ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

C’è forse eroe più amato di Ulisse? Fin dai tempi delle elementari, ognuno di noi lo ha ammirato. Ne abbiamo apprezzato le molteplici doti … eppure c’è un aspetto che, almeno per quel che riguarda le memorie scolastiche, non è mai stato messo in luce a dovere. Volete scoprire qual è?

Marisa Moles's Weblog


Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da

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DIDONE: AMORE E MORTE

PREMESSA: la parte che segue conclude la trattazione dell’episodio dell’Eneide che vede protagonisti Enea e Didone, il loro amore e la fine della sfortunata regina. Per completezza, invito i lettori a leggere prima le seguenti parti: ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO, DIDONE INNAMORATA e ENEA E DIDONE: IL CONNUBIO.
Questo è anche il post che conclude le mie Pagine d’Epica, in attesa d’ispirazione per scriverne altre. 🙂


Amor ch’a nullo amato amar perdona recita Dante nel V canto dell’Inferno (cfr. v.103). Di certo la povera Didone non poteva aver presente il verso del sommo poeta, ma in fondo il concetto non ha età: chi ama e non è ricambiato semplicemente si dispera.

La sofferenza di Didone, nel vedersi abbandonata dal troiano, è comprensibile; certo, guai se tutti gli amori non corrisposti avessero come epilogo il suicidio dell’amante disilluso! Ma è evidente che l’atteggiamento degli innamorati traditi non è univoco: perlopiù si tende a convincersi che “morto un papa, se ne fa un altro”. Didone, tuttavia, non è di questo parere.
Secondo me nella vicenda della regina gioca un ruolo importante l’orgoglio. Sembra quasi che, nel momento in cui si rende conto che il suo amore se ne sta andando, la sua mente acquisti di colpo un briciolo di lucidità. Attenzione, però: solo in un primo momento e poi la consapevolezza di essere stata ingannata non la trattiene dal tentativo di convincere Enea a rimanere con lei. Ecco come Virgilio descrive questo momento:
Ma presentì la regina (chi può mai ingannare chi ama?)
quell’inganno e per prima cosa intuì quel che c’era nell’aria,
lei che temeva ogni cosa pur certa. E ancor l’empia Fama
a lei sconvolta ridice che s’arma la flotta e s’appronta
il viaggio. Smania smarrita di mente; folle d’amore
corre furiosa per tutte le strade
[…] (IV, vv. 296-301)
È proprio vero: come si fa ad ingannare chi è innamorato? Insomma, certe cose si percepiscono epidermicamente, la “puzza” del tradimento si avverte lontano un miglio. Oddio, Enea non è un vero e proprio traditore, nel senso che non scappa con un’altra donna; ma è pur sempre un fedifrago, nel momento in cui, pur con un nobile fine, si affretta ad abbandonare in lacrime la donna con la quale aveva condiviso i “mutui piaceri” ed il “turpe diletto”.
Didone, però, non molla; ferita nell’orgoglio, affronta il suo “nemico”:
Hai sperato, o perfido, anche di dissimulare
sì grande infamia e in silenzio partirtene dalla mia terra?
Non l’amor nostro né la destra che un dì ci stringemmo
né ti trattiene Didone, votata a morte crudele
? (IV, vv. 305-308)

Gli ricorda poi che nemmeno la stagione è la più adatta per prendere il largo: in pieno inverno, con l’Aquilone (il vento) che soffia e spesso porta con sé piogge e burrasche. Insomma, Didone non lo dice espressamente, ma è un po’ da idioti partire così, in fretta e furia. Anzi, lei è convinta che Enea non avrebbe il coraggio di andarsene per mare con tali previsioni meteorologiche nemmeno se si dovesse recare a Troia, se la città fosse ancora in piedi. Perché, dunque, parte? Perché evidentemente è stufo di lei, il suo amore gli è venuto a noia. Una donna innamorata che altro può pensare? In queste circostanze ci si attacca ad un lumicino di speranza e si inizia a pregare:
Me dunque fuggi? Per queste mie lacrime, per la tua destra […]
Per il nostro connubio e le nozze appena agli inizi,
se un po’ di bene ti feci o se alcuna dolcezza tu avesti
di me, ti prego, abbi pietà di una casa che crolla,
se ancora posso pregarti, e abbandona un tale pensiero
. (IV, vv. 314-319)
La regina ormai è furibonda, il dolore la rende pazza, lo stesso effetto che su di lei, qualche tempo prima, aveva avuto l’amore. A questo punto si chiede chi sia l’uomo che sta fuggendo via da lei. Un marito? No di certo. Solo un ospite e nemmeno tanto cortese. Anzi, Enea con la sua fuga nottetempo infrange il sacro vincolo dell’ospitalità, sacrilegio senza pari per i Greci.
A chi mi abbandoni morente, ospite? Invero
questo sol nome rimane da quello già di marito.
Che aspetto? Che mio fratello Pigmalione distrugga
questa città? O che Iarba getulo mi tragga sua schiava?
(IV, vv. 323-326)

Di tutt’altro avviso il pio Enea. Marito? Macché mai!
Si dispiace? Si dispera? Chiede umilmente scusa? Niente di tutto ciò, anche se Virgilio scrive che a fatica premeva nel cuore l’affanno. Non è un affanno dovuto all’amore, è piuttosto l’emozione difficile da domare, quella che si sente, diciamolo chiaramente, quando si sa che si deve “sputare il rospo”. Nella sua risposta, non solo non prova a giustificarsi, ma non si trattiene nemmeno dal “piazzare dei colpi bassi” che solo la forza di volontà permette a Didone di incassare. Ma forse lei sta già pensando all’epilogo della storia.
Certo, Enea non si esime dal ricordarle i suoi meriti e le assicura che si ricorderà di lei finché avrà vita. Peccato, però, che la chiami “regina” e che il tono sia più ossequioso che altro. Non dà voce, Enea, alle proprie emozioni perché non ne ha. Ma se non può esprimere sentimenti che non prova, potrebbe almeno risparmiarsi di dirle, senza troppi complimenti:
Non io celarti di furto sperai questa fuga, non crederlo,
né mai offerte di nozze ti feci o fermai tali patti
con te
. (IV, vv. 338-340)
Ecco il nodo della questione: Enea non ha mai riconosciuto il “connubio” avvenuto nella grotta. Insomma, è come se Didone avesse fatto tutto da sola! Definizioni a parte, come fa il disgraziato a scaricare sulla poveretta ogni responsabilità? Non contento, subito dopo rincara la dose: con molta onestà, ma davvero poco tatto, le assicura che se il Fato gli permettesse di essere arbitro della sua vita, vorrebbe vivere ancora a Troia. Però la sua meta ora è un’altra: è l’Italia e quindi perché mai la regina vorrebbe ostacolarlo nel suo viaggio “fatale”? Alla fine sembra chiederle pietà:
Non straziare più ancora me e te col tuo pianto,
non di mia volontà io cerco l’Italia
. (IV, vv. 360-361)
Insomma, continua a crearsi l’alibi, per non ammettere che, nonostante l’invito divino, sia in fondo contento di andarsene. Il Fato è sì ineluttabile, ma in ultima analisi si può affermare che questa fuga sia alquanto propizia.

Se nella prima parte del colloquio la regina cerca di dominarsi, al tono di rimprovero alterna quello di supplica, ora dà libero sfogo alla sua rabbia. Innanzitutto gli rinfaccia di avere un cuore insensibile, neanche fosse nato nel Caucaso e allattato dalle Tigri ircane. Poi si toglie definitivamente la maschera:
Ma che dissimulo più? A che oltraggi più gravi mi serbo?
Forse un gemito ha tratto al mio pianto, mi ha volto uno sguardo?
Lacrime forse ha versate commosso? O sentito pietà
di me che l’amo?Qual onta peggiore? Non guardano i fatti
con occhi giusti, non più, né Giunone potente né Giove
. (IV, vv. 367-372)
L’insensibilità di Enea è accostata al comportamento iniquo della coppia divina: lei lo ha accolto naufrago, ha risparmiato a lui e ai compagni una morte sicura, ha reso il troiano partecipe del suo regno e che cosa ha avuto in cambio? Esplode, a questo punto, la rabbia di Didone e la consapevolezza della pazzia che le ha impedito di guardare in faccia la realtà. Ma del resto, quanto può importarle la missione di Enea? Perché mai dovrebbe comprendere la situazione, visto che l’uomo amato le è stato accanto fino a quel momento, le ha fatto credere di contraccambiare il suo sentimento e si è crogiolato nel lusso del suo palazzo? È limpida, Didone, tanto quanto Enea è torbido. E allora, cos’altro può meritarsi, lui, se non una punizione?
Ma spero che tra gli scogli il castigo ne patirai,
se i giusti numi han qualche potere, e tu spesso Didone
per nome invocherai. Seguirò con funeree faci
da lungi; e quando la fredda morte divise dall’anima
avrà le membra, dovunque t’apparirò come spettro
. (IV, vv. 382-386)

Presagio funesto nelle parole della regina. Basterà a commuovere il troiano? Lo farà desistere dall’intraprendere il viaggio verso l’Italia? Ma certo che no. E mentre lui si prepara a salpare, la poveretta si pone un sacco di interrogativi: dovrà, una volta deposto l’orgoglio, chiedere le nozze ai vecchi pretendenti, Iarba in primis? La vita di una donna, seppur seduta sul trono regale, è difficile. Un uomo accanto le darebbe sicurezza. Allora forse deve implorare Enea di portarla con sé? No, non sarebbe questa la decisione ottimale, non potrebbe mai costringere il suo popolo a seguirla ancora una volta e non è proprio il caso che abbandoni, ingrata, i suoi sudditi fedeli.
Dignità, orgoglio, patriottismo fluiscono sull’onda di quesiti ironici e assurdi per confluire, tutti assieme, ad un’unica soluzione possibile, la morte:
Muori, piuttosto, lo meriti, e scaccia il dolore
col ferro
. […]
Non volle il fato che, priva di nozze, traessi la vita
senza colpa, qual fiera, e immune da simili affanni;
e violata ho la fede giurata a Sicheo sulla tomba
. (IV, vv. 547-548 e 550-552)

Ecco che le si riaffaccia alla mente il ricordo del tradimento perpetrato ai danni, si fa per dire, del marito Sicheo. Una fedeltà, a quelle ceneri, giurata e non mantenuta. A prima vista parrebbe che la morte, così tante volte preannunciata, possa costituire la giusta vendetta nei confronti del fuggiasco. E invece no, è orgogliosa, Didone, è forte, non si abbandonerebbe mai ad un siffatto atto di debolezza. Lei vuole morire, sì, ma sperando che il suo suicidio abbia l’effetto boomerang: non danneggerebbe lei, anzi, le darebbe l’occasione di ricongiungersi per sempre all’amato marito fenicio; sarebbe piuttosto un atto che gli dei farebbero scontare al popolo che da Enea, giunto nel Lazio, discenderà: quello dei Romani.

Mentre guarda da lontano le navi troiane che procedono a vele spiegate, sconsolata la donna rimpiange, ormai invano, le azioni incompiute: non ha impedito che Enea si prendesse gioco di lei, ed ora non può di certo spronare il suo popolo ad attaccare l’uomo cui aveva affidato lo scettro e che ora chiama straniero e nemico. E’ troppo tardi, lo sa, per vendicarsi personalmente, è troppo tardi semplicemente perché i mali che lui ha commesso solo ora la offendono:
Sarebbe stato assai meglio che ti fossi sentita
offesa così nell’ora cui gli affidavi lo scettro.
Eccola la lealtà di uno che dicono che rechi
con sé i patrii Penati, di uno che avrebbe portato
sulle spalle, pietoso, il padre vinto dagli anni
. (IV, vv. 723-727)

Pur nella tragicità del momento, Didone non può fare a meno di ricorrere all’ironia e noi non possiamo far altro che condividere questa sua osservazione. L’uomo così devoto, così pietoso nei confronti del padre e della patria, non solo non sa esserlo nei riguardi di colei che gli ha salvato la vita e attribuito tutti gli onori, ma non è nemmeno capace di dimostrarsi leale. Certo, Enea si trova di fronte ad un bivio: da una parte la strada da percorrere è quella indicata dagli dei, dall’altra la via è quella che il suo cuore o per lo meno un doveroso debito di riconoscenza dovrebbero suggerirgli di intraprendere. Le due opzioni, però, si escludono a vicenda: obbedendo al volere divino si rende nemica Didone, seguendo l’istinto suscita l’inimicizia dell’Olimpo. Ora, non per difenderlo, ma mettendoci nei suoi panni e sapendo quanto irascibili siano gli inquilini del divino monte, non possiamo biasimarlo per la scelta fatta. Diciamo pure che si tratta di una scelta condizionata: se non si fosse comportato così non sarebbe stato “pio”. D’altronde non sa, il povero Enea, quanto possa diventare feroce una donna innamorata appena abbandonata. L’universo femminile, con le sue sfaccettature, non doveva essere profondamente conosciuto da un pover’uomo sempre alle prese con armi e navi.
E poi, come avrebbe potuto credere che quella nobile e delicata creatura che aveva affidato il suo cuore, il suo corpo e il suo regno al naufrago infelice qual era, appena raggiunta la spiaggia di fronte a Cartagine, potesse diventare crudele al punto da escogitare vendette e scagliare maledizioni?

Ma ormai Didone ha deciso: la morte è l’unica soluzione, una colpa che il fedifrago non solo sconterà personalmente ma riverserà anche sul suo popolo ancora ignaro.
Se è scritto nel destino che quell’infame tocchi
terra ed approdi in porto, se Giove vuole così,
se la sua sorte è questa: oh, almeno sia incalzato
in guerra dalle armi di gente valorosa
e, in bando dal paese, strappato all’abbraccio di Julo,
implori aiuto e veda la morte indegna dei suoi,
e, dopo aver firmato un trattato di pace
iniquo, non goda il regno né la desiderata
luce, ma muoia, in età ancor giovane
e rimanga insepolto su un’arida sabbia
! (IV, vv. 744-753)
Una maledizione in piena regola, non c’è che dire, ma del resto noi sappiamo che si tratta di profezie post eventum e sappiamo anche come andranno le cose al povero Enea: approderà nel Lazio, la terra promessa, ma dovrà combattere contro i Rutuli di Turno per poter sposare Lavinia, figlia del re Latino. Poi, in onore della consorte, fonderà Lavinium di cui diventerà re; dopo quattro anni di regno, però, l’eroe sparirà tra lampi e tuoni durante una battaglia contro gli Etruschi presso il fiume Numicio. Successivamente apparirà in sogno al figlio Ascanio e gli rivelerà di essere stato trasportato nell’Olimpo e assunto tra gli dei.
Insomma, la donna non perdona, gli dei sì.

Ma torniamo a Didone. Come metterà a segno l’insano proposito? Una bella pugnalata in pieno petto, da vera donna che non teme nulla, nemmeno la morte. Il tutto senza rinunciare alla maledizione che vedrà vittime Enea e i suoi discendenti:
E infine voi, miei Tiri, perseguitate la stirpe
di lui, tutta la sua discendenza futura
con odio inestinguibile: offrite questo dono
alla mia povera cenere. Nessun amore ci sia
mai tra i nostri due popoli, nessun patto. Ah, sorga,
sorga dalle mie ossa un vendicatore, chiunque
egli sia, e perseguiti i coloni Troiani
col ferro e col fuoco, adesso, in avvenire, sempre
finché ci siano forze! Io maledico, e prego
che i lidi siano nemici ai lidi, i flutti ai flutti,
le armi alle armi: combattano loro e i loro nipoti
. (IV, vv. 755-765)

Le parole della regina sono più che esplicite, almeno per noi che conosciamo i fatti. Se consideriamo che Ascanio, con il nome di Julo, fonderà Albalonga dando origine alla stirpe primigenia romana, detta appunto Julia, è chiaro il riferimento all’odio che nascerà tra i Punici e i Romani. In quanto al vendicatore, chi potrà mai essere se non Annibale? Certo, la storia ci insegna che le guerre puniche, seppur lunghe e sanguinose, saranno vinte dai Romani. Anzi, la vera forza, la grandezza del popolo latino trova origine e conferma proprio nelle guerre sostenute contro Cartagine.
Questo, però, Didone non lo può sapere e in fondo si auspica che la persecuzione continui finché ci siano le forze.
Mi piace credere che anche negli ultimi attimi della sua vita, Didone, in fondo, ami ed odi allo stesso tempo colui che l’aveva resa felice con il suo arrivo e l’aveva gettata nella disperazione più nera con la sua partenza. La fine arriva tra atroci tormenti e noi non possiamo fare a meno di commuoverci:
Didone
mentre cerca di alzare gli occhi che non riuscivano
a stare aperti sviene; la ferita profonda
nel petto stride. Tre volte riuscì a levarsi sul gomito,
tre volte ricadde sul letto: nell’alto cielo cercò
con gli occhi erranti la luce, vedendola gemette
. (IV, vv. 835-840)
Poi Giunone, pietosa, manda Iride a porre fine alla lunga agonia della regina, recidendo il capello sacro a Dite.

Enea, intanto, a bordo della nave che ormai si allontana dalle coste africane, vede il chiarore causato dal rogo che la regina aveva fatto preparare per un sacrificio a Plutone, signore degli Inferi. Uno spettacolo tutt’altro che rassicurante. Sarà forse per scongiurare i tristi presagi che Enea, durante la visita agli Inferi, tenta di riscattarsi, di giustificare il suo comportamento e di esprimere il suo rammarico non appena vede che con la ferita ancor fresca, Didone fenicia / errava nella gran selva (cfr. VI, vv. 450-451).
Solo adesso l’uomo è capace di rivolgersi alla regina come lei, forse, avrebbe voluto un po’ di tempo prima:
non trattenne le lacrime e con dolce affetto le disse:
“Infelice Didone, pur vero mi giunse l’annunzio
ch’eri spenta e che avevi col ferro cercata la fine?
Di morte, ahi, causa ti fui? Per le stelle, per i Celesti
giuro, e per quanto di sacro v’è sotto la terra profonda:
a malincuore, o regina, m’allontanai dal tuo lido
.
[…] credere io non potevo
di darti con la partenza questo dolore sì grande
”. (VI, vv. 455-460 e 463-464)

Ma come? Di fronte a Didone affranta dal dolore che lo supplicava di non partire, lui aveva dimostrato di possedere un cuore di pietra, ricordandole che Apollo gli aveva indicato l’Italia come futura patria. Anzi, riferendosi alla nostra penisola, Enea aveva precisato: questo il mio amore (cfr. IV, v. 346). Non amore in carne ed ossa, dunque, ma amore fatto di terra ed acqua. Ora, forse, l’ombra dell’infelice gli incute più timore, ora non tiene gli occhi immoti, ora prova della pietà che allora non aveva saputo rivelare.
Ma Didone, ormai in pace con se stessa e con Sicheo che la morte le ha ridato e che corrisponde al suo affetto e d’egual amore la ricambia (cfr. VI, v. 474), rimane impassibile di fronte all’ex marito, non si cura di lui ma altrove rivolta, a terra fissava lo sguardo (cfr. VI, v. 469). Ecco che i ruoli si sono ribaltati: lo sprezzo che Enea aveva manifestato durante l’ultimo colloquio con la regina supplicante ora si legge negli occhi di lei. Nell’Oltretomba la donna non ha più bisogno di parlare, tace perché il silenzio ferisce, talvolta, più delle parole. Allora aveva detto anche troppo, inutilmente, ora le parole non servono, l’irreparabile è già avvenuto, l’obiettivo è già stato raggiunto: Enea l’avrà per sempre sulla coscienza, senza parlare di tutta la serie di disgrazie gravanti, come già detto, sulle generazioni future. È inutile che lui insista ora per avere un colloquio, visto che quando ella era ancora in vita a quel colloquio lui si era voluto sottrarre velocemente, adducendo pretesti (gli dei non possono mica aspettare!).

Nonostante egli cerchi di lenire quell’anima / indignata, ancor torva negli occhi, mentre egli piangeva (cfr. VI, vv. 467-468), lei ostile di lì si ritrasse (v.473) per raggiungere l’amato Sicheo. Come allora l’aveva squadrato da capo a piè, così ora, pur ancora torva negli occhi, lo ignora, lasciandolo affranto ma commosso […] dall’acerba sorte di lei / da lungi la segue tra le lacrime, e, mentre ella va, la compiange (vv. 475-476).
Ma chi compiange? Per chi ora versa lacrime? Sono quelle che noi chiamiamo lacrime di coccodrillo, a che servono ora? Se osserviamo la sdegnosa noncuranza di Didone, l’atteggiamento di Enea ci pare decisamente patetico e fuori luogo. Probabilmente le sue lacrime servono a scaricare la tensione accumulata (i viaggi, si sa, sono stressanti), ma siamo un po’ lontani dall’interpretare quel pianto come espressione di un sincero pentimento. Ma poi, chi vuole che lui si penta? Caso mai speriamo che il rimorso lo tormenti più a lungo possibile. Io sinceramente sono contenta che Didone abbia ritrovato la serenità e che consideri la sua storia con Enea un brutto episodio, da dimenticare, della sua breve vita.

[immagini e relativi link: La morte di Didone, Peter Paul Rubens, 1630, museo del Louvre (particolare); “Didone ed Enea”, Giambattista Tiepolo, Palazzina della Villa Valmarana ai Nani; “La morte di Didone”, Giambattista Tiepolo]

ENEA E DIDONE: IL CONNUBIO


Che non sia la sposa predestinata di Enea, Didone evidentemente non lo sa. Ma ormai la passione non le dà tregua:
Intanto la regina,
già da tempo piagata
da profonda passione, nutre nelle sue vene
la ferita e si strugge di una fiamma segreta
. (l.IV, vv.1-4)
Didone, dunque, non è felice, è piagata da profonda passione, soffre per quella malattia che si chiama amore. Già Aristotele aveva classificato l’amore nell’ambito delle malattie, anzi lo considerava un male gravissimo perché porta alla pazzia. Non si dice ancora oggi “è pazzo d’amore” o “è innamorato pazzo”? Perché mai, dunque, sin dai tempi antichi amore e pazzia formano un binomio indissolubile? Perché nell’antichità la sede delle facoltà mentali non era considerata il cervello (ricordate che gli antichi egizi, mentre procedevano all’imbalsamazione, estraevano la massa cerebrale del defunto e la buttavano nella spazzatura?), bensì il cuore. L’amore colpisce al cuore e, diciamo noi, offusca la mente, quindi è inevitabile che prima o poi la passione porti alla pazzia. Sta a noi, alla nostra razionalità, stabilire qual è il limite e non oltrepassarlo. Ma chi è, come Didone, perdutamente innamorato, non ha la possibilità di ragionare.

La regina, tuttavia, possiede ancora un barlume di ragione anche se le serve per lasciarsi logorare da un dubbio:
Se non avessi deciso irrevocabilmente
di non voler mai più sposarmi con nessuno
dopo che il primo amore se l’è preso la morte
[…]
avrei forse potuto cedere a quest’unica colpa. (l.IV, vv.21-23 e 25)
La promessa fatta sulle ceneri di Sicheo la tormenta e di questi dubbi rende partecipe la sorella Anna, personaggio marginale all’interno del poema, ma che qui riveste un ruolo determinante. Ella, infatti, molto meno passionale e molto più pratica, senza mezzi termini le fa capire che la promessa di fedeltà al defunto è alquanto ridicola:
Credi che questo importi alla cenere e all’Ombra
di chi è morto e sepolto
? (l.IV, vv.44-45)
Il concetto, che Foscolo riprenderà con successo nei Sepolcri, è più che mai condivisibile. Certo, a chi è morto non importa nulla di ciò che succede sulla terra, ma nell’antichità questa convinzione non era molto diffusa perché con il modo dell’Oltretomba i vivi avevano un rapporto molto stretto: come minimo i fantasmi apparivano attraverso sogni e visioni per tormentare chi morto non era. Didone, forse, teme ciò, si preoccupa per il fatto che il rischio di un’intromissione da parte del marito defunto sia reale. Immaginatevi quale figuraccia avrebbe fatto nei confronti di Sicheo!
C’è da aggiungere che, per la stessa nobile causa, aveva già respinto Iarba e il matrimonio con lo straniero potrebbe avere anche delle ripercussioni nei rapporti di buon vicinato. Anna, però, non sembra preoccupata, anzi sostiene che, a maggior ragione, alla sorella convenga unirsi ai Troiani, formare con loro un solo popolo. Per di più dall’unione potrebbe nascere anche una gloria futura degli stessi Punici:
Che gran città vedrai sorgere, o sorella, che regni
da un tale matrimonio! Con le armi dei Teucri
a fianco, in quante imprese si leverà la gloria
dei Punici
! (l.IV, vv.61-64)

Insomma, Anna è davvero convincente. È una donna forte, un po’ calcolatrice, se vogliamo, ma quanto a carattere, non è da meno a molti eroi che, sotto la corazza, nascondono un animo debole. La logica del suo discorso convince anche Didone, ma l’aver allontanato per il momento il dubbio tormentoso della mancata fede alla parola data, non la rasserena più di tanto. Per descrivere il suo stato d’animo, Virgilio ricorre ad una similitudine molto efficace:
La fiamma le divora le tenere midolla
e sotto il petto vive una muta ferita.
L’infelice Didone arde ed erra furiosa
per tutta la città, come una cerva incauta
che –dopo averla inseguita con le frecce- un cacciatore
tra le selve di Creta di lontano ha ferito
con un’acuta saetta, lasciando senza saperlo
confitto nel suo fianco il ferro alato. Lei
corre in fuga, affannata, per le foreste e le balze
dittèe, recando infitta nel fianco la canna mortale
. (l.IV, vv.85-94)
La similitudine, però, non è originale: già Apollonio Rodio, nelle Argonautiche, paragona Medea, innamorata di Giasone e timorosa della punizione paterna per aver aiutato il “nemico”, ad una cerbiatta atterrita dall’abbaiare dei cani. Certo, in Virgilio, il motivo è quello della ferita d’amore: non è forse vero che il simbolo della passione amorosa è il cuore trafitto da una freccia? Resta il fatto che lo strale in questione è quello di Cupido e dovrebbe essere indolore. Ma chi può negare che la freccia porti, talvolta, delle conseguenze inattese? Ritorna, quindi, il motivo del “mal d’amore”. La passione è qui identificata con la fiamma che divora le tenere midolla e sotto il petto, guarda un po’, vive una muta ferita. Anche il motivo della fiamma non è originale. Saffo, poetessa greca dalle dichiarate tendenze omosessuali, recitava: Serpe la fiamma entro il mio sangue ed ardo. (Ode Saffica Quei parmi in cielo fra gli dei …, traduzione di Ugo Foscolo, v.9). Ma come se ciò non bastasse, l’innamoramento annulla ogni facoltà, ogni sensazione:
More la voce, mentre ch’io ti miro,
sulla mia lingua
[…]
un indistinto tintinnio m’ingombra
gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
torbida l’ombra
, […]
e smorta in viso come erba che langue,
tremo e fremo di brividi
…( ibidem, vv. 6-10)
Insomma, chi è innamorato non ha più voce per parlare, non sente altro che un tintinnio nelle orecchie, ha la vista annebbiata, è pallido come un cadavere e trema. Beh, non c’è da stupirsi che Aristotele identificasse nell’amore una malattia. Del resto, alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha provato tali sensazioni! La nostra Didone non è da meno:
Ora conduce Enea con sé per le vie, […]
Vuol parlargli e la voce a mezzo s’arresta:
ora, al cader del giorno, desidera uguale il convito
e chiede, insana, di udire ancora i travagli di Troia
e, mentre egli narra, ancora ella pende dalle sue labbra
. (l.IV, vv.74 e 76-79)

Come si fa a vivere così? Pensate quale idea si faccia Enea della regina, come minimo si chiede se ha qualche problema di arteriosclerosi! Lui non è ancora pervaso dalla fiamma d’amore, anzi per la verità non lo sarà mai, anche se non disdegna la convivenza more uxorio.
La cosa più grave è che, a causa di questa insana passione, Didone trascura i suoi doveri di regina e pare che, senza la sua guida, il popolo cartaginese non sappia fare un granché:
Cominciate,
non crescono le torri, la gioventù non si esercita
nelle armi né i porti allestisce o bastioni sicuri
in caso di guerra: restano le opere a mezzo interrotte
. (l.IV, vv.85-88)
È chiaro, anche a Giunone, che così non si può andare avanti. La dea, fieramente ostile ad Enea ma cosciente di trarne un vantaggio, propone a Venere un business: favorendo il matrimonio tra i due, Enea se ne starebbe lontano dagli italici lidi dove né Giunone né Venere vogliono che arrivi. Detto, fatto: si decide che il connubio avvenga il giorno seguente.


Durante una battuta di caccia, complice un temporale, i due si ritrovano insieme in una caverna che, guarda caso, funge da rifugio ad entrambi. Di fronte all’esaudirsi dei suoi desideri, noi potremmo pensare che la regina sia al settimo cielo; invece, fin dall’inizio, il coronamento del sogno viene descritto come una colpa. In realtà è Virgilio, narratore onnisciente, che, sapendo come la vicenda si evolverà, descrive così il connubio:
Fu quello il primo giorno di morte e l’origine prima
d’ogni sventura; non bada al suo decoro Didone,
né alla sua fama e non più vagheggia un amore furtivo;
lo chiama connubio, vela con questo nome la colpa
. (l.IV, vv.169-172)
Perché il fatto assume una connotazione tanto negativa? Perché si sa che l’unione con Enea non è destinata ad avere un futuro, si sa che Didone morirà suicida. L’unica a non saperlo è proprio la regina né ha piena coscienza di aver appena preso una decisione a scapito del suo buon nome. Però, dico io, se è vittima di una congiura divina tramata alle sue spalle, cosa può fare? La mente offuscata dall’amore non le permette nemmeno di immaginare i risvolti del suo gesto: infatti, la Fama si affretta a diffondere la notizia, distorcendone i contorni. Naturalmente le chiacchiere giungono alle orecchie dello sposo respinto, Iarba, che va su tutte le furie. D’altronde, come possiamo dargli torto? La sua proposta di matrimonio era stata rifiutata, anche se a buon diritto visto il comportamento burlone, e poi Didone si unisce al primo che capita, senza nemmeno conoscerlo!

La vita matrimoniale dei due è riassunta dall’autore in pochi versi, in riferimento alle voci che si erano diffuse per tutta la Libia:
[la Fama] narrava:
ch’era lì giunto Enea, di sangue troiano, che a lui
come a sposo or si degna d’unirsi la bella Didone;
or tutto l’inverno si godono in mutui piaceri,
obliosi del regno e presi dal turpe diletto
. (l.IV, vv.190-194)
Non dobbiamo stupirci che il moralista Virgilio si esprima con tali termini. Sarà forse l’uso di queste tinte forti ad aver influenzato Dante nella stesura del V canto dell’Inferno? Infatti, giunto nel secondo cerchio, quello dei lussuriosi, chi vi trova? Colei che s’ancide amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo (Inferno, V, vv.61-62). Naturalmente si tratta di Didone che dal poeta fiorentino viene collocata proprio qui; visto che anche il suicidio è un peccato grave (i suicidi sono relegati nel secondo girone del settimo cerchio), perché non far precipitare la regina fin laggiù? Perché, evidentemente, la sua colpa più grave è quella di essersi abbandonata a cieca passione. Ella si trova in buona compagnia: fra i lussuriosi troviamo anche Cleopatra, Elena e Paride, che certamente non potevano mancare, persino Achille, accusato di essersi lasciato vincere dall’amore per Polissena, e, naturalmente, Paolo e Francesca che incarnano il prototipo stesso della lussuria. Ma Enea dov’è? Non qui perché, pur non avendo fatto nulla per ostacolare il connubio e pur avendo trascorso l’inverno abbandonato ai mutui piaceri, non è lussurioso. Non condivide, quindi, questa colpa con Didone; sembra che Dante lo voglia discolpare perché vittima delle circostanze (come se Didone non lo fosse!). Per il sommo poeta Enea non ha colpe, tranne quella, inconsapevole, di essere pagano: lo colloca, infatti, nel Limbo, abitatore del nobile castello, coinquilino di molti altri eroi, poeti e filosofi. L’elenco è lungo: tra gli altri troviamo delle vecchie conoscenze, come Omero ed Ettore. D’altra parte, se consideriamo che Virgilio funge da guida nel regno dei peccatori, se non altro in suo ossequio era doveroso che Dante collocasse tra i grandi pagani il protagonista dell’Eneide. Inoltre, il vate doveva aver compreso che il poeta latino non nutriva una gran simpatia per Didone giacché non viene per nulla riscattata dalle sue colpe, nemmeno quando non dipendono dalla sua volontà.

Il destino dell’infelice regina è ormai segnato: l’invidioso Iarba, infatti, non perde tempo e si rivolge a Giove che, guarda caso, è suo padre (non si può nemmeno immaginare la quantità di figli che l’Olimpio aveva sparsi in giro per il mondo!) e chiede vendetta per l’oltraggio subito. A nulla è valso il tentativo del duo Venere-Giunone: infatti, il padre (dell’una) e marito (dell’altra) si affretta ad inviare il messaggero degli dei, Mercurio, da Enea, per ricordargli la missione che il Fato gli aveva affidato: deve partire, l’Italia lo aspetta.

[immagine sotto il titolo: Enea e Didone, dipinto nell’ex Palazzo vecchio Majorana di Scordia, da questo sito; Didone mostra Cartagine ad Enea, Claude Gallée detto il Lorrenese (1600-1682). Olio su tela, 1676. Amburgo, Kunsthalle, da questo sito; immagine: Enea e Didone nella grotta, olio su tela di Francesco Paolo Argentieri, tratta da questo sito]

DIDONE INNAMORATA


Didone, per essere una donna, occupa una parte consistente dell’Eneide di Virgilio ed un intero libro, il IV, è dedicato alla storia d’amore, breve ma intensa, vissuta con Enea.

Su questa donna esistevano varie leggende, cui Virgilio sicuramente attinse per la stesura del suo poema. Innanzitutto la tradizione fenicia, giunta nel mondo romano attraverso i Greci di Sicilia, che ne tramanda la storia, le attribuisce il nome di Elissa. Ella era figlia di Muttone, re di Tiro, capitale della Fenicia; invidioso della sua ricchezza, cui contribuì con i suoi tesori il marito Sicheo (o Sicharba), sacerdote del dio Melkart, il fratello di lei, Pigmalione, le uccise lo sposo. Del delitto nessuno avrebbe saputo nulla se l’ombra di Sicheo non fosse comparsa in sogno ad Elissa rivelandole la tragica fine ed il suo esecutore. Di fronte ad una sicura persecuzione da parte del fratello, la donna decise di fuggire insieme ai suoi fedeli sudditi e ai suoi tesori ed, esule, giunse nell’Africa settentrionale dove gli indigeni la chiamarono Didone.

Impietosito per la sua sorte, e forse affascinato dalla sua bellezza, Iarba, re dei Getuli, le offrì della terra su cui fondare una città. Peccato che il re fosse un po’ burlone: l’appezzamento, infatti, era esteso quanto una pelle di bue! Ma Didone non si perse d’animo e fece emergere tutta la sua scaltrezza (sembra quasi un Ulisse in gonnella): tagliò la pelle in strisce sottili, in modo da circoscrivere una buona porzione di territorio sulla quale edificò poi Cartagine, divenendone la regina. A questo punto, Iarba, burlato a sua volta, la chiese in moglie: forse voleva formare un duo comico! Didone, ovviamente rifiutò consapevole del fatto che ci avrebbe rimesso; il re, infatti, le propose, come alternativa alle nozze, la guerra ed Elissa si gettò su un rogo sacrificale e si fece ardere viva per non violare il patto di fedeltà che la legava al marito morto.

Questa la tradizione fenicia; un’altra versione del mito narra che Didone si uccise con la spada davanti al suo popolo, che la voleva costringere alle nozze, e non gettandosi nel fuoco. Poco importa il modo, visto che muore lo stesso, tuttavia, per dovere di cronaca, sarà quest’ultima la versione seguita da Virgilio nella scena che porrà fine all’infelice esistenza della regina.
Nell’Eneide Didone si suicida, infatti, ma non per colpa di Iarba. Nel poema latino entra in scena un personaggio a noi noto ma ignorato dalla tradizione fenicia: Enea. È probabile che, prima di Virgilio, il poeta Nevio, autore della Guerra Punica, avesse fatto riferimento alla storia d’amore tra Enea e Didone. Comunque il tema dell’amante abbandonata era molto in voga a quel tempo (pensiamo ad Arianna, per esempio) e quindi non ci deve stupire che Virgilio l’abbia introdotto nel suo poema.

Ma vediamo come avviene l’incontro tra la regina di Cartagine e l’eroe virgiliano. Come si sa, Enea è esule, in fuga dalla sua patria ormai quasi irrimediabilmente divorata dal fuoco. Naturalmente non avrebbe preso l’iniziativa se qualcuno non gli avesse messo la pulce nell’orecchio: ad Enea appaiono in sogno prima Ettore che gli fa comprendere l’inutilità di un’estrema e disperata difesa della città, poi la madre Venere che lo esorta a fuggire e a salvarsi, poco eroicamente, la pelle.
Durante il viaggio, manco a dirlo, si scatena una furiosa tempesta, voluta dalla solita Giunone. Indignata, Venere si rivolge a Giove protestando per il trattamento riservato al suo divino figliolo e, grazie all’intervento di Nettuno, dio del mare, i Troiani riescono ad approdare, pur perdendo numerose navi, sulla costa libica dove regna Didone.

Come già era successo ad Ulisse, abbellito da Atena per far colpo su Nausicaa, di fronte alla regina appare un uomo bellissimo, quasi divino:
Apparve in piedi Enea e rifulse nell’aria serena,
simile il volto e le membra a un dio, perché Venere stessa
al figlio donò chiome adorne, spirò quella fulgida luce
di giovinezza e negli occhi un’amabile grazia
. (Eneide, I, vv.589-591)
È incredibile come le dee riescano a fare dei lifting così veloci e assolutamente indolori!

L’ineffabile bellezza di Enea gioca un ruolo determinante sulla favorevole accoglienza di Didone. La regina, tuttavia, non è solo affascinata dall’uomo, ma anche dalle sue parole:
Qual epoca tanto felice
ti generò? Quali nobili sposi sì umana ti crebbero?
Finché correranno al mare i fiumi, finché gireranno
l’ombre i dorsi dei monti, finché pasceranno nel cielo
le stelle, sempre i tuoi pregi, qualunque paese mi chiami,
dureranno e il tuo nome e la gloria
. (I, vv.605-610)
L’abilità retorica di Enea è ben poca cosa rispetto a quella di Ulisse; riesce, comunque, ad affascinare la regina. Didone è colpita dall’uomo e dalle sue parole, ma un altro elemento la spinge a provare simpatia per Enea: la compartecipazione. In fondo anche lei è un’esule, anche lei ha sofferto e sa cosa vuol dire dover lasciare la patria tanto amata:
Un uguale destino volle che anch’io, sbattuta
Fra tanti affanni, in questo paese alla fine posassi:
non ignara del male imparo a soccorrere i miseri
. (I, vv.628-630)

Come se ciò non bastasse, a far capitolare l’ignara Didone interviene nuovamente Venere: spinta dall’istinto di protezione tipico di una madre, fa innamorare del figlio la regina, confidando nel fatto che la permanenza a Cartagine salvaguardi l’eroe dai pericoli del mare.
Ormai perdutamente innamorata, la regina invita Enea a raccontare la sua storia, nel rispetto della tradizione (ricordate il racconto di Ulisse alla corte dei Feaci?). Così veniamo a conoscenza degli ultimi istanti passati a Troia, dei preparativi per la fuga, della triste perdita della moglie Creusa. Eh già, perché il troiano aveva una sposa e anche nobile, a quanto pare: era una delle figlie di Priamo ed Ecuba. Nella notte della fuga Creusa scompare.

Ma procediamo con ordine. Dopo aver convinto il padre Anchise, restio ad andarsene e per di più acciaccato, ed esserselo caricato sulle spalle, Enea dà queste disposizioni:
Al mio fianco
venga Iulo e discosta stia dietro ai miei passi Creusa
[…]
Tu, padre, i sacri arredi e i patrii Penati mantieni;
io non posso toccarli, uscito da sì cruda guerra
e dalla strage recente, finché non mi sia mondato
in una corrente
. (II, vv.710-711 e 717-720)

Non si sa perché la povera Creusa dovesse restare qualche passo indietro. Così, nella mischia, sarebbe stato inevitabile perderla! Ma a volte certi atteggiamenti, talune decisioni sono dettate dal destino, dal famoso Fato cui non ci si può opporre. Ed, infatti, Creusa si perde; giunto al di fuori delle mura di Troia, Enea se ne accorge e, sconvolto, non si dà pace:
Forse Creusa ha sbagliato
cammino, oppure stanca s’è fermata a sedere?
Lo ignoro; ma da allora non l’ho vista mai più.
Non mi girai a guardare se si fosse perduta
né pensai mai a lei prima di essere giunto
alla collina di Cerere, al vecchio santuario
. (II, vv.894-899)

Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.

Di certo i sensi di colpa non tardano a venire: il poveretto decide di ritornare sui suoi passi, pur cosciente del pericolo. Arriva fino a casa, ma di Creusa neanche l’ombra: i Greci hanno già occupato l’intero palazzo. Non riuscendo a darsi pace, comincia ad urlare a squarciagola il suo nome, senza ottenere risposta. Ad un tratto gli appare il fantasma della moglie che lo fa rabbrividire. Mentre cerca di parlare, la voce gli muore in gola, quindi è Creusa a prendere la parola:
Perché ti lasci andare ciecamente al dolore,
caro marito
? […]
Ciò che accade l’ha deciso
la ferma volontà dei Celesti; il destino
e il re dell’altissimo Olimpo non vogliono che tu porti
Creusa con te
. (II, vv.941-942 e 943-946)
Ecco che ritorna in scena il destino, la volontà degli dei contro la quale nessuno, nemmeno Enea, nulla può. La sposa gli anticipa, poi, gli avvenimenti futuri facendo riferimento anche ad una moglie di sangue reale che lo aspetta in Italia. Noi, che abbiamo letto l’Eneide, sappiamo trattarsi di Lavinia, sposa latina per la quale l’eroe troiano dovrà pure sostenere una guerra. Ecco che Creusa si fa da parte perché il suo amato dovrà raggiungere i lidi laziali da solo, senza vincoli coniugali.

Non c’è, nelle parole di Creusa, alcun riferimento ad una moglie fenicia, Didone appunto. Non fa parte dei progetti divini un matrimonio con l’infelice regina. Ma un connubio avviene; così lei chiama l’unione con Enea ed è pure favorita dalle dee Venere e Giunone, che per l’occasione mettono da parte l’antica ostilità. Giove, però, deciderà altrimenti.

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[le immagini: “Enea e Didone”, affresco romano a Pompei; “Enea e Venere”, Tiepolo padre e figlio, affresco in Villa Valmarina, Vicenza; “Enea in fuga da Troia”, scultura di Bernini]

ENEA: UN IMMIGRATO EXTRACOMUNITARIO


In altri post mi sono dilettata a parlare di alcuni degli “eroi” greci che affollano gli omerici versi, ne ho messo in luce i vizi, piuttosto che le virtù, e ho notato come a fianco di ciascuno si possono collocare delle donne dal carattere forte. La carrellata, però, non finisce qui; dai poemi omerici, infatti, ci trasferiamo in ambito romano e quando parliamo di epica latina, alla memoria di ognuno di noi si affaccia un solo grande poema: l’Eneide di Virgilio.

Il nome del protagonista è noto a tutti; quello che forse è meno conosciuto è il suo ruolo all’interno del poema. Enea è un esule e ha il compito di portare il suo popolo, o almeno ciò che resta dei Troiani, lontano dalla città ormai distrutta. E’ un esule: di questi tempi il tema è alquanto di moda, viste le masse di extracomunitari che quotidianamente cercano di sbarcare sulle italiche rive. Ecco, immaginatevi una situazione di questo genere: un gruppo consistente di esuli troiani che, spinti dall’aspettativa e dalla speranza di una “terra promessa”, cioè l’Italia, si mette in viaggio e si lascia guidare da un condottiero di popolo illuminato dalla divinità. Eh già, perché anche qui, come nei poemi omerici, gli dei giocano un ruolo determinante, a cominciare da Venere che è addirittura la madre di Enea. Ma di questo parleremo più avanti.

Il tema dell’esilio, della fuga dalla patria ostile, dicevamo, è di grande attualità. Ma anche il passato meno recente ci riconduce allo stesso tema: pensiamo alle masse di nostri connazionali che, all’inizio dello scorso secolo, si mettevano in viaggio, spesso in situazioni precarie, per raggiungere l’America, terra sconosciuta, mossi da una disperata speranza di trovare fortuna, ma nello stesso tempo consapevoli dell’ignoto destino che li attendeva.
Ancora: verso l’inizio degli anni ’90, un altro popolo si muove dalla propria terra, lasciandosi alle spalle la miseria già sperimentata, per giungere, questa volta in Italia, con la speranza di trovare una fortuna ancora ignota. Sto parlando degli albanesi e non a caso il film di Gianni Amelio incentrato su questa tragedia, s’intitolava “Lamerica”. Quello che questi derelitti cercavano nel nostro paese era esattamente ciò che tanti italiani avevano cercato, nello scorso secolo, oltreoceano. “Lamerica” assume una connotazione paradigmatica della “fortuna” stessa che un popolo di disperati va cercando in fuga dalle proprie miserie.

Perché ho citato questi esempi? Per concludere che gli esuli troiani guidati da Enea possono essere paragonati ai nostri “antenati” o agli albanesi (a cui recentemente si sono aggiunti curdi, armeni e chi più ne ha, più ne metta)? Certamente no. La storia di Enea non è semplicemente quella dell’esule disperato alla ricerca di una vita migliore, anche se delle affinità con gli albanesi evidentemente ci sono, specialmente per quanto riguarda il punto d’arrivo del viaggio, che è appunto l’Italia. Ma la nostra penisola è una vera e propria “terra promessa”, non un casuale approdo, e il destino che attende i Troiani è ben noto, non ignoto o solamente vagheggiato come quello di tanti altri esuli. Se devo proprio cercare un termine di paragone, vedrei Enea simile a Mosè cui Dio ha affidato l’arduo compito di riportare il proprio popolo nella Terra Promessa. Ovviamente ci sono delle differenze: Mosè strappa gli ebrei dalla schiavitù e non solo li riconduce nella propria terra, ma ridà loro la libertà; il Dio di Mosè è unico ed il compito del biblico esule è anche quello di arrestare il dilagante politeismo per rafforzare la fede monoteista. Enea, invece, è un troiano che strappa il suo popolo a morte certa e terribile: a chi farebbe piacere concludere la propria esistenza tra le fiamme di un indomabile incendio? Inoltre, la terra verso cui deve salpare con le navi è conosciuta, ha un nome: Italia. Questa è la terra promessa dagli dei e dal Fatum che è espressione della volontà divina onnipotente e suprema. Il viaggio di Enea non è paragonabile a quella dei tanti disperati i cui naufragi affollano spesso le pagine dei giornali; certo anche lui ha le sue belle “gatte da pelare”, anche le sue navi faranno naufragio e anche il suo popolo sarà ospitato da genti straniere. Allora i centri di accoglienza non esistevano, ma agli esuli erano riservati tutti gli onori e nessuno presentava loro il “decreto di espulsione” se individuati come clandestini. Almeno in questo i Troiani erano fortunati.

Non dobbiamo credere, però, che durante il viaggio di Enea, paragonato, ad esempio, a quello di Ulisse, tutto fili liscio: anche l’eroe virgiliano deve lottare contro le sventure e le avversità determinate dagli dei ostili, specie Giunone che non aveva dimenticato ancora l’affronto di Paride (sempre per quella mela che così imprudentemente aveva assegnato ad Afrodite!) e aveva giurato vendetta nei confronti dei Troiani. Ma gli dei nell’Eneide sembrano essere un po’ più malleabili (vedremo che Giunone addirittura si metterà d’accordo con Venere, sua acerrima nemica), meno vendicativi e meno rigidi nell’imporre la loro volontà. Sono anche meno capricciosi e litigiosi e più partecipi dei sentimenti umani, rispetto agli dei omerici sempre pronti a scannarsi e incapaci di immedesimarsi nelle umane sofferenze (se fanno durare dieci anni il viaggio di Ulisse!).

Il tema del viaggio e quello della guerra (presente non solo nel ricordo degli ultimi istanti di vita di Troia, ma anche nella parte finale del poema, quando Enea dovrà combattere, contro Turno re dei Rutuli, per entrare in possesso della “terra promessa”) costituiscono il trait d’union con i poemi omerici. Del resto Virgilio aveva ben presente l’Iliade e l’Odissea ed Omero rappresentava l’auctoritas da cui trarre spunto nella stesura della sua opera. Non solo, ma nel progetto culturale della pax Augusta, il poema si colloca come strumento di esaltazione della grandezza di Roma e della sua missione civilizzatrice, perché Troia, simbolo della potenza antica, cade e resuscita, grazie ad Enea, sui sette colli.

Se è impossibile, per ragioni cronologiche, attribuire ad Enea la fondazione di Roma, è possibile comunque creare un legame tra gli esuli troiani e i Romani: Iulo (o Ascanio), figlio di Enea, fonderà Albalonga, città natale dei due gemelli, Romolo e Remo, mitici fondatori della città di Roma. Addirittura, una delle gentes più importanti nell’Urbe è proprio la gens Iulia, quella, per intenderci, che darà i natali a Giulio Cesare.
Ecco, quindi, la chiusura del cerchio; ma per portare a compimento questo progetto, Enea deve essere una persona speciale e questa sua peculiarità è riassunta nell’epiteto che lo accompagna sempre nei versi virgiliani: pius. La traduzione letterale in italiano crea spesso dei problemi d’interpretazione: “pio” non significa, in questo contesto, “pietoso”, “misericordioso”, bensì “devoto”. In effetti Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti.

Enea è pio nel momento in cui accetta tutto ciò che gli arriva dall’alto, senza pensare al proprio bene, ma a quello di tutti i suoi cari, del suo popolo, della sua patria. Di fronte alle sofferenze si adagia, con animo pio, appunto, non lotta come Achille o Ulisse, perché sa che lottare contro il Fato è inutile ed arrabbiarsi oltre a non servire a nulla, fa stare anche peggio.
Da questo ritratto sembrerebbero prevalere gli aspetti positivi del suo modo di agire, anche rispetto agli eroi omerici; questa sua sensibilità verrà meno proprio dove servirebbe di più: in amore.

[nell’immagine “Enea e Anchise” di Gian Luigi Bernini, tratta dal sito Settemuse]

LE DONNE DI ULISSE: PENELOPE, L’AMATA SPOSA … MA TRADITA


A quei tempi, si sa, le donne non si sceglievano un marito, i matrimoni erano combinati e alle poverette non restava altro che adattarsi alla situazione. Dal padre-padrone passavano al marito-padrone ed accettavano il sacrificio con rassegnazione, consce della propria inferiorità. Quelle che se la passavano meglio, tutto sommato, erano le “meno serie” che, se dal punto di vista morale risultano discutibili, non erano soggette ad alcun vincolo matrimoniale poco gradito. Poi c’erano le opportuniste, come Elena, che cercavano di trarre profitto dalla situazione, senza preoccuparsi dei sentimenti.
Talvolta, però, anche dai matrimoni combinati poteva nascere l’amore: ne è un chiaro esempio Andromaca, moglie di Ettore, che però, dopo la morte dello sposo e l’uccisione del figlio Astianatte fatto precipitare dai Greci dall’alto delle Porte Scee, deve accettare il crudele destino, cioè sposare Neottolemo, figlio di Achille. Ironia della sorte! Da costui avrà anche dei figli, ma poi verrà ceduta ad Eleno, fratello di Ettore e quindi suo cognato, ritornando, per così dire, in famiglia. Nonostante tutto rimane, però, fedele nell’animo al suo primo sposo e mantiene vivo l’amore per lui, per il resto della sua vita. Nell’antichità gli amori sfortunati erano all’ordine del giorno!

Anche Penelope viene “data in sposa” ad Ulisse: è una principessa spartana, figlia di Icario e Permea, è, come si dice, un buon partito. Penelope ama Ulisse e lo dimostra aspettandolo per vent’anni, senza cedere di un millimetro di fronte alle incalzanti richieste dei pretendenti, senza smettere di chiedere notizie su di lui ai forestieri che giungevano ad Itaca. Non solo dimostra di amare il suo sposo; prende in mano il regno, cerca, come può, di mantenere la prosperità anche se i Proci si danno un gran daffare per saccheggiare il palazzo con tutti i suoi beni, ancelle comprese. La fermezza con cui affronta la situazione ne fa una vera e propria eroina. Sa agire d’astuzia, come evidentemente le aveva insegnato Ulisse, e procrastina quanto può la scelta di uno dei pretendenti, inventando la scusa della tela: non volendo tradire il suo uomo, li tiene a bada promettendo loro che avrebbe deciso con chi sposarsi non appena avesse terminato di tessere una tela funebre per il suocero Laerte; ma la tela che tesseva di giorno la disfaceva di notte.

A questo proposito mi vengono in mente delle considerazioni: primo, Laerte, seppur vecchio, stanco e acciaccato, doveva fare gli scongiuri tutti i santi giorni; secondo, i Proci dovevano essere degli emeriti cretini se si lasciavano convincere dalla storiella della tela, anche perché se l’unica attività concessa alle donne era quella di tessere, un po’ di pratica Penelope la doveva avere; terzo, la povera donna doveva essere un po’ ingenua se era convinta che l’inganno della tela potesse reggere a lungo. E infatti la spiata di un’ancella provoca l’ira dei Proci che, indispettiti notevolmente dall’abile raggiro, le danno un ultimatum. Ma di questo parleremo in seguito.

Mentre il marito era in giro a spassarsela, la moglie aveva decisamente le sue gatte da pelare e il modo in cui si comporta, la sua caparbietà e l’infinita pazienza dimostrata, ne fanno un emblema quasi unico dell’amore coniugale. Ma Ulisse, amanti a parte, l’amava davvero? Secondo quanto ci narra Omero, sì, se è vero che per dieci anni anela a tornare a casa. Ma ad Itaca non c’è solo Penelope, ci sono anche il trono, i suoi sudditi, i suoi interessi. Poi, sempre dal racconto omerico, è chiaro che l’eroe è un po’ volubile e facile preda delle tentazioni: resiste, in pratica, solo alle sirene ma, essendo donne solo a metà, forse non l’attraevano più di tanto, e a Nausicaa che, però, giunge per ultima e lo trova un po’ stanco di avventure.

Si sa che l’eroe non era troppo convinto di partire per la guerra: quando gli giunge l’ambasciata da parte di Menelao, ha una moglie giovane e presumibilmente carina, un figlio piccolo e una solida posizione sociale; perché, dunque, lasciarsi trascinare in questa avventura? Forse per la sete di conoscenza, come vuol credere l’Alighieri, forse per il sentimento di fratellanza che lega i sovrani greci che, tutti per uno, uno per tutti, si aiutano a vicenda, forse semplicemente perché era l’unico modo per far durare a lungo il suo matrimonio!
L’unica cosa certa è che, seppur riluttante, parte e se Omero ci vuol far credere che la lunga assenza è dovuta soprattutto all’ira di Poseidone che lo costringe più volte al naufragio, vero è che buona parte dei dieci anni successivi alla guerra di Troia li passa da Calipso ed è smanioso di ripartire alla volta di Itaca solo quando si rende conto che la relazione non ha più l’effervescenza iniziale.

Tornando a Penelope, all’inizio dell’Odissea la troviamo alle prese con il figlio Telemaco che, in quanto a rispetto nei confronti della genitrice, si dimostra un po’ carente. Siamo alla reggia e l’aedo Femio allieta i convitati intenti a consumare un lauto banchetto, a spese di Ulisse naturalmente, cantando, sulle note della cetra, il luttuoso ritorno degli Achei da Troia, imposto loro dalla furibonda Pallade Atena; pare, infatti, che Aiace avesse tentato di rapire Cassandra dal tempio della dea e che ella, per vendetta, avesse scatenato una terribile tempesta da cui prendono inizio le peregrinazioni di Ulisse. Ora pensate alla povera Penelope alle cui orecchie giungono i canti di Femio: insomma, è come parlare di corda in casa dell’impiccato! Nonostante il presumibile risentimento, la donna si reca con animo pacato nella sala del banchetto e con tono estremamente cortese, seppur fra le lacrime, si rivolge all’aedo:

Femio, molte altre mirabili imprese degli uomini
e degli dei tu conosci, quelle che cantano i cantori;
canta una di queste, seduto tra loro, e loro silenziosi
bevano il vino: ma smetti di intonare questo canto
doloroso, che sempre il cuore nel petto
mi tormenta, poiché profondamente mi ferì la sofferenza insopportabile
. (Odissea, II, vv. 337-342)

Beh, non si può far altro che ammirarla; un’altra avrebbe usato toni meno gentili: “Senti un po’, cretino, ma chi ti credi di essere, toccare proprio questo tasto, nel mio palazzo! Non credi, forse, che io soffra già abbastanza senza il bisogno dei tuoi lamentosi versi? Non hai proprio nient’altro, nel tuo repertorio, da cantare?”.
Se la donna si dimostra alquanto educata e paziente, il figlio non si rivela altrettanto gentile e rispettoso, visto che dopo averle ricordato che non è colpa degli uomini se le vicende sono così funeste, ma di Zeus, la liquida senza tante cerimonie e la rispedisce alle sue stanze:
Suvvia, torna nella tua stanza e dedicati alle tue opere,
telaio e fuso, ed ordina alle ancelle
di accingersi ai loro lavori: agli uomini tocca parlare,
a tutti, ma a me soprattutto: mio è infatti il potere nella casa
. (II, vv. 356-359)
Ed ecco che ritornano in ballo i ruoli: le donne al telaio, gli uomini alla guerra o, in tempo di pace come in questo caso, alle attività politiche. Le parole che Telemaco rivolge alla madre non sono forse simili a quelle che Ettore, nel VI libro dell’Iliade, aveva pronunciato rivolto alla moglie Andromaca? Nemmeno un po’ di comprensione per la povera Penelope che dedica tutto il suo tempo alla tela infinita!

Al tono irriverente del figlio Penelope sembra non far caso, nemmeno più tardi, verso la fine del poema, quando, dopo la prova dell’arco e la strage dei Proci compiuta da Ulisse, Euriclea, la fedele nutrice dell’eroe che lo aveva riconosciuto da una vecchia cicatrice facendogli il bagno, corre ad annunciarle il ritorno del marito. Di fronte all’incredulità della madre, Telemaco reagisce con parole di rimprovero:

Madre mia, matrigna, hai certo un cuore impassibile,
perché ti tieni lontana dal padre, non ti siedi
vicino a lui, non gli parli, non gli chiedi nulla?
Un’altra donna non starebbe così irremovibile in cuore,
lontana dal marito, che, dopo aver sofferto tanto,
giungesse dopo vent’anni alla sua terra patria:
ma tu hai un cuore più duro della pietra
. (XXIII, vv.96-103)

Ma mettiamoci nei panni della poveretta: da vent’anni aspetta lo splendido sposo, dedica ogni istante della sua vita a quest’attesa, prega con costante dedizione gli dei affinché glielo riportino a casa sano e salvo ed ora, trovandosi di fronte uno straccione (Ulisse, infatti, per volontà di Atena indossa i panni di un mendicante), brutto, vecchio oltre che lacero, dovrebbe buttargli le braccia al collo così, seduta stante? Concediamole almeno un momento di riflessione! In questo Penelope si rivela saggia forse più di un uomo e Ulisse stesso ne è colpito, tanto da esortare il figlio a darle tempo, a lasciare che la moglie metta alla prova il marito.
La prova non è quella che potete pensare: figuriamoci se dopo vent’anni la disgraziata si poteva ricordare delle prestazioni di Ulisse nel talamo nuziale! L’eroe, comunque, è rassegnato: di prove a letto non se ne parla proprio!

Nonostante il bagno fattogli da Euriclea, l’intervento di Atena che, alquanto sollecita, lo rende più bello per convincere la sposa, la ferrea Penelope non si piega ancora al suo fascino. Un po’ spazientito, Ulisse le dice:

Sciagurata, gli dei che abitano le case dell’Olimpo ti forgiarono
un cuore duro, più di ogni debole donna:
certo un’altra donna non starebbe così irremovibile in cuore,
lontana dal marito, che dopo aver molto sofferto,
giungesse dopo vent’anni alla sua terra patria.
Ma suvvia, nutrice, preparami il letto, perché, anche da solo,
mi riposi: costei ha un cuore fatto di ferro
. (XXIII, vv.166-172)

Questo è il vero punto di forza di Penelope, che la rende meno lagnosa di molte altre donne epiche e molto più simile ad un uomo dal cuore di ferro. Il fatto più straordinario è che Ulisse in persona è costretto ad ammettere questa forza interiore della donna che ha il coraggio di rifiutarsi di giacere nel talamo nuziale con il presunto marito: a letto può andarci pure da solo, anzi, rivolta ad Euriclea, Penelope dice:
preparagli il suo robusto letto,
portandolo fuori dal talamo,
il letto che egli stesso si fece
. (XXIII, vv.177-179)
Ma è solo un trucco, l’inganno è pronto, è questa la prova cui Penelope sottopone l’uomo che ancora non chiama marito; ogni altra prova, compresa quella sotto le lenzuola, sarebbe stata aleatoria. Qual è, dunque, questa prova? Ulisse, se è Ulisse, deve saper che il letto è stato costruito intagliandolo in un tronco d’ulivo che affonda le sue radici nel sottostante cortile e che, quindi, non può essere spostato. Quasi stando al gioco, partecipando al duello di parole, ora veritiere, ora ingannevoli, condotto tra i due sposi, Ulisse riesce ad ironizzare chiedendo Chi ha spostato il mio letto? (v.184) e con minuzia di particolari racconta come l’aveva costruito, rivelando quelle abilità tecniche manuali che gli erano tornate utili per costruirsi la zattera con cui era ripartito dall’isola di Ogigia dove Calipso l’aveva trattenuto.
Consapevole di aver superato la prova, l’eroe è raggiante e la sposa può finalmente gettargli le braccia al collo e baciarlo, non senza scusarsi della diffidenza e asserendo, ingenuamente, che molti sanno escogitare inganni astuti (v.217): davvero un eccesso di zelo, considerato chi le siede di fronte.

Sembra una storia a lieto fine, ma una nube offusca la loro felicità: c’è ancora un segreto da rivelare. No, non è giunto il momento di smascherare i suoi tradimenti, Ulisse non ne sarebbe capace; si tratta di una profezia dell’indovino Tiresia, il solito uccellaccio del malaugurio, che gli aveva predetto un nuovo viaggio fino alla terra di un popolo favoloso e lontano, dove dovrà cercare un luogo adatto a un sacrificio per Poseidone. Il debito, evidentemente, non è ancora saldato e Odisseo non può rimanere impunito.
Colpisce la serenità con cui Penelope accetta la cosa e con cui convince il marito a non rimandare la rivelazione:

Sempre sarà pronto per te il tuo letto, quando in cuore
tu lo desidererai, perché gli dei ti concessero di giungere
alla tua casa ben costruita e alla tua patria terra:
ma giacché hai accennato a qualcosa che un dio ti pose in cuore,
anche a me dì ora la prova, poiché io la saprò in futuro,
penso, e non è peggio che subito io la conosca
. (XXIII, vv.257-262)

Così narra Omero, e nulla sappiamo di più sul nuovo viaggio e sul nuovo ritorno dell’eroe a casa. Una leggenda vuole che, dopo essere ritornato in patria ed aver continuato a regnare in pace accanto alla moglie e al padre Laerte (gli scongiuri evidentemente erano serviti se gli dei gli hanno concesso così lunga vita), sia stato ucciso, involontariamente, dal figlio Telegono, avuto da Circe, giunto ad Itaca proprio per conoscere il padre. Sembra che il parricidio gli fosse stato predetto dal solito Tiresia e che, per riparare il torto, seguendo gli ordini di Atena, Telegono avrebbe portato con sé Penelope e Telemaco nella natia isola di Eea. Secondo Igino, fonte autorevole, tuttavia poco credibile, lo stesso parricida avrebbe sposato la vedova di Ulisse e avrebbe avuto da lei un figlio, Italo, fondatore del Tuscolo e di Preneste, da cui deriverebbe il nome della nostra penisola.

Ma queste sono solo leggenducole che non riescono ad offuscare la buona fama di questa eroina che non ha nulla da invidiare a tanti uomini. Persino Agamennone, durante l’incontro con Odisseo nell’Oltretomba, ne riconoscerà i meriti, con parole piene di ammirazione:
è molto saggia e nutre pensieri sapienti
la figlia di Icario, Penelope
. (XI, vv.445-446)

[nell’immagine: Penelope and her suitors by Sir John William Waterhouse]

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LUCIANO DE CRESCENZO HA SCRITTO “ULISSE ERA UN FICO” … E IO SCRIVO A LUI

Luciano De Crescenzo è da sempre uno dei miei scrittori preferiti. Ho letto quasi tutti i suoi libri (dico “quasi” perché, onestamente, i tomi sulla filosofia greca non li ho affrontati: ebbene sì, la filosofia, in generale, non è mai stata una delle mie materie preferite al liceo!), ho seguito anni fa le divertenti ma istruttive “lezioni televisive” sulla mitologia antica, ho visto i suoi film … insomma, lui è il mio mito. E amando io la scrittura (credo si sia capito, vista anche la prolissità di molti miei post!), come Dante considerava Virgilio il suo maestro, per me De Crescenzo è il mio Virgilio.

Anni fa sono rimasta folgorata da uno dei suoi libri: Le donne sono diverse e sulla scia di quell’entusiasmo mi sono cimentata a scrivere una sorta di “risposta” a quel libro, cogliendo l’invito che De Crescenzo faceva ad un’ipotetica scrittrice: spero di essere letto da qualche brava scrittrice e di poter leggere a mia volta un libro intitolato Gli uomini sono diversi.

Il problema non è stato scrivere quel libro, ma pubblicarlo. O meglio, fare qualcosa per vederlo pubblicato. Certo, non mi sono adoperata molto e, in questi casi, non è che la montagna vada da Maometto. Ho tentato, comunque, di mettermi in contatto con De Crescenzo ma inutilmente. Non disponendo del suo indirizzo, ho inviato una lettera alla sua casa editrice, la Mondadori: nessuna risposta.

Sono passati ormai più di cinque anni ed ora, venendo a sapere della pubblicazione del suo nuovo libro, Ulisse era un fico, mi sono detta: vedi mai che magari mi legga sul blog? Almeno qualcuno in vece sua, se non lui di persona. Così ho deciso di pubblicare qui alcune parti di quella lettera che per anni è rimasta nel cassetto … ovvero, tra i file del mio computer.

Udine, 5 novembre 2004

Egregio dott. De Crescenzo,

Lei non mi conosce, ma io sono una Sua affezionata ammiratrice, avendo letto molti dei Suoi libri. Il motivo per cui Le scrivo è molto semplice: vorrei chiederLe il Suo parere su una “cosetta” che ho scritto e che forse Le potrebbe interessare. L’uso del condizionale è d’obbligo, naturalmente, anche perché per carattere sono una che non si fa mai troppe illusioni.

[…]
L’idea di scrivere questo libro mi è nata dopo aver letto il Suo Le donne sono diverse. Ricorda la frase finale? Naturalmente quando ho iniziato a scrivere, l’ho fatto per puro divertimento, ma poi leggendo e rileggendo, correggendo, un ritocco qua una ritocco là, ho pensato che mi piaceva, e allora perché non provare a contattare il mitico De Crescenzo?
Ci ho rimuginato su per mesi e ho sempre saputo che la cosa non sarebbe stata facile. Non è che ho pensato subito a Lei per pura megalomania, ma so che il mondo dell’editoria è precluso a molti “aspiranti scrittori” che non vengono ascoltati perché non sono nessuno. D’altra parte, mentre si pubblicano delle cose davvero indecenti o alquanto frivole (vedi i “libri” dei comici di Zelig che vanno a ruba o le barzellette di Totti – ma almeno lui fa beneficenza), molti sconosciuti, seppur con buone attitudini e qualità, aspettano invano che qualcuno si degni di leggere i “manoscritti” che diligentemente continuano a spedire a destra e a manca.
Ora, il problema è anche un altro: io sono un po’ pigra, ovvero mi do da fare tantissimo quando mi assumo un impegno e tutte le volte che ho un obiettivo da raggiungere, altrimenti prima di fare un solo passo avanti passano mesi, se non anni. Generalmente devo avere una spinta, qualcuno che mi dica “Dai, forza, tenta che ce la fai! Dai che sei brava” e cose del genere, che servono ad aumentare il mio livello di autostima alquanto basso. Ecco, finora una vera propria spinta non l’ho avuta … almeno fino a qualche giorno fa.
Sapendo che le case editrici non danno l’indirizzo degli scrittori a degli sconosciuti, non mi ero fatta troppe illusioni di riuscire a contattarLa per vie dirette. Avevo, comunque, escluso la possibilità di spedire il “manoscritto” in giro per l’Italia e avevo scartato l’ipotesi di rivolgermi alle case editrici locali. Non è un fatto di presunzione, ma ritengo che forse questa potrebbe essere un’opportunità unica ed è inutile sprecarla. Inoltre, ho potuto osservare da vicino come lavorano i piccoli editori; un caro amico ha pubblicato un romanzo dopo due anni d’attesa, la stampa del libro si è conclusa a giugno, la presentazione (affidata a me) continua a slittare di mese in mese, l’opera non è ancora uscita in libreria (nonostante le assicurazioni dell’editore), visto che ho fatto il giro delle librerie di Udine e nessuno ne sa niente. Non mi pare il caso di tentare con editori-lumache. Infine, nonostante qualcuno si sia offerto di sovvenzionare la pubblicazione a “mie” spese, ho declinato l’offerta, non per orgoglio (si sa a quanto ammonta lo stipendio di un’insegnante!), ma per il motivo di cui sopra.
Dopo aver tentato invano di ottenere il Suo indirizzo, mi sono rivolta a Luca Goldoni
[…] Sinceramente non nutrivo molte speranze ma, inaspettatamente, dopo appena un mese di attesa, il signor Goldoni mi ha telefonato a casa! Sono rimasta piacevolmente sorpresa, perché non mi aspettavo che mi chiamasse, soprattutto non la domenica mattina! Si vede che anche lui svolge il suo lavoro con passione e non guarda il calendario: se c’è da lavorare, si lavora! (io correggo i compiti quasi sempre durante il week-end, con somma disapprovazione di mio marito; dopo vent’anni si è pure abituato, anche se non rinuncia a brontolare)
Ecco che giungeva inattesa, la domenica mattina del 31 ottobre, quella spinta che inconsciamente stavo aspettando. Il signor Goldoni mi ha riferito che nonostante vi conosciate da decenni, non siete in contatto, salvo rare occasioni come l’uscita delle rispettive opere, e inoltre ha sottolineato che non possiede il Suo indirizzo privato (chiaramente non mi ero illusa che me lo desse). Mi ha consigliato, quindi, di contattarLa tramite la Mondatori; avevo, in effetti, pensato a questa soluzione ma c’è sempre il rischio che la posta non Le arrivi, o che giunga in “altre mani”. Insomma, non nascondo la mia diffidenza. D’altronde, ho forse delle alternative? No, quindi accolgo il consiglio del Suo amico Goldoni, soprattutto dopo aver accolto il suo apprezzamento nei confronti del “saggio” del mio lavoro che gli ho inviato e dopo aver sentito dalla sua viva voce una frase che ho impressa nella memoria: “Accolga la sfida di De Crescenzo”. Gliel’ho fatta ripetere due volte, così per sicurezza!
Eccomi qua, dunque, a chiederLe un parere, se avrà la bontà di offrirmelo.
[…]
Spero che Lei voglia o possa accogliere la mia richiesta e la ringrazio anticipatamente per l’attenzione che mi vorrà rivolgere (sempre che la missiva sia giunta proprio nelle Sue mani – sa, la diffidenza prende sempre il sopravvento). Per me è già una grande cosa aver trovato il coraggio di mettermi in contatto con due dei miei scrittori preferiti (l’asserzione è assolutamente sincera, non dubiti) e di aver avuto l’onore di comunicare telefonicamente con Luca Goldoni. Ora non mi resta che attendere un Suo riscontro; non è necessario sia positivo, anche un “lascia perdere”, sincero ed affettuoso, mi va bene. Il mio sogno sarebbe quello di pubblicare questa mia opera con la Sua introduzione … ma è, appunto, solo un sogno.

Cordiali saluti
Marisa Moles

Le pagine del mio “libro” pubblicate finora su questo blog possono essere lette cliccando QUI.