6 luglio 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ECCO IL DOGGYBAR PER GLI AMICI CANI

Posted in animali, attualità, Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, società tagged , , , , , , , , , , , a 4:11 pm di marisamoles


Si tratta di un brevetto targato Friuli. Il Doggybar è stato, infatti, inventato da un da un cormonese, Marco Mersecchi, assieme al team con cui collabora nella sua azienda di design.

Il nuovo dispositivo, che potrebbe essere visibile a breve all’esterno di molti locali non solo nella città di Cormons (Gorizia), è costituito da una ciotola che nella forma ricorda proprio gli amici cani. Il Doggymar è dotato di un piccolo contenitore in cui si può posizionare dell’acqua o delle crocchette per far felici i miglior amici dell’uomo e anche i padroni.

«È un’idea che mi è venuta prima di addormentarmi – racconta Mersecchi – Il giorno dopo ne ho parlato con i miei collaboratori e ci siamo messi subito all’opera, brevettando il piccolo manufatto in pochissimo tempo. È un servizio pet-friendly in più».

Questa invenzione è giustificata soprattutto dall’incremento notevole dei cani e gatti, ma più in generale degli animali da compagnia, osservato negli ultimi anni nel nostro Paese. Secondo i dati recenti, in Italia 60 milioni di animali abitano nelle nostre case. Oltre ai cani e ai gatti, gli animali da compagnia per eccellenza, si contano i pesci, i più diffusi per numero, ma anche altre specie come furetti e rettili.

All’inizio del 2015 i cani registrati, tramite tatuaggio o microchip, erano poco più di 6 milioni; in tre anni sono diventati 10 milioni, con un incremento del 40%.

A Cormons l’amore verso gli animali è diffuso. I dati ufficiali disponibili (relativi alla fine del 2015) parlano infatti di oltre 1200 cani censiti nelle varie famiglie: su un totale di circa 7500 abitanti, ne deriva che c’è un cagnolino più o meno ogni sei cormonesi, praticamente uno ogni due famiglie. Non stupisce, dunque, che Marco Mersecchi abbia pensato a brevettare il Doggybar, con la speranza che il suo dispositivo possa presto diffondersi anche al di fuori della regione Friuli – Venezia Giulia.

Allora grazie Marco, per aver pensato ai migliori amici dell’uomo.

[Fonte: Il Piccolo anche per l’immagine: altra fonte: zampefelici.it]

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20 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL SOGNO DI “DONNA LUPITA”

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Anche questa settimana una buona notizia che conferma quanto sia attuale il detto “non è mai troppo tardi”.

Donna Lupita è una signora messicana che, dopo aver dedicato la vita al duro lavoro nei campi, ha pensato di recuperare ciò che le era stato vietato in gioventù: imparare a leggere e scrivere. In meno di quattro anni ha recuperato tutte le elementari e le medie, frequentando corsi di istruzione per adulti. Non contenta, ha deciso di iscriversi in un istituto superiore perché il suo sogno è quello di diventare maestra. Ma non esclude di continuare gli studi all’università.

Non ci sarebbe nulla di speciale se la signora in questione non avesse… 96 anni! I capelli grigi tradiscono la sua età, la pelle è rovinata dal duro lavoro nei campi di grano e di fagioli o al mercato dove vendeva i polli. Guadalupe Palacios – questo il suo vero nome- da pochi giorni siede tra i banchi della scuola superiore di Tuxtla Gutierrez. L’obiettivo è finire le superiori a 100 anni, iscriversi all’università e diventare «chissà, un giorno» maestra d’asilo.

Per ora afferma di non poter frequentare le lezioni con regolarità, per impegni familiari seri. Nell’aula scolastica che l’accoglie è circondata da compagni che hanno 80 anni meno di lei e sicuramente avranno molto da imparare da questa tenace e arzilla nonnina.

[Fonte del post e immagine Corriere.it]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

13 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SI LAUREA A 82 ANNI PER AMORE DELLA MOGLIE SCOMPARSA

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Italo Spinelli è una figura molto popolare a Finale Emilia, dove ha vissuto 52 anni assieme alla moglie Angela. Poi un giorno, rimasto vedovo, ha pensato che una risposta sulla sopravvivenza dell’anima dopo la morte ci debba essere da qualche parte. Così, dopo una vita passata a fare il meccanico nello stabilimento Fiat di Modena, oggi chiuso, che fabbricava macchine agricole, quasi ottantenne ha pensato di dedicarsi allo studio iscrivendosi all’università di Macerata.

A 82 anni da pochi giorni Italo è diventato il dott. Spinelli. Ha discusso una tesi su Tommaso Moro alla Facoltà di Filosofia. La scelta non è casuale. Infatti l’arzillo ottantenne così spiega la sua decisione:

«Nel 2014 è venuta a mancare mia moglie Angela. Un tumore al polmone, dei più cattivi, se l’è portata via in pochi mesi dopo 52 anni trascorsi assieme. Lei è stata quella che mi ha sempre sostenuto, con l’amore e in senso materiale, anche nei momenti difficili, che ci sono stati. Da quel giorno ho cominciato a chiedermi: “La rivedrò?”, “Dove è finita?”. O ancora: ”Ce l’abbiamo davvero un’anima?”. Insomma, dovevo trovare una risposta alla morte di mia moglie».

Nell’articolo apparso sul Corriere Spinelli spiega di aver scelto l’università di Macerata, al posto della più vicina Ferrara, perché non c’era l’obbligo di frequenza. Ha seguito, quindi, le lezioni on line («Te le scaricavi sul computer e te le seguivi una, due, tre volte se necessario.», spiega), imparando a usare internet e studiano due o tre ore al giorno.

Alla fine, l’ambito “pezzo di carta” è arrivato, con tanto di festeggiamenti da parte dei suoi concittadini, sindaco in testa.

Questa, secondo me, è una buona notizia perché insegna che quando c’è una buona motivazione, l’impegno porta al traguardo finale. Soprattutto penso ai tanti giovani che vorrebbero ottenere tutto senza tanta fatica e spesso ci mettono il doppio degli anni per laurearsi, senza nemmeno dare troppo valore a ciò che apprendono.

Per Italo sarebbe stato certamente più semplice andare in chiesa e parlare con il parroco che avrebbe saputo dare una risposta alla sua domanda. Ma gli studi di filosofia che l’hanno tenuto impegnato per cinque anni gli hanno poi chiarito i suoi dubbi?

«Mi ha aiutato la lettura del filosofo Pascal e della sua scommessa. Conviene avere fede, perché in quel caso almeno ci saremo garantiti la beatitudine. E alla fine credo che sì, una volta chiusi gli occhi per sempre, rivedrò la mia Angela».

Evidentemente sì.

[immagine da questo sito; © foto Calavita]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

6 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: I NETTURBINI TURCHI CHE SALVANO I LIBRI

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A Çankaya, un quartiere di Ankara, alcuni addetti alla nettezza urbana hanno raccolto dalle immondizie e salvato migliaia di libri.

La raccolta, iniziata per uso personale, è stata poi allargata a tutti i lavoratori e alle loro famiglie. Ma nel tempo il numero dei volumi salvati è aumentato talmente tanto che, in accordo con il sindaco di Çankaya, è stata creata una vera e propria biblioteca pubblica. L’iniziativa è piaciuta agli abitanti del quartiere che hanno iniziato a consegnare agli addetti i libri che non desideravano più tenere donandoli alla biblioteca.

Il luogo scelto è una ex fabbrica di mattoni della zona, che i netturbini hanno arredato con scaffali e tavoli di lettura. Nella biblioteca dei libri salvati ci sono anche delle tavole da scacchi, un caffè e perfino un barbiere. Insomma, una vecchia fabbrica abbandonata è diventata un luogo di aggregazione e ha reso felici molti bibliofili.

Ad oggi, la biblioteca conta più di seimila libri tra letteratura e saggistica, libri per bambini, fumetti e manuali scientifici. Sono addirittura presenti libri in inglese e in francese per i turisti o per i visitatori bilingui. Tutti possono essere presi in prestito per due settimane, o poco più, in caso di necessità, da chiunque lo voglia. La biblioteca è cresciuta enormemente da quando è stata inaugurata, al punto che ha intrapreso ad effettuare diverse donazioni ad altri enti a cui mancano i libri, tra cui scuole, programmi di formazione e persino alle prigioni.

Leggendo questa buona notizia, è stato inevitabile per me fare un confronto con un fatto di cronaca accaduto di recente in Italia: un’operatrice ecologica che prestava servizio a Torino è stata accusata di furto e licenziata perché, a detta dell’azienda per cui lavorava, si è impossessata di un giocattolo trovato tra i rifiuti, contravvenendo al regolamento interno che stabilisce il divieto di appropriarsi degli oggetti destinati alla raccolta. (QUI la notizia)

Che dire? Evidentemente noi italiani abbiamo qualcosa da imparare dai turchi.

UN’ALTRA BUONA NOTIZIA: Hay-on Wye: il paradiso dei lettori e dei librai

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte della notizia: fanpage.it ]

30 marzo 2018

VIA CRUCIS

Posted in attualità, Gesù, Pasqua, religione tagged , , , , , , , a 9:04 pm di marisamoles


“Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo” (Luca 14,27)

Conoscete il detto: “ognuno ha la sua croce da portare”? Deriva da questa osservazione che Gesù rivolge, prima ancora di essere condannato, ai suoi discepoli, intendendo che il percorso da compiere è difficile e la cosa peggiore è essere soli nell’affrontare i momenti critici.

Al di là del messaggio cristiano, è innegabile che questa “croce”, a volte più pesante e altre più leggera, ce la portiamo appresso e spesso a causa nostra. È un difetto tipicamente umano quello di “caricarsi”, a volte questi pesi ce li cerchiamo, altre li riteniamo più pesanti di quanto effettivamente siano.

Forse dovremmo imparare ad essere più “leggeri”, a sgravarci dei fardelli che rendono la vita così complicata. Pesi a cui attribuiamo la nostra incapacità di essere felici, di goderci i piaceri della vita, piccoli o grandi che siano.

“Devo, devo, devo” nel nostro lessico quotidiano sostituisce “posso, posso, posso”. Dovere e potere per la grammatica sono verbi servili. Ma se lasciamo chiuse le pagine del dizionario e apriamo quelle del nostro cuore, quei verbi sono al nostro servizio, un piccolo aiuto per la nostra serenità.

Non solo devo ma posso e anche voglio. Se ci concentriamo solo sui doveri costruiamo una barriera alle nostre infinite potenzialità. Possiamo fare realmente tanto, pur senza trascurare i doveri, anche nei confronti delle persone care che magari hanno bisogno di noi.

Una buona azione, un atto di altruismo possono allontanarci dall’egoismo imperante in questa nostra società in cui tutti si lamentano di ciò che non hanno, guardando l’erba del vicino sempre più verde e ignorando l’aridità del proprio cuore.

Basta poco per sentire più lieve il peso della nostra croce.

VIA CRUCIS. MEDITAZIONI E PREGHIERE di SUSANNA TAMARO

MEDITAZIONE (V Stazione. Gesù è aiutato da Simone di Cirene a portare la croce)

Che seccatura! Quante volte ci capita nel corso delle nostre giornate di essere attraversati da questo pensiero. A un tratto la nostra routine viene interrotta da qualcosa di imprevisto, e questo qualcosa ci costringe a uscire da noi stessi.
Così succede al Cireneo. Già pregusta la pace che godrà appena sarà a casa quando qualcuno gli butta sulle spalle la croce di un condannato. […]
Tuttavia accetta. Deve accettare perché sono i soldati, il potere brutale a cui è impossibile opporsi, che su di lui pongono il giogo della croce. Obbedisce per timore, ma quel gesto di sottomissione, apparentemente così umiliante, fa irrompere in lui una nuova e imprevista dimensione della vita.

PREGHIERA

Signore Gesù, l’abitudine è una grande nemica della pienezza dell’uomo. Distinguiamo ciò che per noi va bene da ciò che non ci piace e, con devozione, seguiamo la via tracciata dal nostro ego. Non facciamo niente di male, diciamo. Ed è davvero così, apparentemente non c’è alcuna volontà maligna in questo quieto susseguirsi dei giorni. […]
Signore Gesù, fa’ che nella vita di tutti i giorni sappiamo dire “Sì” a tutto ciò che scompiglia i nostri minuscoli piani; fa’ che il nostro cuore sia sempre aperto al soffio dello Spirito Santo, segreto condottiero dei nostri giorni.
Soffio di Luce, soffio di Sapienza, soffio di incendio.

[tratto dall’edizione Bompiani, 2014]

immagina di Susanna Tamaro da questo sito

23 marzo 2017

ECCO URSUS, LA GRU PIU’ FAMOSA DELLA TV… GRAZIE A #LAPORTAROSSA

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Ha chiuso in bellezza, con il 14.1% di share (3.471.000 spettatori), l’ultima puntata della fiction targata Rai2 “La Porta Rossa”. Ideata da Carlo Lucarelli per la regia di Carmine Elia, la fiction ha visto come protagonisti gli attori Lino Guanciale, nelle vesti di Leonardo Cagliostro, poliziotto-fantasma, Gabriella Pession che ha interpretato Anna Mayer, la moglie, nonché vedova, di Cagliostro e Valentina Romani, nei panni di una ragazza sedicenne con il potere di vedere e interagire con i morti. La trama aveva tutti ingredienti per tenere incollati davanti alla tv milioni di telespettatori, con una suspance per niente mitigata dall’assurda, se vogliamo, figura del protagonista che, da morto, riesce a risolvere i casi più difficili della sua carriera, compresa la sua morte.

Ma la vera protagonista di questa fiction, per cui è già in programma il seguito (si sa che i fantasmi non muoiono mai e a Guanciale il ruolo è assicurato!), è stata la splendida città di Trieste che, grazie alla Film Commission Friuli-Venezia Giulia, sempre più rappresenta il set ideale per cinema e tv.

Ho letto sui social e sui quotidiani commenti entusiastici sulla città giuliana: il mare, l’altopiano carsico, gli splendidi edifici, in molti dei quali ancora si respira un’atmosfera austro-ungarica, le luci che si specchiano sulle acque del golfo, i locali caratteristici come il Caffè San Marco… insomma, un set davvero strabiliante.
Ma la protagonista assoluta della fiction, nonché la più ammirata dai telespettatori e dai fan de #laportarossa, è stata senza ombra di dubbio Ursus. Lo stesso Guanciale, in un tweet, ha lasciato presagire un seguito alla fiction salutando Ursus con un arrivederci.

Per chi, come me, ha vissuto e vive a Trieste, Ursus è un’istituzione, quasi alla pari con il “melone” (l’acroterio simbolo di Trieste insieme all’alabarda) che un tempo sovrastava il campanile di San Giusto, la cattedrale cittadina. Ma cos’è Ursus?


Ursus è la gru galleggiante che ha oltre cent’anni, essendo stata varata il 29 gennaio del 1914, e che attualmente è ormeggiata a una banchina del Porto Vecchio. Dal luglio del 2011 è monumento nazionale e questo status giuridico la protegge dallo smantellamento, anche se necessita in modo evidente di un restauro, aggredita com’è da salsedine e ruggine.

Per 80 anni Ursus ebbe il primato della gru galleggiante più potente del Mediterraneo. Con i suoi quasi 80 metri di altezza e una stazza maggiore di 1000 tonnellate, fu progettata per costruire a Trieste le nuove corazzate della Marina imperiale austroungarica che avrebbero dovuto superare per dislocamento e calibro delle artiglierie la Viribus Unitis e le altre tre unità della stessa classe. Allo scoppio della prima guerra mondiale, le risorse economiche destinate alle nuove potenti corazzate furono azzerate e, di conseguenza, anche Ursus rimase un progetto irrealizzato.
Si dovette aspettare il 1930 per riprendere i lavori: infatti per costruire il nuovo transatlantico, il Conte di Savoia, la presenza di una potentissima gru galleggiante sarebbe stata indispensabile. L’Ursus fu completato nel dicembre del 1931 e iniziò subito a fornire un supporto prezioso all’attività del San Marco.

Ursus è decisamente la gru dei record: ad esempio l’installazione dei tre giganteschi giroscopi Sperry, ciascuno dalla massa di 150 tonnellate, che avevano il compito di smorzare il rollio del Conte di Savoia, fu possibile grazie al supporto di Ursus che sollevò i giroscopi a 40 metri d’altezza per favorire il loro inserimento nello scafo del transatlantico. In seguito Ursus partecipò alla costruzione della Vittorio Veneto e della Roma, le sfortunate corazzate della Marina italiana impiegate durante la seconda guerra mondiale. Infine il pontone fu di supporto alla realizzazione dell’ultimo transatlantico del nostro Paese, la Raffaello, che costituì anche l’ultima commissione prestigiosa per il cantiere San Marco di Trieste.

Protagonista di un’insolita navigazione in solitaria, la gru galleggiante fu sospinta al largo, nonostante la notevole stazza e l’ancoraggio, dalla bora che, incurante del passato glorioso di Ursus, la trattò come fosse una barchetta di carta. Era l’inizio di marzo del 2011 e il vento fortissimo portò la gru a più di tre miglia dalla costa. Fu recuperata, mentre andava alla deriva, dai rimorchiatori che l’hanno raggiunta, affrontando un mare spumeggiante e impossibile. (ne ho parlato QUI)

Insomma, una brutta avventura fortunatamente finita bene per Ursus. Mai, tuttavia, avrebbe pensato di diventare in qualche modo la protagonista di una serie televisiva. Ormai in tutta Italia è diventata una specie di star. Speriamo solo che il restauro annunciato e mai realizzato si faccia in tempi brevi, magari con il contributo della Film Commission FVG.

[immagine Ursus da questo sito; alcuni spunti per il post sono presi da questo articolo de Il Piccolo]

30 settembre 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: COME TI COSTRUISCO UN GRATTACIELO IN LEGNO

Posted in attualità, La buona notizia del venerdì, Milano tagged , , , , , , , , a 7:15 pm di marisamoles

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Ma le case in legno durano? E non prendono fuoco più facilmente? Ma saranno antisismiche? Vabbè, ma al massimo si potrà costruire una casetta, mica un grattacielo!

Ebbene, tutte queste domande hanno una risposta.

Le case in legno resistono anche più di 1.000 anni! Incredibile, no?

Non bruciano perché il materiale di costruzione detto CLT, uno speciale laminato ottenuto dalla sovrapposizione di più strati di legno incollati uno sopra l’altro con angolazioni definite, essendo molto compresso tende a non bruciare, proprio come un caminetto o una stufa troppo piene di legna faticano ad accendersi.

Le case in legno sono pure antisismiche, se consideriamo che il Tempio della Legge Fiorente, una pagoda di 5 piani alta 32 metri, in Giappone, è stata costruita con tronchi tagliati nel 594 d.C. e da allora ha resisito senza grossi traumi agli agenti atmosferici, agli incendi e a molti terremoti.

Se pensiamo alla tipica “casetta in Canadà”, ci sbagliamo: attualmente l’edificio in legno più alto del mondo si trova in Norvegia, a Bergen, e ha 14 piani. Un primato destinato ad essere superato a breve: alla fine del prossimo anno la University of British Columbia, in Canada, inaugurerà un residence per studenti di 18 piani.

Insomma, pare che gli architetti moderni siano tornati all’antico. L’utilizzo del legno, ovviamente associato alle nuove tecnologie, viene scelto come materiale di costruzione anche per il basso impatto ambientale: la costruzione di un palazzo in legno ha un’impronta ecologica fino al 75% inferiore rispetto a quella di un edificio tradizionale.

E se pensate alle foreste abbattute, state tranquilli: tutto il materiale proviene da foreste gestite nel rispetto ambientale, tramite un processo di disboscamento ecosostenibile.
Senza considerare i vantaggi: la costruzione con il legno è meno cara e molto più veloce rispetto a quella tradizionale. I cantieri per l’edificazione con il legno richiedono infatti meno attrezzature e meno mezzi rispetto al cemento armato.

A questo punto è doveroso chiederci quando anche in Italia si penserà alle case in legno, anche per arginare la cementificazione che di per sé non è un bello spettacolo. Pare che qualcosa si stia già muovendo: a Milano, per esempio, è stato realizzato Cenni di Cambiamento, un complesso residenziale composto da 4 torri di 9 piani costruite con pannelli portanti in CLT. Si tratta del più grande progetto europeo che utilizza questa tecnologia per altezza complessiva e per numero di unità abitative insieme.

Dunque, non siamo proprio l’ultima ruota del carro. E questa è senz’altro un’ottima notizia!

[fonte della notizia: Focus.it; nell’immagine, da questo sito, il progetto della Tall Wood Building, torre di 30 piani nel cuore di Vancouver]

3 settembre 2016

JE NE SUIS PAS CHARLIE

Posted in attualità, stampa estera, web tagged , , , , , a 2:01 pm di marisamoles

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Sul web la polemica infuria: tutti (o quasi, perché c’è chi tenta di dar lezioni di interpretazione e analisi del fumetto satirico) contro la rivista satirica francese Charlie Hebdo, tristemente nota per l’attentato del 7 gennaio 2015, dove morirono 11 persone, tra cui il direttore Charb e alcuni vignettisti.

Allora anch’io avevo gridato “Je suis Charlie”, nonostante non stessi completamente dalla parte della rivista che trovo faccia satira di cattivo gusto (e i fatti più recenti mi hanno dato ragione), ma in primo luogo ritengo debba essere difesa la libertà di espressione e in secondo luogo non si poteva, allora, rimanere indifferenti davanti a tanto sangue, davanti a una strage così assurda.

Ma, come penso sappiate, la rinata rivista satirica ha recentemente pubblicato una vignetta sul terremoto che ha colpito il Centro Italia, scatenando moltissime reazioni, per la maggior parte di dissenso. Come risposta, Charlie Hebdo ha pubblicato on line un’altra vignetta che offende ancor di più gli Italiani.

Io mi rifiuto di pubblicare i disegni incriminati (li potete vedere QUI). Dico solo che la satira è satira ma c’è un limite invalicabile che è quello del rispetto nei confronti di persone che soffrono.

Nel terremoto che ha sconvolto paesi di tre regioni, ci sono persone che hanno perso i propri cari e, anche se sopravvissute, sono rimaste senza casa, senza lavoro, con di fronte a sé un futuro incerto.

Noi non siamo islamici, non metteremo bombe, non spareremo ma non per questo dobbiamo tacere. Io esprimo tutto il mio disperezzo per il fumettista e i responsabili di Charlie Hebdo, che credo abbiano oltrepassato il limite della civiltà e del buon gusto, senza nemmeno ottenere lo scopo che la satira si prefigge: una sana risata.

Ora abbiamo bisogno di sorridere, è vero, con un po’ più di fiducia nel domani. Ma non abbiamo ancora smesso di piangere le vittime e l’incuria umana che, più della natura stessa, ha provocato questo disastro.

Je ne suis pas Charlie. Non più.

24 agosto 2016

RICREAZIONE

Posted in adolescenti, attualità, famiglia, figli, legalità, Legge, scuola, società, web tagged , , , , , , , , , , , , , , a 11:16 am di marisamoles

Fumare-spinelli
Sono un’insegnante di Lettere e per me le parole hanno un significato ben preciso. L’etimologia, inoltre, aiuta a comprendere meglio ciò che un termine “vuol dire”. Non è un caso se si utilizza il verbo “volere”: non siamo noi a dover piegare una parola alla nostra volontà, facendo in modo che un termine significhi “altro” rispetto alla sua etimologia. Tutt’al più, si può dare a una parola una connotazione diversa, a seconda del contesto, ma non si deve stravolgerne il significato.

Fatta questa premessa, la parola su cui vorrei soffermarmi oggi è “ricreazione”. Il sostantivo, stando all’etimologia, ha la stessa radice del verbo “creare” con l’aggiunta del prefisso iterativo “ri”. Il verbo latino recreare (re+creare) significava qualcosa di simile a “ristorare fisicamente e moralmente”.

Trasferita nell’ambito scolastico per indicare il cosiddetto “intervallo” tra le ore di lezione, “ricreazione” ha il significato di “pausa dallo studio” (ma si può interpretare, più genericamente, anche come “pausa dal lavoro”): durante la ricreazione, dunque, lo studente si ricrea, si “ristora fisicamente e moralmente”, nel senso che si sgranchisce le gambe (con una passeggiata su e giù per il corridoio o in giardino, se c’è) dopo un lungo periodo passato seduto al banco, si rifocilla mangiando qualcosa e si “rigenera”, distraendo per un po’ la mente dalle fatiche di una mattinata scolastica.
Poi c’è anche qualcuno che durante la ricreazione ripassa per un’interrogazione o esegue frettolosamente dei compiti non svolti. Non si ricrea, ma sono fatti suoi.

Poi c’è anche chi trova sinonimi poco appropriati e molto fantasiosi, cercando comunque di dare un senso alle parole. Ricordo un mio allievo di 30 anni fa (insegnavo alle medie) che, arrivato in ritardo in classe dopo l’intervallo, alla mia richiesta di spiegazioni, rispose candidamente: “Sono andato a riprodurmi”. Lascio immaginare lo sgomento provato, facilmente intuibile dalla mia faccia, al ché il ragazzino si premurò a spiegare: “Ho fatto ricreazione, no? Ricrearsi non è sinonimo di riprodursi?”.
Lezione fuori programma sui sinonimi.

Dicevo, dunque, che la parola “ricreazione” ha un suo significato e, anche se trasferita in un contesto diverso rispetto a quello scolastico in cui è maggiormente utilizzata, non può essere stravolta nel suo significato originario.

Perché mi sono prodigata in questa lezioncina sul lessico italiano, di cui forse non avevate bisogno? Lo spiego subito.

C’è una proposta di Legge che sta per approdare in Parlamento, concernente la legalizzazione della cannabis. Non mi dilungo sulla questione e vi invito a leggere questo articolo.

I cannabinoidi sono definiti “droghe leggere” (perlopiù hashish e marijuana) e per questo, erroneamente, si pensa che non facciano male rispetto alle cosiddette droghe pesanti (cocaina, crack, ecstasy…). La legalizzazione, secondo i promotori del DDL, sarebbe un modo per combattere la criminalità organizzata (ma quel tipo di criminalità dello spaccio di cannabinoidi si fa un baffo!) e per tener lontani i più giovani dagli ambienti malavitosi dediti allo spaccio (che con la legge sarebbe comunque vietato… ciò vuol dire che, con ogni probabilità continuerebbe ad esistere).

Ora, io non entro nel merito della questione “legale” ma vorrei soffermarmi a riflettere sui danni che le cosiddette droghe leggere causano, in particolar modo sui più giovani.

Parto dalla dichiarazione fatta dal ministro della Salute Lorenzin in questa intervista per il Corriere. Da madre, fa sapere il ministro (è donna ma mi rifiuto di usare il femminile “ministra” che trovo orrendo!), non approva la legalizzazione della cannabis perché troppi ragazzini sono abituali consumatori e la legge, che comunque porrebbe il divieto di vendita della droga ai minorenni, non cambierebbe nulla per loro dato che dovrebbero comunque continuare a rifornirsi illegalmente.

Da titolare del dicastero della Salute, Beatrice Lorenzin, si dichiara contraria perché le droghe, anche se leggere, fanno male e creano dipendenza. Se il suo ruolo le impone di salvaguardare la salute della popolazione, mi sembra coerente.

Io appoggio in toto la posizione del ministro. Purtroppo, però, avendo espresso questo parere su Twitter, sono stata sommersa da tweet in risposta, da parte di sostenitori della legalizzazione dei cannabinoidi, insultata, trattata come una demente e, soprattutto, derisa anche nella mia veste di educatrice. Sì, perché secondo questo branco di drogati – non saprei in quale altro modo definirli – avrei sparato un sacco di cazzate portando la mia esperienza di docente che si occupa anche di Ed. alla Salute e che ha avuto, in passato, esperienze con ragazzini fumatori abituali di hashish e, di conseguenza, ha avuto contatti con il Sert (Servizi per le Tossicodipendenze) della città in cui vive.

In buona sintesi, ho detto che la cannabis fa male, anche quando si tratta di utilizzo non abituale (una canna, per dire, equivale a 20 sigarette fumate in colpo solo), comporta seri problemi al sistema neurologico, specie nei più giovani, e danni permanenti. Non solo, i ragazzini consumatori abituali di cannabis, diventano aggressivi, sono soggetti a sbalzi di umore, hanno seri problemi a concentrarsi e per questo spessissimo vanno male a scuola.
I minorenni, poi, sono inviati al Sert (che non si occupa solo di dipendenze gravi e gravissime ma di tutte le dipendenze, anche da alcol e fumo!) per fare un percorso di riabilitazione, anche con le proprie famiglie, le quali possono partecipare ai gruppi di autoaiuto. Tutto ciò non può essere coercitivo, ovviamente, ma è un dato di fatto che se il Sert si occupa anche di fumatori abituali di canne è perché pure marijuana e hashish provocano dipendenza. Non solo, molte volte per curiosità questi ragazzini provano anche altre droghe (acidi, crack, ectasy) decisamente più pesanti, aggravando la loro dipendenza.

Questa è la situazione, ma sembra che dicendo ciò io abbia straparlato. In fondo, una canna non ha mai fatto male a nessuno, no? Chi è che non ha mai provato a fumare uno spinello? Quante volte l’abbiamo sentito dire?

Ora, io fumo da quand’ero ragazzina e per questo mi batto tre volte il petto recitando il mea culpa. Ma mai, lo giuro, ho fumato marijuana o simili. Ne avrei avuto la possibilità, ma non l’ho fatto.
A 13 anni, quando frequentavo la terza media, giravo per la città in compagnia della sorella di un mio compagno di classe, più “vecchia” di me di qualche anno, tappezzando i muri con degli adesivi che portavano la scritta “No drugs” (anche quelli con su scritto “No aborto” ma questa è un’altra storia..). Ne capivo poco, non fumavo nemmeno le sigarette allora ma avevo già le idee chiare. Non ero stata plagiata, per essere chiari, e sono sempre stata coerente con questa mia forse inconsapevole, a quei tempi, presa di posizione.

A questo punto, molti dei lettori (quelli che hanno avuto la pazienza di arrivare fino a qui… mi scuso se il post si sta allungando e vi posso garantire che sto stringendo al massimo) si staranno chiedendo che cosa c’entri il titolo e la lunga premessa sulla parola “ricreazione”. Ora ve lo dico.

Nella proposta di legge, oltre alla legalizzazione delle sostanze di cui sopra, attraverso la libera vendita (su cui ovviamente, con il monopolio, lo Stato ci guadagnerebbe!), si rende possibile la detenzione di una piccola quantità di cannabis (5 grammi all’esterno innalzabili a 15 grammi da tenere in casa) e sarà lecito il possesso di quelle quantità per uso ricreativo, senza dover richiedere alcuna autorizzazione o comunicazione.

Ecco, è proprio il riferimento all’aggettivo “ricreativo” che non comprendo: secondo quanto esposto sopra, non trovo nulla che nell’utilizzo della cannabis possa portare a “ristorare fisicamente e moralmente” chi si fa le canne. Anzi, è vero il contrario.

[immagine da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST – 25 AGOSTO 2016

Come previsto, è arrivato un commento (che ho deciso di non pubblicare in quanto l’e-mail di riferimento è risultata fasulla) in cui mi si offende e tratta da ignorante e incompetente. Il lettore, il quale asserisce di essere capitato qui per caso (figuratevi se ci credo!), mi accusa di “parlare di cose che non conosco” e di aver scritto “un articolo che si fonda su presupposti privi di veridicità”. Naturalmente, il tutto senza fornire uno straccio di prova del contrario.
Il “Lettore per caso” ha poi dichiarato l’intenzione di inserire “subito il blog nella lista di blocco dei domini che google non mi dovrà mai più mostrare in nessuna ricerca”. Ma sai quanto mi interessa!

12 agosto 2016

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ALLE OLIMPIADI DI RIO SI LOTTA ANCHE CONTRO GLI SPRECHI ALIMENTARI

Posted in attualità, La buona notizia del venerdì, salute, sport tagged , , , , , , , , , , , , a 2:18 pm di marisamoles

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Il questo periodo, com’è giusto che sia, tutti gli occhi sono puntati sugli atleti che stanno gareggiando per una medaglia alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma le buone notizie non sono solo quelle che riguardano la gara e il medagliere che ciascun Paese vuole ricco di metalli preziosi, meglio se d’oro. C’è una buona notizia che riguarda la lotta agli sprechi alimentari grazie a un progetto che fa capo a un noto chef italiano: Massimo Bottura.

Il progetto in questione si chiama “Refetto-Rio” ed è sostenuto, oltre a Bottura che ne è il promotore nonché fondatore dell’organizzazione no-profit Food for Soul, anche dal ministero delle Politiche agricole e dal sindaco di Rio de Janeiro, con la collaborazione di David Hertz, chef e fondatore di Gastromotiva, un’altra organizzazione no-profit sensibile nei confronti del consumo consapevole del cibo.

Grazie a “Refetto-Rio” il cibo in surplus del villaggio olimpico di Rio de Janeiro verrà recuperato e trasformato in pasti gratuiti per i più bisognosi. L’obiettivo è di sfamare 108 persone a sera, offrendo loro un pasto preparato con gli scarti. In questo modo si stima che per tutta la durata dei Giochi Olimpici saranno distribuiti 19mila pasti ai poveri, recuperando 12 tonnellate di eccedenze alimentari.
Ma l’attività della mensa proseguirà dopo le Olimpiadi, anche a pranzo: chi sceglierà di fermarsi potrà lasciare un’offerta, pagando un pasto per il servizio serale, che continuerà a essere gratuito. Una specie di “cena sospesa”, insomma, sulla falsariga del “caffè sospeso” o della “pizza sospesa” che ormai costituiscono una buona abitudine in molte città italiane.

Il progetto prevede, inoltre, dei corsi di cucina e sulla nutrizione a beneficio delle persone in difficoltà e dei giovani, grazie all’impegno volontario di decine di chef provenienti da tutto il mondo.

Bottura non è nuovo a questo tipo di iniziative: la struttura brasiliana, inaugurata lo scorso 9 agosto, farà tesoro di una precedente esperienza, quella del Refettorio Ambrosiano, lanciata durante Expo Milano 2015. Secondo il capo del Mipaaf (Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali), Maurizio Martina, «quella di Milano è stata una best practice, replicabile in altri Paesi, che ora ha come seconda tappa le Olimpiadi in Brasile».

Il progetto, infatti, non si esaurirà nel villaggio olimpico brasiliano, ma arriverà anche in altre grandi città, come New York, allo scopo di sensibilizzare tutti contro lo spreco alimentare che è in palese contraddizione con la mancanza di cibo di cui soffrono 795 milioni di persone nel mondo.
La Fao stima 1,3 miliardi di tonnellate di cibo gettate ogni anno per un valore complessivo di 750 miliardi, 12 miliardi solo in Italia. Ridurre questo paradosso rientra anche tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 delle Nazioni Unite.

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