18 luglio 2016

LIBRI: “GLI SDRAIATI” di MICHELE SERRA

Posted in adolescenza, figli, libri tagged , , , , , , , a 6:48 pm di marisamoles

PREMESSA
Di solito non mi fiondo in libreria a comperare dei libri di successo, quelli di cui tutti, ma proprio tutti, parlano. Specialmente se trattano argomenti tipo la scuola o il mondo dei giovani in generale.
Anche il libro di Michele Serra ha dovuto attendere… sinceramente l’ho acquistato approfittando dell’offerta Feltrinelli di due libri a scelta al prezzo di 9,90 euro.
L’ho aperto senza troppa convinzione eppure fin dalle prime due pagine ho capito che non avrei potuto staccarmene. La lettura è stata una piacevole sorpresa.

michele-serra-repubblica-1L’AUTORE
Michele Serra Errante, classe 1954, romano di nascita ma cresciuto a Milano, è un giornalista, scrittore, autore televisivo e umorista italiano.
Dopo la maturità classica si iscrive alla facoltà di Lettere ma non porta a termine gli studi. Nel 1975 inizia a lavorare per l’Unità svolgendo la funzione di dimafonista (tecnico del giornale addetto alla trascrizione del pezzo che i collaboratori esterni hanno registrato al centralino), solo in seguito inizierà la carriera giornalistica in un primo tempo dedicandosi alla cronaca sportiva e in seguito agli spettacoli.
Dalla fine degli anni Ottanta entra in politica, coltivando allo stesso tempo la passione per la scrittura e collaborando anche, come autore, a degli spettacoli televisivi.
In veste di scrittore esordisce nel 1989 con un libro di racconti, Il nuovo che avanza. Nel settembre 1997 esce, dopo tre anni di lavoro, il suo primo romanzo, Il ragazzo mucca cui seguono altri scritti come Cerimonie, pubblicato nel 2002, che gli vale due riconoscimenti: il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante e il Premio Gradara Ludens.
Nel 2013 esce per Feltrinelli Gli sdraiati, giunto alla quinta edizione, cui fa seguito Ognuno potrebbe, pubblicato nel 2015. [fonte Wikipedia]

sdraiati

IL LIBRO

«Ma dove cazzo sei?
Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai. Il tuo cellulare suona a vuoto, come quello dei mariti adulteri e delle amanti offese. La sequela interminata degli squilli lascia intendere o la tua attiva renitenza o la tua soave distrazione e non so quale sia, dei due “non rispondo”, il più offensivo.
Per non dire della mia ansia quando non ti trovo, cioè quasi sempre. Ho imparato a relegarla tra i miei vizi, non più tra le tue colpe. Non per questo è meno greve da sopportare. Ogni sirena di ambulanza, ogni riverbero luttuoso dei notiziari scoperchia la scatola delle mie paure. Vedo motorini insanguinati, risse sanguinose, overdosi fatali, forze dell’ordine impegnate a reprimere qualche baldoria illegale.
[…] L’unica certezza è che sei passato da questa casa. Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. La sua onesta forma rettangolare, quando entri o esci di casa, non ha scampo: è stravolta dal calco delle tue enormi scarpe, a ogni transito corrisponde un’alterazione della forma originaria. Secoli di manualità di decine di popoli, caucasici maghrebini persiani indostani, sono offesi da ogni tuo piccolo passo.
Almeno tre dei quattro angoli sono rivoltati all’insù, e un paio di grosse pieghe ondulate, non parallele tra loro, alterano l’orizzontalità del tappeto fino a conferirgli il profilo naturalmente casuale della crosta terrestre. In inverno tracce di fanghiglia e foglie secche aggiungono avventurose varianti di Land Art alle austere decorazioni geometriche del kilim. D’estate il disastro è più lindo, meno suggestivo del trionfo invernale. Ma la scarpa che imprime e svelle è sempre la stessa: tu e la tua tribù avete abolito sandali e mocassini in favore di quegli scafi di gomma imbottita che vi ingoiano i piedi per tutto l’anno, nella neve fradicia come nella sabbia arroventata. L’orbita della Terra attorno al sole vi è estranea, vi vestite allo stesso modo quando soffia il blizzard e quando il sole cuoce il cranio, avete relegato il tempo atmosferico tra i dettagli che bussano vanamente sulla superficie del vostro bozzolo.
In cucina il lavello è pieno di piatti sporchi. Macchie di sugo ormai calcinate dal succedersi delle cotture chiazzano i fornelli. Questa è la norma, l’eccezione (che varia, in festosa sequenza) è una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico, o una pirofila con maccheroni avanzati che produce le sue muffe proprio sul ripiano davanti al frigo: un passo ancora e avrebbe trovato salvezza, ma la tua maestria nell’assecondare l’entropia del mondo sta esattamente in questo minimo, quasi impercettibile scarto tra il “fatto” e il “non fatto”. Anche quando basterebbe un nonnulla per chiudere il cerchio, tu lo lasci aperto. Sei un perfezionista della negligenza.

[…] Il divano, il tuo habitat prediletto. Vivi sdraiato.
[…] In bagno, asciugamani zuppi giacciono sul pavimento. Appendere un asciugamano all’appendiasciugamani è un’attività che deve risultarti incomprensibile, come tutte quelle azioni che comportano la chiusura del cerchio. Come richiudere un cassetto, o l’anta di un armadio, dopo averli aperti. Come raccogliere da terra, e piegare, i tuoi vestiti buttati ovunque. […] Calzini sporchi ovunque, a migliaia. A milioni. Appallottolati, e in virtù del peso modesto e dell’ingombro limitato, non tutti per terra. Alcuni anche su ripiani e mensole, come palloncini che un gas misterioso ha fatto librare in ogni angolo di casa.
Qualche apparecchio elettronico lasciato acceso, sempre. Sulle pareti della casa buia, bagliori soffusi di spie, led, video ronzanti, come le braci morenti del camino nelle case di campagna. Spesso la televisione di camera tua replica anche in tua assenza uno di quei cartoni satirici americani (Griffin o Simpson) che dileggiano il consumismo.
[…] Tutto rimane acceso, niente spento. Tutto aperto, niente chiuso. Tutto iniziato, niente concluso.» [MICHELE SERRA, Gli sdraiati, Universale Economica Feltrinelli, giugno 2016, pp. 11-14, passim]

Avrete notato – mi rivolgo ai lettori che seguono le mie “recensioni” (scusate ma le virgolette le devo mettere perché ancora non riesco a chiamare così questi miei scritti) – che al contrario del solito ho iniziato riportando alcuni passi tratti dal primo capitolo. Perché mai?
Perché sono proprio queste prime pagine che mi hanno catturata (poi, dopo gli asterischi, ne spiegherò meglio il motivo) e credo che già dall’incipit il lettore possa decidere se amare questo libro o detestarlo con tutto il cuore. In tal caso, non dovrà nemmeno prendersi la briga di acquistarlo.

Il racconto è in prima persona e tratta l’irrisolto problema della difficoltà di comunicazione tra padri e figli, tra giovani e “vecchi”. Perché non importa quale età abbiano i genitori, per i figli sono stati e saranno sempre “i vecchi”. Da questo scontro generazionale nasce, dunque, l’incomprensione, l’insofferenza, la difficoltà di farsi capire e di essere capiti. Padri e figli non si comprendono perché appartengono a due mondi diversi.

Il padre dello “sdraiato” (non si fanno mai i nomi né dell’uno né dell’altro) con sottile ironia ma anche con una più o meno velata amarezza, alterna ricordi del passato, risalenti al periodo in cui anche lui era un adolescente, e riflessioni sul presente, sul suo essere o piuttosto sentirsi un padre incapace, sconfitto in partenza, arreso di fronte a una situazione che non ha sbocchi, in cui nessuna delle due parti sembra capace di fare un passo verso l’altra.

Quanto a me, in queste contingenze (frequenti) che schiudono porte e finestre su certi abissi di indolenza filiale, e di stordita complicità materna o paterna, non è che me ne senta al riparo, non è che mi senta migliore. Riconosco nelle mie fughe, nei miei silenzi, la stessa mancanza di autorevolezza, la stessa inconsistenza. (pag. 37 dell’edizione citata)

Ecco che il narratore si chiede come mai ai suoi tempi (ah, quant’è antipatica questa espressione per indicare ciò che è perduto per sempre!) i ragazzi erano ben felici di partecipare alla vita familiare, come ad esempio il momento tanto atteso della vendemmia, mentre gli sdraiati di oggi si alzano a mezzogiorno, senza alcuna intenzione di far levataccia per una cosa stupida come raccogliere grappoli d’uva tra i filari delle viti. Gli sdraiati sono animali notturni, passano la mattinata dormendo e il resto della giornata bivaccando, con la faccia sempre incollata allo smartphone.

Che cosa può fare, allora, un padre disarmato per smuovere il figlio sdraiato? Gli propone una cosa che certamente non sarà approvata: una passeggiata in montagna al Colle della Nasca. La proposta assume, via via, le fattezze di un invito rivolto con tono di supplica («Non farlo per me. Fallo per te», pag. 41), per diventare un vero e proprio tormentone che fa capolino, ogni tot pagine, perdendo quell’aspetto argomentativo che caratterizza i primi inviti, fino ad arrivare a vere e proprie minacce (da «Quando ti vedo così pallido, penso che ti farebbe molto bene venire con me al Colle della Nasca» a «se non vieni… ti rompo la schiena a bastonate», pagg. 33 e 91).
Ma per essere più convincente il padre deve mettersi nei panni del figlio: perché mai dovrebbe essere conciliante, fare qualcosa che non desta in lui il minimo interesse?

Se vieni con me al Colle della Nasca, ti pago. Un tanto al chilometro, o un tanto per ora di cammino, ci mettiamo d’accordo, non è quello il problema. Quanti soldi vorresti, euro più euro meno, per venire con me al Colle della Nasca? Contanti? Un assegno? Un bonifico? (ibidem, pag. 49)

Siccome, però, anche la pazienza ha un limite, esauriti i vari argomenti al padre non resta che affidarsi a un mediatore paranormale: Ti ho preso un appuntamento dal famoso ipnotizzatore Tarik Agagianian. Credo che sotto ipnosi tu possa agevolmente salire insieme a me fino al Colle della Nasca. (pag. 95)
Riuscirà il nostro eroe a portare il figlio al famoso Colle della Nasca?

***

La scrittura di Serra è certamente accattivante. Quel misto di ironia e di sarcasmo, quelle descrizioni realistiche e nello stesso tempo disarmanti (soprattutto per chi non ha avuto figli o li ha troppo adulti), quel suo modo di ricordare i fatti della vita del padre protagonista facendone un impietoso confronto con gli interessi dei giovani d’oggi, non possono lasciare indifferenti. Ma non è solo lo stile la vera forza di questo libro. Lo è ancor di più l’onestà. E ancora una volta chi non ha questo tipo di esperienza alle spalle – o non la sta vivendo tutt’oggi – non può comprenderla fino in fondo.
Siamo abituati a vedere genitori che ostentano tanta sicurezza, che descrivono i figli tessendo i loro elogi. Chi non si comporta così, generalmente ha poco o nulla da dire. Leggendo questo libro è come se Serra avesse dato voce a quei genitori che preferiscono o hanno preferito tacere.

Se poi vogliamo leggere più a fondo questo scritto – che non è un vero e proprio romanzo, non è un saggio, non è un diario, è piuttosto un racconto che tenta un’intropsezione psicologica – personalmente sono portata a considerarlo un chiaro esempio di ciò che Pirandello definiva “uomorismo”. Leggiamo le pagine di Serra e ridiamo, in modo più o meno consapevole, in virtù del maggiore o minore coinvolgimento nella narrazione. Ma tutto ciò che il padre descrive di questo figlio dovrebbe far riflettere, piuttosto, sulla sofferenza intima del protagonista. Come direbbe Pirandello, leggendo avvertiamo che dietro le parole del padre, volutamente ironiche e scanzonatorie, c’è una vera e propria sofferenza: il protagonista, infatti, vorrebbe avere un figlio fatto di tutt’altra pasta e, nel contempo, vorrebbe essere tutt’altro genere di padre. Quindi, da questo avvertimento del contrario, sempre seguendo la teoria di Pirandello, arriviamo al sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico. (cit.)

Come dicevo nella premessa, sono stata catturata fin dalle prime pagine. Leggendo la parte che ho trascritto, mi sono rivista e ho rivisto i miei figli, specialmente il secondogenito. Quella noncuranza, quella superficialità, la trasandatezza che fa chiedere, a noi genitori “normali”, «ma da chi avrà preso?». Una domanda che non ha risposta, per quanti sforzi si possano fare. E la ricerca dei compromessi (ne è esempio eclatante la proposta “indecente” della gita al Colle della Nasca) è l’unica cosa che può garantire la sopravvivenza dei genitori, almeno di quelli che hanno i figli sdraiati.

Durante la lettura, soprattutto della parte che riguarda la gita in montagna, ho ripensato a Petrarca e alla sua ascesa al monte Ventoso. In una lettera indirizzata a Dionigi da Borgo San Sepolcro, il poeta descrive una gita compiuta assieme al fratello Gherardo sul monte Ventoso che si trova in Provenza, dove al tempo la famiglia viveva. La descrizione di questo difficile viaggio, della faticosa salita verso la cima del monte, per il poeta aretino in realtà assume un significato allegorico: tanto più arduo è il cammino tanto più Petrarca si convince del suo eccessivo attaccamento alle cose materiali. Soltanto quando si libererà dalle passioni terrene riuscirà a raggiungere la cima, che rappresenta allegoricamente la vita spirituale.
Ora vi starete chiedendo quale possa essere il legame tra il libricino di Michele Serra e l’epistola di Petrarca. Personalmente ho considerato la proposta-tormentone che il padre rivolge al figlio, la gita al Colle della Nasca, come un iter spirituale, quasi volesse, convincendo il figlio ad accompagnarlo, convincersi a sua volta di essere un buon padre. Arrivare in cima a quel monte assieme, significa, in un certo senso, trovare un punto d’incontro, un canale di comunicazione. Se riuscirà nell’intento, nulla potrà essere come prima.

In conclusione, non c’è niente che si possa fare con “i figli sdraiati” se non continuare ad educare, correggere ciò che è sbagliato, sottolineare ciò che è giusto, sanzionare ma allo stesso tempo premiare, negoziare, far capire che i ruoli fra genitori e figli sono diversi, ma se parliamo di un rapporto fondato sul reciproco amore, è necessario a volte fare qualche passo avanti e altri indietro, se necessario. Questo, evidentemente, Michele Serra lo sa.
Quello che posso assicurare, avendo ormai i figli sufficientemente grandi per poter essere definiti adulti – o quasi! – è che gli sdraiati prima o poi si alzano.

[immagine da questo sito]

5 agosto 2014

AH, L’AMORE …

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Sul filo dei ricordi, ho riletto questo post in cui riassumo i pensieri sull’amore raccolti in classe qualche anno fa. Era una classe speciale, una di quelle che lasciano un segno nel cuore. Una bella classe, al di là dei risultati scolastici (ne ho avute di migliori, sotto questo profilo), piuttosto per il feeling che si era creato tra di noi. Ce ne saranno altre così? Mah …

Uno dei più bei pensieri scritti dai ragazzi è questo:

L’amore è una sfida a carte con il nostro cuore: in tutti i casi il nostro avversario ne esce vincitore: se perdiamo, infatti, ci disperiamo cercando di dimenticare; se dovessimo vincere è il cuore stesso che si complimenta con noi, anche se alla fine è lui che riceverà la medaglia.

Non so nulla dell’autore o autrice, i bigliettini erano anonimi. Penso che sia stata una studentessa a scrivere queste parole, ma non ne sono sicura. Ad ogni modo mi sembra un pensiero profondo, a prima vista non troppo ottimista, forse solo obiettivo. Chi ha scritto queste parole aveva allora solo sedici anni.

Lo dedico a chi crede nell’amore,
questo folle sentimento che
ah l’amore
più lo fuggo e più ritorna da me
e stavolta ha il tuo volto perchè
io mi sto innamorando di te

(dal testo di “Questo folle sentimento” dei Formula 3, 1969)

26 marzo 2014

IL NUOVO CONCETTO DI ÈGALITÈ MADE IN FRANCE: JEAN HA DUE MAMME

Posted in adolescenza, bambini, famiglia, figli, religione tagged , , , , , , , , , , , , a 9:06 pm di marisamoles

famiglie gay
Al grido di “niente discriminazioni!” negli ultimi tempi si è sentito di tutto: l’abolizione della festa del papà a scuola perché i bambini possono avere due mamme, la scomparsa delle parole “madre” e “padre” dai moduli di iscrizione alle scuole, sostituite dai più asettici “genitore 1 e 2, la polemica contro le fiabe che inculcherebbero nelle fragili menti dei bambini un modello di famiglia tradizionale ormai superato, l’abolizione della dicitura “mamma” e “papà” sui braccialetti in dotazione nei reparti maternità, la propaganda esplicita nelle scuole attraverso opuscoli di educazione sessuale… l’ultimo è il caso scoppiato in Francia all’indomani della pubblicazione del programma governativo ABCD de l’ègalitè, dove vengono suggerite ai bambini e agli insegnanti letture come Jean a deux mamans (Jean ha due mamme), Tango a deux papas e Tous à poils (tutti nudi).

Ora, io non discuto sul fatto che i tempi siano cambiati e che la discriminazione sia una brutta bestia. Però, come ho più volte detto, il rischio che ad essere discriminate siano proprio le famiglie – non dico normali perché poi vengo fraintesa – in cui ci sono una mamma e un papà è concreto. Quello che trovo discutibile in particolar modo è qualsiasi campagna sia rivolta ai più piccoli, che non sono degli sprovveduti come sembra.

Insomma, se la maggior parte dei bambini ha due genitori di diverso sesso, è come fare 2+2 e ottenere 4 come risultato. Poi ci sono sempre le eccezioni – e le famiglie omosessuali lo sono ancora – però 2+2 non farà mai 5. Questo, a parer mio, è bene che i bambini capiscano. Non c’è nessun motivo perché pensino che i compagnetti di scuola che per caso hanno due papà o due mamme siano diversi, così come non c’è alcuna distinzione di tipo qualitativo tra chi ha i capelli biondi, rossi o castani e gli occhi blu, verdi o celesti.

La cosa che però non sopporto è che, secondo il punto di vista di molti, se si difende la famiglia tradizionale si debba essere per forza bigotti. Insomma, la religione non c’entra nulla. Io non giudico chi ha una relazione omosessuale, non ritengo che essere gay sia una sorta di depravazione, anzi, una malattia da curare. Ci mancherebbe. Non mi importa nulla, da credente, che gli omosessuali compiano un grave peccato secondo i precetti di Santa Romana Chiesa. Sono affari loro e non mi occupo degli eventuali peccati altrui, tutti hanno una coscienza con cui fare i conti, al limite. Se non ce l’hanno, cavoli loro.

Questo mio sfogo è dovuto al fatto che all’ennesima notizia, quella sul programma francese che vuole imporre a tutti i costi l’egualité (rivisitazione dell’antica rivoluzione?), c’è chi commenta tirando fuori la solita storia della religione, del bigottismo, della chiusura mentale condizionata dalla Chiesa … come se non fosse possibile ragionare con la propria testa senza condizionamenti di sorta.

Non ho amici atei, però mi piacerebbe sapere se chi non ha fede sia così aperto nei confronti delle novità sociali degli ultimi anni. Forse si dichiara tale per coerenza … del resto tutti sono capaci di fingere a seconda delle situazioni e della convenienza, o no? Be’, io sono una persona sincera e dico quel che penso. Per questo motivo non sopporto chi vuole per forza dare una spiegazione ad una mia presa di posizione.

In ultimo, vorrei dire che l’educazione dei figli, specie se piccoli, è un compito che spetta alla famiglia e non alla scuola. Poi, sulla necessità di discutere con i più grandi su determinate realtà sociali non ho nulla da obiettare. Senza forzature e costrizioni, però. Anche perché sarebbe controproducente che un bambino o un preadolescente, discutendo a casa su certe questioni, sentisse un parere del tutto opposto da parte dei genitori. Ne resterebbe disorientato e basta.

[immagine da questo sito]

16 aprile 2010

VENDITA DI MMS HARD: A SCUOLA SI SAPEVA DA TEMPO

Posted in adolescenti, adolescenza, cronaca, figli, Friuli Venzia-Giulia, scuola tagged , , , , , , , a 3:36 pm di marisamoles


Sulla vicenda della tredicenne che vendeva video hard ai compagni di classe in cambio di ricariche telefoniche e doni vari ho già scritto un post. (LINK). Ora, però, la notizia ha avuto un seguito: la “denuncia” di una madre, apparsa sulle pagine del quotidiano friulano Messaggero Veneto, secondo la quale la vicenda era nota da tempo e lei stessa, genitrice di una compagna di classe della studentessa intraprendente, aveva informato il preside di questo commercio atipico, visto che si svolgeva nei corridoi, nelle aule e nei bagni della scuola.

La signora era stata informata dalla figlia del commercio di video hard (al vaglio degli inquirenti ci sono più di mille foto e video!) e dell’atteggiamento orgoglioso con cui la ragazzina non si poneva alcun problema a descrivere ciò che faceva girando i video –cose che imbarazzerebbero anche un adulto, a detta della signora- e a farli vedere ai compagni durante la ricreazione. Quando, però, aveva denunciato il fatto, ad inizio dell’anno scolastico, il preside aveva commentato la rivelazione sostenendo che bisognava aver pazienza perché la ragazza aveva grossi problemi in famiglia, assicurando, tuttavia, che avrebbe preso dei provvedimenti. Ma nulla accadde, a parte qualche nota sul libretto. Nemmeno quando la tredicenne fu ritrovata da alcuni compagni mentre in bagno baciava un’altra studentessa furono presi provvedimenti. L’insegnante che era stata messa al corrente del fatto aveva osservato che bisogna rispettare le abitudini sessuali di tutti.
A questo punto, prima di proseguire con la cronaca, mi permetto un’osservazione: la stessa insegnante, se trovasse due allievi mentre consumano un rapporto sessuale protetto nel bagno della scuola, farebbe passare sotto silenzio l’episodio e lascerebbe impuniti i protagonisti lodando il fatto che abbiano usato il preservativo?

Quello che lascia sconcertati, leggendo il seguito di una notizia che già di per sé è sconcertante, è l’incuranza con cui la scuola ha lasciato che tutti sapessero senza provvedere né ad una sospensione né ad un tempestivo supporto all’alunna a livello psicologico. Tanto più che, a detta del preside stesso, si tratta di una ragazzina che ha seri problemi a casa. Tacere e non intervenire significa ignorare un fatto gravissimo e far passare un messaggio certamente scorretto nei confronti dei coetanei: se hai dei problemi, allora puoi anche fare la puttana che sei giustificata, poverina. Ma che discorso è?
Non dico che una punizione possa essere lo strumento migliore per convincerla a smetterla, anzi. Credo, però, che assecondare il suo, diciamo così, “talento” sia altamente diseducativo. Come testimonia la madre intervistata dal Messaggero Veneto, non solo non c’è stato nessun provvedimento disciplinare nei suoi confronti, ma alla tredicenne è anche stato concesso di partecipare alla gita scolastica, proprio negli stessi giorni in cui la vicenda appare su tutti i giornali, nazionali e locali. A questo punto non vorrei essere una delle insegnanti preposte alla sorveglianza: se cose del genere sono successe, e in modo ripetitivo, a scuola, non riesco nemmeno a immaginare cosa possa accadere al di fuori dell’edificio scolastico.

[fonte: Il Messaggero Veneto. L’immagine è tratta da questo sito]

AGGIORNAMENTO del 25 APRILE 2010:
GENITORI ALL’ATTACCO

Sul Messaggero Veneto si rende noto che è stata inviata una lettera aperta alle istituzioni scolastiche e comunali del paese, a firma Sidef, sindacato delle famigli che prende le difese dei molti minorenni invischiati in questa vicenda di filmini a luci rosse.

La lettera inizia con queste parole: Questo nostro intervento ci è stato chiesto da tanti ed è finalizzato a rompere la situazione di immobilismo che perdura nonostante la vicenda sia grave e non certo la più eclatante tra le varie criticità della scuola, media in particolare. L’obiettivo di queste famiglie è quello di evitare che il fenomeno dilaghi sempre più, coinvolgendo altri giovanissimi. Per questo motivo secondo il gruppo Sidef è necessario che la scuola, in tutte le sue componenti, agisca e non tergiversi come è accaduto nei mesi scorsi, nonostante le segnalazioni di diversi genitori: Chi ha responsabilità educative non può attendere che le vicende assumano rilevanza penale affinché se ne interessino quelli che si limitano alla sola azione repressiva, per loro gratificante risultato mass-mediatico, ma spesso inefficace socialmente.

Nella lettera si precisa che non c’è alcuna intenzione di accusare nessuno ma che è necessario che ciascuno si assuma le proprie responsabilità perché è sbagliato il far finta di nulla, il semplice aspettare che passi la buriana e che se la vedano soli i coinvolti: è interesse dell’intera comunità una sana e corretta crescita dei ragazzi, un’educazione basata su valori condivisi, una scuola in linea con questi».

I genitori, quindi, concludono che un intervento è doveroso anche a costo di togliere le mele bacate dal cesto, per curarle prima che marciscano, ma evitando che rovinino le altre.

22 gennaio 2010

PROSTITUTA A TREDICI ANNI PER UNA RICARICA TELEFONICA

Posted in adolescenti, adolescenza, cronaca, famiglia, figli, violenza sessuale tagged , , , , , , , a 6:10 pm di marisamoles

Triste storia quella raccontata da Il Piccolo, quotidiano di Trieste. Triste ma già sentita, purtroppo. Altrove qualcosa di simile è successo, un po’ di tempo fa. Ma leggere che una ragazzina di tredici anni si prostituiva per una ricarica telefonica o un pacchetto di sigarette, fa male al cuore. Soprattutto quello di una mamma come me.

È una vicenda che non merita parole di condanna, solo pietà. Perché se è facile puntare il dito contro le famiglie che non si curano dei figli, magari dicendo “gli sta bene”, come se una prostituta tredicenne avesse bisogno di giudizi e la sua famiglia di una punizione esemplare, certe storie di degrado devono far riflettere. Nessun male viene dal nulla; c’è quasi un sostrato maligno in storie come questa. E infatti, leggendo l’articolo di Claudio Ernè si scopre che la ragazzina aveva iniziato a subire violenze sessuali già a sette anni, da parte di persone cui era affidata dai genitori che non sapevano a chi lasciarla, dovendo assentarsi da casa l’intera giornata per lavorare. In questi casi due sono le possibili reazioni: subire in silenzio, rimanendo traumatizzati al punto da non voler o poter denunciare il sopruso, oppure crescere e credere che quella sia la normalità.

È vero, la tredicenne, autonomamente avviatasi alla vendita di sé, attraverso degli annunci su Internet in cui si fingeva adulta, era consapevole di ciò che faceva e smaliziata a tal punto da vestirsi e truccarsi in modo da sembrare più “vecchia”, mentire sulla sua vera età, chiedere compensi esosi (fino alle 100 euro a prestazione) per poi accontentarsi anche di una ricarica telefonica, una volta compreso che quella cifra non l’avrebbe mai ottenuta. Tuttavia, c’è chi il sesso con lei lo pagava anche 50 euro, come ammette uno dei tre arrestati, un operaio extracomunitario venticinquenne.

Nel carcere del Coroneo si trova rinchiuso il vero carnefice, colui che aveva iniziato ad abusare della giovanissima lolita già sei anni fa. Lui non ha scuse, non può dire che lei gli sembrava più “vecchia”, come hanno cercato di giustificarsi gli altri due. Quest’uomo, sessantacinquenne, era consapevole di violentare una bambina di sette anni e non può certo sottrarsi all’incriminazione, se non per pedofilia, per “abuso di minore”. Tuttavia, nessuna pena può davvero considerarsi equa per un orrore come questo.

L’indagine, condotta dal pm Massimo De Bortoli, ha fatto luce sul degrado di certe realtà familiari, specie quelle in cui vivono bambini abbandonati a se stessi. Il lupo cattivo, quello delle fiabe, non fa più paura. Nemmeno i nuovi “orchi” che non mangiano i bambini ma violentano le bambine. E Internet, in queste fiabe moderne, è quella “rete” in cui qualcuno cade per caso, molti, invece, si lasciano imprigionare dalle sue maglie fittissime che non lasciano scampo, senza rendersi conto che i bambini e gli adolescenti hanno ancora bisogno di credere ai lupi e agli orchi, perché qualcuno verrà comunque a salvarli in tempo.

30 ottobre 2009

“AMORE 14” DI FEDERICO MOCCIA IN USCITA AL CINEMA

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amore 14Ora Moccia non si ferma più. Per uno che ha dovuto distribuire gratuitamente le prime copie del libro d’esordio, l’ormai famosissimo Tre metri sopra il cielo, pubblicato la prima volta a proprie spese nel lontano 1992, il quarto film in uscita (ma il secondo in cui è anche regista), con la pubblicazione dei relativi libri, sembra quasi un record. Non solo, “Amore 14”, il cui omonimo romanzo è stato pubblicato un anno fa, anticipa l’uscita di un altro film, il sequel del libro Scusa ma ti chiamo amore intitolato Scusa ma ti voglio sposare, nelle sale cinematografiche dal 30 gennaio 2010, per la regia dello stesso Moccia.

Tema di fondo dei libri di Moccia è, come sempre, il mondo degli adolescenti, con le sue stravaganze, con quella voglia di trasgressione tipica dei ragazzi di oggi che vogliono scoprire il mondo a modo loro, ma sempre animato dai sentimenti che non cambiano, con il trascorrere delle generazioni: l’amore causa quell’intima e unica tempesta nell’animo di ragazzi e ragazze, sempre uguale nel suo manifestarsi spesso in modo inaspettato.

Con “Amore 14” Moccia affronta la tematica del primo amore, forse un po’ precoce e acerbo, sullo stile dell’ormai antico “tempo delle mele”. Ma si sa, i ragazzi moderni bruciano le tappe, scoprono presto il sesso anche se poi comprendono, meglio tardi che mai, che l’amore è tutt’altra cosa.
Nel film in uscita oggi, si racconta la storia di Carolina detta Caro, 14 anni, alle prese con i primi amori, il primo bacio, la prima volta, l’amicizia, le feste, la scuola, il rapporto spesso conflittuale con i genitori.
Ci sono le amiche del cuore, Alis e Clod, con le quali condividere i giorni e i sogni. Ci sono i primi baci rubati nella penombra del portone. C’è la scuola, due nonni meravigliosi che la sanno guardare in fondo all’anima e un fratello leggendario, Rusty James, che aiuta il suo cuore a sognare. E poi c’è l’amore, quello vero, che ha il nome di Massimiliano, incontrato in una libreria un pomeriggio di settembre.
“Amore 14” è un viaggio attraverso i sentimenti, l’entusiasmo che si ha nell’incontrare il primo amore, il dolore di un’improvvisa delusione, la prima, quella che ti lascia senza parole, è la perdita di una persona cara, è l’amicizia che credi non ti deluderà mai. È la storia di un amore unico e dolcissimo, quello tra i nonni di Carolina, capace di superare il tempo e lo spazio. È una storia di grandi passioni e forti emozioni, di un giovane scrittore, Rusty James, che per inseguire le proprie ambizioni ha il coraggio di andare contro tutti e tutto, di contraddire il padre e andare a vivere in un barcone sul Tevere dove finalmente riuscirà a realizzare il suo sogno.
“Amore 14” è l’amore, visto in tutte le sue innumerevoli sfaccettature, è l’amicizia, è il coraggio di credere nei propri sogni. [per la trama del film, questo è il LINK]

La protagonista, Carolina, è interpretata da un’attrice diciannovenne al suo esordio, Veronica Olivier. Lui, invece, è Giuseppe Maggio, come Veronica alla prima esperienza cinematografica, fascino tipico del bel tenebroso stile Scamarcio. Nel cast, tra tanti sconosciuti, spicca solo il nome di Pamela Villoresi, attrice prevalentemente teatrale, che a sua volta ha esordito giovanissima, appena diciottenne, nello sceneggiatoTV “Marco Visconti” al fianco di Gabriele Lavia.

Da non dimenticare: Moccia per la colonna sonora del film ha scelto la canzone “Estranei a partire da ieri” di Alessandra Amoroso, vincitrice della scorsa edizione di “Amici”. (per il VIDEO, clicca QUI )
Per il trailer del film e interviste ai protagonisti clicca QUI .

16 maggio 2009

SULLE NOTE DI UN’ALTRA EMOZIONE

Posted in adolescenza, affari miei, amicizia, amore, Milano, vacanze tagged , , , , , , , , , , , a 11:23 am di marisamoles

mare-inverno
Le canzoni, quelle che ci piacciono particolarmente, rimangono indelebili nella nostra mente e, nota dopo nota, vanno a comporre la colonna sonora della nostra vita.

Dopo l’inattesa onda di emozioni che mi ha colpita ascoltando, in modo del tutto casuale, la canzone di Marco Carta “Dentro ad ogni brivido”, un’altra emozione questa volta me la sono andata a cercare. Devo essere proprio stanca, visto che vado alla ricerca di “evasione”. Anche questa volta corro indietro nel tempo: l’estate del 1975. Ero “piccola”, ma già molto intraprendente visto che stavo assieme a Guido, il mio primo vero boy friend. Almeno non era un amore platonico, considerato che già alle elementari avevo iniziato ad innamorarmi, sempre delle persone sbagliate, comunque.

Torno indietro a quella lontana estate. Ero a Lignano Sabbiadoro, dove passavo un mese di vacanza con la mia famiglia. Il mio boy friend mi aveva raggiunto, in compagnia di un amico –allora, evidentemente, anche i ragazzi di buona famiglia, non solo le ragazze, andavano in giro solo se accompagnati- e aveva trascorso una settimana in campeggio. Avevo perso di vista per un po’ le mie amiche e, una volta partito Guido, guarda chi mi ritrovo! La mia amica Elena che nel frattempo si era messa assieme ad un ragazzo milanese. Niente di male, aveva pur diritto anche lei di divertirsi. La cosa più triste per me era, però, il fatto che il milanese si trascinava appresso un bresciano, Angelo, che inizia a farmi una corte spietata. Ricordo che feci di tutto per sottrarmi a quell’assedio e alla fine lui capì e desistette. Meno male!

Come capita quando si incontra gente nuova in vacanza, ci scambiamo gli indirizzi. Io sinceramente non credevo che quei due li avrei più rivisti. Elena sì, dal momento che viveva nella mia stessa città. Ma non avevo fatto i conti con la mia assidua frequentazione milanese; almeno un paio di volte all’anno me ne andavo a Milano, ospite di una zia, e vi rimanevo per un po’ di tempo, durante le vacanze di Natale e Pasqua. Io adoravo Milano e la giravo tranquilla in lungo e in largo, anche da sola. Non avevo paura, ma forse allora le grandi città erano più sicure, e le linee della metropolitana non avevano segreti: avendo amici a Cinisello, Cologno e Sesto San Giovanni, dovevo per forza spostarmi un bel po’.
Quando durante le vacanze di Natale del 1975 mi recai a Milano, rispolverai il foglietto con l’indirizzo di Roberto, il boy friend di Elena, e andai a cercarlo. Sorrido pensando che oggi non ci si perde mai di vista. Cellulare e computer facilitano i contatti. Ma allora non c’erano e, non avendo il suo numero di telefono, mi recai a casa sua, vicino all’Arco della Pace, praticamente alla fine di Corso Sempione.

Non riesco a descrivere la sua sorpresa ma anche la sua gioia nel vedermi. Non riusciva a credere che fossi lì, a Milano, e che mi fossi ricordata di lui. Sapevo che con Elena era finita, ma d’altra parte quando hai quindici anni e abiti a 400 chilometri di distanza l’amore, se mai c’era stato davvero, se ne va … come una candela, a poco a poco si consuma fino a spegnersi. Non sapevo, allora, che la nostra amicizia appena iniziata era destinata a durare a lungo. In pratica siamo rimasti in contatto per sei anni prima di perderci di vista … causa il suo matrimonio. Per dire la verità lui non mi aveva avvisata, l’ho saputo dalla madre al telefono. Che tristezza!

Il legame che si era instaurato tra me e Roberto sembrava la classica eccezione che conferma la regola: l’amicizia tra un “uomo” e una “donna” può esistere davvero. Ne eravamo convinti e ne andavamo fieri. Io continuavo a stare assieme a Guido, lui preferiva flirtare con ragazze diverse. Sembrava allergico ai legami. Ci scrivevamo: la posta a quei tempi era l’unica soluzione, e sto parlando di posta posta, quella fatta di fogli di carta, a volte colorati e con dei disegni più o meno bizzarri, di buste e francobolli, oltre che di una settimana d’attesa tra la spedizione e l’arrivo a destinazione. Altro che e-mail! Facevamo i calcoli: ognuno rispondeva subito, la lettera partiva al massimo il giorno dopo, sette giorni più tardi si trovava nella cassetta della posta dell’altro.

L’amicizia si consolidò l’estate successiva … almeno così pareva. Avevamo un intero mese davanti, da passare sempre insieme. Io che ero abituata ad avere compagnie numerose, preferivo stare con Roberto. Di giorno in spiaggia, la sera in giro tra piano bar, discoteca, luna park … mai un momento di noia, mai un rimpianto nei confronti delle vecchie amicizie. Più che un’amicizia sembrava un idillio e fu questa strana alchimia a cambiare le cose. A poco a poco mi accorsi che non era più come prima. Stavamo distesi sulla sabbia dorata, all’ombra delle cabine; ci divertivamo a criticare la gente che passava: guarda quello, guarda quella … le note del juke box del bar della spiaggia, la classica “rotonda sul mare” alla Fred Bongusto, allietavano le nostre ore. Ricordo che una canzone in particolare era il tormentone dell’estate: “Donna amante mia” di Umberto Tozzi. Era ancora lontano il tempo di “Gloria” o di “Si può dare di più”. Credo che Tozzi fosse praticamente ai suoi esordi, ma quel motivo era davvero un successo.

Roberto iniziò a guardarmi con occhi diversi: il suo sguardo era più eloquente di qualsiasi parola. Io per lui avevo iniziato ad essere “quella donna”, “quell’amante”. Nella sua mente non ero più l’amica di prima e la consapevolezza di ciò mi mandò in crisi. Perché, nonostante cercassi di respingere quell’ipotesi, che noi due potessimo amarci e non più soltanto come amici, i dubbi c’erano, eccome. Ma fui determinata: l’amicizia poteva e doveva durare, altro non era possibile. Insomma, i risvolti alla “Harry ti presento Sally” non li tenevo in nessun conto. A costo di soffrire e di procurare in lui un dolore tale da fargli rischiare un esaurimento nervoso.

Non ci fu più nessuna estate insieme, ma non perdemmo i contatti. Lui ogni tanto tornava alla carica, ma io rimanevo ferma nella mia decisone. A Milano non tornai per un paio d’anni, almeno non tornai da lui. Pensavo che la cosa migliore fosse mantenere le distanze, non incontrarsi. Lo capii quando in una lettera mi informò che se non avessi deciso di stare con lui, e non solo come amica, naturalmente, avrebbe tentato il suicidio. Rimasi sconvolta e informai il padre. Lui avrebbe capito e avrebbe saputo aiutare suo figlio. La madre no, troppo ansiosa, troppo presa a difendere la sua creatura. Credo che avesse intuito qualcosa e già avesse iniziato ad odiarmi.

La crisi passò, l’amicizia continuò almeno fino a quando qualcosa cambiò nuovamente. Nel frattempo, dopo due anni, il mio rapporto con Guido si era concluso. Non ero libera, però, perché avevo incontrato un’altra persona. Non avrei mai creduto che da quel nuovo legame sarebbe sorta una grande sofferenza. Così, a Natale, di nuovo sola, tornai a Milano, tornai da lui. Forse cercavo un po’ di consolazione e basta, ma mi convinsi che fosse arrivato il momento di dirgli di sì, di tentare una nuova avventura. Se l’amicizia aveva sfidato gli ostacoli del cuore e la lontananza, l’amore avrebbe reso giustizia alla sofferenza passata. Nel mio egoismo e, perché no, egocentrismo, non avevo fatto i calcoli con i suoi sentimenti: io avevo rifiutato il suo amore sincero ed ora ero pronta a dirgli di sì solo perché mi sentivo libera d’amarlo; lui, però, non poteva accettarlo, non voleva essere un ripiego o forse l’orgoglio gli impediva di confessare che mi amava ancora. Disse di no. Il no più doloroso della mia vita. Un no che mi schiacciò come un macigno, perché era stato la conseguenza di un atto d’amore, mai provato prima con lui, e che avevo considerato il preludio di una nuova unione.

Ancor oggi, dopo tanti anni, quando ripenso a Roberto, nella mente risuonano le note di “Donna amante mia”. Ora le ho riscoperte e ho ritrovato l’antica emozione … finalmente libera di ammetterla.

2 marzo 2009

IL MIUR HA PUBBLICATO IL “QUADERNO DEL PATTO DI CORRESPONSABILITÀ EDUCATIVA”

Posted in adolescenti, adolescenza, iscrizioni scolastiche, Mariastella Gelmini, MIUR, scuola, voto di condotta tagged , , , , , a 9:54 am di marisamoles

Il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) ha pubblicato il “Quaderno del patto di corresponsabilità educativa“. Il “patto” in questione dev’essere elaborato dai singoli istituti e controfirmato dai genitori all’atto dell’iscrizione dei propri figli.
Si tratta di un’iniziativa che, secondo il ministro Mariastella Gelmini, garantisce un’interazione scuola-famiglia fondamentale per l’ottimizzazione del rapporto tra le varie componenti – allievi, genitori e docenti – ove ciascuna si assume la propria “responsabilità” e si propone di rispettare il “patto” in relazione alle richieste avanzate da tutti. In questo modo vengono concordati “modelli di comportamento coerenti con uno stile di vita in cui si assumono e si mantengono impegni, rispettando l’ambiente sociale in cui si è ospitati“.

ECCO L’INDICE DEL “QUADERNO”:

Introduzione del Ministro
Introduzione
. Il Patto di Corresponsabilità: uno strumento educativo e formativo che promuove percorsi di crescita responsabile.
. Una opportunità per migliorare la qualità dei rapporti tra scuola e famiglia
. Competenze chiave di Cittadinanza da acquisire al termine dell’istruzione obbligatoria
. Modelli di Patto di Corresponsabilità Educativa
Testimonianze
. Don Antonio Mazzi “Se si vuole educare”
. Maria Rita Parsi “La scuola dell’alleanza”
Genitori a Scuola
. Cos’è il FoNAGS
. AGE Associazione Italiana Genitori
. AGESC Associazione Genitori Scuole Cattoliche
. CGD Coordinamento Genitori Democratici
. FAES Associazione Famiglia e Scuola
. MOIGE Movimento Italiano Genitori
Buone pratiche
. Puglia
. Toscana
3. Lombardia
Appendice
. La normativa
. Schede delle Associazioni

LINK del sito del MIUR

17 febbraio 2009

BABY GENITORI: LA LORO VICENDA DIVENTA UN BUSINESS

Posted in adolescenti, adolescenza, attualità, famiglia, figli, stampa estera tagged , , , , , , , , a 9:04 pm di marisamoles

Siamo abituati a leggere di tutto, quindi la notizia che una baby coppia inglese ha avuto una bambina non ci ha sconvolti più di tanto. Tuttavia è lecito chiedersi come mai la notizia sia stata così tanto pubblicizzata in tutta l’Europa. Casi come questi, infatti, sono all’ordine del giorno nei Paesi in via di sviluppo, specie in Africa, dove diventare madri a 12 anni non è un evento eccezionale. Forse per i padri ci si auspicherebbe un’età più adulta, ma nella coppia inglese le cose sono andate al rovescio: lei quindicenne, lui tredicenne … anche se sembra che abbia al massimo otto anni.

Alfie Patten, dunque, aveva appena dodici anni quando la bimba, Maisie Roxanne, è stata concepita. La madre, Chantelle Steadman, di anni ne aveva quattordici al momento del concepimento, ma che fosse incinta se n’è accorta solo dopo tre mesi. Naturalmente i due hanno mantenuto il segreto per sei mesi sull’inattesa gravidanza, praticamente sino alla fine della gestazione. La madre di lei, Penny, aveva avuto però di sospetti vedendola ingrassare. Ma io mi chiedo: l’educazione sessuale si usa nelle scuole britanniche? E le madri non dicono nulla alle figlie? Mi astengo dal fare commenti sui genitori di Alfie che, probabilmente, non avevano il minimo sospetto che quel bambino dalla faccina d’angelo preferisse il sesso ai video games. Ma almeno le ragazze dovrebbero essere un po’ più “esperte”, o no? La cosa che più mi sconvolge è leggere, in un’intervista concessa al Times, che Chantelle candidamente ammette: “Alfi aveva l’abitudine di fermarsi a dormire da me la notte. Sapevamo di commettere uno sbaglio, ma ora le cose stanno così e non si possono cambiare. Ci impegneremo per essere dei bravi genitori”. Insomma, l’imberbe Alfie se ne stava tranquillo a fare sesso nel letto di Chantelle e né mamma Penny né la madre di Alfie hanno mai notato, rispettivamente, la presenza del “ragazzo” sotto lo stesso tetto di notte e l’assenza del figlioletto dalla sua cameretta? Mi viene da pensare che i genitori britannici siano un attimino distratti … e poi criticano noi genitori italiani e i nostri figli che chiamano “mammoni”. Sull’ultimo punto è anche vero che le mamme italiche siano un po’ apprensive e iperprotettive, com’è vero che qui da noi i figli stanno a casa fino a trent’anni, quando va bene, mentre all’estero diventano indipendenti a diciotto. Ma almeno fino a quando dei minorenni vivono nella casa paterna, si dovrebbe seguirli un po’ di più.

Naturalmente la Meanwhile East Sussex County Council, contea in cui risiedono i due ragazzi, ha subito provveduto a far seguire la coppia di neogenitori da un’assistente sociale e ha già stanziato dei fondi di solidarietà. Ma se state pensando che sia un atto dovuto perché “come si fa a crescere una bimba a quell’età”, vi informo che i genitori, anzi il padre di Alfie, pare abbia già pensato a come far quadrare il bilancio familiare con l’arrivo di una “bocca in più da sfamare”. Secondo il Telegraph, infatti, il neo nonno avrebbe già preso accordi con delle emittenti televisive inglesi per uno speciale sul caso: si parla di un compenso compreso tra le 50 e le 80 sterline! Ma la cosa più divertente, si fa per dire, è che lo speciale avrebbe come “tema” i risultati del test del DNA.

Subito dopo lo scoop del Sun, che pare abbia fruttato un bel po’ di soldi alla mamma di Chantelle, altri sei ragazzini, di età compresa tra i quattordici e i sedici anni, hanno rivendicato la paternità della piccola Maisie Roxanne. In particolare due di essi, Richard Goodsell e Tyler Barker, sono disposti a sottoporsi al test anche se il primo vuole solo togliersi una curiosità mentre il secondo è semplicemente terrorizzato all’idea di essere lui il padre. La “povera” Chantelle, da parte sua, assicura che “l’unico con cui ha dormito è Alfie”; quest’ultimo, evidentemente stimando poco veritiere le parole della compagna – ma il dubbio è legittimo -, fa sapere che il test lo farà. Solo per la cronaca, il costo del test del DNA è di circa 300 sterline e sarà a carico dei Servizi Sociali … anche se, con tutti i soldi che le famiglie si faranno per i diritti televisivi, credo che la Corona si potesse risparmiare questa spesa.

Insomma, nonostante in Inghilterra eventi del genere non siano casi del tutto eccezionali – si stima che nel decennio passato più di quaranta ragazzi di quattordici anni sono diventati padri e addirittura almeno altri quattro undicenni hanno avuto un bambino nemmeno troppo tempo fa – evidentemente i neo nonni sanno farsi bene i conti. Così la vita quotidiana di gente normale che, per ignoranza e disattenzione, viene scossa da un evento inatteso ma sicuramente prevedibile e prevenibile, diventa un business. Chissà se fra qualche anno verrà chiesto ad Alfie e a Chantelle il parere su tutta la vicenda. Per ora si fanno fotografare per i quotidiani e le riviste di tutto il mondo e si fanno riprendere dalle televisioni con la loro piccola, ignara per il momento di essere una celebrità. Il tutto, naturalmente dietro lauto compenso, c’è da scommetterci. Ma per loro è come un gioco; sono gli adulti che dovrebbero ragionare ed impedire che tutto questo avvenga. Ma loro, proprio loro che non sembrano essere stati genitori attenti, approfittano dell’occasione e si preparano a farsi un po’ di soldi. Speculare sui figli, questo sì, è indecente ma … c’est la vie, anzi this is the life!

16 ottobre 2008

RAGAZZI DI OGGI, FAMIGLIE DI IERI

Posted in adolescenza, famiglia, società tagged , , , , , , a 4:04 pm di marisamoles

donne dell'ottocentoLa storia che sto per raccontare è vera, è realmente accaduta in questi giorni. Nel 2008, non nel1800. Eppure ha un sapore antico e agli occhi di chi, come noi tutti, vive nel 2008 appare incredibile, anzi assurda nella sua incredibilità.
È difficile per me raccontarla in modo obiettivo, da cronista super partes, ma ci proverò. Tuttavia, da narratore onnisciente quale sono, sarà quasi impossibile essere realmente oggettiva. Ho deciso di raccontarla affinché chi legge possa aiutarmi a capirla, questa storia. O forse sento la necessità di parlarne perché ripercorrendone le singole tappe, la vicenda poi mi apparirà più chiara.
È la storia di due ragazzi di oggi: Marta e Luca. I nomi, ovviamente, sono di fantasia
.

Marta è una ragazza come tante: ha 16 anni, è una liceale brava e studiosa, si divide fra lo studio e le amiche, la parrocchia e i centri giovanili ad essa connessi. La sua famiglia è apparentemente normale, di sani principi, molto religiosa, forse fin troppo.
Luca ha vent’anni. Non ha mai amato studiare, ha deciso di non continuare gli studi e passa da un lavoro all’altro, tutti contratti a termine, senza aver capito ancora cosa realmente vuol fare. Non ha ancora alcun progetto di vita. La sua famiglia è unita, cerca di seguirlo in questo suo cammino incerto, a volte lo sostiene altre cerca di scuoterlo. I genitori vorrebbero che dimostrasse una maggior maturità e che si scontrasse di meno con il fratello minore. Luca, come Marta, ha avuto una buona educazione, anche di tipo religioso, fatta di valori e principi irrinunciabili.
Marta e Luca s’incontrano; si conoscono da qualche mese ma solo da poco il loro legame è diventato più stretto. Forse entrambi mentono, forse c’è fra loro una vera e propria relazione e stanno insieme da molti mesi. Non si sa. Certo è che questa loro “probabile” relazione clandestina è venuta fuori nel peggiore dei modi e ha avuto l’epilogo più sbagliato.
Succede che una domenica, mentre Marta ripassa un po’ le lezioni prima di andare a Messa, riceve la telefonata di Luca: lui è sotto casa sua, le chiede di andare a bere un caffè insieme. Lei lo fa salire in casa: non è ancora pronta, si deve vestire. E poi c’è la Messa … ma un caffè con Luca val più di una Messa.
Luca sale ma non sa che i genitori di lei non ci sono. Sa, però, che lei ha il divieto tassativo di far entrare in casa i suoi amici – specie se maschi – quando a casa non c’è nessuno. Marta pensa che non importa, per una volta, e lascia Luca in salotto mentre si cambia d’abito per uscire. Questione di pochi minuti, in fondo. Cosa potrà mai succedere. Tutta presa dalla visita inaspettata, non ha forse guardato l’orologio, non si è accorta che è quasi l’ora del ritorno dei suoi dalla Messa – loro vanno in un’altra parrocchia. Ma l’imprevedibile accade. Mentre Marta si sta vestendo, sente arrivare la macchina dei suoi. Se non fosse per quella frenata col fischio, non se ne accorgerebbe. Presa dal panico raggiunge Luca in salotto e lo trascina via. Lui, anche perché la vede in quello stato, mezza vestita, in slip e con i jeans in mano, si rifiuta di seguirla. È meglio che tu finisca di vestirti, dice, e io rimango qua. Che mai potrà succedere? No, no, tu non li conosci, protesta lei. Lo trascina per una manica, lui prende la felpa che aveva buttato sullo schienale del divano, escono di casa e salgono sul pianerottolo del piano di sopra.

Il piano è perfetto: ora i genitori di Marta entrano in casa e loro sono liberi di scendere. Lei però non ha fatto i conti con l’udito superfino della madre. Questa, già entrata nell’atrio del condominio, sentendo la porta di casa chiudersi e non vedendo nessuno sulle scale, pensa ai ladri. Decide di salire un piano, silenziosa, quatta quatta. Ma non trova nessun ladro, solo la figlia in mutande, con i jeans in mano, e un ragazzo che si sta infilando la felpa. La scena sarebbe comica se non fosse così tragica. La madre urla, strattona, trascina, è una furia impazzita, quasi una baccante invasata. A casa iniziano gli insulti: lei ha trasgredito a un divieto, lui è un irresponsabile, a vent’anni avrebbe dovuto sapere come comportarsi. I due ragazzi sono sconvolti ma non intimiditi. Vogliono far valere le loro ragioni, raccontano come sono andate le cose, non vengono creduti. Anzi, la madre di Marta vuole denunciare Luca: la figlia è minorenne, avrebbe dovuto metterlo in conto. Il ragazzo, disperato, continua a dire che non è successo nulla, non è come crede lei. Ma la donna, ormai fuori di senno, vuole che lui chiami i genitori, vuole che loro sappiano che razza di figlio hanno messo al mondo. Luca si rifiuta di telefonare a casa, anzi se ne va. E pensare che la madre di Marta, recuperando forse un barlume di lucidità, lo ha anche invitato a pranzo. Ma sì, mangiamoci su, tanto quello che è stato è stato.
Di fronte al rifiuto di Luca, la madre di Marta decide di telefonare ai suoi genitori. La figlia non vuole darle il numero di telefono, poi cede, ormai esausta, incapace di ribellarsi, di reagire.

A casa di Luca sua madre ha appena preso un cachet per il mal di testa. Una domenica bestiale, davvero. Ha ricevuto un sms del figlio che non sarebbe venuto a pranzo. Ok, tutto normale. Ma mentre è sul divano in cerca di un riposo ristoratore, arriva una telefonata. Accidenti, si è dimenticata di alzare la cornetta. Pazienza. Risponde e a mala pena comprende chi dall’altro capo del filo le sta urlando qualcosa sul figlio: irresponsabile, degenere, che educazione gli avete dato …. La mamma di Luca cerca di obiettare, dice che forse è meglio vedersi di persona. Ha un gran mal di testa, ha appena preso l’analgesico, magari tra un’ora … No, no, non si può aspettare e la donna sconosciuta all’altro capo del filo le vomita addosso tutta la rabbia, il rancore, la delusione. Sua figlia, una figlia perfetta traviata da un irresponsabile; lui, un degenere che non ha saputo dare un buon consiglio alla figlia. E i valori trasmessi, la verginità, i sani principi morali … tutto inutile, tutto perduto forse per sempre. Che fallimento di madre si sente ora.
La madre di Luca ascolta, crede di aver capito, non è scandalizzata ma rimane scioccata dalla reazione inconsulta di quella donna. Capisce che è lontana anni luce dal mondo della figlia se pretende che una ragazzina di sedici anni sappia stare al suo posto, senza trasgredire mai. Gli adolescenti proprio non li conosce. Poi pensa a suo figlio, un vero imbecille, eppure tante volte gli aveva consigliato di lasciar perdere le minorenni … Poi questa ragazza chi è? Mai sentito parlare di lei, perché tanti misteri? A Luca aveva sempre detto di confidarsi. Lui è tanto immaturo. Che cosa ci si può aspettare da uno che guarda Dragon Ball in TV? Ecco, forse questo è il motivo per cui va in cerca delle ragazzine: le sue coetanee lo snobbano, quelle vanno in cerca di uomini vissuti.

Quando Luca, più tardi, le spiega come realmente sono andate le cose, la mamma sorride. Caspita, tutto qua! Chissà cosa mi credevo! Quando la mamma di Marta aveva detto di averli trovati al piano di sopra, lei credeva in camera da letto. Tutto chiaro, adesso. Certo, pensa la mamma di Luca, quella figlia dev’essere davvero terrorizzata se, piuttosto che farsi trovare in casa, ognuno in una stanza diversa, ha preferito escogitare un piano così infantile, così maldestro … E quella mamma di problemi ne deve avere parecchi se la figlia la teme così tanto. Mah, affari loro. La domenica bestiale continua tranquilla anche se il mal di testa ora è triplicato.

Da quella domenica nulla di nuovo. La mamma chiede a Luca se vede ancora Marta, lui bofonchia qualcosa, sì, no, ni … Mah? Meglio lasciar perdere, non indagare, sperando che ‘sta volta le prediche siano servite. Ma quando ci si libera di un mostro, un altro immancabilmente è in agguato. Succede due settimane dopo, di martedì. Sempre alla stessa ora, cioè quella in cui la madre di Luca cerca di riposare sul divano, arriva un’altra telefonata. Dal salotto intuisce che qualcosa non va; sente Luca rispondere in modo molto seccato: non so nulla, non so dov’è. Poco dopo, conclusa la telefonata, scaglia lontano il cordless che per fortuna atterra sul divano. Che c’è? chiede la mamma. Marta è scappata di casa, risponde secco il figlio. Oddio, come, perché … La mamma si agita ma quando sente che i genitori di lei ritengono Luca responsabile e lo vogliono denunciare – addirittura per pedofilia – rimane sconvolta. Deve fare qualcosa.
Da quel momento il pomeriggio scorre in modo alquanto concitato. Prima mamma e figlio vanno dai carabinieri: lui vuole denunciare i genitori di Marta a sua volta per calunnia, la madre vuole sapere solo se ci sono novità sulla ragazza. Dai carabinieri niente, quindi decidono di andare a casa di Marta ma non trovano né padre né madre, solo il fratello che scende – non li fa mica salire, che abbia anche lui qualche divieto? – si parla un po’, si fa una specie di ballottaggio delle responsabilità, ognuno si difende e difende le proprie ragioni, ma in modo assolutamente civile. Possibile, pensa la madre di Luca, che questo sia figlio della stessa madre? Sembra una persona tranquilla, equilibrata, quasi saggia.

Passa quasi un’ora e Luca va al lavoro. È inutile stare ad aspettare tutti e due, resta solo la madre. Quando arriva la mamma di Marta non vuole far salire l’altra madre. Poi cede, la invita su ma, appena varcata la soglia di casa, le vomita addosso i soliti insulti. Aggiunge, però, che quel ragazzo è un fallito, uno che nemmeno studia più, un cattivo esempio per la figlia … anzi, la rovina della famiglia. La madre di Luca rimane allibita. Ecco, le ha riaperto la ferita, anzi le sta rigirando la punta del pugnale dentro. Tenta di difendere suo figlio e, quando l’altra riprende a parlare dell’episodio di due domeniche prima, sbotta: in fondo sua figlia gli aperto la porta di casa, Luca che poteva fare? Ecco, ribatte l’altra, suo figlio è un santo, mia figlia è una troia. Evidentemente non voleva dire questo, la mamma di Luca, ma è inutile obiettare.
Marta ha lasciato una lettera: parla del suo errore, della volontà di espiare la colpa, dell’amore dei suoi che non avrà più, anzi forse l’avrà ancora perché i genitori non sono capaci di non amare i figli. Ma non si devono preoccupare: si trova in un posto sicuro dove sapranno aiutarla, riusciranno ad alleviarle il peso di quella colpa.
La mamma di Luca è incredula: di che colpa sta parlando? Si riferisce ancora a quella domenica? Che mai sarà successo realmente? E intanto rilegge quelle righe: in ogni parola si percepisce un grido muto di dolore. Come avranno fatto a ridurla in quello stato? E Luca, che parte ha realmente in questa vicenda?
La madre di Marta ammette di essere dura, severa, ma bisogna pur educarli questi giovani. La mamma di Luca obietta che talvolta, per il quieto vivere, bisogna scendere a compromessi. Eh già, ribatte l’altra, meglio lasciargli fare quello che vogliono! Il tono è sarcastico. Poi continua: certo se le lasciavo fare quello che voleva, a mia figlia, non scappava di casa. Beh, anche lei l’ha capito. Negare la libertà significa non fidarsi. Forse quella ragazza vuole soltanto che i suoi si fidino di lei. Forse quella che lei chiama colpa non è la sua. Forse la riconosce come tale solo assumendo il punto di vista della madre.

La sera Marta si fa viva. La vanno a prendere. L’episodio è concluso ma ha sconvolto due famiglie. Sarà stato solo un gesto dimostrativo? Una muta protesta, muta perché la voce della madre è più forte di quella della figlia e di chiunque altro. Tant’è che del padre non si sa nulla. Lei è la virago della situazione. Per lei il bianco è bianco, il nero è nero. Del grigio che riveste la vita della figlia non si preoccupa. Quel mondo senza colori di una ragazza che non può mettersi la minigonna se non di nascosto dai suoi, che non può andare in discoteca, che deve lasciare le feste alle undici e mezza, quando tutti gli altri cominciano ad arrivare, quel mondo così opaco da spegnere anche la luce dei suoi occhi, non le piace. Questa volta si è allontanata da casa, la prossima tenterà un gesto più estremo? Speriamo di no.
Luca non risponde più ai messaggi di Marta. Pare non ne voglia più sapere. O forse mente, ancora una volta. Forse è meglio per Marta che lui la lasci perdere. È meglio anche per la madre, anzi, per tutte e due.

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Mauro Presini

Dottor Lupo Psicologo, Battipaglia Salerno

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Chiara Patruno - Psicologa

Psicologa Dinamica e Clinica presso l’ Universita’ La Sapienza di Roma, Facolta’ Medicina e Psicologia

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Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

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[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

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La mutazione che vedo attorno a me. Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

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Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

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