17 novembre 2018

QUELL’ARZILLO NOVANTENNE CHIAMATO MICKEY MOUSE

Posted in attualità, bambini, cinema, cultura, Trieste tagged , , , , , , , , , a 10:21 pm di marisamoles


Novant’anni e non sentirli! Il 18 novembre 1928 presso il Colony Theater di New York nel corto Steamboat Willie fece la sua prima apparizione pubblica il topolino più famoso del mondo: MIckey Mouse. Il suo papà, Walt Disney, l’aveva già inserito in un altro corto, L’aereo impazzito, che però fu proiettato privatamente il 25 maggio dello stesso anno.

Mickey nacque dalla penna del suo disegnatore in un garage, nella massima discrezione della notte: Walt e del suo collaboratore Ub Iwerks, autore di quasi 700 animazioni al giorno, ebbero la geniale idea di dar vita al cartone animato destinato a rimanere nella storia.
Disney dichiarò di essersi ispirato a un topolino domestico che spesso gli faceva visita nei suoi uffici presso il Laugh-O-Gram Studio.
All’inizio aveva deciso di chiamarlo Mortimer Mouse; fortunatamente la moglie gli fece notare che quel nome appariva un tantino lugubre per un personaggio destinato ai bambini, quindi Walt decise di chiamarlo Mickey. Non sapeva che quel simpatico topino avrebbe conquistato il cuore di grandi e piccini per molte generazioni.

Al suo debutto, effettivamente, Mickey fu accolto un po’ tiepidamente ma il suo creatore, senza lasciarsi scoraggiare, decise di preparare un secondo film, Topolino Gaucho, in cui compare l’inseparabile Minnie e fa la sua apparizione l’acerrimo nemico di Topolino, il gatto Gambadilegno.

Quando al cinema arrivò il sonoro, Disney decise di creare un film con il sonoro sincronizzato, Steambot Willie, ispirandosi a una comica di Buster Keaton, e dando lui stesso la voce a Topolino. Il debutto con il sonoro stentò a decollare tanto che Disney, non trovando alcun distributore, decise di proiettarlo al Colony Theater di New York per cercare l’approvazione del pubblico. Il successo sia di pubblico sia di critica fu clamoroso: era nata una stella destinata a splendere a lungo.

Nel 1929 si assiste alla vera e propria esplosione del personaggio di Mickey Mouse, tanto che l’anno successivo Madame Tussaud gli rende omaggio con una statua di cera.
In breve furono creati tutti gli altri personaggi di Mousetown (Topolinia): Pippo, Pluto, Tip e Tap, Clarabella, Orazio, il Commissario Basettoni, Macchianera seguiti da tutta la gang di Paperino, quindi Zio Paperone, Paperina, Gastone, Nonna Papera, Ciccio, Qui, Quo e Qua…

Alcune curiosità sul suo aspetto. Una delle caratteristiche di Topolino sono le quattro dita per mano, che dal 1929 (nel corto The Opry House) saranno infilate per sempre dentro i guanti bianchi. Disney spiegò che disegnare Mickey Mouse con quattro dita anziché cinque era più semplice per riprodurre i movimenti. I guanti bianchi servivano invece a distinguere meglio le mani dal resto del corpo di colore nero.

Un altro tratto distintivo sono le orecchie che costituiscono in un certo senso il marchio di fabbrica della Disney. Infatti, tutti i “luoghi” targati Disney celano i “tre cerchi” che formano le celebri orecchie, in posti a volte evidenti, altre volte impensabili. Anche nelle pellicole della Disney, dai classici in poi, sono ben nascoste le famose orecchie; c’è chi dice che ne esistano almeno 1000, ma il numero esatto è sconosciuto.

Forse non tutti sanno che a Trieste, sulla riviera di Barcola dove ogni anno si svolge la famosa regata velica (la “Barcolana”), c’è uno stabilimento balneare chiamato “Topolini” perché, almeno così sembra, è costituito da due gruppi di terrazze semicircolari, in origine una destinata alle donne e l’altra agli uomini, che ricordano proprio le orecchie di Topolino. L’origine del nome è oggetto di contrastanti vedute, tuttavia personalmente la trovo affascinante.

TIME Magazine ha definito le orecchie di Topolino come “una delle più grandi icone del XX e del xxi secolo”. Nulla di cui meravigliarsi, dunque, se oggi quelle orecchie vantano 3,4 milioni di like sulla Fanpage di Facebook, un posto nella Walk of Fame di Hollywood e un fotoritratto con quasi tutti i Presidenti degli Stati Uniti.

Nel 1932 Disney ricevette un Oscar speciale proprio per la creazione di Topolino. Da quel momento tutto il mondo si interessò al personaggio, che di lì a poco sarebbe sbarcato in Italia con un giornale illustrato tutto per sé. Seguirono i gadget che ancor oggi sono ambiti, non solo dai bimbi. Quando nel 1933 fu prodotto il primo orologio da polso con le lancette di Mickey Mouse costava 3 dollari e 75 centesimi. Oggi lo stesso orologio, se originale, è valutato intorno ai 6mila dollari.

Il successo e la fama di Mickey sembra non avere fine: nel 2004 Mickey generava da solo ricavi di 5,8 miliardi di dollari l’anno e “Forbes” lo definì “il personaggio di Fantasia più redditizio della storia”.

Vi lascio con un breve video tratto dal film d’animazione “Fantasia”, prodotto da Walt Disney nel 1940. Topolino indossa le vesti di un apprendista stregone sulle note della sinfonia di Dukas, illustrata dall’omonima ballata di Goethe. La trama divenne celebre grazie alla musica di Dukas al punto che ancora oggi il modo di dire “apprendista stregone” indica una situazione (di un singolo individuo o di una intera comunità, addirittura di una nazione) iniziata con faciloneria e troppa sicurezza e poi precipitata in un futuro incerto e denso di incognite.

Sicuramente non è incerto il futuro di Topolino: un arzillo novantenne che ha ancora tanta voglia di divertire e divertirsi!

[fonti: www.bigodino.it, ilmiolibro.kataweb.it, Il Piccolo.it; immagine da questo sito]

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19 agosto 2018

GENOVA: CROLLA IL PONTE MA NON LA SPERANZA

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Ciò che resta del ponte Morandi, il 14 agosto 2018
(PIERO CRUCIATTI/AFP/Getty Images)


Una settimana strana questa che sta finendo. La settimana di Ferragosto, periodo in cui la gente si libera dai fardelli quotidiani e ha voglia di evadere, fosse anche per una gita fuori porta.

Ferragosto segna, in qualche modo, lo spartiacque tra l’estate che ha goduto del sole e della luce di lunghe giornate e l’anticipo del tempo autunnale caratterizzato da giornate sempre più parche di luce. Per questo se il 15 agosto “cade” a metà settimana, come quest’anno, la possibilità di cogliere l’occasione per un “ponte” si fa ghiotta. C’è chi ha approfittato dello scorso week-end, prolungandolo fino al mercoledì, e chi invece ha pensato di godersi il “ponte” fino a questa domenica. Qualunque sia stata la scelta, il Ferragosto di quest’anno rimarrà nelle nostre memorie come il più sanguinoso di tutti.

I ponti, quelli veri, a volte crollano. Qualunque ne sia il motivo, incuria, superficialità o incapacità decisionale, difficilmente si tratta di eventi imprevedibili. Ne sapeva qualcosa il pontifex dell’antica Roma, il cui nome deriva proprio dalla locuzione pontem facere e quindi il titolo di questa figura si poteva tradurre con “costruttore di ponti”. E i ponti erano importanti allora e adesso perché uniscono. Il pontifex era una figura anche religiosa però allo stesso tempo si occupava della giustizia e garantiva ai cittadini la tutela dei sacra privata, senza rinunciare a quella dei beni pubblici. La sicurezza è uno di questi, almeno dovrebbe esserlo.

La settimana che sta finendo è stata caratterizzata dai ponti. Il “ponte” di Ferragosto che avrebbe dovuto portare spensieratezza e quello costruito a Genova dall’ingegner Morandi nel lontano 1967. Un ponte molto trafficato soprattutto in occasione delle festività. Un ponte che la vigilia di Ferragosto ha portato lacrime e sangue, trascinando con sé la felicità, i sogni e i progetti di molte famiglie, assieme alla struttura caratterizzata dagli “stralli” che vagamente ricordano il ponte di Brooklin, tanto da essere esso stesso chiamato così dai genovesi.

La settimana che sta terminando è stata caratterizzata da altri eventi dolorosi e tristi ma il crollo del ponte Morandi pare abbia messo in secondo piano ogni cosa.

Poche ore prima del disastro di Genova un nuovo attentato nel cuore di Londra, fortunatamente senza gravi conseguenze, ha riportato la paura degli attentati terroristici che da troppo tempo hanno tolto serenità agli abitanti delle grandi città europee.
Il 17 agosto, a un anno da quel tragico evento, si è ricordato l’attentato sulla rambla di Barcellona ma anche questa notizia è passata in secondo piano. Anche se i morti di oggi, i nostri morti non sono certamente più importanti.

Il 16 agosto, dopo una lunga malattia, se n’è andata Aretha Franklin, voce indimenticabile in un panorama musicale che si fa sempre più scarno di interpreti destinati all’immortalità.

Il 18 agosto un terremoto caratterizzato da forti scosse ha riportato la paura nel centro-sud Italia. Nessuna vittima, danni ad alcuni edifici ma gli abitanti del Molise hanno rivissuto i tragici momenti del violento sisma che poco meno di un anno, il 24 agosto, ha sconvolto le Marche. Anche questo evento, non così tragico né luttuoso ma ugualmente drammatico per chi l’ha vissuto, non ha occupato le prime pagine dei quotidiani.

epa06955571 (FILE) – Former UN Secretary General Kofi Annan speaks to students about his memoirs, ‘Interventions: A Life in War and Peace’, at the London School of Economics in London, Britain, 04 October 2012 (reissued 18 August 2018). According to reports, the former UN secretary general Kofi Annan died on 18 August 2018 at the age of 80. EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

Ieri, all’età di 80 anni, è morto l’ex Segretario delle Nazioni Unite, nonché Premio Nobel per la Pace, Kofi Annan. I nove anni del suo mandato, dal 1997 al 2006, sono stati contrassegnati da eventi che non possiamo dimenticare, primi fra tutti gli attentati di al Qaeda a New York e Washington, l’invasione dell’Iraq da parte degli USA e altri fatti storici importanti. L’uomo della pace passed away peacefully, come annuncia la famiglia sui social. E non poteva concludere diversamente la vita terrena.

E poi ci sono i 43 morti della tragedia di Genova. Alcuni sul ponte maledetto transitavano spensierati con la mente già in vacanza, alcuni dal periodo di ferie stavano tornando, altri stavano lavorando sui camion, tutti divorati dal crollo del ponte; altri, trovandosi al di sotto, sono rimasti schiacciati dall’imponente porzione crollata.

Questi morti in particolare hanno portato lacrime e rabbia, hanno smosso le coscienze ma anche inconsapevolmente hanno scatenato rimpalli di responsabilità che ci lasciano disorientati. Chi arriva dopo darà sempre la colpa a chi lo ha preceduto. Lo sappiamo bene noi insegnanti di fronte all’impreparazione di bambini e ragazzi. Ma è troppo facile assolversi puntando il dito contro gli altri.

E in attesa che qualcosa cambi nel nostro Paese, che si passi dal “faremo” e “vedremo” all’ “agiamo ora” perché domani sarà troppo tardi, la parola più gettonata è “giustizia”, sulla bocca di tutti: familiari delle vittime senza più lacrime da spargere, sfollati che hanno lasciato le proprie case, politici dalle facili promesse, magistrati cauti per provata esperienza, cittadini comuni poco disposti ad accettare una cosa così grande e terribile. Ma la giustizia ha i suoi tempi e non rispetta i tempi che il dolore vorrebbe.


Un ponte è crollato ma non la speranza che si possa vivere in armonia, finalmente uniti e non solo dalla tragedia di un ponte crollato e solo per il tempo che la memoria concederà.
Particolarmente toccanti, durante i funerali di alcune delle vittime del ponte Morandi, sono state a mio parere le parole dell’imam che ha pregato per due delle vittime di religione islamica, davanti all’altare allestito in un padiglione della Fiera di Genova e sotto lo sguardo sofferente di un Cristo in croce.

«Siamo vicini a tutti voi e chiediamo pace e consolazione al Signore che con la sua infinita misericordia ci ha insegnato il valore dei ponti con il primo ponte simbolico che ha unito il primo uomo e la prima donna, e ci ha reso consapevoli delle nostre responsabilità, e ci chiede di pregare per le anime delle vittime e di consolare chi è rimasto.

Preghiamo per Genova, la Superba: saprà rialzarsi con fierezza la nostra Genova, la Zena che in arabo vuol dire la “bella”, ed è nei nostri cuori. Le comunità islamiche della Liguria e dell’Italia intera pregano affinché la pace sia con tutti voi, chiedono che il Signore protegga l’Italia e gli italiani.»

Genova la bella, la superba, saprà rialzarsi.

L’Italia tutta tra le lacrime prega per i suoi morti e a gran voce invoca dignità. La dignità che davvero ci meritiamo e che non deve rimanere parola astratta che accompagna un asettico elenco che chiamano Decreto.

In memoria delle vittime più piccole, due bambini di 9 anni e due adolescenti di 12 e 16, mi piace concludere con una poesia di Marziale, poeta latino del I secolo d.C., dedicata a una bimba morta prematuramente: la piccola Erotion.

NEC ILLI TERRA, GRAVIS FUERIS: NON FUIT ILLA TIBI.

[immagine del ponte da questo sito; immagine di Aretha da questo sito; foto di Kofi Annan da questo sito; immagine funerali di Stato da questo sito; immagine con il testo della poesia prodotta con quozio.com]

6 luglio 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ECCO IL DOGGYBAR PER GLI AMICI CANI

Posted in animali, attualità, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, società tagged , , , , , , , , , , , a 4:11 pm di marisamoles


Si tratta di un brevetto targato Friuli. Il Doggybar è stato, infatti, inventato da un da un cormonese, Marco Mersecchi, assieme al team con cui collabora nella sua azienda di design.

Il nuovo dispositivo, che potrebbe essere visibile a breve all’esterno di molti locali non solo nella città di Cormons (Gorizia), è costituito da una ciotola che nella forma ricorda proprio gli amici cani. Il Doggymar è dotato di un piccolo contenitore in cui si può posizionare dell’acqua o delle crocchette per far felici i miglior amici dell’uomo e anche i padroni.

«È un’idea che mi è venuta prima di addormentarmi – racconta Mersecchi – Il giorno dopo ne ho parlato con i miei collaboratori e ci siamo messi subito all’opera, brevettando il piccolo manufatto in pochissimo tempo. È un servizio pet-friendly in più».

Questa invenzione è giustificata soprattutto dall’incremento notevole dei cani e gatti, ma più in generale degli animali da compagnia, osservato negli ultimi anni nel nostro Paese. Secondo i dati recenti, in Italia 60 milioni di animali abitano nelle nostre case. Oltre ai cani e ai gatti, gli animali da compagnia per eccellenza, si contano i pesci, i più diffusi per numero, ma anche altre specie come furetti e rettili.

All’inizio del 2015 i cani registrati, tramite tatuaggio o microchip, erano poco più di 6 milioni; in tre anni sono diventati 10 milioni, con un incremento del 40%.

A Cormons l’amore verso gli animali è diffuso. I dati ufficiali disponibili (relativi alla fine del 2015) parlano infatti di oltre 1200 cani censiti nelle varie famiglie: su un totale di circa 7500 abitanti, ne deriva che c’è un cagnolino più o meno ogni sei cormonesi, praticamente uno ogni due famiglie. Non stupisce, dunque, che Marco Mersecchi abbia pensato a brevettare il Doggybar, con la speranza che il suo dispositivo possa presto diffondersi anche al di fuori della regione Friuli – Venezia Giulia.

Allora grazie Marco, per aver pensato ai migliori amici dell’uomo.

[Fonte: Il Piccolo anche per l’immagine: altra fonte: zampefelici.it]

20 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL SOGNO DI “DONNA LUPITA”

Posted in attualità, donne, La buona notizia del venerdì, scuola, società tagged , , , , , , , , a 8:43 pm di marisamoles


Anche questa settimana una buona notizia che conferma quanto sia attuale il detto “non è mai troppo tardi”.

Donna Lupita è una signora messicana che, dopo aver dedicato la vita al duro lavoro nei campi, ha pensato di recuperare ciò che le era stato vietato in gioventù: imparare a leggere e scrivere. In meno di quattro anni ha recuperato tutte le elementari e le medie, frequentando corsi di istruzione per adulti. Non contenta, ha deciso di iscriversi in un istituto superiore perché il suo sogno è quello di diventare maestra. Ma non esclude di continuare gli studi all’università.

Non ci sarebbe nulla di speciale se la signora in questione non avesse… 96 anni! I capelli grigi tradiscono la sua età, la pelle è rovinata dal duro lavoro nei campi di grano e di fagioli o al mercato dove vendeva i polli. Guadalupe Palacios – questo il suo vero nome- da pochi giorni siede tra i banchi della scuola superiore di Tuxtla Gutierrez. L’obiettivo è finire le superiori a 100 anni, iscriversi all’università e diventare «chissà, un giorno» maestra d’asilo.

Per ora afferma di non poter frequentare le lezioni con regolarità, per impegni familiari seri. Nell’aula scolastica che l’accoglie è circondata da compagni che hanno 80 anni meno di lei e sicuramente avranno molto da imparare da questa tenace e arzilla nonnina.

[Fonte del post e immagine Corriere.it]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

13 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SI LAUREA A 82 ANNI PER AMORE DELLA MOGLIE SCOMPARSA

Posted in attualità, filosofia, La buona notizia del venerdì, Università tagged , , , , , , a 11:29 pm di marisamoles


Italo Spinelli è una figura molto popolare a Finale Emilia, dove ha vissuto 52 anni assieme alla moglie Angela. Poi un giorno, rimasto vedovo, ha pensato che una risposta sulla sopravvivenza dell’anima dopo la morte ci debba essere da qualche parte. Così, dopo una vita passata a fare il meccanico nello stabilimento Fiat di Modena, oggi chiuso, che fabbricava macchine agricole, quasi ottantenne ha pensato di dedicarsi allo studio iscrivendosi all’università di Macerata.

A 82 anni da pochi giorni Italo è diventato il dott. Spinelli. Ha discusso una tesi su Tommaso Moro alla Facoltà di Filosofia. La scelta non è casuale. Infatti l’arzillo ottantenne così spiega la sua decisione:

«Nel 2014 è venuta a mancare mia moglie Angela. Un tumore al polmone, dei più cattivi, se l’è portata via in pochi mesi dopo 52 anni trascorsi assieme. Lei è stata quella che mi ha sempre sostenuto, con l’amore e in senso materiale, anche nei momenti difficili, che ci sono stati. Da quel giorno ho cominciato a chiedermi: “La rivedrò?”, “Dove è finita?”. O ancora: ”Ce l’abbiamo davvero un’anima?”. Insomma, dovevo trovare una risposta alla morte di mia moglie».

Nell’articolo apparso sul Corriere Spinelli spiega di aver scelto l’università di Macerata, al posto della più vicina Ferrara, perché non c’era l’obbligo di frequenza. Ha seguito, quindi, le lezioni on line («Te le scaricavi sul computer e te le seguivi una, due, tre volte se necessario.», spiega), imparando a usare internet e studiano due o tre ore al giorno.

Alla fine, l’ambito “pezzo di carta” è arrivato, con tanto di festeggiamenti da parte dei suoi concittadini, sindaco in testa.

Questa, secondo me, è una buona notizia perché insegna che quando c’è una buona motivazione, l’impegno porta al traguardo finale. Soprattutto penso ai tanti giovani che vorrebbero ottenere tutto senza tanta fatica e spesso ci mettono il doppio degli anni per laurearsi, senza nemmeno dare troppo valore a ciò che apprendono.

Per Italo sarebbe stato certamente più semplice andare in chiesa e parlare con il parroco che avrebbe saputo dare una risposta alla sua domanda. Ma gli studi di filosofia che l’hanno tenuto impegnato per cinque anni gli hanno poi chiarito i suoi dubbi?

«Mi ha aiutato la lettura del filosofo Pascal e della sua scommessa. Conviene avere fede, perché in quel caso almeno ci saremo garantiti la beatitudine. E alla fine credo che sì, una volta chiusi gli occhi per sempre, rivedrò la mia Angela».

Evidentemente sì.

[immagine da questo sito; © foto Calavita]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

6 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: I NETTURBINI TURCHI CHE SALVANO I LIBRI

Posted in attualità, cultura, La buona notizia del venerdì, libri, società tagged , , , , , a 4:01 pm di marisamoles


A Çankaya, un quartiere di Ankara, alcuni addetti alla nettezza urbana hanno raccolto dalle immondizie e salvato migliaia di libri.

La raccolta, iniziata per uso personale, è stata poi allargata a tutti i lavoratori e alle loro famiglie. Ma nel tempo il numero dei volumi salvati è aumentato talmente tanto che, in accordo con il sindaco di Çankaya, è stata creata una vera e propria biblioteca pubblica. L’iniziativa è piaciuta agli abitanti del quartiere che hanno iniziato a consegnare agli addetti i libri che non desideravano più tenere donandoli alla biblioteca.

Il luogo scelto è una ex fabbrica di mattoni della zona, che i netturbini hanno arredato con scaffali e tavoli di lettura. Nella biblioteca dei libri salvati ci sono anche delle tavole da scacchi, un caffè e perfino un barbiere. Insomma, una vecchia fabbrica abbandonata è diventata un luogo di aggregazione e ha reso felici molti bibliofili.

Ad oggi, la biblioteca conta più di seimila libri tra letteratura e saggistica, libri per bambini, fumetti e manuali scientifici. Sono addirittura presenti libri in inglese e in francese per i turisti o per i visitatori bilingui. Tutti possono essere presi in prestito per due settimane, o poco più, in caso di necessità, da chiunque lo voglia. La biblioteca è cresciuta enormemente da quando è stata inaugurata, al punto che ha intrapreso ad effettuare diverse donazioni ad altri enti a cui mancano i libri, tra cui scuole, programmi di formazione e persino alle prigioni.

Leggendo questa buona notizia, è stato inevitabile per me fare un confronto con un fatto di cronaca accaduto di recente in Italia: un’operatrice ecologica che prestava servizio a Torino è stata accusata di furto e licenziata perché, a detta dell’azienda per cui lavorava, si è impossessata di un giocattolo trovato tra i rifiuti, contravvenendo al regolamento interno che stabilisce il divieto di appropriarsi degli oggetti destinati alla raccolta. (QUI la notizia)

Che dire? Evidentemente noi italiani abbiamo qualcosa da imparare dai turchi.

UN’ALTRA BUONA NOTIZIA: Hay-on Wye: il paradiso dei lettori e dei librai

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte della notizia: fanpage.it ]

30 marzo 2018

VIA CRUCIS

Posted in attualità, Gesù, Pasqua, religione tagged , , , , , , , a 9:04 pm di marisamoles


“Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Luca 14,27)

Conoscete il detto: “ognuno ha la sua croce da portare”? Deriva da questa osservazione che Gesù rivolge, prima ancora di essere condannato, ai suoi discepoli, intendendo che il percorso da compiere è difficile e la cosa peggiore è essere soli nell’affrontare i momenti critici.

Al di là del messaggio cristiano, è innegabile che questa “croce”, a volte più pesante e altre più leggera, ce la portiamo appresso e spesso a causa nostra. È un difetto tipicamente umano quello di “caricarsi”, a volte questi pesi ce li cerchiamo, altre li riteniamo più pesanti di quanto effettivamente siano.

Forse dovremmo imparare ad essere più “leggeri”, a sgravarci dei fardelli che rendono la vita così complicata. Pesi a cui attribuiamo la nostra incapacità di essere felici, di goderci i piaceri della vita, piccoli o grandi che siano.

“Devo, devo, devo” nel nostro lessico quotidiano sostituisce “posso, posso, posso”. Dovere e potere per la grammatica sono verbi servili. Ma se lasciamo chiuse le pagine del dizionario e apriamo quelle del nostro cuore, quei verbi sono al nostro servizio, un piccolo aiuto per la nostra serenità.

Non solo devo ma posso e anche voglio. Se ci concentriamo solo sui doveri costruiamo una barriera alle nostre infinite potenzialità. Possiamo fare realmente tanto, pur senza trascurare i doveri, anche nei confronti delle persone care che magari hanno bisogno di noi.

Una buona azione, un atto di altruismo possono allontanarci dall’egoismo imperante in questa nostra società in cui tutti si lamentano di ciò che non hanno, guardando l’erba del vicino sempre più verde e ignorando l’aridità del proprio cuore.

Basta poco per sentire più lieve il peso della nostra croce.

VIA CRUCIS. MEDITAZIONI E PREGHIERE di SUSANNA TAMARO

MEDITAZIONE (V Stazione. Gesù è aiutato da Simone di Cirene a portare la croce)

Che seccatura! Quante volte ci capita nel corso delle nostre giornate di essere attraversati da questo pensiero. A un tratto la nostra routine viene interrotta da qualcosa di imprevisto, e questo qualcosa ci costringe a uscire da noi stessi.
Così succede al Cireneo. Già pregusta la pace che godrà appena sarà a casa quando qualcuno gli butta sulle spalle la croce di un condannato. […]
Tuttavia accetta. Deve accettare perché sono i soldati, il potere brutale a cui è impossibile opporsi, che su di lui pongono il giogo della croce. Obbedisce per timore, ma quel gesto di sottomissione, apparentemente così umiliante, fa irrompere in lui una nuova e imprevista dimensione della vita.

PREGHIERA

Signore Gesù, l’abitudine è una grande nemica della pienezza dell’uomo. Distinguiamo ciò che per noi va bene da ciò che non ci piace e, con devozione, seguiamo la via tracciata dal nostro ego. Non facciamo niente di male, diciamo. Ed è davvero così, apparentemente non c’è alcuna volontà maligna in questo quieto susseguirsi dei giorni. […]
Signore Gesù, fa’ che nella vita di tutti i giorni sappiamo dire “Sì” a tutto ciò che scompiglia i nostri minuscoli piani; fa’ che il nostro cuore sia sempre aperto al soffio dello Spirito Santo, segreto condottiero dei nostri giorni.
Soffio di Luce, soffio di Sapienza, soffio di incendio.

[tratto dall’edizione Bompiani, 2014]

immagina di Susanna Tamaro da questo sito

23 marzo 2017

ECCO URSUS, LA GRU PIU’ FAMOSA DELLA TV… GRAZIE A #LAPORTAROSSA

Posted in attualità, spettacolo, televisione, Trieste, web tagged , , , , , , , , , , , a 6:05 pm di marisamoles


Ha chiuso in bellezza, con il 14.1% di share (3.471.000 spettatori), l’ultima puntata della fiction targata Rai2 “La Porta Rossa”. Ideata da Carlo Lucarelli per la regia di Carmine Elia, la fiction ha visto come protagonisti gli attori Lino Guanciale, nelle vesti di Leonardo Cagliostro, poliziotto-fantasma, Gabriella Pession che ha interpretato Anna Mayer, la moglie, nonché vedova, di Cagliostro e Valentina Romani, nei panni di una ragazza sedicenne con il potere di vedere e interagire con i morti. La trama aveva tutti ingredienti per tenere incollati davanti alla tv milioni di telespettatori, con una suspance per niente mitigata dall’assurda, se vogliamo, figura del protagonista che, da morto, riesce a risolvere i casi più difficili della sua carriera, compresa la sua morte.

Ma la vera protagonista di questa fiction, per cui è già in programma il seguito (si sa che i fantasmi non muoiono mai e a Guanciale il ruolo è assicurato!), è stata la splendida città di Trieste che, grazie alla Film Commission Friuli-Venezia Giulia, sempre più rappresenta il set ideale per cinema e tv.

Ho letto sui social e sui quotidiani commenti entusiastici sulla città giuliana: il mare, l’altopiano carsico, gli splendidi edifici, in molti dei quali ancora si respira un’atmosfera austro-ungarica, le luci che si specchiano sulle acque del golfo, i locali caratteristici come il Caffè San Marco… insomma, un set davvero strabiliante.
Ma la protagonista assoluta della fiction, nonché la più ammirata dai telespettatori e dai fan de #laportarossa, è stata senza ombra di dubbio Ursus. Lo stesso Guanciale, in un tweet, ha lasciato presagire un seguito alla fiction salutando Ursus con un arrivederci.

Per chi, come me, ha vissuto e vive a Trieste, Ursus è un’istituzione, quasi alla pari con il “melone” (l’acroterio simbolo di Trieste insieme all’alabarda) che un tempo sovrastava il campanile di San Giusto, la cattedrale cittadina. Ma cos’è Ursus?


Ursus è la gru galleggiante che ha oltre cent’anni, essendo stata varata il 29 gennaio del 1914, e che attualmente è ormeggiata a una banchina del Porto Vecchio. Dal luglio del 2011 è monumento nazionale e questo status giuridico la protegge dallo smantellamento, anche se necessita in modo evidente di un restauro, aggredita com’è da salsedine e ruggine.

Per 80 anni Ursus ebbe il primato della gru galleggiante più potente del Mediterraneo. Con i suoi quasi 80 metri di altezza e una stazza maggiore di 1000 tonnellate, fu progettata per costruire a Trieste le nuove corazzate della Marina imperiale austroungarica che avrebbero dovuto superare per dislocamento e calibro delle artiglierie la Viribus Unitis e le altre tre unità della stessa classe. Allo scoppio della prima guerra mondiale, le risorse economiche destinate alle nuove potenti corazzate furono azzerate e, di conseguenza, anche Ursus rimase un progetto irrealizzato.
Si dovette aspettare il 1930 per riprendere i lavori: infatti per costruire il nuovo transatlantico, il Conte di Savoia, la presenza di una potentissima gru galleggiante sarebbe stata indispensabile. L’Ursus fu completato nel dicembre del 1931 e iniziò subito a fornire un supporto prezioso all’attività del San Marco.

Ursus è decisamente la gru dei record: ad esempio l’installazione dei tre giganteschi giroscopi Sperry, ciascuno dalla massa di 150 tonnellate, che avevano il compito di smorzare il rollio del Conte di Savoia, fu possibile grazie al supporto di Ursus che sollevò i giroscopi a 40 metri d’altezza per favorire il loro inserimento nello scafo del transatlantico. In seguito Ursus partecipò alla costruzione della Vittorio Veneto e della Roma, le sfortunate corazzate della Marina italiana impiegate durante la seconda guerra mondiale. Infine il pontone fu di supporto alla realizzazione dell’ultimo transatlantico del nostro Paese, la Raffaello, che costituì anche l’ultima commissione prestigiosa per il cantiere San Marco di Trieste.

Protagonista di un’insolita navigazione in solitaria, la gru galleggiante fu sospinta al largo, nonostante la notevole stazza e l’ancoraggio, dalla bora che, incurante del passato glorioso di Ursus, la trattò come fosse una barchetta di carta. Era l’inizio di marzo del 2011 e il vento fortissimo portò la gru a più di tre miglia dalla costa. Fu recuperata, mentre andava alla deriva, dai rimorchiatori che l’hanno raggiunta, affrontando un mare spumeggiante e impossibile. (ne ho parlato QUI)

Insomma, una brutta avventura fortunatamente finita bene per Ursus. Mai, tuttavia, avrebbe pensato di diventare in qualche modo la protagonista di una serie televisiva. Ormai in tutta Italia è diventata una specie di star. Speriamo solo che il restauro annunciato e mai realizzato si faccia in tempi brevi, magari con il contributo della Film Commission FVG.

[immagine Ursus da questo sito; alcuni spunti per il post sono presi da questo articolo de Il Piccolo]

30 settembre 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: COME TI COSTRUISCO UN GRATTACIELO IN LEGNO

Posted in attualità, La buona notizia del venerdì, Milano tagged , , , , , , , , a 7:15 pm di marisamoles

grattacieli_legno
Ma le case in legno durano? E non prendono fuoco più facilmente? Ma saranno antisismiche? Vabbè, ma al massimo si potrà costruire una casetta, mica un grattacielo!

Ebbene, tutte queste domande hanno una risposta.

Le case in legno resistono anche più di 1.000 anni! Incredibile, no?

Non bruciano perché il materiale di costruzione detto CLT, uno speciale laminato ottenuto dalla sovrapposizione di più strati di legno incollati uno sopra l’altro con angolazioni definite, essendo molto compresso tende a non bruciare, proprio come un caminetto o una stufa troppo piene di legna faticano ad accendersi.

Le case in legno sono pure antisismiche, se consideriamo che il Tempio della Legge Fiorente, una pagoda di 5 piani alta 32 metri, in Giappone, è stata costruita con tronchi tagliati nel 594 d.C. e da allora ha resisito senza grossi traumi agli agenti atmosferici, agli incendi e a molti terremoti.

Se pensiamo alla tipica “casetta in Canadà”, ci sbagliamo: attualmente l’edificio in legno più alto del mondo si trova in Norvegia, a Bergen, e ha 14 piani. Un primato destinato ad essere superato a breve: alla fine del prossimo anno la University of British Columbia, in Canada, inaugurerà un residence per studenti di 18 piani.

Insomma, pare che gli architetti moderni siano tornati all’antico. L’utilizzo del legno, ovviamente associato alle nuove tecnologie, viene scelto come materiale di costruzione anche per il basso impatto ambientale: la costruzione di un palazzo in legno ha un’impronta ecologica fino al 75% inferiore rispetto a quella di un edificio tradizionale.

E se pensate alle foreste abbattute, state tranquilli: tutto il materiale proviene da foreste gestite nel rispetto ambientale, tramite un processo di disboscamento ecosostenibile.
Senza considerare i vantaggi: la costruzione con il legno è meno cara e molto più veloce rispetto a quella tradizionale. I cantieri per l’edificazione con il legno richiedono infatti meno attrezzature e meno mezzi rispetto al cemento armato.

A questo punto è doveroso chiederci quando anche in Italia si penserà alle case in legno, anche per arginare la cementificazione che di per sé non è un bello spettacolo. Pare che qualcosa si stia già muovendo: a Milano, per esempio, è stato realizzato Cenni di Cambiamento, un complesso residenziale composto da 4 torri di 9 piani costruite con pannelli portanti in CLT. Si tratta del più grande progetto europeo che utilizza questa tecnologia per altezza complessiva e per numero di unità abitative insieme.

Dunque, non siamo proprio l’ultima ruota del carro. E questa è senz’altro un’ottima notizia!

[fonte della notizia: Focus.it; nell’immagine, da questo sito, il progetto della Tall Wood Building, torre di 30 piani nel cuore di Vancouver]

3 settembre 2016

JE NE SUIS PAS CHARLIE

Posted in attualità, stampa estera, web tagged , , , , , a 2:01 pm di marisamoles

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Sul web la polemica infuria: tutti (o quasi, perché c’è chi tenta di dar lezioni di interpretazione e analisi del fumetto satirico) contro la rivista satirica francese Charlie Hebdo, tristemente nota per l’attentato del 7 gennaio 2015, dove morirono 11 persone, tra cui il direttore Charb e alcuni vignettisti.

Allora anch’io avevo gridato “Je suis Charlie”, nonostante non stessi completamente dalla parte della rivista che trovo faccia satira di cattivo gusto (e i fatti più recenti mi hanno dato ragione), ma in primo luogo ritengo debba essere difesa la libertà di espressione e in secondo luogo non si poteva, allora, rimanere indifferenti davanti a tanto sangue, davanti a una strage così assurda.

Ma, come penso sappiate, la rinata rivista satirica ha recentemente pubblicato una vignetta sul terremoto che ha colpito il Centro Italia, scatenando moltissime reazioni, per la maggior parte di dissenso. Come risposta, Charlie Hebdo ha pubblicato on line un’altra vignetta che offende ancor di più gli Italiani.

Io mi rifiuto di pubblicare i disegni incriminati (li potete vedere QUI). Dico solo che la satira è satira ma c’è un limite invalicabile che è quello del rispetto nei confronti di persone che soffrono.

Nel terremoto che ha sconvolto paesi di tre regioni, ci sono persone che hanno perso i propri cari e, anche se sopravvissute, sono rimaste senza casa, senza lavoro, con di fronte a sé un futuro incerto.

Noi non siamo islamici, non metteremo bombe, non spareremo ma non per questo dobbiamo tacere. Io esprimo tutto il mio disperezzo per il fumettista e i responsabili di Charlie Hebdo, che credo abbiano oltrepassato il limite della civiltà e del buon gusto, senza nemmeno ottenere lo scopo che la satira si prefigge: una sana risata.

Ora abbiamo bisogno di sorridere, è vero, con un po’ più di fiducia nel domani. Ma non abbiamo ancora smesso di piangere le vittime e l’incuria umana che, più della natura stessa, ha provocato questo disastro.

Je ne suis pas Charlie. Non più.

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