L’intervista

Quando nel 2003 la mia esperienza “Il linguaggio del cuore dall’antica Roma all’Europa moderna” è stata selezionata da GOLD (Global On Line Documentation) come Best Practice , la dottoressa Marisa Trigari, responsabile nazionale dell’INDIRE, mi ha contattata telefonicamente da Firenze per intervistarmi. L’intervista è stata poi pubblicata sul sito nazionale GOLD, inaugurando una nuova pagina dedicata all’analisi particolareggiata di un’esperienza didattica particolarmente interessante.

Intervista alla protagonista del progetto

Abbiamo rivolto dieci domande a Marisa Moles, l’insegnante che ha ideato e condotto l’esperienza:

1. Le caratteristiche della scuola hanno favorito lo sviluppo dell’esperienza?
Certo, le condizioni erano e sono tra le più favorevoli alla sperimentazione e all’innovazione. Nato nel 1923, il ‘Marinelli’ decolla – si può dire – insieme alla riforma Gentile ed è tra i più antichi e prestigiosi istituti della città. Oggi la popolazione scolastica si è molto allargata (abbiamo 1440 studenti) e ad un 35% di ‘cittadini’ si affianca un 65% di alunni provenienti da zone più o meno limitrofe.
La qualità della scuola resta tuttavia alta: il liceo si distingue per la varietà dei piani di studio e dei progetti educativi e didattici, per l’attività di ricerca e sperimentazione. Oggi è un liceo in attesa della Certificazione di Qualità.
Il livello culturale degli allievi è piuttosto alto, ed è confermato dagli ottimi risultati delle prove INVALSI. I docenti sono quasi tutti a tempo indeterminato, alcuni concordemente ritenuti punte d’eccellenza. Queste caratteristiche contribuiscono a garantire un auto-aggiornamento didattico continuo.

2. In quali ‘luoghi’ della scuola è stato discusso e condiviso il progetto che ha portato all’esperienza e l’esperienza stessa con i suoi esiti?
Il Collegio Docenti è entrato in gioco soltanto per l’iter relativo alla documentazione. La cura di questo settore è stata a suo tempo affidata ad una ‘figura obiettivo’ che si occupa – indipendentemente dal progetto regionale-nazionale GOLD – dell’archiviazione e della diffusione di documentazione didattica sulle attività della scuola.

E’ la stessa persona che ha organizzato, durante lo scorso anno scolastico, un corso per documentalisti scolastici che ha avuto come relatore Vittorino Michelutti, a cui ho partecipato con altri 14 colleghi. E’ là che ho maturato quella competenza essenziale che mi serviva per poter collaborare all’attività dell’Archivio.

L’esperienza in se stessa è stata invece presentata e discussa nell’ambito dei Dipartimenti di Lettere Biennio e Triennio, in riunioni in cui sono stati fissati direttive ed obiettivi comuni riferiti alle diverse materie e alle loro intersezioni.

3. Lei che ha lavorato sul lessico, ci dia in pochissime parole una sua definizione – stile glossario – di ‘best practice’ e di ‘oggetto didattico’
Definirei una ‘buona pratica’ [la traduzione di best però è “migliore” e questo – a mio parere – crea ambiguità] una pratica non eccezionale, ma quotidiana, frutto di un utilizzo originale e creativo di strumenti e materiali d’uso corrente.
Definirei ‘oggetto didattico’ una porzione di esperienza didattica (lezione, unità, schema, grafico …) che può essere trasferita e riutilizzata al di fuori del contesto in cui è stata concepita.

4. Si è sentita più ‘disciplinarista’ o più ‘pedagogista’ nello sviluppare la sua esperienza?
Senz’altro più “pedagogista”, anche se sul fondamento dei miei studi filologici.
Per le competenze pedagogiche mi ha aiutata l’esperienza maturata nel tempo: ho imparato a capire le esigenze degli allievi, ho individuato, attraverso le loro richieste esplicite o implicite, la necessità di fornire degli stimoli all’apprendimento e alla motivazione, anche attraverso percorsi didattici alternativi, se non proprio innovativi.
Non dimentichiamoci che non è facile insegnare latino in un liceo scientifico!

5. Come reagiscono i genitori di fronte a percorsi didattici ‘alternativi’?
I genitori sanno che la nostra è una scuola vivace ed attiva, piena di iniziative. Una volta che l’hanno scelta, ci danno generalmente fiducia una volta per tutte. Vorrei anche sottolineare che in ogni caso non troverebbero questa esperienza ‘speciale’: quello che ho descritto non si discosta molto dalla mia prassi didattica corrente.

6. Quali sono state – a suo parere – le ricadute più interessanti sulla sua attività didattica? In altre parole, che cosa riutilizza di più oggi delle strategie e strumenti sperimentati in questa esperienza?
Ho capito che i ragazzi non sono spaventati tanto dal latino in sé, quanto dalle famigerate versioni da tradurre. Nell’esperienza, la traduzione era solo uno degli obiettivi, non il più importante. Gli orientamenti didattici più recenti (Flocchini, Piazzi …) puntano maggiormente sull’aspetto linguistico e lessicale che non sulla grammatica; è importante, inoltre, conoscere il contesto entro il quale collocare i vari Cicerone, Cesare, Catullo e Orazio.
Riflettete sulla civiltà, sul popolo che usava come lingua veicolare il latino, sui suoi usi e costumi, è importante quanto conoscere le regole sintattiche.
Quest’anno, ad esempio, già in prima ho ideato un percorso di civiltà (suggerito a tutto il Dipartimento di Lettere Biennio) riguardante
la “familia”, corredato da schede di lessico e civiltà, nonché da testi d’autore tradotti o da tradurre, che ha appassionato gli allievi. Persino la verifica finale (temuta da loro, ma dovuta!) ha avuto un esito ben più positivo rispetto alle solite. Certo non sto parlando di un macroprogetto come quello su Catullo, ma è proprio quest’esperienza che mi ha convinta a dare uno spazio ad interventi didattici del genere. Inoltre, ho recuperato e riutilizzato, in un contesto diverso, alcuni dei materiali usati nell’esperienza.

7. Quali errori non rifarebbe?
Non rifarei l’esperienza da sola, chiederei la collaborazione degli insegnanti di lingue.
È stata una mia scelta, comunque, la conduzione personale ed esclusiva di un’esperienza così complessa, ma solo perché il modulo è stato progettato ed effettuato in tempi brevi e non volevo interferire con il lavoro già pianificato delle colleghe.
Mi hanno aiutata i miei studi di filologia, ma, per quanto riguarda il lavoro sui testi in lingua straniera, oggi valuto che sia stato riduttivo, avendo puntato sulla riflessione lessicale trascurando un po’ troppo l’analisi testuale.

8. Che cosa ha trovato più difficile?
È stato difficile documentare! L’esperienza per me è stata totalmente nuova: noi insegnanti siamo abituati, anche in fase di programmazione, a elencare contenuti. Strumenti e metodi si danno per
scontati, fanno parte del nostro bagaglio e non sentiamo la necessità di esplicitarli. L’importante è fissare che cosa si fa, non come lo si fa.
La descrizione dell’esperienza mi ha aiutata, invece, a riflettere sul mio modo di fare lezione, sulle azioni concrete che contribuiscono a creare, una dopo l’altra, l’ossatura di un intervento didattico.

9. Condivide la filosofia di GOLD?
Gli insegnanti dovrebbero smetterla di considerarsi gelosi custodi del proprio tesoro! La ‘filosofia’ della documentazione si basa sulla condivisione e sulla trasferibilità. Se la nostra esperienza può essere utile ai colleghi, perché non renderla trasparente e condivisa?
Io personalmente avevo già passato ai colleghi il materiale relativo al modulo prima ancora di inserirlo nell’Archivio Regionale. Credo, poi, che ognuno possa personalizzare l’esperienza a seconda degli interessi e delle attitudini propri, anche esercitando il proprio spirito critico. Proprio per questo, non mi sento di dare troppe ‘istruzioni per l’uso’.

10. Ritiene che il suo ‘lavoro in più’ dovrebbe essere in qualche modo riconosciuto?
Il mio impegno è stato già premiato, prima di tutto dagli allievi che hanno dimostrato di apprezzare il mio lavoro, poi dalla selezione come best practice nell’ambito del Progetto Gold. È più di quanto potessi realisticamente sperare!
E tuttavia bisogna dire che l’opinione pubblica troppo spesso giudica il nostro lavoro come un comodo impiego per madri di famiglia. In realtà, se fatto con passione, porta via molto tempo e, non so perché, il tempo di un insegnante vale molto meno di quello di qualsiasi professionista. Insomma – per essere chiari – la scuola di qualità va avanti grazie al volontariato. Quello che mi piacerebbe, oltre a maggiore considerazione e rispetto, non sono tanto soldi, quanto la possibilità che il mio impegno mi aprisse una strada nel campo della ricerca …

E’ successo!
Entro in classe di gran fretta e comincio a scrivere uno schema alla lavagna (lo stesso che poi sarebbe diventato un oggetto didattico) mentre i ventotto allievi sono ancora in pieno brusio da adattamento a una nuova dura giornata.
Dall’ultimo banco Filippo, per cui il latino è sempre stato un potente sonnifero, esclama a gran voce, rivolto ai compagni
: “Fate silenzio, che questo mi interessa!”.
Ho fatto centro!” – ho pensato – concedendomi un momento di profonda soddisfazione

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