29 novembre 2012

DIDONE: AMORE E MORTE

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , a 7:26 pm di marisamoles

PREMESSA: la parte che segue conclude la trattazione dell’episodio dell’Eneide che vede protagonisti Enea e Didone, il loro amore e la fine della sfortunata regina. Per completezza, invito i lettori a leggere prima le seguenti parti: ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO, DIDONE INNAMORATA e ENEA E DIDONE: IL CONNUBIO.
Questo è anche il post che conclude le mie Pagine d’Epica, in attesa d’ispirazione per scriverne altre. 🙂


Amor ch’a nullo amato amar perdona recita Dante nel V canto dell’Inferno (cfr. v.103). Di certo la povera Didone non poteva aver presente il verso del sommo poeta, ma in fondo il concetto non ha età: chi ama e non è ricambiato semplicemente si dispera.

La sofferenza di Didone, nel vedersi abbandonata dal troiano, è comprensibile; certo, guai se tutti gli amori non corrisposti avessero come epilogo il suicidio dell’amante disilluso! Ma è evidente che l’atteggiamento degli innamorati traditi non è univoco: perlopiù si tende a convincersi che “morto un papa, se ne fa un altro”. Didone, tuttavia, non è di questo parere.
Secondo me nella vicenda della regina gioca un ruolo importante l’orgoglio. Sembra quasi che, nel momento in cui si rende conto che il suo amore se ne sta andando, la sua mente acquisti di colpo un briciolo di lucidità. Attenzione, però: solo in un primo momento e poi la consapevolezza di essere stata ingannata non la trattiene dal tentativo di convincere Enea a rimanere con lei. Ecco come Virgilio descrive questo momento:
Ma presentì la regina (chi può mai ingannare chi ama?)
quell’inganno e per prima cosa intuì quel che c’era nell’aria,
lei che temeva ogni cosa pur certa. E ancor l’empia Fama
a lei sconvolta ridice che s’arma la flotta e s’appronta
il viaggio. Smania smarrita di mente; folle d’amore
corre furiosa per tutte le strade
[…] (IV, vv. 296-301)
È proprio vero: come si fa ad ingannare chi è innamorato? Insomma, certe cose si percepiscono epidermicamente, la “puzza” del tradimento si avverte lontano un miglio. Oddio, Enea non è un vero e proprio traditore, nel senso che non scappa con un’altra donna; ma è pur sempre un fedifrago, nel momento in cui, pur con un nobile fine, si affretta ad abbandonare in lacrime la donna con la quale aveva condiviso i “mutui piaceri” ed il “turpe diletto”.
Didone, però, non molla; ferita nell’orgoglio, affronta il suo “nemico”:
Hai sperato, o perfido, anche di dissimulare
sì grande infamia e in silenzio partirtene dalla mia terra?
Non l’amor nostro né la destra che un dì ci stringemmo
né ti trattiene Didone, votata a morte crudele
? (IV, vv. 305-308)

Gli ricorda poi che nemmeno la stagione è la più adatta per prendere il largo: in pieno inverno, con l’Aquilone (il vento) che soffia e spesso porta con sé piogge e burrasche. Insomma, Didone non lo dice espressamente, ma è un po’ da idioti partire così, in fretta e furia. Anzi, lei è convinta che Enea non avrebbe il coraggio di andarsene per mare con tali previsioni meteorologiche nemmeno se si dovesse recare a Troia, se la città fosse ancora in piedi. Perché, dunque, parte? Perché evidentemente è stufo di lei, il suo amore gli è venuto a noia. Una donna innamorata che altro può pensare? In queste circostanze ci si attacca ad un lumicino di speranza e si inizia a pregare:
Me dunque fuggi? Per queste mie lacrime, per la tua destra […]
Per il nostro connubio e le nozze appena agli inizi,
se un po’ di bene ti feci o se alcuna dolcezza tu avesti
di me, ti prego, abbi pietà di una casa che crolla,
se ancora posso pregarti, e abbandona un tale pensiero
. (IV, vv. 314-319)
La regina ormai è furibonda, il dolore la rende pazza, lo stesso effetto che su di lei, qualche tempo prima, aveva avuto l’amore. A questo punto si chiede chi sia l’uomo che sta fuggendo via da lei. Un marito? No di certo. Solo un ospite e nemmeno tanto cortese. Anzi, Enea con la sua fuga nottetempo infrange il sacro vincolo dell’ospitalità, sacrilegio senza pari per i Greci.
A chi mi abbandoni morente, ospite? Invero
questo sol nome rimane da quello già di marito.
Che aspetto? Che mio fratello Pigmalione distrugga
questa città? O che Iarba getulo mi tragga sua schiava?
(IV, vv. 323-326)

Di tutt’altro avviso il pio Enea. Marito? Macché mai!
Si dispiace? Si dispera? Chiede umilmente scusa? Niente di tutto ciò, anche se Virgilio scrive che a fatica premeva nel cuore l’affanno. Non è un affanno dovuto all’amore, è piuttosto l’emozione difficile da domare, quella che si sente, diciamolo chiaramente, quando si sa che si deve “sputare il rospo”. Nella sua risposta, non solo non prova a giustificarsi, ma non si trattiene nemmeno dal “piazzare dei colpi bassi” che solo la forza di volontà permette a Didone di incassare. Ma forse lei sta già pensando all’epilogo della storia.
Certo, Enea non si esime dal ricordarle i suoi meriti e le assicura che si ricorderà di lei finché avrà vita. Peccato, però, che la chiami “regina” e che il tono sia più ossequioso che altro. Non dà voce, Enea, alle proprie emozioni perché non ne ha. Ma se non può esprimere sentimenti che non prova, potrebbe almeno risparmiarsi di dirle, senza troppi complimenti:
Non io celarti di furto sperai questa fuga, non crederlo,
né mai offerte di nozze ti feci o fermai tali patti
con te
. (IV, vv. 338-340)
Ecco il nodo della questione: Enea non ha mai riconosciuto il “connubio” avvenuto nella grotta. Insomma, è come se Didone avesse fatto tutto da sola! Definizioni a parte, come fa il disgraziato a scaricare sulla poveretta ogni responsabilità? Non contento, subito dopo rincara la dose: con molta onestà, ma davvero poco tatto, le assicura che se il Fato gli permettesse di essere arbitro della sua vita, vorrebbe vivere ancora a Troia. Però la sua meta ora è un’altra: è l’Italia e quindi perché mai la regina vorrebbe ostacolarlo nel suo viaggio “fatale”? Alla fine sembra chiederle pietà:
Non straziare più ancora me e te col tuo pianto,
non di mia volontà io cerco l’Italia
. (IV, vv. 360-361)
Insomma, continua a crearsi l’alibi, per non ammettere che, nonostante l’invito divino, sia in fondo contento di andarsene. Il Fato è sì ineluttabile, ma in ultima analisi si può affermare che questa fuga sia alquanto propizia.

Se nella prima parte del colloquio la regina cerca di dominarsi, al tono di rimprovero alterna quello di supplica, ora dà libero sfogo alla sua rabbia. Innanzitutto gli rinfaccia di avere un cuore insensibile, neanche fosse nato nel Caucaso e allattato dalle Tigri ircane. Poi si toglie definitivamente la maschera:
Ma che dissimulo più? A che oltraggi più gravi mi serbo?
Forse un gemito ha tratto al mio pianto, mi ha volto uno sguardo?
Lacrime forse ha versate commosso? O sentito pietà
di me che l’amo?Qual onta peggiore? Non guardano i fatti
con occhi giusti, non più, né Giunone potente né Giove
. (IV, vv. 367-372)
L’insensibilità di Enea è accostata al comportamento iniquo della coppia divina: lei lo ha accolto naufrago, ha risparmiato a lui e ai compagni una morte sicura, ha reso il troiano partecipe del suo regno e che cosa ha avuto in cambio? Esplode, a questo punto, la rabbia di Didone e la consapevolezza della pazzia che le ha impedito di guardare in faccia la realtà. Ma del resto, quanto può importarle la missione di Enea? Perché mai dovrebbe comprendere la situazione, visto che l’uomo amato le è stato accanto fino a quel momento, le ha fatto credere di contraccambiare il suo sentimento e si è crogiolato nel lusso del suo palazzo? È limpida, Didone, tanto quanto Enea è torbido. E allora, cos’altro può meritarsi, lui, se non una punizione?
Ma spero che tra gli scogli il castigo ne patirai,
se i giusti numi han qualche potere, e tu spesso Didone
per nome invocherai. Seguirò con funeree faci
da lungi; e quando la fredda morte divise dall’anima
avrà le membra, dovunque t’apparirò come spettro
. (IV, vv. 382-386)

Presagio funesto nelle parole della regina. Basterà a commuovere il troiano? Lo farà desistere dall’intraprendere il viaggio verso l’Italia? Ma certo che no. E mentre lui si prepara a salpare, la poveretta si pone un sacco di interrogativi: dovrà, una volta deposto l’orgoglio, chiedere le nozze ai vecchi pretendenti, Iarba in primis? La vita di una donna, seppur seduta sul trono regale, è difficile. Un uomo accanto le darebbe sicurezza. Allora forse deve implorare Enea di portarla con sé? No, non sarebbe questa la decisione ottimale, non potrebbe mai costringere il suo popolo a seguirla ancora una volta e non è proprio il caso che abbandoni, ingrata, i suoi sudditi fedeli.
Dignità, orgoglio, patriottismo fluiscono sull’onda di quesiti ironici e assurdi per confluire, tutti assieme, ad un’unica soluzione possibile, la morte:
Muori, piuttosto, lo meriti, e scaccia il dolore
col ferro
. […]
Non volle il fato che, priva di nozze, traessi la vita
senza colpa, qual fiera, e immune da simili affanni;
e violata ho la fede giurata a Sicheo sulla tomba
. (IV, vv. 547-548 e 550-552)

Ecco che le si riaffaccia alla mente il ricordo del tradimento perpetrato ai danni, si fa per dire, del marito Sicheo. Una fedeltà, a quelle ceneri, giurata e non mantenuta. A prima vista parrebbe che la morte, così tante volte preannunciata, possa costituire la giusta vendetta nei confronti del fuggiasco. E invece no, è orgogliosa, Didone, è forte, non si abbandonerebbe mai ad un siffatto atto di debolezza. Lei vuole morire, sì, ma sperando che il suo suicidio abbia l’effetto boomerang: non danneggerebbe lei, anzi, le darebbe l’occasione di ricongiungersi per sempre all’amato marito fenicio; sarebbe piuttosto un atto che gli dei farebbero scontare al popolo che da Enea, giunto nel Lazio, discenderà: quello dei Romani.

Mentre guarda da lontano le navi troiane che procedono a vele spiegate, sconsolata la donna rimpiange, ormai invano, le azioni incompiute: non ha impedito che Enea si prendesse gioco di lei, ed ora non può di certo spronare il suo popolo ad attaccare l’uomo cui aveva affidato lo scettro e che ora chiama straniero e nemico. E’ troppo tardi, lo sa, per vendicarsi personalmente, è troppo tardi semplicemente perché i mali che lui ha commesso solo ora la offendono:
Sarebbe stato assai meglio che ti fossi sentita
offesa così nell’ora cui gli affidavi lo scettro.
Eccola la lealtà di uno che dicono che rechi
con sé i patrii Penati, di uno che avrebbe portato
sulle spalle, pietoso, il padre vinto dagli anni
. (IV, vv. 723-727)

Pur nella tragicità del momento, Didone non può fare a meno di ricorrere all’ironia e noi non possiamo far altro che condividere questa sua osservazione. L’uomo così devoto, così pietoso nei confronti del padre e della patria, non solo non sa esserlo nei riguardi di colei che gli ha salvato la vita e attribuito tutti gli onori, ma non è nemmeno capace di dimostrarsi leale. Certo, Enea si trova di fronte ad un bivio: da una parte la strada da percorrere è quella indicata dagli dei, dall’altra la via è quella che il suo cuore o per lo meno un doveroso debito di riconoscenza dovrebbero suggerirgli di intraprendere. Le due opzioni, però, si escludono a vicenda: obbedendo al volere divino si rende nemica Didone, seguendo l’istinto suscita l’inimicizia dell’Olimpo. Ora, non per difenderlo, ma mettendoci nei suoi panni e sapendo quanto irascibili siano gli inquilini del divino monte, non possiamo biasimarlo per la scelta fatta. Diciamo pure che si tratta di una scelta condizionata: se non si fosse comportato così non sarebbe stato “pio”. D’altronde non sa, il povero Enea, quanto possa diventare feroce una donna innamorata appena abbandonata. L’universo femminile, con le sue sfaccettature, non doveva essere profondamente conosciuto da un pover’uomo sempre alle prese con armi e navi.
E poi, come avrebbe potuto credere che quella nobile e delicata creatura che aveva affidato il suo cuore, il suo corpo e il suo regno al naufrago infelice qual era, appena raggiunta la spiaggia di fronte a Cartagine, potesse diventare crudele al punto da escogitare vendette e scagliare maledizioni?

Ma ormai Didone ha deciso: la morte è l’unica soluzione, una colpa che il fedifrago non solo sconterà personalmente ma riverserà anche sul suo popolo ancora ignaro.
Se è scritto nel destino che quell’infame tocchi
terra ed approdi in porto, se Giove vuole così,
se la sua sorte è questa: oh, almeno sia incalzato
in guerra dalle armi di gente valorosa
e, in bando dal paese, strappato all’abbraccio di Julo,
implori aiuto e veda la morte indegna dei suoi,
e, dopo aver firmato un trattato di pace
iniquo, non goda il regno né la desiderata
luce, ma muoia, in età ancor giovane
e rimanga insepolto su un’arida sabbia
! (IV, vv. 744-753)
Una maledizione in piena regola, non c’è che dire, ma del resto noi sappiamo che si tratta di profezie post eventum e sappiamo anche come andranno le cose al povero Enea: approderà nel Lazio, la terra promessa, ma dovrà combattere contro i Rutuli di Turno per poter sposare Lavinia, figlia del re Latino. Poi, in onore della consorte, fonderà Lavinium di cui diventerà re; dopo quattro anni di regno, però, l’eroe sparirà tra lampi e tuoni durante una battaglia contro gli Etruschi presso il fiume Numicio. Successivamente apparirà in sogno al figlio Ascanio e gli rivelerà di essere stato trasportato nell’Olimpo e assunto tra gli dei.
Insomma, la donna non perdona, gli dei sì.

Ma torniamo a Didone. Come metterà a segno l’insano proposito? Una bella pugnalata in pieno petto, da vera donna che non teme nulla, nemmeno la morte. Il tutto senza rinunciare alla maledizione che vedrà vittime Enea e i suoi discendenti:
E infine voi, miei Tiri, perseguitate la stirpe
di lui, tutta la sua discendenza futura
con odio inestinguibile: offrite questo dono
alla mia povera cenere. Nessun amore ci sia
mai tra i nostri due popoli, nessun patto. Ah, sorga,
sorga dalle mie ossa un vendicatore, chiunque
egli sia, e perseguiti i coloni Troiani
col ferro e col fuoco, adesso, in avvenire, sempre
finché ci siano forze! Io maledico, e prego
che i lidi siano nemici ai lidi, i flutti ai flutti,
le armi alle armi: combattano loro e i loro nipoti
. (IV, vv. 755-765)

Le parole della regina sono più che esplicite, almeno per noi che conosciamo i fatti. Se consideriamo che Ascanio, con il nome di Julo, fonderà Albalonga dando origine alla stirpe primigenia romana, detta appunto Julia, è chiaro il riferimento all’odio che nascerà tra i Punici e i Romani. In quanto al vendicatore, chi potrà mai essere se non Annibale? Certo, la storia ci insegna che le guerre puniche, seppur lunghe e sanguinose, saranno vinte dai Romani. Anzi, la vera forza, la grandezza del popolo latino trova origine e conferma proprio nelle guerre sostenute contro Cartagine.
Questo, però, Didone non lo può sapere e in fondo si auspica che la persecuzione continui finché ci siano le forze.
Mi piace credere che anche negli ultimi attimi della sua vita, Didone, in fondo, ami ed odi allo stesso tempo colui che l’aveva resa felice con il suo arrivo e l’aveva gettata nella disperazione più nera con la sua partenza. La fine arriva tra atroci tormenti e noi non possiamo fare a meno di commuoverci:
Didone
mentre cerca di alzare gli occhi che non riuscivano
a stare aperti sviene; la ferita profonda
nel petto stride. Tre volte riuscì a levarsi sul gomito,
tre volte ricadde sul letto: nell’alto cielo cercò
con gli occhi erranti la luce, vedendola gemette
. (IV, vv. 835-840)
Poi Giunone, pietosa, manda Iride a porre fine alla lunga agonia della regina, recidendo il capello sacro a Dite.

Enea, intanto, a bordo della nave che ormai si allontana dalle coste africane, vede il chiarore causato dal rogo che la regina aveva fatto preparare per un sacrificio a Plutone, signore degli Inferi. Uno spettacolo tutt’altro che rassicurante. Sarà forse per scongiurare i tristi presagi che Enea, durante la visita agli Inferi, tenta di riscattarsi, di giustificare il suo comportamento e di esprimere il suo rammarico non appena vede che con la ferita ancor fresca, Didone fenicia / errava nella gran selva (cfr. VI, vv. 450-451).
Solo adesso l’uomo è capace di rivolgersi alla regina come lei, forse, avrebbe voluto un po’ di tempo prima:
non trattenne le lacrime e con dolce affetto le disse:
“Infelice Didone, pur vero mi giunse l’annunzio
ch’eri spenta e che avevi col ferro cercata la fine?
Di morte, ahi, causa ti fui? Per le stelle, per i Celesti
giuro, e per quanto di sacro v’è sotto la terra profonda:
a malincuore, o regina, m’allontanai dal tuo lido
.
[…] credere io non potevo
di darti con la partenza questo dolore sì grande
”. (VI, vv. 455-460 e 463-464)

Ma come? Di fronte a Didone affranta dal dolore che lo supplicava di non partire, lui aveva dimostrato di possedere un cuore di pietra, ricordandole che Apollo gli aveva indicato l’Italia come futura patria. Anzi, riferendosi alla nostra penisola, Enea aveva precisato: questo il mio amore (cfr. IV, v. 346). Non amore in carne ed ossa, dunque, ma amore fatto di terra ed acqua. Ora, forse, l’ombra dell’infelice gli incute più timore, ora non tiene gli occhi immoti, ora prova della pietà che allora non aveva saputo rivelare.
Ma Didone, ormai in pace con se stessa e con Sicheo che la morte le ha ridato e che corrisponde al suo affetto e d’egual amore la ricambia (cfr. VI, v. 474), rimane impassibile di fronte all’ex marito, non si cura di lui ma altrove rivolta, a terra fissava lo sguardo (cfr. VI, v. 469). Ecco che i ruoli si sono ribaltati: lo sprezzo che Enea aveva manifestato durante l’ultimo colloquio con la regina supplicante ora si legge negli occhi di lei. Nell’Oltretomba la donna non ha più bisogno di parlare, tace perché il silenzio ferisce, talvolta, più delle parole. Allora aveva detto anche troppo, inutilmente, ora le parole non servono, l’irreparabile è già avvenuto, l’obiettivo è già stato raggiunto: Enea l’avrà per sempre sulla coscienza, senza parlare di tutta la serie di disgrazie gravanti, come già detto, sulle generazioni future. È inutile che lui insista ora per avere un colloquio, visto che quando ella era ancora in vita a quel colloquio lui si era voluto sottrarre velocemente, adducendo pretesti (gli dei non possono mica aspettare!).

Nonostante egli cerchi di lenire quell’anima / indignata, ancor torva negli occhi, mentre egli piangeva (cfr. VI, vv. 467-468), lei ostile di lì si ritrasse (v.473) per raggiungere l’amato Sicheo. Come allora l’aveva squadrato da capo a piè, così ora, pur ancora torva negli occhi, lo ignora, lasciandolo affranto ma commosso […] dall’acerba sorte di lei / da lungi la segue tra le lacrime, e, mentre ella va, la compiange (vv. 475-476).
Ma chi compiange? Per chi ora versa lacrime? Sono quelle che noi chiamiamo lacrime di coccodrillo, a che servono ora? Se osserviamo la sdegnosa noncuranza di Didone, l’atteggiamento di Enea ci pare decisamente patetico e fuori luogo. Probabilmente le sue lacrime servono a scaricare la tensione accumulata (i viaggi, si sa, sono stressanti), ma siamo un po’ lontani dall’interpretare quel pianto come espressione di un sincero pentimento. Ma poi, chi vuole che lui si penta? Caso mai speriamo che il rimorso lo tormenti più a lungo possibile. Io sinceramente sono contenta che Didone abbia ritrovato la serenità e che consideri la sua storia con Enea un brutto episodio, da dimenticare, della sua breve vita.

[immagini e relativi link: La morte di Didone, Peter Paul Rubens, 1630, museo del Louvre (particolare); “Didone ed Enea”, Giambattista Tiepolo, Palazzina della Villa Valmarana ai Nani; “La morte di Didone”, Giambattista Tiepolo]

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16 febbraio 2011

ENEA E DIDONE: IL CONNUBIO

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 5:56 pm di marisamoles


Che non sia la sposa predestinata di Enea, Didone evidentemente non lo sa. Ma ormai la passione non le dà tregua:
Intanto la regina,
già da tempo piagata
da profonda passione, nutre nelle sue vene
la ferita e si strugge di una fiamma segreta
. (l.IV, vv.1-4)
Didone, dunque, non è felice, è piagata da profonda passione, soffre per quella malattia che si chiama amore. Già Aristotele aveva classificato l’amore nell’ambito delle malattie, anzi lo considerava un male gravissimo perché porta alla pazzia. Non si dice ancora oggi “è pazzo d’amore” o “è innamorato pazzo”? Perché mai, dunque, sin dai tempi antichi amore e pazzia formano un binomio indissolubile? Perché nell’antichità la sede delle facoltà mentali non era considerata il cervello (ricordate che gli antichi egizi, mentre procedevano all’imbalsamazione, estraevano la massa cerebrale del defunto e la buttavano nella spazzatura?), bensì il cuore. L’amore colpisce al cuore e, diciamo noi, offusca la mente, quindi è inevitabile che prima o poi la passione porti alla pazzia. Sta a noi, alla nostra razionalità, stabilire qual è il limite e non oltrepassarlo. Ma chi è, come Didone, perdutamente innamorato, non ha la possibilità di ragionare.

La regina, tuttavia, possiede ancora un barlume di ragione anche se le serve per lasciarsi logorare da un dubbio:
Se non avessi deciso irrevocabilmente
di non voler mai più sposarmi con nessuno
dopo che il primo amore se l’è preso la morte
[…]
avrei forse potuto cedere a quest’unica colpa. (l.IV, vv.21-23 e 25)
La promessa fatta sulle ceneri di Sicheo la tormenta e di questi dubbi rende partecipe la sorella Anna, personaggio marginale all’interno del poema, ma che qui riveste un ruolo determinante. Ella, infatti, molto meno passionale e molto più pratica, senza mezzi termini le fa capire che la promessa di fedeltà al defunto è alquanto ridicola:
Credi che questo importi alla cenere e all’Ombra
di chi è morto e sepolto
? (l.IV, vv.44-45)
Il concetto, che Foscolo riprenderà con successo nei Sepolcri, è più che mai condivisibile. Certo, a chi è morto non importa nulla di ciò che succede sulla terra, ma nell’antichità questa convinzione non era molto diffusa perché con il modo dell’Oltretomba i vivi avevano un rapporto molto stretto: come minimo i fantasmi apparivano attraverso sogni e visioni per tormentare chi morto non era. Didone, forse, teme ciò, si preoccupa per il fatto che il rischio di un’intromissione da parte del marito defunto sia reale. Immaginatevi quale figuraccia avrebbe fatto nei confronti di Sicheo!
C’è da aggiungere che, per la stessa nobile causa, aveva già respinto Iarba e il matrimonio con lo straniero potrebbe avere anche delle ripercussioni nei rapporti di buon vicinato. Anna, però, non sembra preoccupata, anzi sostiene che, a maggior ragione, alla sorella convenga unirsi ai Troiani, formare con loro un solo popolo. Per di più dall’unione potrebbe nascere anche una gloria futura degli stessi Punici:
Che gran città vedrai sorgere, o sorella, che regni
da un tale matrimonio! Con le armi dei Teucri
a fianco, in quante imprese si leverà la gloria
dei Punici
! (l.IV, vv.61-64)

Insomma, Anna è davvero convincente. È una donna forte, un po’ calcolatrice, se vogliamo, ma quanto a carattere, non è da meno a molti eroi che, sotto la corazza, nascondono un animo debole. La logica del suo discorso convince anche Didone, ma l’aver allontanato per il momento il dubbio tormentoso della mancata fede alla parola data, non la rasserena più di tanto. Per descrivere il suo stato d’animo, Virgilio ricorre ad una similitudine molto efficace:
La fiamma le divora le tenere midolla
e sotto il petto vive una muta ferita.
L’infelice Didone arde ed erra furiosa
per tutta la città, come una cerva incauta
che –dopo averla inseguita con le frecce- un cacciatore
tra le selve di Creta di lontano ha ferito
con un’acuta saetta, lasciando senza saperlo
confitto nel suo fianco il ferro alato. Lei
corre in fuga, affannata, per le foreste e le balze
dittèe, recando infitta nel fianco la canna mortale
. (l.IV, vv.85-94)
La similitudine, però, non è originale: già Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, paragona Medea, innamorata di Giasone e timorosa della punizione paterna per aver aiutato il “nemico”, ad una cerbiatta atterrita dall’abbaiare dei cani. Certo, in Virgilio, il motivo è quello della ferita d’amore: non è forse vero che il simbolo della passione amorosa è il cuore trafitto da una freccia? Resta il fatto che lo strale in questione è quello di Cupido e dovrebbe essere indolore. Ma chi può negare che la freccia porti, talvolta, delle conseguenze inattese? Ritorna, quindi, il motivo del “mal d’amore”. La passione è qui identificata con la fiamma che divora le tenere midolla e sotto il petto, guarda un po’, vive una muta ferita. Anche il motivo della fiamma non è originale. Saffo, poetessa greca dalle dichiarate tendenze omosessuali, recitava: Serpe la fiamma entro il mio sangue ed ardo. (Ode Saffica Quei parmi in cielo fra gli dei …, traduzione di Ugo Foscolo, v.9). Ma come se ciò non bastasse, l’innamoramento annulla ogni facoltà, ogni sensazione:
More la voce, mentre ch’io ti miro,
sulla mia lingua
[…]
un indistinto tintinnio m’ingombra
gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
torbida l’ombra
, […]
e smorta in viso come erba che langue,
tremo e fremo di brividi
…( ibidem, vv. 6-10)
Insomma, chi è innamorato non ha più voce per parlare, non sente altro che un tintinnio nelle orecchie, ha la vista annebbiata, è pallido come un cadavere e trema. Beh, non c’è da stupirsi che Aristotele identificasse nell’amore una malattia. Del resto, alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha provato tali sensazioni! La nostra Didone non è da meno:
Ora conduce Enea con sé per le vie, […]
Vuol parlargli e la voce a mezzo s’arresta:
ora, al cader del giorno, desidera uguale il convito
e chiede, insana, di udire ancora i travagli di Troia
e, mentre egli narra, ancora ella pende dalle sue labbra
. (l.IV, vv.74 e 76-79)

Come si fa a vivere così? Pensate quale idea si faccia Enea della regina, come minimo si chiede se ha qualche problema di arteriosclerosi! Lui non è ancora pervaso dalla fiamma d’amore, anzi per la verità non lo sarà mai, anche se non disdegna la convivenza more uxorio.
La cosa più grave è che, a causa di questa insana passione, Didone trascura i suoi doveri di regina e pare che, senza la sua guida, il popolo cartaginese non sappia fare un granché:
Cominciate,
non crescono le torri, la gioventù non si esercita
nelle armi né i porti allestisce o bastioni sicuri
in caso di guerra: restano le opere a mezzo interrotte
. (l.IV, vv.85-88)
È chiaro, anche a Giunone, che così non si può andare avanti. La dea, fieramente ostile ad Enea ma cosciente di trarne un vantaggio, propone a Venere un business: favorendo il matrimonio tra i due, Enea se ne starebbe lontano dagli italici lidi dove né Giunone né Venere vogliono che arrivi. Detto, fatto: si decide che il connubio avvenga il giorno seguente.


Durante una battuta di caccia, complice un temporale, i due si ritrovano insieme in una caverna che, guarda caso, funge da rifugio ad entrambi. Di fronte all’esaudirsi dei suoi desideri, noi potremmo pensare che la regina sia al settimo cielo; invece, fin dall’inizio, il coronamento del sogno viene descritto come una colpa. In realtà è Virgilio, narratore onnisciente, che, sapendo come la vicenda si evolverà, descrive così il connubio:
Fu quello il primo giorno di morte e l’origine prima
d’ogni sventura; non bada al suo decoro Didone,
né alla sua fama e non più vagheggia un amore furtivo;
lo chiama connubio, vela con questo nome la colpa
. (l.IV, vv.169-172)
Perché il fatto assume una connotazione tanto negativa? Perché si sa che l’unione con Enea non è destinata ad avere un futuro, si sa che Didone morirà suicida. L’unica a non saperlo è proprio la regina né ha piena coscienza di aver appena preso una decisione a scapito del suo buon nome. Però, dico io, se è vittima di una congiura divina tramata alle sue spalle, cosa può fare? La mente offuscata dall’amore non le permette nemmeno di immaginare i risvolti del suo gesto: infatti, la Fama si affretta a diffondere la notizia, distorcendone i contorni. Naturalmente le chiacchiere giungono alle orecchie dello sposo respinto, Iarba, che va su tutte le furie. D’altronde, come possiamo dargli torto? La sua proposta di matrimonio era stata rifiutata, anche se a buon diritto visto il comportamento burlone, e poi Didone si unisce al primo che capita, senza nemmeno conoscerlo!

La vita matrimoniale dei due è riassunta dall’autore in pochi versi, in riferimento alle voci che si erano diffuse per tutta la Libia:
[la Fama] narrava:
ch’era lì giunto Enea, di sangue troiano, che a lui
come a sposo or si degna d’unirsi la bella Didone;
or tutto l’inverno si godono in mutui piaceri,
obliosi del regno e presi dal turpe diletto
. (l.IV, vv.190-194)
Non dobbiamo stupirci che il moralista Virgilio si esprima con tali termini. Sarà forse l’uso di queste tinte forti ad aver influenzato Dante nella stesura del V canto dell’Inferno? Infatti, giunto nel secondo cerchio, quello dei lussuriosi, chi vi trova? Colei che s’ancide amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo (Inferno, V, vv.61-62). Naturalmente si tratta di Didone che dal poeta fiorentino viene collocata proprio qui; visto che anche il suicidio è un peccato grave (i suicidi sono relegati nel secondo girone del settimo cerchio), perché non far precipitare la regina fin laggiù? Perché, evidentemente, la sua colpa più grave è quella di essersi abbandonata a cieca passione. Ella si trova in buona compagnia: fra i lussuriosi troviamo anche Cleopatra, Elena e Paride, che certamente non potevano mancare, persino Achille, accusato di essersi lasciato vincere dall’amore per Polissena, e, naturalmente, Paolo e Francesca che incarnano il prototipo stesso della lussuria. Ma Enea dov’è? Non qui perché, pur non avendo fatto nulla per ostacolare il connubio e pur avendo trascorso l’inverno abbandonato ai mutui piaceri, non è lussurioso. Non condivide, quindi, questa colpa con Didone; sembra che Dante lo voglia discolpare perché vittima delle circostanze (come se Didone non lo fosse!). Per il sommo poeta Enea non ha colpe, tranne quella, inconsapevole, di essere pagano: lo colloca, infatti, nel Limbo, abitatore del nobile castello, coinquilino di molti altri eroi, poeti e filosofi. L’elenco è lungo: tra gli altri troviamo delle vecchie conoscenze, come Omero ed Ettore. D’altra parte, se consideriamo che Virgilio funge da guida nel regno dei peccatori, se non altro in suo ossequio era doveroso che Dante collocasse tra i grandi pagani il protagonista dell’Eneide. Inoltre, il vate doveva aver compreso che il poeta latino non nutriva una gran simpatia per Didone giacché non viene per nulla riscattata dalle sue colpe, nemmeno quando non dipendono dalla sua volontà.

Il destino dell’infelice regina è ormai segnato: l’invidioso Iarba, infatti, non perde tempo e si rivolge a Giove che, guarda caso, è suo padre (non si può nemmeno immaginare la quantità di figli che l’Olimpio aveva sparsi in giro per il mondo!) e chiede vendetta per l’oltraggio subito. A nulla è valso il tentativo del duo Venere-Giunone: infatti, il padre (dell’una) e marito (dell’altra) si affretta ad inviare il messaggero degli dei, Mercurio, da Enea, per ricordargli la missione che il Fato gli aveva affidato: deve partire, l’Italia lo aspetta.

[immagine sotto il titolo: Enea e Didone, dipinto nell’ex Palazzo vecchio Majorana di Scordia, da questo sito; Didone mostra Cartagine ad Enea, Claude Gallée detto il Lorrenese (1600-1682). Olio su tela, 1676. Amburgo, Kunsthalle, da questo sito; immagine: Enea e Didone nella grotta, olio su tela di Francesco Paolo Argentieri, tratta da questo sito]

30 settembre 2010

ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO

Posted in letteratura latina, Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 6:12 pm di marisamoles


In altri post mi sono dilettata a parlare di alcuni degli “eroi” greci che affollano gli omerici versi, ne ho messo in luce i vizi, piuttosto che le virtù, e ho notato come a fianco di ciascuno si possono collocare delle donne dal carattere forte. La carrellata, però, non finisce qui; dai poemi omerici, infatti, ci trasferiamo in ambito romano e quando parliamo di epica latina, alla memoria di ognuno di noi si affaccia un solo grande poema: l’Eneide di Virgilio.

Il nome del protagonista è noto a tutti; quello che forse è meno conosciuto è il suo ruolo all’interno del poema. Enea è un esule e ha il compito di portare il suo popolo, o almeno ciò che resta dei Troiani, lontano dalla città ormai distrutta. E’ un esule: di questi tempi il tema è alquanto di moda, viste le masse di extracomunitari che quotidianamente cercano di sbarcare sulle italiche rive. Ecco, immaginatevi una situazione di questo genere: un gruppo consistente di esuli troiani che, spinti dall’aspettativa e dalla speranza di una “terra promessa”, cioè l’Italia, si mette in viaggio e si lascia guidare da un condottiero di popolo illuminato dalla divinità. Eh già, perché anche qui, come nei poemi omerici, gli dei giocano un ruolo determinante, a cominciare da Venere che è addirittura la madre di Enea. Ma di questo parleremo più avanti.

Il tema dell’esilio, della fuga dalla patria ostile, dicevamo, è di grande attualità. Ma anche il passato meno recente ci riconduce allo stesso tema: pensiamo alle masse di nostri connazionali che, all’inizio dello scorso secolo, si mettevano in viaggio, spesso in situazioni precarie, per raggiungere l’America, terra sconosciuta, mossi da una disperata speranza di trovare fortuna, ma nello stesso tempo consapevoli dell’ignoto destino che li attendeva.
Ancora: verso l’inizio degli anni ’90, un altro popolo si muove dalla propria terra, lasciandosi alle spalle la miseria già sperimentata, per giungere, questa volta in Italia, con la speranza di trovare una fortuna ancora ignota. Sto parlando degli albanesi e non a caso il film di Gianni Amelio incentrato su questa tragedia, s’intitolava “Lamerica”. Quello che questi derelitti cercavano nel nostro paese era esattamente ciò che tanti italiani avevano cercato, nello scorso secolo, oltreoceano. “Lamerica” assume una connotazione paradigmatica della “fortuna” stessa che un popolo di disperati va cercando in fuga dalle proprie miserie.

Perché ho citato questi esempi? Per concludere che gli esuli troiani guidati da Enea possono essere paragonati ai nostri “antenati” o agli albanesi (a cui recentemente si sono aggiunti curdi, armeni e chi più ne ha, più ne metta)? Certamente no. La storia di Enea non è semplicemente quella dell’esule disperato alla ricerca di una vita migliore, anche se delle affinità con gli albanesi evidentemente ci sono, specialmente per quanto riguarda il punto d’arrivo del viaggio, che è appunto l’Italia. Ma la nostra penisola è una vera e propria “terra promessa”, non un casuale approdo, e il destino che attende i Troiani è ben noto, non ignoto o solamente vagheggiato come quello di tanti altri esuli. Se devo proprio cercare un termine di paragone, vedrei Enea simile a Mosè cui Dio ha affidato l’arduo compito di riportare il proprio popolo nella Terra Promessa. Ovviamente ci sono delle differenze: Mosè strappa gli ebrei dalla schiavitù e non solo li riconduce nella propria terra, ma ridà loro la libertà; il Dio di Mosè è unico ed il compito del biblico esule è anche quello di arrestare il dilagante politeismo per rafforzare la fede monoteista. Enea, invece, è un troiano che strappa il suo popolo a morte certa e terribile: a chi farebbe piacere concludere la propria esistenza tra le fiamme di un indomabile incendio? Inoltre, la terra verso cui deve salpare con le navi è conosciuta, ha un nome: Italia. Questa è la terra promessa dagli dei e dal Fatum che è espressione della volontà divina onnipotente e suprema. Il viaggio di Enea non è paragonabile a quella dei tanti disperati i cui naufragi affollano spesso le pagine dei giornali; certo anche lui ha le sue belle “gatte da pelare”, anche le sue navi faranno naufragio e anche il suo popolo sarà ospitato da genti straniere. Allora i centri di accoglienza non esistevano, ma agli esuli erano riservati tutti gli onori e nessuno presentava loro il “decreto di espulsione” se individuati come clandestini. Almeno in questo i Troiani erano fortunati.

Non dobbiamo credere, però, che durante il viaggio di Enea, paragonato, ad esempio, a quello di Ulisse, tutto fili liscio: anche l’eroe virgiliano deve lottare contro le sventure e le avversità determinate dagli dei ostili, specie Giunone che non aveva dimenticato ancora l’affronto di Paride (sempre per quella mela che così imprudentemente aveva assegnato ad Afrodite!) e aveva giurato vendetta nei confronti dei Troiani. Ma gli dei nell’Eneide sembrano essere un po’ più malleabili (vedremo che Giunone addirittura si metterà d’accordo con Venere, sua acerrima nemica), meno vendicativi e meno rigidi nell’imporre la loro volontà. Sono anche meno capricciosi e litigiosi e più partecipi dei sentimenti umani, rispetto agli dei omerici sempre pronti a scannarsi e incapaci di immedesimarsi nelle umane sofferenze (se fanno durare dieci anni il viaggio di Ulisse!).

Il tema del viaggio e quello della guerra (presente non solo nel ricordo degli ultimi istanti di vita di Troia, ma anche nella parte finale del poema, quando Enea dovrà combattere, contro Turno re dei Rutuli, per entrare in possesso della “terra promessa”) costituiscono il trait d’union con i poemi omerici. Del resto Virgilio aveva ben presente l’Iliade e l’Odissea ed Omero rappresentava l’auctoritas da cui trarre spunto nella stesura della sua opera. Non solo, ma nel progetto culturale della pax Augusta, il poema si colloca come strumento di esaltazione della grandezza di Roma e della sua missione civilizzatrice, perché Troia, simbolo della potenza antica, cade e resuscita, grazie ad Enea, sui sette colli.

Se è impossibile, per ragioni cronologiche, attribuire ad Enea la fondazione di Roma, è possibile comunque creare un legame tra gli esuli troiani e i Romani: Iulo (o Ascanio), figlio di Enea, fonderà Albalonga, città natale dei due gemelli, Romolo e Remo, mitici fondatori della città di Roma. Addirittura, una delle gentes più importanti nell’Urbe è proprio la gens Iulia, quella, per intenderci, che darà i natali a Giulio Cesare.
Ecco, quindi, la chiusura del cerchio; ma per portare a compimento questo progetto, Enea deve essere una persona speciale e questa sua peculiarità è riassunta nell’epiteto che lo accompagna sempre nei versi virgiliani: pius. La traduzione letterale in italiano crea spesso dei problemi d’interpretazione: “pio” non significa, in questo contesto, “pietoso”, “misericordioso”, bensì “devoto”. In effetti Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti.

Enea è pio nel momento in cui accetta tutto ciò che gli arriva dall’alto, senza pensare al proprio bene, ma a quello di tutti i suoi cari, del suo popolo, della sua patria. Di fronte alle sofferenze si adagia, con animo pio, appunto, non lotta come Achille o Ulisse, perché sa che lottare contro il Fato è inutile ed arrabbiarsi oltre a non servire a nulla, fa stare anche peggio.
Da questo ritratto sembrerebbero prevalere gli aspetti positivi del suo modo di agire, anche rispetto agli eroi omerici; questa sua sensibilità verrà meno proprio dove servirebbe di più: in amore.

[nell’immagine “Enea e Anchise” di Gian Luigi Bernini, tratta dal sito Settemuse]

13 maggio 2010

LE DONNE DI ULISSE: PENELOPE, L’AMATA SPOSA … MA TRADITA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , a 5:59 pm di marisamoles


A quei tempi, si sa, le donne non si sceglievano un marito, i matrimoni erano combinati e alle poverette non restava altro che adattarsi alla situazione. Dal padre-padrone passavano al marito-padrone ed accettavano il sacrificio con rassegnazione, consce della propria inferiorità. Quelle che se la passavano meglio, tutto sommato, erano le “meno serie” che, se dal punto di vista morale risultano discutibili, non erano soggette ad alcun vincolo matrimoniale poco gradito. Poi c’erano le opportuniste, come Elena, che cercavano di trarre profitto dalla situazione, senza preoccuparsi dei sentimenti.
Talvolta, però, anche dai matrimoni combinati poteva nascere l’amore: ne è un chiaro esempio Andromaca, moglie di Ettore, che però, dopo la morte dello sposo e l’uccisione del figlio Astianatte fatto precipitare dai Greci dall’alto delle Porte Scee, deve accettare il crudele destino, cioè sposare Neottolemo, figlio di Achille. Ironia della sorte! Da costui avrà anche dei figli, ma poi verrà ceduta ad Eleno, fratello di Ettore e quindi suo cognato, ritornando, per così dire, in famiglia. Nonostante tutto rimane, però, fedele nell’animo al suo primo sposo e mantiene vivo l’amore per lui, per il resto della sua vita. Nell’antichità gli amori sfortunati erano all’ordine del giorno!

Anche Penelope viene “data in sposa” ad Ulisse: è una principessa spartana, figlia di Icario e Permea, è, come si dice, un buon partito. Penelope ama Ulisse e lo dimostra aspettandolo per vent’anni, senza cedere di un millimetro di fronte alle incalzanti richieste dei pretendenti, senza smettere di chiedere notizie su di lui ai forestieri che giungevano ad Itaca. Non solo dimostra di amare il suo sposo; prende in mano il regno, cerca, come può, di mantenere la prosperità anche se i Proci si danno un gran daffare per saccheggiare il palazzo con tutti i suoi beni, ancelle comprese. La fermezza con cui affronta la situazione ne fa una vera e propria eroina. Sa agire d’astuzia, come evidentemente le aveva insegnato Ulisse, e procrastina quanto può la scelta di uno dei pretendenti, inventando la scusa della tela: non volendo tradire il suo uomo, li tiene a bada promettendo loro che avrebbe deciso con chi sposarsi non appena avesse terminato di tessere una tela funebre per il suocero Laerte; ma la tela che tesseva di giorno la disfaceva di notte.

A questo proposito mi vengono in mente delle considerazioni: primo, Laerte, seppur vecchio, stanco e acciaccato, doveva fare gli scongiuri tutti i santi giorni; secondo, i Proci dovevano essere degli emeriti cretini se si lasciavano convincere dalla storiella della tela, anche perché se l’unica attività concessa alle donne era quella di tessere, un po’ di pratica Penelope la doveva avere; terzo, la povera donna doveva essere un po’ ingenua se era convinta che l’inganno della tela potesse reggere a lungo. E infatti la spiata di un’ancella provoca l’ira dei Proci che, indispettiti notevolmente dall’abile raggiro, le danno un ultimatum. Ma di questo parleremo in seguito.

Mentre il marito era in giro a spassarsela, la moglie aveva decisamente le sue gatte da pelare e il modo in cui si comporta, la sua caparbietà e l’infinita pazienza dimostrata, ne fanno un emblema quasi unico dell’amore coniugale. Ma Ulisse, amanti a parte, l’amava davvero? Secondo quanto ci narra Omero, sì, se è vero che per dieci anni anela a tornare a casa. Ma ad Itaca non c’è solo Penelope, ci sono anche il trono, i suoi sudditi, i suoi interessi. Poi, sempre dal racconto omerico, è chiaro che l’eroe è un po’ volubile e facile preda delle tentazioni: resiste, in pratica, solo alle sirene ma, essendo donne solo a metà, forse non l’attraevano più di tanto, e a Nausicaa che, però, giunge per ultima e lo trova un po’ stanco di avventure.

Si sa che l’eroe non era troppo convinto di partire per la guerra: quando gli giunge l’ambasciata da parte di Menelao, ha una moglie giovane e presumibilmente carina, un figlio piccolo e una solida posizione sociale; perché, dunque, lasciarsi trascinare in questa avventura? Forse per la sete di conoscenza, come vuol credere l’Alighieri, forse per il sentimento di fratellanza che lega i sovrani greci che, tutti per uno, uno per tutti, si aiutano a vicenda, forse semplicemente perché era l’unico modo per far durare a lungo il suo matrimonio!
L’unica cosa certa è che, seppur riluttante, parte e se Omero ci vuol far credere che la lunga assenza è dovuta soprattutto all’ira di Poseidone che lo costringe più volte al naufragio, vero è che buona parte dei dieci anni successivi alla guerra di Troia li passa da Calipso ed è smanioso di ripartire alla volta di Itaca solo quando si rende conto che la relazione non ha più l’effervescenza iniziale.

Tornando a Penelope, all’inizio dell’Odissea la troviamo alle prese con il figlio Telemaco che, in quanto a rispetto nei confronti della genitrice, si dimostra un po’ carente. Siamo alla reggia e l’aedo Femio allieta i convitati intenti a consumare un lauto banchetto, a spese di Ulisse naturalmente, cantando, sulle note della cetra, il luttuoso ritorno degli Achei da Troia, imposto loro dalla furibonda Pallade Atena; pare, infatti, che Aiace avesse tentato di rapire Cassandra dal tempio della dea e che ella, per vendetta, avesse scatenato una terribile tempesta da cui prendono inizio le peregrinazioni di Ulisse. Ora pensate alla povera Penelope alle cui orecchie giungono i canti di Femio: insomma, è come parlare di corda in casa dell’impiccato! Nonostante il presumibile risentimento, la donna si reca con animo pacato nella sala del banchetto e con tono estremamente cortese, seppur fra le lacrime, si rivolge all’aedo:

Femio, molte altre mirabili imprese degli uomini
e degli dei tu conosci, quelle che cantano i cantori;
canta una di queste, seduto tra loro, e loro silenziosi
bevano il vino: ma smetti di intonare questo canto
doloroso, che sempre il cuore nel petto
mi tormenta, poiché profondamente mi ferì la sofferenza insopportabile
. (Odissea, II, vv. 337-342)

Beh, non si può far altro che ammirarla; un’altra avrebbe usato toni meno gentili: “Senti un po’, cretino, ma chi ti credi di essere, toccare proprio questo tasto, nel mio palazzo! Non credi, forse, che io soffra già abbastanza senza il bisogno dei tuoi lamentosi versi? Non hai proprio nient’altro, nel tuo repertorio, da cantare?”.
Se la donna si dimostra alquanto educata e paziente, il figlio non si rivela altrettanto gentile e rispettoso, visto che dopo averle ricordato che non è colpa degli uomini se le vicende sono così funeste, ma di Zeus, la liquida senza tante cerimonie e la rispedisce alle sue stanze:
Suvvia, torna nella tua stanza e dedicati alle tue opere,
telaio e fuso, ed ordina alle ancelle
di accingersi ai loro lavori: agli uomini tocca parlare,
a tutti, ma a me soprattutto: mio è infatti il potere nella casa
. (II, vv. 356-359)
Ed ecco che ritornano in ballo i ruoli: le donne al telaio, gli uomini alla guerra o, in tempo di pace come in questo caso, alle attività politiche. Le parole che Telemaco rivolge alla madre non sono forse simili a quelle che Ettore, nel VI libro dell’Iliade, aveva pronunciato rivolto alla moglie Andromaca? Nemmeno un po’ di comprensione per la povera Penelope che dedica tutto il suo tempo alla tela infinita!

Al tono irriverente del figlio Penelope sembra non far caso, nemmeno più tardi, verso la fine del poema, quando, dopo la prova dell’arco e la strage dei Proci compiuta da Ulisse, Euriclea, la fedele nutrice dell’eroe che lo aveva riconosciuto da una vecchia cicatrice facendogli il bagno, corre ad annunciarle il ritorno del marito. Di fronte all’incredulità della madre, Telemaco reagisce con parole di rimprovero:

Madre mia, matrigna, hai certo un cuore impassibile,
perché ti tieni lontana dal padre, non ti siedi
vicino a lui, non gli parli, non gli chiedi nulla?
Un’altra donna non starebbe così irremovibile in cuore,
lontana dal marito, che, dopo aver sofferto tanto,
giungesse dopo vent’anni alla sua terra patria:
ma tu hai un cuore più duro della pietra
. (XXIII, vv.96-103)

Ma mettiamoci nei panni della poveretta: da vent’anni aspetta lo splendido sposo, dedica ogni istante della sua vita a quest’attesa, prega con costante dedizione gli dei affinché glielo riportino a casa sano e salvo ed ora, trovandosi di fronte uno straccione (Ulisse, infatti, per volontà di Atena indossa i panni di un mendicante), brutto, vecchio oltre che lacero, dovrebbe buttargli le braccia al collo così, seduta stante? Concediamole almeno un momento di riflessione! In questo Penelope si rivela saggia forse più di un uomo e Ulisse stesso ne è colpito, tanto da esortare il figlio a darle tempo, a lasciare che la moglie metta alla prova il marito.
La prova non è quella che potete pensare: figuriamoci se dopo vent’anni la disgraziata si poteva ricordare delle prestazioni di Ulisse nel talamo nuziale! L’eroe, comunque, è rassegnato: di prove a letto non se ne parla proprio!

Nonostante il bagno fattogli da Euriclea, l’intervento di Atena che, alquanto sollecita, lo rende più bello per convincere la sposa, la ferrea Penelope non si piega ancora al suo fascino. Un po’ spazientito, Ulisse le dice:

Sciagurata, gli dei che abitano le case dell’Olimpo ti forgiarono
un cuore duro, più di ogni debole donna:
certo un’altra donna non starebbe così irremovibile in cuore,
lontana dal marito, che dopo aver molto sofferto,
giungesse dopo vent’anni alla sua terra patria.
Ma suvvia, nutrice, preparami il letto, perché, anche da solo,
mi riposi: costei ha un cuore fatto di ferro
. (XXIII, vv.166-172)

Questo è il vero punto di forza di Penelope, che la rende meno lagnosa di molte altre donne epiche e molto più simile ad un uomo dal cuore di ferro. Il fatto più straordinario è che Ulisse in persona è costretto ad ammettere questa forza interiore della donna che ha il coraggio di rifiutarsi di giacere nel talamo nuziale con il presunto marito: a letto può andarci pure da solo, anzi, rivolta ad Euriclea, Penelope dice:
preparagli il suo robusto letto,
portandolo fuori dal talamo,
il letto che egli stesso si fece
. (XXIII, vv.177-179)
Ma è solo un trucco, l’inganno è pronto, è questa la prova cui Penelope sottopone l’uomo che ancora non chiama marito; ogni altra prova, compresa quella sotto le lenzuola, sarebbe stata aleatoria. Qual è, dunque, questa prova? Ulisse, se è Ulisse, deve saper che il letto è stato costruito intagliandolo in un tronco d’ulivo che affonda le sue radici nel sottostante cortile e che, quindi, non può essere spostato. Quasi stando al gioco, partecipando al duello di parole, ora veritiere, ora ingannevoli, condotto tra i due sposi, Ulisse riesce ad ironizzare chiedendo Chi ha spostato il mio letto? (v.184) e con minuzia di particolari racconta come l’aveva costruito, rivelando quelle abilità tecniche manuali che gli erano tornate utili per costruirsi la zattera con cui era ripartito dall’isola di Ogigia dove Calipso l’aveva trattenuto.
Consapevole di aver superato la prova, l’eroe è raggiante e la sposa può finalmente gettargli le braccia al collo e baciarlo, non senza scusarsi della diffidenza e asserendo, ingenuamente, che molti sanno escogitare inganni astuti (v.217): davvero un eccesso di zelo, considerato chi le siede di fronte.

Sembra una storia a lieto fine, ma una nube offusca la loro felicità: c’è ancora un segreto da rivelare. No, non è giunto il momento di smascherare i suoi tradimenti, Ulisse non ne sarebbe capace; si tratta di una profezia dell’indovino Tiresia, il solito uccellaccio del malaugurio, che gli aveva predetto un nuovo viaggio fino alla terra di un popolo favoloso e lontano, dove dovrà cercare un luogo adatto a un sacrificio per Poseidone. Il debito, evidentemente, non è ancora saldato e Odisseo non può rimanere impunito.
Colpisce la serenità con cui Penelope accetta la cosa e con cui convince il marito a non rimandare la rivelazione:

Sempre sarà pronto per te il tuo letto, quando in cuore
tu lo desidererai, perché gli dei ti concessero di giungere
alla tua casa ben costruita e alla tua patria terra:
ma giacché hai accennato a qualcosa che un dio ti pose in cuore,
anche a me dì ora la prova, poiché io la saprò in futuro,
penso, e non è peggio che subito io la conosca
. (XXIII, vv.257-262)

Così narra Omero, e nulla sappiamo di più sul nuovo viaggio e sul nuovo ritorno dell’eroe a casa. Una leggenda vuole che, dopo essere ritornato in patria ed aver continuato a regnare in pace accanto alla moglie e al padre Laerte (gli scongiuri evidentemente erano serviti se gli dei gli hanno concesso così lunga vita), sia stato ucciso, involontariamente, dal figlio Telegono, avuto da Circe, giunto ad Itaca proprio per conoscere il padre. Sembra che il parricidio gli fosse stato predetto dal solito Tiresia e che, per riparare il torto, seguendo gli ordini di Atena, Telegono avrebbe portato con sé Penelope e Telemaco nella natia isola di Eea. Secondo Igino, fonte autorevole, tuttavia poco credibile, lo stesso parricida avrebbe sposato la vedova di Ulisse e avrebbe avuto da lei un figlio, Italo, fondatore del Tuscolo e di Preneste, da cui deriverebbe il nome della nostra penisola.

Ma queste sono solo leggenducole che non riescono ad offuscare la buona fama di questa eroina che non ha nulla da invidiare a tanti uomini. Persino Agamennone, durante l’incontro con Odisseo nell’Oltretomba, ne riconoscerà i meriti, con parole piene di ammirazione:
è molto saggia e nutre pensieri sapienti
la figlia di Icario, Penelope
. (XI, vv.445-446)

[nell’immagine: Penelope and her suitors by Sir John William Waterhouse]

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30 aprile 2010

LE DONNE DI ULISSE: CIRCE, L’AMANTE MAGA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 4:49 pm di marisamoles


Parlare di Circe mi mette un po’ a disagio. Non è una questione di pudore: di donnacce nell’antichità ce n’erano tante, così come ce ne sono tutt’oggi. E’ piuttosto una questione di principio: è difficile ammettere che anche la maga, nonostante tutto, abbia i suoi meriti, nel male più che nel bene. Primo fra tutti quello di aver accalappiato Ulisse che, nonostante Omero cerchi di giustificare il suo momento di defaiance con lo spirito di sacrificio, quello, cioè, che lo spinge a salvare i compagni, non disdegna la compagnia di Circe per un anno intero. Per dirla tutta, saranno i compagni a smuoverlo da questa magica infatuazione, chiedendogli di riprendere il mare per far ritorno a casa, altrimenti chissà quanto altro tempo se ne sarebbe rimasto sull’isola di Eea in dolce compagnia!

L’episodio viene narrato nel X libro dell’Odissea e costituisce uno di quegli elementi fantastici che caratterizza questo poema e lo distingue dall’Iliade, interamente dedicata ad imprese belliche. Quando, a scuola, si introduce l’Odissea, si tende a sottolineare proprio questo aspetto: è come un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, animato da maghe, mostri, creature fantastiche, avvolto, in certi punti, da un alone di mistero. Circe è uno di quei personaggi fantastici che popolano il poema, eppure in molte edizioni scolastiche l’episodio che la riguarda è censurato; se compaiono pochi versi, sono privi di ogni riferimento che più o meno esplicitamente riconduca la maga alla sua reale dimensione: una specie di prostituta che si diverte con i forestieri di passaggio, per poi tramutarli in porci.
Ora, io mi chiedo: i ragazzi d’oggi sono abituati ad ogni sorta di schifezza, alla televisione non c’è film in cui manchi almeno una scena di sesso, persino alla pubblicità il nudo, ovviamente femminile, è all’ordine del giorno, perché mai, allora, si dovrebbero scandalizzare nel leggere i versi in cui Circe, di fronte ad Ulisse che minaccioso sfodera la spada, esorta:

Suvvia, la tua spada riponi nel fodero;
saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto
insieme congiunti in amore, possiamo
scambiare fra noi la fiducia dell’animo
. (Odissea, X, vv.347-350)

Dipende, poi, da come vengono letti questi versi: la parola chiave qui è evidentemente “fiducia”; il sesso non c’entra, anche se l’invito all’atto sessuale è più che esplicito. Ulisse non si fida, e fa benissimo, quindi la maga propone un’unione carnale che sancisca il “patto di non aggressione”: se vieni a letto con me potrai fidarti, non t’ingannerò, manterrò la mia promessa.
Il problema è, secondo me, che la parola chiave vista dai ragazzi non è “fiducia” ma è “letto”. Quando si parla di letto, ci si deve aspettare un coro di risolini. È evidente che il loro orizzonte sessuale è, a quattordici anni, ancora limitato, specie quello dei maschi, mentre l’immaginazione è fervida e suscita questa sciocca reazione che scoraggia l’insegnante ad analizzare il passo, se è presente nel libro, o l’editore a pubblicarlo.

Detto questo, è opportuno spendere due parole sull’origine della maga. Secondo la tradizione, Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Pesside, appartenente alla stirpe di Oceano. Nella sua famiglia ci doveva essere qualche tara ereditaria, visto che una delle sorelle sarebbe Pasifae, sposa del re di Creta Minosse. Credo che tutti conoscano le tendenze sessuali leggermente deviate della regina: ella, infatti, si sarebbe innamorata di un toro e da esso avrebbe generato il Minotauro, che nel nome stesso racchiude le due nature, umana e taurina. Tale mostro poi fu richiuso dal re di Creta nel famoso labirinto e poi ucciso da Teseo. Qualche fonte cerca di reinterpretare il mito restituendo l’onore e l’integrità mentale alla regina Pasifae: Plutarco, infatti, afferma che la relazione da cui nacque il Minotauro era stata intrecciata dalla regina con un uomo di nome Taurus. Ingenua, come spiegazione, visto che in questo modo non si giustificherebbero le caratteristiche fisiche del mostro del Labirinto. Inoltre, in entrambi i casi, le corna a Minosse nessuno gliele toglie!

Comunque stiano le cose, è certo che le donne in famiglia erano un po’ strane: ad una piacevano i tori, all’altra … i maiali.
Preferenze sessuali a parte, la leggenda narra che la nostra Circe, dopo aver ucciso senza tanti complimenti il marito, re dei Sarmati, si rifugiò nell’isola di Eea e si dedicò ad un’attività altamente umanitaria: ospitare i forestieri di passaggio, offrendo loro un letto, il suo. Peccato che, dopo aver concesso loro anche i suoi favori, li trasformasse in porci. Anzi, se gli ospiti non erano di suo gradimento, li tramutava direttamente in animali e così fece anche con undici compagni di Ulisse.

Ma l’abilità della maga in fatto di mutazioni non si limitava ai soli suini: un’altra leggenda ci tramanda che, innamoratasi del dio marino Glauco e non riamata, trasformò la di lui compagna Scilla, bellissima ninfa, in un orribile mostro marino con sei teste e sei bocche dotate ciascuna di una triplice fila di denti. La fanciulla nella nuova veste si fece talmente tanto schifo che, disperata, si gettò in mare e si nascose in uno scoglio di fronte all’antro abitato da un altro mostro marino, Cariddi, che creava dei terribili vortici mettendo a repentaglio la vita dei naviganti. Lo stesso Ulisse avrebbe sperimentato, durante la navigazione, la voracità di Scilla, se Circe medesima, impietosita, non l’avesse messo in guardia. Nonostante tutto, il passaggio tra Scilla e Cariddi costò ad Ulisse la perdita di sei compagni, ghermiti dal mostro mentre la nave stava superando il gorgo di Cariddi (cfr. l. XII). Nella realtà, Scilla e Cariddi sono due scogli emergenti dal mare tra Reggio Calabria e Messina.

Da tale famiglia non ci si poteva aspettare evidentemente niente di meglio. Tornando al nostro racconto, Ulisse approda sull’isola di Eea dopo aver superato terribili avventure: quella con Polifemo, a tutti nota, e con i Lestrigoni, giganti cannibali che lanciano dall’alto delle rocce dei massi enormi, distruggendo quasi completamente la flotta dei Greci. Sull’unica nave uscita indenne da tale esperienza, il nostro eroe, ormai in preda allo sconforto, riprende il mare con i pochi superstiti e giunge, quindi, sull’isola di Circe.
Si dice che “sbagliando s’impara”; beh, ai tempi di Ulisse il motto non doveva essere ancora molto diffuso, visto che, ancora una volta, si avventura in un posto apparentemente deserto e sconosciuto che potrebbe nascondere chissà quali insidie. Anzi, per dire la verità, in un primo momento la diffidenza lo porta a non esporsi a potenziali pericoli; poi prende il sopravvento lo spirito d’avventura e la “sete di conoscenza” che gli fa cambiare idea: due gruppi di uomini andranno ad esplorare l’isola, uno guidato da lui stesso, l’altro capitanato da Euriloco, ma solo quest’ultimo si spingerà fino al palazzo maestoso scorto da lontano.

Il palazzo di Circe, fatto di lucido sasso (X, v.211), potrebbe passare per una delle tante dimore incantate delle fiabe se non vi aleggiasse intorno un’atmosfera alquanto sinistra: a fare la guardia non ci sono alani o dobermann ringhianti, bensì lupi montani e leoni/ammansiti da lei con farmaci tristi (ibidem, vv.212-213) che incominciano, scodinzolando, a fare le feste al gruppo in esplorazione. L’insolito quadretto sarebbe bastato per far fare dietro-front ad Euriloco e compagni, ma una voce melodiosa li incanta:

e udirono Circe che dentro con bella
voce cantava tessendo una tela
grande, immortale, come sono i lavori
che fanno le dee: delicati, fulgidi, fini
.(X, vv.222-225)

La maga, che essendo figlia di Elios è anche una dea, si trova nel portico ed è intenta alle solite opere femminili: destino comune a tutte le donne, mortali o immortali, quello di tessere! La voce melodiosa incanta a tal punto i nostri Greci che, nonostante tutti avessero visto ed udito ciò che c’era da vedere ed udire, uno di essi, Polite, il più caro tra i compagni di Ulisse, sente il bisogno di puntualizzare:

Amici, là dentro c’è una che tesse una tela grande,
una dea o forse una donna:
dolcemente essa canta e intorno ne suona la valle;
noi diamole presto una voce
! (X, vv.228-231)

Ogni volta che leggo questi versi, mi viene in mente una poesia splendida, dedicata non ad una dea, o ad una maga, ma ad una donna mortale, anzi, per dir la verità, ad una fanciulla morta troppo presto per vedere realizzati i suoi progetti, le sue speranze: A Silvia di Giacomo Leopardi. Così scrive il poeta:
Sonavan le quiete
stanze e le vie d’intorno al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi
. (Op. cit.,vv. 7-12)
Il fatto che una delle “opere femminili” sia proprio la tessitura, trova conferma qualche verso più avanti, quando il poeta fa riferimento alla man veloce che percorrea la faticosa tela (Op. cit., vv.21-22).
Che Leopardi, grecista provetto, avesse in mente proprio l’episodio di Circe e dai versi omerici succitati avesse tratto spunto per la sua composizione, è cosa assai probabile. Si può aggiungere che l’immagine della maga, fino a questo punto, non ha nulla di scandaloso, anzi è talmente tanto poetica da ispirare dei versi dedicati ad una tenera creatura come Silvia.

Molto diverso è il seguito delle due storie: dopo aver ammaliato i Greci con il canto melodioso, tutti tranne Euriloco che si tiene alla larga intuendo l’insidia, la maga li rifocilla con un menù a base di cacio, farina, miele e vino di Pramno, il tutto condito con una buona dose di filtri funesti perché della patria/terra cadesse del tutto in oblio la memoria (X, vv.240-241).
Caduti gli imprudenti nella trappola, con un colpo di verga (una sorta di bacchetta magica) si ritrovano nelle vesti, anzi nelle setole poco dignitose di porci e voce di porco/avevano essi, ma intatta era la mente rimasta (ibidem, vv.243-246).
Anche leggendo questi versi, mi viene in mente un’immagine: quella del Pinocchio di Disney che, giunto al paese dei Balocchi, mentre assieme a Lucignolo si diverte a fumare e a giocare a biliardo, inizia a trasformarsi in “ciucchino”, con tanto di coda e di orecchie appuntite, mantenendo l’umana favella intercalata, tuttavia, di quando in quando, da un poco dignitoso raglio! Non serve puntualizzare che è molto improbabile che Disney avesse in mente i versi omerici quando disegnava l’episodio nel suo cartone animato!

Tornando ai nostri Achei, la situazione si fa critica. Euriloco corre ad avvertire Ulisse che, impavido, parte immediatamente alla volta del palazzo per soccorrere i compagni. Ma come avrebbe potuto lui, seppur astuto, resistere alla maga, convincerla a neutralizzare l’incantesimo senza alcun intervento divino? Insomma, sarà un eroe ma è pur sempre un mortale e di fronte a situazioni di tal sorta è un po’ difficile escogitare qualche trucchetto. Che fa, l’acceca come aveva fatto con Polifemo? Mentre è immerso in tali pensieri, suppongo, incontra, guarda caso sotto mentite spoglie, il dio Ermes (Atena in quel momento doveva essere impegnata altrove, visto che di solito è lei che si precipita in soccorso di Ulisse). Questi lo mette in guardia dalla maga e gli consegna un antidoto ai filtri magici di Circe:

Ti do questo farmaco buono; adesso va’ pure da Circe. […]
Farà per te un beveraggio veleni versandovi;
ammaliarti però non potrà, ché il farmaco buono,
che sono a darti, verrà ad impedirlo
. (vv.296-301)

Come continua la storia, già lo sappiamo: inutile dire che di tutto il discorso fatto da Ermes, il nostro Odisseo se ne infischia. L’unica cosa che gli importa è non rimanere vittima dell’incantesimo e quando si trova a tu per tu con la maga, non prima comunque di aver consumato l’amplesso, pretende che Circe liberi i compagni dalle turpi vesti suine.
Nonostante il dio avesse detto ammaliarti non potrà, lo ammalia, eccome! Vi pare che altrimenti sarebbe rimasto in sua compagnia per un anno? Ma pensiamo ai nostri eroi: per dieci anni avevano combattuto una guerra e, anche se presumibilmente qualche ancella sessualmente servizievole l’avevano trovata, erano lontani da casa, dalle loro mogli e fidanzate. Come si può resistere a tale tentazione? Pare, infatti, che la casa di Circe pullulasse di graziose fanciulle che non disdegnavano la compagnia maschile. E’ facile immaginare, quindi, che a tutti piacesse restare, nonostante non fossero più in preda a filtri magici.

Solo dopo un anno i compagni si stufano: si sono divertiti abbastanza e a gran voce chiedono al loro capo di riprendere il mare. Si può constatare, quindi, quanto gli uomini siano volubili: si stancano presto delle donne, hanno bisogno, come si dice, di cambiare aria. Il meno convinto di tutti pare fosse Ulisse, ma non sa dire di no, forse anche a lui Circe era venuta a noia e la maga, seppur riluttante, lo lascia andare. Lei, in fondo, ha raggiunto l’obiettivo: accalappiarsi l’uomo più astuto del mondo e far sì che si dimentichi persino di escogitare qualche subdolo piano per andarsene. Ulisse chiede il permesso (non è davvero da eroe!) e lei acconsente. Anzi, fa di più: lo convince a compiere un viaggio (un altro!) non per mare, ma nell’Oltretomba, dove l’indovino Tiresia gli avrebbe predetto il futuro. Uomo avvisato …

Dopo la partenza di Odisseo, che ne è di Circe? Pare che l’unione tra i due avesse dato dei frutti: Telegono, che secondo una leggenda ucciderà involontariamente il padre dopo essersi recato ad Itaca per fare la sua conoscenza, e forse anche una certa Cassifone. Non sappiamo quanti e quali figli esattamente l’eroe abbia sparso in giro per il Mediterraneo, ma la sua era decisamente una famiglia moderna: allargata. La storia della famiglia legittima di Ulisse e quella della famiglia illegittima si intrecciano: pare, infatti, che dopo essere giunto ad Eea, insieme alla madre, Telemaco avesse sposato la sorellastra (l’incesto non destava scandalo a quei tempi) e che Cassifone lo avesse ucciso subito dopo le nozze per vendicare la madre Circe, uccisa dal fratellastro-marito.
Comunque sia, fatti due conti, o Telegono e Cassifone erano gemelli, o alla partenza di Ulisse Circe era incinta del secondo figlio. Se poi si aggiunge il fatto che un’altra tradizione vuole che la coppia avesse avuto altri due figli, Anzio e Latino, i conti si complicano maggiormente e non vale proprio la pena di perderci la testa. Il fatto è che i Romani volevano a tutti i costi attribuire l’origine di molti luoghi italici agli eroi omerici, e così è sorto una specie di labirinto di nomi dal quale, una volta entrati, non si esce più, pertanto resteremo fuori che è meglio.
Resta il fatto che la maga omerica presso i Latini ebbe molta fortuna; nonostante l’indubbia amoralità, venne deificata ed onorata nella sua “isola” oggi nota come promontorio Circeo, che da lei, appunto, prende il nome.

[nell’immagine “Circe e i suoi amanti” di Dosso Dossi, National Gallery of Art, Washington]

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13 aprile 2010

LE DONNE DI ULISSE: NAUSICAA, L’AMANTE MANCATA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , a 5:21 pm di marisamoles


Nausicaa, con due “a”, figlia di Alcinoo, con due “o”, re dei Feaci, stranamente con una sola “i”, vive tranquilla a Scheria, ridente isola dello Ionio, vagheggiando il suo avvenire di sposa e madre felice. Eh sì, ella è proprio, come si dice, una giovinetta in età da marito ma forse perché il suo carattere allegro e spensierato le fa godere fino in fondo il sapore della libertà, lei, al matrimonio, non ci aveva pensato con troppa serietà. Fino a quel giorno, s’intende, fino al momento in cui il suo destino non s’incrocia con quello di Ulisse. Ma, neanche a dirlo, anche qui c’è lo zampino di una dea: Atena, infatti, sotto le mentite spoglie di un’amica di Nausicaa, le era comparsa in sogno e l’aveva distolta dal puerile torpore dei sensi invitandola a recarsi al fiume a lavare le vesti e le tele del corredo nuziale. Più per far contenta l’amica che per una forte convinzione, la fanciulla, di buon mattino, fa caricare un carro con il corredo e insieme alle ancelle si avvia verso il fiume.

Dopo aver assolto ai doveri del bucato, in attesa che i panni si asciughino al sole, le ragazze si mettono a giocare a palla, così per passare il tempo. Qualche malizioso sostiene che sia le ancelle che Nausicaa fossero nude; Omero, tuttavia, non lo dice. Chi è nudo, invece, ed ignaro se ne sta dormendo dietro ad un cespuglio, sopraffatto dall’ultimo faticoso naufragio, è Ulisse. Un lancio non ben misurato da Nausicaa oltrepassa l’ancella a cui era diretto e fa cadere la palla nel fiume. Le urla delle fanciulle destano il nostro eroe che, più sconfortato che mai, s’interroga:

Ahimè, alla terra di quali uomini nuovamente son giunto?
Saranno violenti, selvaggi e ingiusti,
o amici degli stranieri e rispettosi degli dei?
(Odissea, l.VI, vv.119-121)

Viste le esperienze passate, un po’ di diffidenza ci vuole! L’unica speranza è che gli ignoti abitanti di questa terra siano almeno rispettosi degli dei e degli ospiti. Quando poi sente le urla muliebri, forse un po’ di timore lo assale: saranno cattura-uomini come Circe e Calipso? Veramente questo Omero non lo dice, ma sono certa di interpretare correttamente il pensiero del nostro eroe. Ad ogni modo deve farsi coraggio e, coprendosi come meglio può le virili nudità, si avvicina alle fanciulle. Se avesse avuto uno specchio, comunque, non l’avrebbe fatto, nonostante l’urgente necessità. Infatti:
Terribile apparve loro, lordato dalla salsedine,
ed esse fuggivano qua e là lungo le sponde del fiume
. (VI, vv.137-138)
In realtà non fuggono tutte; la principessa, infatti, rimane là, di fronte a lui, né incantata da una bellezza che Ulisse non ha, né spaventata dalla sua bruttezza. Rimane là semplicemente perché Atena, ancora lei, le ispirò forza nel cuore e le sciolse il timore dalle ginocchia (v.140). Questo, però, Ulisse non lo sa e la cosa che più gli preme in questo preciso istante è che lei non scappi.

Nausicaa, in verità, è l’unica speranza che gli rimane, è l’ancora di salvezza; l’eroe non sa esattamente chi ella sia, anche se è facilmente intuibile che la fanciulla abbia un certo aspetto regale, poi con quel seguito di ancelle! Principessa o non, bella o brutta, giovane o vecchia, Nausicaa per Ulisse è lo strumento attraverso il quale ottenere l’aiuto sperato per far ritorno, finalmente, a casa. Certo non è come chiedere l’autostop, non basta alzare il dito, serve qualcosa di più, oltre al coraggio già manifestato presentandosi in quello stato al cospetto di cotali fanciulle. Deve, quindi, giocare d’astuzia, sua grande dote, e sfoderare, nello stesso tempo, tutta la sua abilità oratoria che l’aveva contraddistinto in passato nelle varie missioni diplomatiche. Però, parlare a re o guerrieri è una cosa, convincere una ragazza è un’impresa ben più ardua! Ma Ulisse è un donnaiolo e sa come affascinare le donne, anche quando la prestanza fisica viene meno: ed eccolo cimentarsi in un discorso che, intessuto di lodi più o meno gratuite, è proprio una captatio benevolentiae:

Mi inchino a te, signora: sei una dea o una donna mortale?
Se infatti sei una dea di quelle che abitano l’ampio cielo,
Artemide sembri, figlia del grande Zeus,
per l’aspetto e la figura slanciata;
ma se sei una donna mortale, di quante abitano la terra,
tre volte beati il padre e la madre veneranda,
tre volte beati i fratelli: molto il loro cuore
sempre si colma di gioia grazie a te,
quando vedono un simile bocciolo intrecciare movenze di danza.
Ma felice in cuore più di ogni altro
chi, portando più doni, ti condurrà alla sua casa in sposa
. (l.VI, vv.149-159)

Il discorso non è finito, ma immaginatevi Nausicaa mentre sente queste parole! Già essere paragonata ad una dea doveva essere il massimo, a quei tempi, un po’ come se, oggi, un uomo dicesse ad una ragazzina “Mi sembri Elisabetta Canalis”! Roba da toccare il cielo con un dito! E poi, darle il potere di rendere felice un intero nucleo familiare! Ora, non so come stessero i genitori di Nausicaa, ma attualmente avere una ragazzina per casa dà un sacco di grattacapi, specie se si tratta di uscire la sera, andare in discoteca, con l’ecstasy in agguato, e lasciarsi riportare a casa da amici carrozzati amanti della velocità. Beh, ai tempi di Ulisse tutto ciò non succedeva, ovviamente, ma comunque tutta questa gioia a me sembra un tantino esagerata. Un po’ più realistica vedrei la felicità del marito, visto che Nausicaa doveva essere un bocconcino niente male.

Il discorso di Ulisse perlopiù prosegue su questo tono finché l’eroe arriva all’argomento che più gli preme:

Indicami la città, dammi un cencio da gettarmi addosso, [….]
A te gli dei concedano tanti doni, quanti in cuore ne desideri,
un uomo, una casa e la concordia serena,
come compagna.
(VI, vv.178-182)

Ed ecco, quindi, nuovamente il riferimento alle nozze, neanche Odisseo fosse stato a conoscenza del sogno che la fanciulla aveva fatto. Ma Nausicaa sembra non ricordarsene proprio, del sogno, e gli si rivolge con parole gentili ma formali, sentendosi in dovere di aiutare il naufrago poiché, come poi dirà rivolta alle ancelle, da Zeus vengono tutti, gli stranieri ed i mendichi (ibidem, v.207).
Dopo essersi presentata allo sconosciuto come la figlia del magnanimo Alcinoo, re dei Feaci, ricorda, sempre alle compagne, che il loro popolo è amato dagli dei, quindi non possono temere nulla dallo straniero, anzi bisogna rifocillarlo, lavarlo e vestirlo.

M’immagino la gioia di Ulisse nel sentire quelle parole, ma anche il disagio provato al solo pensiero di essere lavato dalle ancelle. Non che ciò fosse inusuale, anzi per gli uomini era normale che delle donne facessero loro il bagno; il fatto è che Ulisse si vergogna per essere così sporco di salsedine ed alghe, forse, quindi declina l’offerta e fa da solo. Oddio, proprio da solo no, visto che la sollecita Atena interviene e gli fa un lifting veloce; infatti:
più grande lo rese
e più robusto a vedersi, spiover gli fece dal capo
inanellate chiome
[…]
così a lui riversò la grazia sul capo e le spalle. (VI, vv.229-235)

Solo ora la ragazza sembra accorgersi di lui; ovvero sembra prestare più attenzione all’uomo che al naufrago mandato da Zeus e adesso è lei che lo paragona ad un dio ed in cuor suo si augura che sia lui il misterioso sposo del sogno. Ma, superato il momento di defaiance, Nausicaa riprende il suo self-control e dà allo straniero le necessarie istruzioni per raggiungere la città.
Scheria non doveva essere una metropoli ed una faccia sconosciuta poteva destare delle curiosità; la giovinetta sa, poi, che le male lingue sono in agguato e lo invita a mantenere le distanze. Il discorso che fa sui suoi compaesani è molto attuale:

Voglio però sfuggire alle loro chiacchiere maligne, poiché temo
che qualcuno mi mormori alle spalle: ci sono dei prepotenti tra il popolo:
e uno più maligno, incontrandoci, potrebbe dire:
“Chi è questo straniero, bello e forte, che segue Nausicaa?
Dove mai lo ha trovato? Certo sarà suo sposo.
Oppure ha soccorso un naufrago
[…]
Oppure è un dio […] e l’avrà per sempre?
Meglio se da sé si è trovata un marito
che viene da fuori: infatti disprezza quelli della sua terra,
i Feaci, che numerosi e pur nobili, la desiderano in moglie
” (VI, vv.276-285)

E’ proprio il caso di dirlo, tutto il mondo è paese e neppure il tanto esaltato progresso fa cambiare, con il passare del tempo, la mentalità della gente! Lo sappiamo noi che ogni giorno abbiamo a che fare con le male lingue e con i pregiudizi della gente, lo sa bene Nausicaa che ammette:
E anch’io biasimerei un’altra, che si comportasse così,
che contro il volere del padre e della madre
andasse in giro con uomini, prima delle pubbliche nozze
. (l.VI, vv.286-289)

Insomma, non può compromettersi così; d’altra parte ad Ulisse tutte queste precauzioni poco interessano. In un modo o nell’altro, da solo o in compagnia, deve giungere al palazzo. Sembra che in tutto questo passo a lui non importi della bellezza di Nausicaa, non badi per nulla al suo fascino, alla sua giovane età, alla ventata di novità dopo i lunghi sette anni trascorsi con Calipso che, seppur bella e immortale, era sempre la stessa ogni notte. Sembra che giunto a questo punto della storia, al nostro eroe interessi solo ritornare in patria, pur consapevole del vantaggio che avrebbe avuto fermandosi lì con una sposa bambina, piuttosto che ributtarsi nelle braccia di una moglie ormai presumibilmente in menopausa. Poco importa, quindi, basta con le avventure, basta con i viaggi interminabili, basta con fatali naufragi; siamo di fronte ad un ex latin-lover, un uomo che, seppur abbellito e ringiovanito da Atena, rivela tutta la sua stanchezza, il segno del tempo nello spirito, se non nel corpo, la sua raggiunta, forse solo momentaneamente, pace dei sensi.

È per questo che in tale episodio è Nausicaa ad avere la parte del leone, ad essere il personaggio vincente: vigile, attenta a non lasciarsi trasportare dai sentimenti, oppone resistenza all’attrazione fatale che questo straniero emana da tutti i pori, e mantiene la sua razionalità. Forse rimarrà in lei l’illusione espressa in un colloquio interiore, forse si pentirà di non avere osato, non aver sfoderato le sue armi di seduzione, forse è semplicemente troppo bambina per essere maliziosa, è troppo pudica per fare il primo passo e lascia che sia lui a proporsi quale sposo. Forse semplicemente è più saggia di Calipso, sa che il sentimento che lega quell’uomo alla sua terra, alla sua gente, ai suoi cari è troppo forte; è consapevole che anche se avesse gettato le reti e Ulisse vi fosse caduto dentro, non l’avrebbe fatto suo per sempre. Quindi non le resta che farsi da parte, lasciare che siano gli dei a decidere sulla sorte dell’eroe e gli uomini, i suoi compaesani, ad aiutare il naufrago nell’ultimo viaggio verso casa. I Feaci possono aiutarlo, loro godono dell’amicizia degli dei e non hanno nulla da temere. In realtà così non sarà, avranno anch’essi i loro guai, ma tutto si risolverà per il meglio.

Dopo una fugace apparizione nell’VIII libro, in cui si congeda da Ulisse pregandolo di ricordarsi di lei, sua soccorritrice, Nausicaa esce di scena, in punta di piedi, da vera signora. C’è da aggiungere che è la prima rappresentante dell’universo femminile dell’antica Grecia che non abbiamo trovato al telaio: tuttavia non è un’eccezione, ella è ancora giovinetta, si sta godendo gli ultimi sprazzi di libertà, prima di accingersi alle nozze. Ahimè, devo proprio ammetterlo: anche per lei ci sono un fuso ed un telaio in agguato!

[nella foto Barbara Bach (Nausicaa) e Bekim Fehmiu (Ulisse) nello sceneggiato televisivo “Odissea” del 1968]

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16 marzo 2010

LE DONNE DI ULISSE: L’AMANTE NINFA CALIPSO

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , a 10:35 pm di marisamoles

Gli amori di Ulisse e Calipso, dipinto di Jan Brueghel il Vecchio, Londra, Johnny van Haeften Gallery

All’inizio dell’Odissea, troviamo Ulisse ospite della ninfa Calipso, nell’isola di Ogigia. Qui l’eroe passa addirittura sette anni, anche se non tutti felicemente. Della ninfa, infatti, s’era già stufato da tempo, ma non poteva andarsene da lì, non avendo più la nave: guarda caso aveva fatto naufragio anche se, almeno questa volta, lui non c’entrava nulla. Infatti, i suoi compagni avevano trasgredito ad un preciso ordine divino: una volta sbarcati in Trinacria (cioè la Sicilia), isola sacra al dio Sole, non avrebbero mai dovuto uccidere, per cibarsene, le vacche sacre al dio, nemmeno in preda alla fame più nera. Manco a dirlo, esaurite le provviste, gentilmente offerte da Circe (la maga di cui parlerò altrove, ennesima conquista del bell’itacese), che avevano portato con sé, i compagni di Odisseo si danno alla caccia e, sacre o non sacre, uccidono proprio quelle vacche lì. A questo punto, Helios chiede vendetta al padre degli dei e così, una volta ripartiti, i sacrileghi sono abbattuti da una violenta tempesta scatenata da Zeus. Il solo Ulisse si salva e dopo dieci giorni di sofferenze e fatiche, viene scagliato dagli dei sull’isola di Calipso.

Ma dove si trovava quest’isola? Non lo si sa con certezza: l’ipotesi più plausibile è che fosse situata in prossimità di Gibilterra, le famose Colonne d’Ercole. Meno plausibile, a parer mio, l’ubicazione a Malta proposta da qualche studioso. Ovunque si trovi, l’isola ricorda la fiabesca “isola che non c’è” di Peter Pan e, leggendo i versi di Omero, sembra si tratti di un luogo senza spazio né tempo. Di tutto il lungo periodo trascorso da Ulisse in questo luogo ameno non c’è quasi alcun riferimento, come se l’autore volesse sorvolare su questo episodio che, diciamo la verità, ad Ulisse non fa davvero onore.

E chi era Calipso? Sicuramente una donna molto caparbia: innamoratasi del bell’itacese, non lo molla, vive con lui more uxorio per un periodo che al nostro eroe pare infinito, gli promette l’immortalità che puntualmente lui rifiuta, struggendosi in pensieri malinconici in una dimensione quasi onirica. Probabilmente Ulisse spera di svegliarsi da un sogno che sta diventando un incubo, di ritrovarsi a casa, fra la sua gente, nella sua reggia, confortato dai suoi affetti più cari. Magari si augura che, destandosi, la stessa guerra di Troia non sia mai esistita. Forse non è mai partito, non è mai giunto in alcun luogo, non si è mai mosso da Itaca. Ma la realtà è, ahimè, più crudele che mai: è prigioniero in un’“isola che non c’è”, in balia di un amore che non può corrispondere, che detesta con tutte le sue forze, che lo porta alla depressione più nera. Siamo per la prima volta di fronte ad un eroe distrutto che solo la speranza di uscire da quest’incubo trattiene dal suicidio. Calipso stessa, seppur sconfitta, ne esce vittoriosa.

Secondo le fonti Calipso è una ninfa, figlia di Atlante (quello che sorregge il mondo sulle spalle, per intenderci) e di Pleione. Nulla si sa della sua vita; il suo nome è legato a quello di Ulisse e sembra che nella sua esistenza non avesse avuto altro merito che quello di avere una relazione così duratura con l’eroe greco. Di meriti, anzi, non doveva averne proprio, visto che era stata relegata su quest’isola sperduta chissà dove, solitaria e abbandonata da uomini e dei; regina di un regno senza trono né sudditi, posto ai confini del mondo. A conferma di ciò, basta leggere i versi in cui Ermes, messaggero degli dei, incaricato da Zeus di convincere Calipso a lasciar andar via Ulisse, le si rivolge con tono alquanto seccato:

Zeus ordinò a me, che non volevo, di venir qui:
e chi mai di sua volontà percorrerebbe tanto mare salso
infinito? E vicino non c’è città di mortali, che agli dei
facciano sacrifici e scelte ecatombe.
Ma non è possibile che un altro dio trasgredisca
o renda vano il pensiero di Zeus egioco
. (Odissea, V, vv.99-104)

Insomma, una bella scocciatura andare fin laggiù senza un tornaconto personale! Ma non si può trasgredire agli ordini di Zeus ed ecco che Ermes, seppur riluttante, compie la sua missione.
Eppure l’isola, nella descrizione di Omero, è tutt’altro che inospitale: il mare violaceo circonda una terra rigogliosa, ove s’innalzano pioppi, ontani, cipressi, cresce fiorente una vite gravida di grappoli, verdeggiano prati di viole ed apio, il tutto annaffiato da fontane che versano limpide acque. Lo stesso Ermes, seppur giunto fin laggiù controvoglia, rimane affascinato da quello spettacolo naturale. Immaginiamoci Ulisse, abituato alla sua “petrosa Itaca”: deve avere avuto l’impressione di trovarsi in paradiso. E Ogigia è davvero un giardino dell’Eden dove non c’è nemmeno un frutto proibito né un serpente tentatore, ma solo un’affascinante fanciulla che gli si offre senza esitazioni, senza pudori, senza porre condizioni. È immersa nel silenzio Ogigia, un silenzio interrotto dal verso di qualche uccelletto marino, un silenzio che, a lungo andare, dev’essere diventato odioso, addirittura assordante, ad Ulisse, smanioso di tornare a casa.

Eppure Calipso è una creatura soave che offre all’amato nettare ed ambrosia, il cibo degli dei. Ma Ulisse rifiuta, assalito dal desiderio disperato di rivedere la sua patria, di riabbracciare la moglie Penelope e il figlio Telemaco.
Ulisse, Robinson Crusoe ante litteram, se solo avesse accettato i doni gentilmente offertagli dalla ninfa, avrebbe potuto passare con lei, in quella meravigliosa isola senza tempo, l’eternità, in una condizione di sempiterna felicità.
Diciamolo chiaramente: poteva andargli anche peggio, viste le esperienze passate; al contrario di Robinson che, con le sue sole forze ed il suo ingegno tipico dell’eroe romantico, deve sopravvivere in un ambiente che nulla offre senza il sudore e la sofferenza umana, Ulisse non ha nulla da fare, non deve costruirsi capanne, né procurarsi il cibo, né difendersi da animali selvatici. Calipso non è un indigeno poco attraente e rozzo come doveva essere di certo Venerdì; è una ninfa che chiede solo di essere amata. È il massimo che si possa chiedere alla vita, e Ulisse di certo non si lascia sfuggire l’occasione di passare un po’ di tempo in vacanza. L’immortalità, però, la rifiuta; probabilmente non accetta il dono divino solo perché in tal modo si sarebbe legato a Calipso per sempre, e ciò non rientra nei suoi piani. Vuole sentirsi libero: ama la ninfa finché gli piace, e poi? Anche le passioni più grandi finiscono: sette anni sono lunghi e poi non è forse vero che esiste la cosiddetta “crisi del settimo anno”? Anzi, sono convinta che tale credenza popolare trovi la sua conferma proprio nella vicenda di cui parliamo.

Calipso, da parte sua, sa che lui non se ne può andare: dove trova una nave? Con il favore di quali dei può partire, visto che in passato proprio dall’ostilità divina era stato privato della gioia di un veloce ritorno a casa? Ormai, però, la donna non ha più davanti l’uomo focoso e passionale di un tempo; deve condividere il letto con un relitto umano, incapace di provare alcun sentimento positivo, pervaso dalla tristezza e dalla malinconia.
Ecco come lo descrive Omero:

E lo trovò [Calipso] seduto sul lido: né mai gli occhi
erano asciutti di lacrime, e la dolce vita si consumava
a lui che piangeva per il ritorno, poiché la ninfa non più gli piaceva;
e la notte invero egli dormiva ma per necessità
nel cavo antro, non volente accanto a lei volente,
e il giorno poi, seduto sulle rocce e sul lido,
in lacrime e gemiti e affanni lacerandosi il cuore
guardava verso il mare inquieto stillando lacrime
. (V,vv.151-158)

Beh, questa non è proprio l’immagine di un eroe: un uomo di tal sorta che piange come una “femminuccia”, che scruta l’orizzonte senza vederlo perché l’immagine è offuscata dalle lacrime! L’ideatore del cavallo di Troia, colui che aveva ingannato perfino il gigante Polifemo, che aveva superato ogni sorta d’insidia, ora non è altro che un disperato, anzi, come dice Omero, è il più infelice fra quanti/ eroi combatterono per la città di Priamo/ nove anni, e al decimo distrutta la città partirono/ verso casa … (V, vv.105-108).
In quell’isola ormai si sente in trappola e non spera nemmeno che gli dei, Poseidone in testa, provino pietà per lui. Nemmeno in Calipso la sua disperazione suscita pietà. Colei che nel suo nome cela la vera natura: è la “nasconditrice”, come la chiama Pascoli, rifacendosi all’etimologia greca, colei che sottrae gelosamente alla vista il suo uomo, ma non può nasconderlo agli occhi degli dei che dall’alto dell’Olimpo tutto vedono. Del resto, se l’isola è disabitata, chi può mai vederlo? Non c’è pericolo di una fuga, non si pone nemmeno l’eventualità che qualcuno lo possa portare via da lì. L’ignaro Ulisse nemmeno immagina che gli dei, approfittando della momentanea assenza del suo acerrimo nemico, il dio Poseidone, riuniti in concilio decidono che è giunta l’ora X: Odisseo deve ritornare in patria, ha già sofferto troppo. E Poseidone? Per Zeus non esiste alcun problema:
Smetterà Poseidone
la collera sua, non potrà contro tutti
gli dei immortali voler lottare da solo
! (I, vv.77-79)
Liquidato con soluzioni poco divine e molto umane l’ignaro dio del mare, ad Ermes, corriere espresso dell’Olimpo, viene affidato l’ingrato compito di rendere nota a Calipso l’irrevocabile decisione divina.

Mentre Odisseo piange sulle rive del mare sognando Itaca, la ninfa è, come tutte le donne, siano esse mortali o immortali, intenta alle “opere femminili”; infatti il messaggero degli dei la trova nel suo antro:
ella dentro, cantando con bella voce,
affaccendata al telaio tesseva con la spola d’oro
. (V, vv.61-62)
Seppur con la spola d’oro, la fanciulla tesse e canta; del resto, cos’altro può fare visto che Ulisse, di giorno, non le rivolge nemmeno la parola?
L’inattesa visita suscita in lei un po’ di apprensione e anche un tantino di stizza; infatti, seppur educatamente e con parole affettuose, rimprovera al messaggero di non capitare spesso da quelle parti:
Perché mai, Ermes, dall’aurea verga sei venuto,
venerando e caro? Per l’innanzi non venivi spesso
. (V, vv.87-88)
La risposta del dio già la conosciamo e altrettanto noto è il messaggio. La reazione di Calipso è immaginabile: rabbrividì Calipso, divina tra le dee (V, v. 116). Un brivido le percorse le membra: è la consapevolezza dell’imminente perdita che la sconvolge, ma dal dolore si riprende subito e, con tono stizzoso, rimprovera tutti gli dei che si oppongono alle unioni tra dee e mortali:
Cattivi siete, o dei, e invidiosi sopra ogni altro,
voi che alle dee proibite di giacere accanto ai mortali
apertamente, se qualcuna voglia farsene lo sposo diletto
. (V, vv.118-120)
E come darle torto? La poveretta, per avvalorare la sua tesi, porta pure degli esempi: Orione, amato dalla dea Aurora, fu colpito a morte dalle frecce di Artemide e trasformato in una costellazione; stessa sorte toccò a Iasione folgorato da Zeus per aver amato la dea Demetra. Insomma, mentre gli dei immortali potevano permettersi ogni sorta di schifezza, si univano alle mortali, generavano figli a destra e a manca, alle dee non era concesso di amare, in assoluta fedeltà, degli uomini! Nemmeno l’Olimpo è indenne da ingiustizie e torti dall’indiscutibile sapore maschilista!

Calipso, conscia che sia più nobile da parte sua onorare la volontà degli dei e salvare la pelle ad Ulisse, accetta. Immaginate l’effetto che dovette avere sul nostro eroe la notizia della sua imminente partenza: non sta più nella pelle, di colpo si desta dall’annoso torpore e si mette all’opera per costruirsi una zattera, visto che la sua ospite non dispone di navi e tutto quello che gli può offrire è del legno e un po’ di corda.
Ecco l’uomo che ritorna uomo, la mente che riprende a funzionare, il pensiero della patria è allontanato, nel momento in cui la stessa patria è più vicina. Ma ogni facoltà mentale è intenta nella costruzione del natante; la sua abilità progettuale riprende il sopravvento e ciò gli basta per essere felice. Pur cosciente di procurare a Calipso un immenso dolore, di andare incontro ad altre prove, di dover ancora fare i conti con l’avverso Poseidone, parte entusiasta, lasciandosi alle spalle l’isola sperduta nel grande mare, la donna che aveva amato e che l’aveva trattenuto con sé finché ne era stata capace. Ora guarda l’orizzonte con l’occhio di chi sa che quel punto lontano raggiungerà presto, navigando con mezzi di fortuna sul mare violaceo.

Lasciamo Calipso alla sua spola d’oro e alle sue lacrime, sconfitta eppure vittoriosa perché sa che avrebbe potuto trattenere con sé ancora a lungo il suo uomo, volente o nolente. Omero non ne fa menzione, ma c’è chi sostiene che la ninfa dall’eroe ebbe un figlio: Ausonio. Da questi deriverebbe l’antico nome dell’Italia, cioè Ausonia. Seguiamo ora Ulisse sulla sua zattera che, guarda caso, si imbatte in una tempesta scatenata da Poseidone, la cui ira sortisce gli effetti immaginati e non si fa nemmeno tanto attendere: un altro naufragio incombe sul destino di Ulisse e sarà ancora una figura femminile a salvarlo, non una mortale, ma una dea: Ino Leucotea gli porge una benda che lui rifiuta di usare finché non si vede nuovamente perduto. È l’orgoglio che prende il sopravvento: allontanandosi da Ogigia egli è ridiventato un uomo libero, capace di agire con le sue forze. Ma un’altra volta dovrà fare i conti con una terra ignota, con degli abitanti sconosciuti, con un destino ancora precario: è naufragato sull’isola dei Feaci.

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9 febbraio 2010

ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

Posted in Dante, Pagine d'Epica, poesia tagged , , , , , , , a 6:51 pm di marisamoles

L'Odissea di marmo, Sperlonga (Latina)


Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da insegnante, cerco di trasmettere la passione che fin da subito mi ha colto nel leggere le avventure di Ulisse. L’entusiasmo con cui i fanciulli si accostano a tale lettura spesso è demolito dalle introduzioni delle edizioni scolastiche: in esse, infatti, il ritratto dell’eroe non è quello già fissato nell’immaginario collettivo –uomo astuto, instancabile viaggiatore, coraggioso e pronto a difendere la sua corona e la sua famiglia- o meglio, corrisponde a quello ma viene raffigurato attraverso definizioni come polytes (“colui che ha molto tollerato”), polytropos (“multiforme”) e polyméchanos (“capace di escogitare molte vie d’uscita”). Di fronte a tali spaventose (per gli alunni, naturalmente) definizioni, crolla un mito: credevamo che non fosse così tremendo, dicono, pensavamo fosse solo astuto e abile con l’arco. Quando poi si spiega loro che, al contrario di Ulisse, gli eroi dell’Iliade sono monotropi, si chiedono quale grave malattia si fosse mai diffusa in campo greco e per opera di quali dei. Ovviamente, di fronte a tale sconcerto, l’insegnante si affretta a spiegare che il termine sta ad indicare l’“unidirezionalità” dei vari Achille, Ettore, Patroclo ecc., cioè la tendenza verso un unico ideale eroico che è quello di difendere il proprio onore, vincendo la guerra.
A questo punto, placati gli animi, si passa a delineare le caratteristiche di Ulisse con termini più semplici e l’eroe torna ad assumere i contorni già fissati nell’immaginario collettivo: un uomo astuto che riesce, con molti mezzi e un po’ d’aiuto da parte degli dei a lui favorevoli, a togliersi dai guai, che dopo dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio riesce a tornare, nonostante i continui naufragi e lutti funesti, ad Itaca e a rientrare in possesso del suo palazzo, di sua moglie, del suo trono.

Una delle cose che suscita più ilarità negli studenti è il nome dei Proci: sembra, infatti, proprio l’anagramma di “porci”, ciò che in realtà erano ma che sui libri non è espressamente detto. Un’altra cosa che mi chiedono è come mai Ulisse fosse così “sfigato” (il termine usato, per pudore, è un altro ma questo rende meglio l’idea): un naufragio qua, uno là, sempre in posti pieni di insidie, pericoli, imprevisti. Quando, poi, si spiega che in età medievale il suo ruolo è stato rivisto rivalutandone i connotati di “eroe della conoscenza” (vedi Dante), gli allievi obiettano che dovrebbe essere ribattezzato l’ “eroe dell’ignoranza”: ovunque capiti, non sa mai dov’è! Persino quando i Feaci, buoni samaritani ante litteram, lo fanno approdare sull’isola d’Itaca, non si rende conto di trovarsi finalmente in patria e pensa che l’abbiano imbrogliato. Se non si lascia andare ad improperi è perché Atena si affretta a presentarglisi di fronte per aprirgli gli occhi e attenuare un po’ l’arrabbiatura (cfr.Odissea, XIII vv. 188-252).
Un po’ ingenuo, in verità, il tono del risveglio sulla spiaggia, più determinato quello con cui scaglia la doverosa maledizione nei confronti dei Feaci:

Povero me! Nella terra di quali mortali mi trovo?
Forse prepotenti e selvaggi e non giusti,
oppure ospitali e che temono nella mente gli dei?
[ … ]
Ahimè, non erano saggi e giusti
del tutto i capi e i consiglieri dei Feaci
che mi portarono in una terra diversa: promettevano
di guidarmi ad Itaca chiara nel sole, ma non l’hanno fatto.
Che li ripaghi Zeus protettore dei supplici, che guarda
anche gli altri uomini e castiga chi sbaglia.
(Odissea, XIII, vv. 200-202 e 209-214)

Come dargli torto, vista l’esperienza passata in fatto di ospitalità, specie nell’isola dei Ciclopi. Ma la figura dello scemo gliela fa fare Atena che, dopo avergli resa irriconoscibile la propria patria, indossate le mentite spoglie di un pastore, gli si presenta di fronte e, in seguito alla richiesta di chiarimenti fatta da Ulisse, con sufficienza gli dice:

Sei sciocco o vieni da molto lontano, o straniero
che di questa terra domandi. Non è poi
così ignota: la conoscono tantissimi uomini,
sia quanti abitano verso l’aurora e il sole,
sia quanti abitano dietro, verso il fosco crepuscolo
. (XII, vv. 237-241)

Rieccolo, quindi, nella sua terra, approdato su la sua petrosa Itaca, come recita Foscolo (cfr. il sonetto A Zacinto, v.11), eroe bello di fama e di sventura (cfr. Ibidem, v. 10), finalmente ritornato in patria dopo il diverso esiglio (cfr. Ibidem, v.9) voluto dal Fato. L’immagine è ancora una volta quella dell’eroe bello, reso ancor più affascinante da quella sventura che deriva dalla lotta con un destino avverso, contro il quale, essendo pur sempre un uomo, vincere è molto difficile. La vittoria alla fine arriva, ma dopo quali sacrifici, quali sofferenze, quali rinunce? Il viaggio, lo sappiamo, è una metafora: quella di un percorso pieno di ostacoli che alla fine conduce alla “conoscenza”, ad una maggior consapevolezza dei limiti umani ma anche delle risorse di cui i mortali possono disporre. Chi non ricorda la celebre terzina dantesca, in cui Ulisse rivolto ai compagni, che chiama affettuosamente frati, cioè fratelli, dice:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, vv.118-120)

Peccato che il nostro buon Dante collochi l’eroe omerico all’inferno e per di più in una delle bolge più basse, l’ottava, in cui giacciono i consiglieri fraudolenti. L’attenzione del vate è attratta da una fiamma biforcuta (i peccatori, infatti, sono avvolti ciascuno in una fiamma che li nasconde alla vista) e tale anomalia si spiega con la volontà di accomunare nella medesima pena le due “menti diaboliche”, è il caso di dirlo, che avevano concepito l’inganno del cavallo ligneo: Ulisse e Diomede.
Nonostante la condanna alla dannazione eterna, si legge nei versi, da parte del poeta, una certa simpatia e ammirazione per Ulisse, che non possiamo non condividere; non riusciamo a detestarlo nemmeno quando gli fa ammettere di essersi dimostrato insensibile nei confronti degli affetti familiari:

né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né il debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’io ebbi a divenir del mondo esperto
(Op. cit. vv.94-99)

Dante non poteva aver letto direttamente i poemi omerici, la sua conoscenza dell’Odissea era incerta e frammentaria (proprio come quella dei miei studenti, che pur non sono uomini del medioevo); una delle fonti cui attinge è l’Eneide di Virgilio, in cui si parla di Troia e del cavallo (cfr. II, vv.44 sgg.) ma non si accenna alla felice conclusione del viaggio di Ulisse. La sua fervida immaginazione porta Dante a considerare Odisseo uomo del suo tempo, assetato di nuove esperienze che, non appagato dal considerevole numero di ostacoli già superati fra mille difficoltà, tenta ancora un’ultima avventura, nonostante lui e i suoi compagni fossero già vecchi e tardi (cfr. ibidem, v.106).

Forte delle sue capacità oratorie (ricordate il polytropos del proemio?), Ulisse convince i fedeli amici a seguirlo nel più audace dei suoi viaggi: quello che conduce attraverso le “Colonne d’Ercole”, cioè lo Stretto di Gibilterra, al di là del quale gli antichi credevano finisse il mondo. E’ un viaggio inutile, un salto nel vuoto: un turbine sorto all’improvviso inghiotte letteralmente la nave dei folli, come altrui piacque (cfr. ibidem, v.141).
È evidente che la figura di Ulisse nella Commedia dantesca acquisti un significato simbolico: quello dell’insufficienza umana, non assistita dalla Grazia divina. Il fallimento di Ulisse è comune a quello di tutti gli eroi antichi che si affidavano alle sole forze umane e all’aiuto da parte degli dei pagani cui Dante, cristianissimo, non può riconoscere alcuna autorità. Anzi, arriva addirittura a supporre che fin dai tempi più antichi, prima ancora che qualcuno ne percepisse l’esistenza, il Dio cristiano fosse già in agguato, pronto a punire i pagani più audaci.

Non è che Dante condanni indiscriminatamente tutti i “senza Dio”, li divide in buoni e cattivi: i primi stanno nel Limbo, alle porte dell’Inferno, perché in vita non erano colpevoli di essere pagani e non avevano fatto nulla di male (Virgilio stesso, la sua guida nell’Inferno e nel Purgatorio, è un pagano elevato a simbolo della ragione umana); condanna i secondi alle pene più severe senza la minima indulgenza, anzi attribuendosi l’arbitrio di condannare senza possibilità d’appello, senza considerare né le “attenuanti” né le circostanze.
Pur provando simpatia per Ulisse, il sommo poeta lo relega, è il caso di dirlo, tra le fiamme dell’Inferno; nulla da obiettare su questo, è evidente che aveva le sue colpe, con lo stratagemma del cavallo aveva decretato la fine di una città come Troia, e non era cosa da poco. Tuttavia, io mi permetto di dissentire sull’ubicazione: perché mai collocarlo tra i “consiglieri fraudolenti”, come se questa fosse la sua peggior colpa? È vero che, nei confronti dei Troiani si è comportato da vero fetente, ma io credo che ci sia, nell’Inferno dantesco, un sito a lui più consono: il secondo cerchio, quello dei “lussuriosi”. Perché mai? Perché nonostante lo si faccia passare da secoli per l’eroe astuto, eloquente, coraggioso, secondo me la dote, o vizio, principale di Ulisse è quella di essere un vero e proprio play-boy che, in fondo, dev’essere comunque astuto, eloquente e coraggioso!
Avrà contribuito alla distruzione di Troia, avrà superato infiniti ostacoli con l’astuzia e ottenuto l’aiuto necessario con l’eloquenza, avrà coraggiosamente sterminato i rivali, ma, diciamolo chiaramente, fra un naufragio e l’altro, si è pure divertito con le donne. In altre parole, è passato dalle parole ai fatti, e che fatti!

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