3 agosto 2013

Finché c’è inchiostro nel calamaio

Posted in passioni tagged , , , , , a 2:17 pm di marisamoles

Che dire? Penso che, anche se non sono una giornalista (ma in gioventù c’è stato un periodo in cui mi ero fissata con la scuola di giornalismo ad Urbino), non vorrei mai guarire dal mal d’inchiostro. 🙂

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Scrivere dev’essere proprio una malattia. Chissà quanti trilioni di parole ho scritto da quando sono nato: certamente ho cominciato da molto giovane e ancora non ho smesso. Ho scritto articoli a migliaia, post su decine di blog, note sui social network, risposte a interviste e poi prefazioni, dediche, pensieri, una mezza sceneggiatura e sei libri. Per arrivare al settimo ne ho cominciati almeno altri due, poi accantonati (temporaneamente) e abbozzati altrettanti. E adesso che finalmente ho un progetto editoriale preciso (nel senso che almeno ho finalmente scelto l’argomento, rigorosamente riservato non foss’altro che per scaramanzia) per rilassarmi cosa faccio? Scrivo, naturalmente. Se non scrivo libri, insomma scrivo dei libri. Mi rendo conto di essere irrecuperabile, ma non ho alcuna intenzione di guarire. Ho scritto a penna (biro, stilo, roller), a matita, a macchina, con il computer. Ho scritto su taccuini di tutti i tipi (ho la fissa), fogliacci, bigliettini, sui…

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16 novembre 2012

PORRE UN LIMITE AL DIRITTO DI CRONACA

Posted in cronaca tagged , , , , , , , a 5:06 pm di marisamoles

Leggo sul blog La 27esima ora, pubblicato su Il Corriere on line, un interessante articolo firmato da Fulvio Bufi, in cui si parla dei limiti che talvolta, per puro buon senso, si dovrebbero porre al diritto di cronaca.

Sempre più spesso, infatti, specie nei casi di omicidio, vengono pubblicati i verbali degli interrogatori (a proposito, mi chiedo come mai non siano segretati, o magari lo sono e in quel caso mi domando come mai sia così facile una “fuga di notizie”) delle persone informate sui fatti oppure degli indagati.

L’ultimo caso, balzato alle cronache dopo un silenzio di ben otto anni, è quello dell’omicidio di due donne, Elisabetta Grande e Maria Belmonte, madre e figlia, i cui corpi sono stati scoperti in casa del marito della prima, in quel di Castel Volturno.

Ecco, a tal proposito, la riflessione di Bufi:

Ci sono pagine di cronaca giudiziaria che si può rivendicare con orgoglio di non aver voluto scrivere. La vicenda di Elisabetta Grande e Maria Belmonte, le due donne, madre e figlia, scomparse nel 2004 e i cui resti sono stati ritrovati sepolti nella casa dove era rimasto a vivere da solo l’uomo che di Elisabetta e Maria era marito e padre, ne offre l’ultimo esempio.

I verbali di interrogatorio di quest’uomo, Domenico Belmonte e dell’ex marito di Maria, Salvatore Di Maiolo, è pieno di domande che rivoltano fin nei dettagli più intimi la vita delle due donne, in particolare la più giovane. Gli inquirenti che le pongono sono spinti ovviamente da motivazioni che nulla hanno di morboso.

In qualunque indagine verificare ogni elemento emerso può servire a giungere alla verità, ma questo, appunto, attiene al lavoro degli investigatori. I lettori del Corriere – e anche quelli di altri giornali – quelle domande e quelle risposte non le hanno trovate nei resoconti di cronaca, e non per questo l’informazione che sulla vicenda hanno ricevuto ne è stata penalizzata al punto da non avere un quadro chiaro – per quanto chiara può essere una storia ancora oggetto di indagine – di quello che è successo a Elisabetta e Maria.
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Finalmente un giornalista che ammette che la cronaca debba porsi un limite, che debba pubblicare ciò che basta per informare chi legge su di una data vicenda, senza rispondere al desiderio morboso di chi vuole conoscere i minimi particolari che nulla aggiungono alla notizia in sé. Soprattutto, senza pensare alla tiratura dei giornali o ai click di accesso alla testata on line.
A giudicare dai commenti all’articolo, la maggior parte dei lettori chiede informazione e non particolari morbosi sulle vicende che hanno come protagoniste delle vittime che non possono difendersi.

Un bell’esempio di civiltà, finalmente.
Spero lo seguano anche i conduttori dei vari programmi di approfondimento giornalistico che, in nome dell’audience, in televisione ad ogni ora del giorno propongono servizi che di giornalistico hanno ben poco, criminalizzando presunti colpevoli (dimenticando che in Italia vige la presunzione di innocenza) e facendo processi sommari in cui spesso la vita privata delle vittime, perlopiù donne, viene smontata e rimontata privandole della dignità. Il tutto post mortem, naturalmente.

24 settembre 2012

TUTTI CON SALLUSTI!

Posted in attualità, Legge, politica tagged , , , , , , , , a 10:55 pm di marisamoles

[…] Combatto da oltre trent’anni su quel magnifico ed esaltante ring democratico che è l’infor­mazione. Ne ho più prese che da­te ma non mi lamento, mai ho ri­sposto con querele a insulti e mi­nacce. Ho lavorato al fianco di grandi giornalisti, da Indro Montanelli a Paolo Mieli, da Giu­lio Anselmi a Giuliano Ferrara. A ognuno ho rubato qualcosa. Uno di loro, Vittorio Feltri, da tredici anni è anche un fratello maggiore che mi aiuta e proteg­ge e di questo gli sarò per sem­pre grato. Ho combattuto anche con durezza le idee di tante per­sone potenti e famose, ma non ho alcun nemico personale. […]

Queste le parole di Alessandro Sallusti, attuale direttore de Il Giornale, che mercoledì rischia di vedersi aprire davanti le porte del carcere per poterle vedere riaperte solo dopo quattordici mesi. Questa la pena che dovrà scontare, a meno di un ripensamento in extremis della Corte di Cassazione, per un vecchio articolo pubblicato da Libero quando Sallusti, che non ha firmato il pezzo, ne era direttore.

In Italia, anche se può sembrare assurdo, si rischia la galera per il reato di opinione, retaggio del fascismo, reato che non è mai stato cancellato. Ciò che stupisce, in questo caso, e di cui si stupisce lo stesso Sallusti, è che la critica mossa ad un magistrato che aveva autorizzato una tredi­cenne ad abortire, sia approdata in un tribunale penale anziché risolversi in sede civile. Cosa che spesso accade ai giornalisti, senza molte eccezioni. Si sconta una pena pecuniaria e il caso è chiuso.

Il caso Sallusti, al di là dell’inquietudine che può aver procurato nel direttore che, tuttavia, si dichiara tranquillo, ha se non altro un merito: tutti stanno dalla sua parte e non perché è Sallusti, visto che si è schierato in prima linea anche uno dei suoi più acerrimi nemici: Antonio Di Pietro. Semplicemente tutti ritengono assurdo che si possa finire in prigione per un’opinione non condivisa. E’ una concreta minaccia alla libertà di informazione che, se non fermata, rischia di diventare un bavaglio per tutti, non solo i giornalisti. Anche per noi blogger, ad esempio, e anche se non esprimiamo direttamente dei pareri e riportiamo solo quelli degli altri perché, come si sa, la responsabilità penale è personale.

Proprio da questo principio prende avvio la riflessione di Giovanni Valentini per Repubblica:

Rispetto al principio fondamentale per cui la responsabilità penale è necessariamente personale, appare già di per sé mostruoso l’istituto della responsabilità oggettiva che incombe sul direttore di un giornale, per tutto ciò che viene scritto e pubblicato, anche indipendentemente dalla sua impossibilità fisica o materiale di controllarne il contenuto. È una presunzione giuridica ormai inaccettabile, un automatismo intimidatorio e vessatorio, che configura una forma indiretta di censura preventiva. E rappresenta perciò una grave limitazione – questa sì, davvero oggettiva – alla libertà di stampa.

Poi, ricordando che difficilmente i magistrati pagano per i loro errori, lamentandosi di una giustizia che è discriminante nel momento in cui i giudici, anche quando chiamati in causa, si servono di “corsie preferenziali”, grazie all’appoggio dei colleghi compiacenti, Valentini conclude:

Nel nostro sciagurato Paese, collocato non a caso agli ultimi posti nelle graduatorie mondiali della libertà d’informazione, sono già troppi i vincoli e i condizionamenti che gravano sulla stampa. Non c’è bisogno di mandare in galera i giornalisti per difendere l’onore e la reputazione di nessuno. E neppure di riservare trattamenti di favore ai magistrati, come se fossero una casta di intoccabili, per tutelare le prerogative di una categoria composta da tanti rispettabili servitori dello Stato.

Anche un ex magistrato, oggi uomo politico, sta dalla parte di Sallusti: il leader di Idv Antonio Di Pietro ha presentato un’interrogazione al governo per chiedere il varo di un provvedimento che abolisca la galera per i giornalisti. Ospite della Parodi a La7, Di Pietro ha dichiarato che la sua non è soltanto difesa del giornalista Sallusti, quanto piuttosto del diritto costituzionale all’informazione libera e plurale e del diritto ad essere informati.

Ci sono altre vie per salvare Sallusti dal carcere: IdV è pronta a presentare un ddl anche in commissione giustizia in sede legislativa, oppure, in extremis, il Capo dello Stato può concedere la grazia, come è successo in passato in casi simili. Di Pietro, poi, si è spinto oltre con un appello al magistrato che ha querelato Sallusti: “Ritiri la querela, ci passi sopra”.

Certo è che il direttore de Il Giornale ha detto no alle scorciatoie proposte dai suoi avvocati, come osserva nel suo editoriale, ed è convinto che una sentenza che lo condanni non farebbe onore né alla Giustizia italiana né ai vertici dello Stato né alla politica:

Vogliono fare con­cludere il settennato di Napoli­tano (l’ho aspramente criticato in passato, se sarà il caso lo rifa­rò ma lo rispetto e ringrazio per l’interessamento annunciato ie­ri) che dei magistrati è anche il capo, con una macchia indelebi­le per le libertà fondamentali? Vogliono mandare Monti in gi­ro per l’Europa come il premier del Paese più illiberale dell’Occi­dente? Lo facciano, se ne hanno il coraggio.

Non so se questo coraggio l’avranno, ma mi consola il fatto che sulla libertà di opinione almeno sono tutti d’accordo. Come scrive Pino Scaccia sul suo blog: ci si può scannare sulle idee ma con la libertà di stampa non si scherza.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 26 SETTEMBRE 2012

La Cassazione ha condannato a 14 mesi di reclusione il direttore del Giornale Alessandro Sallusti ritenendolo “colpevole” di diffamazione. Il pg aveva ribadito la necessità di “rivalutare la mancata concessione delle attenuanti”. La difesa di Sallusti: “Basta con il furore condannatorio”. Il ministro Severino: “Accelerare ddl che preveda solo pene pecuniarie”. (da Il Giornale)

Mi associo al titolo del quotidiano diretto da Sallusti:

V E R G O G N A !!!

LINK ALL’ARTICOLO INCRIMINATO

NUOVO AGGIORNAMENTO, 27 SETTEMBRE 2012

Dopo che ieri, a Porta a Porta, era stato accusato di essere un vigliacco, Renato Farina, deputato del PdL ed ex giornalista (già radiato dall’Ordine), ha pubblicamente ammesso di essere l’autore dell’articolo per cui Sallusti è stato condannato in via definitiva dalla Corte dei Cassazione.

Farina dichiara di assumersi ogni responsabilità e si definisce unico colpevole e, come tale, unica persona a dover pagare.

«Chiedo umilmente scusa al magistrato Cocilovo – ha detto Farina alla Camera rivolgendosi al giudice che ha querelato Sallusti – le notizie su cui si basa quel mio commento sono sbagliate. Egli non aveva invitato nessuna ragazza ad abortire: l’ha autorizzata, ma non è la stessa cosa. Chiedo umilmente per Sallusti la grazia al Capo dello Stato o che si dia spazio alla revisione del processo. Se qualcuno deve pagare per quell’articolo, quel qualcuno sono io», ha concluso. (LINK della fonte)

Mi permetto di osservare che un giornalista degno di questo nome ha il dovere di accertare la verità prima di pubblicare qualsiasi commento. Farlo, poi, con uno pseudonimo, rivela quanto meno la coda di paglia.

In ogni caso, la condanna di Sallusti rimane una vergogna perché lede la libertà di esprimere il proprio pensiero e, quindi, un diritto costituzionale. Tuttavia, qualora vengano ravvisati gli estremi per una denuncia, volta a salvaguardare l’onorabilità della parte lesa, ritengo indispensabile la pubblica smentita e le pubbliche scuse affiancate eventualmente da una pena pecuniaria in risarcimento dei danni morali subiti dalla persona offesa.

Questo, almeno, è il mio modestissimo parere.

21 ottobre 2011

SEI IN CONGEDO E VUOI INDOSSARE L’UNIFORME? L’ESERCITO DEVE ESSERE AVVISATO

Posted in cronaca, Milano tagged , , , , a 9:29 pm di marisamoles

Leggendo una notizia di cronaca, nonostante si tratti di un omicidio, la parte finale dell’articolo, pubblicato su Il Corriere, mi ha fatto sorridere.

Il fatto è questo: un uomo di 53 anni, Mauro Pastorello, ex ufficiale dell’esercito, ha ucciso il regista trentanovenne Mauro Curreri, mentre egli si trovava in un teatro in zona Navigli a Milano. Il movente pare sia di tipo economico: sembra, infatti, che il regista avesse il vizio di non pagare i collaboratori e per questo Striscia la notizia tempo fa gli aveva dedicato un servizio.

L’omicida si è presentato nel teatro in cui lavorava il regista, armato di pistola risalente al dopoguerra e con addosso la divisa di capitano dell’esercito. Ora, la cosa che il pover’uomo evidentemente ignorava, è che «non era autorizzato a nessun titolo» ad indossare l’uniforme che portava al momento dell’omicidio. Secondo le fonti dell’Esercito, infatti, i militari in congedo possono vestire con l’uniforme per andare a cerimonie, ma per farlo debbono prima chiedere un’autorizzazione speciale ai comandi dell’Esercito, cosa che non è stata fatta in questo caso.

Così si chiude l’articolo. Una conclusione piuttosto esilarante, a parer mio, che stride con la tragicità del fatto riportato.
Ma io mi chiedo: che cosa avrebbe dovuto fare Mauro Pastorello? Scrivere una lettera di questo tipo al comando militare: “Io sottoscritto … , capitano dell’Esercito in congedo, chiedo l’autorizzazione ad indossare la divisa perché devo uccidere un uomo in quel di Milano e lo voglio fare in uniforme“?

24 ottobre 2010

SPECIALE TG1 DEL 24 OTTOBRE 2010 SU ORIANA FALLACI

Posted in cultura, libri, televisione tagged , , , , , , a 6:05 pm di marisamoles


Questa sera, alle 23 e 40, per lo Speciale Tg1 andrà in onda un’intervista per gran parte inedita, curata da Pino Scaccia, ad Oriana Fallaci. Risale al 1991, ai tempi della guerra lampo in Kuwait.

La incontrai in Arabia Saudita – spiega Pino Scaccia nelle pagine del suo blogin quel crocevia di cronisti che andavano a scoprire il Kuwait appena liberato: lei ne era appena tornata, io ci stavo andando. E’ un’intervista importante non solo perchè Oriana è morta e tutto quello che le appartiene è ormai un patrimonio, ma perchè in quell’intervista mi parlò soprattutto della sua grande paura, quella nuvola nera (prodotta dai pozzi di petrolio che bruciavano) che più tardi indicò come causa del tumore e quindi della sua morte.

Un’intervista difficile da realizzare perché la Fallaci, sfuggevole come sempre, vi si sottraeva, fino a far desistere il giornalista. Ma lei, abituata ad essere sempre e comunque una primadonna, non appena realizzò di essere stata ignorata, si mise lei stessa alla caccia dell’intervistatore.

A quel punto era lei che me la chiedeva. Il dramma fu quando ci mettemmo d’accordo. Pretendeva le domande, pretendeva il posto dell’intervista, i tempi, tutto. Nuova litigata. Finalmente la feci. Bella. Parlò con il cuore.

Mi piace come Scaccia conclude il suo articolo:

Adesso che è morta mi manca. Con lei non ero d’accordo su niente, ma ho sempre amato i cani sciolti, specie quando lo fanno a viso aperto.

Io ho commentato così:
Manca a molti. Molti non erano d’accordo con lei ma la sapevano apprezzare per il coraggio che ha sempre avuto nel dire le cose, anche le più scomode. Molti l’amavano proprio perché dalla sua bocca uscivano parole che pochi avrebbero avuto il coraggio di pronunciare ma che molti avevano nel cuore.

A me manca. Ed ero d’accordo con lei su tutto.

AGGIORNAMENTO, 25 OTTOBRE 2010

A Raffaele Cozzolino … e a tutti quelli che amano Oriana Fallaci.

25 Mag 2010

BRUNO VESPA REPLICA A SANTORO: NESSUNA LEZIONE DA CERTO GIORNALISMO

Posted in attualità, politica, televisione tagged , , , , , , , , , a 1:58 pm di marisamoles

Nell’anteprima di “Porta a Porta” in onda ieri sera, Bruno Vespa ha commentato a modo suo gli attacchi ricevuti da Michele Santoro durante l’ultima puntata di “Annozero”:

Mi perdonerete se vi rubo un minuto per rispondere a Michele Santoro che giovedì sera mi ha gratificato di un attacco in prima serata. Nonostante l’ora sempre più tarda in cui viene trasmessa e la nascita come funghi di programmi concorrenti, “Porta a Porta” resta di gran lunga la trasmissione leader di seconda serata e rende in pubblicità almeno quattro volte del pochissimo che costa. Santoro non ha gradito che nel dire a chi me lo aveva chiesto che sono contento della sua permanenza in Rai abbia osservato che lui ha fatto di quelle che definisce “persecuzioni politiche” un eccellente investimento finanziario. Lo dico e lo ripeto. Lo fece nel ’96 quando per tre anni andò a lavorare al più alto livello nelle televisioni dell’odiato Berlusconi. Lo ha fatto adesso restando in Rai con un nuovo ruolo e garantendosi dopo otto anni una liquidazione sedici volte superiore a quella che ebbi io nel 2001 dopo 39 anni di lavoro da dipendente Rai. La settimana scorsa all’aeroporto di Milano mi si affiancò un signore che non conoscevo: “Caro Vespa – mi disse – perché non comincia anche lei ad attaccare Berlusconi? Pensi a come miglior sarebbe la sua vita. Guardi Santoro…Mai martire fu trattato meglio”. Parole sante.

Ma non è tutto: liquidato Santoro, l’attenzione di Vespa è rivolta ad altri due “grandi nomi” del giornalismo:

E visto che ormai alla Rai c’è l’uso di delegittimare i conduttori di altri programmi, due parole per concludere su quelle due anime belle di Fabio Fazio e di Massimo Gramellini. Sabato scorso Gramellini, con Fazio che gli faceva da spalla, ha ripreso qualche riga di un articolo di Vittorio Feltri che mi accusava di aver gestito in maniera colpevolista il processo contro Alberto Stasi, poi assolto per il delitto di Garlasco. Ha trascurato, tuttavia, rispettando il tradizionale pluralismo della trasmissione che lo ospitava, di dar conto della mia replica al “Giornale” in cui dicevo che il professor Giarda, il difensore che ha fatto assolvere Stasi, ha riconosciuto a “Porta a porta” una assoluta correttezza. Questi sono le trasmissioni e i giornalisti che ci fanno lezione.

Beh, come dire che Vespa le spara … a zero su tutti.
Che possiamo fare, noi poveri spettatori che paghiamo il canone, quindi anche il maxi compenso promesso a Santoro? Imparare da Vespa l’onestà, la trasparenza, la parsimonia …?
No, forse possiamo solo cambiare canale … anzi, spegnere la Tv e leggere un buon libro.

[fonte: Il Messaggero]

24 aprile 2010

LA RESPONSABILITÀ DEL BLOGGER È LIMITATA AI POST FIRMATI

Posted in attualità, legalità, Legge, web tagged , , , , a 1:57 pm di marisamoles

I fatti risalgono al 2006: un giornalista valdostano, Roberto Mancini, era stato denunciato da quattro colleghi per aver riportato sul suo blog delle dichiarazioni a loro avviso infamanti. In primo grado il blogger era stato condannato sulla base di semplici indizi che non riconducevano all’imputato stesso la paternità dei commenti oggetto d’indagine. Mancini era stato condannato dal giudice Eugenio Gramola al pagamento di una multa di 3mila euro, delle spese processuali e legali e ad una previsionale di 1.500 euro per ognuna delle parti querelanti per l’accusa di diffamazione a mezzo blog, nonostante l’ “anonimato” del blog. L’avvocato difensore, Katia Malavenda di Milano, legale di fiducia dei giornalisti del “Corriere della Sera”, aveva fin da subito annunciato il ricorso in appello. Considerato il fatto che al giornalista Mancini è stata attribuita la responsabilità del blog anonimo su cui, con il nickname di “Generale Zhukov”, criticava prevalentemente l’attività di politici e giornalisti valdostani, dal giudice il suo ruolo era stato equiparato a quello del direttore di un giornale. Nella sentenza di condanna, infatti, si leggevano le seguenti motivazioni: Colui che gestisce un blog altro non è che il direttore responsabile dello stesso, pur se non viene formalmente utilizzata tale forma semantica per indicare la figura del gestore e proprietario di un sito internet. Ma, evidentemente, la posizione di un direttore di una testata giornalistica stampata e quella di chi gestisce un blog (e che, infatti, può cancellare messaggi) è, mutatis mutandis, identica.

La sentenza d’appello ha, però, ridimensionato la responsabilità di Mancini che è stato condannato solo per gli articoli da lui stesso firmati: la terza sezione della Corte di Appello di Torino (presidente-relatore Gustavo Witzel) ha, infatti, ritenuto che la figura del blogger non sia equiparabile a quella di un direttore di giornale e che la responsabilità del blogger sia relativa solo ai testi che lui stesso firma. Ne consegue che tutti i post che non sono firmati non possono essere attribuibili al gestore.

La sentenza lascia comunque perplessi: se il blog non ha un nome fittizio, il gestore è responsabile in prima persona di ciò che scrive, in quanto sono attribuibili a lui stesso tutti gli articoli. Quindi, a rigor di logica, è meglio non esporsi con critiche che possono essere mal interpretate, ad esempio se celate sotto il velo della satira.
Il blogger, tuttavia, non può “mettere il bavaglio” ai commentatori, anche se è libero di pubblicare o meno i commenti. Il fatto che si dissoci, come spesso capita anche a me, può tutelarlo da eventuali denunce? Mah.

Insomma, in ogni caso si potrebbe invocare la libertà di espressione, anche per quanto riguarda il dissenso. È vero, tuttavia, che si possono esprimere delle critiche mantenendo il tono civile, senza trascendere e rischiare una denuncia per diffamazione.

Mi sorge spontanea una domanda: cosa potrebbe pensare di questa sentenza George Orwell secondo il quale la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire?

[fonte: Il Corriere]

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