14 settembre 2014

PAPA FRANCESCO A REDIPUGLIA, NEL FRIULI TERRA DI SACRARI

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia, poesia, religione, storia tagged , , , , , , , , , , , , , , a 8:38 pm di marisamoles

papa francesco redipuglia
Molto commovente la cerimonia in ricordo dei caduti della I Guerra Mondiale che si è tenuta sabato mattina a Redipuglia (Gorizia), presieduta da Papa Bergoglio. Nel centenario del primo conflitto mondiale il Santo Padre ha voluto non soltanto ricordare le vittime, il sangue versato per amore della Patria, ma anche lanciare un monito affinché si ponga fine a quella follia chiamata guerra.

State attenti, dice Bergoglio, perché il terzo conflitto mondiale è già tra noi.

«Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…».

Ora come allora, ancora vittime. E come si fa a non pensare a chi ha perso la vita per difendere la propria terra? Non si può non farlo, trovandosi in un luogo sacro come Redipuglia. Il Sacrario più grande d’Europa, dove riposano più di 100mila caduti, molti dei quali senza nome.

redipuglia

La costruzione del monumento simbolo dei caduti italiani della Grande Guerra ebbe inizio nel 1936 e fu inaugurato da Benito Mussolini il 18 settembre 1938. Una maestosa scala in marmo bianco, proveniente dalla vicina cava di Aurisina, si erge sul monte Sei Busi. Per realizzare il monumento fu necessario scavare la collina con delle cariche di dinamite.
Nei 22 gradoni (alti 2,5 metri e larghi 12) furono traslati i resti di 39.857 caduti identificati; sopra le lastre con nome, cognome e grado militare troneggia la scritta “Presente”. In alto, ai due lati della cappella votiva, ci sono le salme di 60.330 caduti ignoti. In basso, la tomba di Emanuele Filiberto di Savoia – Aosta, comandante della Terza Armata, e le cinque urne dei suoi generali caduti durante i combattimenti.

Con alle spalle il maestoso monumento, che ai tempi della mia infanzia rimaneva acceso durante tutta la notte provocando stupore soprattutto in chi percorreva l’autostrada in direzione di Venezia, Papa Francesco ha celebrato la Messa, alla presenza di molte autorità civili e militari, regionali e nazionali.

Non a caso, tra le letture, è stato scelto il passo della Genesi che parla di Caino e Abele. Non solo il fratricidio. Soprattutto quella frase: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Parole che esprimono l’indifferenza, lontane da quella caritas, l’amore che nulla chiede in cambio, al centro della lettura dal Vangelo Secondo Matteo:

“Lui è nel più piccolo dei fratelli: Lui, il Re, il Giudice del mondo, è l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ammalato, il carcerato… Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori”.

Caino è ancora tra noi e continua ad uccidere. Come scrisse il poeta Quasimodo, all’indomani del secondo conflitto mondiale, nella poesia Uomo del mio tempo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo
. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
– Andiamo ai campi
. – E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere
,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore
.

Il Carso è stato teatro della Grande Guerra. Redipuglia è certamente il monumento più importante, il più maestoso. Ma non è l’unico in questa terra che è stata bagnata dal sangue di migliaia di soldati e civili.

monte san michele

A pochi chilometri da Redipuglia, sul Monte San Michele, c’è un museo all’aperto dove al posto delle opere d’arte si possono “ammirare” le trincee in cui si combatté per difendere la Patria.
Questi luoghi sono stati designati “monumento nazionale” e sulla sommità del monte si trova un belvedere da cui si gode di un ampio panorama, che ricorda la guerra e i suoi caduti, e un piccolo museo.

Poco lontano, sul medesimo fronte, a San Martino del Carso, ha combattuto anche il poeta Ungaretti che affidò ai suoi versi il compito di descrivere lo strazio del suo cuore:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E’ il mio cuore
il paese più straziato
.

sacrario_militare_oslaviaSulle colline sopra Gorizia si trova l’Ossario di Oslavia, costruito nel 1938 sul monte Calvario. Ospita i resti di 57.741 caduti italiani nelle battaglie di Gorizia e Tolmino (ora in Slovenia).
L’Ossario copre un’area triangolare ed è formato da quattro torri, una per ogni vertice della figura, più una centrale. Ognuna di queste custodisce al suo interno i loculi dei caduti identificati, disposti lungo le pareti, per un totale di circa 20 mila nomi, tra cui 138 austro-ungarici. Gli altri 37 mila corpi senza nome (539 di nazionalità non italiana) sono invece tumulati in tre grandi ossari posti al centro delle tre torri laterali.
Tutte le torri inoltre sono collegate tra loro tramite dei tunnel sotterranei e possiedono delle cripte.

tempio ossario udineI caduti della Prima Guerra Mondiale sono ricordati anche a Udine. Poco lontano dal centro cittadino si erge il Tempio Ossario ai Caduti d’Italia, costruito nel 1931 su progetto degli architetti Alessandro Limongelli e Provino Valle.
Sulla facciata si possono ammirare quattro imponenti statue che raffigurano un fante, un aviatore, un alpino ed un soldato della marina. All’interno, il tempio ha tre navate divise da pilastri in granito rosso. Sulle pareti della cripta sono incisi i nomi dei 25.000 militari italiani sepolti all’interno delle pareti stesse, esumati dai cimiteri di guerra del Friuli.

Tempio_di_Cargnacco
Infine, non si possono dimenticare le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Alla periferia di Udine, a Cargnacco, si erge il Tempio Nazionale “Madonna del Conforto” la cui costruzione fu voluta da don Carlo Caneva, già cappellano militare e reduce di Russia e dal Senatore Amor Tartufoli, per ricordare i caduti e i dispersi di quella tragica campagna.
Nella cripta del Tempio di Cargnacco sono collocati, su leggii metallici, i 24 volumi che contengono, in ordine alfabetico, i 100.000 nomi di coloro che, per obbedire alle leggi della Patria, dalla Russia non sono più tornati. Sullo sfondo una scritta luminosa, color sangue, ricorda “Ci resta il nome”.
Negli anni Novanta è stata costruita un’altra cripta, collegata alla preesistente da una galleria, in cui sono stati traslati altri resti di dispersi in Russia. Dal 1991 sono state riportate in patria 11.601 salme. Quelle identificate erano 2.244 e di queste 1.960 sono state consegnate ai parenti. In Ucraina sono stati recuperati e identificati i resti di 1244 soldati, per la maggior parte restituiti ai parenti. A Cargnacco sono state riportate 8.518 salme di cui 7.405 non identificate.

Sulla sommità del Tempio troneggia, a caratteri cubitali, la scritta
P A C E, il bene più grande che l’U O M O deve perseguire se non vuole rimanere quello della pietra e della fionda.

[fonte (per il viaggio di Papa Francesco a Redipuglia) Il Corriere; varie notizie sui sacrari del Friuli sono state tratte da un reportage del Corriere.it; i link presenti nel post sono fonte di altre notizie e, per la maggior parte, rimandano ai siti da cui sono state tratte le immagini]

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27 agosto 2014

LIBRI: “FEMMINE UN GIORNO” di ELENA COMMESSATTI

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PREMESSA
Ho assistito alla presentazione di questo libro al mare, verso la metà di luglio. Non conoscevo l’autrice, anche se si può dire che siamo vicine di casa. All’incontro era presente anche lo scrittore Pino Roveredo, che ne ha curato la prefazione e che a sua volta ha parlato di
Ballando con Cecilia, un suo romanzo uscito nel 2000 e recentemente ristampato da Bompiani.

commessattiL’AUTRICE
Elena Commessatti (Udine, 1967), laureata in Antichità greca all’università Ca’ Foscari di Venezia, ha successivamente frequentato la Scuola Holden a Torino, diplomandosi nel 1996. Giornalista pubblicista, collabora con il Messaggero Veneto dagli anni Novanta (anche come corrispondente da Torino e Milano). Assistente di Fernarda Pivano in RCS a Milano, è anche curatrice di una collana di narrativa “di genere” per Sonzogno. Dal 2003 è tornata a vivere in Friuli.
Scrittrice biografa di storie familiari e di narrazioni per oggetti, a giugno 2013 è uscito “Moroso Weaves. Conversazione a­morosa e pop tra tessuti, oggetti e biografie, rileggendo Roland Barthes”.
Femmine un giorno (Bébert Edizioni, collana “A colpi d’ascia”, Bologna 2013) è il suo primo romanzo, senza pseudonimo.

femmine un giorno

LA TRAMA
L’autrice, che ha ricostruito i fatti di cronaca anche con l’ausilio di fonti dirette (interviste agli inquirenti dell’epoca), riesce a contaminare narrativa e cronaca con grande disinvoltura ripercorrendo i fatti e raccontando, con grande perizia, ciò che accadde a Udine tra il 1971 e il 1989: 15 omicidi di donne, la maggior parte prostitute, avvenuti a Udine e dintorni, almeno 4 riconducibili ad un unico assassino, come stabilisce un dossier medico realizzato nel 1995. “Femminicidi”, come li chiamiamo ora, che diedero uno scossone alla tranquilla città di provincia ma furono ben presto dimenticati.

Sulla prima pagina del libro si legge una nota dell’autrice:

Questa storia è in parte vera.
Nasce dal desiderio di narrare una vicenda che nessuno racconta.
Sono nata che già c’era.
Fino a pochi anni fa non la conoscevo e ho vissuto in città tutti gli anni Ottanta.
Il sospettato? L’hanno mormorato per anni.

Le vittime erano donne, donne a metà.
Forse, se soltanto una di noi fosse morta, l’assassino prima o poi l’avrebbero trovato.

Protagonista di questo romanzo è Agata Est, in cui si riconoscono inequivocabili dati autobiografici dell’autrice: si tratta di una giovane donna udinese, da qualche anno trasferitasi a Milano, con alle spalle studi di diritto greco, scrive biografie su commissione e si occupa anche di letteratura rosa, eredità della zia Giorgetta Armour alla madre Amalia. Agata ritorna a Udine, sua città natale, forse per restarci. Qui ritrova la sua famiglia che ruota attorno alle donne di casa, investigatrici e proprietarie dell’agenzia “Mantovani Sisters”, coadiuvate da Luigi Gortani. Mantovani è il cognome della nonna, Maria Gentile, mentre quello del nonno è Leoni. Rimasta orfana di entrambi i genitori nel 1976, per Agata questi sono gli unici affetti.

Una famiglia un po’ sui generis la Leoni-Mantovani:

Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia è infelice a suo modo.
Tutto era sottosopra in casa Leoni da quando la nonna era in missione, l’agenzia era in mano al Gortani, la zia Giorgetta era ancora in preda a un innamoramento senile. Questa situazione durava ormai da un mese ed era sentita tormentosamente da tutti i membri della famiglia. […] Agata era afflitta dalla storia dei 4 omicidi: voleva pure lei rinunciare alla ricerca. Non si trattava di una storia da pubblicare, non le si chiedeva di inventare una biografia. Era una vicenda vera, bislacca, successa a donne vissute prima di lei e decisamente meno fortunate. (pag. 154)

A Udine la protagonista ritrova anche l’ex marito Zeno Zuccheri che scopre essere stato l’amante di una delle donne uccise, un’ex compagna di liceo di Agata. Quest’ultima inizia ad indagare su questi omicidi dimenticati e scopre che nulla, o quasi, era cambiato nella città lasciata anni prima: un luogo protetto, ovattato, in cui i fatti di cronaca, anche quelli più gravi, passano sotto silenzio, rimangono relegati nelle pagine del quotidiano locale. Molti sanno ma nessuno parla, un’omertà dettata da un senso di protezione di quella tranquillità provinciale cui nessuno è disposto a rinunciare. La tipica corazza che protegge le piccole città in cui non succede quasi mai niente.

Agata non è un’esperta del mestiere anche se è cresciuta nel mondo dell’investigazione. Si può dire che la decisione di occuparsi di questi femminicidi sia per lei una sorta di apprendistato. Un’indagine che si rivela difficile anche a causa della poca disponibilità a parlare da parte di chi, Agata ne è sicura, sa.

L’unica persona che è disposta ad aiutarla è l’ex maresciallo dei Carabinieri Luca Quinterio che è anche il padre del brigadiere Marcello. Quest’ultimo non sembra disposto a sbottonarsi con Agata e il rapporto complesso e contrastato con il padre non fa che complicare le cose.
In un accorato scritto, il giovane Quinterio si rivolge al vecchio con queste parole:

Padre,
ti scrivo per dirti quello che a voce non riesco. Questa indagine mi terrorizza perché ci sei di mezzo tu, come sempre nella mia vita, e io non ce la faccio a chiederti aiuto. Voglio crescere nella mia carriera. Per me l’Arma è la missione. E tu che hai sempre avuto da ridire sulla mia vita privata, non ti devi permettere di giudicare il mio lavoro. Hai capito bene: ti detesto, è ora che tu lo sappia. E anche questa indagine che mi collega a te, la detesto. Come se non sapessimo come è andata a finire. Neanche tu sei riuscito a prenderlo, il mostro
. (p. 85)

Marcello Quinterio non ha, però, fatto i conti con la determinazione di Agata Est che da giovane e inesperta investigatrice saprà trovare la strada giusta in quella Udine in cui il cielo è blu fluo, come psichedelico, in certe giornate d’inverno.

La narrazione procede alternando la prima alla terza persona, a seconda dei fatti narrati, se sono riferiti ad Agata oppure alle vittime dei femminicidi. Ma talvolta anche quando si parla della Est, la narrazione è in terza persona, quasi la protagonista volesse, essa stessa, essere osservata dal lettore mentre “vive” questa storia, sollevando a poco a poco la polvere che decenni di silenzio e oblio hanno depositato su quelle femmine un giorno, madri per sempre. Si tratta di due versi di un testo di Fabrizio De Andrè, Ave Maria (canzone contenuta nell’album “La buona novella” del 1070) che ha ispirato il titolo del libro.
Forse non un titolo scelto a caso. Femine, in friulano, significa semplicemente donna (al plurale feminis) ed è un termine che riprende il latino femina, senza alcuna sfumatura negativa.

E donne sono (erano) le protagoniste di quei fatti di cronaca. Donne dimenticate perché considerate figlie di un Dio minore. Donne squalificate, infilate negli archivi del silenzio, lontano dalle coscienze, e colpevoli di non essere figlie di un notaio, di un direttore, un presidente … (sono le parole di Pino Roveredo, autore della prefazione, riportate a pag. 7).

***
Lo stile della Commessati è agile e snello. Prevale la paratassi che tradisce la sua esperienza di giornalista.
La lettura di questo libro (non oso chiamarlo romanzo perché contiene troppe verità, seppur celate da nomi fittizi) mi è piaciuta non solo perché ho scoperto fatti che non conoscevo o di cui avevo sentito parlare solo di sfuggita (a dimostrazione del fatto che su certe faccende è bene stendere un velo, cronache che svaniscono dalla mente non appena si volta la pagina del quotidiano), ma anche per la particolare struttura del testo. Elena Commessatti, infatti, alterna parti romanzate (che interessano la protagonista Agata e le sue vicende personali) ai fatti di cronaca attraverso degli “innesti”, preceduti da frammenti di articoli presi dal quotidiano friulano, Messaggero Veneto, in cui ripercorre la storia delle donne uccise. Questa strategia narrativa ha il pregio di creare una sorta di osmosi tra le diverse parti che rendono più verosimile la parte romanzata.
La location del romanzo, inoltre, ha agevolato l’immedesimazione così mi è stato facile seguire la giovane investigatrice attraverso le vie e viuzze, spesso coperte dal porfido (i sanpietrini, per intenderci) o dall’acciottolato dove i tacchi risuonano (e spesso rimangono intrappolati!), passare all’osteria per un tai (un bicchiere di vino, anche se sono astemia!) o gustare un cappuccino in uno dei caffè del centro. Luoghi a me noti che fanno da cornice al racconto.

30 maggio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ECCO LE “SNAIT BAG”, BORSE ECOLOGICHE MADE IN FRIULI

Posted in Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, Università tagged , , , , , a 3:35 pm di marisamoles

snait bag
Delle borse ecologiche che nascondono qualcosa di più del semplice riciclo dei materiali. Si tratta di un progetto dell’università di Udine, in collaborazione con la provincia: realizzare delle borse ecologiche riutilizzando gli striscioni pubblicitari.
L’idea imprenditoriale è nata da Giulia Montecchio, studentessa di Scienze dei servizi giuridici pubblici e privati.

Ecco le ‘snait bag’, le borse riciclate made in Udine, il cui nome si può definire anglofriulano: “bag” dall’inglese e ‘snait’ che in friulano traduce l’inglese ‘smart’, dall’impatto dinamico e veloce.

L’Assessorato alle Politiche sociali, che fa capo all’assessore Elisa Battaglia, ha deciso di donare all’Università tre striscioni in pvc, non più utilizzabili come mezzi promozionali e che sarebbero stati destinati alla discarica. Ecco che il progetto dell’ateneo udinese “salva” questo materiale e lo trasforma nelle borse che vanno ad arricchire il merchandising dell’università.

Come spiega Elisa Battaglia, in questo modo forniamo una seconda possibilità a materiali che altrimenti avrebbero avuto come meta la discarica, inoltre contribuiamo ad offrire un’opportunità di lavoro a chi si trova in difficoltà nella vita. Il progetto, infatti, si avvale della collaborazione della cooperativa sociale “Rio Terà dei pensieri” di Venezia che si occupa dell’inserimento nel mondo del lavoro di persone che devono scontare una condanna penale.

Le “Snait Bag” sono disponibili in quattro tipologie: tre borse e un porta-iPad. Non soltanto inaugureranno la nuova linea di prodotti ma daranno anche il nome al negozio di merchandising dell’ateneo: “Snait Shop”.
Veloce ma soprattutto ecologico e solidale.

[LINK della fonte da cui è tratta anche l’immagine]

ALTRE BUONE NOTIZIE

Le buone notizie di Margherita: AMBIENTE: CONFERMATA LA CRESCITA DELLE FORESTE ITALIANE e “GREEN CITIES”, PER MIGLIORARE LA QUALITA’ DELLA VITA di unpodichimica

Se ami la tua città colorala di laurin42

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

31 gennaio 2014

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: LA CREATIVITÀ DEGLI STUDENTI AL SERVIZIO DELL’IMPRESA

Posted in Friuli Venzia-Giulia, La buona notizia del venerdì, lavoro, scuola tagged , , , , , , , , , , , a 6:04 pm di marisamoles

sello udineQuesta settimana “gioco” doppiamente in casa: ho scelto una notizia che riguarda la scuola e allo stesso tempo la mia regione.
Alcuni studenti del liceo artistico “Sello” di Udine hanno ideato i nuovi sedili ferroviari che viaggeranno in Europa.

Da sempre si sente dire che la scuola è molto lontana dal mondo del lavoro, che gli studenti non sono pronti, una volta terminati gli studi, ad affrontare un impegno lavorativo. Troppo spesso si accusa la scuola di non saper preparare gli allievi in termini di competenze da spendere nel breve termine in ambito professionale. Non sempre è così. Se ciò può essere vero per i licei, che non preparano al mondo del lavoro ma agli studi universitari, ci sono scuole, specie istituti tecnici e professionali, che offrono una preparazione adeguata, anzi, talvolta permettono agli studenti di dimostrare delle specifiche competenze anche prima di terminare il corso di studi.

E’ il caso del liceo artistico – nato, con la riforma Gelmini, dal vecchio istituto d’arte – “G. Sello” di Udine. Gli allievi delle classi 3D, 4D, 5C del corso di Design Industriale e 4C del corso di Design della Moda hanno presentato ieri ai rappresentanti della Fisa di Osoppo, azienda leader nel campo della fabbricazione di sedili autoferroviari che in questi ultimi anni si è assicurata contratti di fornitura con le principali società ferroviarie europee, i propri progetti per la realizzazione di un innovativo sedile.

L’idea della collaborazione tra scuola e impresa è nata qualche mese fa in occasione della visita che gli studenti hanno fatto presso gli stabilimenti di Osoppo. Grazie alla loro creatività e con la guida dei docenti Tiziana Infanti, Nadia Ceccotti e Dino Del Zotto hanno elaborato dei progetti nel rispetto delle nuove tendenze di design, senza trascurare le soluzioni ergonomiche cui attualmente non si può rinunciare.

Sono nate così delle proposte accattivanti, innovative anche per quanto riguarda la scelta dei tessuti, dai colori e dalle fantasie in grado di incontrare i gusti dei viaggiatori moderni. Alcuni progetti appaiono particolarmente innovativi grazie alla tappezzeria dall’effetto praticamente tridimensionale.

Entro marzo i tecnici della Fisa sceglieranno la proposta migliore elaborata dai ragazzi, per passare alla fase di progettazione industriale e di produzione. Quindi il sedile nella sua forma finale sarà anche esposto a Innotrans, la Fiera internazionale dei Trasporti che si terrà a Berlino dal 23 al 26 settembre.

Il progetto definitivo diventerà poi realtà, fornendo l’arredo ottimale per i vagoni ferroviari di molte linee di collegamento dei principali Paesi europei.

Un in bocca al lupo, dunque, ai ragazzi che stanno vivendo un’esperienza che, comunque vada, rappresenta un buon trampolino di lancio per il futuro professionale.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

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Il Ponte fotovoltaico Black friars Bridge di chezliza

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21 novembre 2012

LIBRI: “IO CREDO. DIALOGO TRA UN’ATEA E UN PRETE ” di MARGHERITA HACK e PIERLUIGI DI PIAZZA

Posted in libri, religione tagged , , , , , , a 5:17 pm di marisamoles

In uscita il libro Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete, curato dalla giornalista della Rai regionale del Friuli – Venezia Giulia Marinella Chirico, nota a livello nazionale per aver ottenuto, lei sola, il permesso di vedere Eluana Englaro nelle ultime ore di vita.

Il libro, edito da Nuova Dimensione, rappresenta un sunto di quasi vent’anni di incontri tra un’atea, l’astrofisica Margherita Hack, e un prete, Pierluigi Di Piazza, due persone apparentemente distanti (“il diavolo e l’acqua santa”, come scherzosamente osserva la Hack) che si interrogano sui valori fondamentali che orientano l’azione umana e sui temi del vivere quotidiano.
La Hack non ha bisogno di presentazioni e il suo ateismo è cosa ben nota, visto che non perde l’occasione di ribadirlo in ogni intervento pubblico. Pierluigi è stato mio collega di religione più di vent’anni fa, un grande uomo di Fede, soprattutto un grande Uomo. Da anni si occupa degli emarginati, prodigandosi nell’ambito dell’ integrazione e dell’accoglienza, dirigendo il Centro di Accoglienza Balducci alle porte di Udine.

La presentazione del libro è prevista presso il Centro Balducci martedì 27 novembre alle ore 20 e 30.

Ecco un “assaggio” del libro pubblicato sul numero odierno del quotidiano Messaggero Veneto:

Dal libro emerge una grande consonanza sull’etica. Si può dire che uno cerca il bene dell’uomo in nome di Dio e l’altra in nome dell’uomo?
M.: «Io credo nella libertà e nella giustizia. La mia filosofia si riassume nel “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” e nell’“Ama il prossimo tuo come te stesso”. Sento quindi il dovere etico di andare incontro a chi è più debole, più povero, più sofferente. Non credo alla natura divina di Gesù, ma lo considero il primo socialista, e probabilmente la più grande figura mai apparsa nella storia umana».
P.: «Io credo in Dio. Ma va precisato in quale. Perché c’è il Dio dei ricchi e quello dei poveri, il Dio di chi vuole la guerra e quello di chi vuole la pace, di chi è razzista e di chi accoglie, di chi è corrotto e mafioso e di chi combatte mafie e corruzione, di chi sfrutta e inquina l’ambiente e di chi lo difende. Credo nel Dio di Gesù, che ci impegna ad accogliere l’altro e a lottare per un’umanità più giusta».

[…]

A dividervi non è il “fare” in vita, ma l’atteggiamento verso la morte e il dopo morte?
M.: «Non credo ci sia un aldilà. L’atomo di idrogeno è praticamente immortale, e le molecole che oggi sono Margherita Hack si sparpaglieranno nell’atmosfera, serviranno a costruire altre persone o oggetti, chissa… Ma io non ci sarò più. Vedo il cervello come un hardware, e l’anima come un software che non gli sopravvive. La morte non mi fa paura, la perdita dell’autosufficienza e l’accanimento terapeutico sì».
P.: «Dobbiamo assumerci una maggiore responsabilità verso la vita, perché troppo spesso la morte è provocata. Dalla fame, dall’ingiustizia, dalle guerre. La morte è rottura delle relazioni umane di cui è tramata la vita. Ed è il cuore del mistero: credo che in quel momento la vita venga accolta, sebbene non sappiamo spiegare dove e come. Non è una fiducia irrazionale, è un pensiero che avverto indimostrabile ma ragionevole. Nella morte è il senso primo dell’affidamento a Dio, hanno detto Küng e Martini. Come annunciano le Scritture, vedremo il volto di Dio, anche se non possiamo sapere quale sarà. Né quale sarà il nostro volto».

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 NOVEMBRE 2012

Sono riuscita ad andare alla presentazione del libro di Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza. Devo dire che ne è valsa la pena, considerando anche il fatto che se l’astrofisica è nota a tutti per la sua arguzia, per le sue battute e le risposte secche, la vera rivelazione, per molti ma non per me, è stato questo prete straordinario che ha messo in luce non tanto la forza della sua fede quanto la debolezza. Una riflessione, la sua, che a volte lo porta lontano dalla chiusura ostinata della Chiesa nei confronti della scienza o di quelli che considera dei tabù sociali, come ad esempio l’omosessualità o il divorzio, e etici e morali, prima di tutto il discorso della fine vita e del testamento biologico.

Un’atea e un prete molto più vicini di quanto possa sembrare.

IL VIDEO DELLA SERATA

24 agosto 2012

ROMENO NECESSITA DI UN TRAPIANTO DI CUORE: PADOVA LO RESPINGE, UDINE LO SALVA

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia, salute tagged , , , , , , , , , , , , , , a 12:32 pm di marisamoles

Faccio una premessa: ho letto la notizia su Il Corriere e, spinta dall’incredulità, ho consultato altre fonti tra cui Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino e net1news. Siccome do per scontato che le notizie che i quotidiani, o altri mezzi di informazione, diffondono siano vere, nonostante abbia riscontrato alcune difformità, la mia riflessione si basa su ciò che ho letto considerandolo degno di fiducia.

Dunque, il fatto riguarda un trapianto di cuore. Un marinaio romeno di 53 anni, che lavora per un armatore italiano, ha avuto un infarto, definito “devastante” dai bollettini medici. Si rende, quindi, necessario un trapianto. L’uomo è degente all’ospedale di Mestre e deve essere trasferito al centro trapianti di Padova, dove, però, l’intervento viene negato. Perché? Semplice: il cittadino romeno non ha diritto ad un cuore italiano, deve essere trasferito nel suo Paese d’origine e lì operato. Come dire: moglie e cuore dei paesi tuoi.

Naturalmente la questione è molto più complessa. Da Padova fanno sapere che la decisione di non intervenire è stata dettata dalla prassi che, secondo le indicazioni del “Nord Italia Transplant“, organismo nato nel 1976 che lavora in un territorio che comprende diciannove milioni di abitanti, i cuori italiani vanno ai pazienti italiani e non agli stranieri. Così viene giustificata tale “prassi”: «Data la tragica scarsità di organi, quando un ammalato, che non è nelle nostre liste d’attesa nazionali, può essere trasportato nel suo Paese di provenienza, perché anche lì esiste un centro trapianti, lo si deve fare. E in questo caso era possibile farlo». Così si esprime il direttore sanitario dell’ospedale di Padova, Giampietro Rupolo, chiarendo che la decisione è stata presa di comune accordo con la ASL di Mestre. Naturalmente da Mestre negano il fatto.

A parte il quadro clinico del paziente che appare confuso, stando alle dichiarazioni contraddittorie dei due ospedali veneti, la Prefettura di Mestre nega l’utilizzo di un aereo per il trasferimento del rumeno in Romania dal momento che era possibile operarlo in Italia . Allora è lecito chiedersi: ma il paziente poteva essere trasferito o no? Se i bollettini parlano di un “quadro devastante” pare di no. Nel frattempo il romeno rimane in balia dei medici che si rimpallano le responsabilità e la corretta interpretazione della “prassi” sottoscritta da “Nord Italia Transplant”.

In breve: l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine accoglie l’Sos dell’ospedale dell’Angelo di Mestre dove l’uomo è ricoverato dall’8 agosto, dichiarandosi disponibile a operare. E così martedì l’equipe di Cardiochirurgia diretta dal professor Ugolino Livi, effettua, con successo, l’intervento. Spiega il primario di cardiochirurgia di Udine: «A parte la polemica con Padova devo dire invece che a Mestre il caso è stato ottimamente gestito, nella fase di emergenza, e affrontato poi nella maniera giusta. Noi abbiamo operato al meglio grazie all’assistenza che l’uomo ha ricevuto proprio all’ospedale dell’Angelo.»

Insomma un elogio allo stesso ospedale che, però, aveva rifiutato il trapianto di un cuore italiano ad un romeno. Ma c’è un altro punto su cui rimango perplessa: stando alle parole di Livi, l’uomo si trovava in una situazione di emergenza tale da dover essere operato nel più breve tempo possibile in Italia perché non era trasportabile nel suo Paese. Allora per quale motivo Padova si è rifiutata di operare? Neppure il Santo ha potuto fare un miracolo e infondere un po’ di saggezza nei medici dell’Angelo. Come dire: non c’è né Dio né Santi che tengano.

Ovviamente della vicenda si stanno occupando non solo i media, nazionali e locali, ma anche i politici. L’accusa più gettonata è quella di “razzismo sanitario“. La direzione sanitaria dell’ospedale di Udine commenta il fatto con parole appropriate: «la “Nord Italia Transplant” ha come priorità la salute delle persone, non la loro provenienza e la loro cultura.»

L’ho scritto proprio recentemente in un altro post: i friulani hanno un cuore grande così. Anche quando c’è la necessità di trapiantarne uno.

[foto ANSA]

22 agosto 2012

LIGNANO IN LUTTO, UNA PENISOLA UN PO’ MENO FELICE

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia tagged , , , , , , , , , , , , a 5:13 pm di marisamoles

Non ho intenzione in questo post di parlare del massacro dei coniugi Burgato avvenuto nella loro villetta di Lignano Sabbiadoro (Udine) nella notte tra sabato e domenica. Non lo faccio perché ho letto ogni riga su questo efferato omicidio su tutti i quotidiani nazionali e locali e sempre rabbrividendo, nonostante i 36 gradi di quest’estate infuocata.

Chi, come me, ha passato più di metà dei suoi anni a villeggiare nella splendida Lignano, non può non conoscere, o almeno ricordare, i coniugi Burgato. Leggendo i vari articoli, da parte di chi li conosceva bene sono state dette tante belle parole di affetto e vicinanza. Descritti come persone oneste, grandi lavoratori, coppia affiatata, sempre pronta a dare una mano a chi aveva bisogno d’aiuto … belle testimonianze sulla cui genuinità non ho alcun dubbio. Perché i friulani sono davvero gente onesta, gente con un cuore grande così.

Ora Lignano è sotto choc ed è di questo che voglio parlare. Noi che viviamo in questa terra semplice ed onesta siamo propensi a credere di stare in un’isola felice, un luogo protetto dove, a parte i casi di criminalità minore, da cui non possiamo essere immuni, nulla di male può accadere. Leggiamo quasi con distacco, come fossero sequenze di film violenti, le notizie di cronaca nera che riguardano persone a noi sconosciute, accadute in luoghi non noti, con la presunzione di dire “qui no, non può succedere”. Eppure casi drammatici sono accaduti in passato.
Ricordo, ad esempio, l’assassinio di una quasi vicina di casa e collega, insegnante di Inglese, avvenuto parecchi anni fa da parte di uno studente minorenne a cui la poveretta dava lezioni private. Non ha ancora colpevoli, per fare un altro esempio, l’omicidio della compagna di un noto industriale del manzanese avvenuto qualche anno fa. Non dimentichiamo, poi, l’ordigno fatto esplodere sull’arenile di Lignano Sabbiadoro nel 1996, con la replica nel 2000, da unabomber dal volto ancora ignoto.
Insomma, dopo ogni fatto del genere ci sentiamo un po’ meno protetti, un po’ più esposti ma ce ne dimentichiamo presto, convinti che questa sia davvero un’isola felice.

In verità Lignano si adagia su una penisola, con i suoi otto chilometri di spiaggia dorata, da cui il nome della Lignano più conosciuta. Poi c’è Pineta e Riviera. Una penisola felice, specie in questo agosto caldo e assolato, senza nemmeno l’ombra della pioggia. Una vacanza indimenticabile per chi la sta passando da quelle parti. Ma la felicità, la tranquillità di una piccola cittadina, pulsante di vita specialmente in estate, è stata travolta da questo fatto di sangue. Da qui partono molti interrogativi, si fanno supposizioni, l’opinione pubblica, anche se quella ristretta di un paese di villeggiatura, si sostituisce al lavoro degli investigatori. Ognuno ha la sua idea, ma quella che più mi spaventa è l’irrazionale attribuzione di responsabilità sugli stranieri. Qualcuno, infatti, nei commenti ai vari articoli comparsi sul Messaggero Veneto ha subito gridato allo straniero. La solita paura del diverso si trasforma in un grido di odio che non mitiga di certo la paura stessa.

Non è mio costume esprimermi su un crimine finché non sono stati acciuffati i colpevoli, contestati i reati, svolti i processi … una mia idea ce l’ho ed è terribile. Una cosa che ho subito sentito a pelle anche se spero di sbagliarmi. Non la rivelo perché, com’è ovvio, si tratta di una illazione e, trattandosi di pubbliche esternazioni, non vorrei poi avere delle conseguenze spiacevoli. Tuttavia ritengo che chi grida allo straniero, dice che Lignano è popolata da residenti perlopiù extracomunitari, e per questo non ci si può aspettare nulla di buono, anzi, le cose andranno sempre peggio, non sa quello che dice.

Come tutti i luoghi di villeggiatura, anche Lignano è poco popolata al di fuori della stagione estiva. Presumibilmente la disponibilità di alloggi, a prezzo modico, ha attirato anche gli stranieri che forse per recarsi ogni giorno al lavoro devono farsi chilometri e chilometri, trovando tuttavia conveniente una sistemazione del genere, visto che gli affitti in città sono spesso esosi, senza contare che c’è chi se ne approfitta (e lo può fare dando in locazione un appartamento ammobiliato).

La caccia ai mostri assomiglia sempre più a una caccia alle streghe, basta su pregiudizi e sospetti infondati. Il mostro può essere il vicino di casa che parla italiano e non arabo, il parente più amato, l’amico più fidato. Ogni estate, di fronte ai fatti di sangue, psicologi, criminologi e psichiatri hanno sempre fatto a gara per dimostrare che il troppo caldo dà alla testa, che i crimini aumentano nella stagione calda. Per ora stanno zitti, per fortuna. Perché il Male esiste da sempre e non ha stagione né va in vacanza.

Fra tutti gli articoli che ho letto vi segnalo questo di Pino Roveredo per il Messaggero Veneto. S’intitola “L’ultimo bacio d’amore fra Paolo e Rosetta”. Ne riporto l’incipit:

La tragedia è come il temporale, arriva senza farsi annunciare, poi scoppia, scuote, devasta, e quando se ne va, come una beffa, ti riconsegna una consuetudine da rivivere. Quando passa il temporale, dentro quella consuetudine si è costretti a raccogliere le angosce di una confusione, e tutti i punti di domanda che si smarriscono in cerca di una risposta. Cos’è successo? E com’è potuto accadere? Ma, perché proprio a loro? Dio mio, e se toccava a me?…

A Lignano è passato un temporale, e ha lasciato sopra la ferita atroce della tragedia. In quel luogo di vacanza e mare, una cattiveria senza riposo, ha sfogato la maledizione di una furia assassina su due persone indifese, offendendo il loro diritto di vivere con l’arroganza bestiale e animale di una strage. CONTINUA A LEGGERE>>>

3 giugno 2012

SIAMO TRIESTINI, NON CHIAMATECI FRIULANI

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, politica, Trieste tagged , , , , , , , , a 12:26 pm di marisamoles


Trieste, come spero si sappia in giro per lo stivale, è il capoluogo della regione, a statuto speciale, Friuli – Venezia Giulia. La doppia denominazione ha, però, nel tempo creato parecchia confusione. Forse a causa dell’eccessiva lunghezza del nome (cosa, tra l’altro, valida anche per Trentino – Alto Adige e Valle d’Aosta, se vogliamo essere puntigliosi), spesso sui quotidiani o in televisione sentiamo parlare di Friuli, quando addirittura l’accento non viene storpiato in Frìuli. Della Venezia Giulia, per cui tanti eroi irredentisti hanno lottato, ci si dimentica. E non sarebbe nemmeno un fatto grave se ci si riferisse a Udine o a parte della sua provincia (perché dire “friulano” ad un carnico, ad esempio, rasenta l’empietà). Grave è, invece, quando ci si riferisce a Trieste, città giuliana, come al capoluogo della regione Friuli. Non ha senso.

Ora, non vorrei passare per una delle tante triestine che vogliono mantenere le distanze dai friulani. Chi mi segue sa che vivo in Friuli da quasi 27 anni, quindi mi considero udinese d’adozione e nel capoluogo del Friuli vivo benissimo. Quello che mi dà fastidio è, invece, il pressapochismo dei media, in particolare, che tendono a fare di tutta l’erba un fascio. Ma dire friulano ad un triestino, al di là del fatto che per qualcuno potrebbe essere un’offesa, è semplicemente scorretto.

Tempo fa, in occasione del tragico incidente che causò la morte di un operaio che stava allestendo il palco su cui avrebbe dovuto esibirsi in concerto la cantante Laura Pausini, in un articolo de Il Corriere, lessi, inorridita, che il giornalista, parlando dell’evento e mettendolo in relazione a quello analogo accaduto, tempo prima, in occasione del concerto di Jovanotti in allestimento a Trieste, aveva definito il capoluogo di regione “città friulana“. Allora lasciai un commento in cui facevo notare l’errore e aggiunsi: sarebbe come dare dell’altoatesino ad un trentino. Apriti cielo! La svista fu immediatamente corretta.

Ora leggo sul quotidiano Il Piccolo che la confusione tra friulani e giuliani disturba anche qualche esponente politico regionale. Il consigliere triestino del Pdl Bruno Marini (mio ex compagno del liceo, tra l’altro, perso di vista dalla fine del ginnasio, se non erro), ha presentato un’interpellanza dal titolo eclatante: “Denominazione esatta del Friuli Venezia Giulia. La Regione lanci una campagna educativa e di sensibilizzazione“. Secondo Marini il governatore Renzo Tondo dovrebbe agire su due fronti: scuole e media. Nelle scuole bisognerebbe educare i bambini e i ragazzi alla corretta definizione di chi, nella nostra regione, vive al di qua e al di là del fiume Timavo; per quanto riguarda i media, specie quelli nazionali, bisognerebbe sensibilizzarli all’uso della denominazione intera e corretta della nostra regione.

Vi dirò: fra la sottoscritta e il Marini il rapporto, finché frequentavamo la stessa classe, non è mai stato idilliaco. Su questo punto, però, concordo. Non è una questione campanilistica, lo ribadisco, è solo una questione di correttezza. Diamo il giusto nome alle cose, regioni e popolazioni comprese.

[nell’immagine: il castello di Miramare, già residenza dell’arciduca Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio, situato nel golfo di Trieste]

2 giugno 2012

DEI TRIESTINI FACCIAMO UN FALO’. PAROLA DEL LEGHISTA DORDOLO

Posted in Friuli Venzia-Giulia, politica, Trieste tagged , , , , , , , , , a 11:25 am di marisamoles

Ecco, solo ieri ho scritto un post su questo consigliere friulano che, di fronte all’omicidio di una donna indiana in provincia di Piacenza, da parte del marito che ha poi gettato il corpo della sventurata nel fiume Po, ha commentato che in quel modo l’uomo aveva inquinato il fiume sacro alla Lega.

Inutile sottolineare che il razzismo di certi – e sottolineo certileghisti non si esprime solo nell’odio contro gli extacomunitari, o comunque stranieri, ma anche nei confronti dei loro vicini di casa.

Che altro dire?

Da triestina, vivendo da quasi 27 anni in Friuli, esprimo la mia indignazione. Nella speranza, tuttavia, che individui come Dordolo siano l’eccezione, all’interno del partito, e non la regola.

Speranza vana?

bollettino trieste

(dopo questo leggi ancheDordolo parte seconda: espulsione dalla lega e licenziamento dalla regione“, clicca qui)

I triestini? “Slavo triesticoli“, oppure più sobriamente “puzzolenti barcaioli“. La Triestina? Una società ingloriosa da estinguere con una sottoscrizione affinché sparisca per sempre, così per schiacciarli (sempre i triestini) sotto i piedi. Il tono, troppo raffinato anche per l’osteria numero venti, e i pensieri (?) hanno un autorevole autore: trattasi di un Consigliere comunale di Udine, anzi capogruppo della Lega Nord, il simpatico Luca Dordolo. Avete capito bene: un rappresentante delle istituzioni, che su facebook ha postato questo garbato appello a sottoscrivere una colletta per rilevare la società alabarda per poi estinguerla, “così – prosegue il Dordolo – dovranno partire da zero con un altro nome tipo SIAMOSLAVI o ZASTAVASEMACHINACHEVA“. Le citazioni usate dal nostro autore fanno trapelare un

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22 aprile 2012

UDINE: NIENTE CELLULARI IN BAR E NEGOZI

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, società tagged , , , , , , , , , , , , a 5:58 pm di marisamoles

Prima in Europa, la città di Udine, capoluogo del Friuli, ha messo al bando i telefonini dai bar e ristoranti. Sono già numerose le adesioni alla proposta partita dal consigliere comunale e pediatra Mario Canciani e dal sindaco Furio Honsell, noto matematico e già rettore dell’ateneo cittadino, ancor più famoso, nel resto di Italia, per l’assidua partecipazione al programma di Fabio Fazio, Che tempo che fa, qualche anno fa. Il sindaco appoggia l’iniziativa anche perché, come testimonia «in giunta sono state più le volte in cui ho usato il campanello a causa dei cellulari che a causa delle discussioni. Tutti a smanettare su Twitter, Facebook, gli sms».

La campagna “Liberi dal cellulare, liberi di parlare” è appoggiata, oltre che dal Comune di Udine, anche dall’Associazione contro l’elettrosmog (Ace), Confcommercio, l’Associazione albergatori udinesi e Confindustria.
Il promotore, dottor Canciani, spiega: «L’idea è nata durante una cena di lavoro con colleghi scandinavi: appena seduti a tavola tutti hanno spento i cellulari. Sul momento sono rimasto basito, ma poi ho pensato che quel gesto si sarebbe dovuto trasformare in una buona pratica sia dal punto di vista dell’educazione sia da quello del rispetto della salute».

Da parte sua l’assessore alla Qualità della città, Lorenzo Croattini, assicura che non ci sarà alcuna caccia alle streghe nei confronti del cellulare ma che con questa campagna s’intende favorirne l’uso consapevole e rispettoso verso gli altri avventori dei locali pubblici.
D’accordo anche la dottoressa Antonella Colutta, titolare di una nota farmacia e referente del centro storico per Confcommercio Udine; secondo quanto da lei affermato, sarebbero già molte le adesioni anche fra i colleghi. Quindi la cell-free zone è destinata ad allargarsi.

Io sono favorevole all’iniziativa e non solo per i danni – non del tutto accertati – che possono derivare dalla continua esposizione alle onde elettromagnetiche. Trovo, invece, che l’utilizzo del telefonino nei luoghi debba essere regolamentato. Almeno dove e quando si può, visto che per strada non credo si possa vietarne l’uso. A chi interessa, ad esempio, che Tizio debba trovarsi alle 19 con Caio per l’aperitivo? O quale importanza ha che Pinco non riesca a prendere il pane e, quindi, che lo debba prendere la moglie? O ancora, che Pallo debba andare a prendere a scuola il figlioletto perché la mamma non ce la fa?

Siamo costretti quotidianamente ad ascoltare, malvolentieri, conversazioni telefoniche che non ci riguardano affatto: dal medico, alla cassa del supermercato, allo sportello postale, in autobus … senza contare che talvolta ci preoccupiamo fortemente per la salute mentale di tutti quelli che parlano da soli per strada, una specie di epidemia diffusa da chissà quale strano virus, finché non ci rendiamo conto che tutti quei “pazzi” hanno l’auricolare nascosto e parlano al cellulare con un ignoto interlocutore. Se nulla possiamo fare in questi casi, almeno beviamoci un caffè e mangiamoci una pizza in santa pace.

L’ultimo sgradevole episodio cui ho assistito si è verificato addirittura in chiesa. Durante la Messa, alla mia vicina, una signora piuttosto anziana, è squillato più volte il cellulare. Lei puntualmente rifiutava la chiamata – dopo aver trafficato un bel po’ per rintracciare il telefonino nella borsa – ma senza spegnerlo. Alla quarta chiamata la sento dire: “Ti chiamo dopo” mentre il telefono continuava a squillare, segno che non solo non sapeva come spegnere l’aggeggio, non era in grado neppure di rispondere.

A questo punto faccio un appello all’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato: la prego, Sua Eccellenza, istituisca una Cell-free zone in tutte le chiese cittadine. Come dice? C’è già? Allora metta un bel cartello: “In caso di utilizzo del cellulare durante le funzioni, i trasgressori saranno puniti con l’obbligo alla frequenza quotidiana del Rosario per un mese intero più un’offerta alla Chiesa di 500 euro“. Sarebbe un modo per avere più fedeli in chiesa durante la settimana e per rimpinguare le casse dell’arcidiocesi.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da Il Corriere]

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