15 marzo 2012

CASSAZIONE: ALLE COPPIE OMOSESSUALI PARI DIRITTI DEI CONIUGI. E ALLE COPPIE ETEROSESSUALI CONVIVENTI NO?

Posted in Legge, matrimonio tagged , , , , , , , a 8:00 pm di marisamoles

Mi trovo ad affrontare un argomento spinoso, lo so. Non avrei mai voluto farlo, non qui e pubblicamente almeno, ma quando si tratta di discriminazione “al contrario”, zitta non ci so stare.

La novità è questa: ad una coppia gay, sposata nel 2002 in Olanda, sono stati riconosciuti pari diritti dei coniugi, pur non potendo convalidare il matrimonio, in quanto non previsto dalla legislazione attuale. Potete leggere QUI la notizia.

Onestamente le scelte sessuali del prossimo non mi interessano. Parto dal presupposto che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, essendo in grado di scegliere. Non sono omofoba, lo sottolineo, ma credo che ci debbano essere dei distinguo tra coppie omo e coppie etero, soprattutto per quanto riguarda il matrimonio.

La parola stessa deriva dal latino “mater”, cioé “madre”. Implicitamente si intende il fine del matrimonio: la procreazione. Nella coppia omosex, anche quando si adottino dei figli (cosa su non concordo) o ne nascano grazie ad uteri in affitto, ovodonazione o donazione dello sperma (dipende dal fatto che le coppie siano o meno due uomini, che non hanno utero ma sperma, o due donne che hanno utero e ovaie ma non sperma) potranno mai essere figli naturali di entrambi i “genitori”.

Se poi guardiamo la Legge, il Codice Civile, illustrando diritti e doveri dei coniugi, parla sempre di “marito e moglie” e “prole”. Va da sé che un matrimonio omosessuale potrà essere convalidato, in Italia, solo quando verrà modificato parzialmente il Diritto di famiglia. La Cassazione, nel caso in esame, ha fatto quello che poteva e doveva, negando la convalida del matrimonio contratto all’estero. Però i giudici, forse per non essere tacciati di omofobia, hanno commesso un grave errore, sempre secondo il mio parere, equiparando comunque questa unione a quella di qualsiasi coppia di coniugi regolarmente sposati.

Consideriamo, infatti, la situazione in cui si trovano, in Italia, le coppie di conviventi: i loro diritti non sono per nulla equiparati a quelli delle coppie sposate, tant’è che spesso, anche dopo lunghi periodi di convivenza, molti si decidono a sposarsi, pur non avendone alcuna voglia, per questioni pratiche legate, per esempio, all’eredità o all’esigenza di assistere il convivente malato in ospedale.
Certamente chi convive ha dei privilegi, a livello di reddito, sempre per fare un esempio, in quanto i redditi non si sommano e quindi le coppie conviventi possono godere delle agevolazioni negate agli sposati. Ma a parte questo, non sono equiparate ai coniugi e spesso si è parlato di leggi ah hoc (dai DICO ai PACS) ma nessun disegno di Legge è mai approdato all’approvazione delle Camere.

Allora io mi chiedo: come mai la Cassazione ha riconosciuto ad una coppia gay pari diritti dei coniugi mentre le coppie di conviventi eterosessuali non ne godono?
Io credevo che la Legge fosse uguale per tutti. Mi sbagliavo.

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4 ottobre 2011

AMANDA E RAFFAELE LIBERI … DI GODERSELA

Posted in cronaca tagged , , , , , , , a 4:57 pm di marisamoles


Ormai li chiamiamo per nome, la signorina Knox e il signor Sollecito. Amanda e Raffaele, ex coppia, ex colpevoli ed ora innocenti. Questi strani giri della Giustizia italiana, come quelli di una sorta di ruota della fortuna, che lascia sempre il dubbio, grado dopo grado. Il tribunale condanna, la corte d’Appello assolve … arriverà alla Cassazione il caso Kercher. Ricordiamo almeno una volta la ragazza inglese che è la vera vittima in questa vicenda, “attrice per una notte” uscita tragicamente di scena per lasciar spazio ai protagonisti di questo processo mediatico.

Sono liberi, dunque, Amanda e Raffaele, assolti con formula piena così come, due anni fa, furono condannati al di là di ogni ragionevole dubbio a 26 e 25 anni. Solo un colpevole è rimasto: Rudy Guede, reo di complicità in omicidio. Essì, complice di chi? Di qualche fantasma che solo Meredith a questo punto conosce. Ma lei dalla tomba non parlerà.

I processi in Italia (non solo quelli che riguardano il premier) ormai si celebrano negli studi televisivi o sulle pagine della stampa. Processi mediatici in cui ciascuno di noi, telespettatori o lettori, a seconda del proprio personale punto di vista (o forse, sarebbe meglio dire, a seconda della influenzabilità del giudizio) veste i panni dei giudici togati (quelli di noi che credono di essere “esperti”), della giuria popolare (quelli, meno presuntuosi, che cercano l’appoggio di altri), della pubblica accusa (normalmente i più insicuri, quelli che vedono colpevoli dappertutto) e della difesa (i mancati avvocati). Un gioco di ruolo, nulla di più. Ma i processi veri, quelli che si dibattono nelle aule di Giustizia, dovrebbero dare risposte certe e non sommare dubbi a dubbi.

Quanti dubbi, in questa vicenda. Dubbi sulla personalità di Meredith, descritta da chi la conosceva bene, come una ragazza tranquilla, senza grilli nella testa, una che voleva solo studiare e fare un’esperienza diversa per arricchirsi culturalmente e che, invece, in Italia ha trovato la morte. Ma dalle parole dei suoi “compagni”, tra l’altro frequentati poco, visto che breve è stato il soggiorno della Kercher a Perugia, è emersa un’altra Mez, più libera, diciamo così.

Ancora dubbi sulla personalità dei due ex innamorati, Amanda e Raffaele, che a poche ore dall’assassinio della povera ragazza inglese, se ne stavano abbracciati, intimiditi, spaventati, davanti alla casa degli orrori. E ancora più dimesso il loro atteggiamento nelle aule di Giustizia, quasi recitassero un copione, una parte che dovevano imparare per forza perché finta: quella degli innocenti. E così, udienza dopo udienza, sono apparsi sempre con quell’aria compassata da vittime, tanto vittime da far passare in secondo piano la vera vittima, Meredith. Belli, ricchi, con avvocati di grido che hanno supportato le loro tesi con una superperizia in grado di smontare la relazione della Polizia Scientifica. Gli indizi si sono sgretolati uno ad uno, come quel famoso gancetto ormai ridotto ad un pezzetto di ruggine, trovato troppo tardi, quaranta giorni dopo l’omicidio.

Mentre ieri sera in aula la sentenza è stata accolta con urla e pianti di gioia, baci e abbracci da parte di chi quel processo l’ha vinto (non solo gli imputati ma anche tutto lo staff difensivo dell’uno e dell’altra), e mentre la famiglia di Meredith sembrava impietrita non più solo dal dolore ma anche e soprattutto dall’incredulità, fuori dal tribunale la gente del popolo, quello di una piccola città di provincia che non si è lasciata sfuggire un solo minuto delle ore ed ore dei talk show in cui si è parlato del “delitto di Perugia” (anche solo per sentirsi importanti tant’era l’interesse nei confronti di una città nota quasi solo per i famosi “baci” di cioccolato), gridava: “vergogna, vergogna, vergogna“. Ma “vergogna” per cosa? Per un verdetto scontato che libera due persone già ritenute colpevoli? Ma si sa che la Legge italiana prevede tre gradi di giudizio e che fino al parere della Cassazione non si può mai scrivere la parola “fine” sulle pagine di una storia di dolore e morte. E non è la prima volta che il verdetto della Corte d’Appello capovolge la sentenza di primo grado.
“Vergogna”, forse, per i maldestri rilievi della Scientifica smontati impietosamente da una perizia di parte? Se la Legge lo consente, perché mai si dovrebbe rinunciare ad un’occasione così propizia. O, ancora, “vergogna” per una pubblica accusa che ha incassato i “colpi” di una difesa lautamente pagata da gente ricca? Ma è cosa arcinota che i soldi fanno la differenza. E quel gesto dell’avvocato Bongiorno, quello sfregarsi le mani che forse è sfuggito ai più, sembra dire: “Li abbiamo fregati tutti, li abbiamo”. Spero di sbagliarmi, comunque.
Oppure, in ultimo, “vergogna” per gli inquirenti che, fin dall’inizio, non hanno saputo gestire l’indagine in modo corretto, pasticciando e affidandosi in toto ai rilevamenti della Scientifica che, ormai, hanno sostituito le indagini vere, quelle in cui si usava la testa più che i test.

Io non lo so chi dovrebbe vergognarsi di più. Certamente, qualora il terzo verdetto, quello della Cassazione, dovesse confermare l’innocenza dei due accusati, si dovrebbero vergognare maggiormente i giudici che in primo grado hanno emesso la condanna. Quattro anni di carcere, quando li si sconta a vent’anni, possono sembrare un tempo interminabile. Se si è a posto con la coscienza, poi, quei quattro anni di vita tolti, che nessuno mai potrà restituire né alcun indennizzo, seppur ricco, potrà mai cancellare, pesano come un macigno, quello granitico del torto, dell’ingiustizia.

Ora se la godranno la libertà, Amanda e Raffaele. In ogni caso, sia che la sentenza abbia davvero reso giustizia sia che abbia liberato dei colpevoli furbi.
Da innocenti, ora i due possono contare sull’impatto mediatico, fare un mucchio di soldi concedendo interviste, scrivendo memoriali e attendendo l’equo risarcimento che spetta a chi ha passato quattro anni in galera da innocente. Quanto? Qualche milione? Non so quanto valore possa avere una libertà negata.
Da colpevoli, possono assaporare la libertà di chi ha aspettato ma non invano, con la consapevolezza che, sparendo dalla circolazione, Amanda in America e Raffaele chissà dove, anche se la Cassazione li giudicherà colpevoli per l’omicidio di Meredith, non faranno mai più un giorno di prigione. Quattro anni sono pochi, in questo caso.

Giustizia non è fatta“, ha dichiarato la Pm Manuela Comodi. “Rispettiamo la sentenza ma non comprendiamo“, hanno commentato i familiari della studentezza uccisa.

Anch’io non riesco a comprendere e il dubbio che non l’altro verdetto fosse errato bensì questo rimarrà sempre.

7 giugno 2010

TUO FIGLIO SARÀ BOCCIATO? NON PRENDERTELA CON GLI INSEGNANTI: RISCHI UNA QUERELA

Posted in adolescenti, Cassazione, famiglia, figli, Legge, scuola, valutazione studenti tagged , , , , a 3:47 pm di marisamoles

Leggo su Tuttoscuola.com una notizia che fa ben sperare in un ritorno del rispetto dovuto nei confronti degli insegnanti. La Cassazione, respingendo il ricorso di una mamma contro la sentenza del Tribunale che l’aveva condannata per ingiuria nei confronti dell’insegnante del figlio, ha stabilito che nella sentenza impugnata è ben sottolineato il carattere lesivo del decoro e della professionalità della persona offesa, nonché la portata offensiva dell’impiego dell’avverbio ‘sapientemente’, riferito alla mancata valorizzazione dei pretesi progressi del ragazzo, siccome volto a insinuare una volontà di ingiusto trattamento dell’alunno.

La signora, infatti, aveva inviato una lettera alla docente lamentandosi, con un tono piuttosto sarcastico, del fatto che aveva sapientemente dimenticato di tener conto dei progressi del ragazzo, del quale non era “degna” di essere l’insegnante.

Quando un figlio viene bocciato, nella maggior parte dei casi le famiglie non si chiedono, come dovrebbero, “Ma a scuola tutto l’anno cos’hai fatto?; piuttosto la domanda è “Ma gli insegnanti a scuola cosa fanno?”.
Eh, già. È facile prendersela con i docenti quando un figlio non ce l’ha fatta. Magari quando per tutto l’anno quegli stessi genitori non si sono mai fatti vedere, non hanno firmato i voti sul libretto e si sono bevuti tutte le balle che i figli hanno raccontato loro.
E poi, anche se l’allievo dimostra un certo progresso, magari impegnandosi, in maniera opportunistica, durante l’ultimo periodo, proprio per non rischiare la bocciatura, non è detto che abbia colmato le lacune in modo da affrontare con le competenze e le conoscenze minime lo studio di quella determinata materia (ma anche di altre, dato che è molto difficile bocciare per l’insufficienza in una sola materia, anche se grave) nell’anno scolastico successivo.

La domanda che io personalmente mi pongo è questa: perché i genitori credono che i loro figli vadano sempre difesi? Perché, invece, non tengono conto del fatto che è proprio l’esperienza dell’insegnante, nonché la sua professionalità, a determinare la decisione di respingere o promuovere gli allievi?
Certi genitori, e di conseguenza certi allievi, credono che i docenti siano nemici giurati dei loro studenti. Ma non è così, almeno non lo è nella maggioranza dei casi. E proprio quando attribuiscono la bocciatura del figlio alla scarsa competenza del docente, non sanno, i genitori, quanto si sbagliano: i docenti con la coda di paglia, quelli che “non insegnano”, o quantomeno lo fanno in modo approssimativo, sono portati a promuovere i propri allievi, proprio perché hanno la coscienza poco pulita e temono le proteste delle famiglie.

La giurisprudenza, quindi, sta facendo dei passi avanti, anche se c’è da dire che, nei numerosi ricorsi al Tar, la valutazione dei docenti non è messa in discussione. Semmai i giudici trovano dei vizi formali, ma l’insegnante viene ritenuto competente in ambito docimologico, anche perché nessun giudice potrebbe a sua volta esserlo.

Come osserva l’autore dell’articolo apparso su Tuttoscuola.com, ritorna il rispetto per gli insegnanti e, di conseguenza, viene riconosciuta la loro autorevolezza. Di questi tempi, almeno un punto fermo tra tante incertezze e quella sensazione di precarietà che sta investendo il mondo della scuola.

[l’immagine è presa da questo sito, ma non è un esempio da seguire!]

1 giugno 2010

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLE ADOZIONI: GLI ASPIRANTI GENITORI NON POTRANNO SCEGLIERE L’ETNIA DEI BAMBINI

Posted in bambini, Cassazione, cronaca, famiglia, figli tagged , , , , , , , , a 3:36 pm di marisamoles

Il 28 aprile avevo scritto un post sul caso della coppia siciliana che, nella domanda di adozione, aveva espresso la preferenza nei confronti di bambini europei, escludendo, quindi, altre etnie. Ne era scoppiato un vero e proprio caso e anche nei commenti a quel mio post il dibattito si era fatto acceso, forse troppo.

Oggi la Corte di Cassazione, dando ragione all’esposto presentato da parte della Procura Generale della Cassazione stessa, ha emesso la sentenza numero 13332 con la quale si stabilisce che «Il decreto di idoneità’ all’adozione pronunciato dal tribunale dei minorenni non può essere emesso sulla base di riferimenti all’etnia dei minori adottandi, né può contenere indicazioni relative a tale etnia».

Immagino che questa sentenza farà discutere ma ritengo che, come nel caso dei genitori naturali che vengono messi di fronte a precise responsabilità a prescindere dalla loro volontà o desiderio, così anche le coppie di genitori adottivi devono accogliere un bimbo da amare, a prescindere dall’appartenenza ad una determinata etnia e dai problemi che si verrebbero ad affrontare nel caso in cui per il bambino assegnato non sia semplice l’inserimento nel nuovo contesto.

Leggo sul sito dell’Aibi, l’Associazione Amici dei Bambini, che si era battuta già ad aprile affinché si giungesse a questo tipo di decisione:

Inoltre, la Cassazione batte il tasto sulla necessità che i servizi sociali diano formazione adeguata alle coppie che intraprendono le procedure di adozione internazionale per guidarle verso “una più profonda consapevolezza del carattere solidaristico, e non egoistico, della scelta dell’adozione e prevenire opzioni di impronta discriminatoria”. Con il sostegno psicologico – aggiunge la Suprema Corte – si possono aiutare le coppie a superare le difficoltà di accogliere “un bimbo che non sia a propria immagine”, o le paure di quanti dicono ‘no’ al bimbo ‘diverso’ “per il timore di fenomeni di xenofobia che espongano a rischio l’integrazione del minore nell’ambiente sociale e creino in lui problemi di adattamento”. Ad ogni modo, la Cassazione non ammette che le coppie possano esprimere ‘preferenze’ per “determinate caratteristiche genetiche” del bambino che vorrebbero. Anche in considerazione del fatto che, in generale, tutti i bambini abbandonati hanno alle spalle una storia già “profondamente tormentata” e, ancor più degli altri bimbi, necessitano di papà e mamme con “peculiari doti di sensibilità”.

Un figlio è un dono e l’amore dei genitori non può essere condizionato da alcun fattore esterno. Ciò vale per i figli naturali e deve valere anche, se non a maggior ragione, per quelli adottati.

[Fonti: Il Piccolo e Il Corriere]

28 aprile 2010

ADOZIONI: L’AMORE NON HA COLORE

Posted in amore, bambini, Cassazione, famiglia, figli tagged , , , , , , a 9:46 pm di marisamoles


È incredibile ma il razzismo rischia di entrare anche nelle case dei bimbi adottivi. C’era bisogno del parere espresso dalla Cassazione, riunita di fronte alle Sezioni Unite, per stabilire che gli aspiranti genitori adottivi non possono esprimere delle preferenze sul colore della pelle e sull’etnia dei bambini che vogliono adottare.

La notizia, riportata dal quotidiano La Stampa , fa riferimento alla vicenda di due coniugi siciliani che, nella domanda di adozione, si era dichiarata disponibile ad adottare fino a due bambini, di età non superiore ai 5 anni senza distinzione di sesso e religione ma non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo. Il Tribunale dei Minori di Catania aveva accettato la richiesta, giudicando evidentemente legittime le motivazioni. Di tutt’altro parere l’associazione “Amici dei bambini”, il cui presidente, Marco Griffini, ha presentato un esposto giudicando il decreto del tribunale come una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa.

L’Aibi, e in particolare il movimento dei genitori adottivi, ritiene che la dichiarazione “mercantile” delle coppie, come quella catanese, avallata dalla decisione del Tribunale, contrasta con il principio del migliore interesse del minore e rivela semplicemente una mancanza di requisiti necessari negli aspiranti genitori, posto che il minore che la coppia si affretta ad accogliere presenterà certamente alcune problematiche in più rispetto ad un minore che ha subito meno traumi.
Ora si attende la decisione delle Sezioni Unite civili, che non avrà ripercussioni sul caso di Catania, ma stabilirà soltanto un orientamento giurisprudenziale.

Che dire? Ritengo che i genitori adottivi abbiano una motivazione per certi versi ancor più forte delle coppie fortunate che possono mettere al mondo dei figli e per questo dovrebbero spalancare la porta di casa ai bambini soli e abbandonati, donando loro tutto l’amore possibile indipendentemente dal colore della pelle, dall’etnia o dagli handicap psicofisici. L’amore non ha colore né etnia e parla una lingua universale che non s’impara ma nasce dal cuore. Evidentemente, però, qualcuno crede che adottare un bambino sia come andare al supermercato dove si può scegliere il prodotto migliore e approfittare dell’offerta più conveniente.

Cosa c’è di più bello dell’immagine dei bimbi della pubblicità “United colour of Benetton”? C’è bisogno di un mondo migliore perché diventi realtà. Per ora è un manifesto sbiadito che qualcuno forse tiene ancora appeso al muro.

22 gennaio 2010

IL CROCIFISSO RIMANE AL SUO POSTO, IL GIUDICE NO

Posted in attualità, Cassazione, crocifisso, cronaca, religione tagged , , , , a 8:59 pm di marisamoles


Luigi Tosti
, il giudice di Camerino (Macerata) che si era rifiutato di presenziare alle udienze perché nell’aula del tribunale era affisso il crocifisso, è stato rimosso dall’incarico. La sentenza del Csm lo incolpa di “violazione dei doveri istituzionali”.

I fatti risalgono al 2005, nel periodo intercorso tra maggio e luglio, e Tosti, nel 2006, era già stato sospeso dalle sue funzioni, non percependo nemmeno più lo stipendio. La Procura Generale della Cassazione gli aveva contestato il fatto che, nonostante fosse stata messa a disposizione del giudice un’altra aula, priva del crocifisso, lui si era astenuto dall’assolvimento dei suoi compiti, assumendo un atteggiamento che, secondo i colleghi della Cassazione, era considerato lesivo della “credibilità personale e del prestigio dell’istituzione giudiziaria”. Insomma, un esempio da non eseguire e un atteggiamento meritevole di un’ammenda.

Accogliendo la sentenza del Csm, Tosti afferma: “si è scritta una pagina nera per la laicità dello Stato italiano”. Pertanto, ha già annunciato l’intenzione di ricorrere alle sezioni unite civili della Cassazione, ed eventualmente, nel caso di una nuova conferma della condanna, alla Corte europea.

A questo punto, è legittimo temere che la vicenda riguardante il giudice di Camerino possa influire negativamente sul ricorso che il governo ha annunciato contro la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che riguarda la rimozione del crocifisso dai luoghi pubblici, scuole e tribunali compresi. A tranquillizzare gli animi ci pensa il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino che precisa: Il Csm non è né la Corte Costituzionale né la Corte Europea; non doveva risolvere, e in effetti non ha risolto, la questione della legittimità o meno di tenere il Crocifisso in un’aula giudiziaria. Il dottor Tosti è stato giudicato per essersi rifiutato di tenere comunque udienza fino a quando in tutti i Tribunali d’Italia non fossero stati rimossi i crocifissi.

Alla fine, il crocifisso è rimasto in aula, il giudice no.

[fonte: Il Giornale]

7 febbraio 2009

LA NATURA E IL SUO CORSO: ANCORA UNA RIFLESSIONE SUL CASO ENGLARO

Posted in attualità, Cassazione, cronaca, Eluana Englaro, eutanasia, televisione tagged , , , , , , , , , , , a 4:47 pm di marisamoles

Nei precedenti articoli ( https://marisamoles.wordpress.com/category/eluana-englaro/ ) ho sempre sottolineato che riguardo ad Eluana e al suo stato non mi sento di esprimere alcun parere. Ho difeso, tuttavia, la posizione del padre che ha dalla sua parte una sentenza della Cassazione, quindi in teoria non avrebbe alcun motivo per ripensarci se non un improvviso senso di colpa che pare non abbia mai provato.
Non valuto, quindi, la sua decisione di far sospendere l’alimentazione e l’idratazione al povero corpo di Eluana. Ho già detto che, vedendo legittimato il suo progetto, sarà lui poi a fare i conti con la sua coscienza e nessuno può permettersi di giudicarlo. Almeno così la penso.

Ieri ho visto parte della puntata di Matrix condotto da Enrico Mentana e ho sentito, in un dibattito civile almeno per una volta, uno scambio di opinioni opposte che, apparentemente, potevano di volta in volta apparire valide. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato l’intervento del senatore Ignazio Marino, medico chirurgo, che ha spiegato che lo stato vegetativo permanente ha una durata non prevedibile né, logicamente, predefinita. Tuttavia a mantenere in vita Eluana non sono solo i nutrienti che le vengono somministrati e che ora stanno per essere sospesi; la “vita” di chi si trova nello stesso stato di Eluana è costantemente protetta dalla somministrazione di farmaci e ciò porterebbe a pensare che sarebbe morta di morte naturale molto tempo fa se le fosse stato risparmiato questo accanimento terapeutico che, per legge, si può rifiutare. Se non lo può fare in prima persona, credo che tale decisione possa essere presa dal padre di Eluana che è il suo tutore legale.
Sono convinta che se fin dall’inizio il caso della povera donna fosse stato considerato da questo punto di vista, tutto il caos mediatico che si è creato ci sarebbe stato risparmiato. Quello che ha indignato profondamente l’opinione pubblica, infatti, è stata la decisione di sospendere l’alimentazione e l’idratazione, scatenando la reazione di chi sostiene, giustamente in linea di principio, che “pane e acqua non si negano a nessuno”.

Ora bisogna vedere cosa succederà, visto che il Governo, ma forse sarebbe meglio dire Berlusconi che con il suo ego gigantesco cerca sempre di imporre la sua volontà e dominare quelli che stanno appena un po’ più in basso di lui (e non parlo logicamente di statura!), ha presentato il DDL, sulla falsa riga del DL respinto da Napolitano, che in tempo record verrà discusso alle Camere. A questo proposito, lo stesso senatore Marino sostiene che “il decreto non è sostenibile scientificamente e neanche dal buon senso. La nutrizione artificiale è una terapia medica, ma non è ‘fisiologicamente finalizzata ad alleviare le sofferenze’. Questo concetto contenuto nella legge non ha nessuna sostanza scientifica“.[cito dal suo sito]

A me rimane, tuttavia, un dubbio: come può una legge, varata dal Parlamento della Repubblica e quindi a tutti gli effetti applicabile, cancellare ipoteticamente una sentenza della Cassazione emessa già in precedenza e attualmente in via di esecuzione? Insomma, questo braccio di ferro tra Stato e Magistratura, tra Governo e Presidente della Repubblica, mi sembra un modo per mettere in secondo piano la sofferenza della famiglia Englaro per far posto ad un atto di forza paragonabile a quello che, secondo l’opinione pubblica, si sta facendo nei confronti di Eluana.

Sul Corriere.it ho letto l’ Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia e l’ho trovato interessante. Lo riporto per intero perché ritengo che possa servire come ulteriore spunto di riflessione, specie in relazione a ciò che ho scritto all’inizio di questo post.

LA NATURA E IL SUO CORSO

di Ernesto Galli Della Loggia

E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d’urgenza nella vicenda di Eluana Englaro. È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto. Un cui principio fondamentale, come fin dall’inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l’esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale.

E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato. Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell’opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità. Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale. A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l’asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire.

L’altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d’appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell’incidente aveva diciotto anni).

Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d’appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d’indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni ». Dunque si proceda pure alla sua eliminazione. Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D’Avack, sull’Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ». C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».

Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana — che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere—resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane. Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa. Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo.

È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi. Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi. Tale divieto, com’ è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore. Si tratta peraltro—ed è questo un aspetto decisivo—di un obbligo/ divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica.

Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione. Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione. Togliere invece ogni medicamento. Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.

07 febbraio 2009

28 gennaio 2009

“CASO ELUANA ENGLARO”: LA PAROLA AI MIEI STUDENTI

Posted in attualità, Eluana Englaro, eutanasia, scuola tagged , , , a 4:31 pm di marisamoles

Mentre ancora si discute sull’applicazione della sentenza della Cassazione, anche ora che il TAR del Lazio ha nuovamente dato ragione a Beppino Englaro, e pare che la Casa di Riposo udinese “La quiete” voglia accogliere Eluana per il suo “ultimo viaggio”, su questo argomento così spinoso voglio dare la parola ai miei studenti.

Un po’ di tempo fa ho fatto svolgere agli allievi di quinta un tema difficile. L’argomento era, appunto, il “caso Eluana Englaro”. Non ne avevamo mai parlato in classe perché sapevo che ne sarebbe scaturito un dibattito acceso, tra favorevoli e contrari alla sentenza della Cassazione [che ha confermato il decreto dello scorso luglio della Corte d’Appello di Milano, dando il via libera allo stop dei trattamenti sanitari che tengono in vita Eluana], e non volevo colpire la sensibilità di nessuno. È un argomento spinoso soprattutto perché non si può assumere un atteggiamento pro o contro come se si trattasse di discutere sull’abolizione della caccia. Insomma, qui entrano in gioco fattori diversi: educazione, religione, etica, morale … anche se tutti sappiamo come i giovani siano capaci di prendere decisioni autonome e di esprimere pareri svincolati dalle logiche assurte come universali dal mondo laico o dalla Chiesa.
Leggere i temi dei “miei” ragazzi mi ha suscitato un grande stupore, non tanto per la sensibilità e per la maturità di pensiero dimostrata, ma soprattutto perché hanno davvero espresso opinioni autonome e per nulla condizionate dall’ambiente familiare o sociale. E così molti, che io credevo essere assolutamente contrari alla decisione di sospendere l’alimentazione e l’idratazione ad Eluana, hanno invece espresso parere favorevole. Hanno colto, forse, l’aspetto più pietoso della vicenda, al di là dei vincoli morali.
Ho raccolto le parti più belle e significative di alcuni temi e le riporto così come sono, senza commenti. È il pensiero di ragazzi diciottenni che non ha bisogno di chiose, sia esso condivisibile o meno.

Mi chiedo come possano dei magistrati decidere della vita o, in questo caso, della morte di una persona; mi chiedo se Eluana dovesse morire per causa loro, come potrebbero sentirsi quei magistrati che si sono permessi di decidere se era giusto o non giusto che Eluana rimanesse in vita; mi chiedo come può lo Stato decidere di far morire una persona contro la Costituzione Italiana.. […] Penso che con questa sentenza la Cassazione, e quindi lo Stato, sbaglino sia sul piano etico che su quello legislativo, poiché ovunque nel mondo l’omicidio è un reato, e anche questo lo è. Sul piano etico parlo da persona credente e quindi approvo e difendo la posizione del Vaticano: “Chi siamo noi per decidere della vita di una persona?” (A. B.)

Non si tratta di fare delle scelte giuste o sbagliate, si tratta di rispettare il più possibile la dignità di una persona che oramai non ha più potere decisionale sul suo stato, e di conservare, nella scelta, ciò che ella era in vita, seguendo fiduciosamente la voce e il cuore di persone che l’hanno amata prima del tragico incidente e continuano a farlo adesso. […] Quando finalmente sembrava che i familiari di Eluana potessero tirare un sospiro di sollievo, ecco di nuovo un altro ostacolo: lo stop del Ministero che afferma l’impossibilità di interrompere l’assistenza ad Eluana da parte di alcuna struttura sanitaria, di qualsiasi regione. Allora mi chiedo: per quale motivo questa limitazione di pensiero? In fondo questa persona è già morta da tempo. È brutto dirlo ma è la realtà dei fatti: quei tubi non aggiungono niente alla vita di Eluana, sono solo fonte di sofferenza per lei e per i familiari. (V. G.)

[…] non capisco la decisione di ritenere la vita di una ragazza “sbagliata” e non degna di essere vissuta. Infatti la vita è un diritto di tutti, che sta per essere violato da una legge che non tiene conto del fatto che Eluana ha un’esistenza da trascorrere in qualunque modo. […] prendendo in prestito le parole di Platone, Dio non ha arbitrariamente proibito determinate azioni, ma ha semmai vietato quelle sbagliate, cioè quelle che, se messe in atto, violerebbero in qualche modo la dignità umana, come la decisone di concedere l’eutanasia a Eluana. (M. I.)

[…] Personalmente ritengo che per una persona nei suoi ultimi giorni di vita la dignità sia la cosa più importante. Vivere in continua sofferenza, senza poter comunicare, dipendere da una macchina, questa non è dignità, non è giustizia divina, checché ne dica la Chiesa con il suo Dio buono e giusto che impone sofferenze disumane. (S. M.)

[…] per me vivere non vuol dire semplicemente respirare e aprire e chiudere gli occhi ogni tanto; vivere è ben altro: parlare, scherzare, sorridere, provare gioie e dolori, assaporare il gusto del cibo, sentire i profumi e vedere i colori. Questo è vivere. L’uomo in sé sarebbe un “nulla” senza il mondo che lo circonda e se tutto il mondo di questa povera donna è solamente un triste letto di ospedale, allora no, questo non vuol dire vivere. […] Cosa s’intende per “rispetto della persona umana”? Rispetto vuol forse vivere in uno stato vegetativo su un letto d’ospedale o con rispetto si dovrebbe intendere essere al mondo e vivere la vita per come dev’essere vissuta, senza dipendere da tubi e sondini? A questa domanda ci saranno sicuramente risposte diverse, ma prima di esprimere un’opinione, ciascuno di noi dovrebbe riflettere un po’ su che cos’è veramente la vita. (L. Q.)

[…] secondo me la vita è fatta di affetti, di relazioni e, più che un corpo, noi siamo sentimenti, sensazioni, intelletto, quindi a mio parere questa non può essere ritenuta vita. Malgrado non soffra direttamente per il suo stato, la sua condizione è priva di dignità. Di Eluana rimane un corpo privo della capacità di provare qualsiasi esperienza, totalmente nelle mani del personale che la assiste. (F. F.)

[…] la vita non è cinema, né teatro. Una vita non può essere raccontata in un articolo di giornale o in un servizio giornalistico televisivo. La vita è fatta di ore, giorni e anni che a volte, se dominati dalla sofferenza, possono diventare interminabili. È il caso di Eluana Englaro i cui ultimi diciassette anni non sono stati altro che una lunga attesa di morte. […] qualcuno dovrebbe ricordare al “pubblico” che la decisione da prendere non è tra ‘la vita e la morte’ ma tra ‘la vita e la sofferenza’ e personalmente ritengo che non ci sia nulla di eroico nel sostenere la sofferenza d’altri. […] il “pubblico” dovrebbe conoscere la verità. Dovrebbe sapere cosa significa vivere ogni giorno per qualcuno che non conosce più la platonica “dignità umana” perché costretto a vivere una vita di negazioni. (F. B.)

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