LE VECCHIE FIABE, CHE FANNO MALE AI BAMBINI, PER LE PARI OPPORTUNITÀ VANNO DIMENTICATE

cenerentola
Il dipartimento per le Pari opportunità ha pubblicato tre opuscoli, destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori, in cui si sconsiglia di leggere le vecchie fiabe ai bambini: volte a promuovere un solo modello di famiglia, quella tradizionale, sarebbero un ostacolo per una visione diversa e più ampia della società. La collana si propone di combattere il bullismo e la discriminazione, e al suo interno si trovano anche capitoli contro l’omofobia.

Insomma, la principessa che insegue il sogno romantico di sposare il suo bel principe darebbe adito ad interpretazioni della realtà non in linea con i tempi. Cenerentola, Biancaneve, Rosaspina, la bella addormentata nel bosco, e Belle trasmettono l’idea che un uomo debba sposarsi solo con una donna, escludendo che la famiglia possa anche essere costituita da due uomini e due donne. Sono dei cattivi esempi da mettere al bando.

Ma c’è dell’altro: i consigli elargiti da questi opuscoli (che non ho avuto il piacere, si fa per dire, di consultare) riguarderebbero anche i giochi dei bimbi. Sarebbe ora di finirla con i giocattoli sessisti: bambolotti e piccoli elettrodomestici per le femmine, automobiline e soldatini per i maschietti. La società si evolve e i più piccoli non possono crescere con l’idea che ci siano attività più adatte ai maschi ed altre appannaggio delle sole femmine.

Secondo Isabella Bossi Fedrigotti, che collabora con Il Corriere scrivendo articoli culturali e di costume, i tre opuscoli sembrano volere a tutti i costi fare precipitare le cose: «Le raccomandazioni per gli insegnanti – osserva la Bossi Fedrigotti – hanno l’aria di essere una corsa in avanti un po’ troppo precipitosa. Con uno scopo che sembra, chissà, abbastanza preciso: preparare, cioè, il terreno (tra bambini e ragazzi e, quindi, nelle famiglie) al matrimonio omosessuale. Il che può essere una scelta, da farsi, però, piuttosto, per così dire, a viso aperto, non nel modo un po’ strisciante, all’insegna della correttezza politica per bimbi, cui fanno pensare le istruzioni dei tre libretti.»

Concordo pienamente.
Tutti siamo cresciuti leggendo o sentendoci raccontare le fiabe, guardando i film di Walt Disney e sognando, perché no, di sposare il principe azzurro. Naturalmente egli era l’oggetto del desiderio per le bambine, non per i maschi. Di contro, i bambini amavano Robin Hood sognando di diventare forti e coraggiosi come lui. Siamo forse cresciuti male o con un’idea sbagliata di società e convivenza civile? Mi pare di no.

Se pensiamo alla morale che si nasconde dietro il tessuto narrativo di ogni fiaba, non possiamo pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nel constatare che, se si viene bistrattate come Cenerentola, poi si può ottenere la rivincita perché si è buoni, ma rimanere con un palmo di naso perché si è cattivi. Oppure credo che nessuno abbia giudicato male Biancaneve perché ha fatto la sguattera per i sette nani, forse anche quando non si parlava tanto di solidarietà tutti abbiamo pensato che rendersi utili per chi ci dà una mano è un modo per disobbligarci. E Robin Hood, non era forse un fuorilegge? Ma il suo intento era buono, a modo suo instillava nelle menti acerbe dei bimbi quella generosità che alla fine viene premiata, una lotta fra oppressori e oppressi che vede in questi ultimi i vincitori.

Se, poi, Cenerentola e Biancaneve sposano un principe (a voler essere obiettivi, anche il matrimonio non è al passo con i tempi, visto che ci si sposa sempre meno) e Robin perde la testa per la dolce Marianna, che male c’è? L’amore è un sentimento che non ha età, tempo e luogo. Ma se si pensa che sia discriminante una fiaba in cui il sogno romantico ha come protagonisti un uomo e una donna, allora temo che si punti il dito contro la “normalità”, contro ciò che è sempre stato per non ferire la sensibilità di chi non è “diverso” ma è trattato come se lo fosse.

Come cantava Biancaneve?

i sogni son desideri
chiusi in fondo al cuor
nel sonno ci sembran veri
e tutto ci parla d’amor
se credi chissà che un giorno
non giunga la felicità
non disperare nel presente
ma credi fermamente
e il sogno realtà diverrà!

C’è qualcosa di discriminante in queste parole? Ognuno è libero di amare chi vuole, di sognare e di essere felice.

Lasciateci le fiabe, per piacere. In esse c’è più buon senso che nei tre opuscoli delle Pari Opportunità.

[fonti della notizia: Corriere.it e blog “Scuola di Vita”; immagine da questo sito]

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ADOTTA UNA PAROLA: LE PREFERENZE DEI VIP

Tempo fa ho dedicato un post ad una interessante iniziativa proposta dalla Società Dante Alighieri e supportata dal settimanale IoDonna e dal Corriere della Sera: si tratta di adottare una parola, a propria scelta, poco utilizzata e/o in via d’estinzione. Tutti possono farlo, operando una scelta libera a patto che la parola preferita non sia stata già adottata da altri (in questo caso, però, è sempre possibile sostenere l’adozione altrui).

Di seguito riporto il contenuto di una e-mail inviatami dalla Società Dante Alighieri in cui vengono riportate le parole scelte da alcuni vip.
Buona lettura!

Dalla cantante Giorgia al Premio Nobel Dario Fo,
dal calciatore Javier Zanetti al Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia,
dall’astronauta Paolo Nespoli al filosofo Gianni Vattimo:
23 personaggi hanno aderito per Io donna
all’iniziativa promossa dalla Società Dante Alighieri

Dario Fo, Giorgia, Javier Zanetti, Aldo Cazzullo, Gianni Vattimo, Viola Di Grado, Giuliano Pisapia: sono alcuni dei personaggi che hanno scelto di sostenere la lingua italiana attraverso l’iniziativa “Adotta una parola”, promossa dalla Società Dante Alighieri in accordo con i dizionari Devoto Oli, Garzanti, Sabatini Coletti e Zingarelli, e in collaborazione con Io donna.

Dario Fo

Gibigianna è la parola adottata dal Premio Nobel per la Letteratura, Dario Fo: un termine lombardo che significa illusione o trappola melodiosa e affascinante. Accomunati dalla stessa preferenza la cantante Giorgia e il calciatore dell’Inter Javier Zanetti, che hanno entrambi scelto il termine Fuggevolezza: riferendolo idealmente agli amanti la prima, e inevitabilmente ai novanta minuti di una partita il secondo.

Dopo Matteo Renzi, custode di Propinare, un altro primo cittadino ha deciso di sostenere la nostra lingua divenendo custode di una parola: Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano, ha adottato Dirimere. «Sono particolarmente legato a questa parola – ha detto Pisapia -. Ripeterla nella mente, scriverla all’interno di un testo, anche se oggi si usa meno di una volta, mi fa tornare indietro nel tempo, ripercorrendo gran parte della mia attività professionale da avvocato».

Curiose le scelte degli attori Moni Ovadia (Improntitudine), Anna Bonaiuto (Diatriba) e Sonia Antinori (Sconclusionato), mentre Lusinga è stato il termine adottato dal filosofo Gianni Vattimo: «Da quando faccio (anche) il politico in una società cosiddetta democratica – ha spiegato -, e che è una società della comunicazione, cioè della pubblicità, generalizzata, ho cominciato a capire il senso della lusinga».

Tra i custodi figurano anche l’architetto Italo Rota (Calligrafia), il fotografo Luca Campigotto (Fandonia), la poetessa Antonella Anedda (Affastellare), la stilista Margherita Maccapani Missoni (Fronzolo), gli scrittori Aldo Cazzullo (Emaciato), Peppe Dell’Acqua (Delibare), Aldo Nove (Contrizione), Annalucia Lomunno (Presagio) e Viola Di Grado (Uggioso), Michela Marzano (Narcisistico), i giornalisti Filippo La Porta (Leziosità) e Francesco Battistini (Perseveranza). Adesioni anche dal mondo della gastronomia con lo chef Filippo La Mantia (Stantio) e dell’ingegneria con l’astronauta Paolo Nespoli (Dirimere, come il Sindaco Pisapia ma con una diversa motivazione: «Il momento più strano era di mattina, quando la sveglia ti scuoteva dal torpore del sonno e aprivi gli occhi nel buio pesto della cuccetta. Dove sono? Ti veniva da chiederti in una confusione di stimoli e sensazioni. Dirimere la realtà dalla fantasia era ancora troppo difficile»).

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MILANO: MAESTRA EX MISS ABRUZZO SCATENA LE PROTESTE DELLE MAMME E … I FISCHI DI APPREZZAMENTO DEI PAPÀ

Può una giovane donna di 27 anni, laureata e con tutti i titoli professionali a posto, fare la maestra nonostante un passato da Miss e delle partecipazioni televisive? Per le mamme dei bambini che frequentano il Collegio San Carlo, uno dei più prestigiosi ed esclusivi del capoluogo lombardo, no. Per i papà …

Iniziamo dalle mamme, anzi da una sola mamma che, piuttosto risoluta a mandar via la maestra rea di avere un passato da miss, ha tentato inutilmente di coinvolgere anche le altre genitrici. Poi, rimasta sola a protestare, decide di ritirare la figlioletta dal collegio. Una reazione certamente eclatante che, però, ha avuto l’effetto contrario: la bella ragazza, Ileana Tacconelli, da questa storia ha avuto un ritorno pubblicitario a livello nazionale che nemmeno con la fascia da Miss Abruzzo avrebbe mai potuto sperare.

Ed ora veniamo ai papà. Una decina di papà, che non disdegnano la maestra Ileana, bella oltre che brava, hanno deciso di creare un «Maestra Ileana Fans Club» in sostegno dell’insegnante, bersaglio suo malgrado di tante polemiche.
Uno dei genitori, Roberto Jonghi Lavarini, che ha due figlie iscritte al San Carlo, spiega: «La nostra è volutamente una provocazione goliardica per rispondere alle polemiche riportate oggi su tutti i giornali. Ci teniamo a ribadire che lo storico Collegio San Carlo è una scuola laica e cristiana, serissima e severa che seleziona la migliore classe dirigente milanese con metodi di insegnamento tradizionali ma anche di avanguardia, soprattutto nell’insegnamento delle lingue straniere e nell’utilizzo delle nuove tecnologie».

Una risposta alle mamme-megere, subito pronte a scatenare su un’innocente fanciulla l’acredine provata nel veder sfiorire la propria bellezza? Può darsi. Ma i padri, molto più pratici che moralisti, hanno saputo apprezzare le qualità professionali della maestra oltre che le belle gambe e il seno prosperoso che fanno invidia alle mamme.
«Confermiamo – continua Roberto Jongji Lavarini – che la maestra Ileana Tacconelli, oltre ad essere una ragazza estremamente bella, è una insegnante altrettanto brava, intelligente, preparata, seria, sobria, rigorosa, assolutamente all’altezza del difficile ruolo educativo che le è stato affidato». Pur non disdegnando «la dolcezza del suo sorriso e la sensualità delle sue forme, generose», i papà fondatori del fan club sanno, dunque, apprezzare altre qualità, dimostrandosi superiori alle donne che essi definiscono «poverette ipocrite e complessate».

È il solito discorso: Eva contro Eva, come direbbe anche qualcuno di mia conoscenza.

[fonte e foto da Il Corriere]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 21 OTTOBRE 2010

Dalle pagine del Corriere, Ileana Tacconelli si difende: «Quella vita è finita 11 anni fa. Io resto al mio posto, sono tranquillissima. […] «Se avessi voluto fare la modella, la showgirl, l’avrei fatto dieci anni fa, quando ero anche molto più carina di ora». A parte il fatto che carina lo è anche ora, e molto, la sua professionalità non è messa in discussione. In sua difesa interviene il preside del San carlo di Milano, Osvaldo Songini: «È brava e professionale – dice – L’abbiamo selezionata dopo un lungo periodo di prova».

Nel prestigioso istituto frequentato dai figli della Milano bene, tutti erano a conoscenza del passato da miss della maestra: la maestra Tacconelli aveva «confessato» fascia, sfilate, video e foto al rettore, don Aldo Geranzani: nessuna obiezione. La scuola, a settembre, aveva ripetuto la storia ai genitori: nessuno alzò un dito.

La mamma che ha ritirato la bambina dal collegio evidentemente voleva vendicarsi, di cosa non è chiaro. Qualcuno, maliziosamente, mormora che la signora non sia affatto bella.
In ogni caso, tutto è bene quel che finisce bene. I bambini sapranno apprezzare la loro maestra per le doti umane, il rettore l’apprezza di già senza riserve per le risorse professionali, i papà dei bimbi hanno fondato un fan club … la maestra Ileana può essere orgogliosa.
Ha dichiarato che il prossimo luglio si sposa: AUGURI, ALLORA!

LA RESPONSABILITÀ DEL BLOGGER È LIMITATA AI POST FIRMATI

I fatti risalgono al 2006: un giornalista valdostano, Roberto Mancini, era stato denunciato da quattro colleghi per aver riportato sul suo blog delle dichiarazioni a loro avviso infamanti. In primo grado il blogger era stato condannato sulla base di semplici indizi che non riconducevano all’imputato stesso la paternità dei commenti oggetto d’indagine. Mancini era stato condannato dal giudice Eugenio Gramola al pagamento di una multa di 3mila euro, delle spese processuali e legali e ad una previsionale di 1.500 euro per ognuna delle parti querelanti per l’accusa di diffamazione a mezzo blog, nonostante l’ “anonimato” del blog. L’avvocato difensore, Katia Malavenda di Milano, legale di fiducia dei giornalisti del “Corriere della Sera”, aveva fin da subito annunciato il ricorso in appello. Considerato il fatto che al giornalista Mancini è stata attribuita la responsabilità del blog anonimo su cui, con il nickname di “Generale Zhukov”, criticava prevalentemente l’attività di politici e giornalisti valdostani, dal giudice il suo ruolo era stato equiparato a quello del direttore di un giornale. Nella sentenza di condanna, infatti, si leggevano le seguenti motivazioni: Colui che gestisce un blog altro non è che il direttore responsabile dello stesso, pur se non viene formalmente utilizzata tale forma semantica per indicare la figura del gestore e proprietario di un sito internet. Ma, evidentemente, la posizione di un direttore di una testata giornalistica stampata e quella di chi gestisce un blog (e che, infatti, può cancellare messaggi) è, mutatis mutandis, identica.

La sentenza d’appello ha, però, ridimensionato la responsabilità di Mancini che è stato condannato solo per gli articoli da lui stesso firmati: la terza sezione della Corte di Appello di Torino (presidente-relatore Gustavo Witzel) ha, infatti, ritenuto che la figura del blogger non sia equiparabile a quella di un direttore di giornale e che la responsabilità del blogger sia relativa solo ai testi che lui stesso firma. Ne consegue che tutti i post che non sono firmati non possono essere attribuibili al gestore.

La sentenza lascia comunque perplessi: se il blog non ha un nome fittizio, il gestore è responsabile in prima persona di ciò che scrive, in quanto sono attribuibili a lui stesso tutti gli articoli. Quindi, a rigor di logica, è meglio non esporsi con critiche che possono essere mal interpretate, ad esempio se celate sotto il velo della satira.
Il blogger, tuttavia, non può “mettere il bavaglio” ai commentatori, anche se è libero di pubblicare o meno i commenti. Il fatto che si dissoci, come spesso capita anche a me, può tutelarlo da eventuali denunce? Mah.

Insomma, in ogni caso si potrebbe invocare la libertà di espressione, anche per quanto riguarda il dissenso. È vero, tuttavia, che si possono esprimere delle critiche mantenendo il tono civile, senza trascendere e rischiare una denuncia per diffamazione.

Mi sorge spontanea una domanda: cosa potrebbe pensare di questa sentenza George Orwell secondo il quale la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire?

[fonte: Il Corriere]

A DIETA CON ALLEGRIA

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non si è messo a dieta! Credo che la linea sia un po’ la fissazione di tutti. Forse ne sono un po’ più sensibili le donne che gli uomini, ma i chili di troppo, confessiamolo, non fanno piacere a nessuno. Ovviamente sto parlando di quelle persone che non si piacciono se in sovrappeso. Ciò non esclude che ce ne siano molte che convivono benissimo con un po’ di ciccia e se la portano appresso con gran disinvoltura. Tuttavia, non si possono ignorare i rischi per la salute che il sovrappeso e l’obesità comportano. Quindi, avessi un serio problema di peso, e non solo la maniacale voglia di perfezione che si scatena ogni qualvolta si vedono donne magre e belle che dichiarano di non rinunciare alla buona tavola –ma chi ci crede?- sentirei la dieta come un’esigenza e avrei ben pochi motivi per stare allegra.

Ma poi, “dieta” che vuol dire? Etimologicamente parlando, deriva dal latino e significa semplicemente “regime di vita”. Ma il vocabolo è usato quasi esclusivamente per indicare un “regime alimentare controllato”, mentre, a rigore, dovrebbe rimandare alla scelta oculata di un corretto ed equilibrato regime alimentare.
Quante volte in un anno si decide di mettersi a dieta? Tantissime, pare. E tutte le volte si pensa che per smaltire i chili si debba soffrire, fare sacrifici enormi, tali da rendere la vita anche un po’ più triste. E già, perché se si è a dieta, basta uscire con un’amica per bere un caffè, rigorosamente senza zucchero, per diventare tristi vedendo quanta gente si strafoga di cioccolata densa con panna e fette di torta. Ma la tristezza deriva solo dal confronto con gli altri? Pare di no.
Sul Corriere online oggi è stata pubblicata una videointervista ad Andrea Ghiselli, nutrizionista dell’INRAN (Istituto Nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione) di Roma. L’intervistatore, Luigi Ripamonti, chiede al dott. Ghiselli cosa provochi tanta tristezza nelle persone a dieta. La risposta è che spesso la dieta viene vista come punitiva e soprattutto non ci si affida a degli specialisti, come andrebbe fatto, che sanno consigliare un regime alimentare controllato ma senza troppe rinunce.

I punti focali, riguardo alla tristezza provocata dalla dieta sono:
1. la dieta “fai da te” rischia di essere monotona e povera
2. uno dei maggior ostacoli al successo è l’abbandono per scoraggiamento
3. la dieta non deve essere una punizione ma uno stile di vita
4. la varietà della dieta e la personalizzazione sono gli antidoti alla tristezza alimentare

Ma a qualsiasi dieta si deve abbinare un po’ di esercizio fisico che, come sottolinea l’intervistatore, producendo endorfine provoca allegria. Questo in teoria, perché in pratica a me l’esercizio fisico, specie se fatto in palestra, produce un’infinita stanchezza e una fame esagerata, tanto vale mangiare di meno, accontentarsi dell’umore medio –né euforico né triste- e fare a meno della palestra. Ovviamente sto parlando di me, perché so perfettamente che ad alcuni la palestra piace, mentre io quando ci entro, sono assalita immediatamente dall’istinto alla fuga. Tuttavia, ricordiamo che “attività fisica” non significa solo palestra: una passeggiata di mezzora al giorno a passo veloce fa ugualmente bene e rende, almeno a parer mio, meno tristi.

Quindi, in vista delle festività natalizie, conviene mettersi a dieta subito. Rimandando a gennaio ogni proposito di ridurre le calorie giornaliere, più che dalla tristezza saremmo assaliti dalla rabbia per non averci pensato prima. Va be’ che in quel caso avremmo passato in santa pace le feste, senza pensare che il sacrificio di metter giù un paio di chili prima avrebbe imposto una dieta meno rigida poi. Insomma, in ogni caso motivi per essere tristi ce ne sarebbero abbastanza. Per me la dieta e l’allegria sono incompatibili: ma avete mai visto quanto sono tristi le modelle scheletriche che sfilano nelle passerelle dell’alta moda? Meglio un bel sorriso su una faccia un po’ paffuta. O no?

[per vedere la videointervista clicca QUI]

LA SCELTA CORAGGIOSA DI ROBERTA SARDOZ: “IO E PIERO MARRAZZO SIAMO ANCORA UNA FAMIGLIA”

roberta serdozNella triste vicenda di trans, ricatti e video compromettenti che come una valanga ha travolto l’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, il vero atto di forza l’ha fatto sua moglie. Giornalista del TG3, donna emancipata come la definisce in una lettera al Corriere della Sera l’avvocato Giulia Bongiorno, avrebbe potuto fare una scelta diversa. Anzi, le voci all’indomani del fattaccio sembravano propendere per il suo allontanamento da casa. E invece la moglie di Marrazzo, Roberta Serdoz, ha deciso di rimanere al suo fianco. Un’amica della coppia racconta al Corriere come la coraggiosa Roberta non se la sia sentita di abbandonare il marito in difficoltà. Lo stress psicofisico, diagnosticato a Marrazzo dai medici del Policlinico Gemelli, imporrebbe una terapia psicologica, forse lunga. Ma, secondo l’amica, il terapeuta Piero ce l’ha già in casa: Roberta per lui, da sempre, è la migliore terapeuta che possa esistere, con la sua capacità di parlare, di ridere, di riflettere. Forse, più in là, si prenderanno anche una vacanza. Per stare vicini, per ritrovarsi. Ma è presto per fare programmi, questi sono solo i giorni del dolore e della fatica di andare avanti.

Già, “ritrovarsi” è la cosa che conta di più. Perché non può essere diversamente: Roberta e Piero si erano persi, forse per il troppo lavoro, forse per quella inevitabile “noia” che mina le coppie collaudate, insieme da anni. Forse la gioia di essere una coppia era scemata insieme alla passione che, come gli stessi scienziati affermano, ha vita breve e ha bisogno ogni tanto di una scintilla che la riaccenda. Nel male più che nel bene forse, come coppia, i due avevano bisogno proprio di questa scintilla.
Da donna mi chiedo che cosa possa aver condotto un uomo apparentemente rigoroso, come Marrazzo, tra le braccia di un transessuale. Non capisco quali emozioni andasse cercando, forse perché sono una donna sposata e il solo pensiero che mio marito possa rimanere invischiato in tal genere di rapporti, inaccettabili a livello morale se una moralità esiste nelle persone “per bene”, mi fa rabbrividire. Qualche sera fa a Matrix un transessuale intervistato ha dichiarato, con una certa sicumera, che gli uomini cercano in loro quello che le donne italiane non sanno offrire, prese come sono dal loro essere “per bene” e magari anche un po’ bigotte. Mi sono chiesta dove volesse andare a parare con quel discorso una persona che non è né uomo né donna e come tale non potrebbe nemmeno capire cosa le donne, italiane e non, possano chiedere e offrire ai loro uomini. No, non c’è giustificazione che tenga. Al limite, scusate se sono schietta, se sono proprio le donne italiane a non soddisfare i loro compagni, perché allora quest’ultimi non vanno con le prostitute ma si rifugiano in rapporti così ambigui? Perché pare che siano molti gli uomini “per bene” e apparentemente ineccepibili quanto a moralità che frequentano i transessuali. Allora, evidentemente, c’è qualcosa che non va non nelle donne ma nella società stessa che ha permesso che certe relazioni fossero messe in piazza cosicché, anche quelli che non avrebbero mai concepito di avere dei rapporti con i trans, si sono quasi convinti che a provare una volta non si abbia nulla da perdere, tanto per vedere “l’effetto che fa”. Poi, magari, ci hanno preso gusto e dagli incontri sporadici si arriva presto ad una vera dipendenza, senza nemmeno rendersene conto.

Tornando a Roberta, mi hanno toccato profondamente le parole dell’avvocato Giulia Bongiorno scritte nella lettera al Corriere. Della giornalista, moglie tradita e donna coraggiosa che non si è lasciata schiacciare da questo macigno che le è piovuto addosso da un giorno all’altro, dice:

In questa insolita scelta di forza, Roberta Serdoz rivela un’attitudine che abita le donne, sebbene spesso rimanga nascosta: sapere quando è il momento di prendere in mano la situazione. Essere all’altezza, in un attimo. Dopo essersi adattate, magari per anni, a ruoli anonimi, dimessi, defilati, ma preparandosi silenziosamente ad assumere un ruolo diverso, senza smettere mai di coltivare la capacità di diventare artefici del destino proprio e altrui. Una marcia in più che appartiene alle donne, quasi ontologicamente.

Ebbene sì, è proprio vero: le donne hanno quella marcia in più che le porta a reagire alle situazioni critiche in modo quasi eroico. È vero che, di fronte alla debolezza del marito, ormai distrutto fisicamente e moralmente, la forza dimostrata da Roberta è l’unico mezzo che potrà, forse, risolvere i problemi tra di loro. Perché se è vero che la reazione più immediata sarebbe potuta essere la rabbia, la pietà e l’amore, in situazioni come queste, hanno senz’altro l’effetto migliore. La rabbia offusca la mente e porta ad atteggiamenti irrazionali, il dolore schiaccia psicologicamente le persone e non permette alcuna reazione. La moglie di Marrazzo, come osserva la stessa Bongiorno, ha scelto la terza via: superare il disorientamento iniziale, non lasciarsi trascinare dall’ira né opprimere dal dolore e dal risentimento. Se così avesse fatto, avrebbe lasciato da solo un uomo in difficoltà, un uomo a pezzi, come lo stesso Marrazzo si è definito, distrutto e pentito. E se qualcuno obiettasse che siamo di fronte alle solite lacrime di coccodrillo, potrei anche ammettere le sue ragioni ma, evidentemente, la signora Marrazzo ha agito seguendo la voce del cuore: ha deciso di non abbandonare la nave che affonda, cercando di prenderne il comando. Questo è la metafora con cui si conclude la lettera dell’avvocato Bongiorno e ritengo sia l’immagine più bella che potesse trovare per definire il coraggio di una donna che, una volta ancora, non può essere definita “sesso debole”.

FIORELLO E GLI SPOT POSTUMI DI MIKE BONGIORNO

Da quando, il 20 settembre, è iniziata la messa in onda degli spot di un noto gestore di telefonia girati da Mike Bongiorno prima della scomparsa, sul web impazzano articoli pro e contro quella che viene a volte definita una pubblicità di cattivo gusto, macabra e dettata esclusivamente da interessi economici.

Da parte mia, non ritengo che questa sia stata una scelta di cattivo gusto ed è risaputo che è stata condivisa dalla famiglia. Ho già espresso il mio parere commentando un post dell’amico frz40 cui vi rimando. (Link)
Dello stesso parere sembra essere anche Fiorello che, in virtù dell’amicizia che lo lega alla famiglia Bongiorno, si è sentito in obbligo di scrivere una lettera al Corriere della Sera.
Lo showman afferma di aver preso questa iniziativa per lui inusuale per proteggere, in memoria del mio amico Mike, la sua famiglia da sospetti maliziosi che serpeggiano in alcuni commenti letti in questi ultimi giorni sui giornali. Una polemica che sembra non placarsi e che mette in discussione il fatto che la famiglia di Mike fosse d’accordo sulla scelta fatta dal gestore di telefonia. Alle malelingue Fiorello risponde con un tono deciso: La famiglia Bongiorno non trae alcun vantaggio ulteriore, oggi, dalla messa in onda di quegli spot, se non la serenità di aver interpretato la volontà di Mike. Poi c’è persino chi ha voluto leggere in questa decisione un tentativo di sfruttare un’occasione per una presunta carriera di Leonardo nello spettacolo, altra insinuazione banale e priva di fondamento.

Di una cosa Fiorello è convinto, come me del resto: gli spot postumi non possono far altro che destare in chi ha amato il popolare presentatore un affettuoso rimpianto che va ben al di là delle polemiche, a volte gratuite, che si scatenano per ogni cosa, specie se c’è di mezzo qualche presunto interesse economico. Le parole dell’amico di Mike, nonché compagno di spot, toccano il cuore, nel momento in cui esprime il suo parere e si augura che sia rispettato. Quello che non è rispettabile –conclude Fiorello- sono le ricostruzioni infondate e maliziose che, comunque, non riusciranno a sporcare l’emozione autentica che ci regala vedere Mike ancora una volta in tv.

GRAZIE MIKE E GRAZIE FIORELLO!