PAPA FRANCESCO A REDIPUGLIA, NEL FRIULI TERRA DI SACRARI

papa francesco redipuglia
Molto commovente la cerimonia in ricordo dei caduti della I Guerra Mondiale che si è tenuta sabato mattina a Redipuglia (Gorizia), presieduta da Papa Bergoglio. Nel centenario del primo conflitto mondiale il Santo Padre ha voluto non soltanto ricordare le vittime, il sangue versato per amore della Patria, ma anche lanciare un monito affinché si ponga fine a quella follia chiamata guerra.

State attenti, dice Bergoglio, perché il terzo conflitto mondiale è già tra noi.

«Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…».

Ora come allora, ancora vittime. E come si fa a non pensare a chi ha perso la vita per difendere la propria terra? Non si può non farlo, trovandosi in un luogo sacro come Redipuglia. Il Sacrario più grande d’Europa, dove riposano più di 100mila caduti, molti dei quali senza nome.

redipuglia

La costruzione del monumento simbolo dei caduti italiani della Grande Guerra ebbe inizio nel 1936 e fu inaugurato da Benito Mussolini il 18 settembre 1938. Una maestosa scala in marmo bianco, proveniente dalla vicina cava di Aurisina, si erge sul monte Sei Busi. Per realizzare il monumento fu necessario scavare la collina con delle cariche di dinamite.
Nei 22 gradoni (alti 2,5 metri e larghi 12) furono traslati i resti di 39.857 caduti identificati; sopra le lastre con nome, cognome e grado militare troneggia la scritta “Presente”. In alto, ai due lati della cappella votiva, ci sono le salme di 60.330 caduti ignoti. In basso, la tomba di Emanuele Filiberto di Savoia – Aosta, comandante della Terza Armata, e le cinque urne dei suoi generali caduti durante i combattimenti.

Con alle spalle il maestoso monumento, che ai tempi della mia infanzia rimaneva acceso durante tutta la notte provocando stupore soprattutto in chi percorreva l’autostrada in direzione di Venezia, Papa Francesco ha celebrato la Messa, alla presenza di molte autorità civili e militari, regionali e nazionali.

Non a caso, tra le letture, è stato scelto il passo della Genesi che parla di Caino e Abele. Non solo il fratricidio. Soprattutto quella frase: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Parole che esprimono l’indifferenza, lontane da quella caritas, l’amore che nulla chiede in cambio, al centro della lettura dal Vangelo Secondo Matteo:

“Lui è nel più piccolo dei fratelli: Lui, il Re, il Giudice del mondo, è l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ammalato, il carcerato… Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori”.

Caino è ancora tra noi e continua ad uccidere. Come scrisse il poeta Quasimodo, all’indomani del secondo conflitto mondiale, nella poesia Uomo del mio tempo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo
. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
– Andiamo ai campi
. – E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere
,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore
.

Il Carso è stato teatro della Grande Guerra. Redipuglia è certamente il monumento più importante, il più maestoso. Ma non è l’unico in questa terra che è stata bagnata dal sangue di migliaia di soldati e civili.

monte san michele

A pochi chilometri da Redipuglia, sul Monte San Michele, c’è un museo all’aperto dove al posto delle opere d’arte si possono “ammirare” le trincee in cui si combatté per difendere la Patria.
Questi luoghi sono stati designati “monumento nazionale” e sulla sommità del monte si trova un belvedere da cui si gode di un ampio panorama, che ricorda la guerra e i suoi caduti, e un piccolo museo.

Poco lontano, sul medesimo fronte, a San Martino del Carso, ha combattuto anche il poeta Ungaretti che affidò ai suoi versi il compito di descrivere lo strazio del suo cuore:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E’ il mio cuore
il paese più straziato
.

sacrario_militare_oslaviaSulle colline sopra Gorizia si trova l’Ossario di Oslavia, costruito nel 1938 sul monte Calvario. Ospita i resti di 57.741 caduti italiani nelle battaglie di Gorizia e Tolmino (ora in Slovenia).
L’Ossario copre un’area triangolare ed è formato da quattro torri, una per ogni vertice della figura, più una centrale. Ognuna di queste custodisce al suo interno i loculi dei caduti identificati, disposti lungo le pareti, per un totale di circa 20 mila nomi, tra cui 138 austro-ungarici. Gli altri 37 mila corpi senza nome (539 di nazionalità non italiana) sono invece tumulati in tre grandi ossari posti al centro delle tre torri laterali.
Tutte le torri inoltre sono collegate tra loro tramite dei tunnel sotterranei e possiedono delle cripte.

tempio ossario udineI caduti della Prima Guerra Mondiale sono ricordati anche a Udine. Poco lontano dal centro cittadino si erge il Tempio Ossario ai Caduti d’Italia, costruito nel 1931 su progetto degli architetti Alessandro Limongelli e Provino Valle.
Sulla facciata si possono ammirare quattro imponenti statue che raffigurano un fante, un aviatore, un alpino ed un soldato della marina. All’interno, il tempio ha tre navate divise da pilastri in granito rosso. Sulle pareti della cripta sono incisi i nomi dei 25.000 militari italiani sepolti all’interno delle pareti stesse, esumati dai cimiteri di guerra del Friuli.

Tempio_di_Cargnacco
Infine, non si possono dimenticare le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Alla periferia di Udine, a Cargnacco, si erge il Tempio Nazionale “Madonna del Conforto” la cui costruzione fu voluta da don Carlo Caneva, già cappellano militare e reduce di Russia e dal Senatore Amor Tartufoli, per ricordare i caduti e i dispersi di quella tragica campagna.
Nella cripta del Tempio di Cargnacco sono collocati, su leggii metallici, i 24 volumi che contengono, in ordine alfabetico, i 100.000 nomi di coloro che, per obbedire alle leggi della Patria, dalla Russia non sono più tornati. Sullo sfondo una scritta luminosa, color sangue, ricorda “Ci resta il nome”.
Negli anni Novanta è stata costruita un’altra cripta, collegata alla preesistente da una galleria, in cui sono stati traslati altri resti di dispersi in Russia. Dal 1991 sono state riportate in patria 11.601 salme. Quelle identificate erano 2.244 e di queste 1.960 sono state consegnate ai parenti. In Ucraina sono stati recuperati e identificati i resti di 1244 soldati, per la maggior parte restituiti ai parenti. A Cargnacco sono state riportate 8.518 salme di cui 7.405 non identificate.

Sulla sommità del Tempio troneggia, a caratteri cubitali, la scritta
P A C E, il bene più grande che l’U O M O deve perseguire se non vuole rimanere quello della pietra e della fionda.

[fonte (per il viaggio di Papa Francesco a Redipuglia) Il Corriere; varie notizie sui sacrari del Friuli sono state tratte da un reportage del Corriere.it; i link presenti nel post sono fonte di altre notizie e, per la maggior parte, rimandano ai siti da cui sono state tratte le immagini]

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LIBRI: “FEMMINE UN GIORNO” di ELENA COMMESSATTI

PREMESSA
Ho assistito alla presentazione di questo libro al mare, verso la metà di luglio. Non conoscevo l’autrice, anche se si può dire che siamo vicine di casa. All’incontro era presente anche lo scrittore Pino Roveredo, che ne ha curato la prefazione e che a sua volta ha parlato di
Ballando con Cecilia, un suo romanzo uscito nel 2000 e recentemente ristampato da Bompiani.

commessattiL’AUTRICE
Elena Commessatti (Udine, 1967), laureata in Antichità greca all’università Ca’ Foscari di Venezia, ha successivamente frequentato la Scuola Holden a Torino, diplomandosi nel 1996. Giornalista pubblicista, collabora con il Messaggero Veneto dagli anni Novanta (anche come corrispondente da Torino e Milano). Assistente di Fernarda Pivano in RCS a Milano, è anche curatrice di una collana di narrativa “di genere” per Sonzogno. Dal 2003 è tornata a vivere in Friuli.
Scrittrice biografa di storie familiari e di narrazioni per oggetti, a giugno 2013 è uscito “Moroso Weaves. Conversazione a­morosa e pop tra tessuti, oggetti e biografie, rileggendo Roland Barthes”.
Femmine un giorno (Bébert Edizioni, collana “A colpi d’ascia”, Bologna 2013) è il suo primo romanzo, senza pseudonimo.

femmine un giorno

LA TRAMA
L’autrice, che ha ricostruito i fatti di cronaca anche con l’ausilio di fonti dirette (interviste agli inquirenti dell’epoca), riesce a contaminare narrativa e cronaca con grande disinvoltura ripercorrendo i fatti e raccontando, con grande perizia, ciò che accadde a Udine tra il 1971 e il 1989: 15 omicidi di donne, la maggior parte prostitute, avvenuti a Udine e dintorni, almeno 4 riconducibili ad un unico assassino, come stabilisce un dossier medico realizzato nel 1995. “Femminicidi”, come li chiamiamo ora, che diedero uno scossone alla tranquilla città di provincia ma furono ben presto dimenticati.

Sulla prima pagina del libro si legge una nota dell’autrice:

Questa storia è in parte vera.
Nasce dal desiderio di narrare una vicenda che nessuno racconta.
Sono nata che già c’era.
Fino a pochi anni fa non la conoscevo e ho vissuto in città tutti gli anni Ottanta.
Il sospettato? L’hanno mormorato per anni.

Le vittime erano donne, donne a metà.
Forse, se soltanto una di noi fosse morta, l’assassino prima o poi l’avrebbero trovato.

Protagonista di questo romanzo è Agata Est, in cui si riconoscono inequivocabili dati autobiografici dell’autrice: si tratta di una giovane donna udinese, da qualche anno trasferitasi a Milano, con alle spalle studi di diritto greco, scrive biografie su commissione e si occupa anche di letteratura rosa, eredità della zia Giorgetta Armour alla madre Amalia. Agata ritorna a Udine, sua città natale, forse per restarci. Qui ritrova la sua famiglia che ruota attorno alle donne di casa, investigatrici e proprietarie dell’agenzia “Mantovani Sisters”, coadiuvate da Luigi Gortani. Mantovani è il cognome della nonna, Maria Gentile, mentre quello del nonno è Leoni. Rimasta orfana di entrambi i genitori nel 1976, per Agata questi sono gli unici affetti.

Una famiglia un po’ sui generis la Leoni-Mantovani:

Tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro, ogni famiglia è infelice a suo modo.
Tutto era sottosopra in casa Leoni da quando la nonna era in missione, l’agenzia era in mano al Gortani, la zia Giorgetta era ancora in preda a un innamoramento senile. Questa situazione durava ormai da un mese ed era sentita tormentosamente da tutti i membri della famiglia. […] Agata era afflitta dalla storia dei 4 omicidi: voleva pure lei rinunciare alla ricerca. Non si trattava di una storia da pubblicare, non le si chiedeva di inventare una biografia. Era una vicenda vera, bislacca, successa a donne vissute prima di lei e decisamente meno fortunate. (pag. 154)

A Udine la protagonista ritrova anche l’ex marito Zeno Zuccheri che scopre essere stato l’amante di una delle donne uccise, un’ex compagna di liceo di Agata. Quest’ultima inizia ad indagare su questi omicidi dimenticati e scopre che nulla, o quasi, era cambiato nella città lasciata anni prima: un luogo protetto, ovattato, in cui i fatti di cronaca, anche quelli più gravi, passano sotto silenzio, rimangono relegati nelle pagine del quotidiano locale. Molti sanno ma nessuno parla, un’omertà dettata da un senso di protezione di quella tranquillità provinciale cui nessuno è disposto a rinunciare. La tipica corazza che protegge le piccole città in cui non succede quasi mai niente.

Agata non è un’esperta del mestiere anche se è cresciuta nel mondo dell’investigazione. Si può dire che la decisione di occuparsi di questi femminicidi sia per lei una sorta di apprendistato. Un’indagine che si rivela difficile anche a causa della poca disponibilità a parlare da parte di chi, Agata ne è sicura, sa.

L’unica persona che è disposta ad aiutarla è l’ex maresciallo dei Carabinieri Luca Quinterio che è anche il padre del brigadiere Marcello. Quest’ultimo non sembra disposto a sbottonarsi con Agata e il rapporto complesso e contrastato con il padre non fa che complicare le cose.
In un accorato scritto, il giovane Quinterio si rivolge al vecchio con queste parole:

Padre,
ti scrivo per dirti quello che a voce non riesco. Questa indagine mi terrorizza perché ci sei di mezzo tu, come sempre nella mia vita, e io non ce la faccio a chiederti aiuto. Voglio crescere nella mia carriera. Per me l’Arma è la missione. E tu che hai sempre avuto da ridire sulla mia vita privata, non ti devi permettere di giudicare il mio lavoro. Hai capito bene: ti detesto, è ora che tu lo sappia. E anche questa indagine che mi collega a te, la detesto. Come se non sapessimo come è andata a finire. Neanche tu sei riuscito a prenderlo, il mostro
. (p. 85)

Marcello Quinterio non ha, però, fatto i conti con la determinazione di Agata Est che da giovane e inesperta investigatrice saprà trovare la strada giusta in quella Udine in cui il cielo è blu fluo, come psichedelico, in certe giornate d’inverno.

La narrazione procede alternando la prima alla terza persona, a seconda dei fatti narrati, se sono riferiti ad Agata oppure alle vittime dei femminicidi. Ma talvolta anche quando si parla della Est, la narrazione è in terza persona, quasi la protagonista volesse, essa stessa, essere osservata dal lettore mentre “vive” questa storia, sollevando a poco a poco la polvere che decenni di silenzio e oblio hanno depositato su quelle femmine un giorno, madri per sempre. Si tratta di due versi di un testo di Fabrizio De Andrè, Ave Maria (canzone contenuta nell’album “La buona novella” del 1070) che ha ispirato il titolo del libro.
Forse non un titolo scelto a caso. Femine, in friulano, significa semplicemente donna (al plurale feminis) ed è un termine che riprende il latino femina, senza alcuna sfumatura negativa.

E donne sono (erano) le protagoniste di quei fatti di cronaca. Donne dimenticate perché considerate figlie di un Dio minore. Donne squalificate, infilate negli archivi del silenzio, lontano dalle coscienze, e colpevoli di non essere figlie di un notaio, di un direttore, un presidente … (sono le parole di Pino Roveredo, autore della prefazione, riportate a pag. 7).

***
Lo stile della Commessati è agile e snello. Prevale la paratassi che tradisce la sua esperienza di giornalista.
La lettura di questo libro (non oso chiamarlo romanzo perché contiene troppe verità, seppur celate da nomi fittizi) mi è piaciuta non solo perché ho scoperto fatti che non conoscevo o di cui avevo sentito parlare solo di sfuggita (a dimostrazione del fatto che su certe faccende è bene stendere un velo, cronache che svaniscono dalla mente non appena si volta la pagina del quotidiano), ma anche per la particolare struttura del testo. Elena Commessatti, infatti, alterna parti romanzate (che interessano la protagonista Agata e le sue vicende personali) ai fatti di cronaca attraverso degli “innesti”, preceduti da frammenti di articoli presi dal quotidiano friulano, Messaggero Veneto, in cui ripercorre la storia delle donne uccise. Questa strategia narrativa ha il pregio di creare una sorta di osmosi tra le diverse parti che rendono più verosimile la parte romanzata.
La location del romanzo, inoltre, ha agevolato l’immedesimazione così mi è stato facile seguire la giovane investigatrice attraverso le vie e viuzze, spesso coperte dal porfido (i sanpietrini, per intenderci) o dall’acciottolato dove i tacchi risuonano (e spesso rimangono intrappolati!), passare all’osteria per un tai (un bicchiere di vino, anche se sono astemia!) o gustare un cappuccino in uno dei caffè del centro. Luoghi a me noti che fanno da cornice al racconto.

UDINE: UNA CITTÀ DAL GRANDE CUORE

PREMESSA
Questo post è stato scritto tre anni fa, su richiesta di una mia studentessa che intendeva inserirlo in una pubblicazione a cura del Comitato Studentesco. Non ne ho saputo più nulla, non so se l’opuscolo è uscito e se conteneva il mio scritto. L’ho ritrovato facendo un po’ d’ordine tra le “scartoffie” (leggi: articoli non pubblicati, cestinati o con password) e ho deciso di pubblicarlo. In fondo è una mia creatura e mi appartiene. 🙂 Lo pubblico anche perché sto per recensire un libro che ho letto qualche tempo fa la cui storia è ambientata proprio a Udine. Un modo per parlare della città che, come scrisse un “simpatico” commentatore qualche tempo fa, mi ospita pazientemente da 29 anni e per far prendere confidenza con questo luogo ai lettori che non lo conoscono.


La mia città ha un cuore che batte: il cuore di Udine, il suo centro storico. Conserva ancora quell’aspetto del borgo medievale, con le vie strette, i vicoli tutt’oggi coperti dall’acciottolato, le case basse con il cortile all’interno, dove un tempo la gente coltivava gli orti. Passando per quello che un tempo fu il borgo Villalta, il rumore dei tacchi che battono sull’acciottolato rievocano in qualche modo lo scalpiccio degli zoccoli che allora gli umili abitanti della città, per lo più contadini e artigiani, indossavano. Pare quasi di sentire, nel silenzio della notte, i cavalli che trascinano i carri dei mercanti.

Il cuore di Udine ha una piazza, quella di San Giacomo, il salotto buono della città. La forma quadrata, con i palazzetti antichi su cui svettano le tradizionali altane, è di origine veneta. Qui si respira l’aria di San Marco e i tavolini dei caffè e dei bistrot ricordano l’anima di Venezia. Quella che oggi gli udinesi chiamano ancora piazza San Giacomo, nonostante da decenni sia intitolata a Giacomo Matteotti, è nata grazie alla volontà del patriarca Bertoldo di Merania che, trasferita la sua residenza da Cividale a Udine, desiderò che quella piazza, il mercato nuovo, diventasse il cuore pulsante dell’attività mercantile. Lì, infatti, volle che sorgesse il mercato settimanale, istituito nel 1223, attirando a Udine mercanti d’ogni dove e trasformando il borgo in cittadella operosa.

Nella piazza San Giacomo, chiamata dagli udinesi anche piazza delle Erbe, che rimane come antico toponimo, il mercato si tiene ancora. L’allegro vociare dei bimbi che giocano sgambettando attorno alla fontana, nella parte rialzata della piazza, si mescola ai richiami dei venditori, pronti ad offrire ai passanti i frutti della campagna e i prodotti dei pascoli, ma anche il pesce fatto arrivare in gran fretta, nottetempo, da Marano Lagunare, fresco fresco, pronto per la griglia o il tegame. Gli odori si confondono gli uni con gli altri e rimandano all’antico mercato. Mentre la gente, nelle giornate di sole, si riposa ai tavolini dei caffè, godendosi il tepore del sole primaverile, i raggi ancora un po’ incerti di quello invernale o riparandosi sotto i grandi ombrelloni dal sole cocente di mezza estate. La piazza apre le sue braccia ospitali in tutte le stagioni e durante il periodo natalizio, nell’ombra della sera, viene illuminata da timide luci che disegnano sui bei palazzetti dei candidi fiocchi di neve.

Percorrendo uno dei vicoli che dalla piazza delle Erbe portano in via Mercatovecchio, ci si immerge nel tempo più antico di questa città. Il primo mercato, non ancora così famoso e popolato soltanto dalla gente del borgo, soprattutto dagli artigiani che lì avevano le loro botteghe. I lunghi porticati che, da ambo i lati della strada, corrono verso Riva Bartolini, seppur ricostruiti nel tempo, ricordano il clima tipico di questa città, molto piovoso in tutte le stagioni. Forse ora non è più come allora e a Udine il sole splende generoso, anche nelle giornate invernali, dopo aver squarciato la nebbia e l’uggia che essa porta con sé. Ma un tempo gli artigiani che vendevano le merci al di fuori delle loro botteghe, spazi angusti in cui abitavano anche con la loro famiglia, si riparavano sotto i porticati nelle giornate meno clementi, esposti, così come i loro clienti, al freddo ma almeno protetti dalla pioggia e, un minimo, dall’umidità. Erano perlopiù calzolai, ombrellai, cappellai ma anche sarti, orefici e barbieri come testimoniano i toponimi delle vie sorte perpendicolarmente al Forum Vtini: l’attuale Via Mercerie, ad esempio, era detta “dai cialiariis” e la Via Rialto sarà chiamata in seguito “dai barbariis”.

Proseguendo questa immaginaria passeggiata sotto i porticati di via Mercatovecchio, si arriva in piazza Libertà, impreziosita dalle due belle logge di San Giovanni e del Lionello. Dalla parte sopraelevata svettano maestose bianche statue che sembrano riflettere ancor più il candore dei sassi che coprono il grande spiazzo. Dalla loggia del Lionello echeggia il vociare concitato dei giovani che lì si danno appuntamento, perlopiù il sabato pomeriggio. Le nuove generazioni che calpestano lo stesso suolo su cui anni, decenni, secoli prima hanno poggiato i loro piedi minuti i cittadini più giovani, piccole speranze di un futuro ancora incerto. E da lì, come nei tempi passati, i ragazzi muovono i loro passi per raggiungere, ansimanti per la fatica della salita che non concede soste, il grande spiazzo del castello. Qui è nato, più di mille anni fa, il primo cuore di Udine: il castrum Utini, concesso da Ottone II al patriarca di Aquileia. Un castello certamente molto diverso dall’attuale che risale al XVI secolo, forse opera di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Un palazzo dalla pianta rettangolare, con la sua torretta dalla quale vedette a noi sconosciute sorvegliavano la pianura antistante. Un castello assai differente da quello originario che, come testimonia un antico sigillo, doveva essere costituito di un maschio e da varie torri, circondato da due gironi di mura merlate di cui il superiore correva intorno al rialzo del colle e da quello si dipartivano due ali di muro che comprendevano le falde del colle verso nord-ovest, giungendo fino all’attuale Palazzo Bartolini, al termine di Via Mercatovecchio. Il girone inferiore comprendeva invece la contrada di Sottomonte e parte dell’attuale Piazza Libertà. Il primo borgo, racchiuso entro le mura per difendere i “villani” dagli attacchi stranieri. Non solo un castello, dunque, ma un microcosmo chiuso, tipicamente feudale, in cui gli abitanti vivevano protetti e producevano quanto bastava per la loro sopravvivenza, instancabili lavoratori come i friulani sanno essere ancora.

All’ombra del castello, ove adesso si trova la grande area di piazza Primo Maggio, un tempo chiamata, nell’idioma friulano, Zardin Grant, tutto era deserto, paludoso, senza vita. In quell’area si estendeva una depressione in cui s’era formato un lago detto poi “del Patriarca” perché egli era solito farvi dei giri in barca, solitario in quei luoghi ancora tranquilli. Il lago, congiuntamente alle due rogge, formava una sorta di difesa naturale su tre lati del colle. A tratti, possiamo ancora vedere le due rogge, quella di Palma e quella di Udine, che hanno ancora oggi un avvio comune poco a nord di Zompitta, anche se la gran parte di esse scorre attualmente sottoterra.
Le rogge – la cui manutenzione, in Udine, spettava agli uomini del Patriarca – furono indubbiamente importanti per la vita e lo sviluppo della città: innanzitutto vi portavano acqua potabile – a volte magari non proprio batteriologicamente pura, per cui già negli statuti comunali del Trecento si faceva divieto a chiunque, sotto pena di sanzioni pecuniarie, di gettare “acqua di lavaggio” dalle case o “corteccie di concia” sulla roggia o di tenere vicino il letame. Tali corsi d’acqua procuravano, inoltre, forza motrice a macine e mulini e fornivano la materia prima indispensabile in numerosi processi di lavorazione delle nascenti attività manifatturiere. Ora, per quel che ne rimane visibile, sono spesso deposito di materiali non biodegradabili, gettati dalla mano incivile di chi sa di non correre alcun rischio di essere punito. Gli antichi decreti trecenteschi ispiravano, forse, più efficacemente quel senso civico in cui oggi il regolamento comunale, spesso disatteso, difetta.
Sotto il giardino Ricasoli, in piazza Patriarcato, un tratto della roggia è da anni abitato da due splendidi cigni, immancabile attrazione per i turisti. Il giardino è spesso animato dai bimbi e dalle loro mamme, oltreché dalle coppiette di innamorati e da qualche studente che si rifugia in qualche angolo, ben protetto dal vivace frastuono, per studiare, con le cuffie dell’I-Pod ben attaccate alle orecchie. Dall’entrata del cancello, si è costretti a salire, raggiungendo la parte sopraelevata. Inconsapevolmente il passante calpesta le orme del passato più remoto: là sotto, infatti, correva il perimetro di uno dei più antichi castellieri del Friuli, risalente all’età del bronzo.

Attraversato il giardino, scendendo dalla parte opposta, verso piazza Primo Maggio, ci si imbatte nella torre di San Barolomeo, meglio nota come Porta Manin. Essa testimonia l’esistenza del terzo recinto murario: dalla prima cittadella, infatti, si arriva ad una città sempre più popolata ed animata, che ospita all’interno delle mura i borghi cresciuti attorno al primo insediamento. Le targhe gialle, posizionate al di sotto dei cartelli indicanti i nomi delle vie del centro storico, ci svelano i loro nomi: San Cristoforo, Santa Maria, Santa Lucia, a testimonianza della grande fede del popolo udinese che consacra ai santi ogni angolo della città. Un popolo che cresce sempre più, fino ad imporre l’esigenza di un’altra cerchia di mura, la terza. La piccola città racchiusa entro la terza cinta – sorta dall’unione dei Borghi di Sore (o Gemona, corrispondente a Riva Bartolini), del Fen (poi S. Tommaso, corrispondente a Via Cavour), d’Olee di dentri (attuale Via Vittorio Veneto) e Grezan di dentri (Via Stringher) – si reggeva ormai come una vera e propria comunità urbana.

Se si procede verso la grande depressione di piazza Primo Maggio, si è subito colpiti dalla collina erbosa che si intravede tra i rami degli alberi sullo sfondo. Lassù, nei pomeriggi d’estate, quando l’afa soffocante lascia un po’ di tregua, i giovani si distendono a prendere il sole. Da lì si ammira il colle del castello, al cui fianco domina il campanile della chiesa di Santa Maria, una delle più antiche della città. Sul campanile, custode fedele degli udinesi, si slancia un angelo che, secondo la tradizione, ha anche il potere di prevedere il tempo che verrà. L’alata creatura è montata su un piedistallo girevole e mostra, con il dito indice, la direzione dei venti: a seconda del punto in cui indirizza il dito, svela agli udinesi se dovranno aspettarsi il bello o il cattivo tempo. Un antico previsore che per gli abitanti della città è più affidabile del moderno meteo televisivo.

Zardin Grant, come si è detto, un tempo era occupato da un lago cui è legata anche un’antica leggenda, secondo la quale sarebbe stato abitato da un mostro, e che si prosciugò in modo talmente rapido da far ritenere quel fenomeno un vero e proprio prodigio. Ne ebbe notizia anche Boccaccio che nel suo Decameron, citando esplicitamente Udine, ne prende vaga ispirazione per la quinta novella della decima giornata. Verso la fine del XV secolo, quando Udine era una città ormai prospera e faceva parte dei possedimenti veneziani, qui fu spostata la Fiera di Santa Caterina, che in origine si teneva in altro luogo. Un secolo prima, il patriarca Marquardo di Randeck, riconoscente per l’aiuto ricevuto dagli udinesi durante la guerra contro Venezia, con un decreto del 4 novembre 1380 concesse il permesso di tenere un mercato, dal 23 al 27 novembre, presso la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, vicino alle rive del Cormor. Tutti i rivenditori potevano accedervi e vendere qualsiasi prodotto senza pagare dazi o imposte, eccetto coloro che avevano commesso qualche reato.

La Fiera di Santa Caterina è tutt’oggi una tradizione assai cara agli udinesi ed un’attrazione per molti abitanti della regione e anche del Veneto. Qualche visitatore vi arriva, incuriosito, anche da oltreconfine. L’aria di festa che si respira in quei giorni fa quasi dimenticare l’autunno già inoltrato e l’inverno che, almeno qui, bussa già alla porta. Camminando sui sentieri disegnati tra il verde manto della grande piazza, ci si immerge in un’atmosfera gioiosa, grazie alle merci variopinte che vengono esposte nelle numerose bancarelle caratterizzate, ormai, dal gusto multietnico. Il profumo delle frittelle e dei croccanti si espande ovunque, invitando anche il palato a far festa, mentre l’aria novembrina un po’ frizzante provoca un leggero brivido che corre lungo la schiena. L’autunno colora i sentieri con le foglie che ormai cadono inesorabilmente dagli alberi e l’erba che ha perso quell’aspetto smeraldino delle stagioni migliori.

La passeggiata ci sta portando fuori dal cuore di Udine. Dalla piazza Primo Maggio, attraverso via Manin, torniamo sulla strada principale. Percorriamo via Vittorio Veneto e poi via Aquileia, fino ad arrivare alla porta omonima, una delle due superstiti della quinta cerchia muraria. La popolazione udinese con il tempo è cresciuta e, dopo la costruzione di un quarto recinto, si iniziò a pensare al quinto che occupava l’area attualmente racchiusa all’interno del centro storico. Una previsione, tuttavia, ottimistica smentita dai fatti: gli udinesi riuscirono a starci comodamente fino al 1800, stretti da quelle mura possenti, vigilati dalle torri antiche. Qui inizia la periferia sud di Udine. Ormai siamo fuori dal suo centro storico eppure anche qui c’è un cuore che batte, un cuore che ha molti colori e parla molte lingue. È il borgo stazione, il quartiere più multietnico della città. Nelle strade si mescolano gli odori del kebab, della pizza, degli hamburger e degli involtini primavera, segno tangibile di un’identità, quella degli udinesi, che pur custodendo come un prezioso tesoro il proprio patrimonio culturale, fatto di tradizioni e lingua, si sta aprendo all’alterità. Un popolo di emigranti, specie durante il secolo scorso, che apre le porte e dona il suo cuore alle migliaia di immigrati che cercano quel po’ di fortuna che gli udinesi a loro volta si illusero di trovare in terre straniere.

Il borgo stazione ha anche un altro nome, certamente più poetico: quartiere delle magnolie. Questi alberi antichissimi hanno una particolarità: i fiori, nelle varietà bianco avorio e rosa, sbocciano tra i rami nudi prima delle foglie. Quando ancora il calendario ci ricorda che la primavera è lontana, i fiori delle magnolie, già spuntati tra febbraio e marzo, inondano con il loro profumo questa zona di Udine e risvegliano i cuori dal torpore invernale. Allineate sui marciapiedi della centrale via Roma, le magnolie danno il benvenuto ai visitatori che arrivano in città con il treno, pronti ad immergersi nell’ospitale e pulsante cuore di Udine.

[link foto: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ECCO LE “SNAIT BAG”, BORSE ECOLOGICHE MADE IN FRIULI

snait bag
Delle borse ecologiche che nascondono qualcosa di più del semplice riciclo dei materiali. Si tratta di un progetto dell’università di Udine, in collaborazione con la provincia: realizzare delle borse ecologiche riutilizzando gli striscioni pubblicitari.
L’idea imprenditoriale è nata da Giulia Montecchio, studentessa di Scienze dei servizi giuridici pubblici e privati.

Ecco le ‘snait bag’, le borse riciclate made in Udine, il cui nome si può definire anglofriulano: “bag” dall’inglese e ‘snait’ che in friulano traduce l’inglese ‘smart’, dall’impatto dinamico e veloce.

L’Assessorato alle Politiche sociali, che fa capo all’assessore Elisa Battaglia, ha deciso di donare all’Università tre striscioni in pvc, non più utilizzabili come mezzi promozionali e che sarebbero stati destinati alla discarica. Ecco che il progetto dell’ateneo udinese “salva” questo materiale e lo trasforma nelle borse che vanno ad arricchire il merchandising dell’università.

Come spiega Elisa Battaglia, in questo modo forniamo una seconda possibilità a materiali che altrimenti avrebbero avuto come meta la discarica, inoltre contribuiamo ad offrire un’opportunità di lavoro a chi si trova in difficoltà nella vita. Il progetto, infatti, si avvale della collaborazione della cooperativa sociale “Rio Terà dei pensieri” di Venezia che si occupa dell’inserimento nel mondo del lavoro di persone che devono scontare una condanna penale.

Le “Snait Bag” sono disponibili in quattro tipologie: tre borse e un porta-iPad. Non soltanto inaugureranno la nuova linea di prodotti ma daranno anche il nome al negozio di merchandising dell’ateneo: “Snait Shop”.
Veloce ma soprattutto ecologico e solidale.

[LINK della fonte da cui è tratta anche l’immagine]

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LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: LA CREATIVITÀ DEGLI STUDENTI AL SERVIZIO DELL’IMPRESA

sello udineQuesta settimana “gioco” doppiamente in casa: ho scelto una notizia che riguarda la scuola e allo stesso tempo la mia regione.
Alcuni studenti del liceo artistico “Sello” di Udine hanno ideato i nuovi sedili ferroviari che viaggeranno in Europa.

Da sempre si sente dire che la scuola è molto lontana dal mondo del lavoro, che gli studenti non sono pronti, una volta terminati gli studi, ad affrontare un impegno lavorativo. Troppo spesso si accusa la scuola di non saper preparare gli allievi in termini di competenze da spendere nel breve termine in ambito professionale. Non sempre è così. Se ciò può essere vero per i licei, che non preparano al mondo del lavoro ma agli studi universitari, ci sono scuole, specie istituti tecnici e professionali, che offrono una preparazione adeguata, anzi, talvolta permettono agli studenti di dimostrare delle specifiche competenze anche prima di terminare il corso di studi.

E’ il caso del liceo artistico – nato, con la riforma Gelmini, dal vecchio istituto d’arte – “G. Sello” di Udine. Gli allievi delle classi 3D, 4D, 5C del corso di Design Industriale e 4C del corso di Design della Moda hanno presentato ieri ai rappresentanti della Fisa di Osoppo, azienda leader nel campo della fabbricazione di sedili autoferroviari che in questi ultimi anni si è assicurata contratti di fornitura con le principali società ferroviarie europee, i propri progetti per la realizzazione di un innovativo sedile.

L’idea della collaborazione tra scuola e impresa è nata qualche mese fa in occasione della visita che gli studenti hanno fatto presso gli stabilimenti di Osoppo. Grazie alla loro creatività e con la guida dei docenti Tiziana Infanti, Nadia Ceccotti e Dino Del Zotto hanno elaborato dei progetti nel rispetto delle nuove tendenze di design, senza trascurare le soluzioni ergonomiche cui attualmente non si può rinunciare.

Sono nate così delle proposte accattivanti, innovative anche per quanto riguarda la scelta dei tessuti, dai colori e dalle fantasie in grado di incontrare i gusti dei viaggiatori moderni. Alcuni progetti appaiono particolarmente innovativi grazie alla tappezzeria dall’effetto praticamente tridimensionale.

Entro marzo i tecnici della Fisa sceglieranno la proposta migliore elaborata dai ragazzi, per passare alla fase di progettazione industriale e di produzione. Quindi il sedile nella sua forma finale sarà anche esposto a Innotrans, la Fiera internazionale dei Trasporti che si terrà a Berlino dal 23 al 26 settembre.

Il progetto definitivo diventerà poi realtà, fornendo l’arredo ottimale per i vagoni ferroviari di molte linee di collegamento dei principali Paesi europei.

Un in bocca al lupo, dunque, ai ragazzi che stanno vivendo un’esperienza che, comunque vada, rappresenta un buon trampolino di lancio per il futuro professionale.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

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LIBRI: “IO CREDO. DIALOGO TRA UN’ATEA E UN PRETE ” di MARGHERITA HACK e PIERLUIGI DI PIAZZA

In uscita il libro Io credo. Dialogo tra un’atea e un prete, curato dalla giornalista della Rai regionale del Friuli – Venezia Giulia Marinella Chirico, nota a livello nazionale per aver ottenuto, lei sola, il permesso di vedere Eluana Englaro nelle ultime ore di vita.

Il libro, edito da Nuova Dimensione, rappresenta un sunto di quasi vent’anni di incontri tra un’atea, l’astrofisica Margherita Hack, e un prete, Pierluigi Di Piazza, due persone apparentemente distanti (“il diavolo e l’acqua santa”, come scherzosamente osserva la Hack) che si interrogano sui valori fondamentali che orientano l’azione umana e sui temi del vivere quotidiano.
La Hack non ha bisogno di presentazioni e il suo ateismo è cosa ben nota, visto che non perde l’occasione di ribadirlo in ogni intervento pubblico. Pierluigi è stato mio collega di religione più di vent’anni fa, un grande uomo di Fede, soprattutto un grande Uomo. Da anni si occupa degli emarginati, prodigandosi nell’ambito dell’ integrazione e dell’accoglienza, dirigendo il Centro di Accoglienza Balducci alle porte di Udine.

La presentazione del libro è prevista presso il Centro Balducci martedì 27 novembre alle ore 20 e 30.

Ecco un “assaggio” del libro pubblicato sul numero odierno del quotidiano Messaggero Veneto:

Dal libro emerge una grande consonanza sull’etica. Si può dire che uno cerca il bene dell’uomo in nome di Dio e l’altra in nome dell’uomo?
M.: «Io credo nella libertà e nella giustizia. La mia filosofia si riassume nel “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” e nell’“Ama il prossimo tuo come te stesso”. Sento quindi il dovere etico di andare incontro a chi è più debole, più povero, più sofferente. Non credo alla natura divina di Gesù, ma lo considero il primo socialista, e probabilmente la più grande figura mai apparsa nella storia umana».
P.: «Io credo in Dio. Ma va precisato in quale. Perché c’è il Dio dei ricchi e quello dei poveri, il Dio di chi vuole la guerra e quello di chi vuole la pace, di chi è razzista e di chi accoglie, di chi è corrotto e mafioso e di chi combatte mafie e corruzione, di chi sfrutta e inquina l’ambiente e di chi lo difende. Credo nel Dio di Gesù, che ci impegna ad accogliere l’altro e a lottare per un’umanità più giusta».

[…]

A dividervi non è il “fare” in vita, ma l’atteggiamento verso la morte e il dopo morte?
M.: «Non credo ci sia un aldilà. L’atomo di idrogeno è praticamente immortale, e le molecole che oggi sono Margherita Hack si sparpaglieranno nell’atmosfera, serviranno a costruire altre persone o oggetti, chissa… Ma io non ci sarò più. Vedo il cervello come un hardware, e l’anima come un software che non gli sopravvive. La morte non mi fa paura, la perdita dell’autosufficienza e l’accanimento terapeutico sì».
P.: «Dobbiamo assumerci una maggiore responsabilità verso la vita, perché troppo spesso la morte è provocata. Dalla fame, dall’ingiustizia, dalle guerre. La morte è rottura delle relazioni umane di cui è tramata la vita. Ed è il cuore del mistero: credo che in quel momento la vita venga accolta, sebbene non sappiamo spiegare dove e come. Non è una fiducia irrazionale, è un pensiero che avverto indimostrabile ma ragionevole. Nella morte è il senso primo dell’affidamento a Dio, hanno detto Küng e Martini. Come annunciano le Scritture, vedremo il volto di Dio, anche se non possiamo sapere quale sarà. Né quale sarà il nostro volto».

AGGIORNAMENTO DEL POST, 27 NOVEMBRE 2012

Sono riuscita ad andare alla presentazione del libro di Margherita Hack e Pierluigi Di Piazza. Devo dire che ne è valsa la pena, considerando anche il fatto che se l’astrofisica è nota a tutti per la sua arguzia, per le sue battute e le risposte secche, la vera rivelazione, per molti ma non per me, è stato questo prete straordinario che ha messo in luce non tanto la forza della sua fede quanto la debolezza. Una riflessione, la sua, che a volte lo porta lontano dalla chiusura ostinata della Chiesa nei confronti della scienza o di quelli che considera dei tabù sociali, come ad esempio l’omosessualità o il divorzio, e etici e morali, prima di tutto il discorso della fine vita e del testamento biologico.

Un’atea e un prete molto più vicini di quanto possa sembrare.

IL VIDEO DELLA SERATA

ROMENO NECESSITA DI UN TRAPIANTO DI CUORE: PADOVA LO RESPINGE, UDINE LO SALVA

Faccio una premessa: ho letto la notizia su Il Corriere e, spinta dall’incredulità, ho consultato altre fonti tra cui Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino e net1news. Siccome do per scontato che le notizie che i quotidiani, o altri mezzi di informazione, diffondono siano vere, nonostante abbia riscontrato alcune difformità, la mia riflessione si basa su ciò che ho letto considerandolo degno di fiducia.

Dunque, il fatto riguarda un trapianto di cuore. Un marinaio romeno di 53 anni, che lavora per un armatore italiano, ha avuto un infarto, definito “devastante” dai bollettini medici. Si rende, quindi, necessario un trapianto. L’uomo è degente all’ospedale di Mestre e deve essere trasferito al centro trapianti di Padova, dove, però, l’intervento viene negato. Perché? Semplice: il cittadino romeno non ha diritto ad un cuore italiano, deve essere trasferito nel suo Paese d’origine e lì operato. Come dire: moglie e cuore dei paesi tuoi.

Naturalmente la questione è molto più complessa. Da Padova fanno sapere che la decisione di non intervenire è stata dettata dalla prassi che, secondo le indicazioni del “Nord Italia Transplant“, organismo nato nel 1976 che lavora in un territorio che comprende diciannove milioni di abitanti, i cuori italiani vanno ai pazienti italiani e non agli stranieri. Così viene giustificata tale “prassi”: «Data la tragica scarsità di organi, quando un ammalato, che non è nelle nostre liste d’attesa nazionali, può essere trasportato nel suo Paese di provenienza, perché anche lì esiste un centro trapianti, lo si deve fare. E in questo caso era possibile farlo». Così si esprime il direttore sanitario dell’ospedale di Padova, Giampietro Rupolo, chiarendo che la decisione è stata presa di comune accordo con la ASL di Mestre. Naturalmente da Mestre negano il fatto.

A parte il quadro clinico del paziente che appare confuso, stando alle dichiarazioni contraddittorie dei due ospedali veneti, la Prefettura di Mestre nega l’utilizzo di un aereo per il trasferimento del rumeno in Romania dal momento che era possibile operarlo in Italia . Allora è lecito chiedersi: ma il paziente poteva essere trasferito o no? Se i bollettini parlano di un “quadro devastante” pare di no. Nel frattempo il romeno rimane in balia dei medici che si rimpallano le responsabilità e la corretta interpretazione della “prassi” sottoscritta da “Nord Italia Transplant”.

In breve: l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine accoglie l’Sos dell’ospedale dell’Angelo di Mestre dove l’uomo è ricoverato dall’8 agosto, dichiarandosi disponibile a operare. E così martedì l’equipe di Cardiochirurgia diretta dal professor Ugolino Livi, effettua, con successo, l’intervento. Spiega il primario di cardiochirurgia di Udine: «A parte la polemica con Padova devo dire invece che a Mestre il caso è stato ottimamente gestito, nella fase di emergenza, e affrontato poi nella maniera giusta. Noi abbiamo operato al meglio grazie all’assistenza che l’uomo ha ricevuto proprio all’ospedale dell’Angelo.»

Insomma un elogio allo stesso ospedale che, però, aveva rifiutato il trapianto di un cuore italiano ad un romeno. Ma c’è un altro punto su cui rimango perplessa: stando alle parole di Livi, l’uomo si trovava in una situazione di emergenza tale da dover essere operato nel più breve tempo possibile in Italia perché non era trasportabile nel suo Paese. Allora per quale motivo Padova si è rifiutata di operare? Neppure il Santo ha potuto fare un miracolo e infondere un po’ di saggezza nei medici dell’Angelo. Come dire: non c’è né Dio né Santi che tengano.

Ovviamente della vicenda si stanno occupando non solo i media, nazionali e locali, ma anche i politici. L’accusa più gettonata è quella di “razzismo sanitario“. La direzione sanitaria dell’ospedale di Udine commenta il fatto con parole appropriate: «la “Nord Italia Transplant” ha come priorità la salute delle persone, non la loro provenienza e la loro cultura.»

L’ho scritto proprio recentemente in un altro post: i friulani hanno un cuore grande così. Anche quando c’è la necessità di trapiantarne uno.

[foto ANSA]