opinione personale, in questi casi, rimane tale se non supportata da fatti obiettivi, inconfutabili. Ho dato credito alla dott.ssa Gismondi fidandomi della sua chiara fama (personalmente non l’avevo mai sentita nominare, come la maggior parte di noi, ma il curriculum è di tutto rispetto) poi ho iniziato a ragionare con la mia testa affidandomi alle statistiche. Non c’è stato bisogno di ulteriori smentite riguardo alle affermazioni forse troppo precipitose della virologa: ci hanno pensato i fatti stessi.

Ha taciuto per molto tempo, la dott.ssa Gismondo. L’ha fatto, credo, affidandosi al buonsenso. Qualcuno ne ha chiesto il licenziamento? No.

C’è, tuttavia, chi sta lontano dalle provette e dai microscopi dei laboratori, sta in corsia, persone che indossano camici di colore diverso ma tutte unite dalla stessa passione per la propria professione, dalla stessa coscienza con cui si sono assunte e si assumono la responsabilità nei confronti di questo virus insidioso che nel mondo continua a mietere vittime: i medici e il personale sanitario in genere. Queste sono le sole persone che hanno potuto toccare con mano la gravità della situazione nei momenti peggiori, che hanno dovuto arrendersi, impotenti, di fronte alla morte di migliaia di persone, che hanno trovato la forza di rimanere in piedi ore ed ore, senza mai guardare l’orologio, che hanno stretto le mani a chi non ce l’ha fatta, che hanno accarezzato per l’ultima volta i pazienti privati della vicinanza dei propri cari. Non sono eroi, come tengono a precisare, hanno fatto il loro dovere, dimostrando dedizione nei confronti della professione che hanno scelto consapevoli che la loro missione è quella di salvare la vita e non di lasciarla andare via. Eppure sono stati testimoni di morte, gli unici a essere rimasti in stretto contatto con il maledetto Covid-19 che ha portato via anche molti di loro. Queste sono le cose che non dobbiamo mai dimenticare.

Ora c’è un infermiere di Cremona che mette in guardia: il Covid-19 non è un lontano ricordo, i contagi aumentano, le persone si ammalano, alcune gravemente.

Ci mette la faccia e il nome, nel testo postato sul suo account Facebook: Luca Alini. Dice cose inconfutabili:

Il coronavirus non si è dimenticato di fare il suo lavoro e da bravo virus fa quello che deve: infetta nuovi ospiti per sopravvivere. Niente di più e niente di meno. Noi esseri umani, invece, dall’alto della nostra intelligenza ed evoluzione tecnologica e scientifica, facciamo finta che non esista, qualcuno pensa non sia mai esistito […] anche se per fortuna la situazione non è grave “come a febbraio o a marzo o all’inizio di aprile, quando i Covid erano 30 su 30 in reparto più altrettanti ricoverati in altri reparti, quando su 30 pazienti 26 erano ventilati”, non possiamo permetterci di dimenticare che “il virus esiste, non è magicamente sparito e sta mietendo ancora vittime in altre parti del mondo. Da noi ha già dato, ma non sta scritto da nessuna parte che non possa ricominciare a farsi vivo”. (LINK all’articolo da cui è tratto il passaggio)

Si è attirato un sacco di critiche quell’infermiere. Ha dovuto cancellare il post, dopo che l’Azienda sanitaria dell’ospedale presso cui lavora, attraverso le parole del Direttore sanitario Rosario Canino, si è affrettata a ridimensionare l’allarme: “Non sono i casi gravi di marzo. Ci sono stati dei ricoveri in questi giorni in reparti ordinari, in parte legati a focolai già noti”.

C’è chi accusa Luca Alini di procurato allarme, chi ne chiede a gran voce il licenziamento. Eppure le parole del suo post sono dettate dalla saggezza e soprattutto dalla consapevolezza di chi ha dovuto far fronte a un’emergenza inattesa e che certamente non può essere smentita dato che i numeri parlano da sé: quasi 35mila vittime, più di 240mila casi accertati. I casi crescono e decrescono con effetto altalena, i morti ci sono ancora sebbene in numero limitato. Ma questo quadro non dà garanzie per il futuro, dice solo l’unica cosa certa: il virus c’è, non è sparito. Se poi diamo un’occhiata a ciò che accade nel mondo, la pandemia sfiora i 12,5 milioni di contagi da Covid-19, di cui 3 milioni solo negli Stati Uniti.

Allora non iniziamo a dire ciò che ci ha tratti in inganno mesi fa: sì, ma l’America, settentrionale o meridionale che sia, è lontana e i voli dai Paesi non sicuri sono stati bloccati. Esattamente questo accadde alla fine di gennaio per i voli dalla Cina, eppure il coronavirus è entrato di prepotenza nel nostro Paese da ogni dove, seguendo strade alternative. Non certo per sua iniziativa.

Che cos’ha detto di sbagliato l’infermiere cremonese? “Non sta scritto da nessuna parte che non possa ricominciare a farsi vivo”. Nulla che possa essere oggettivamente smentito.

La stessa Gismondo sull’eventualità dello scoppio di nuovi focolai in autunno, ha recentemente dichiarato: «Certamente ci saranno ancora focolai e saranno più di adesso. Ma noi, a differenza di quanto è accaduto a marzo, non verremo colti di sorpresa».

Che il virus ci abbia giocato un brutto scherzo, per di più in pieno clima carnevalesco, è sicuro. Sulla sorpresa avrei delle riserve. Quando si viene colti di sorpresa significa che quello che è accaduto non era prevedibile. Il Covid-19 non era previsto, certamente, ma le falle del nostro sistema sanitario hanno messo in luce la poca disponibilità di chi ci governa, e ci ha governato, a prevenire o almeno a gestire situazioni di emergenza. Da noi si preferisce curare piuttosto che prevenire – nonostante il motto “prevenire è meglio che curare” – ma quando si ha di fronte un nemico invisibile che non può essere affrontato con armi certe (una cura sicura ancora non c’è e il vaccino chissà quando verrà prodotto e con quali costi), allora emerge non solo la difficoltà di curare ma anche, a volte, l’impossibilità di farlo per mancanza di uomini e mezzi.

Le conseguenze dei tagli alla Sanità – come del resto quelli alla scuola – sono di fronte agli occhi di tutti. Questa è una certezza.

Ma forse c’è un’altra verità da non sottovalutare: la mancanza di responsabilità da parte di chi, contro ogni evidenza scientifica, fa finta che tutto andrà bene, che nessun pericolo è imminente e che, nella peggiore delle ipotesi, l’esperienza ci salverà. Così vediamo la noncuranza di quelli che si accalcano nelle strade della movida, nelle spiagge perché di sacrifici ne abbiamo fatti tanti durante il lockdown e abbiamo bisogno di ossigenarci (anche i malati di Covid19 avrebbero avuto bisogno di maschere di ossigeno che non c’erano…), di quelli che non indossano la mascherina anche se dovrebbero, tanto non serve, e che non rispettano la distanza di sicurezza. Li abbiamo di fronte agli occhi, ogni giorno, quando siamo al supermercato o facciamo la fila alla Posta e ci stanno appiccicati addosso. Nei luoghi aperti non serve, così io che la indosso sempre proteggo chi mi incrocia sul marciapiede standomi a pochi centimetri mentre io non sono affatto protetta.

Cosa abbiamo imparato dalle interminabili settimane di segregazione? A che cosa è servito quel sacrificio? Sicuramente ad arginare il fenomeno e a rendere, per quanto possibile, meno grave la situazione. Se allentiamo le difese, in nome della vita da vivere che è un diritto sacrosanto specialmente dopo la reclusione, tutto potrebbe ricominciare da capo.

Non voglio essere catastrofista e in verità cerco di guardare al futuro con ottimismo. Forse quello che mi manca è la fiducia nel genere umano che, una volta passata la tempesta, si dà alla pazza gioia infischiandosene del senso civico che dovrebbe essere lo strumento migliore per vivere la collettività con equilibrio e mirando al bene comune. Perché le cose capitano, oggi a me domani a te, ma se collaboriamo forse ce la caviamo meglio entrambi.

Questa è l’unica verità che conosco.

[immagine Gismondo da questo sito; immagine Alini da questo sito]

LIBRI: “L’AMORE CHE DURA” di LIDIA RAVERA

L’AUTRICE
Lidia Ravera, classe 1951, è una scrittrice e giornalista che si è fatta conoscere nel 1976 con la pubblicazione del romanzo Porci con le ali, alla cui stesura ha collaborato il neuropsichiatra Marco Lombardo Radice.

Oltre alla sua attività di scrittrice, ha collaborato a numerose sceneggiature per il cinema e per alcune serie televisive della RAI e scrive per Il fatto quotidiano e Donna Moderna.
Ha pubblicato numerosi romanzi. Le seduzioni dell’inverno (Nottetempo, 2007), è stato finalista al Premio Strega 2008. Altri titoli importanti sono In fondo, a sinistra… (Melampo, 2005), Il dio zitto (Nottetempo, 2008), La guerra dei figli (Garzanti, 2010), Piccoli uomini. Maschi ritratti dell’Italia di oggi (Il Saggiatore, 2011). Con Bompiani Lidia Ravera ha pubblicato i più recenti: Piangi pure (2013) che è risultato vincitore assoluto al Premio Nazionale Letterario Pisa 2013 sezione Narrativa, La festa è finita (2014) e Gli scaduti (2015).
Del 2019 L’amore che dura, edito da Bompiani, la storia di un amore nato al tempo della rivoluzione femminista che in qualche modo si riallaccia al primo romanzo di successo Porci con le ali.

IL ROMANZO

Carlo è un regista di discreta fama, da anni emigrato a New York, che torna a Roma, la città in cui è nato e ha scoperto l’amore, quello vero, quello che dura per sempre, in occasione della presentazione dell’ultimo film. Non una pellicola qualunque, perché è autobiografica e narra, con riferimenti fin troppo espliciti, gli inizi della sua storia d’amore con Emma, nata ai tempi del liceo e sfociata in un matrimonio che non è destinato a durare.
Le aspirazioni di Carlo, che vuole emigrare oltreoceano per crescere professionalmente, non fanno cedere la moglie la quale, pur amandolo, lo lascia andare per la sua strada. Lui negli Stati Uniti ottiene il successo sperato e si lega ad altre donne, fino al rapporto duraturo con Sara. Lei a Roma continua a insegnare, legata indissolubilmente ai “figli per finta” come chiama i suoi studenti, incontra un uomo, Alberto, totalmente diverso da Carlo che le garantisce un futuro, mette al mondo una figlia, Franny, e sembra totalmente appagata da una vita poco movimentata ma con solide basi. Questo è quanto si conviene a una donna e a una madre.

Il film di Carlo ricostruisce fedelmente l’amore adolescenziale che l’aveva legato a Emma. Lei non gradisce questo “mettere in piazza” la loro storia d’amore e si vendica scrivendo un articolo su una rivista on line per stroncarlo.

Quando Carlo arriva a Roma per presentare il suo film, i due hanno un appuntamento. Prima di raggiungere l’uomo, Emma scrive una lettera con la quale cercherà di chiarire alcune cose che da troppi anni, venti per l’esattezza, sono rimaste in sospeso:

«Gli dirà tutto.
Improvvisamente ha una voglia matta di parlargli, di confessare, di scagionarsi e poi poterlo abbracciare. […] È una dichiarazione di amicizia, e anche di fedeltà al passato.
Un gesto unico di sottomissione. Con la forza dei gesti, che si annidano nella forza del silenzio.
Si mostrerà pentita di aver scritto quella recensione maligna, senza dover spiegare che cosa l’ha spinta a farlo.» (pag. 11)

All’appuntamento Emma non arriverà mai. Lui riesce a vederla da lontano, mentre in bicicletta lo sta raggiungendo al solito bar. Poi un incidente lascerà ancora la questione in sospeso. La donna finisce in ospedale ed è sottoposta a un intervento chirurgico alla testa. Da quel momento la verità non può più attendere.
In una borsa abbandonata sul luogo dell’incidente, cui nessuno fa caso come fosse un segno del destino, Carlo trova dei quaderni, un pezzetto di storia della vita di Emma a lui sconosciuta. L’uomo deve fare i conti con la realtà che ha di fronte: il secondo marito della donna che non ha mai smesso di amare, una figlia di cui ignorava l’esistenza, un segreto che forse Emma era pronta a rivelargli, se non si fosse trovata incosciente in una sala operatoria. L’intervento le salva la vita, la memoria ritornerà ma nulla sarà più come prima.

«Mentre ricordi confusi fluttuano come alghe intorno a un oggetto sommerso, incomincia a vedere se stessa quel venerdì mattina, con la giacchetta blu e il panciotto fiorito, mentre va all’appuntamento con Carlo, in bicicletta, dopo aver preso quella vecchia borsa di tela, dopo averci messo dentro quei vecchi quaderni.
La scena si compone, si scompone, si compone di nuovo, manca sempre una tessera, ma il quadro alla fine è chiaro. (pag. 373)

Forse non tutto è perduto. Forse nonostante i silenzi, la lontananza, il ritrovarsi e il perdersi di nuovo, l’amore che dura ha un altro po’ di strada da fare.

***

Il romanzo racconta una lunga storia d’amore in tutte le sue sfaccettature. Non un amore ma tanti amori che oltrepassano ostacoli, a volte vengono bloccati nel loro evolversi, altre rispondono a pure convenzioni, altre ancora si nutrono del ricordo non solo dei momenti vissuti ma anche dell’assenza. Tutti questi amori hanno in comune il fatto di durare nel tempo, di non lasciarsi sopraffare dallo scorrere degli anni, anzi, vengono alimentati dal tempo che talvolta è nemico ma sa essere un buon amico, quando una riflessione è dovuta anche senza la pretesa di cambiare le cose, piuttosto di dare altre forme alla vita vissuta e da vivere.

Quali sono questi amori?

L’amore che non conosce confini, nemmeno quelli materiali, che esistono e separano. È l’amore di Emma per Carlo, un amore che dura perché nonostante l’abbandono, lascia una traccia di sé. È la passione vera, quella che nasce in un cuore acerbo, poco abituato ad amare, e lo fa crescere fino a trasformalo in un sentimento maturo che non si può nascondere. Anche quando la ragione si rifiuta di assecondare il cuore.

L’amore che si nutre di stima, fiducia, è l’amore affidabile che non tradirà mai. Questo è l’amore che Alberto prova per Emma, incondizionato nonostante la “presenza –assenza” dell’altro, di chi non ha saputo arrivare a compromessi e ha rinunciato all’amore anche senza rinunciare mai del tutto alla donna amata.

L’amore per il prossimo, un amore che si dà senza chiedere nulla in cambio. È l’amore che Emma riserva al suo lavoro, ai suoi studenti, a Samantha, giovane allieva che rimane incinta e alla quale la protagonista spalanca le porte di casa, anche se questa decisione di proteggere la giovane e la vita che porta in grembo mette a dura prova gli equilibri familiari.

L’amore per la scrittura cui Emma affida i pensieri che sulle pagine dei quaderni prendono forma e custodiscono segreti che un giorno smetteranno di essere tali. Anche se la confessione non è mai facile perché la colpa di aver mentito agli altri per mentire a se stessa è un peso che negli anni diventa insopportabile.

L’amore materno che dura perché i figli si amano senza condizioni. È un amore che non smette mai di crescere e con esso la consapevolezza che la verità non si può negare. Un amore senza verità non è degno di questo nome.

L’unico amore che non ha un suo tempo ma che, nella narrazione, è solo una scintilla che si accende alimentando l’amore più grande, è quello paterno. Un amore negato cui Carlo non può voltare le spalle, anche se non rientra, almeno non rientrava, nei suoi progetti di vita.

L’amore che dura è un romanzo che non lascia indifferenti grazie allo spessore psicologico dei personaggi che vengono messi a nudo soprattutto nella loro fragilità. I piani narrativi sono tanti come le voci narranti. Con l’intrecciarsi di eventi passati, più o meno lontani, e presenti l’autrice cattura l’attenzione del lettore costruendo una storia a più voci, alternando la terza persona alla prima, attraverso varie tipologie testuali, dalle pagine di diario (i quaderni di Emma) alle lettere, persino e-mail verso la fine del racconto.

La scrittura è curata, semplice nelle parti dialogiche, che sono molto presenti per rendere dinamica la parte narrativa, a volte lirico specie nelle parti in cui la narrazione cede il passo alla riflessione.

[immagine sotto il titolo da questo sito ©Anna-Nadalig]

LIBRI: “NON SUPERARE LE DOSI CONSIGLIATE” di COSTANZA RIZZACASA D’ORSOGNA

L’AUTRICE
Costanza Rizzacasa d’Orsogna è una giornalista e scrittrice. Laureata in scrittura creativa alla Columbia University di New York, attualmente scrive sul Corriere della Sera e sul supplemento culturale La Lettura. Da qualche tempo tiene la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7. Nel 2018 ha pubblicato la favola Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda), in corso di traduzione in vari Paesi. Non superare le dosi consigliate (Guanda, 2020) è il suo primo romanzo.

IL LIBRO

Matilde è una bambina di 8 anni che cresce a pane e Dulcolax. Il pane e i suoi derivati sono la cosa che ama di più mangiare, ne è ghiottissima. Il Dulcolax, che è un lassativo, lo trova direttamente a tavola, pronto per l’uso a destra del piatto, accanto al bicchiere. All’inizio solo due compresse, presto diventeranno un blister. (pag. 11 dell’edizione citata).

Anche sua madre, che è bellissima e magrissima, prende il Dulcolax. Ne sgrana dei blister interi in bocca, mangia quello che vuole poi va a vomitare. Ma mentre la mamma è magra, Matilde è una bambina grassa e non capisce quale sia il legame tra una bambina grassa e i lassativi, visto che con lei non funzionano.

Non superare le dosi consigliate è la storia di Matilde nelle varie fasi della sua vita fino all’età adulta, finché a 45 anni decide che qualcosa deve cambiare nella sua esistenza, che la grassezza impone dei limiti, personali, professionali e sociali, e che deve dimagrire. Così Matilde “guarisce” – dice proprio così, parla della sua “guarigione” non del suo dimagrimento – da sola, perché si può mentire agli altri ma non a se stessi. E poi è difficile farsi aiutare, soprattutto quando si parla di binging (o binge eating che consiste nelle abbuffate incontrollate) o purging disorder (l’assunzione di lassativi e diuretici allo scopo di dimagrire), disturbi che esistono, di cui però si parla troppo poco e non rientrano nelle classiche “categorie”. Cosa vuoi dire a una persona grassa? “Mangia meno”. Come se fosse facile.

Matilde non è stata sempre grassa. Crescendo è stata magra, anche magrissima, pur non vedendosi mai tale. “C’è un peso che non si può perdere, anche quando l’hai perso tutto”, questa è la grande verità.

È un peso che rimane nella mente, nei ricordi di una bambina grassa che la mamma affettuosamente chiamava “la mia cretina”:

«Ho sempre temuto d’essere cretina, tanto che quando a volte sbotto se mi sottovalutano, perché mi sottovalutano tutti, specie da quando sono grassa, esclamo: “Non sono mica la povera cretina”. A tre anni, invece, quel “cretina” era ancora dolcissimo. A tre anni, mamma mi voleva bene.» (pag 35)

Quello che non si perde mai è il peso di sentirsi sempre fuori posto, mai abbastanza apprezzata, mai ricca come altre bambine che non indossano gli abiti acquistati al mercato. È il peso dei difficili rapporti familiari, soprattutto con il padre che, dopo la scomparsa della madre di Matilde, inizia un’altra relazione che lei non approva.

E non si perde mai nemmeno il peso dei fallimenti in amore, quando ci si butta tra le braccia di uno e l’altro per dimostrare a se stesse di essere desiderabili e belle. Il peso di un amore sbagliato che dura sette anni, per un uomo che non vale nulla, eppure in difetto ancora una volta si sente lei, Matilde.

«Ti osservano e ti giudicano sempre, quelli come lui, e tu ti senti inferiore e vai a cercarli. I predatori scelgono così le loro vittima.» (pag. 166)

Nella sua vita Matilde ha sempre desiderato essere come la madre, bella e magra. A 18 anni ci riesce a perdere peso. Ma non è mai abbastanza.

«Poi non so cosa accadde a diciott’anni, a me sembrava andasse così bene. Finalmente ero la figlia che desideravano, il pane non m’interessava più. Anzi, non mangiare era diventata una sfida. Quanto poco puoi arrivare a pesare? Mamma alla mia età era 47 chili, io dovevo fare meglio, tanto più che non ero alta come lei.»

Un rapporto con la madre che porta la protagonista a emularla, non sempre con i risultati sperati. Matilde è spinta quasi a idealizzarla, nella sua bellezza e magrezza, anche se di fronte agli occhi ha una donna che, con il passare del tempo, vede appassire come un fiore, minata da una malattia che allora non aveva ancora un nome.

«Ci son voluti anni per capire che troppo magra non vuol dire bella, forse non l’ho ancora capito. Che mamma non era così bella come io la facevo, come lei si piccava di essere, ora lo so, senza crederci mai. Povera mamma. Non lo era perché dopo una vita di quella bulimia a cui nessuno osava dare un nome aveva la pelle che cadeva, precocemente raggrinzita, gli occhi infossati e stanchi.» (pag. 41)

La mamma di Matilde era molto colta, una scrittrice che però non aveva potuto inseguire il suo sogno a causa della nascita di due figli (la protagonista e il fratello Leo). Non voleva deluderla e l’unico modo per dimostrarle che sua figlia era intelligente e capace, una figlia di cui essere orgogliosi, era cercare il successo negli studi.

La giovane Matilde, ormai magra e senza più il complesso della grassezza ma con un altro “peso” addosso da cui non riesce a liberarsi mai, decide di frequentare l’università oltreoceano. È il periodo più ricco di soddisfazioni, un periodo di lontananza e assenza, un tempo che non potrà mai essere recuperato: la morte della madre la coglie distante e impreparata. Troppo presto e con ancora il “non detto” da sciogliere.

«Wednesday, March 18, 1998 – 9:44 am
From: Mamma
Subject: R:

SEI ESATTAMENTE LA FIGLIA CHE VOLEVO AVERE.

Proprio così, in stampatello, in una mail che conservo, non so cosa darei per ricordare a che proposito lo scrisse, che c’era scritto prima.»

Di fronte alle parole che legge nella mail Matilde è incredula: dalla mamma non ha mai ricevuto complimenti così. Nella risposta viene rassicurata, sua madre le scrive in un modo che solo a una persona MOLTO intelligente e colta può capire … una persona con una viva intelligenza e una grande sensibilità.

«E una delle cose più belle che mi ha scritto […] Finalmente eravamo complici di nuovo, e io le mandavo i miei articoli prima di pubblicarli, così che li leggesse e in caso correggesse, cosa che non fece mai. Finalmente era tornato tutto come prima, come quando avevo tre anni. Io sarei diventata una grande giornalista, anche per lei che non c’era riuscita, e avremmo avuto tutto il tempo.

Finché non si ammalò e la persi di nuovo.» (pag. 73)

Da adulta Matilde ricomincia a prendere peso, l’ago della bilancia arriva a segnare 130 chili, quasi 131. Tutto diventa difficile e la clausura forzata sembra l’unica soluzione. Non ha voglia di sentire su di sé gli sguardi di disapprovazione, perché se una donna è anoressica viene guardata con commiserazione ma se è obesa, tutti si sentono in diritto di dare “consigli” non richiesti. Sei grassa? Che ci vuole? Mettiti a dieta. E così arriva il momento in cui la barista ti rivolge uno sguardo pieno di biasimo se ordini un croissant, la vicina di casa, con ben poca discrezione, tiene d’occhio l’ampiezza dei tuoi fianchi, i tuoi familiari ti convincono che la chirurgia bariatrica sia la soluzione, costi quel che costi, e nel negozio plus-size le commesse ti rassicurano che un abito della misura giusta ti cambierà la vita.

«Quando pesi 130 chili non è solo il tuo corpo che è distorto, ma anche la tua testa. È nella testa che inizia quel lasciarsi andare, quel negare l’evidenza. Soprattutto non hai voglia. Tutto ti fa paura, uscire di casa è una crisi di panico…» (pag. 191)

Poi arriva il giorno in cui sembra che quell’incubo possa finire, che una dieta salverà Matilde oppure forse la trascinerà in un altro vortice di insicurezze, incomprensioni, di fragilità contro cui il grasso talvolta rappresenta la corazza. Un po’ come la lumaca con la sua casetta, e il grasso è la casetta. (pag. 239)

Matilde perde 40 chili, ma sa che la sua lotta con il peso non è finita:

«Sono tornata dall’inferno, è vero, ma c’è ancora moltissima strada, e non è detto che arriverò fino in fondo. Perché anche se lo perdi, il peso ritorna, è una lotta costante, e se non lo riprendi continuerai comunque a vederti obesa.»

***

Non superare le dosi consigliate è un libro duro, difficile, crudo nella sua disarmante verità. È un romanzo, ci tiene a precisare Costanza Rizzacasa d’Orsogna.
In un’intervista pubblicata sulla Gazzetta del Sud, l’autrice dice:

«Non è un’autobiografia, ho scritto un romanzo e non un memoir perché ho pensato che spersonalizzando, creando un personaggio che fosse un alter ego non sarebbe stato possibile liquidare la cosa come “la storia di Costanza”. Matilde ha molte cose in comune con me ma non coincide con me: tutti possono immedesimarsi, la sua può diventare una storia di tutti. I disturbi alimentari, l’insicurezza sul corpo riguardano tantissime persone. Ho voluto scrivere un libro sul dolore, sulle persone che non hanno amore ma lo desiderano. Che hanno un vuoto riempito dal cibo. Io volevo far vedere il dolore di coloro che combattono con questi mostri dei disturbi alimentari».

Potremmo dire, quindi, che questo romanzo, nel quale tra le righe si legge l’esperienza di vita dell’autrice, sia una finestra aperta sui disturbi alimentari. Un argomento che è sempre molto difficile trattare, a meno che non si parli di anoressia e bulimia. Ma i disturbi alimentari sono tanti e non riguardano solo le persone magre e magrissime. L’obesità non è un capriccio, non è noncuranza. Dietro i chili di troppo c’è tanto dolore, c’è una psiche minata da vari complessi che hanno un’origine antica, profonda, e che accompagnano per tutta la vita le persone che ne soffrono. Anche quando i chili di troppo diventano un ricordo lontano, il dolore non scompare.

Sarebbe semplicistico dire che le persone grasse sono indifferenti nei confronti del loro corpo, non se ne curano, se lo fanno piacere così com’è. Ma ciò non corrisponde a verità e il romanzo di Costanza ha il pregio di far capire che chi lotta tutta la vita con la bilancia non ha solo un problema di peso. Non è solo questione di corpo ma anche di anima. E spesso accade che l’anima sia malata molto più del corpo.

Non superare le dosi consigliate ha un altro pregio: l’aperta denuncia contro il fat shaming o body shaming che, con il contributo dei social, sta minacciando sempre più le persone che non sono perfette, non corrispondono all’ideale di bellezza e magrezza che gli standard ci vogliono imporre. La perfezione non esiste, ha gridato fino alle lacrime l’attrice e conduttrice Vanessa Incontrada dal palco della trasmissione di Rai 1 “Vent’anni che siamo italiani” lo scorso dicembre. Lo ha fatto perché bersagliata dagli hater in quanto negli ultimi anni il suo fisico si è un po’ appesantito, nonostante lei sia bellissima.

Nel libro di Costanza leggiamo dei commenti sgradevoli che vengono rivolti agli obesi. Non solo, leggiamo delle molestie che una ragazza grassa deve subire solo perché è grassa, con il risultato di una catastrofica distruzione dell’autostima, se la persona in questione non è abbastanza forte da sopportare e non ha la volontà di reagire. I social hanno ingigantito tutto questo, i cosiddetti hater ci sguazzano perché hanno bersagli facili.

Verso la fine del romanzo l’autrice racconta che Matilde sui profili social inizialmente aveva nascosto il suo “problema”, aveva postato la foto di quindici anni prima, quando era più giovane e magra. Poi a poco a poco ha capito che non c’è davvero nulla di cui vergognarsi, non c’è proprio niente da nascondere. Così Costanza ha iniziato a tenere la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7 che ha ottenuto subito un grandissimo successo perché mette in piazza tutto ciò che fino a poco tempo fa era un tabù, qualcosa su cui stendere un velo pietoso perché certi disturbi alimentari non meritano attenzione. Finalmente qualcuno parla apertamente di ciò che per troppo tempo è passato sotto silenzio… e poi questo romanzo che ha certamente degli spunti autobiografici ma rimane un romanzo e tra Matilde e Costanza c’è una differenza, come la stessa autrice sottolinea in un’intervista rilasciata a Vanity Fair:

«Io sono un’attivista e Matilde non lo è. Io ho scritto un manifesto e Matilde non l’ha fatto. Io ho una rubrica e Matilde non ce l’ha»

Un libro da leggere perché scritto bene e perché lascia molto spazio alla riflessione. Nessuno potrà rimanere indifferente di fronte ai disturbi alimentari, specialmente il binge eating, di cui si parla troppo poco, dopo averlo letto.

[immagine da questo sito]

QUARESIMA E QUARANTENA: LE PAROLE DELLA PASQUA 2020


La Quaresima è finita giovedì. Curioso il fatto che le due parole che caratterizzano questo momento particolare abbiano in comune il numero quaranta. La Quaresima è il periodo di quaranta giorni che nella tradizione cristiana inizia con il mercoledì delle Ceneri e separa, quindi, il periodo di Carnevale e la festività della Pasqua.

Quarantena, per definizione, è un periodo di quaranta giorni che può essere interpretato in diversi modi e può durare più o meno a lungo. L’emergenza coronavirus ha messo tutti in quarantena, nel senso che ci ha obbligati a rimanere a casa, uscendo solo per strette necessità. Peccato, però, che mentre la Quaresima è terminata, la nostra quarantena resta e non sappiamo nemmeno quanto ancora durerà. Il numero quaranta in questo caso è puramente indicativo.

Cosa abbiamo fatto, e cosa faremo, in questo periodo di reclusione?

C’è chi ha continuato a lavorare da casa. Lo chiamano smart working anche se c’è una traduzione italiana che rende perfettamente l’idea, almeno quella teorica: lavoro agile. Ecco, io ho continuato a lavorare da casa, anche se il lavoro non è per nulla agile. Praticamente mi sta ammazzando.

C’è chi, forzatamente a casa dal lavoro, si è dato all’arte culinaria (finalmente anche Masterchef ha un suo perché…), chi al giardinaggio o alla cura dell’orto (i più fortunati perché almeno l’ora d’aria, e anche di più, possono godersela), c’è chi ha riscoperto le relazioni umane in famiglia (a volte, però, tali relazioni si rivelano faticose per mancanza di abitudine… e di spazio!), c’è chi ha letto finalmente i libri che stazionavano sui ripiani della libreria in attesa del buon tempo per la lettura e c’è chi ha preso alla lettera il detto “pulizie pasquali” per mettere in ordine la casa. Insomma, di tempo da ammazzare ce n’è tantissimo.

Ma che cosa abbiamo perso, e perderemo, in questo periodo di reclusione?

Il lavoro, per esempio. Chi momentaneamente, anche se la ripesa non è così sicura per tutti.

La vita scolastica, perché, diciamolo chiaramente, condividere un monitor e vedere le facce dei compagni nei rettangolini piccoli piccoli, e nemmeno tutti assieme, non è minimamente paragonabile alle mattine passate quotidianamente in aula. La condivisione degli spazi, a volte davvero esigui (specialmente quando si devono fare i compiti in classe), non è solo un disagio ma è anche convivenza. Sguardi che si incrociano, bigliettini che volano o messaggini scritti con il cellulare in velocità per non farsi scoprire, l’ora della merenda, l’entrata e l’uscita da scuola con tante cose da dirsi, le lacrime per un compito andato male e i sorrisi per un bel voto, sono tutte le emozioni che in questo periodo i ragazzi, costretti alle videolezioni, stanno perdendo. Un tempo che non ritornerà.

Apprezziamo sempre quello che abbiamo perso. Questa è la verità.

Oppure sentiamo la mancanza di qualcosa che nemmeno ci passava per l’anticamera del cervello, ma la sentiamo proprio perché non abbiamo la libertà di scegliere.

Quanta gente si rammarica per la vita troppo sedentaria, per la mancanza di passeggiate o di giri in bicicletta? Tantissime, eppure sono perfettamente convinta che molte persone, pur lamentandosi di tale privazione, in realtà quelle cose non le hanno mai fatte.

Guarda un po’, le palestre sono chiuse proprio ora che avevo intenzione di iscrivermi a un corso prima della prova costume!

La prova costume… chissà se riusciremo a vedere il mare, quest’anno. Chissà se potremo andare in spiaggia, fiondarci sotto l’ombrellone a leggerci un buon libro, incuranti del vociare della gente tutt’attorno.

Chissà.

Per ora non ci è concesso nemmeno goderci la Pasqua con la famiglia, il pic nic del lunedì dell’Angelo con gli amici. Sarà una Pasqua triste.

Certo, ma siamo qui a lamentarci (anzi, io a farlo e voi a leggere). Certo, ma siamo vivi.

Guardiamoci attorno, per un momento, oltre l’orizzonte delle nostre necessità. Per una volta guardiamo l’erba del nostro giardino e non quella del vicino. La nostra erba è pur verde, non importa se c’è chi ha un prato inglese perfetto di un colore più brillante.

Verde è il colore della speranza e in questa circostanza, cercando di superare l’amarezza del momento, con un po’ di ottimismo guardiamo con speranza al futuro. Senza lamentarci troppo e accontentandoci delle piccole cose che ogni giorno la vita ci offre. Piccole ma immensamente grandi se rivolgiamo lo sguardo e il pensiero a chi non le ha più.

AUGURO A TUTTI UNA FELICE PASQUA.
UN PENSIERO PARTICOLARE A TUTTI I MEDICI, AL PERSONALE OSPEDALIERO E AI VOLONTARI CHE IN QUESTA EMERGENZA STANNO DIMOSTRANDO LA VERA GRANDEZZA DI NOI PICCOLI ESSERI UMANI.

G R A Z I E!!!

#CORONAVIRUS: MANTENERE LA DISTANZA DI SICUREZZA

Qualcuno ha scomodato Boccaccio che, nella sua opera più nota, parlava della peste del 1348. Il comico Luca Bizzarri, per esempio, riferendosi alla vicenda che fa da cornice al Decameron, ha tuittato: “Io una casetta in campagna ce l’ho”. E che gli vuoi dire? Bravo, fortunato te.

Anche Manzoni è al centro dell’attenzione, di questi tempi: la peste del 1630 descritta nel romanzo I promessi sposi, assieme alla meno letta Storia della colonna infame, sta al top delle citazioni sui social. Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ieri, ospite della trasmissione “Otto Mezzo”, ha tuonato contro le misure restrittive attuate in molte regioni italiane per il contenimento dell’emergenza coronavirus:

«Non è la peste di Manzoni, non è la fine del mondo… E’ un crimine contro la cultura chiudere i musei e le scuole».

Eppure il “dagli all’untore” è cronaca giornaliera: c’è chi ha vietato l’ingresso ai cinesi nel proprio esercizio pubblico, un treno è stato bloccato al Brennero per due casi sospetti, alcuni dipendenti delle ferrovie francesi sono scesi dal treno prima di varcare il confine, un numero consistente di turisti è stato rispedito in Italia (unica alternativa possibile: stare in quarantena 14 giorni… e addio vacanze) dopo essere atterrati alle isole Mauritius.

Il turismo in Italia è crollato: sono fioccate le disdette, ben il 90% almeno in Friuli – Venezia Giulia, per le settimane bianche e molti turisti italiani e stranieri hanno già rinunciato alle vacanze estive nelle rinomate spiagge della regione.

Una catastrofe ben maggiore di quella causata da un virus, il COVID-19, che certamente si è rivelato molto contagioso, anche a causa della scarsa tempestività con cui sono stati trattati i primi casi (così dicono anche alcuni medici, prova ne sia il fatto che proprio il personale sanitario è stato colpito in modo massiccio, specie nel focolaio lodigiano), ma che per il momento non ha mietuto vittime dirette. [leggi l’articolo]

Ciò è stato sottolineato ieri sera dagli ospiti di Bruno Vespa nello studio di “Porta a porta” [guarda il video della puntata]: i decessi avvenuti in Italia, che riguardano persone anziane già sofferenti per altre gravi patologie, non devono essere imputati al coronavirus: si tratta di malati che sono morti con il coronavirus non per il coronavirus. L’ha ripetuto la dott.ssa Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia, Diagnostica bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Lavora senza pause da due settimane, impegnata con il suo staff nell’esame dei campioni per la ricerca del coronavirus, anche se non ritiene siano davvero necessarie tante analisi. Certo, dice, se stanno emergendo tanti casi di positività è perché li stiamo cercando. Non in tutti gli Stati europei fanno lo stesso, ed ecco che siamo al terzo posto nel mondo per il numero di soggetti positivi al test. Il che non significa, osserva, che tutti stiano male, men che meno versano in gravi condizioni. Miete più vittime la “semplice” influenza. E sciorina numeri come fossero noccioline. Numeri che non avevano mai impressionato nessuno, forse perché realmente non si conoscevano, nel senso che non è mai stata fatta tanta pubblicità alle vittime dell’influenza stagionale. Ma ora è necessario fare questi confronti, anche se è difficile convincere tutti.

D’accordo con la dottoressa Gismondo anche Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto malattie infettive Spallanzani, e Walter Ricciardi dell’Oms, il quale in conferenza stampa dalla sede di Roma della Protezione civile ha dichiarato:

«Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore. Peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute».

Isolato, per il momento e non certo perché affetto da COVID-19, il dott. Roberto Burioni che pare abbia mostrato molte incoerenze nel suo intervento alla presenza di Fabio Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa” di domenica scorsa [guarda il video]. Dico “pare”, perché non ho visto la puntata. Secondo il virologo questo virus non può essere paragonato a una normale influenza, anche perché è del tutto nuovo e non esistono né vaccini né cure sicure. Inoltre, Burioni ha dichiarato che:

«Un’epidemia come questa può non finire mai: il virus può incominciare a trasmettersi nella popolazione e piano piano diventare più buono. Ci sono da dire due cose: possiamo sperare che il virus circoli di meno con l’arrivo della bella stagione e che con il tempo diventi più buono, ci sono stati altri Coronavirus nella storia dell’uomo con il tempo diventati virus e raffreddori».

Insomma, una visione catastrofista non condivisa da altri scienziati che, invece, hanno una visione più ottimistica di quel che ci riserva il futuro.

Ciò non toglie che, almeno da una settimana, ci sia la corsa al supermercato per accaparrarsi provviste che neanche dovesse scoppiare il terzo conflitto mondiale, il gel igieinizzante per le mani non si trova più e su internet i prodotti ancora disponibili possono arrivare a prezzi folli. In più c’è la corsa alle mascherine, perlopiù ingiustificata nelle zone esterne ai due focolai sotto osservazione in Lombardia e in Veneto.

Così, il carnevale che si è concluso ieri non è apparso affatto una festa gioiosa come avrebbe dovuto essere. Al posto delle maschere abbiamo visto, almeno nei filmati trasmessi alla tv, le mascherine contro il coronavirus. E quell’invito così caro a Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza», è rimandato al prossimo anno. Chi ne ha fatto le spese sono stati i bambini che hanno dovuto rinunciare alle sfilate, alle feste in maschera, ai giochi spensierati di piazza. Eppure i luoghi aperti sono i più sicuri… basta mantenere la distanza di sicurezza.

Ieri mattina ho incontrato una “vecchia” collega che non vedevo da tempo. E’ stato imbarazzante perché entrambe ci siamo mantenute a una distanza di almeno un metro e mezzo. Niente baci né abbracci. A tanto arriva il condizionamento operato dai mass media.

La Giornata internazionale dell’abbraccio è da poco passata (si festeggiava il 21 gennaio). Non ci resta che attendere undici mesi. Nel frattempo, però, manteniamo una certa distanza di sicurezza, non dal virus ma dal panico e dall’allarmismo che, nella maggior parte dei casi, è del tutto ingiustificato.

[immagine da questo sito]

#SANREMO2020: IL SOGNO DI AMADEUS SI È AVVERATO MA…

Sanremo ventiventi – come l’ha chiamato in modo quasi ossessivo Amadeus durante le interminabili cinque serate del Festival – è andato bene. Oltre alle più rosee aspettative, a quanto pare. Per eguagliare il successo in termini di audience dicono che bisogna andare indietro di 25 anni. L’evento sanremese del millennio. Attenzione, però, il terzo millennio dell’era cristiana è ancora giovane, ne deve passare di acqua sotto i ponti. Magari l’acqua travolgerà per sempre la canzone italiana che, almeno per ora, non sembra sofferente. O magari ci saranno altri festival in grado di superare il 70°.

Confesso che ho seguito le serate un po’ a spizzichi e bocconi. Senz’altro non avrei potuto rimanere sveglia fino alla fine (solo ieri ho fatto le 2 e 20 attendendo la proclamazione del vincitore), dovendo andare al lavoro. Come dice la mia amica blogger Ester Maero, bisognerebbe proclamare la settimana sanremese festa nazionale, solo così sarebbe possibile fare le ore piccole ogni notte.
Anche se ho cercato di leggere alcuni commenti sulle testate giornalistiche e ho guardato qualche spezzone della kermesse su Raiplay, non mi sento di scrivere un vero e proprio post, quanto piuttosto una raccolta di pensieri sparsi, sulla falsa riga dei tweet che ho postato sul mio account Twitter durante l’interminabile settimana sanremese.

Il conduttore. Amadeus è stato bravo e soprattutto spontaneo. Aveva gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che guarda il mondo con stupore e meraviglia, quel bambino che, canzone dopo canzone, negli anni ha coltivato un sogno: non cantare a Sanremo ma calcare il palcoscenico dell’Ariston come conduttore. Non ha mai perso quell’espressione di gioia e quasi incredulità, come se ogni sera si chiedesse “ma sta capitando davvero a me?”. Al di là delle polemiche che hanno preceduto il festival, credo sia riuscito a far ricredere chi non lo riteneva all’altezza.


L’amicizia. Pare che quello che si è appena concluso sia stato il festival delle grandi amicizie. Fiorello e Tiziano Ferro, onnipresenti, hanno fatto da spalla ad Amadeus e, come se ci fosse una sorta di competizione tra i due nell’adempiere a questo compito, è nata qualche scaramuccia. Tiziano Ferro, durante la seconda serata, ha lanciato con successo su Twitter l’hashtag #fiorellostattezitto, tanto che lo showman siciliano giovedì non si è presentato sul palcoscenico. Personalmente ringrazio il cantautore di Latina: la presenza di Rosario è stata invadente, ha dilatato oltremodo la durata delle serate e a lungo andare è risultato noioso (almeno a mio parere). Ho avuto l’impressione che le sue incursioni sul palco divertissero solo l’amico Amadeus. Inoltre non mi è piaciuto il fatto che nelle prime scene durante la serata di martedì i riflettori fossero rivolti verso di lui. Sarà stata anche una cosa studiata ma Amadeus si meritava di aprire il festival. Forse gli autori pensavano che Fiorello aumentasse lo share?

Le canzoni. Non mi esprimo sulle canzoni in gara perché devo ammettere di non averle nemmeno sentite tutte. Credo che la vittoria di Diodato sia meritata: la sua era l’unica canzone, tra quelle ascoltate, che ho gradito fin dalle prime note. Ma di canzoni in cinque serate ne abbiamo sentite tante. Troppi ospiti, quasi tutti italiani, qualche performance di troppo (Albano Romina e i Ricchi e Poveri, che ho pure apprezzato, hanno fatto dei mini concerti), senza contare la presenza a cadenza regolare sul palco di Tiziano Ferro… mi è piaciuto il duetto con Massimo Ranieri (“Perdere l’amore” è una canzone senza tempo) ma Ferro è stato anche lui, come Fiorello, troppo invadente.

Gli ospiti e la gara. Alla fine, con tanti pezzi ascoltati, chi si ricordava più le canzoni in gara? Ricordo che una volta al Festival di Sanremo, non a caso dedicato alla canzone italiana, gli ospiti erano tutti stranieri (o quasi), proprio perché l’attenzione del pubblico doveva essere concentrata sulla gara. La scelta di Amadeus e degli altri autori non mi è piaciuta per niente.

Le donne. Fin dall’inizio il conduttore aveva detto che sarebbe stato accompagnato da molte donne. Ma dieci, caro mio, forse sono troppe. E fra quelle dieci chi si è salvata davvero? Forse la Clerici e la zia Mara (Venier), ma sono delle veterane e non c’è da stupirsi. Anche l’albanese Alketa Vejsiu ha dato prova di essere all’altezza del ruolo che, per carità, non era da valletta ma da co-conduttrice. Una parlantina che neanche Fiorello…
Le signore del Tg 1, Laura Chimenti e Emma D’Aquino, oltre a essere davvero brave, hanno dimostrato che la classe non è acqua. Al contrario di Diletta Leotta che, rifatta dalla testa ai piedi, grazie anche al fratello chirurgo plastico, ha avuto il coraggio di dire che la bellezza non è un merito, come se la sua fosse naturale. Poco dopo, però, ammette che lei è a Sanremo perché è bella. E quindi? È dai tempi di “Oltre le gambe c’è di più”, tormentone che risale a quasi 20 anni fa, cantato da Jo Squillo e Sabrina Salerno (anche lei ospite alla settantesima edizione di Sanremo), che non si è ben capito cosa ci sia di più, almeno in certe donne.

Le mise. Ora si dice outfit ma io sono antica, quindi affezionata all’elegante parola francese. Impeccabile Amadeus che ha sfoggiato dei completi molto particolari, tutti confezionati per l’occasione dallo stilista preferito del conduttore: Gai Mattiolo. Il completo che ho preferito è stato il primo della serata finale perché in genere il broccato, che caratterizzava la maggior parte dei completi sfoggiati, non mi fa impazzire.
Sulle donne vorrei stendere un velo pietoso ma mi limiterò a dire che, al di là dei centimetri di pelle scoperti (nei punti giusti, naturalmente), non è il pudore che manca ma l’eleganza. Una su tutte: la cantante Elodie che ha sfoggiato delle scollature vertiginose e si è esibita ogni volta palpandosi il seno come se volesse controllare che fosse tutto a posto, che nulla scappasse di qua e di là. A parte le giornaliste Emma D’Aquino e Laura Chimenti, signore dell’eleganza, mi è piaciuta molto l’attrice Cristiana Capotondi che ha fatto un’apparizione fugace ieri sera ma sufficiente per dare una lezione di signorilità a molte altre, come Elettra Lamborghini e il suo lato b in bella mostra (d’altronde per il twerking…). Nonostante la schiena scoperta quasi totalmente, Cristiana non è riuscita ad apparire volgare.
Fra i cantanti in gara, basterà citare Achille Lauro che ha fatto sfoggio di mise tanto esagerate quanto improbabili. Merita comunque un elogio per la coerenza. Se voleva far parlare di sé, dato il modesto valore del pezzo portato al festival, c’è riuscito.

Sanremo per il sociale. Il Festival di Sanremo ormai da molti anni si occupa del sociale. All’inizio non gradivo che si inserissero nella gara canora storie strappalacrime perché già la vita quotidiana per tutti noi ha i suoi problemi, almeno quando ascoltiamo delle canzoni vorremmo essere spensierati per un po’. Forse la mia era un’idea sbagliata: la kermesse musicale italiana più seguita nel mondo è il palcoscenico ideale per lanciare anche i messaggi che esulano dal mondo spensierato delle canzonette (anch’esse, tra l’altro, a volte portatrici di messaggi tutt’altro che frivoli). Ben venga allora l’intervento di Rula Jebreal, giornalista palestinese, che ha raccontato episodi della sua vita e della vita di sua madre – che si uccise quando lei era piccola –, mescolandoli con citazioni di testi di famose canzoni italiane sulle donne.
L’ospite che ha maggiormente toccato il mio cuore è stato, però, Paolo Palumbo, giovanissimo rapper malato di Sla il quale, attraverso le parole della sua canzone, ha dato una bella lezione di vita a tutti noi che a volte ci lamentiamo per cose davvero futili. Lui, nonostante l’immobilità completa e una vita che dipende dal respiratore e dalla peg per l’alimentazione, si ritiene un ragazzo fortunato. Riesce a muovere solo gli occhi e “parla” attraverso il comunicatore verbale ma apprezza anche il solo fatto di essere vivo.
Mi è piaciuto di meno il monologo sulla diversità di Tiziano Ferro che si conclude con le parole: “Non sono sbagliato. Nessuno lo è.”, e la rivendicazione di una vita felice e dell’amore, cosa di cui è più consapevole ora che ha 40 anni (e fresco sposo di Victor). Caro Tiziano, la felicità e l’amore sono un diritto a prescindere che tu sia gay o etero. Nessuno può giudicare e non c’è bisogno di ribadirlo perché sì, ci sono ancora gli hater, c’è ancora chi fa il bullo nei confronti degli omosessuali, ma questi sono degli imbecilli che non hanno alcun senso di civiltà e non c’è nessun monologo che possa servire a insegnarglielo.

Il rispetto. Mi spiace dirlo ma ciò che ha caratterizzato soprattutto questo 70° Festival di Sanremo è la mancanza di rispetto.
Nei confronti dei telespettatori che, con ogni probabilità, hanno perso una parte considerevole delle cinque serate che sono terminate troppo tardi.
Nei confronti dei cantanti in gara che spesso si sono esibiti dopo l’una di notte. Stemperare la tensione che si accumula nel corso delle ore è davvero difficile e lo stress di certo non aiuta le performance.
Nei confronti dell’orchestra, visto che i maestri, nonostante l’abbondanza di parti dialogate o monologate in cui non era richiesto il sottofondo musicale, mi sono sembrati agli arresti domiciliari per cinque-sei ore di trasmissione. Una cosa disumana, se poi è anche vero (non lo credo) che il compenso ammontava a 50 € per serata, sarebbe riduzione in schiavitù.
Nei confronti di alcuni ospiti, come Zucchero, che si sono esibiti in tarda serata… e poi, qualcuno comincia ad avere una certa età!


L’eroe. In prima fila, elegante e composto, seduto vicino a mamma Giovanna Civitillo, si è goduto ogni serata fino all’ultimo istante, cantando tutte le canzoni in gara (credo che i testi li conosca solo lui…), senza dar mostra del minimo cedimento. Per me José Alberto Sebastiani, figlio decenne di Amadeus, è il vero eroe di questo interminabile Festival di Sanremo duemilaeventi (e non ventiventi come dice Amadeus sul calco dell’inglese). Ha dimostrato, inoltre, un animo sensibile alzandosi in piedi per primo, dando il via a una meritatissima standing ovation, quando si è esibito Paolo Palumbo, il cantante rap malato di Sla. Un ragazzino davvero bene educato, promette bene.

[immagine sotto al titolo da questo sito; immagine di Fiorello_Amadeus_Ferro da questo sito; foto Chimenti_D’Aquino da questo sito; foto Capotondi da questo sito: immagine José Alberto e Giovanna Civitillo da questo sito]

LA TRISTE STORIA DI SERAFINA SCIALÒ

Udine è una piccola città dove le voci corrono veloci, specialmente se sulle labbra scorrono parole che esprimono un sentimento di pietà. In un certo senso, Udine è una città caritatevole.

Nello stesso tempo, è un luogo in cui, per riservatezza o scontrosità mai rivelata fino in fondo (forse per non prendere in prestito l’aggettivo scontrosa, con cui il poeta triestino Umberto Saba definisce la grazia della sua città… ah, quella rivalità tra due città mai del tutto superata!), ognuno si fa un po’ i fatti suoi nella routine delle giornate sempre uguali, dei fatti sempre ben noti. Ma se succede qualcosa e se quel qualcosa interessa una persona un tempo famosa e più avanti travolta dagli eventi, e se un fatto diventa cassa di risonanza per la città stessa a livello nazionale, perché in qualche modo legato a un personaggio, lui sì, ancora famoso, allora le cose cambiano. Non si tace più.

Forse per quella riservatezza che mi ha contagiata negli oltre trent’anni di vita vissuta nel capoluogo friulano, non ho voluto parlare prima di un fatto di cronaca che, in quest’ultima settimana, ha fatto discutere molto e suscitato sentimenti assai diversi e forse insoliti per la pacatezza dei cittadini udinesi.

Lo scorso venerdì (17, per la precisione), è stata trovata senza vita nell’appartamento cittadino, una donna di 63 anni che non dava notizie di sé dai primi di gennaio. Essendo dipendente di una scuola di Udine e non essendosi presentata al lavoro alla ripresa delle lezioni dopo la pausa natalizia, gli stessi colleghi hanno fatto scattare l’allarme e, allertate le Forze dell’Ordine, è stata fatta la macabra scoperta.

La donna, originaria di Catanzaro, risiedeva da decenni a Udine. Si chiamava Serafina Scialò. Nome e cognome che non dicono nulla ai più, se non ai vicini di casa (con cui, a quanto pare, aveva pessimi rapporti), i colleghi e quei pochi che la conoscevano frequentando Borgo stazione dove la sventurata abitava.

Il quotidiano locale, il Messaggero Veneto, ha dato tempestiva notizia della morte di Serafina Scialò e il giorno successivo sulla locandina ben in mostra davanti a tutte le edicole si leggeva, scritto a caratteri cubitali, “Trovata morta la ex moglie di un noto cantante”. Né nome né cognome dell’ex, ma per tutti coloro che avevano letto la notizia sulle pagine del quotidiano on line i dati anagrafici del “noto cantante” non erano un mistero: Umberto Tozzi.

Solo due giorni dopo la notizia inizia ad avere una risonanza nazionale, dapprima con qualche articolo stringato che perlopiù riprendeva quanto riportato dal Messaggero Vento, senza aggiungere nulla. Serafina Scialò: una donna fino a quel momento sconosciuta, nonostante la celebrità – si parla comunque di luce riflessa – di un tempo. Eppure, leggendo gli articoli che si fanno via via più numerosi e dettagliati con il trascorrere dei giorni, si viene a scoprire che questa ex non moglie, come ci tiene a precisare Umberto Tozzi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ma semplicemente convivente – era stata per il cantante torinese la musa ispiratrice. La loro storia d’amore, iniziata verso la metà degli anni Settanta e terminata nel 1984, un anno dopo la nascita di un figlio, aveva ispirato canzoni di successo come «Donna amante mia», «Gloria», «Ti amo» e «Stella stai». Assieme alla compagna di allora Tozzi cantò anche il brano «Tre buone ragioni».

A pochi giorni dal ritrovamento del corpo della Scialò, senza esprimere alcun sentimento di dolore, Tozzi si affrettava a dire che dopo la separazione la donna non solo aveva incassato, in modo fraudolento, due assegni da lui firmati in bianco «per pagare dei fornitori», per un totale di 450milioni di vecchie lire, ma per anni aveva reso impossibile qualsiasi rapporto con il figlio Nicola Armando, nonostante l’intervento del giudice e i numerosi viaggi a vuoto in quel di Udine. Serafina, infatti, dopo la fine della storia d’amore con Tozzi era ritornata a vivere nella città di adozione.

Per amore del figlio, a detta del cantante, la denuncia per truffa e appropriazione indebita non aveva avuto seguito. Un amore paterno che, tuttavia, non avrebbe potuto coltivare per l’atteggiamento ostativo dell’ex compagna. Una “verità” che viene prontamente smentita dal figlio Nicola Armando il quale, in un’intervista concessa al Corriere della Sera e pubblicata oggi, afferma che la madre non avrebbe mai incassato quegli assegni e che si sarebbe sempre arrangiata lavorando per mantenere entrambi. Tozzi, sempre a detta di Nicola Armando, avrebbe pagato il mantenimento «solo quando glielo ordinò il tribunale e senza indicizzarlo. E avrebbe dovuto comprarci una casa che non comprò.»

Una storia triste, soprattutto pensando che di fronte alla morte non si dovrebbe lasciare libero sfogo al risentimento. Quello del cantante, che si precipita a dire «L’ho perdonata per il male che ha fatto a me e a nostro figlio», e quello del figlio che, pur essendosi riavvicinato al padre negli anni, frequentando la sua nuova famiglia (Tozzi, infatti, dal 1995 è sposato che Monica Michelotto da cui ha avuto altri due figli, Gianluca e Natasha), non ha mai trovato in lui la figura paterna di cui avrebbe avuto bisogno.

Tozzi è un cognome che se può, evita di usare, ci tiene a precisare Nicola.

«Io mi sono preso il mio posto nel mondo chiamandomi Nicola, non Tozzi. Ho un secondo nome e dico: piacere, Nicola Armando. Aggiungo Tozzi se proprio devo. E, se mi chiedono “parente di?”, rispondo di no».

Da quanto si legge nell’intervista, dal padre non ha avuto nessun aiuto economico, dal momento che Nicola ha dovuto interrompere gli studi di Giurisprudenza per lavorare: «Faccio un lavoro umilissimo di fatica, sono uno dei tanti che si alza presto, torna tardi ed è fiero di quello che fa».

L’umiltà va di pari passo con la dignità. Per questo le parole di Riccardo Fogli, grande amico di Tozzi, nel commentare il ritrovamento del cadavere di Serafina Scialò, mi hanno particolarmente irritata: «È una fine molto triste — ha commentato l’ex cantante dei Pooh —. Essere la ex di una star e guadagnarsi da vivere facendo le pulizie in una scuola. La vita è strana e spesso spietata. Morire da soli così… Mi spiace per Umberto che è una persona buona e sensibile e un caro amico. La Scialò è stata un pezzo importante della sua vita di uomo e di artista».

La Scialò di oggi era, invece, una donna sola e a quanto pare ancora innamorata dell’ex. Così afferma la sua amica d’infanzia Gloria (chissà se il suo nome ha ispirato la canzone…), intervista dal Corriere della Sera: «Non soltanto penso che fosse ancora innamorata di Umberto, ma sono anche certa che dopo che si sono lasciati nella sua vita non ci sia stato più alcun fidanzato».

Sembrano profetiche, a questo punto, le parole del testo della canzone “Tre buone ragioni” (vedi video sopra), unica performance canora della coppia Tozzi-Scialò:

Primo non amo che te
e un’altra non esiste in questo mondo
secondo perché mi manchi a poco a poco
e terzo questo amore non è un gioco

Nella sua vita Serafina ha affrontato sofferenze, abbandoni, solitudine. Forse per questo, almeno a quanto si legge sulla sua pagina Facebook, i suoi nervi erano a pezzi. Si sentiva perseguitata, accusava i condomini del suo palazzo di avercela con lei, a suo dire il titolare di un bar vicino addirittura l’avrebbe minacciata di morte. In un post pubblicato a dicembre chiedeva aiuto, forse sentiva la fine della sua esistenza tormentata ormai vicina, se era arrivata a chiedere che sul suo corpo venisse fatta l’autopsia. Sono scritti attribuibili a una donna fragile, quasi disturbata. Forse i 36 anni passati lontano dal suo unico amore e in una condizione che i fasti di un tempo non lasciavano presagire, l’hanno portata al delirio.

Per i magistrati, ad ogni modo, la morte è attribuibile a “cause naturali” ed è stata disposta la restituzione della salma alla famiglia. Ma anche per l’estremo saluto la cattiveria della gente non si è risparmiata: il figlio aveva chiesto al parroco di una chiesa cittadina di celebrare le esequie della madre, ricevendo il rifiuto per evitare, questa la giustificazione, l’esposizione mediatica.

Ma davvero un prete può pensare questo? Si preoccupa più di un’affluenza imponente di gente curiosa e di giornalisti (che, a parer mio, non ci sarebbe stata) che dell’anima di una donna morta in solitudine? Questo novello don Abbondio non dovrebbe nemmeno indossare l’abito sacerdotale poiché non dimostra quella caritas che dovrebbe essere la dote indispensabile per un uomo di Chiesa.

Al di là del rito funebre negato nella chiesa cittadina (si terrà comunque mercoledì nella cappella del cimitero di San Vito), mi auguro che l’ultimo viaggio di Serafina sia più felice della sua travagliata esistenza.

[le immagini sono tratte dagli articoli del Corriere e del Messaggero Veneto linkati]