#SANREMO2020: IL SOGNO DI AMADEUS SI È AVVERATO MA…

Sanremo ventiventi – come l’ha chiamato in modo quasi ossessivo Amadeus durante le interminabili cinque serate del Festival – è andato bene. Oltre alle più rosee aspettative, a quanto pare. Per eguagliare il successo in termini di audience dicono che bisogna andare indietro di 25 anni. L’evento sanremese del millennio. Attenzione, però, il terzo millennio dell’era cristiana è ancora giovane, ne deve passare di acqua sotto i ponti. Magari l’acqua travolgerà per sempre la canzone italiana che, almeno per ora, non sembra sofferente. O magari ci saranno altri festival in grado di superare il 70°.

Confesso che ho seguito le serate un po’ a spizzichi e bocconi. Senz’altro non avrei potuto rimanere sveglia fino alla fine (solo ieri ho fatto le 2 e 20 attendendo la proclamazione del vincitore), dovendo andare al lavoro. Come dice la mia amica blogger Ester Maero, bisognerebbe proclamare la settimana sanremese festa nazionale, solo così sarebbe possibile fare le ore piccole ogni notte.
Anche se ho cercato di leggere alcuni commenti sulle testate giornalistiche e ho guardato qualche spezzone della kermesse su Raiplay, non mi sento di scrivere un vero e proprio post, quanto piuttosto una raccolta di pensieri sparsi, sulla falsa riga dei tweet che ho postato sul mio account Twitter durante l’interminabile settimana sanremese.

Il conduttore. Amadeus è stato bravo e soprattutto spontaneo. Aveva gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che guarda il mondo con stupore e meraviglia, quel bambino che, canzone dopo canzone, negli anni ha coltivato un sogno: non cantare a Sanremo ma calcare il palcoscenico dell’Ariston come conduttore. Non ha mai perso quell’espressione di gioia e quasi incredulità, come se ogni sera si chiedesse “ma sta capitando davvero a me?”. Al di là delle polemiche che hanno preceduto il festival, credo sia riuscito a far ricredere chi non lo riteneva all’altezza.


L’amicizia. Pare che quello che si è appena concluso sia stato il festival delle grandi amicizie. Fiorello e Tiziano Ferro, onnipresenti, hanno fatto da spalla ad Amadeus e, come se ci fosse una sorta di competizione tra i due nell’adempiere a questo compito, è nata qualche scaramuccia. Tiziano Ferro, durante la seconda serata, ha lanciato con successo su Twitter l’hashtag #fiorellostattezitto, tanto che lo showman siciliano giovedì non si è presentato sul palcoscenico. Personalmente ringrazio il cantautore di Latina: la presenza di Rosario è stata invadente, ha dilatato oltremodo la durata delle serate e a lungo andare è risultato noioso (almeno a mio parere). Ho avuto l’impressione che le sue incursioni sul palco divertissero solo l’amico Amadeus. Inoltre non mi è piaciuto il fatto che nelle prime scene durante la serata di martedì i riflettori fossero rivolti verso di lui. Sarà stata anche una cosa studiata ma Amadeus si meritava di aprire il festival. Forse gli autori pensavano che Fiorello aumentasse lo share?

Le canzoni. Non mi esprimo sulle canzoni in gara perché devo ammettere di non averle nemmeno sentite tutte. Credo che la vittoria di Diodato sia meritata: la sua era l’unica canzone, tra quelle ascoltate, che ho gradito fin dalle prime note. Ma di canzoni in cinque serate ne abbiamo sentite tante. Troppi ospiti, quasi tutti italiani, qualche performance di troppo (Albano Romina e i Ricchi e Poveri, che ho pure apprezzato, hanno fatto dei mini concerti), senza contare la presenza a cadenza regolare sul palco di Tiziano Ferro… mi è piaciuto il duetto con Massimo Ranieri (“Perdere l’amore” è una canzone senza tempo) ma Ferro è stato anche lui, come Fiorello, troppo invadente.

Gli ospiti e la gara. Alla fine, con tanti pezzi ascoltati, chi si ricordava più le canzoni in gara? Ricordo che una volta al Festival di Sanremo, non a caso dedicato alla canzone italiana, gli ospiti erano tutti stranieri (o quasi), proprio perché l’attenzione del pubblico doveva essere concentrata sulla gara. La scelta di Amadeus e degli altri autori non mi è piaciuta per niente.

Le donne. Fin dall’inizio il conduttore aveva detto che sarebbe stato accompagnato da molte donne. Ma dieci, caro mio, forse sono troppe. E fra quelle dieci chi si è salvata davvero? Forse la Clerici e la zia Mara (Venier), ma sono delle veterane e non c’è da stupirsi. Anche l’albanese Alketa Vejsiu ha dato prova di essere all’altezza del ruolo che, per carità, non era da valletta ma da co-conduttrice. Una parlantina che neanche Fiorello…
Le signore del Tg 1, Laura Chimenti e Emma D’Aquino, oltre a essere davvero brave, hanno dimostrato che la classe non è acqua. Al contrario di Diletta Leotta che, rifatta dalla testa ai piedi, grazie anche al fratello chirurgo plastico, ha avuto il coraggio di dire che la bellezza non è un merito, come se la sua fosse naturale. Poco dopo, però, ammette che lei è a Sanremo perché è bella. E quindi? È dai tempi di “Oltre le gambe c’è di più”, tormentone che risale a quasi 20 anni fa, cantato da Jo Squillo e Sabrina Salerno (anche lei ospite alla settantesima edizione di Sanremo), che non si è ben capito cosa ci sia di più, almeno in certe donne.

Le mise. Ora si dice outfit ma io sono antica, quindi affezionata all’elegante parola francese. Impeccabile Amadeus che ha sfoggiato dei completi molto particolari, tutti confezionati per l’occasione dallo stilista preferito del conduttore: Gai Mattiolo. Il completo che ho preferito è stato il primo della serata finale perché in genere il broccato, che caratterizzava la maggior parte dei completi sfoggiati, non mi fa impazzire.
Sulle donne vorrei stendere un velo pietoso ma mi limiterò a dire che, al di là dei centimetri di pelle scoperti (nei punti giusti, naturalmente), non è il pudore che manca ma l’eleganza. Una su tutte: la cantante Elodie che ha sfoggiato delle scollature vertiginose e si è esibita ogni volta palpandosi il seno come se volesse controllare che fosse tutto a posto, che nulla scappasse di qua e di là. A parte le giornaliste Emma D’Aquino e Laura Chimenti, signore dell’eleganza, mi è piaciuta molto l’attrice Cristiana Capotondi che ha fatto un’apparizione fugace ieri sera ma sufficiente per dare una lezione di signorilità a molte altre, come Elettra Lamborghini e il suo lato b in bella mostra (d’altronde per il twerking…). Nonostante la schiena scoperta quasi totalmente, Cristiana non è riuscita ad apparire volgare.
Fra i cantanti in gara, basterà citare Achille Lauro che ha fatto sfoggio di mise tanto esagerate quanto improbabili. Merita comunque un elogio per la coerenza. Se voleva far parlare di sé, dato il modesto valore del pezzo portato al festival, c’è riuscito.

Sanremo per il sociale. Il Festival di Sanremo ormai da molti anni si occupa del sociale. All’inizio non gradivo che si inserissero nella gara canora storie strappalacrime perché già la vita quotidiana per tutti noi ha i suoi problemi, almeno quando ascoltiamo delle canzoni vorremmo essere spensierati per un po’. Forse la mia era un’idea sbagliata: la kermesse musicale italiana più seguita nel mondo è il palcoscenico ideale per lanciare anche i messaggi che esulano dal mondo spensierato delle canzonette (anch’esse, tra l’altro, a volte portatrici di messaggi tutt’altro che frivoli). Ben venga allora l’intervento di Rula Jebreal, giornalista palestinese, che ha raccontato episodi della sua vita e della vita di sua madre – che si uccise quando lei era piccola –, mescolandoli con citazioni di testi di famose canzoni italiane sulle donne.
L’ospite che ha maggiormente toccato il mio cuore è stato, però, Paolo Palumbo, giovanissimo rapper malato di Sla il quale, attraverso le parole della sua canzone, ha dato una bella lezione di vita a tutti noi che a volte ci lamentiamo per cose davvero futili. Lui, nonostante l’immobilità completa e una vita che dipende dal respiratore e dalla peg per l’alimentazione, si ritiene un ragazzo fortunato. Riesce a muovere solo gli occhi e “parla” attraverso il comunicatore verbale ma apprezza anche il solo fatto di essere vivo.
Mi è piaciuto di meno il monologo sulla diversità di Tiziano Ferro che si conclude con le parole: “Non sono sbagliato. Nessuno lo è.”, e la rivendicazione di una vita felice e dell’amore, cosa di cui è più consapevole ora che ha 40 anni (e fresco sposo di Victor). Caro Tiziano, la felicità e l’amore sono un diritto a prescindere che tu sia gay o etero. Nessuno può giudicare e non c’è bisogno di ribadirlo perché sì, ci sono ancora gli hater, c’è ancora chi fa il bullo nei confronti degli omosessuali, ma questi sono degli imbecilli che non hanno alcun senso di civiltà e non c’è nessun monologo che possa servire a insegnarglielo.

Il rispetto. Mi spiace dirlo ma ciò che ha caratterizzato soprattutto questo 70° Festival di Sanremo è la mancanza di rispetto.
Nei confronti dei telespettatori che, con ogni probabilità, hanno perso una parte considerevole delle cinque serate che sono terminate troppo tardi.
Nei confronti dei cantanti in gara che spesso si sono esibiti dopo l’una di notte. Stemperare la tensione che si accumula nel corso delle ore è davvero difficile e lo stress di certo non aiuta le performance.
Nei confronti dell’orchestra, visto che i maestri, nonostante l’abbondanza di parti dialogate o monologate in cui non era richiesto il sottofondo musicale, mi sono sembrati agli arresti domiciliari per cinque-sei ore di trasmissione. Una cosa disumana, se poi è anche vero (non lo credo) che il compenso ammontava a 50 € per serata, sarebbe riduzione in schiavitù.
Nei confronti di alcuni ospiti, come Zucchero, che si sono esibiti in tarda serata… e poi, qualcuno comincia ad avere una certa età!


L’eroe. In prima fila, elegante e composto, seduto vicino a mamma Giovanna Civitillo, si è goduto ogni serata fino all’ultimo istante, cantando tutte le canzoni in gara (credo che i testi li conosca solo lui…), senza dar mostra del minimo cedimento. Per me José Alberto Sebastiani, figlio decenne di Amadeus, è il vero eroe di questo interminabile Festival di Sanremo duemilaeventi (e non ventiventi come dice Amadeus sul calco dell’inglese). Ha dimostrato, inoltre, un animo sensibile alzandosi in piedi per primo, dando il via a una meritatissima standing ovation, quando si è esibito Paolo Palumbo, il cantante rap malato di Sla. Un ragazzino davvero bene educato, promette bene.

[immagine sotto al titolo da questo sito; immagine di Fiorello_Amadeus_Ferro da questo sito; foto Chimenti_D’Aquino da questo sito; foto Capotondi da questo sito: immagine José Alberto e Giovanna Civitillo da questo sito]

OSCAR TV: BELEN SFOGGIA UNA NUOVA FARFALLINA, RITIRA IL PREMIO E SE NE VA


Al 52° Premio Regia Televisiva, presentato da Carlo Conti e trasmesso su Rai 1 dal Teatro Ariston di Sanremo, Belen Rodriguez è stata premiata assieme a Simone Annichiarico per “Italia’s Got Talent”. La showgirl ha sfoggiato un nuovo tatuaggio il cui soggetto è ancora “farfalle”.

Durante la prima serata del Festival avevamo visto la farfallina inguinale che aveva destato tante chiacchiere, soprattutto molta curiosità rivolta ad un capo di biancheria intima che la bella sudamericana sembrava non indossare. Ieri, sempre all’Ariston pare fosse senza reggiseno ma l’abito, almeno sul davanti era castigatissimo. L’acconciatura, con coda laterale (orribile a pare mio), lasciava però libera la schiena su cui sfoggiava il nuovo tatuaggio. Siccome, però, le telecamere non la inquadravano da dietro, Carlo Conti, con finta nonchalance, ha fatto di tutto per regalare a milioni di telespettatori la vista del tattoo di Belen, facendola voltare.

Mentre gli altri protagonisti di spettacoli e fiction televisivi si sono sorbiti l’intera serata, la Rodriguez ha pensato bene di defilarsi: appena ritirato il premio, infatti, se n’è andata, ansiosa di volare tra le braccia del suo bello (si fa per dire).

A proposito di Corona e Belen, la più bella battuta della serata l’ha fatta, com’era prevedibile, la brava Geppi Cucciari, premiata come personaggio televisivo dell’anno, spiazzando le superfavorire Maria De Filippi e Antonella Clerici. Sul palcoscenico dell’Ariston Geppi ha dato nuovamente prova della sua irresistibile comicità, dopo la serata del festival in cui ha affiancato Gianni Morandi nella conduzione della gara canora. Facendo notare di avere un abito con spacco laterale, simile a quello indossato da Belen al festival, chiede che le sia riconosciuta la gamba più lunga della fedina penale di Corona.

[foto da IoDonna, Corriere.it]

IL SABATO SERA TRA CANTI E LACRIME … QUELLE DEL TELESPETTATORE


Non ci sono più gli show di una volta. Con rammarico devo dirlo. Ormai la febbre del sabato sera non è ambientata in discoteca ma negli studi televisivi ed il termometro è quello che misura lo share.

Ancora una volta la Clerici e i suoi bimbi canterini di “Ti lascio una canzone” e la De Filippi, con le sue buste da aprire o chiudere, si contendono il titolo di regine del sabato sera. Una battaglia che sembra persa dalla Rai contro Mediaset. Tanto che ormai nemmeno la Lotteria Italia è omaggiata, come una volta, attraverso lo show del sabato sera ma è relegata tra i fornelli, inevitabilmente quelli della Clerici, all’ora di pranzo. La nuova Cenerentola della Tv di Stato.

Io, onestamente, rimpiango i tempi di Canzonissima e di Fantastico, trasmissioni di qualità che, suppongo, non costavano cifre da capogiro alla produzione. Era un piacere stare davanti alla tv il sabato sera e si attendeva con ansia l’arrivo del 6 gennaio per l’ultima puntata e l’estrazione dei premi della Lotteria che allora si chiamava di Capodanno (perché poi si chiamasse così nonostante l’estrazione fosse il giorno dell’Epifania non l’ho mai capito).

Oggigiorno le reti televisive combattono battaglie – fiction contro fiction, talk show contro talk show, varietà contro varietà – per aggiudicarsi il maggior numero di sponsor e far pagare salati gli spot pubblicitari alle aziende. Ma in questa continua lotta chi ci rimette è il telespettatore che spesso non si orienta nel palinsesto ballerino che cambia la programmazione a seconda dei dati auditel.

A me non piacciono né le trasmissioni con i bambini canterini (ne ho parlato QUI) né quelle strappalacrime alla De Filippi che con “C’è posta per te“, programma inossidabile che non sente il peso degli anni, ha il merito di non far rimpiangere i programmi della Carrà che, eccezion fatta per il revival di “A far l’amore comincia tu”, remixata dal dj Bob Sinclair, e qualche spot pubblicitario contro gli acciacchi della terza età, è praticamente sparita dal video, pubblico o privato che sia.

Per questo motivo non posso esprimere un giudizio sui programmi del sabato sera, ma trovo interessante un contributo di Aldo Grasso su Il Corriere di oggi. Ve lo riporto per intero.

L’infinita battaglia dei varietà. Infinita non solamente perché ricorrente («la sfida del sabato sera»), ma, oggi, soprattutto perché indefinitamente estesa nella durata. Siamo arrivati al terzo scontro tra «Ti lascio una canzone», lo show dei bimbi canterini di Antonella Clerici, e «C’è posta per te», consueto lacrimatorio officiato da Maria De Filippi. Siccome si sa che quest’ultima ci tiene particolarmente, diciamolo: Maria la Sanguinaria ha vinto sia l’ultima battaglia (con un buon 23,4% di share), sia la «guerra» complessiva, almeno per ora. La sfidante Antonella de’ Fornelli s’è dovuta accontentare del 19,8% di share sabato scorso. Sono entrambi buoni risultati, raccolti fra un pubblico molto femminile e molto anziano, nel caso della Clerici, o molto femminile e piuttosto trasversale, ma con una grossa sproporzione fra Nord (sotto il 20%) e Sud (sopra il 30%), per la De Filippi. Ma in realtà non è questo il punto interessante. Quel che colpisce è che, se misurati sulla sola fascia prime time Auditel, i due programmi raccolgono curiosamente lo stesso share: 19,16%. Si tratta della prima ora e mezzo scarsa di programma: nulla di significativo, si dirà, per programmi che durano più 3 ore.
Ecco il punto. Per ragioni di economia produttiva, non esistono più fasce orarie. Maria De Filippi apre buste e scioglie lacrime dalle 21.11 a mezzanotte e mezzo. Se lei ne guadagna in share (più di 4 punti), la Clerici resta poco sotto il 20% di share, nonostante l’allungamento del brodo.
Una volta i programmi si facevano con delle idee, e queste delimitavano dei tempi. Ora, un uso un po’ distorto dei dati di consumo e la necessità di tagliare i costi spingono alla dilatazione infinita.
E la qualità della tv di certo non ne guadagna.
(In collaborazione con Massimo Scaglioni, elaborazione Geca Italia su dati Auditel.)

Aldo Grasso

I BAMBINI FANNO O… DIENS


Guardare qualcosa di originale in Tv, di questi tempi, è diventato quasi impossibile: dai talk show pomeridiani e serali, alle fiction, ai programmi di intrattenimento le trasmissioni si assomigliano un po’ tutte. Clamoroso è, in particolare, il caso di due programmi che vedono come protagonisti dei bambini canterini che si rincorrono, nei palinsesti televisivi, sfidandosi a suon di audience (letto odiens, se volete, così si capisce il titolo del post!).

Di questo tipo di spettacolo ho già parlato altrove (QUI e QUI) e ribadisco che non mi piace. Non mi piace vedere la continua competizione cui sono costretti dei bambini, a volte molto piccoli, e degli adolescenti che si affacciano al mondo dello spettacolo con chissà quali aspettative. Sia la Clerici, che presenta “Ti lascio una canzone” su Rai 1, sia Gerry Scotti, che conduce “Io canto” su Canale 5, difendono i propri show asserendo che per i bambini si tratta, innanzitutto, di un gran divertimento. Io non ci credo. Dietro questi bambini così divertiti ci sono dei genitori che li spingono a mettere in luce il loro talento e, applaudendo dalla platea con tanto di lacrime agli occhi, coltivano l’intima speranza che il proprio pargolo ce la faccia perché è in assoluto il più bravo. Al confronto, Anna Magnani di “Bellissima” appare una dilettante.

Ma non bastavano, evidentemente, ben due trasmissioni clonate trasmesse in prima serata nell’arco della stessa settimana (fortunatamente non nella medesima giornata). No, non era sufficiente esibire i piccoli campioni alle prese con le gare canore. Da giovedì, infatti, parte lo show di Paolo Bonolis, “Chi ha incastrato Peter pan?”.
Nella trasmissione di Bonolis i bambini non devono dimostrare altra dote che la spontaneità. Almeno, così pare. Ma chi ha visto le passate edizioni, si sarà reso conto che anche in questo caso, benché non esista una gara tra i fanciullini, tutto sa di costruito. Come in “Io canto” e “Ti lascio una canzone” i concorrenti scimmiottano i grandi, nel modo di atteggiarsi e di vestirsi (senza parlare dei testi delle canzoni, per nulla adatti a dei bambini), in “Chi ha incastrato Peter Pan?” i piccoli protagonisti sono abilmente guidati a fare e dire ciò che viene loro suggerito. Ai limiti della decenza, talvolta. Mi vengono in mente, ad esempio, le domande rivolte dai piccoli intervistatori a Ilary Blasi, la dolce metà di Francesco Totti: decisamente maliziose. Troppo per essere farina del loro sacco.

Bonolis, tuttavia, garantisce che i bambini non recitano a copione: Siamo riusciti a trovare bambini spontanei e non bambini che recitano giocando a fare i bambini. Ma non è facile. La cultura dominante è quella dell’immagine, dell’apparire, e i bambini non sono esenti da questo gioco al massacro. Di conseguenza è più difficile rintracciarne di spontanei, dichiara a TV Sorrisi e Canzoni (numero 41/2010, pagina 15; si può leggere parzialmente l’intervista a questo LINK ).
A me, sinceramente, sembra che anche lui non sia esente dal gioco al massacro, di quella guerra all’audience in cui se perdi, ti cancellano il programma, E Bonolis questo non se lo può permettere. Quindi, si prepara pure lui a questa guerra il cui trofeo è costituito dalle percentuali di share, proprio in questo periodo, proprio in concomitanza con alte due trasmissioni animate da piccoli protagonisti.

Evidentemente sono i bambini a confezionare una trasmissione vincente. Scopro con piacere di essere nuovamente d’accordo con Alfonso Signorini, direttore di TV Sorrisi e Canzoni, che nel suo editoriale (LINK ), osserva: «facendo zapping in queste settimane mi sono accorto di quanti bambini ci siano in tv. Bambini canterini a «Io canto» e a «Ti lascio una canzone». Bambini attori, da «I Cesaroni» a «Ho sposato uno sbirro». Tra poco ci saranno anche i bambini involontari filosofi di ‘Chi ha incastrato Peter Pan?’. Strana considerazione: a una progressiva diminuzione del tasso delle nascite, assistiamo alla proliferazione del bambino come personaggio del piccolo schermo». Prosegue, quindi, la riflessione sulla mancanza di giovani conduttori e quasi per compensare questa lacuna, ecco che «in una tv di questo tipo i bambini rappresentano indubbiamente una ventata di aria fresca.».

Aria fresca, sì. Ma alla fine, con queste trasmissioni sempre uguali che si ripetono negli anni, mi sa che l’aria è anche un po’ fritta.
Io, sinceramente, sento la mancanza dei bei quiz del giovedì sera condotti dal mitico Mike Bongiorno. Ma oramai i quiz sono relegati al preserale e fanno da aperitivo. Mentre le trasmissioni delle Clerici, di Scotti e di Bonolis, venendo dopo cena, potrebbero essere considerate un digestivo. A me, però, fanno sentire il bisogno di un buon Alcaselzer.

L’ANTONIANO CONTRO “IO CANTO” E “TI LASCIO UNA CANZONE”: I BAMBINI VERI SONO QUELLI DELLO ZECCHINO D’ORO

Con grandissima soddisfazione leggo sull’ultimo numero di TV Sorrisi e Canzoni (n° 38, pagine 16 e 18, servizio di Maria Giulia Comolli) che anche i frati dell’Antoniano di Bologna sono contrari all’esibizione dei bambini canterini in trasmissioni serali e in contesti molto lontani da quelli più adatti a loro e alla loro giovane età.

Frate Alessandro Caspoli, direttore dell’Antoniano e presidente della giuria dello Zecchino d’oro, osserva che, al contrario di ciò che accade nelle trasmissioni di Scotti e della Clerici, definite “programmi con i bambini”, lo spettacolo dell’Antoniano è il vero programma per bambini. Infatti, frate Caspoli sostiene che “le nostre canzoni sono scritte per i bambini, negli altri show i piccoli si misurano con brani da adulti”. E continua: “Cosa può capire un ragazzino di storie di amanti, tradimento o altro … probabilmente non fa caso al testo, e allora la sua è una semplice (sebbene ottima) esecuzione. Ma allora sembra passare il messaggio che conta “come” dici una cosa e non “cosa” dici”.

D’accordo con il direttore dell’Antoniano è anche Sabrina Simoni che dirige il celebre coro intitolato a Mariele Ventre, che lo fondò nel 1963 e lo diresse fino a pochi giorni prima di morire, nel 1995. Per la Simoni lo Zecchino d’oro è davvero un gioco: “I nostri piccoli si esercitano 20 minuti al giorno per una settimana, poi sono in tv per cinque giorni con una canzone sola; gli altri show durano molto e ogni bimbo esegue vari brani: la voce si può anche stressare …”.

Frate Caspoli non risparmia le critiche nemmeno ai conduttori dei due talent show, sostenendo che in questo tipo di programma si promuove la spettacolarizzazione della personalità e della storia dei cantanti in erba. E se la Clerici sarebbe perfetta come conduttrice dello “Zecchino d’oro”, di certo non si accontenterebbe del cachet: la spesa per lo “Zecchino” è di 800mila euro per cinque pomeriggi, probabilmente meno di quanto possa costare una sola puntata di “Ti lascio una canzone”. Considerando il costo totale, aggiungo io, il compenso per la conduttrice sarebbe di gran lunga inferiore a quanto sarebbe disposta ad intascare Antonella che ha appena rinnovato il contratto Rai per un milione e 800 mila euro per due anni.

Su Gerry Scotti il direttore dell’Antoniano osserva, con un po’ d’ironia, che visto che pare faccia parecchia beneficenza, “non ne farebbe anche venendo gratis allo “Zecchino”?

Che altro aggiungere? Le critiche mosse mi sembrano sufficientemente obiettive e per nulla dettate dall’invidia nei confronti di due trasmissioni di successo che sfruttano il talento dei bambini per fare una gara a chi conquista lo share più alto.
I bambini si devono divertire e credo che, in quel tipo di trasmissioni, oltre alla stress della voce, come osserva la maestra Simoni, accumulino anche un bel po’ di stress psicofisico che, alla loro età, sarebbe meglio evitare.

LEGGI ANCHE L’ARTICOLO CORRELATO: Dai bambini di “io canto” alle Velone …

DAI BAMBINI DI “TI LASCIO UNA CANZONE” ALLE “VELONE”: ESTREMI GENERAZIONALI IN TV

Lo dico subito, senza tanti giri di parole: sono contraria all’esibizione dei bambini, o comunque minori, in Tv. Sia che cantino sia che ballino. Da “Ti lascio una canzone”, passando per “Io canto”, che poi ne è un clone, e arrivando alla gara nella gara di “Ballando con le stelline”, non trovo né spettacolare né educativo fare esibire i bambini o i ragazzini in trasmissioni serali di intrattenimento.

Una volta c’era lo Zecchino d’oro, solo lui, e andava in onda nel pomeriggio per un pubblico prevalentemente di giovanissimi. I bambini che concorrevano per la canzone più bella (non dimentichiamo che non erano mai i bambini a vincere) erano spesso piccolissimi e incoscienti. Non miravano al successo anche se forse un po’ le loro famiglie ci speravano; prova ne sia che dei bambini che hanno partecipato, e in qualche caso ottenuto la vittoria, allo Zecchino d’oro pochi sono noti. L’unica di cui mi ricordi è Cristina D’Avena che poi si è fossilizzata nel genere e non ha saputo o potuto percorrere altre strade.
La trasmissione dell’Antoniano c’è sempre, ovvio, ma non la seguo da molto tempo. Non so, quindi, quale sia il clima che si respira e quanto i bimbi siano coscienti di ciò che fanno. Spero continui ad essere per loro, come per le centinaia di bimbi che li hanno preceduti, sempre e solo un gioco che come tutti quelli belli, deve durar poco.

Ma partecipare al programma della Clerici e di Scotti è un’altra cosa: tutti bravi, naturalmente, tutti applauditi dal pubblico ma soprattutto dai genitori che tifano per i propri figli e sperano di vederli un giorno cantare nei migliori teatri e stadi del mondo. Per carità, non c’è nulla di male nel nutrire delle ambizioni per i propri pargoli talentuosi, ma questo spettacolarizzare l’infanzia non mi piace e ritengo sia scarsamente educativo. È inevitabile che questi cantanti in erba si creino delle aspettative esattamente come quei ragazzini che giocano a calcio e sognano di diventare Totti: loro, però, non vengono esibiti in Tv e la loro bravura può essere apprezzata solo da chi fa parte di quel mondo.

La televisione, invece, è nelle case di tutti. Quanti bambini dotati dal punto di vista canoro staranno già sognando di partecipare alla prossima edizione del programma? Quanti genitori si staranno già preparando per farli partecipare al casting? A proposito, quelle poche volte che ho visto qualche spezzone di “Io canto” o “Ti lascio una canzone”, ho avuto l’impressione di assistere al casting per “Amici”: già mi chiedo, specie quando sento cantare i più grandicelli, quante edizioni del programma di Maria De Filippi dovrò aspettare per vederli nella scuola di talenti più famosa d’Italia.

Ogni età ha le sue prerogative: ai bambini dev’essere lasciato il tempo di giocare, di crescere confrontandosi con i coetanei ma senza creare delle pericolose rivalità. Anche se poi vediamo tutti i partecipanti abbracciati e felici per la vittoria degli altri, la competizione è competizione e la mancata vittoria lascia sempre un sapore amaro in bocca. Non bisogna farli crescere con l’idea che devono essere i più bravi e ottenere un premio per dimostrare il proprio valore. La competizione esasperata già caratterizza la vita delle nuove generazioni: a scuola, nello sport … ora anche nelle trasmissioni televisive. È un impegno troppo alto e si rischia di vedere bambini stressati, grazie al carico di responsabilità, già a otto anni.

All’estremo opposto, ci sono i nonni. Le persone anziane sono, nella nostra società spesso tutt’altro che edificante, le depositarie delle tradizioni e dei valori che troppo spesso finiscono nel dimenticatoio. Devono essere un esempio per i più giovani, affinché essi possano, attraverso l’imitazione, crescere sani e moralmente integri. Ma quando vediamo in Tv degli esempi esattamente contrari al compito che dovrebbe essere affidato alle persone di una certa età, non ci resta che … piangere.
È il caso dell’annunciato programma di Antonio Ricci, che ci intratterrà presumibilmente e sfortunatamente per tutta l’estate, “Velone”. Da qualche anno non se n’era più sentito parlare e ne ero felice. Non ho mai avuto la costanza di seguire il programma di Ricci tutte le sere, ma quel che ho visto mi è bastato per farmi un’idea.
Oggi come oggi, è vero, le generazioni di over60 invecchiano meglio e resistono agli acciacchi dell’età sfoderando uno spirito invidiabile. Ma che cosa spingerà mai delle arzille vecchiette, spesso tutt’altro che “ben conservate”, ad esibirsi sul palco di “Velone” in improbabili siparietti, improvvisati spesso pur senza avere “arte né parte”? Forse lo spirito della competizione, lo stesso che anima i “loro” nipoti? Forse. O magari la voglia di sentirsi vive, non fossilizzate nel ruolo di casalinghe attempate, una volta raggiunta l’età della pensione? Magari. Può essere l’incapacità di accettare un degrado fisico cui nessun intervento di chirurgia estetica può porre rimedio e quindi riderci su? Può essere.

La molla che spinge le arzille vecchiette a mettersi in mostra davanti a milioni di telespettatori potrebbe essere semplicemente costituita dall’esibizionismo. Ma possiamo credere che siano tutte così esibizioniste, anche quando non hanno davvero nulla da esibire? No, non lo possiamo credere. E allora non c’è che una risposta: la molla è solo la magra pensione di cui dispongono e la speranza di arrotondare in qualche modo le misere entrate. Lo spot che in queste settimane annuncia la prossima messa in onda del programma ne è la conferma: la vincitrice dell’ultima edizione, ripresa nella sua cucina, forse recentemente acquistata proprio grazie al premio ottenuto, in cui è ritornata a rinchiudersi, cenerentola attempata e senza principe azzurro, invita le sue coetanee a partecipare dicendo apertamente che con i soldi “guadagnati” ha messo a posto le sue “cosette” .

“Velone” è la dimostrazione di quanto sia a volte difficile “tirare a campare” per i nostri vecchi. Purtroppo, però, non è un programma in cui si faccia di necessità virtù. Perché mettere in mostra rughe, doppi menti, pance prominenti, gambotte ben tornite o al contrario magre come manici di scopa, capelli bianchi che spesso contrastano con l’abbigliamento non proprio consono all’età? Perché, invece, non creare un programma in cui vengano messe in risalto delle vere doti, o quantomeno dignitose, dell’età d’argento? Chessò, l’esibizione di ex attrici o ex cantanti, la cui fama non è mai stata tale da poter essere conosciute da tutti, o di chi ha l’hobby della pittura, della scultura o della ceramica? Perché non mettere in mostra delle abilità ormai fuori moda ma che potrebbero essere d’insegnamento per le nuove generazioni, come il ricamo, ad esempio?

Non ho nulla contro la gara in sé e nemmeno contro il premio finale. Duecentocinquantamila euro non solo fanno gola ma fanno comodo a tutte. Ma non vorrei vedere uno spettacolo così degradante che non è lo specchio della realtà: per fortuna la maggior parte delle nostre nonne e bisnonne sono diverse e non hanno nulla da mettere in mostra soprattutto perché una dote in particolare è la negazione stessa dell’esibizionismo: l’umiltà.

Ma se il pubblico vuole vedere le “velone”, evidentemente sono io a sbagliare. Suggerisco, quindi, ad Antonio Ricci di creare una serie televisiva che si adatterebbe perfettamente alla situazione attuale: “Le pensionate disperate”.

“VITA”: GIGI D’ALESSIO DEDICA UNA CANZONE AL FIGLIO ANDREA. IL VIDEO

Questa sera, ospite di Antonella Clerici a “Ti lascio una canzone”, Gigi D’Alessio (per la biografia clicca QUI) ha cantato per la prima volta in pubblico una canzone scritta per il figlio Andrea, nato il 31 marzo scorso dalla compagna Anna Tatangelo.
Emozionato, il cantautore napoletano ha spiegato alla conduttrice che non è stato difficile comporre questa canzone perché quando si scrive per un figlio le parole escono dal cuore.

Una decina di giorni fa in un’intervista (questo il LINK) D’alessio aveva anticipato l’esibizione di stasera: Ho già una canzone per Andrea, si chiama “Vita” e la presenterò al programma “Ti lascio una canzone”. Questa volta credo proprio di aver scritto qualcosa di importante, è quella che preferisco in assoluto al momento. Anna quando l’ha sentita si è messa a piangere.
Il prossimo cd uscirà in Mp4 a metà giugno.

Il titolo della canzone dedicata la piccolo Andrea è semplicemente “Vita“; può sembrare forse banale ma è una parola ricca di significato. Ecco il testo, tratto dalla pagina di Facebook di Anna e Gigi. (LINK)

Vorrei che fosse una canzone a dare un’emozione con insolite parole provo a scrivere di te
su di un foglio bianco latte c’è una stella che riflette gli occhi tuoi che dalla culla fanno luce nelle notte
poco piu’ di mezzo metro vali tutto gia’ per me
ma non sai che per qualcuno io valevo come te tanto amore

Vita,qui com…incia la tua vita
perchè Dio m’ha regalato un amore sconfinato dal pensiero d’un peccato cominciato e mai finito
e che porto dentro me
ci saro’ io pronto a difenderti dal male
farò a pugni con la febbre per non farla mai salire, lotterò contro i dolori per non farti mai soffrire sarò sempre accanto a te,
sei vita per me
tu sei qualche cosa di speciale sei luce del mio cuore

Vedrai le nuvole arrivare poi dissolversi nel sole basterà solo una rondine per far primavera sarò io l’amico vero per giocare insieme a te
troverai qualcuno al mondo che ti parlerà di me, con amore

Ti dirà che sono stato un grande
ci sarà poi qualcun’altro a dirti non contavo niente ma alla fine quel che conta è che per te sarò importante
chi può amarti più di me, nessuno
tu che sei la vera mia ricchezza
sei l’incontro di due cuori una capanna di dolcezza
sei il futuro nel mio tempo che raccoglie tutti i giorni
ogni battito di te, sei vita per me

Prima che tu fossi figlio mio
di mio padre e di mia madre sono stato figlio anche io
ma non è bastato il tempo e tutto quello che mi manca forse è una carezza di più che avrei voluto anche io ma io non ero Dio

VITA,QUI COMINCIA LA TUA VITA PROVA AD ANDARCI A PIEDI NUDI
ATTRAVERSA LA TUA STRADA SIA IN DISCESA CHE IN SALITA
PER CERCARE IN OGNI GIORNO UNA RISPOSTA AI TUOI PERCHE’
SARAI FELICE COME ME E PROPRIO COME ME A UN FIGLIO TUO GLI PARLERAI DI TE

[ultimo aggiornamento 28 aprile 2010; foto by pourfemme.it]

SANREMO SEMPRE PIÙ FIGLIO DI “AMICI”


Il 22 febbraio dello scorso anno ho scritto un post in cui esternavo la mia contrarietà nei confronti di una vittoria, quella di Marco Carta, che sembrava pilotata da una serie di fattori prettamente televisivi: il fatto che il cantante, già vincitore di “Amici”, sia stato inserito nella gara dei big, pur senza avere l’esperienza musicale dei tanti artisti che vantavano un curriculum di tutto rispetto, che provenisse da un talent show programmato su una rete “nemica”, Canale 5, che sul palco ci sia stata, guarda caso, la sua madrina, Maria De Filippi, e che la vittoria sia stata sancita dal televoto, in maggior parte appannaggio delle giovanissime. Riflessioni, le mie, sicuramente condivise da tanti che, come me, hanno vissuto gran parte della storia del Festival di Sanremo.
Mentre Marco vinceva, un altro talento di “Amici”, Valerio Scanu, si stava facendo notare, non solo per le doti canore, ma anche per il comportamento non proprio esemplare che stava tenendo nella trasmissione Mediaset. Esattamente quello che era successo a Marco Carta nel suo percorso “scolastico” nel talent di Maria. Ero talmente contrariata da quella vittoria, ma forse intimamente rassegnata nel constatare una inevitabile contaminazione del festival più amato dagli Italiani con i talent show, che avevo concluso il post con questa frase: “Per il prossimo anno mi aspetto qualcuno di loro [i partecipanti ad “Amici”] sul palco dell’Ariston … magari non Valerio, per favore“.

Come dire: le ultime parole famose! Eppure qualcosa è cambiato in questi dodici mesi: si è discusso molto, in questi giorni, e si continua a discutere a giochi conclusi, sul fatto che ormai i nuovi talenti sono quelli che escono dai programmi televisivi (oltre ad “Amici”, anche XFactor, da cui proviene Marco Mengoni, arrivato terzo), e sul potere del televoto da casa che può davvero stravolgere qualsiasi previsione. Mentre lo scorso anno mi indignavo, ora accetto la vittoria di Valerio Scanu perché sono entrata nella nuova logica che governa il mondo della musica: i dischi si vendono sempre meno e le case discografiche investono proprio nei concorrenti talentuosi dei programmi televisivi, seguiti da milioni di spettatori, disposti a spendere dei soldi per mandare gli sms o votare attraverso il telefono fisso per i loro beniamini. Nella rassegnazione più totale a questo dato di fatto, accolgo, quindi, benevolmente la vittoria di Valerio che ha cantato una canzone bellissima, “Per tutte le volte che …”, di cui è autore Pierdavide Carone, attuale concorrente di “Amici 9”. Non nascondo, tuttavia, che questo improvviso favore nei confronti di Valerio, che durante il talent non avevo mai apprezzato, è dovuto anche al fatto che Carone mi piace molto. Se poi aggiungo che la canzone, in un primo momento considerata una noia mortale, mi ha conquistata ascoltando il duetto in cui, sul palco dell’Ariston, si sono esibiti lo Scanu insieme ad Alessandra Amoroso, un’artista che amo molto, ex “amica” di Maria lei stessa, devo dedurre che a favorire la vittoria di Valerio è stata una combinazione di fatti, tutti riconducibili al talent show di Maria De Filippi.

Qualcuno sostiene che il sistema di votazione andrebbe cambiato. Anch’io ritengo che il televoto sia un’arma pericolosa per molti artisti i cui fan non hanno grande confidenza con gli sms, ma è un affare talmente grosso che a nessuno converrebbe abolirlo. Certo è che, facendo i conti, milioni di voti significano anche milioni di euro che in parte vanno ai gestori telefonici e in parte agli organizzatori degli eventi, senza contare che l’Iva va allo Stato.
Nel caso di Valerio, ai voti dei suoi fan vanno aggiunti quelli dei fan di Pierdavide e forse anche quelli dei fan di Alessandra Amoroso. “Amici”, quindi, si è trasformato in una grande famiglia in cui la cooperazione favorisce, a seconda dei casi, l’uno o l’altro componente. Una famiglia in grado di sconfiggere gli avversari a suon di televoti.
Non resta che chiedersi: la canzone di Scanu sarà davvero la più ascoltata tra quelle che hanno partecipato al festival?

VALERIO SCANU VINCE IL FESTIVAL DI SANREMO 2010. IL VIDEO DELLA PREMIAZIONE


Un’emozionata Antonella Clerici, dopo aver cercato di sedare gli animi di chi non ha approvato le scelte del pubblico televotante, nomina i tre finalisti che si giocano la vittoria del 60esimo Festival della Canzone Italiana di Sanremo: Marco Mengoni, Valerio Scanu e il trio formato da Pupo, il prinicipe Emanuele Filiberto ed il tenore Luca Canonici. Contro questi ultimi si sono sollevati i soliti fischi. Eppure, sono stati ripescati e avrebbero potuto essere eliminati ieri.
Ciò che fa rimanere letteralmente esterrefatta la conduttrice è il gesto, mai visto prima nella storia del festival, degli orchestrali che appallottolano gli spartiti (quelli della canzone di Pupo, in particolare, o di tutti e tre i pezzi?) e li buttano all’aria. A gran voce chiedono di far conoscere al pubblico la votazione attribuita alla canzone di Malika Ayane, ma la Clerici, quasi persa e con lo sguardo in cerca di qualche conferma, non sa che rispondere. Però, dice, bisogna rispettare l’esito del televoto perché il pubblico regna sovrano. Allora viene da chiedersi: perché hanno chiesto ai maestri d’orchestra il loro contributo?

A parte il trio suddetto, la finalissima si gioca fra i talenti degli show televisivi di Rai (Mengoni per XFactor) e Mediaset (Scanu per “Amici”). Com’era, del resto prevedibile, dal momento che i loro fan sono avezzi al televoto.
Prima dell’esibizione dei finalisti, alle 23 e 44 viene presentato sul palco dell’Ariston la new entry in Rai, Maurizio Costanzo, che si affretta a dire che anche lui avrebbe preferito Malika Ayane e Cristicchi. Chissà cos’ha pensato Maria! Poi invita a rivolgere un pensiero e un applauso al grande Mike Bongiorno; si associa la Clerici che idealmente abbraccia la moglie Daniela e i figli di Mike.
Costanzo osserva, poi, che i dischi che vendono di più sono quelli che non vincono, quindi non merita prendersela tanto per l’esclusione di chi forse meritava maggiormente la finalissima.

Piccolo talk show di Costanzo, che inevitabilmente allunga i tempi per l’esibizione dei tre finalisti, mentre presumibilmente la loro adrenalina sale a mille. Ma non si poteva, evidentemente, concludere lo spettacolo senza far riferimento ai guai della gente comune, nella fattispecie quelli degli operai della Fiat di Termini Imerese che sta per chiudere. Per carità, è giusto preoccuparsi per le sofferenze di chi non vive di sole canzoni, ma mi chiedo: uno spettacolo leggero e nazionalpopolare come il festival, non poteva rimanere una parentesi lieta fra i mille drammi, piccoli o grandi, che assillano più o meno tutti nella vita quotidiana? Mi sembra un modo per far sentire in colpa chi si sta divertendo spensierato davanti alla Tv; bastava far seguire il festival da una puntata speciale di “Porta a Porta”: Bruno Vespa è sempre molto attento ai drammi sociali. Fosse finita prima la kermesse sanremese, ci sarebbe stato lo spazio anche per lui. Ma forse non sanno come far guadagnare la pagnotta quotidiana al neoacquisto Maurizio Costanzo. Evidentemente il pubblico in sala la pensa come me perché protesta. Dopo l’intervento del ministro Scajola, rientra sul palco la Clerici, piuttosto scocciata, ricordando che si tratta pur sempre del festival di Sanremo; come dire: il palco forse non è quello giusto per i comizi.

A mezzanotte passata iniziano le esibizioni dei tre cantanti. Emozionatissimi i due giovani, specie Valerio. Soddisfatto, nonostante i fischi, Emanuele Filiberto. Forse un velo di disappunto si legge sul volto di Pupo, ma è bene che se ne faccia una ragione: la canzone non è bellissima, sa tanto di già sentito, e poi il testo è spudoratamente una captatio benevolentiae. Sul web si legge qualche commento simpatico del tipo: “I Savoia si son venduti i gioielli di famiglia per comprarsi i call center” (LINK). Ma è un commento di parte … avversa! Pupo assicura che, dopo l’apparizione alle prossime puntate di Domenica In e I Raccomandati, di cui è presentatore oltre al principe, la canzone non la eseguirà più in pubblico. Sarà vero?

Mentre l’adrenalina continua a salire nell’attesa della proclamazione del vincitore, si esibisce la banda dei Carabinieri diretta dal maestro Massimo Martinelli che viene pure intervistato dalla Clerici. Serviva anche questo? Insomma, prima dell’una non finisce.
Una piccola rivincita per Malika Ayane che vince il premio della critica. La cantante sembra felice ugualmente e ringrazia tutti quelli che l’hanno sostenuta, in particolare Caterina Caselli sua produttrice. Sono certa che si rifarà con le vendite dei dischi. Lei è una cantante di classe, forse troppo per vincere un festival nazionalpopolare come quello di Sanremo.

Alle 00:48 finalmente il verdetto: il vincitore del 60esimo Festival di Sanremo è VALERIO SCANU! Emozionato, forse non troppo sorpreso (sa che può contare sulle sue fan -scanine, scanone, irriducibilizie e chi più ne ha più ne metta), riesce a cantare nuovamente il pezzo firmato dall’attuale “amico di Maria” Pierdavide Carone che, a questo punto, credo sia rimbecillito del tutto (leggi QUA).
Vittoria meritata? Sicuramente le polemiche non mancheranno: sono iniziate già prima del festival, continueranno per chissà quanto tempo. In questi casi è normale che non tutti siano soddisfatti, ma, come dice la Clerici, il pubblico regna sovrano.

AMICI 9. PIERDAVIDE A MARIA: “QUANDO MI NOMINANO DIVENTO STUPIDO”

Nella puntata di questo pomeriggio non poteva mancare il riferimento alla serata sanremese e a Valerio Scanu. La De Filippi, a inizio puntata, legge un cartellone su cui una fan di Valerio e Pierdavide ha scritto: “Antonella Clerici, te lo spieghiamo noi insieme a Vale e Pier come si fa l’amore nei laghi”. Durante la seconda serata, infatti, la presentatrice aveva chiesto a Valerio come si possa fare l’amore nei laghi. Domanda cui il cantante ha risposto con un sorriso, com’è nel suo stile.

Sono state mosse molte critiche al testo della canzone “Per tutte le volte che”, scritta da Carone per lo Scanu. In particolare la Clerici ha sottolineato il passaggio in cui si dice “noi coperti sotto il mare a far l’amore in tutti/i modi, in tutti i luoghi in tutti i laghi in tutto/il mondo l’universo che ci insegue ma ormai siamo irraggiungibili”. Va be’, adesso non cerchiamo il pelo nell’uovo: si sa che i testi delle canzoni sono spesso senza senso. E poi, non è difficile capire che si tratta di un’espressione iperbolica, quasi un climax ascendente, se proprio vogliamo fare un’analisi stilistica puntuale.
Comunque Maria sembrava divertita nel leggere il cartello e nel constatare che chi lo reggeva era una ragazza di quindici/sedici anni, quindi forse non troppo esperta nell’ars amandi. Ha, infatti, osservato, rivolta alla ragazza che reggeva la scritta: “Pensavo che tu sapessi come si faceva ed ero curiosa di saperlo anch’io”. Forse voleva sperimentarlo anche lei con Maurizio.

Quando poi la De Filippi ha interpellato Pierdavide, chiedendogli perché durante l’esibizione di Valerio, mentre gli altri erano agitati ed emozionati, se ne stava là, fermo, quasi inespressivo e paonazzo in volto, lui ha risposto che non pensava che, nel presentare la canzone di Valerio, facessero il nome e il cognome dell’autore, cioé il suo. Poi ha aggiunto: “Non mi rendo ancora conto. Quando mi nominano divento stupido.”
Che dire? Qualcuno potrebbe osservare che stupido lo è davvero. A me sembra, invece, che sia tenerissimo, un’anima candida. Almeno quando non deve elaborare strategie per la nomination degli avversari.