#CORONAVIRUS: MANTENERE LA DISTANZA DI SICUREZZA

Qualcuno ha scomodato Boccaccio che, nella sua opera più nota, parlava della peste del 1348. Il comico Luca Bizzarri, per esempio, riferendosi alla vicenda che fa da cornice al Decameron, ha tuittato: “Io una casetta in campagna ce l’ho”. E che gli vuoi dire? Bravo, fortunato te.

Anche Manzoni è al cento dell’attenzione, di questi tempi: la peste del 1630 descritta nel romanzo I promessi sposi, assieme alla meno letta Storia della colonna infame, sta al top delle citazioni sui social. Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ieri, ospite della trasmissione “Otto Mezzo”, ha tuonato contro le misure restrittive attuate in molte regioni italiane per il contenimento dell’emergenza coronavirus:

«Non è la peste di Manzoni, non è la fine del mondo… E’ un crimine contro la cultura chiudere i musei e le scuole».

Eppure il “dagli all’untore” è cronaca giornaliera: c’è chi ha vietato l’ingresso ai cinesi nel proprio esercizio pubblico, un treno è stato bloccato al Brennero per due casi sospetti, alcuni dipendenti delle ferrovie francesi sono scesi dal treno prima di varcare il confine, un numero consistente di turisti è stato rispedito in Italia (unica alternativa possibile: stare in quarantena 14 giorni… e addio vacanze) dopo essere atterrati alle isole Mauritius.

Il turismo in Italia è crollato: sono fioccate le disdette, ben il 90% almeno in Friuli – Venezia Giulia, per le settimane bianche e molti turisti italiani e stranieri hanno già rinunciato alle vacanze estive nelle rinomate spiagge della regione.

Una catastrofe ben maggiore di quella causata da un virus, il COVID-19, che certamente si è rivelato molto contagioso, anche a causa della scarsa tempestività con cui sono stati trattati i primi casi (così dicono anche alcuni medici, prova ne sia il fatto che proprio il personale sanitario è stato colpito in modo massiccio, specie nel focolaio lodigiano), ma che per il momento non ha mietuto vittime dirette. [leggi l’articolo]

Ciò è stato sottolineato ieri sera dagli ospiti di Bruno Vespa nello studio di “Porta a porta” [guarda il video della puntata]: i decessi avvenuti in Italia, che riguardano persone anziane già sofferenti per altre gravi patologie, non devono essere imputati al coronavirus: si tratta di malati che sono morti con il coronavirus non per il coronavirus. L’ha ripetuto la dott.ssa Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia, Diagnostica bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Lavora senza pause da due settimane, impegnata con il suo staff nell’esame dei campioni per la ricerca del coronavirus, anche se non ritiene siano davvero necessarie tante analisi. Certo, dice, se stanno emergendo tanti casi di positività è perché li stiamo cercando. Non in tutti gli Stati europei fanno lo stesso, ed ecco che siamo al terzo posto nel mondo per il numero di soggetti positivi al test. Il che non significa, osserva, che tutti stiano male, men che meno versano in gravi condizioni. Miete più vittime la “semplice” influenza. E sciorina numeri come fossero noccioline. Numeri che non avevano mai impressionato nessuno, forse perché realmente non si conoscevano, nel senso che non è mai stata fatta tanta pubblicità alle vittime dell’influenza stagionale. Ma ora è necessario fare questi confronti, anche se è difficile convincere tutti.

D’accordo con la dottoressa Gismondo anche Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto malattie infettive Spallanzani, e Walter Ricciardi dell’Oms, il quale in conferenza stampa dalla sede di Roma della Protezione civile ha dichiarato:

«Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore. Peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute».

Isolato, per il momento e non certo perché affetto da COVID-19, il dott. Roberto Burioni che pare abbia mostrato molte incoerenze nel suo intervento alla presenza di Fabio Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa” di domenica scorsa [guarda il video]. Dico “pare”, perché non ho visto la puntata. Secondo il virologo questo virus non può essere paragonato a una normale influenza, anche perché è del tutto nuovo e non esistono né vaccini né cure sicure. Inoltre, Burioni ha dichiarato che:

«Un’epidemia come questa può non finire mai: il virus può incominciare a trasmettersi nella popolazione e piano piano diventare più buono. Ci sono da dire due cose: possiamo sperare che il virus circoli di meno con l’arrivo della bella stagione e che con il tempo diventi più buono, ci sono stati altri Coronavirus nella storia dell’uomo con il tempo diventati virus e raffreddori».

Insomma, una visione catastrofista non condivisa da altri scienziati che, invece, hanno una visione più ottimistica di quel che ci riserva il futuro.

Ciò non toglie che, almeno da una settimana, ci sia la corsa al supermercato per accaparrarsi provviste che neanche dovesse scoppiare il terzo conflitto mondiale, il gel igieinizzante per le mani non si trova più e su internet i prodotti ancora disponibili possono arrivare a prezzi folli. In più c’è la corsa alle mascherine, perlopiù ingiustificata nelle zone esterne ai due focolai sotto osservazione in Lombardia e in Veneto.

Così, il carnevale che si è concluso ieri non è apparso affatto una festa gioiosa come avrebbe dovuto essere. Al posto delle maschere abbiamo visto, almeno nei filmati trasmessi alla tv, le mascherine contro il coronavirus. E quell’invito così caro a Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza», è rimandato al prossimo anno. Chi ne ha fatto le spese sono stati i bambini che hanno dovuto rinunciare alle sfilate, alle feste in maschera, ai giochi spensierati di piazza. Eppure i luoghi aperti sono i più sicuri… basta mantenere la distanza di sicurezza.

Ieri mattina ho incontrato una “vecchia” collega che non vedevo da tempo. E’ stato imbarazzante perché entrambe ci siamo mantenute a una distanza di almeno un metro e mezzo. Niente baci né abbracci. A tanto arriva il condizionamento operato dai mass media.

La Giornata internazionale dell’abbraccio è da poco passata (si festeggiava il 21 gennaio). Non ci resta che attendere undici mesi. Nel frattempo, però, manteniamo una certa distanza di sicurezza, non dal virus ma dal panico e dall’allarmismo che, nella maggior parte dei casi, è del tutto ingiustificato.

[immagine da questo sito]

#SANREMO2020: IL SOGNO DI AMADEUS SI È AVVERATO MA…

Sanremo ventiventi – come l’ha chiamato in modo quasi ossessivo Amadeus durante le interminabili cinque serate del Festival – è andato bene. Oltre alle più rosee aspettative, a quanto pare. Per eguagliare il successo in termini di audience dicono che bisogna andare indietro di 25 anni. L’evento sanremese del millennio. Attenzione, però, il terzo millennio dell’era cristiana è ancora giovane, ne deve passare di acqua sotto i ponti. Magari l’acqua travolgerà per sempre la canzone italiana che, almeno per ora, non sembra sofferente. O magari ci saranno altri festival in grado di superare il 70°.

Confesso che ho seguito le serate un po’ a spizzichi e bocconi. Senz’altro non avrei potuto rimanere sveglia fino alla fine (solo ieri ho fatto le 2 e 20 attendendo la proclamazione del vincitore), dovendo andare al lavoro. Come dice la mia amica blogger Ester Maero, bisognerebbe proclamare la settimana sanremese festa nazionale, solo così sarebbe possibile fare le ore piccole ogni notte.
Anche se ho cercato di leggere alcuni commenti sulle testate giornalistiche e ho guardato qualche spezzone della kermesse su Raiplay, non mi sento di scrivere un vero e proprio post, quanto piuttosto una raccolta di pensieri sparsi, sulla falsa riga dei tweet che ho postato sul mio account Twitter durante l’interminabile settimana sanremese.

Il conduttore. Amadeus è stato bravo e soprattutto spontaneo. Aveva gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che guarda il mondo con stupore e meraviglia, quel bambino che, canzone dopo canzone, negli anni ha coltivato un sogno: non cantare a Sanremo ma calcare il palcoscenico dell’Ariston come conduttore. Non ha mai perso quell’espressione di gioia e quasi incredulità, come se ogni sera si chiedesse “ma sta capitando davvero a me?”. Al di là delle polemiche che hanno preceduto il festival, credo sia riuscito a far ricredere chi non lo riteneva all’altezza.


L’amicizia. Pare che quello che si è appena concluso sia stato il festival delle grandi amicizie. Fiorello e Tiziano Ferro, onnipresenti, hanno fatto da spalla ad Amadeus e, come se ci fosse una sorta di competizione tra i due nell’adempiere a questo compito, è nata qualche scaramuccia. Tiziano Ferro, durante la seconda serata, ha lanciato con successo su Twitter l’hashtag #fiorellostattezitto, tanto che lo showman siciliano giovedì non si è presentato sul palcoscenico. Personalmente ringrazio il cantautore di Latina: la presenza di Rosario è stata invadente, ha dilatato oltremodo la durata delle serate e a lungo andare è risultato noioso (almeno a mio parere). Ho avuto l’impressione che le sue incursioni sul palco divertissero solo l’amico Amadeus. Inoltre non mi è piaciuto il fatto che nelle prime scene durante la serata di martedì i riflettori fossero rivolti verso di lui. Sarà stata anche una cosa studiata ma Amadeus si meritava di aprire il festival. Forse gli autori pensavano che Fiorello aumentasse lo share?

Le canzoni. Non mi esprimo sulle canzoni in gara perché devo ammettere di non averle nemmeno sentite tutte. Credo che la vittoria di Diodato sia meritata: la sua era l’unica canzone, tra quelle ascoltate, che ho gradito fin dalle prime note. Ma di canzoni in cinque serate ne abbiamo sentite tante. Troppi ospiti, quasi tutti italiani, qualche performance di troppo (Albano Romina e i Ricchi e Poveri, che ho pure apprezzato, hanno fatto dei mini concerti), senza contare la presenza a cadenza regolare sul palco di Tiziano Ferro… mi è piaciuto il duetto con Massimo Ranieri (“Perdere l’amore” è una canzone senza tempo) ma Ferro è stato anche lui, come Fiorello, troppo invadente.

Gli ospiti e la gara. Alla fine, con tanti pezzi ascoltati, chi si ricordava più le canzoni in gara? Ricordo che una volta al Festival di Sanremo, non a caso dedicato alla canzone italiana, gli ospiti erano tutti stranieri (o quasi), proprio perché l’attenzione del pubblico doveva essere concentrata sulla gara. La scelta di Amadeus e degli altri autori non mi è piaciuta per niente.

Le donne. Fin dall’inizio il conduttore aveva detto che sarebbe stato accompagnato da molte donne. Ma dieci, caro mio, forse sono troppe. E fra quelle dieci chi si è salvata davvero? Forse la Clerici e la zia Mara (Venier), ma sono delle veterane e non c’è da stupirsi. Anche l’albanese Alketa Vejsiu ha dato prova di essere all’altezza del ruolo che, per carità, non era da valletta ma da co-conduttrice. Una parlantina che neanche Fiorello…
Le signore del Tg 1, Laura Chimenti e Emma D’Aquino, oltre a essere davvero brave, hanno dimostrato che la classe non è acqua. Al contrario di Diletta Leotta che, rifatta dalla testa ai piedi, grazie anche al fratello chirurgo plastico, ha avuto il coraggio di dire che la bellezza non è un merito, come se la sua fosse naturale. Poco dopo, però, ammette che lei è a Sanremo perché è bella. E quindi? È dai tempi di “Oltre le gambe c’è di più”, tormentone che risale a quasi 20 anni fa, cantato da Jo Squillo e Sabrina Salerno (anche lei ospite alla settantesima edizione di Sanremo), che non si è ben capito cosa ci sia di più, almeno in certe donne.

Le mise. Ora si dice outfit ma io sono antica, quindi affezionata all’elegante parola francese. Impeccabile Amadeus che ha sfoggiato dei completi molto particolari, tutti confezionati per l’occasione dallo stilista preferito del conduttore: Gai Mattiolo. Il completo che ho preferito è stato il primo della serata finale perché in genere il broccato, che caratterizzava la maggior parte dei completi sfoggiati, non mi fa impazzire.
Sulle donne vorrei stendere un velo pietoso ma mi limiterò a dire che, al di là dei centimetri di pelle scoperti (nei punti giusti, naturalmente), non è il pudore che manca ma l’eleganza. Una su tutte: la cantante Elodie che ha sfoggiato delle scollature vertiginose e si è esibita ogni volta palpandosi il seno come se volesse controllare che fosse tutto a posto, che nulla scappasse di qua e di là. A parte le giornaliste Emma D’Aquino e Laura Chimenti, signore dell’eleganza, mi è piaciuta molto l’attrice Cristiana Capotondi che ha fatto un’apparizione fugace ieri sera ma sufficiente per dare una lezione di signorilità a molte altre, come Elettra Lamborghini e il suo lato b in bella mostra (d’altronde per il twerking…). Nonostante la schiena scoperta quasi totalmente, Cristiana non è riuscita ad apparire volgare.
Fra i cantanti in gara, basterà citare Achille Lauro che ha fatto sfoggio di mise tanto esagerate quanto improbabili. Merita comunque un elogio per la coerenza. Se voleva far parlare di sé, dato il modesto valore del pezzo portato al festival, c’è riuscito.

Sanremo per il sociale. Il Festival di Sanremo ormai da molti anni si occupa del sociale. All’inizio non gradivo che si inserissero nella gara canora storie strappalacrime perché già la vita quotidiana per tutti noi ha i suoi problemi, almeno quando ascoltiamo delle canzoni vorremmo essere spensierati per un po’. Forse la mia era un’idea sbagliata: la kermesse musicale italiana più seguita nel mondo è il palcoscenico ideale per lanciare anche i messaggi che esulano dal mondo spensierato delle canzonette (anch’esse, tra l’altro, a volte portatrici di messaggi tutt’altro che frivoli). Ben venga allora l’intervento di Rula Jebreal, giornalista palestinese, che ha raccontato episodi della sua vita e della vita di sua madre – che si uccise quando lei era piccola –, mescolandoli con citazioni di testi di famose canzoni italiane sulle donne.
L’ospite che ha maggiormente toccato il mio cuore è stato, però, Paolo Palumbo, giovanissimo rapper malato di Sla il quale, attraverso le parole della sua canzone, ha dato una bella lezione di vita a tutti noi che a volte ci lamentiamo per cose davvero futili. Lui, nonostante l’immobilità completa e una vita che dipende dal respiratore e dalla peg per l’alimentazione, si ritiene un ragazzo fortunato. Riesce a muovere solo gli occhi e “parla” attraverso il comunicatore verbale ma apprezza anche il solo fatto di essere vivo.
Mi è piaciuto di meno il monologo sulla diversità di Tiziano Ferro che si conclude con le parole: “Non sono sbagliato. Nessuno lo è.”, e la rivendicazione di una vita felice e dell’amore, cosa di cui è più consapevole ora che ha 40 anni (e fresco sposo di Victor). Caro Tiziano, la felicità e l’amore sono un diritto a prescindere che tu sia gay o etero. Nessuno può giudicare e non c’è bisogno di ribadirlo perché sì, ci sono ancora gli hater, c’è ancora chi fa il bullo nei confronti degli omosessuali, ma questi sono degli imbecilli che non hanno alcun senso di civiltà e non c’è nessun monologo che possa servire a insegnarglielo.

Il rispetto. Mi spiace dirlo ma ciò che ha caratterizzato soprattutto questo 70° Festival di Sanremo è la mancanza di rispetto.
Nei confronti dei telespettatori che, con ogni probabilità, hanno perso una parte considerevole delle cinque serate che sono terminate troppo tardi.
Nei confronti dei cantanti in gara che spesso si sono esibiti dopo l’una di notte. Stemperare la tensione che si accumula nel corso delle ore è davvero difficile e lo stress di certo non aiuta le performance.
Nei confronti dell’orchestra, visto che i maestri, nonostante l’abbondanza di parti dialogate o monologate in cui non era richiesto il sottofondo musicale, mi sono sembrati agli arresti domiciliari per cinque-sei ore di trasmissione. Una cosa disumana, se poi è anche vero (non lo credo) che il compenso ammontava a 50 € per serata, sarebbe riduzione in schiavitù.
Nei confronti di alcuni ospiti, come Zucchero, che si sono esibiti in tarda serata… e poi, qualcuno comincia ad avere una certa età!


L’eroe. In prima fila, elegante e composto, seduto vicino a mamma Giovanna Civitillo, si è goduto ogni serata fino all’ultimo istante, cantando tutte le canzoni in gara (credo che i testi li conosca solo lui…), senza dar mostra del minimo cedimento. Per me José Alberto Sebastiani, figlio decenne di Amadeus, è il vero eroe di questo interminabile Festival di Sanremo duemilaeventi (e non ventiventi come dice Amadeus sul calco dell’inglese). Ha dimostrato, inoltre, un animo sensibile alzandosi in piedi per primo, dando il via a una meritatissima standing ovation, quando si è esibito Paolo Palumbo, il cantante rap malato di Sla. Un ragazzino davvero bene educato, promette bene.

[immagine sotto al titolo da questo sito; immagine di Fiorello_Amadeus_Ferro da questo sito; foto Chimenti_D’Aquino da questo sito; foto Capotondi da questo sito: immagine José Alberto e Giovanna Civitillo da questo sito]

“NOTTI SUL GHIACCIO”: IL SUCCESSO DEL PRINCIPE EMANUELE FILIBERTO E I MONARCHICI 2.0

emanule filiberto ghiaccio
Non so chi di voi, lettori di questo blog un po’ negletto, abbia seguito lo show condotto da Milly Carlucci su Rai 1 che si è concluso ieri sera con il secondo posto del principe Emanuele Filiberto. Sto parlando di “Notti sul ghiaccio“, uno spettacolo gradevole, bello, condotto con l’ineguagliabile eleganza della padrona di casa, ex pattinatrice su rotelle, che ha voluto riproporre, dopo qualche anno di stop, la gara tra pattinatori su ghiaccio improvvisati, sulla falsa riga del ben più noto e longevo “Ballando con le stelle”.

Pattinare sul ghiaccio non è certo facile e la sfida dei vip supera, in coraggio, quella dei concorrenti che si devono cimentare nel ballo. Emanuele Filiberto, già vincitore di “Ballando con le stelle” qualche anno fa, ha ottenuto il secondo posto sbaragliando concorrenti ben più abili di lui sui pattini, grazie al televoto da casa. Questo deve far riflettere sulle scelte del pubblico, condizionate più dalla simpatia che dal talento vero e proprio. Sì, perché se il bel principe con gli occhi cerulei di coraggio ne ha dimostrato parecchio, di talento come pattinatore ne ha davvero pochino.

giorgio-rocca

Il primo posto, meritatissimo, è andato all’ex campione di sci alpino, ora maestro sui campi innevati (una delle allieve più note è Maria De Filippi), Giorgio Rocca. Ma almeno due concorrenti meritavano un piazzamento migliore: Clara Alonso, star del fortunato show argentino “Violetta” e data per vincitrice da un sondaggio on line sul sito ufficiale dello show, e Chiara Mastalli, giovane attrice di già lunga esperienza – ha iniziato la carriera a soli sei anni – che non brilla certo per simpatia ma sui pattini ha dimostrato una grande abilità.

Nonostante questo, a contendersi il podio per il primo premio sono stati due uomini. Uno sportivo, muscoli d’acciaio, carattere duro (tipico dei montanari, con tutto il rispetto), di poche parole e parco anche nei sorrisi, benché nelle ultime puntate si sia sciolto un po’. Sto parlando, ovviamente, di Rocca.
L’altro mingherlino, molto elegante, sempre sorridente, educato ed espansivo nella misura che si confà ad un appartenente al nobile rango, spesso impacciato sul ghiaccio, più intento a ballare scivolando piuttosto che a pattinare nel vero senso della parola. Mentre Rocca si è lanciato il balli sfrenati, con arditi sollevamenti in aria della pattinatrice-maestra, Emanuele Filiberto tutt’al più ha prestato le ginocchia per far accomodare la sua partner per qualche secondo, traballando un bel po’ sulle lame.
Insomma, tra i due a livello di performance c’era un abisso.

Il televoto, dicevo, ha premiato uno sportivo, certamente adatto a questo tipo di prestazione. Ma il secondo posto del principe ha lasciato un po’ spiazzati i più, considerando i meriti di almeno due concorrenti, nominate prima, che forse sarebbero dovute salire sul gradino più alto del podio al suo posto.
C’è da pensare che i voti arrivati via telefono siano stati prevalentemente femminili e determinati dal fascino indiscutibile, seppur assai diverso, dei due uomini.

Su una cosa sto riflettendo da ieri sera: se si proponesse un referendum per il ritorno della monarchia, Emanuele Filiberto avrebbe molte chance di salire al trono. Sempre a patto che si usi il televoto.

Se non avete visto lo spettacolo, QUI potete vedere un’esibizione di Emanuele Filiberto, QUI una di Giorgio Rocca e QUI una di Clara Alonso, vincitrice morale… giusto per fare un confronto.

[immagine da questo sito]

HITLER E MUSSOLINI, CHI ERANO COSTORO? IDEE CONFUSE DEI CONCORRENTI DELL’ “EREDITÀ” DI CONTI

Ha quasi dell’incredibile l’ignoranza (non solo nel senso buono del termine …) che i concorrenti di giovedì scorso, alla trasmissione “L’eredità” condotta da Carlo Conti su Rai1, hanno esibito, con fin troppa nonchalance. L’argomento del quiz, nel quale si deve indovinare la data corretta (relativamente all’anno) di un certo evento, era ovviamente la storia, praticamente un’illustre sconosciuta.

La prima domanda è stata: «In quale anno Adolf Hitler diventa cancelliere in Germania?». Sembrerà incredibile, ma i concorrenti hanno, nell’ordine, contestualizzato l’evento nel 1948, nel 1964 e nel 1979. 😯 In pratica la data esatta è stata azzeccata dall’ultima concorrente solo perché era rimasta l’unica. Lo si evince dalla faccia perplessa della signorina, mentre quella di Conti esprimeva incredulità.

Non contenti, al secondo quesito che riguardava Mussolini, i concorrenti hanno replicato la figuraccia. Questa volta viene chiesto in quale anno Mussolini ricevette a Palazzo Venezia il poeta americano Ezra Pound e la risposta di una concorrente è: 1964. A quel punto il simpatico Carlo Conti, imbarazzato anche lui, interviene con fare ironico dicendo: «Io farei un ripassino di storia, ma leggero eh».

Ora non dite, per favore, che la colpa è della scuola e degli insegnanti che non fanno il loro dovere. La responsabilità è, invece, dello studio che è sentito sempre più come un dovere, in relazione al buon esito di una prova, e non come un mezzo per farsi una cultura permanente. Fosse anche soltanto per partecipare ad un quiz nella speranza di vincere un gruzzolo … di questi tempi pare essere il sogno di molti.

MARIO MONTI E IL NIPOTINO SOPRANNOMINATO “SPREAD”

montiIeri il Presidente del Consiglio prof. Mario Monti ci ha deliziato, si fa per dire, con un’intervista nello studio di Uno Mattina. Purtroppo, sempre si fa per dire, me la sono persa visto che al mattino sono a scuola, ma ho potuto vederne una parte trasmessa e ritrasmessa dal Tg1 a tutte le ore.

Non entro nel merito “tecnico” dell’intervista (lui è un tecnico, io no) ma vorrei soffermarmi a riflettere sulla parte in cui ha reso edotti i telespettatori su un fatto privato. Dice, nonno Monti, che il suo nipotino, sentendo parlare di “spread” in tv, ha esclamato, rivolto alla mamma: “Ma “spread” sono io!”. Vale a dire che il grazioso nipotino, per merito del famoso nonno, si è guadagnato, all’asilo, il soprannome di “spread”.

La cosa che più mi ha fatto orrore è che nonno Monti ha raccontato il familiare aneddoto ridendo. Si divertiva come un matto, pensate un po’. Cioè, lui ha un nipotino che frequenta l’asilo (vale a dire la scuola dell’infanzia), presumibilmente il bimbo ha un’età compresa tra i tre e i cinque anni, viene preso in giro con un soprannome che richiama la parola che più di ogni altra sta sulla bocca del nonno ad ogni ora del giorno e della notte … e in nonno che fa? Ride.

Ora, io non vorrei sembrare esagerata, ma questo fatto mi porta a pensare che:

1. il povero piccolo sia vittima di un vero e proprio bullismo infantile (cominciano da piccoli, a quanto pare)

2. in giro ci siano dei genitori veramente deficienti (visto che pare alquanto improbabile che i compagni d’asilo del piccolo Monti abbiano inventato il soprannome da soli perché neanche la fantasia più sfrenata li avrebbe portati a tanto).

Scusate ma a me ‘sta cosa non fa ridere neanche un po’.

IN UNA FICTION SU RAI 1 RIVIVE WALTER CHIARI, FINO ALL’ULTIMA RISATA E OLTRE


Già osservando i trailer che da settimane vanno in onda su Rai 1, a tutte le ore, confesso che mi sono commossa. Non solo per la straordinaria somiglianza dell’attore che ne interpreta il ruolo, Alessio Boni, ma anche e soprattutto per la commozione di “rivedere” sullo schermo televisivo il mitico Walter Chiari.

Per chi ha la mia età e ha “vissuto” in prima persona la tv degli anni 60-70, con i suoi varietà che potevano davvero definirsi tali, la fiction, di cui ieri sera è andata in onda la prima puntata, rappresenta un momento commovente di rievocazione attraverso un personaggio che sapeva conquistare il pubblico televisivo. Un comico sui generis, se vogliamo, con quella capacità di ridere spontaneamente ma in modo discreto, mai sguaiato, accompagnata dall’ironia e dal ghigno, a volte sardonico, che l’attore Boni ha saputo riprendere alla perfezione e quella voce da trombone che sembra impossibile possa rivivere, uscendo dalle labbra di un attore che ha spesso un tono molto più delicato e sommesso.

Per sua stessa ammissione, Alessio Boni ha studiato meticolosamente il personaggio, attraverso la visione di ore ed ore di materiale televisivo. Complice anche la consulenza del figlio che Chiari ebbe da Alida Chelli, Simone Annicchiarico – conduttore televisivo, attualmente in onda il sabato sera, affiancato da Belen Rodriguez, nel programma di Canale5 “Italia’s got talent” – che compare in un cammeo all’inizio del film, ne è uscita una fiction credibile, un buon prodotto che rende merito alla poliedricità del personaggio Chiari e allo stesso tempo rappresenta la vita sospesa tra commedia e dramma dell’uomo Walter.

Insomma, a me è piaciuta anche se le vere protagoniste, almeno nella prima parte, sono state le donne: dalla “compagna” degli esordi Sophie (interpretata da Karin Proia), colei che scoprì il talento comico dell’allora operaio all’Isotta Fraschini, passando attraverso Lucia (interpretata da Caterina Misasi) che lo accompagna nei primi passi sulla via del successo, fino ad Alida (interpretata da Dajana Roncione) che diventerà sua moglie, nonché la madre del suo unico figlio, e lo accompagnerà nei difficili momenti del carcere. E poi la grande amicizia con Valeria (interpretata da Bianca Guaccero), l’innamorata che saprà farsi da parte vedendo il “suo” Walter attorniato da splendide donne, come Ava (interpretata da Anna Drijver), l’unico grande amore della sua vita, per sua stessa ammissione.

Walter Chiari sapeva far ridere senza essere volgare, lo sapeva fare puntando sull’espressività oltre che sulla parola, mai triviale. Se penso ai comici di oggi, quelli di Zelig o di Colorado Caffè, che puntano sul linguaggio scurrile per suscitare il riso, comprendo che forse oggi la comicità di Chiari può essere considerata obsoleta. Eppure le gag con Carlo Campanini, quelle di “Vieni avanti Cretino”, e la scenetta del famoso quanto inesistente sarchiapone sono rimasti nella storia della tv. Potranno mai i comici moderni far parlare di sé anche a distanza di trenta-quarant’anni?

http://video.google.com/videoplay?docid=-4488094706737567824

[foto da tvblog]

AGGIORNAMENTO DEL POST

Confesso che a me la seconda puntata della fiction su Walter Chiari non è piaciuta un granché. MI sembra si sia insistito un po’ troppo sul dramma di una star, ormai prossima al declino, che non riesce a cambiare nemmeno di fronte al fallimento. Non conosco tutti i risvolti della travagliata vita del comico veronese, ero solo una ragazzina quando fu travolto dallo scandalo della cocaina che lo danneggiò non solo nella vita professionale ma anche e soprattutto in quella personale.
Tutto ciò, senza nulla togliere alla bravura di Alessio Boni che, se vogliamo, è stato ancora più grande nella seconda parte del film, rappresentando Chiari in bilico tra dramma e commedia, quella che per lui, nonostante tutti, ancora caratterizzava la sua vita.

Rimango un po’ male, però, nel leggere la critica di Aldo Grasso, con il quale mi trovo quasi sempre d’accordo, pubblicata sulle pagine de Il Corriere, con un titolo che suscita quantomeno perplessità: La caricatura di Walter Chiari, una sofferenza guardarla.
Il critico televisivo, una delle voci più autorevoli in quest’ambito, esordisce con queste parole:

Per chi ha profondamente amato Walter Chiari, l’artista più che l’uomo, la biografia interpretata da Alessio Boni è stata una vera sofferenza. Per dire l’accuratezza con cui hanno lavorato gli sceneggiatori: quando viene arrestato nel 1970 dalla Guardia di Finanza per spaccio di droga e portato in carcere, Chiari-Boni grida: «Questa non è giustizia, è giustizialismo». Ora in quell’anno, come attestano i dizionari, con «giustizialismo» si definiva la dottrina politica del presidente dell’Argentina Perón. Ma è tutto così, alla ricostruzione si è preferito la caricatura.

Credo che in questo caso Grasso abbia cercato un po’ il pelo nell’uovo. Ma la sua è una stroncatura convinta, dato che continua: Fino all’ultima risata» è una rivisitazione superficiale e maldestra. E dire che con tutto il materiale di repertorio che esiste su uno dei più grandi entertainer dello spettacolo italiano era quasi impossibile costruire una fiction così brutta. Ci sono riusciti.
Fortunatamente almeno assolve l’attore protagonista, pur trovando nella sua interpretazione un diffettuccio: L’unico a salvarsi è Alessio Boni, fin troppo, però, sprofondato nella parte.

Si era detto che Simone Annicchiarico, il figlio che Chiari ebbe da Alida Chelli, è stato uno dei consulenti della fiction e che con la sua supervisione era stata messa in scena la vita del padre. Ebbene, sempre dalle pagine de Il Corriere, anche Annicchiarico non risparmia le critiche che lasciano di stucco, puntando il dito sulla seconda parte in particolare:

La seconda parte, dico: quello non è Walter Chiari. […] La prima parte è Walter, la seconda è Lenny Bruce. Se nella prima puntata l’85 per cento delle cose sono vere e il restante 15 è romanzato, nella seconda è esattamente il contrario: l’85 per cento è inventato.
E continua: È un iper-mega-romanzo. Ne esce fuori un uomo fallito, dominato da brutti demoni, mentre lui era di un’allegria contagiosa, aveva un sacco di persone intorno. Tutto il contrario di quello che si è visto lì.

Di fronte a queste esternazioni viene spontaneo chiedersi: e allora, quale ruolo ha avuto Simone nella realizzazione della fiction? Anche nei titoli d’apertura era messo bene in evidenza il suo nome e cognome, accompagnati dalla didascalia: con la consulenza di …
Le uniche parole di elogio le riserva ad Alessio Boni che, pur essendo stato strepitoso, non era l’unico bravo attore nella fiction: Alessio Boni è straordinario, da fargli un monumento per quanta dedizione ha messo nel personaggio.

LA CONCORDIA ANCORA “REGINA” DEI TALK: OGGI DI NUOVO ALL’ “ARENA” DI GILETTI

Pronti a sorbirsi, per l’ennesima volta, l’ennesimo talk sul naufragio della nave Costa Concordia? Anche se non lo foste, la tv non si ferma davanti a questa tragedia, propinandoci il solito talk show con i soliti naufraghi vip. La Rettondini, ad esempio, pare aver riottenuto un minimo di popolarità proprio “grazie” al fatto di essere stata ospite della nave naufragata … della serie: non tutti i mali vengono per nuocere, peccato che da questo male altri abbiano tratto solo danni, per qualcuno irreparabili.

Insomma, la puntata odierna dell’ “Arena” di Giletti avrebbe dovuto essere monotematica, ovvero dedicata interamente al Festival di Sanremo (che poi, diciamolo, come alternativa non mi pare il massimo). Invece, i vertici della Rai, a quanto sembra, hanno cambiato rotta, per usare il gergo appropriato al tema, e programmato un ampio spazio da dedicare al naufragio del secolo. Spero solo che non si continui il processo mediatico contro il Comandante Schettino, sul quale ho altrove espresso il mio disappunto. Onestamente non capisco quale interesse possa suscitare negli spettatori ascoltare pareri di giornalisti o showgirl che nulla sanno di marineria. Pare, tuttavia, che ospite di Giletti sia anche un Comandante di Vascello. Dalla parte di chi si schiererà, da quella di Schettino o di De Falco? Essì, pare ormai che il contenzioso si riduca a quello, sempre anticipando la magistratura cui sola spetta il compito di giudicare. Ma in Italia siamo tutti bravi ad indossare la toga e ad emettere giudizi, senza Codice alla mano perlatro. Neanche avessimo tutti una Laurea in Legge.

Non so se vedrò la puntata. Forse solo perché, alla fine, sono curiosa e un po’ di tempo, oggi che è domenica, dovrei averlo. Sempre che non mi addormenti davanti alla tv! Nel caso rimanga sveglia e la trasmissione mi stimoli una qualche riflessione, aggiornerò il post.

AGGIORNAMENTO DEL POST, ORE 16.40

Sono riuscita a non dormire … è già qualcosa. La trasmissione mi è parsa pacata nei toni ( e meno male!) ma, secondo il mio parere, non ha aggiunto nulla a ciò che sappiamo. Lodevole lo sforzo di Massimo Giletti, il conduttore, di cercare la verità basandosi su dati oggettivi, i verbali e le intercettazioni (ancora una volta mi chiedo: è proprio necessario pubblicare tutto, ma proprio tutto tutto?), seppur da verificare, come egli stesso ammette.

In apertura mi ha lasciato interdetta l’intervista alla moglie del Comandante Schettino, abilmente ottenuta dal supermegadirettoregalattico del settimanale “Oggi” signor Umberto Brindani (e ho detto tutto!). La signora Fabiola Russo difende il marito e chiede che abbia fine questa persecuzione che ritiene inspiegabile. Con tutta la mia umana comprensione le sono vicina, tuttavia mi sembra un po’ ingenuo (e su questo mi trovo d’accordo persino con Giletti!) chiedersi come mai. Per il resto, preferisco tacere perché ripeterei ciò che ho già detto. Vorrei aggiungere solo questo: la figlia del comandante dal giorno del naufragio non va a scuola, presumibilmente per non esporsi al pubblico ludibrio che la pubblicazione delle telefonate tra De Falco e il suo papà ha scatenato. Ciò dà ragione ai miei timori e rafforza il mio disappunto espresso nel primo post dedicato all’argomento, dove mi esprimevo in questi termini:

«[…] trovo che i processi sommari fatti dalle televisioni, dai giornali, dalla gente comune negli uffici nei bar o sugli autobus siano poco rispettosi non del comandante – lo si può anche odiare e insultare, se si pensa che egli davvero meriti odio e insulti – ma di una famiglia che sta soffrendo, di una moglie che forse sta difendendo l’indifendibile, di una figlia esposta come il padre al pubblico ludibrio. Con la differenza che un adulto ha le spalle forti, un’adolescente no. E si sa quanto possano essere cattivi i coetanei, specie se influenzati dalle voci degli adulti.»

Infine, passata sul sito di “Oggi”, mi sono imbattuta, ahimè, nell’editoriale di Brindani, che senza mezzi termini, l’ha detto anche poco fa in trasmissione, sta con de Falco (“per tutta la vita”, per giunta), da cui estraggo questa parte:

«[…] esiste in mare una regola gerarchica precisa: quando il capitano di una nave lancia il mayday di fatto si spoglia del comando, che passa a chi coordina i soccorsi (e se qualcuno pensa che da Livorno dovessero usare un tono british forse non ha capito ciò che stava succedendo). Ma soprattutto perché, al di là di colpe e responsabilità specifiche, in Italia avremmo bisogno di tanti De Falco in più. Gente che, anche in maniera spiccia, ci richiami ai nostri doveri. Di cittadini.»

Immagino che possa affermare ciò con Codice marittimo (o come si chiama, mi scuseranno gli addetti ai lavori) alla mano. Eh sì, perché parrebbe cozzare con quanto sostenuto dall’Ammiraglio Schiano Lomorriello che a tale proposito osserva:

«[…] qualcuno mi dovrà pur spiegare in quale trattato di Diritto Marittimo o altra fonte normativa in merito al Soccorso e Salvataggio in mare sia scritto che il Comandante della Nave perde la Titolarietà del Comando quando è stato dichiarato l’ordine di “abbandono nave ” e che in tal caso detta prerogativa passa all’Organo soccorritore.»

Chi avrà ragione? Il direttore di un settimanale (seppur megagalattico) oppure un Ammiraglio delle Capitanerie di Porto? Io, personalmente, mi fido di quest’ultimo.

Buona domenica!

P.S. La Rettondini, la cui presenza all'”Arena” era stata anticipata dai media, non c’era. L’abbiamo scampata bella …

[immagine della signora Schettino tratta dal sito di “Oggi”, già linkato all’interno dell’aggiornamento]