STAMATTINA MI AVETE COLTO DI SORPRESA…

PREMESSA
Oggi avrei voluto scrivere un altro post. Avrei dovuto, forse, trattare un altro argomento. Ma dopo i fatti di Parigi non ci sono più parole, solo lacrime. Per questo ho deciso di pubblicare un post diverso. Lo dedico ad una ex quinta che ha lasciato un’impronta indelebile nel mio cuore. Idealmente si riallaccia a quest’altro post. L’ho riletto, non senza commuovermi. Ho riletto anche tutti i commenti, compreso quello della sedicente collega Mariarosa De Cecco, che fortunatamente non conosco, e ho pensato: “Cara collega, non sai cosa ti perdi ad essere una che considera “puerile” affezionarsi a dei ragazzi”.
Ragazzi speciali, s’intende.

Stamattina pensavo che sarebbe stato difficile fare lezione.

Prime due ore in quinta. Sono grandi, hanno bisogno di sapere, capire, non si può far finta di nulla.

Che faccio? Entro in classe come niente fosse, propino la mia bella lezione sulla Ginestra di Leopardi (sì, lo so, sono indietro con il programma…), poi al suono della seconda campanella cambiamo testo e leggiamo il Somnium Scipionis di Cicerone.

Questo il programma per la mattinata. Ma non è una mattina qualunque.

Me ne accorgo quando arrivo a scuola. Facce serie in aula insegnanti.
Non c’è la connessione, come faremo a firmare sul registro elettronico?

129 morti, 352 feriti, il mondo in lacrime. Terrore, orrore, rabbia, orgoglio… ma la firma è più importante.

Cambio aria. Vado al bar e trovo quattro ex allievi. Al momento nemmeno li noto. Sono immersa nei miei pensieri, in quelle lezioni programmate che devono lasciar posto ad altro che, però, non si può spiegare così facilmente.
Mi scuso, sono distratta, sapete, sto invecchiando. Baci, abbracci, bevo il caffè, scappo perché sennò la sigaretta non riesco a fumarla prima che suoni la campanella – eh sì, non ho perso il vizio -, scusate, tante belle cose… così dicono le vecchie carampane come me.

Mentre sto fuori, penso che sono stati carini a venire a scuola, a quell’ora, per salutarmi. Consideriamo che nemmeno gli ex allievi che ancora girano per i corridoi mi salutano. Non tutti, ma molti mi ignorano.
Poi ricomincio a pensare alle due ore in quinta. Cosa dirò?

Arrivo al primo piano. L’aula è una di quelle in cui si entra da dietro. Per raggiungere la cattedra devo percorrerla tutta trascinandomi dietro l’inseparabile trolley con i libri, facendo gincana fra gli zaini.

Che strano, non vedo zaini per terra. Sembra tutto molto ordinato. Un silenzio surreale.
Alzo lo sguardo e noto che tutti hanno ancora i cappotti addosso. Non lo fanno mai, si muore dal caldo in aula.

Guardo meglio e vedo delle facce diverse, una quinta che non è quella di quest’anno. Sono gli ex allievi usciti un po’ di tempo fa. Nel 2009? No, no. Nel 2011…. no, prof, nel 2012. Cavolo, che figura!

Insomma, hanno fatto sloggiare i miei attuali allievi, hanno preso ordinatamente posto nei loro banchi, mi hanno aspettato in silenzio…. cosa che, tra l’altro, non facevano allora.

Arrivano gli studenti sloggiati, portano delle sedie recuperate chissà dove. Rivendicano il possesso dei loro banchi ma non si può mica lasciare in piedi i nuovi arrivati…

Mi ritrovo l’aula piena. Facce ben conosciute, vista la quotidiana frequentazione, altre che non ho dimenticato. Faccio fatica a riconoscere qualcuno. Gabriele ci rimane male. Anche Giulia. Vabbè, perdo colpi, ve l’ho detto. Qualche nome mi sfugge e sarei davvero in imbarazzo a dover fare l’appello di quella quinta del triennio 2009-2012.

Nell’ordine penso:
1. Saremo 35, più o meno, sforiamo i parametri di sicurezza.
2. Se lo viene a sapere la preside mi fa un cazziatone.
3. Non posso mandarli via, sono stati così carini a farmi questa sorpresa
4. Annuncio alla classe un’ora di orientamento post-diploma.
5. Salvati capra e cavoli (non voglio offendere nessuno, è solo un modo di dire!)

Parigi e i suoi morti si allontanano.

Parliamo di progetti, realizzati o in via di realizzazione.

Parliamo di incidenti di percorso (cambio di facoltà) e di ripieghi (un test di ammissione andato male e conseguente cambio di indirizzo di studi) che poi si rivelano scelte vincenti.
Parliamo di chi corre e di chi va un po’ lento. Ognuno ha i suoi tempi, ecchecaspita!
Parliamo di passioni, scelte fatte con la testa ma anche con il cuore.
Parliamo di giovani adulti che solo tre anni fa ho lasciato ragazzi, con poche idee e pure quelle a volte confuse, che nel tempo hanno rivelato una maturità ben maggiore del voto conseguito all’esame di Stato.

Passa un’ora. Per una volta non ho fatto lezione IO. I protagonisti sono stati LORO. Usciti dal liceo nel 2012, rientrati nella vecchia aula portando con sé sogni e speranze.

Una lezione diversa da quella che avevo immaginato. L’Isis semina morte ma noi abbiamo parlato di vita.
Perché, dopo tutto, la vita è bella.

GRAZIE RAGAZZI! Siete stati fantastici. ❤

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I GIOVANI E LA MAFIA: VIAGGIO IN SICILIA SULLE ORME DELLA LEGALITÀ

no mafia
La mafia, assieme alla Shoah, è uno di quegli argomenti che, nei programmi scolastici, hanno uno spazio limitato ad una sola giornata: il 23 maggio (Giornata della legalità) l’uno, il 27 gennaio (Giornata della Memoria) l’altro. Per il resto dell’anno, eventi come la strage di Capaci – avvenuta il 23 maggio 1992 – e la liberazione dei prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz – avvenuta il 27 gennaio 1945 – possono essere tranquillamente ignorati.

Forse dell’Olocausto, se non altro perché occupa un capitolo nei libri di Storia, qualcosa si dice. Ma della mafia, quando si parla a scuola? Quasi mai, almeno da noi al Nord.

Eppure ci sono scuole, sparse in tutta la penisola, in cui si cerca di avvicinare i giovani a queste realtà scomode. L’educazione civica impone che nelle aule si parli di diritti negati e di legalità. Difficile, però, farlo in tutte le classi e rivolgersi a bambini e ragazzi di ogni età.

Nelle scuole superiori, tuttavia, questi argomenti devono trovare spazio.

Nel mio liceo, ad esempio, ogni anno un gruppo di allievi, provenienti da tutte le classi quarte e quinte, volontariamente aderiscono alla proposta di un viaggio-pellegrinaggio ad Auschwitz. Ne tornano arricchiti a livello culturale ed emotivo, anche se quest’ultimo spesso coincide con uno choc che rende difficile la ripresa della vita di tutti i giorni, allegra e spensierata, immersa nelle comodità di ogni tipo.

Della mafia è molto più difficile parlare, considerando anche che noi stessi docenti dobbiamo ancora imparare molto, prima di salire in cattedra. E cosa c’è di meglio di un viaggio d’istruzione un po’ speciale? Qualcosa che eviti di fare entrare la mafia in classe, come un qualsiasi altro argomento di studio, ma faccia in modo di portare i ragazzi sui luoghi in cui questa piaga ha operato e, ahimè, continua ad operare.

Una delle mie classi quest’anno ha aderito al progetto culturale che da molti anni l’associazione Addiopizzo porta avanti nelle scuole siciliane e no. Attorno ai volontari di questa associazione, che timidamente hanno mosso i primi passi in questa direzione qualche anno fa, è sorta una vera e propria agenzia turistica che propone alle scuole un tour tra Palermo e le località d’interesse culturale più o meno vicine.
Dall’inizio alla fine di questo viaggio gli studenti sono accompagnati dai volontari di Addiopizzo che tengono le loro “lezioni” sui luoghi ancora segnati dall’efferatezza dei crimini mafiosi.

Al loro ritorno, dai resoconti degli allievi ho potuto capire quanto questa esperienza li abbia arricchiti.
Hanno raccontato di essere stati a Capaci e in via D’Amelio, a Brancaccio sulle orme di Padre Pino Puglisi, nei luoghi che Peppino Impastato ha più volte calpestato con i suoi cento e più passi. Ma hanno potuto anche vedere le bellezze del sito archeologico di Agrigento e, proprio nei pressi, varcare l’uscio di quella che fu la casa dello scrittore Pirandello. Hanno assaggiato le prelibatezze siciliane, soprattutto i dolci tipici, ma, per quanto riguarda il salato, non hanno apprezzato particolarmente l’utilizzo generoso dell’aglio (immagino che i più preoccupati fossero i compagni di stanza e le coppie di innamorati) e soprattutto una pasta con i ceci assaggiata – ma per lo più lasciata nel piatto – in un’azienda agricola sorta nei luoghi confiscati alla mafia.

Le foto ricordo li immortalano sulla spiaggia di Mondello, dove hanno cercato di catturare quanto più sole possibile per compensare la primavera piovosa tipica del Nord-Est, ma anche sulla collina di Capaci dove campeggia la scritta “NO MAFIA”.

Hanno imparato che la libertà va conquistata e non considerata semplicemente un diritto.
Hanno capito che la Storia non è solo quella che si studia sui manuali e che l’approccio che avviene attraverso l’anima e il corpo vale molto più di mille parole scritte.

Forse sono troppo giovani per comprendere una cosa così grande fino in fondo ma, come c’insegna Seneca, «ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani».

[immagine da questo sito]

‘E FIGL SO’ PIEZZ ‘E CORE … ANCHE QUANDO SPARISCONO E POI RITORNANO

francesco rigoliI genitori di Francesco Rigoli hanno di certo passato delle buone feste: il loro figlio, ora 27enne, era scomparso nel nulla 3 anni fa, facendo perdere le tracce. Un allontanamento volontario, hanno stabilito gli inquirenti che hanno chiuso il caso pochi mesi dopo la scomparsa. Ma che cosa mai era successo da spingere Francesco ad andarsene così, senza preavviso, senza una motivazione apparente, senza tranquillizzare i suoi che comunque stava bene e se la sarebbe cavata?

Una bugia grande come una casa: il giovane aveva dato a mamma e papà l’annuncio della prossima laurea ma in realtà il suo curricolo da studente mediocre lo ha smentito fin da subito: nessuna laurea, era molto indietro con gli esami.

Ho due domande da fare, a questo riguardo:

1. Cosa spinge un ragazzo di 24 anni a dire una bugia così grossa, ad inventarsi una laurea inesistente?

2. Come vi sareste comportati voi nel vederlo tornare – sollecitato da un appello accorato che una zia aveva lanciato su Facebook -, così, come se niente fosse?

Alla prima domanda non è facile rispondere. Da insegnante posso dire che sono molti gli studenti che soffrono per l’insuccesso scolastico perché si sentono in colpa nei confronti dei loro genitori, perché non sono all’altezza delle aspettative di mamma e papà o semplicemente perché non hanno coraggio di ammettere che quel dato corso di studi non fa per loro.
Generalmente chi teme di deludere la famiglia sa bene quali possono essere le reazioni all’annuncio di un eventuale abbandono degli studi (o, se si tratta di scuole superiori, di cui ho maggiore esperienza, di un cambio d’indirizzo, magari una scuola che i genitori ritengono “inferiore” rispetto al liceo). Al di là delle reazioni violente, che spero non si presentino, molto può influire anche la violenza psicologica. Dire al proprio figlio “sei una nullità”, “mi hai deluso profondamente”, “non meriti di essere mio figlio” o altre amenità del genere, può essere tranquillamente considerata una reazione violenta perché non tiene conto dello stato d’animo di chi si vede costretto ad ammettere la propria debolezza e incapacità.
A questo punto, molto dipende dal carattere del ragazzo (oltreché dall’età): c’è chi quel coraggio lo trova ed è pronto ad affrontare le conseguenze, e chi non ce la fa e non vede altra via d’uscita che sparire. A volte, l’esito è ben peggiore di quello del caso in questione: qualcuno arriva anche al suicidio.

Succede, nei casi di allontanamento spontaneo, che in breve tempo il figlio si ripresenti a casa e tenti di chiarire le cose. Altre volte, come nel caso di cui sto trattando, l’allontanamento si protrae nel tempo fino a diversi anni. A questo punto immaginiamo quale possa essere la reazione della famiglia.

I genitori di Francesco l’hanno accolto a braccia aperte, almeno da quanto emerge dal messaggio lasciato dalla madre su Facebook, nella pagina aperta apposta per rintracciare il figlio scomparso.
E’ normale, mi chiedo, un simile atteggiamento? Io credo di sì.
Se un figlio, anche il più bugiardo del mondo, ritorna a casa deve essere accolto a braccia aperte. La parabola del figliuol prodigo insegna. Non perché si debba perdonare sempre e comunque, beninteso, piuttosto perché quando si teme di aver perduto per sempre un figlio, la sua riapparizione viene concepita quasi come un miracolo, una benedizione del Signore, per chi ci crede.

Eppure c’è chi, commentando l’articolo del Corriere.it che racconta questa storia a lieto fine, la pensa diversamente. “Un bel calcio nel c**o e torna da dove sei venuto!” è la sintesi di molti dei commenti. Ma c’è anche chi accusa i genitori di essere responsabili della fuga, proprio per i motivi che ho esposto sopra. Più equilibrati mi sembrano i commenti che, pur sostenendo che il “figliuol prodigo” debba essere accolto a braccia aperte, non mancano di sottolineare che, qualunque fosse il motivo della fuga, il ragazzo avrebbe dovuto, magari dopo un po’ di tempo, rassicurare i genitori sulle sue buone condizioni di salute. Meglio piangere un figlio lontano ma sano che un figlio (creduto) morto.

E voi cosa ne pensate?

TEMPO DI PAGELLE

pagelle ai profGli scrutini si sono ormai conclusi da tempo, i tabelloni con i voti sono stati esposti e gli studenti italiani possono godersi o meno le meritate vacanze. Ci sarà chi esulterà per una promozione inaspettata, chi già si sta pregustando il regalo per una promozione meritata, altri piangeranno sul latte versato (cioè sull’opportunità sprecata di essere promossi), i più grandi stanno meditando su come organizzare lo studio estivo per “saldare” i debiti.

Ora lo so che qualcuno starà pensando che ho sbagliato blog, che quello più adatto a un post del genere è laprofonline. Vero, ma in realtà la pagella di cui sto per parlare non è quella dei ragazzi bensì la mia.

Sono stata valutata. Nel mio liceo gli studenti hanno deciso di mettere i voti ai prof. Nella massima discrezione, beninteso. Ognuno di noi, se interessato, con una e-mail può richiedere la sua valutazione. Nessun tabellone, nessuna pagella ufficiale per noi. Così hanno stabilito, anche contro il parere del Consiglio di Istituto.

Nelle settimane scorse nei corridoi ho sentito dei commenti. C’è qualcuno che s’è preso una bella sfilza di insufficienze in “spiegazione” e “correttezza”. Qualcuno ci ride su, altri si rammaricano. Ma c’è davvero qualcuno che crede nell’onestà e obiettività del giudizio degli studenti? Più volte ho espresso le mie perplessità e la riflessione più recente la trovate in questo post pubblicato sul Corriere.it.

Per quanto mi riguarda, ho ricevuto la sufficienza in “correttezza” (che poi non so nemmeno cosa s’intenda, credo nella valutazione ma non ne sono sicura) e “spiegazione”. So che la valutazione è il risultato della media dei voti totali e questo mi piace meno. Sono consapevole, infatti, che il gradimento di un docente dipende molto dal clima che si è instaurato in classe e nelle mie tre è stato molto diverso.

In seconda, forse per l’esiguo numero di ore (solo 4 di Italiano) e per la giovane età dei ragazzi, il clima è stato piuttosto formale, a volte un po’ freddino. Bravissimi, devo ammetterlo, tutti promossi a giugno con dei voti più che dignitosi. I miei, però, sono stati decisamente più bassi rispetto a quelli dell’area matematico-scientifica. Non per causa mia, sia chiaro, ma per colpa della preparazione scarsissima in Italiano con cui gli allievi arrivano in prima liceo e io in due anni miracoli non ne ho potuti fare.

In quarta il clima è sempre stato buono. Mi sono arrabbiata più volte per il comportamento troppo esuberante di alcuni, ma a parte questo c’è sempre stata la massima collaborazione da parte mia e loro.

In quinta, nonostante i cinque anni passati assieme, purtroppo già a partire dallo scorso anno qualcosa si è incrinato, il nostro rapporto è stato più volte vicino alla rottura completa e non ho mai capito perché. Facendo il confronto con le classi terminali del passato devo ammettere, a malincuore, che il clima in questa classe non è stato dei migliori e ciò di certo non ha agevolato il lavoro, da entrambe le parti. Se state aspettando il solito post di saluto, che non ho negato nemmeno alla quinta del 2011 nonostante il poco tempo passato assieme (solo un anno), dico subito che non ci sarà.

Detto questo, appare evidente che pur essendo io sempre la stessa, il rapporto che si instaura fra docente e discenti può fare la differenza. Certamente la fa in termini di giudizio … mi sa questi ultimi mi hanno abbassato la media. 😦

Al di là di tutto, credo che la valutazione da parte degli studenti, che deve comunque essere presa con le pinze, possa costituire uno stimolo per migliorare. I voti sulla “disponibilità” e il “rapporto con gli studenti” sono decisamente migliori (8 e 7) e questo mi rincuora. Per il resto, vedrò di impegnarmi maggiormente per migliorare la “correttezza” e la “spiegazione”, anche se mi spiace che in classe nessuno mi abbia mai detto che le mie spiegazioni non sono brillanti e che la correttezza non è una delle doti migliori che possiedo.

[immagine da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: LA CREATIVITÀ DEGLI STUDENTI AL SERVIZIO DELL’IMPRESA

sello udineQuesta settimana “gioco” doppiamente in casa: ho scelto una notizia che riguarda la scuola e allo stesso tempo la mia regione.
Alcuni studenti del liceo artistico “Sello” di Udine hanno ideato i nuovi sedili ferroviari che viaggeranno in Europa.

Da sempre si sente dire che la scuola è molto lontana dal mondo del lavoro, che gli studenti non sono pronti, una volta terminati gli studi, ad affrontare un impegno lavorativo. Troppo spesso si accusa la scuola di non saper preparare gli allievi in termini di competenze da spendere nel breve termine in ambito professionale. Non sempre è così. Se ciò può essere vero per i licei, che non preparano al mondo del lavoro ma agli studi universitari, ci sono scuole, specie istituti tecnici e professionali, che offrono una preparazione adeguata, anzi, talvolta permettono agli studenti di dimostrare delle specifiche competenze anche prima di terminare il corso di studi.

E’ il caso del liceo artistico – nato, con la riforma Gelmini, dal vecchio istituto d’arte – “G. Sello” di Udine. Gli allievi delle classi 3D, 4D, 5C del corso di Design Industriale e 4C del corso di Design della Moda hanno presentato ieri ai rappresentanti della Fisa di Osoppo, azienda leader nel campo della fabbricazione di sedili autoferroviari che in questi ultimi anni si è assicurata contratti di fornitura con le principali società ferroviarie europee, i propri progetti per la realizzazione di un innovativo sedile.

L’idea della collaborazione tra scuola e impresa è nata qualche mese fa in occasione della visita che gli studenti hanno fatto presso gli stabilimenti di Osoppo. Grazie alla loro creatività e con la guida dei docenti Tiziana Infanti, Nadia Ceccotti e Dino Del Zotto hanno elaborato dei progetti nel rispetto delle nuove tendenze di design, senza trascurare le soluzioni ergonomiche cui attualmente non si può rinunciare.

Sono nate così delle proposte accattivanti, innovative anche per quanto riguarda la scelta dei tessuti, dai colori e dalle fantasie in grado di incontrare i gusti dei viaggiatori moderni. Alcuni progetti appaiono particolarmente innovativi grazie alla tappezzeria dall’effetto praticamente tridimensionale.

Entro marzo i tecnici della Fisa sceglieranno la proposta migliore elaborata dai ragazzi, per passare alla fase di progettazione industriale e di produzione. Quindi il sedile nella sua forma finale sarà anche esposto a Innotrans, la Fiera internazionale dei Trasporti che si terrà a Berlino dal 23 al 26 settembre.

Il progetto definitivo diventerà poi realtà, fornendo l’arredo ottimale per i vagoni ferroviari di molte linee di collegamento dei principali Paesi europei.

Un in bocca al lupo, dunque, ai ragazzi che stanno vivendo un’esperienza che, comunque vada, rappresenta un buon trampolino di lancio per il futuro professionale.

[fonte: Messaggero Veneto; immagine da questo sito]

ALTRE BUONE NOTIZIE:

Le sindache di Italia di laurin42

Il Ponte fotovoltaico Black friars Bridge di chezliza

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

PIOVE …

DonnaSottoLaPioggia[…] piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude, […]

(per leggere tutta la poesia clicca QUI)

Piove. Sembra non voler smettere mai. Eppure dicono che l’inverno qui non è piovoso. La primavera e l’autunno lo sono di più, piovosi. Non riesco a immaginare come sarà la primavera quest’anno …

Piove. Per tutto il pomeriggio, preparando il materiale per gli scrutini dei prossimi giorni, nelle orecchie mi risuonano i versi di D’Annunzio. E dire che l’ho sempre detestato. L’ho scoperto – vorrei dire ri-scoperto ma la mia avversione per lui ai tempi del liceo e pure all’università era tale da impedirmi di scoprire davvero la sua scrittura, di godere davvero dei suoi versi, di tenere a mente davvero qualcosa della sua vasta produzione – solo da qualche anno. Me l’ha fatto amare la visita al Vittoriale, fatta senza pregiudizi di sorta. Ne sono rimasta affascinata proprio perché ho osservato la sua casa-museo con gli occhi limpidi, quelli della fanciullina con tanta voglia di imparare e di apprezzare. Quella fanciullina che non ero stata capace di essere al tempo giusto. Ma, come si suol dire, non è mai troppo tardi.

Piove. Ho cercato il testo de La pioggia nel pineto. A memoria no, non la so. Ho scarsissima memoria per le poesie, forse ne ho imparate troppo poche ai tempi delle elementari. Però la so spiegare ai miei studenti e ora so che posso trasmettere la mia gioia e il mio stupore, cercando di fare assaporare questa poesia meravigliosa che non avevo potuto apprezzare alla loro età. Ma non è mai troppo tardi.

Piove e non ne posso più. Forse il mondo ha bisogno di essere lavato, come le coscienze di chi non fa mai il bene del prossimo e pensa solo ai suoi privilegi. Piove, governo ladro! Mai alcun detto mi è sembrato azzeccato come questo in questo momento.

Vi lascio, oltre a queste riflessioni strampalate, buttate giù come gocce di pioggia che cadono qua e là come capita, il video della poesia di D’Annunzio recitata da Roberto Herlitza. Voce sublime di un attore tra i miei preferiti.

E speriamo che la smetta di piovere.

[immagine da questo sito]

GRAZIE DEI FIORI

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Sabato 8 giugno è stato l’ultimo giorno di lezione per quest’anno. Un anno pesante, decisamente. Quatto classi e cinque materie con valutazione scritta e orale (tre italiano e due latino) hanno messo a dura prova la mia resistenza psicofisica.

Ricordate il post d’inizio anno? Be’, diciamo che me la sono cavata e ho pure avuto le mie soddisfazioni. Quando il duro lavoro paga, è sempre un piacere.

Insomma, sabato mattina, ultimo giorno, avevo due ore sole in due delle quattro classi.
La prima ora arrivo in seconda, classe che al 99% lascerò, affidandola alle esperte mani di un collega.
Mi dirigo verso la porta dell’aula e stranamente sono silenziosi. Di solito, specie il sabato, li sento urlare dal piano terra (la classe sta al primo) e siccome qui la mattina del sabato c’è il mercato, immancabilmente entro urlando (più di loro altrimenti non mi sentono): “ma dove siamo? al mercato di viale Vat?!”.
Sabato, niente urla e appena entro capisco il perché: mi stanno aspettando con un mazzo di rose rosa. Che dire? Non me l’aspettavo. Sono stati gentili, mi hanno voluta salutare con un omaggio floreale visto che il prossimo anno non sarò con loro. Di bienni ne ho finiti tanti eppure non ho quasi mai ricevuto un pensiero così carino.

La seconda ora ho lezione – si fa per dire perché il sabato, l’ultimo, in pratica si festeggia mangiando e bevendo … niente alcolici, naturalmente – in terza.
Una classe difficile, un assemblaggio di più seconde con l’innesto di qualche singolo allievo proveniente da altre scuole. Insegnando solo italiano, quattro ore, ho avuto l’impressione che fossero davvero poche per conoscerli. Peccato. Lo scorso anno avevo dovuto chiedere di separare la cattedra di Italiano dal Latino per poter proseguire con la seconda, altrimenti l’avrei persa (e mi sarei persa pure le rose!). Ormai, da quando siamo obbligati alle 18 ore di cattedra siamo solo numeri, della didattica non importa più a nessuno.

Arrivo nel corridoio del secondo piano e vedo un gruppetto di allievi sulla porta. Loro sanno che li voglio trovare tutti dentro, è tutto l’anno che lo ripeto. Ripeto anche che tra un’ora e l’altra non si va in bar a bere il caffè, che al ritorno dalla palestra non si fa la sosta al distributore per prendere la bottiglietta d’acqua, che poi è pure ghiacciata e loro sono sudati e poi si ammalano. Parole al vento.

Mi avvicino alla porta della classe e penso: “non posso mica entrare e fare la predica anche l’ultimo giorno di scuola”, poi però sento che c’è qualcosa di strano: la porta è chiusa. Loro sanno che la devono lasciare aperta …
Entro e vengo accolta con un applauso. Maddai, dico, pure l’applauso. E quando si fanno avanti tre dolci fanciulle (perché i maschi, si sa, sono timidi) e mi porgono un mazzo con tre rose rosse, allora mi sciolgo. Ma pensa tu, non me l’aspettavo. E loro: “legga il biglietto, prof, poi capisce” e mi consegnano un cartoncino con la foto di classe (quella in cui non ho voluto posare per non rovinarla!). All’interno le firme (con breve descrizione di ognuno … non sono convinta che ciascuna sia di proprio pungo) e la dedica. Vabbè, la potete leggere nell’immagine qua sotto.

biglietto rose 3M

Insomma, una vera e propria captatio benevolentiae. Ma sono stati carini lo stesso, interessati ma carini. E io mi lascio sfuggire pure una cosa che non si dovrebbe mai dire, “siete stati la classe che mi ha dato più soddisfazione”, certo, pensando alle premesse …
Naturalmente non sfugge ai miei allievi di terza le rose che ho già in mano. Si affrettano a sottolineare che loro me le hanno regalate rosse, quelle di baccara, mica rosa. Troppo simpatici.

E così è terminato quest’anno scolastico, almeno per quel che riguarda le lezioni. E io sono qui che mi godo i loro bei sorrisi nella foto che tengo sulla scrivania. Lo so che sperano che l’anno prossimo sarò la loro prof anche di latino ma io ora non ci voglio pensare. A Seneca e Cicerone penseremo a settembre.

Intanto GRAZIE DEI FIOR, come cantava Nilla Pizzi. Ma siccome loro non sanno nemmeno chi sia, ho deciso di postare il video della versione di Arbore e Frassica, decisamente più vivace.

Non mi resta che augurare a TUTTI

buone_vacanze_

LE GAMBE DELLA PROF

camero diaz prof

Era stato staccato un pannello della cattedra per guardare le gambe della supplente. Eravamo una classe maschile, seconda liceo classico, sedicenni e diciassettenni del Sud, seduti d’inverno nei banchi con i cappotti addosso. La supplente era brava, anche bella e questo era un avvenimento. Aveva suscitato l’intero repertorio dell’ammirazione possibile in giovani acerbi: dal rossore al gesto sconcio. Portava gonne quasi corte per l’anno scolastico 1966-1967.
Si era accorta della manomissione solo dopo essersi seduta accavallando le gambe: aveva guardato la classe, la mira di molti occhi, era arrossita e poi fuggita via sbattendo la porta.

Il brano è tratto da In alto a sinistra, una raccolta di racconti di Erri De Luca (Feltrinelli, 2007. Per leggere l’intero racconto CLICCA QUI), un autore che amo molto, anche se l’ho scoperto da poco.

Siamo in prima, ora di Narrativa. Gli studenti dovevano leggere il racconto come compito a casa. Io l’ho letto solo un’ora prima, mentre quelli di quarta scrivevano il tema.
Una lettura gradevole che mi ha riportato alla mente “antichi” ricordi. Caso strano, ne parlo con quelli di prima. Sono curiosi, mi ascoltano sempre con attenzione (be’, non sempre e non tutti 😦 ), quando spiego l’epica pendono praticamente dalle mie labbra. Insomma, meritano che io parli un po’ di me, ci conosciamo poco, in fondo. Solo quattro ore alla settimana, solo Italiano, troppo poco per conoscerci bene.

L’episodio risale a vent’anni fa. Non ero supplente, ero di ruolo già da qualche anno. Giovane e carina sì, non lo posso negare. Ma io non ho mai avuto la percezione di me come realmente sono, mi vedo diversa da come mi vedono gli altri, penso sempre di essere più brutta di quanto mi si faccia credere. Mi sento pirandelliana stasera. Avete mai letto Uno nessuno e centomila? Oggi mi sento Moscarda, anzi, mi sono sempre sentita un po’ Moscarda.

Insomma, ai tempi mettevo la minigonna (anche ora, di tanto in tanto, ma un po’ meno corta di allora). Un giorno ero al bar con una collega, ragazza alquanto graziosa. Arriva il segretario, uomo detestabile e detestato molto dalla sottoscritta, in compagnia di un impiegato, persona gentile e amabile. Il segretario guarda me e la mia collega (dovrei dire: guarda le gambe mie e della mia collega) ed esclama, rivolto all’impiegato ma con un tono di voce decisamente alto per essere uno scambio privato di battute: “Ecco le gambe più belle del liceo“. Io e la mia collega ci siamo guardate e con la coda dell’occhio ho visto il povero impiegato che arrossiva. L’altro se la rideva che era un piacere … solo per lui, naturalmente.
Ma che c’entra tutto questo con il pannello della cattedra di cui parla De Luca? Nulla, ma volevo fosse chiaro che, se pensavo che nessuno si curasse di me, mi sbagliavo. Le mie gambe non passavano inosservate, evidentemente.

Ma arriviamo alla cattedra, anzi no, c’è un preambolo e una precisazione da fare. Quanto a quest’ultima, le cattedre (che erano sempre quelle dall’anno di fondazione della scuola, quindi avevano una settantina d’anni) erano proprio quelle di cui parla de Luca, quelle con il pannello davanti che aveva la funzione di impedire ai ragazzi la visuale della parte inferiore del corpo di chi vi stava seduto. Il pannello, tuttavia, non copriva interamente il davanti della cattedra, lasciava uno spazio sotto di circa 20 cm, forse 30. Non ho la percezione delle misure.

Arriviamo al preambolo che poi, in pratica, ci porta dritti dritti all’episodio in questione, si fonde con esso.
Ricevimento genitori. Arriva una mamma, mi squadra da capo a pie’, mormora appena un cenno di saluto, si siede davanti a me ed esordisce: “Ecco perché vuole sempre venire mio marito a parlare con Lei! Ma mio figlio mi ha avvertito, sa? Sono venuta io, oggi!”. Io rivolgo alla signora uno sguardo perplesso, non ci capisco nulla, che c’entra il marito e che le ha detto il figlio? La signora, nonostante mi si legga in faccia che non so di cosa stia parlando, prosegue il discorso assolutamente noncurante ed evidentemente fiduciosa nella mia perspicacia. Insomma, dovevo capirlo da me perché il marito non l’aveva mai mandata a colloquio.
“Non si è mai chiesta – continua la mamma – perché a mio figlio cada continuamente l’astuccio con le penne?“. Il figlio è in primo banco ed effettivamente l’astuccio gli cade almeno tre volte in un’ora. Mi viene da rispondere “se ha un figlio scemo, signora …” ma non è nel mio stile. Preferisco giustificare il fatto attribuendo ogni responsabilità al banco troppo piccolo e poco profondo. Quei banchi di una volta, in formica verde, quelli che avevano ancora il posto per il calamaio. Lo Stato, si sa, non ha mai soldi da destinare alla scuola e le suppellettili, almeno 20 anni fa, lasciavano a desiderare.
“Nossignora! – replica la genitrice – Non ha mai fatto caso che gli cade solo quando porta la gonna?”.
Ok, ho capito. Che stupida! Perché non l’avevo mai capito prima? Forse perché non ho mai pensato che le mie gambe potessero destare interesse a dei ragazzini di 15 anni. Avrò pure avuto vent’anni in meno, ma non credevo si potesse arrivare a tanto solo per vedere le gambe della prof seduta in cattedra.

Termino il racconto. I miei ragazzi di prima sono divertiti. Ma soprattutto mi chiedono cosa sia successo al figlio di quella mamma. Nulla, perché? In fondo non ha fatto niente di male, non ha mica smontato il pannello della cattedra!
Faccio fatica a tenerli buoni ed è cosa rara visto che basta poco per zittirli.
Inizia la lezione vera. Accavallo le gambe, tanto c’è il pannello. Tanto indosso i jeans, che stupida!
Tanto ho vent’anni in più. Ancora più stupida.

STAMATTINA VI HO VISTI TUTTI CONCENTRATI …


AI MIEI STUDENTI DI QUINTA

Stamattina vi ho visti tutti concentrati, da lontano. Con quei fogli a quadretti davanti, a cercare le risposte ai quesiti della prova di matematica, a provare e riprovare, qualcuno tranquillo, sicuro di quel che stava facendo, qualcun altro molto più perplesso. Alcuni inquieti, con quel movimento sussultorio delle gambe che tante volte ho osservato durante l’esecuzione dei compiti in classe. Le ragazze con i capelli raccolti, con quel caldo insopportabile, quel caldo che doveva proprio arrivare improvviso, in concomitanza con l’inizio degli esami. Un caldo che solo una “vecchia” prof come me può sopportare tenendo ostinatamente i capelli sciolti. Ma sudavo, eccome se sudavo.

Anche ieri mattina vi ho visti tutti concentrati, da lontano. Con i fogli a righe davanti, intenti a ricomporre in ordine i pensieri sparsi per elaborare un tema decente, Almeno, spero lo sia stato. Non so nemmeno che tracce avete scelto, avrei voluto passare veloce fra i banchi e sbirciare qua e là. Me l’hanno impedito, ovvero mi hanno consigliato di chiedere l’autorizzazione alla presidente che, però, in quel momento non c’era. E me l’avrebbe data, certamente, l’autorizzazione, la conosco da così tanti anni … alla fine ho rinunciato però sono riuscita a vedere qualche testa che si sollevava dal foglio, come se aveste percepito la mia presenza. Come quando, durante i compiti, smettevate immediatamente di parlottare un secondo prima del mio passaggio dalle vostre parti.

Mi sembra così strano, così ingiusto che io non sia lì con voi ad accompagnarvi nell’ultima avventura da liceali. È come se mancasse qualcosa, è come se quel cordone ombelicale che ha tenuti uniti a me tutti voi facesse fatica a spezzarsi. I miei allievi! Una parola che ha origine dal verbo latino alo, nutro. Eh sì, vi faccio ancora una lezione di latino, l’ultima. Nutrire trasmettendo il sapere senza rinunciare alle emozioni, nutrire dei cuccioli che, ormai svezzati, stanno per prendere il volo. Questo è il nostro mestiere, quella cosa meravigliosa chiamata “insegnamento”.

Anche stamattina, quando poi mi sono avvicinata per sorvegliare la classe che mi era stata assegnata, ho visto gli sguardi alzarsi da quel foglio a quadretti. Ho percepito qualche sussurro, qualcosa come “sono quelle le scarpe arancioni”, l’ultimo acquisto di cui avevo parlato con alcune di voi. Sì, sono quelle. Belle vero? Mi avete definito una prof elegante: quella di oggi forse è stata l’ultima lezione. O forse no.

In teoria da oggi dovrebbero iniziare le mie vacanze. In pratica ho ancora delle questioni burocratiche da sbrigare negli uffici. Potrei farlo domani o magari sabato mattina. Mi toglierei il pensiero e da lunedì sarei davvero libera da impegni. Ma voi non ci sarete, nei prossimi giorni. E allora credo proprio che andrò negli uffici lunedì, farò un veloce passaggio fra i banchi per regalarvi un sorriso di incoraggiamento. Avviso subito le ragazze che non avrò le scarpe arancioni: non avete idea del numero esorbitante di vesciche che mi hanno procurato in tre ore di passeggiate su e giù per il corridoio. Neanche avessi fatto la maratona di New York …

E poi magari ci sarò anche per gli orali. Al diavolo le vacanze! Inizieranno per me e per voi nello stesso momento. Verrò a sostenervi, ad incoraggiarvi, a pregare con voi o a fare esercizi di respirazione assieme ai più tesi di voi. Non verrò ad ascoltarvi, lo prometto. Oddio, se proprio qualcuno me lo chiedesse … non sarebbe professionale ma chiedendo il permesso magari lo si potrebbe fare. E forse sarò ancora assieme a voi ad aspettare con il batticuore l’esposizione dei voti. Perché, ormai è chiaro, io senza di voi non ci posso stare.

Sono afflitta dalla sindrome da inizio vacanze, quella sensazione di vuoto, come se qualcosa mancasse, come lo stomaco che brontola quando ha fame … Ogni anno arriva inesorabilmente con gli stessi sintomi. Ed è inutile che mi ripeta che sono stanca, stanchissima, che ho bisogno di riposo, che ho tante cose da fare in casa (ad esempio, cambiare il guardaroba visto che nell’armadio ho ancora i vestiti invernali e quelli estivi sono appesi sparsi ovunque capiti in quasi tutta la casa). È proprio inutile che ripensi a quanta fatica abbia fatto per arrivare alla fine delle lezioni, con tutti quei compiti da correggere, tutte le interrogazioni da fare (nelle altre classi perché voi ve la siete cavata alla grande!), quella voglia di starmene a casa senza fare assolutamente nulla, almeno per qualche giorno. Eppure non ho ancora incominciato. Anche questo pomeriggio, tornata a casa quasi alle quattro, avrei voluto sedermi sul divano e dormire fino alle otto di stasera. E invece sono qui a scrivere a voi, di voi, per voi. Un post l’ho dedicato alle quinte negli ultimi quattro anni. Per voi non avrei fatto un’eccezione, tanto più che, in barba a quel che si dice, che tutti gli studenti sono uguali come ogni scarrafone è bello a mamma sua, ci sono classi e classi. Attenti, non sto dicendo che gli studenti non sono tutti uguali all’interno della stessa classe (non sarebbe deontologicamente corretto nemmeno pensarlo), sto dicendo che non tutte le classi sono uguali e la vostra è una di quelle speciali.

Questo non è un post d’addio, non so nemmeno se lo leggerete, presi come siete dallo studio per le ultime prove. È solo un post che nasce dalla voglia di esprimere il mio dispiacere nel non potervi accompagnare fino in fondo, anche se so che siete in buonissime mani. È un post che dovevo scrivere per dirvi ciò che, nel ruolo di insegnante o quello di commissario, non avrei potuto dirvi. Per farvi sentire la mia vicinanza e il mio tifo per voi, un tale tifo che nemmeno per l’Italia agli Europei di calcio!

Nel “libro della memoria” uno spazio per voi ci sarà sempre. Spero che anche voi manteniate di me un buon ricordo e … non giratevi dall’altra parte se mi incontrate per strada!

Buona fortuna, ragazzi.

LA “CLASSE” NON È ACQUA … E NEMMENO LA PROF


Venerdì sera sono stata alla cena di matura della mia quinta. A parte il fatto che sono appena rientrata da una tre giorni al mare (e ci voleva proprio!), quindi non ho fatto in tempo a trasferire sul blog le mie emozioni tempestivamente, ma devo dire che questa esperienza non è stata poi molto diversa rispetto all’altra. Quindi, anche se mi impegnassi ora, finirei con lo scrivere un post quasi identico.

Ora, non vorrei che i miei attuali allievi si offendessero: loro sono diversi, è vero, ma quando li si vede al di fuori dell’aula scolastica, tutti belli ed eleganti, i sentimenti che animano una “vecchia” prof che, a dispetto dei 4 in latino che non ha mai fatto mancare loro, ha un cuore grande così, sono sempre quelli. Vedere dei ragazzi che fino al mattino erano seduti ai loro banchi, con le magliette e i jeans sempre uguali, come stereotipati, e poi osservarli mentre si muovono, sorridono, chiacchierano, urlano, allegri nei loro begli abiti, le ragazze con i tacchi vertiginosi (un’invidia pazzesca!), le scollature, le schiene scoperte, le acconciature curate, i ragazzi in giacca e cravatta (non tutti, ma tutti comunque diversi rispetto a quei tipi sonnacchiosi che mi guardano dal banco troppo stretto, che quasi li fa sembrare dei giganti) … insomma, è uno spettacolo emozionante.

In una cosa, però, questi miei studenti che fra poco dovrò salutare, perché non sarò io ad accompagnarli all’esame di stato (e mi dispiace un sacco), si sono distinti. Gli altri, qualche anno fa, mi avevano incoronata “poeta vate”, in virtù del mio talento poetico giovanile, ed avevano trascritto su una “pergamena” un mio vecchio componimento in versi; i miei allievi di adesso, invece, mi hanno dedicato una poesia che se non mi ha emozionata a tal punto da scoppiare in lacrime è stato solo per l’imbarazzo provato di fronte alle colleghe presenti che, diciamolo, un pochino di invidia devono averla provata. Per non parlare delle rose – rosse, naturalmente – che hanno donato a me sola … Insomma, posso garantire che l’emozione c’è stata e continua ad esserci ogni volta che rileggo quelle parole di stima. Anche se, come ho detto loro, a leggerle pare che io non abbia fatto altro, in quella classe, che insegnare il bon – ton. Posso assicurare che non è così anche se, effettivamente, non posso assicurare che tutti abbiano davvero imparato quello che ho loro trasmesso con tanta passione.

Soprattutto posso assicurare che, se è vero che mi hanno apprezzata anche per la mia eleganza (e di ciò sono sinceramente e positivamente colpita), è anche vero che almeno un elegantiae arbiter, visto che il Latino gliel’ho insegnato e di Petronio abbiamo parlato recentemente, nella poesia ce lo potevano pure mettere.

GRAZIE, COMUNQUE, RAGAZZI!

P.S. Per leggere bene il testo della poesia, cliccare sull’immagine.