MARIANNA MADIA: NUOVO MINISTRO PA INCINTA ALL’OTTAVO MESE

691047 GIURAMENTO GOVERNO MATTEO RENZI

La prima ministro a giurare in stato interessante fu Stefania Prestigiacomo, nominata per le Pari Opportunità nel 2001, che partorì alla fine di quell’anno.
Poi fu la volta di un’altra ministro mamma, Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione nominata nel 2008, che durante il mandato il 10 aprile 2010 diede alla luce Emma. Il suo caso suscitò clamore per aver dichiarato che non sarebbe stata a casa nemmeno un giorno e in effetti si ripresentò puntualmente al lavoro di lì a breve. Allora scoppiarono le polemiche: in particolare, dalle pagine del quotidiano cattolico Avvenire la giornalista Marina Corradi lanciò un appello: Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po’, il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l’inizio di un grande amore. Voce nel deserto che rimase puntualmente inascoltata.

Ora il primato delle ex ministre è battuto da Marianna Madia che, fresca di nomina, stamattina ha giurato per il governo presieduto da Mattero Renzi. Una delle più giovani ministro della squadra renziana e credo in assoluto la più giovane di tutti i tempi, assieme alla coetanea Maria Elena Boschi, entrambe trentatreenni, è all’ottavo mese di gravidanza e possiamo scommetterci che, sfornato il pupo – o la pupa -, ritornerà al suo posto di ministro per la Pubblica Amministrazione in men che non si dica.

Del resto, a pensarci bene, le donne di spettacolo hanno dato il buon esempio: Belen Rodriguez e Michelle Hunziker, solo per fare due nomi, hanno ripreso l’attività in breve tempo. La Hunziker addirittura a cinque giorni dal parto sedeva alla scrivania di Striscia la Notizia.

Ora, senza voler fare la morale a nessuno, mi chiedo se l’emancipazione della donna consista nel sacrificare il tempo da dedicare ad un neonato in nome della par condicio – gli uomini non devono partorire perciò … – e per dimostrare che una donna con figli può fare esattamente quello che vuole perché la prole, di per sé, non rappresenta un ostacolo.
Vabbè, contente loro.

Altra cosa: il congedo per maternità è obbligatorio per legge. Di solito ci si astiene dal servizio – questo è il gergo – negli ultimi due mesi di gravidanza e nei primi tre di vita del nascituro. Ora, facendo due conti, la Madia dovrebbe essere in maternità. Non conosco le leggi che regolano l’attività di parlamentari e ministri e sono perfettamente consapevole che le donne dello spettacolo siano in fondo delle libere professioniste, ma mi chiedo: una donna incinta quasi allo scadere del tempo non ha diritto a starsene a casa tranquilla? Tanto più che la Madia pare essere alla seconda gravidanza e, visto che di anni ne ha appena 33, il primogenito deve essere ancora piccolo.

E’ vero che la gravidanza non è una malattia ma è anche vero che si tratta di una situazione speciale, se non patologica. Insomma, se uno ha l’influenza, una volta guarito riprende il lavoro e tutto torna come prima. Ma una mamma deve stare con suo figlio perché un neonato non è la febbre che si cura con un’aspirina e via.

[foto dal Corriere.it]

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DI NUOVO IN AULA E IO … SPERIAMO CHE ME LA CAVO

Mattiniera come sempre, ho varcato il portone dell’edificio scolastico, con molta discrezione dall’ingresso secondario, alle ore 7 e 43. Naturalmente ho dovuto sgomitare nella ressa che si era formata in attesa dell’apertura agli studenti e, non appena le bidelle hanno dato il via libera, un’orda barbarica si è riversata nell’atrio della scuola, complice il fatto che per i primi giorni i ragazzi non devono passare davanti al “totem” con il badge che registra in tempo reale la loro presenza a scuola. Ah, la tecnologia! Almeno permette un’entrata ordinata perché i “totem” sono due, quindi si fa la fila.

Ho incrociato gli sguardi allibiti della cameriera del bar, che si trova nelle immediate vicinanze dell’atrio, e di una delle impiegate, rimasta vittima dell’orda barbarica assieme a me. Neanche avessero aperto i cancelli dello stadio per un concerto di Madonna o Lady Gaga.
Avrei voluto urlare ma in primo luogo non mi sembrava il caso di iniziare l’anno scolastico sgolandomi (non avevo idea, ironia della sorte, come sarebbe finita questa prima giornata), ché poi non arrivo nemmeno al 1° novembre, in secondo luogo non mi va di essere sempre quella, la sola, che riprende gli allievi quando compiono delle scorrettezze.

Una cosa, però, non ho ben compreso, almeno sul momento: perché correre tanto? Insomma, il primo giorno di scuola non è proprio una festa, non implica un’euforia tale da affrettare il passo per l’incontenibile gioia di iniziare le lezioni. Ma quando ho fatto il mio ingresso nella prima classe in orario, ho capito: non è gioia bensì la sindrome ansiosa da primo banco. Nessuno ci vorrebbe stare ma i banchi sono contati, sicché … vi si sono dovuti piazzare i soliti ritardatari che, fin dal primo giorno, hanno dovuto sorbirsi la mia specialità oratoria: l’elogio della puntualità. Una questione di rispetto ecc. ecc.

Questo inizio d’anno mi è subito parso faticoso. Più nel pensiero che nell’azione. Già, perché un solo numero mi agita da qualche tempo: il quattro. Quattro classi. Seguito dal cinque: cinque materie con scritto e orale. Incalzato dal tre: tre Italiano. Dicono che il tre sia il numero perfetto ma quando si tratta di moltiplicarlo per settantacinque, gli allievi, e quattro, i compiti in classe (escluse naturalmente le prove valide per l’orale che bisogna fare perché sennò come si fa a interrogarli tutti almeno due volte), allora non è più tanto perfetto, anzi, si trasforma istantaneamente in una incommensurabile sfiga. Non contiamo poi le varie prove di Latino …

In classe inizio subito a mettere i puntini sulle “i”: se sono qui con voi a far Latino è perché non volevo “perdervi”, quindi ho “spezzato” la cattedra di terza, tenendomi solo Italiano, e mi sono accollata una classe in più: quattro, potendone avere solo tre. Quindi, non fatemi pentire altrimenti io poi faccio pentire voi di avermi fatto pentire. Chiaro, conciso, minaccioso. Quel tanto che basta per iniziare bene. Quel poco che basterebbe per dirmi “scema”.

Un altro numero che negli ultimi anni è diventato un’ossessione è il diciotto. Le ore di cattedra. Embè, direte, sono sempre state diciotto! Sì, ma normalmente non erano tutte di lezione, si completava l’orario con le supplenze in sostituzione dei colleghi assenti, avevamo solo due classi. Dico due, non quattro. Ma poi è arrivata la Gelmini che disse: “ Non siamo uno stipendificio, dobbiamo ottimizzare le risorse”. Ok, tutto bene, ma quel che è ottimizzare per lei (diciotto ore, quattro classi al posto di due e, quindi, un docente in meno da pagare – ecchecaspita, mica siamo uno stipendificio! – ) per noi docenti di Lettere significa suicidarsi. O per meglio dire, istigazione al suicidio così magari qualche docente di Lettere esasperato ce l’ha pure lei, la Gelmini, sulla coscienza.

Ma lasciamo perdere il nostro lavoro, ché tanto siamo pagati per diciotto ore ed è giusto che ce le sudiamo tutte (anche se poi le dobbiamo moltiplicare almeno per tre, considerando il carico di lavoro che avere quattro classi anziché due comporta).
Pensiamo agli allievi. Prendiamo ad esempio i miei, quelli della prima ora. Se la sottoscritta non si fosse immolata quale vittima sacrificale, accettando una classe in più, in nome della dea “continuità didattica”, i poveretti (secondo il mio punto di vista, il loro mi è ignoto) si troverebbero in seconda già con un nuovo docente di Latino, per poi cambiarlo anche in terza perché fra biennio e triennio di solito c’è il cambio. Tre anni e tre docenti diversi: che bellezza! Ma loro sono fortunati (sempre secondo il mio punto di vista) perché hanno me che eroicamente ho accettato la quarta classe per non abbandonarli all’ignoto destino (magari sarebbe stato anche migliore, chi può mai saperlo? Dipende sempre dai punti di vista che cambiano a seconda delle teste che non ragionano mai tutte allo stesso modo).

In termini tecnici la follia sopradescritta si chiama “saturazione delle cattedre a diciotto ore”. Almeno prima, con il numero di ore e classi ridotte, si teneva nel giusto conto la mole di lavoro che i docenti di Lettere devono affrontare, per fare un piacere a tutti gli altri, per inciso, visto che l’insegnamento della lingua madre è trasversale. Ora vorrei che qualche altro docente di discipline diverse possa fare un favore a noi: potemmo sempre dare in appalto la correzione compiti.

Ma proseguiamo con il resoconto della giornata.
Seconda ora “buca”. Il nostro orario di lavoro è l’unico che preveda le ore “buche”, ore di cui possiamo liberalmente disporre, e ci mancherebbe altro, ma che comunque sono quasi sempre o perse (al bar, in aula di informatica, fuori a fare un giro, un salto al supermercato o dal giornalaio …) o impiegate per lavorare, ovvero correggere compiti o preparare lezioni. Propongo di chiedere un’indennità per le ore “buche”.

La terza ora l’ho passata in terza, classe a me sconosciuta. Che poi dire “classe” è un eufemismo perché quando si pensa alla “classe” si ha l’idea di un’entità che prosegue il suo percorso scolastico nella stessa forma con cui lo ha iniziato. E invece le terze sono il risultato di un’unione tra ex seconde o, come nel caso della mia, un insieme di persone che per la maggior parte provengono dalla stessa ex seconda, tragicamente sfoltita nel tempo, più singole unità che arrivano da altre classi, altre ex seconde, o altre scuole, o altre terze, i più iellati. In ogni caso l’ora è passata in men che non si dica. La maggior parte del tempo l’ho impiegata per spiegare come mai avrebbero avuto me per Italiano e un altro docente, non ancora nominato, per Latino. La fortuna (sempre secondo il mio punto di vista) di quelli di seconda ha generato la sfortuna di quelli di terza che avranno due insegnanti diversi per due materie che normalmente sono insegnate da una sola persona.
Ringraziamo ancora la Gelmini e la sua “ottimizzazione delle risorse”. So che non sono più affari suoi, visto che non è più ministro, ma nel tempo la scuola italiana, chiunque sia il ministro di turno, si troverà popolata da prof rinco che graveranno anche sui costi della Sanità, alla faccia della tanto declamata “ottimizzazione delle risorse”.

Arriviamo alla quarta ora, l’ultima per oggi. Sono ansiosa di conoscere una nuova classe, la prima. Ma quando arrivo in succursale già sto male. L’edifico, vecchio e polveroso, mette in serio pericolo la mia salute, essendo io allergica alla polvere, oltreché al gesso. Con la consapevolezza di rischiare uno shock anafilattico giungo al secondo piano. L’intervallo è finito da qualche minuto e il corridoio si presenta ai miei occhi anche peggio dell’atrio della sede centrale all’apertura del portone. Entro in classe, la prima del corridoio, e la trovo desolatamente vuota. Mi guardo intorno, do un’occhiata fuori e vedo sempre un assembramento di gente. Penso che siano i ragazzi dell’aula vicina, fossero i miei sarebbero entrati. Poi una scritta alla lavagna mi avverte che la classe è in aula magna per l’incontro con il DS. Accidenti, penso, non mi pareva di aver letto ‘sta cosa sulla circolare. Esco mestamente e faccio ritorno in sede. Ora, si tratta solo di attraversare un parco ma in ogni caso mi secca terribilmente fare avanti e indietro perché qualcuno non mi avvertita che i programmi sono cambiati.

Arrivo in sede, chiedo in portineria se sanno qualcosa della mia classe, dicono di no. Salgo al primo piano, l’aula magna è vuota. Scendo al piano terra e in sala insegnanti do un’occhiata alla circolare sulle attività di accoglienza delle classi prime e mi consola notevolmente il fatto di ricordare bene: quarta ora lezione regolare. Ma che lezione regolare è se non trovo la classe? Sembra un giallo, nessuno sa nulla, torno in succursale. Naturalmente nel frattempo ha iniziato a piovere.

Mi trovo nuovamente davanti alla classe assegnatami. Ancora vuota ma c’è sempre un gruppo di allievi nel corridoio. Chiedo: siete voi la prima … ? Sono loro. MA COME? Erano lì davanti anche dieci minuti prima, mi devono aver visto entrare in aula e guardarmi attorno con aria smarrita. Non possono avermi scambiata per una studentessa. Magari!
Lancio un urlo e li faccio entrare. Sempre urlando spiego che nei dieci minuti in cui facevo i viaggi su e giù per risolvere il mistero della classe scomparsa IO avevo comunque la responsabilità su di loro perché quella era comunque una mia ora e loro erano comunque i miei allievi, seppure non presenti in aula e assiepati lungo il muro del corridoio. E quella scritta sulla lavagna? Ah, quella, era lì dalla prima ora. E non siete capaci di cancellarla onde evitare equivoci? Se non fosse stato per quella scritta avrei evitato un viaggio inutile.

Tutti zitti. Non hanno fiatato. Mi guardavano smarriti. E io continuavo a dire che di solito non perdo la pazienza, non urlo, erano almeno dieci anni che non urlavo così tanto che, quanto a decibel, mi ha superato solo un tuono che ha fatto tremare tutto.

Questo è solo l’inizio. Per il resto, io speriamo che me la cavo.

GELMINI: PIANO TRIENNALE PER EVITARE ALTRO PRECARIATO E GARANTIRE CONTINUITA’ DIDATTICA

Riporto di seguito il comunicato del MIUR che ha come oggetto: “Piano triennale per evitare insorgenza nuovo precariato. Assunzioni solo in base alle esigenze della scuola”.

Oggi [ieri, 13 luglio 2011, NdR] a Palazzo Chigi, alla presenza del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, del ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e dei sindacati di categoria, è iniziata la già prevista fase negoziale del Piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di circa 65mila tra docenti e ATA, nell’arco degli anni 2011-2013, sulla base dei posti vacanti disponibili in ciascun anno. Il Piano, già deciso e approvato da alcuni mesi, eviterà la formazione di nuovo precariato in futuro e risponde ad una nuova filosofia: prevede infatti esclusivamente assunzioni basate sul reale fabbisogno del sistema d’istruzione, come sarà sempre, d’ora in poi, per tutte le assunzioni nel mondo della scuola.

Il Piano triennale di immissioni in ruolo è un ulteriore risultato della razionalizzazione attuata in questi anni. Allo stesso tempo, è una risposta concreta al problema del precariato e delle graduatorie, e garantisce la stabilità del servizio scolastico ed educativo e le aspettative di quegli insegnanti abilitati iscritti nelle graduatorie ad esaurimento che prestano continuativamente da anni la propria attività tramite incarichi annuali.

Il Piano è ad invarianza dei saldi di finanza pubblica e agisce in continuità e coerentemente con la politica di razionalizzazione. Proprio questa ottimizzazione, insieme al confronto con le parti sociali, oggi rende possibili le immissioni in ruolo, incidendo positivamente sulla qualità dell’insegnamento e riducendo i tempi per l’assorbimento dei precari. Proprio per la continuità del servizio scolastico, nel Decreto per lo sviluppo, è previsto anche che le graduatorie vengano aggiornate ogni tre anni, con la possibilità di scegliere una sola provincia. Chi viene immesso in ruolo non può chiedere il trasferimento in altre province per un periodo di cinque anni.

Le ultime stime elaborate dal Ministero prevedevano che, grazie ai pensionamenti e alle immissioni in ruolo degli ultimi anni, il fenomeno avrebbe trovato una definitiva soluzione in alcuni anni. I provvedimenti contenuti nel Decreto per lo sviluppo consentono, all’interno del quadro di riorganizzazione del personale della scuola, di ridurre i tempi previsti e dunque di risolvere definitivamente un problema nato nei decenni passati, a causa di scelte politiche irresponsabili che hanno fatto lievitare fino a 250mila il numero degli insegnanti abilitati, iscritti nelle graduatorie ad esaurimento.

[fonte: MIUR]

Mi sembra un bel passo avanti, tra l’altro un’iniziativa condivisa dai sindacati, CISL e UIL in testa, anche se per il segretario della Cgil Susanna Camusso è «un primo risultato positivo» tuttavia «insufficiente».
Rispetto alle previsioni (ne ho parlato QUI l’anno scorso), però, il piano fa ben sperare per il futuro.

ESAME DI STATO 2011: OGGI LA TERZA PROVA SCRITTA. MA NON CHIAMATELA QUIZZONE

Da quando, con la riforma dell’esame di maturità – che oggi si chiama Esame di Stato -, varata nel 1997, è stata introdotta la terza prova scritta, essa viene, tanto volgarmente quanto semplicisticamente, chiamata “quizzone“. In realtà è tutt’altro che un quiz, almeno nella maggior parte dei casi. Ma vediamo, per chi non ne fosse ancora informato, di che cosa si tratta.

La terza prova scritta, a differenza delle prime due che sono ministeriali (la prima è uguale per tutte le scuole secondarie di II grado d’Italia), è preparata dalla Commissione esaminatrice (costituita da tre commissari esterni, tre interni e un Presidente) che decide anche la tipologia degli esercizi da sottoporre agli studenti.
Esiste, è vero, la possibilità di predisporre dei quesiti a risposta multipla (da 30 a 40), ma la maggior parte delle commissioni propende per i questiti che richiedono una risposta sintetica. Possono essere proposti, inoltre, dei problemi scientifici a soluzione rapida (non più di 2), oppure, a seconda degli indirizzi di studio, si può richiedere la realizzazione di un progetto.

Insomma, tutt’altro che quizzone. Le discipline coinvolte possono essere quattro o cinque e il numero dei quesiti varia da un minimo di 10 a un massimo di 15. Generalmente la Terza prova è costruita prendendo spunto dalle simulazioni che vengono svolte dagli allievi durante l’anno scolastico, ma non si tratta di una regola ferrea. Ogni decisione, infatti, spetta ai membri della commissione che preparano le domande da sottoporre ai maturandi la mattina stessa della prova e non anticipano le materie oggetto d’esame.

Dal prossimo anno scolastico questa prova potrebbe andare in pensione per lasciar spazio ad un test a risposta multipla di tipo anglosassone simile a quello dell’Invalsi che viene proposto per l’esame di terza media. Il tutto – ha spiegato il ministro del MIUR Mariastella Gelmini– per avere «un sistema di valutazione omogeneo per tutto il Paese».

Le commissioni hanno lavorato tutta la giornata per la correzione delle prove perché fra un paio di giorni inizieranno gli orali. Non rimane, quindi, che quest’ultimo sforzo e poi … tutti in vacanza, finalmente!

ESAME DI STATO 2011: LE TRACCE USCITE

ATTENZIONE: PER LE NOTIZIE RIGUARDANTI LE TRACCE USCITE ALLA MATURITA’ (ESAME DI STATO) 2012 CLICCARE QUI

gelminiEccomi qui, appena tornata da scuola dove i miei allievi di quinta sono stati impegnati, fino quasi alle tre di pomeriggio, nello svolgimento del tema d’italiano.
QUI potete trovare le tracce uscite. Niente di speciale, perlopiù deludenti e alcune alquanto difficili, nel senso che richiedevano delle ampie e specifiche conoscenze sull’argomento proposto.

Ma ora sono troppo stanca per commentare. A più tardi.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 23 GIUGNO 2011

Riporto il Comunicato del MIUR sulla prima prova dell’Esame di Stato 2011:

“Le tracce sono chiare e sintetiche, così come promesso – ha dichiarato il ministro Mariastella Gelmini – Mi è sembrato importante inserire, all’interno della grande tradizione della Maturità italiana, alcuni temi vicini alla sensibilità dei ragazzi: l’educazione ad una corretta alimentazione e il concetto di fama ai tempi di Youtube e Facebook.
La traccia che avrei svolto è il saggio breve di ambito storico politico su Destra e Sinistra.
Auguro in bocca al lupo ai ragazzi per le seconde prove di domani, che sono state predisposte dai tecnici del Miur. Purtroppo il numero di indirizzi della scuola superiore italiana non aiuta a semplificare la stesura dei quesiti. Con la nuova Riforma della scuola però saranno ridotti sensibilmente. Anche per questo sarà più facile controllare al meglio le tracce, evitando le imprecisioni che spesso hanno accompagnato soprattutto le seconde prove”.

E’ la traccia del saggio breve dell’ambito socio-economico il tema più gettonato dagli studenti che oggi hanno affrontato la prova di italiano dell’esame di Stato. Secondo i dati che emergono da un campione significativo di scuole infatti la traccia dal titolo “Siamo quel che mangiamo?” è stata scelta dal 42,7% degli studenti.

Al secondo posto il tema di ordine generale “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”, svolto dal 26,4% dei candidati. Al terzo posto nelle preferenze dei ragazzi il saggio breve di ambito artistico letterario “Amore, odio, passione” con il 14,7%, mentre l’analisi della poesia “Lucca” di Giuseppe Ungaretti è stata svolta dal 6,9%. Quinto posto per il saggio breve di ambito storico-politico “Destra e Sinistra”, affrontato dal 4,4% degli studenti. Subito dopo, al sesto posto con il 3,5% delle preferenze, il saggio breve di ambito tecnico-scientifico dedicato a Enrico Fermi. Settimo posto per il tema di argomento storico, scelto dall’1,4% dei maturandi.

Per quanto riguarda le percentuali registrate nei diversi tipi di scuola, nei Licei la traccia “Siamo quel che mangiamo?” è stata scelta dal 34,6%, l’analisi della poesia “Lucca” dall’11,6%, “Amore, odio, passione” dal 22,6%, “Destra e Sinistra” dal 5,9%, il saggio su Enrico Fermi dal 4,6%, il tema storico dall’1,4% e il tema di ordine generale dal 19,3%.

Negli Istituti Professionali l’analisi del testo è stata scelta dal 4,2% dei candidati, “Amore, odio, passione” dal 7,1%, “Siamo quel che mangiamo?” dal 49,5%, “Destra e Sinistra” dal 2,4%, il tema su Enrico Fermi dal 2,6%, il tema storico dall’1,4% e il tema di ordine generale dal 32,8%.

Negli Istituti Tecnici il 3,3% ha affrontato l’analisi del testo, il 7,7% il saggio “Amore, odio, passione”, il 49,7% “Siamo quel che mangiamo?”, il 4,3% “Destra e Sinistra”, il 3,1% il tema su Enrico Fermi, l’1,6% il tema storico e il 30,3% il tema di ordine generale.

Nei Licei Artistici e Istituti d’arte l’analisi del testo è stata svolta dal 4,5%, il saggio “Amore, odio, passione” dal 18,9%, “Siamo quel che mangiamo?” dal 40,1%, “Destra e Sinistra” dal 3,9%, la traccia su Enrico Fermi dal 2%, il tema storico dallo 0,7% e il tema di ordine generale dal 29,9%. (LINK)

NUOVO AGGIORNAMENTO DEL POST, 24 GIUGNO 2011

ECCO LE MIE OSSERVAZIONI SULLE TRACCE.

Tipologia A. Il testo Lucca di Ungaretti non è generalmente conosciuto dagli studenti perché non contenuto nelle antologie scolastiche. Le domande sono abbastanza mirate e non lasciano ampio spazio all’interpretazione personale. Qualcuna è davvero difficile e non so quanti abbiano colto fino in fondo il significato del testo. Per quanto riguarda l’approfondimento, il primo testo che mi viene in mente e che potrebbe essere messo in relazione con la poesia proposta è I fiumi, ma il confronto non è facile. Più alla portata degli studenti la riflessione proposta in alternativa sulla situazione storico-culturale dell’epoca di Ungaretti o le situazioni del nostro tempo.

Così Luciano Favini, 65 anni, ex insegnante ed ex preside, che dal 2008 è responsabile della struttura tecnica per l’esame di Maturità e sceglie le prove insieme al ministro Mariastella Gelmini, ha giustificato la scelta di Lucca: «L’analisi del testo deve essere fatta su un brano poco noto. Se diamo il “Sabato del villaggio” premiamo solo la diligenza nello studio e non l’autonoma capacità di interpretazione. E poi Ungaretti mancava da molti anni». Più che giusto.
Difficoltà: ***

Tipologia B.

Ambito artistico-letterario.
Già due anni fa era uscita una traccia sull’innamoramento e l’amore. Questa, però, punta l’attenzione su di una pluralità di sentimenti: non solo amore, ma anche odio e passione. Il primo testo di Manzoni, in cui si parla della “sventurata” Gertrude, la monaca di Monza, pone l’accento sulla passione amorosa che prevale sulla dignità stessa della persona. La lupa di Verga è la tipica ammaliatrice, una donna odiata e temuta dalle altre donne, amata ma tenuta lontana, facendosi violenza, dagli uomini, in particolare dal genero che lei amava, al punto dA costringere la figlia a sposarlo per poterlo avere sotto gli occhi in ogni momento della giornata. Anche in questo testo prevale la passione amorosa ma anche l’odio che, come il famoso ossimoro catulliano, può scaturire solo da un grande amore. Il testo di D’Annunzio è certamente meno noto ma lascia intravedere, anche qui, una passione insana che può portare alla morte. Non so perché, ma leggendo questo passo mi è tornata alla mente la scena finale del film La guerra dei Roses: quei due ex coniugi che insieme trovano la morte perché, pur odiandosi, non hanno mai smesso di amarsi. Infine, un brano tratto da Senilità di Svevo. Anche questo romanzo difficilmente si legge per intero e ad esso, purtroppo, non si dedica molto spazio, privilegiando l’assai più nota Coscienza di Zeno. Il brano, tuttavia, è piuttosto esplicito: qui prevale il sesso e la superiorità dell’uomo possessore di una donna che è tutt’altro che ingenua. Ma è amara la constatazione che Emilio fa di aver posseduto non la donna che amava, bensì quella che odiava. Ed ecco che ritorna a far capolino l’ossimoro catulliano: Odi et amo.

Così Favini replica all’osservazione che una traccia sull’amore era piuttosto recente: «Abbiamo pensato di approfondire il tema, invitando ad analizzare le varie sfaccettature dell’amore, che può portare anche a sentimenti negativi».
Un bel tema, fattibilissimo.
Difficoltà: *

Ambito socio-economico.
Di gran lunga il preferito dai maturandi: “Siamo quel che mangiamo?”. La domanda è stuzzicante, i testi proposti assai meno, a mio parere. Partiamo da quello di Adele Sarno: che l’alimentazione sia importante per la salute, soprattutto a livello cardiovascolare, è abbastanza noto e scontato. Il testo è in pratica un elenco di alimenti che caratterizzano, nella quantità e nella qualità, i pasti degli Italiani e che costituiscono una cattiva abitudine alimentare. Il messaggio è che dobbiamo modificare le nostre abitudini ma su questo non ci piove e mi pare che ci sia ben poco da aggiungere. Il secondo documento rappresenta l’elogio della dieta mediterranea dichiarata, il 17 novembre 2010, patrimonio dell’umanità. La cosa che a me pare notevole è che venga spiegato il reale significato del termine “dieta” che molti confondo con un regime alimentare adatto a chi vuole dimagrire. L’attenzione che poi viene posta sullo stretto legame tra la Dieta e la conservazione e lo sviluppo delle attività economiche tradizionali è interessante ma non so quanto possa costituire uno spunto di riflessione per i nostri ragazzi, abituati a nutrirsi nei modi più vari e insani. Il terzo testo di Carlo Petrini è incomprensibile, almeno per dei diciottenni alle prese con un esame di maturità. L’unico concetto che può essere preso in considerazione è quello del cibo come merce e lo spreco che ne facciamo, vivendo in una società consumistica dove tutto si butta e si può sostituire. Un po’ troppo riduttivo e banale. Infine, il brano di Silvia Maglioni è alla portata dei giovani, almeno di quelli abituati a consumare i pasti attaccati ai pc e ai video giochi. Ma io mi chiedo: che genitori hanno questi qui?

Ben contento dell’apprezzamento dei maturandi, Favini commenta così il successo di questa traccia: «si tratta di un argomento caro al ministero, al suo impegno per la formazione dei ragazzi anche sul tema della salute».
A pare mio sembra più semplice di quanto non sia in realtà perché si rischia di dire solo banalità.
Difficoltà: **

Ambito storico-politico.
L’argomento, “Destra e Sinistra” appare alquanto vago e per certi versi pericoloso … be’, dipende dal commissario e dalla sua capacità di valutare l’elaborato in sé e non il pensiero di fondo. Anche se il saggio breve dovrebbe essere il più oggettivo possibile, è pur vero che i ragazzi non si trattengono dal dire la loro su un argomento, la politica, che a molti sta a cuore ma di cui purtroppo capiscono ben poco o hanno un’opinione fortemente condizionata dalle frequentazioni, familiari e non.
Il primo testo di Bobbio è abbastanza comprensibile ed aperto a spunti di riflessione che ben si sposano con i concetti espressi da Veneziani nel secondo documento. Più ostico, almeno per me che non ho mai amato la politica né la sua storia, è il brano di Panebianco: ad una prima lettura sembra banale ma in effetti non so a quali approfondimenti possa portare. Esemplificativo dal punto di vista storico il testo di Carocci, di facile decifrazione. Tuttavia ho delle perplessità sulla preparazione degli studenti sull’argomento e temo che alla fine il saggio sia più compilativo che altro. Insomma, io non l’avrei scelto.

Di fronte allo scarso successo riscosso dalla traccia in questione, Favini spiega: «È un classico, diciamo che era una scelta per ragazzi impegnati».
Difficoltà: ***

Ambito tecnico-scientifico
Enrico Fermi, fisico”. L’argomento viene presentato in modo lapidario. Per una volta, però, l’ambito è veramente tecnico-scientifico, mentre negli anni scorsi i testi proposti propendevano per il sociale. I primi due testi, di Cabibbo e Bruzzaniti, per me sono molto tecnici e non proprio facilmente decifrabili. Ma ammetto i miei limiti che credo siano comuni a tutti gli insegnanti di Lettere che per la correzione chiederanno inevitabilmente il supporto dei colleghi di Fisica. Gli altri due documenti, entrambi di Fermi, sono molto più comprensibili e aprono ad una riflessione ampia sull’utilizzo delle scoperte scientifiche, non sempre ineccepibili dal punto di vista morale. C’è, poi, nel testo tratto dal discorso che il fisico italiano tenne nel 1947 uno spunto di riflessione sulla preparazione degli scienziati che dovrebbero essere spinti, nelle loro ricerche, più dalla passione per gli studi che dalla prospettiva di consensi e gratificazioni economiche.
Un po’ troppo specialistico, forse più alla portata degli studenti del liceo scientifico ma credo al di fuori delle competenze di chi ha frequentato altri licei oppure i tecnici e certi professionali.

Su questa traccia nemmeno Favini si pronuncia. Ciò mi consola non poco.
Difficoltà: ***

Tipologia C – Tema di argomento storico

Si parte da una citazione tratta dal Secolo breve di Hobsbawn incentrata sul periodo storico che lo studioso ebreo definisce “età dell’oro”, un periodo di crescita economica e di trasformazione sociale: un trentennio che si conclude con gli anni ’70. Certamente un’età importante e relativamente vicina a noi, ma decisamente fuori dalla portata degli studenti che nello studio della storia difficilmente arrivano ad approfondire questo periodo. Così Lucio Villari, storico di professione, commenta la traccia: “Strano quel tema sugli anni 70, strana quella interpretazione data. Chi ha dato quella traccia non è ben informato. Quella citazione di Hobsbawm è fuori posto“. Io mi affido al suo autorevole giudizio e ritengo veramente difficile questo tema.

Tuttavia Favini difende questa traccia e giustifica anche la scelta di tradurre erroneamente “età della catastrofe” ciò che sarebbe invece da rendere con “frana”: «Dobbiamo attenerci alle traduzioni disponibili. Non ci possiamo arrogare questo diritto». Quando, poi, gli si fa notare che a scuola gli anni ‘70’ nemmeno si studiano, replica: «Ed è un errore. Fin dai tempi di Berlinguer abbiamo modificato la scansione dei programmi di storia, spiegando che i ragazzi dell’ultimo anno si devono concentrare proprio sul ’900. Era anche un invito rivolto agli insegnanti, uno stimolo per seguire questa indicazione». Ma chi glielo spiega che, anche se gli insegnanti cogliessero gli “stimoli”, le ore di storia, sia al biennio che al triennio sono troppo poche?
Difficoltà: ****

Tipologia D – Tema di ordine generale

Anche qui si parte da una citazione: “Nel futuro ognuno sarò famoso al mondo per quindici minuti”. Parola di Andy Warhol, figura predominante del movimento pop art americano. Il candidato è invitato a riflettere sul concetto di “fama” (effimera o meno) proposto anche dalla televisione e dai Social Media.
Chi pensava di dover approfondire la riflessione su Warhol ha preso un grosso abbaglio. Ho letto in giro che qualche studente si è pure vantato di essersi volutamente soffermato sulla omosessualità dell’artista sapendo che un commissario esterno (o addirittura il presidente, non ricordo bene) è leghista. Una bella provocazione, non c’è che dire. Peccato che sia andato completamente fuori tema.
La traccia poteva essere sviluppata da chiunque sia interessato a questi fenomeni di costume e segua i Talent e i Reality Show o sia un fan accanito dei Social media. Ovviamente la posizione non dev’essere a favore, anzi. Le argomentazioni contrarie penso siano le più gradite. Ho un solo rammarico: peccato che Canalis e Clooney abbiano solo oggi avvisato della loro rottura. Che occasione mancata! Ci sarebbe stato da riempire un intero foglio protocollo sulla fama effimera della Canalis e soprattutto sulla sua incapacità di fare qualsiasi cosa nell’ambito dello spettacolo, tranne accalappiarsi per un paio di anni un bel tenebroso come il “nostro” George.

Favini definisce “sbarazzina” la traccia che partiva da Andy Warhol. Ha perfettamente ragione. Tra tutte la più abbordabile.
Difficoltà: *

N.B. Gli asterischi indicano la difficoltà delle tracce non in sé ma in relazione le une alle altre.

Chi volesse leggere tutta l’intervista a Luciano Favini può CLICCARE QUI.

STORIA DI ROBERTA, INSEGNANTE DI LETTERE

Vorrei raccontare la mia esperienza professionale di insegnante di Lettere nella provincia di Frosinone e nella scuola statale italiana in generale. Devo la mia formazione, per buona parte, alla città di Cassino: mi sono diplomata al Liceo Carducci e laureata all’Università di Cassino in Lettere classiche, ammetto, con il massimo dei voti in entrambi i casi.

La vita mi ha portato un anno nel Regno Unito, nella moderna città di Milton Keynes, a nord di Londra, dove ho lavorato nel Customer Service della Opel Italia, all’interno del Centro Relazioni Clienti europeo della General Motors a Luton, quindi niente a che vedere con versi greci e latini. Nei miei ultimi mesi di permanenza lì ho trovato, poi, un lavoro aggiuntivo, part-time, presso il Comune di M.K. che mi ha dato grande soddisfazione: sono stata insegnante di Italiano in un corso serale per adulti chiamato Italian for holidays, finalizzato ad allievi absolutely beginners interessati a trascorrere le loro vacanze in Italia e ad avere un’infarinatura sulla lingua.

Per la prima volta ho avuto l’onore di rappresentare la cultura italiana all’estero, seppure nei suoi aspetti più quotidiani, quelli che incuriosivano i futuri vacanzieri, desiderosi di conoscere più i termini indicanti i gusti del gelato che il modo migliore per chiedere indicazioni per andare a visitare la Basilica di San Pietro a Roma. Nonostante il miglioramento della conoscenza della lingua inglese, il riconoscimento chiaro della mia dignità lavorativa in tutti gli aspetti e i nuovi corsi che il Comune di Milton Keynes mi offriva per il mese di settembre successivo, decisi comunque di lasciare la verde Inghilterra, perché sentivo che non stavo spendendo la mia laurea fin in fondo e perché mi mancava il sole della nostra penisola, ahimè, incantevole per certi aspetti.

Così ho tentato la selezione per accedere alla ormai superata S.S.I.S. e ce l’ho fatta, ma era soltanto l’inizio di due anni faticosi, fatti di viaggi, di corsi pomeridiani quotidiani, di tesine, di esami, insomma, altri due anni di università, coronati da un Esame di Stato finale che mi ha dato il titolo abilitante per insegnare nella scuola statale italiana, in particolare nella secondaria di secondo grado, altrimenti detta scuola superiore.

Pensando che il grosso fosse fatto, mi sono inserita nelle graduatorie provinciali e ho atteso, nei primi tre anni, le chiamate per le supplenze d’istituto, visto che di incarico dal Provveditorato ancora non se ne parlava. Nel frattempo ho fatto master universitari di dubbio spessore, ma di onere gravoso, pur di assicurarmi un punteggio migliore, ho viaggiato per conseguire anche il titolo di sostegno, grazie al quale oggi non sono lavoro e sono un’insegnante più completa, ho continuato a seguire anche i miei interessi paralleli, frequentando un corso estivo molto formativo per insegnare italiano agli stranieri, nonostante non mi abbia dato punteggio alcuno, ma procurandomi almeno la soddisfazione di rappresentare, ancora una volta e con orgoglio, la cultura e la lingua italiana.

Oggi sono forse a metà del cammino che mi porterà ad essere assunta a tempo indeterminato, ma non è semplice accettare di vedersi passare gli anni davanti, con incertezza sempre maggiore, con decisioni ministeriali, qualunque sia il governo, da noi docenti vissute come improvvise e sfumate, sempre pronte a essere ripensate.

Non è facile andare in giro per le scuole della provincia, ogni giorno a decine di chilometri di distanza, e vedere invece che i privilegiati delle scuole paritarie, non soggetti ad alcuna selezione di merito, hanno il posto garantito ogni anno sotto casa, sebbene io non li invidi affatto.

Non è facile incontrare tanti alunni, sempre diversi, e dare tanto a ciascuno di loro, per poi cambiare ogni settembre e andare a scuola il primo giorno col cuore stretto in una morsa, pensando ai giovani volti che ho lasciato e che probabilmente quella mattina avrebbero voluto rivedere il mio di volto, per andare avanti insieme, su una strada già iniziata, ma puntualmente stroncata.

Roberta Pelagalli

[sa Il Messaggero]

Questa è la storia di Roberta. Perché ho scelto di pubblicarla? Perché, nonostante io sia stata più fortunata di lei, visto che sono entrata in ruolo a 25 anni dopo solo due anni (più qualche mese di supplenze fatte prima di laurearmi) di precariato, per certi versi ha molto in comune con la mia.

Confesso che, seppur non vi sia andata per motivi di studio e avessi solo 18 anni, nel Regno Unito ci sarei rimasta. Tuttora vorrei avere il coraggio di fare il concorso per insegnare all’estero (anche se il coraggio maggiore dovrebbe essere quello di lasciare la mia famiglia), ma mi sono sempre trattenuta pensando che, qualora lo vincessi, non avrei la garanzia di ottenere una cattedra a Londra o nel Regno Unito.

Anch’io, come Roberta, so cosa significhi studiare e studiare solo per “guadagnare” dei punti per poter ottenere un posto vicino a casa. La differenza è stata che io ero già di ruolo ma la mia cattedra era in montagna e avevo bisogno di avvicinarmi poiché, nel frattempo, avevo messo al mondo due bimbi.

Non ero precaria ma un posto nella mia città sembrava un miraggio. Nonostante i due figli e i corsi universiatri post laurea, non c’era speranza. Così dovetti affrontare prima dei viaggi (sostenendo spese folli per la baby sitter, tra parentesi), poi passare l’estate in attesa del bando per la richiesta dell’assegnazione provvisoria per un anno, fare la domanda, andare al sindacato, una, due, tre volte, e infine attendere l’inizio delle lezioni per poter avere qualche notizia.

Sono stata fortunata, lo ripeto. Ma anch’io, una volta ottenuta l’assegnazione provvisoria, ho provato cosa significhi affezionarsi a degli allievi che sperano di rivederti, per poi rimanere delusi, da entrambe le parti, perché non era affatto scontato che, anche ottenuta la stessa sede, si potessero avere le medesime classi. Spesso, infatti, il ritardo delle nomine ci faceva arrivare tardi, troppo tardi.

Ricordo la risposta di una delle mie graziose dirigenti (le donne-capo sono state la peggior esperienza della mia vita) alla mia domanda: “Che classi avrò?”, con il cuore che batteva a mille e i volti degli studenti che si affacciavano alla mia mente, uno ad uno. E ricordo la gentile risposta di quella meravigliosa creatura, ovvero la mia preside: “Le darò gli avanzi“. Da quel dì è iniziata la mia lite quotidiana con il colon irritabile.

E come potrei dimenticare l’umiliazione di passare davanti alla porta di una delle “mie” classi e vedere seduta in cattedra, al mio posto, una supplente? E la rabbia che mi è esplosa nel cuore, alla fine della lezione, quando sono andata da lei e a momenti ci prendiamo per i capelli perché lei, che ovviamente non aveva alcuna colpa, mi urla “sono dieci anni che faccio supplenza, non sono l’ultima arrivata” ed io rispondo, quasi urlando a mia volta, “Sono di ruolo, io, da sei anni!”, rivendicando il mio diritto a quella cattedra, non per anzianità ma per grado.

E quando al sindacato mi dissero che l’unica soluzione, secondo loro, era prendere un’altra abilitazione e sperare in un passaggio di cattedra. Così, dicevano, avrei potuto ottenere quel posto come definitivo. Già, quello in cui la gentile dirigente continuava imperterrita a darmi gli avanzi … ah, dimenticavo che, arrivata al suo cospetto la prima volta dichiarando di non avere ancora l’abilitazione per insegnare Latino al Liceo, pur essendo di ruolo da qualche anno, motivo per cui le chiedevo mi fossero assegnate solo classi di biennio, la genitl donzella ebbe un’esplosione di rabbia, mi ricacciò nelle mani il foglio di nomina e mi rimandò dritta dritta al Provveditorato.

Lì scoppiò una specie di rivoluzione: telefonate di qua e di là – mancava solo chiamassero il ministro dell’Istruzione -, tutto un “Lei deve …”, “Ma sta scherzando? Come si permette di rimandarci la signora con la nomina in mano?” e “Be’ allora magari le diamo quelle tre classi di biennio e poi le facciamo completare la cattedra alle magistrali”. Ecco, tutto stabilito, ovviamente senza interpellare me che stavo davanti alla scrivania dell’impiegata del Provveditorato allibita e sempre con quel foglio di carta in mano. Così, per essere stata onesta, mi sono beccata due sedi, quattro classi, spezzoni di qua e là, riunioni moltiplicate per due scuole … Ricordo che una sera, verso le nove, stavo lavando i piatti e continuavo a sentirmi strana, come se ci fosse qualcosa che mancasse, un tassello in meno in quella giornata faticosa, una delle tante. Poi, d’un tratto, l’illuminazione! Avevo dimenticato il collegio docenti della seconda scuola. Era fissato per le 18 e 30 e, proprio perché a quell’ora ci sarebbe stato mio marito a casa, non avevo chiamato la baby sitter. I miei impegni, infatti, erano associati alla sua persona: arrivava lei, me ne andavo io.

Infine, l’ultimo sforzo: la terza abilitazione. Corso, esami, studio matto e disperatissimo alla Leopardi dalle dieci di sera alle tre di notte, otto caffè al giorno, preghiera alla madonna ogni sera ché i miei figli si addormentassero ad un’ora decente e non si svegliassero mentre studiavo. E quella sensazione, al mattino dopo, di andare a scuola senza avere la più pallida idea di cosa dovessi fare. Per fortuna ho sempre amato il mio lavoro e la fatica non mi ha mai fatto stramazzare al suolo. Arrivavo in classe, chiudevo la porta e tutto era dimenticato, a parte gli argomenti su cui avrei fatto lezione.

Ecco questa è la mia storia, almeno una parte di essa. Ad otto anni dalla mia immissione in ruolo ho potuto finalmente smettere di viaggiare, cambiare scuola o allievi ogni anno, studiare … almeno, non avevo più titoli da acquisire per avanzare in graduatoria, potevo finalmente scegliere i tempi per studiare, uno studio – passione che, comunque, non ho mai abbandonato.

Io auguro a Roberta di “sistemarsi” in fretta e apprezzo soprattutto un passaggio della sua lettera, quando scrive: ma non è semplice accettare di vedersi passare gli anni davanti, con incertezza sempre maggiore, con decisioni ministeriali, qualunque sia il governo, da noi docenti vissute come improvvise e sfumate, sempre pronte a essere ripensate.

Perché le colpe non sono mai di una persona sola. Le si attribuirebbe più importanza di quanto in effetti meriti.

BOCCIATURA ALLIEVI CON TROPPE ASSENZE: PER IL CODACONS E’ ILLEGITTIMA

Come è noto, il MIUR, attraverso la la circolare n.4 del 20 marzo 2011 ha chiarito che, per la validità dell’anno scolastico e l’ammissione degli studenti della scuola secondaria di I e II grado, è necessaria la frequenza del 75% del monte orario annuale. Sono, tuttavia, previste delle deroghe su cui il ministero si limita a dare dei suggerimenti. Si potrà, infatti, a discrezione dei singoli Collegi dei Docenti, tener conto delle assenze motivate da:

1. problemi di salute adeguatamente documentati
2. terapie e/o cure programmate
3. donazioni di sangue
4. partecipazione ad attività sportive e agonistiche organizzate da federazioni riconosciute dal Coni
5. adesione a confessioni religiose per le quali esistono specifiche intese che considerano il sabato come giorno di riposo.

Per quanto riguarda il punto 3, credo il problema non sussista in quanto per la donazione (solo per gli allievi maggiorenni) si possono perdere al massimo due mattinate per gli studenti maschi e una per le femmine. Quanto al punto 5, si potrebbe aprire un dibattito, visto che il sabato è una giornata “sacra” per gli ebrei, ad esempio, ma il venerdì lo è per i musulmani che, a quanto pare, sono gli immigrati più numerosi e anche abbastanza prolifici. Accogliere il suggerimento del MIUR, a questo punto, sembrerebbe discriminante.

In ogni caso, le deroghe saranno applicabili «a condizione, comunque, che tali assenze non pregiudichino, a giudizio del consiglio di classe, la possibilità di procedere alla valutazione degli alunni interessati».

Detto questo, sembra non ci sia più nulla da discutere. A parte la presa di posizione della Rete Studentesca che, come ho scritto QUI, ha intenzione di presentare una class action contro il MIUR.

Ma a mettere i bastoni fra le ruote al ministro Mariastella Gelmini ci pensa ora il Codacons. L’associazione consumatori obietta, infatti, che «la giurisprudenza italiana ha sempre annullato le bocciature basate sulle assenze: le malattie e le assenze giustificate non possono mai portare alla bocciatura, in quanto “la scuola deve perseguire l’obiettivo della formazione e non già quello della punizione, con la debita considerazione di temporanee situazioni contingenti che possano aver influito negativamente sul profitto” (in tal senso si veda Tar Puglia, 8 marzo 2010; Tar Firenze, n. 628/2007)».

Per il Codacons, dunque, la disposizione presente nella circolare n.4 del 20 marzo 2011 «non può trovare applicazione pratica, in quanto già bocciata dai giudici». Pare legittimo, quindi, da parte dell’associazione «intentare ricorso al Tar del Lazio per ottenere la sospensione del provvedimento».

E la storia continua …

[Fonte: Tuttoscuola.com; immagine tratta da questo sito]