#SANREMO2020: IL SOGNO DI AMADEUS SI È AVVERATO MA…

Sanremo ventiventi – come l’ha chiamato in modo quasi ossessivo Amadeus durante le interminabili cinque serate del Festival – è andato bene. Oltre alle più rosee aspettative, a quanto pare. Per eguagliare il successo in termini di audience dicono che bisogna andare indietro di 25 anni. L’evento sanremese del millennio. Attenzione, però, il terzo millennio dell’era cristiana è ancora giovane, ne deve passare di acqua sotto i ponti. Magari l’acqua travolgerà per sempre la canzone italiana che, almeno per ora, non sembra sofferente. O magari ci saranno altri festival in grado di superare il 70°.

Confesso che ho seguito le serate un po’ a spizzichi e bocconi. Senz’altro non avrei potuto rimanere sveglia fino alla fine (solo ieri ho fatto le 2 e 20 attendendo la proclamazione del vincitore), dovendo andare al lavoro. Come dice la mia amica blogger Ester Maero, bisognerebbe proclamare la settimana sanremese festa nazionale, solo così sarebbe possibile fare le ore piccole ogni notte.
Anche se ho cercato di leggere alcuni commenti sulle testate giornalistiche e ho guardato qualche spezzone della kermesse su Raiplay, non mi sento di scrivere un vero e proprio post, quanto piuttosto una raccolta di pensieri sparsi, sulla falsa riga dei tweet che ho postato sul mio account Twitter durante l’interminabile settimana sanremese.

Il conduttore. Amadeus è stato bravo e soprattutto spontaneo. Aveva gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che guarda il mondo con stupore e meraviglia, quel bambino che, canzone dopo canzone, negli anni ha coltivato un sogno: non cantare a Sanremo ma calcare il palcoscenico dell’Ariston come conduttore. Non ha mai perso quell’espressione di gioia e quasi incredulità, come se ogni sera si chiedesse “ma sta capitando davvero a me?”. Al di là delle polemiche che hanno preceduto il festival, credo sia riuscito a far ricredere chi non lo riteneva all’altezza.


L’amicizia. Pare che quello che si è appena concluso sia stato il festival delle grandi amicizie. Fiorello e Tiziano Ferro, onnipresenti, hanno fatto da spalla ad Amadeus e, come se ci fosse una sorta di competizione tra i due nell’adempiere a questo compito, è nata qualche scaramuccia. Tiziano Ferro, durante la seconda serata, ha lanciato con successo su Twitter l’hashtag #fiorellostattezitto, tanto che lo showman siciliano giovedì non si è presentato sul palcoscenico. Personalmente ringrazio il cantautore di Latina: la presenza di Rosario è stata invadente, ha dilatato oltremodo la durata delle serate e a lungo andare è risultato noioso (almeno a mio parere). Ho avuto l’impressione che le sue incursioni sul palco divertissero solo l’amico Amadeus. Inoltre non mi è piaciuto il fatto che nelle prime scene durante la serata di martedì i riflettori fossero rivolti verso di lui. Sarà stata anche una cosa studiata ma Amadeus si meritava di aprire il festival. Forse gli autori pensavano che Fiorello aumentasse lo share?

Le canzoni. Non mi esprimo sulle canzoni in gara perché devo ammettere di non averle nemmeno sentite tutte. Credo che la vittoria di Diodato sia meritata: la sua era l’unica canzone, tra quelle ascoltate, che ho gradito fin dalle prime note. Ma di canzoni in cinque serate ne abbiamo sentite tante. Troppi ospiti, quasi tutti italiani, qualche performance di troppo (Albano Romina e i Ricchi e Poveri, che ho pure apprezzato, hanno fatto dei mini concerti), senza contare la presenza a cadenza regolare sul palco di Tiziano Ferro… mi è piaciuto il duetto con Massimo Ranieri (“Perdere l’amore” è una canzone senza tempo) ma Ferro è stato anche lui, come Fiorello, troppo invadente.

Gli ospiti e la gara. Alla fine, con tanti pezzi ascoltati, chi si ricordava più le canzoni in gara? Ricordo che una volta al Festival di Sanremo, non a caso dedicato alla canzone italiana, gli ospiti erano tutti stranieri (o quasi), proprio perché l’attenzione del pubblico doveva essere concentrata sulla gara. La scelta di Amadeus e degli altri autori non mi è piaciuta per niente.

Le donne. Fin dall’inizio il conduttore aveva detto che sarebbe stato accompagnato da molte donne. Ma dieci, caro mio, forse sono troppe. E fra quelle dieci chi si è salvata davvero? Forse la Clerici e la zia Mara (Venier), ma sono delle veterane e non c’è da stupirsi. Anche l’albanese Alketa Vejsiu ha dato prova di essere all’altezza del ruolo che, per carità, non era da valletta ma da co-conduttrice. Una parlantina che neanche Fiorello…
Le signore del Tg 1, Laura Chimenti e Emma D’Aquino, oltre a essere davvero brave, hanno dimostrato che la classe non è acqua. Al contrario di Diletta Leotta che, rifatta dalla testa ai piedi, grazie anche al fratello chirurgo plastico, ha avuto il coraggio di dire che la bellezza non è un merito, come se la sua fosse naturale. Poco dopo, però, ammette che lei è a Sanremo perché è bella. E quindi? È dai tempi di “Oltre le gambe c’è di più”, tormentone che risale a quasi 20 anni fa, cantato da Jo Squillo e Sabrina Salerno (anche lei ospite alla settantesima edizione di Sanremo), che non si è ben capito cosa ci sia di più, almeno in certe donne.

Le mise. Ora si dice outfit ma io sono antica, quindi affezionata all’elegante parola francese. Impeccabile Amadeus che ha sfoggiato dei completi molto particolari, tutti confezionati per l’occasione dallo stilista preferito del conduttore: Gai Mattiolo. Il completo che ho preferito è stato il primo della serata finale perché in genere il broccato, che caratterizzava la maggior parte dei completi sfoggiati, non mi fa impazzire.
Sulle donne vorrei stendere un velo pietoso ma mi limiterò a dire che, al di là dei centimetri di pelle scoperti (nei punti giusti, naturalmente), non è il pudore che manca ma l’eleganza. Una su tutte: la cantante Elodie che ha sfoggiato delle scollature vertiginose e si è esibita ogni volta palpandosi il seno come se volesse controllare che fosse tutto a posto, che nulla scappasse di qua e di là. A parte le giornaliste Emma D’Aquino e Laura Chimenti, signore dell’eleganza, mi è piaciuta molto l’attrice Cristiana Capotondi che ha fatto un’apparizione fugace ieri sera ma sufficiente per dare una lezione di signorilità a molte altre, come Elettra Lamborghini e il suo lato b in bella mostra (d’altronde per il twerking…). Nonostante la schiena scoperta quasi totalmente, Cristiana non è riuscita ad apparire volgare.
Fra i cantanti in gara, basterà citare Achille Lauro che ha fatto sfoggio di mise tanto esagerate quanto improbabili. Merita comunque un elogio per la coerenza. Se voleva far parlare di sé, dato il modesto valore del pezzo portato al festival, c’è riuscito.

Sanremo per il sociale. Il Festival di Sanremo ormai da molti anni si occupa del sociale. All’inizio non gradivo che si inserissero nella gara canora storie strappalacrime perché già la vita quotidiana per tutti noi ha i suoi problemi, almeno quando ascoltiamo delle canzoni vorremmo essere spensierati per un po’. Forse la mia era un’idea sbagliata: la kermesse musicale italiana più seguita nel mondo è il palcoscenico ideale per lanciare anche i messaggi che esulano dal mondo spensierato delle canzonette (anch’esse, tra l’altro, a volte portatrici di messaggi tutt’altro che frivoli). Ben venga allora l’intervento di Rula Jebreal, giornalista palestinese, che ha raccontato episodi della sua vita e della vita di sua madre – che si uccise quando lei era piccola –, mescolandoli con citazioni di testi di famose canzoni italiane sulle donne.
L’ospite che ha maggiormente toccato il mio cuore è stato, però, Paolo Palumbo, giovanissimo rapper malato di Sla il quale, attraverso le parole della sua canzone, ha dato una bella lezione di vita a tutti noi che a volte ci lamentiamo per cose davvero futili. Lui, nonostante l’immobilità completa e una vita che dipende dal respiratore e dalla peg per l’alimentazione, si ritiene un ragazzo fortunato. Riesce a muovere solo gli occhi e “parla” attraverso il comunicatore verbale ma apprezza anche il solo fatto di essere vivo.
Mi è piaciuto di meno il monologo sulla diversità di Tiziano Ferro che si conclude con le parole: “Non sono sbagliato. Nessuno lo è.”, e la rivendicazione di una vita felice e dell’amore, cosa di cui è più consapevole ora che ha 40 anni (e fresco sposo di Victor). Caro Tiziano, la felicità e l’amore sono un diritto a prescindere che tu sia gay o etero. Nessuno può giudicare e non c’è bisogno di ribadirlo perché sì, ci sono ancora gli hater, c’è ancora chi fa il bullo nei confronti degli omosessuali, ma questi sono degli imbecilli che non hanno alcun senso di civiltà e non c’è nessun monologo che possa servire a insegnarglielo.

Il rispetto. Mi spiace dirlo ma ciò che ha caratterizzato soprattutto questo 70° Festival di Sanremo è la mancanza di rispetto.
Nei confronti dei telespettatori che, con ogni probabilità, hanno perso una parte considerevole delle cinque serate che sono terminate troppo tardi.
Nei confronti dei cantanti in gara che spesso si sono esibiti dopo l’una di notte. Stemperare la tensione che si accumula nel corso delle ore è davvero difficile e lo stress di certo non aiuta le performance.
Nei confronti dell’orchestra, visto che i maestri, nonostante l’abbondanza di parti dialogate o monologate in cui non era richiesto il sottofondo musicale, mi sono sembrati agli arresti domiciliari per cinque-sei ore di trasmissione. Una cosa disumana, se poi è anche vero (non lo credo) che il compenso ammontava a 50 € per serata, sarebbe riduzione in schiavitù.
Nei confronti di alcuni ospiti, come Zucchero, che si sono esibiti in tarda serata… e poi, qualcuno comincia ad avere una certa età!


L’eroe. In prima fila, elegante e composto, seduto vicino a mamma Giovanna Civitillo, si è goduto ogni serata fino all’ultimo istante, cantando tutte le canzoni in gara (credo che i testi li conosca solo lui…), senza dar mostra del minimo cedimento. Per me José Alberto Sebastiani, figlio decenne di Amadeus, è il vero eroe di questo interminabile Festival di Sanremo duemilaeventi (e non ventiventi come dice Amadeus sul calco dell’inglese). Ha dimostrato, inoltre, un animo sensibile alzandosi in piedi per primo, dando il via a una meritatissima standing ovation, quando si è esibito Paolo Palumbo, il cantante rap malato di Sla. Un ragazzino davvero bene educato, promette bene.

[immagine sotto al titolo da questo sito; immagine di Fiorello_Amadeus_Ferro da questo sito; foto Chimenti_D’Aquino da questo sito; foto Capotondi da questo sito: immagine José Alberto e Giovanna Civitillo da questo sito]

LA TRISTE STORIA DI SERAFINA SCIALÒ

Udine è una piccola città dove le voci corrono veloci, specialmente se sulle labbra scorrono parole che esprimono un sentimento di pietà. In un certo senso, Udine è una città caritatevole.

Nello stesso tempo, è un luogo in cui, per riservatezza o scontrosità mai rivelata fino in fondo (forse per non prendere in prestito l’aggettivo scontrosa, con cui il poeta triestino Umberto Saba definisce la grazia della sua città… ah, quella rivalità tra due città mai del tutto superata!), ognuno si fa un po’ i fatti suoi nella routine delle giornate sempre uguali, dei fatti sempre ben noti. Ma se succede qualcosa e se quel qualcosa interessa una persona un tempo famosa e più avanti travolta dagli eventi, e se un fatto diventa cassa di risonanza per la città stessa a livello nazionale, perché in qualche modo legato a un personaggio, lui sì, ancora famoso, allora le cose cambiano. Non si tace più.

Forse per quella riservatezza che mi ha contagiata negli oltre trent’anni di vita vissuta nel capoluogo friulano, non ho voluto parlare prima di un fatto di cronaca che, in quest’ultima settimana, ha fatto discutere molto e suscitato sentimenti assai diversi e forse insoliti per la pacatezza dei cittadini udinesi.

Lo scorso venerdì (17, per la precisione), è stata trovata senza vita nell’appartamento cittadino, una donna di 63 anni che non dava notizie di sé dai primi di gennaio. Essendo dipendente di una scuola di Udine e non essendosi presentata al lavoro alla ripresa delle lezioni dopo la pausa natalizia, gli stessi colleghi hanno fatto scattare l’allarme e, allertate le Forze dell’Ordine, è stata fatta la macabra scoperta.

La donna, originaria di Catanzaro, risiedeva da decenni a Udine. Si chiamava Serafina Scialò. Nome e cognome che non dicono nulla ai più, se non ai vicini di casa (con cui, a quanto pare, aveva pessimi rapporti), i colleghi e quei pochi che la conoscevano frequentando Borgo stazione dove la sventurata abitava.

Il quotidiano locale, il Messaggero Veneto, ha dato tempestiva notizia della morte di Serafina Scialò e il giorno successivo sulla locandina ben in mostra davanti a tutte le edicole si leggeva, scritto a caratteri cubitali, “Trovata morta la ex moglie di un noto cantante”. Né nome né cognome dell’ex, ma per tutti coloro che avevano letto la notizia sulle pagine del quotidiano on line i dati anagrafici del “noto cantante” non erano un mistero: Umberto Tozzi.

Solo due giorni dopo la notizia inizia ad avere una risonanza nazionale, dapprima con qualche articolo stringato che perlopiù riprendeva quanto riportato dal Messaggero Vento, senza aggiungere nulla. Serafina Scialò: una donna fino a quel momento sconosciuta, nonostante la celebrità – si parla comunque di luce riflessa – di un tempo. Eppure, leggendo gli articoli che si fanno via via più numerosi e dettagliati con il trascorrere dei giorni, si viene a scoprire che questa ex non moglie, come ci tiene a precisare Umberto Tozzi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ma semplicemente convivente – era stata per il cantante torinese la musa ispiratrice. La loro storia d’amore, iniziata verso la metà degli anni Settanta e terminata nel 1984, un anno dopo la nascita di un figlio, aveva ispirato canzoni di successo come «Donna amante mia», «Gloria», «Ti amo» e «Stella stai». Assieme alla compagna di allora Tozzi cantò anche il brano «Tre buone ragioni».

A pochi giorni dal ritrovamento del corpo della Scialò, senza esprimere alcun sentimento di dolore, Tozzi si affrettava a dire che dopo la separazione la donna non solo aveva incassato, in modo fraudolento, due assegni da lui firmati in bianco «per pagare dei fornitori», per un totale di 450milioni di vecchie lire, ma per anni aveva reso impossibile qualsiasi rapporto con il figlio Nicola Armando, nonostante l’intervento del giudice e i numerosi viaggi a vuoto in quel di Udine. Serafina, infatti, dopo la fine della storia d’amore con Tozzi era ritornata a vivere nella città di adozione.

Per amore del figlio, a detta del cantante, la denuncia per truffa e appropriazione indebita non aveva avuto seguito. Un amore paterno che, tuttavia, non avrebbe potuto coltivare per l’atteggiamento ostativo dell’ex compagna. Una “verità” che viene prontamente smentita dal figlio Nicola Armando il quale, in un’intervista concessa al Corriere della Sera e pubblicata oggi, afferma che la madre non avrebbe mai incassato quegli assegni e che si sarebbe sempre arrangiata lavorando per mantenere entrambi. Tozzi, sempre a detta di Nicola Armando, avrebbe pagato il mantenimento «solo quando glielo ordinò il tribunale e senza indicizzarlo. E avrebbe dovuto comprarci una casa che non comprò.»

Una storia triste, soprattutto pensando che di fronte alla morte non si dovrebbe lasciare libero sfogo al risentimento. Quello del cantante, che si precipita a dire «L’ho perdonata per il male che ha fatto a me e a nostro figlio», e quello del figlio che, pur essendosi riavvicinato al padre negli anni, frequentando la sua nuova famiglia (Tozzi, infatti, dal 1995 è sposato che Monica Michelotto da cui ha avuto altri due figli, Gianluca e Natasha), non ha mai trovato in lui la figura paterna di cui avrebbe avuto bisogno.

Tozzi è un cognome che se può, evita di usare, ci tiene a precisare Nicola.

«Io mi sono preso il mio posto nel mondo chiamandomi Nicola, non Tozzi. Ho un secondo nome e dico: piacere, Nicola Armando. Aggiungo Tozzi se proprio devo. E, se mi chiedono “parente di?”, rispondo di no».

Da quanto si legge nell’intervista, dal padre non ha avuto nessun aiuto economico, dal momento che Nicola ha dovuto interrompere gli studi di Giurisprudenza per lavorare: «Faccio un lavoro umilissimo di fatica, sono uno dei tanti che si alza presto, torna tardi ed è fiero di quello che fa».

L’umiltà va di pari passo con la dignità. Per questo le parole di Riccardo Fogli, grande amico di Tozzi, nel commentare il ritrovamento del cadavere di Serafina Scialò, mi hanno particolarmente irritata: «È una fine molto triste — ha commentato l’ex cantante dei Pooh —. Essere la ex di una star e guadagnarsi da vivere facendo le pulizie in una scuola. La vita è strana e spesso spietata. Morire da soli così… Mi spiace per Umberto che è una persona buona e sensibile e un caro amico. La Scialò è stata un pezzo importante della sua vita di uomo e di artista».

La Scialò di oggi era, invece, una donna sola e a quanto pare ancora innamorata dell’ex. Così afferma la sua amica d’infanzia Gloria (chissà se il suo nome ha ispirato la canzone…), intervista dal Corriere della Sera: «Non soltanto penso che fosse ancora innamorata di Umberto, ma sono anche certa che dopo che si sono lasciati nella sua vita non ci sia stato più alcun fidanzato».

Sembrano profetiche, a questo punto, le parole del testo della canzone “Tre buone ragioni” (vedi video sopra), unica performance canora della coppia Tozzi-Scialò:

Primo non amo che te
e un’altra non esiste in questo mondo
secondo perché mi manchi a poco a poco
e terzo questo amore non è un gioco

Nella sua vita Serafina ha affrontato sofferenze, abbandoni, solitudine. Forse per questo, almeno a quanto si legge sulla sua pagina Facebook, i suoi nervi erano a pezzi. Si sentiva perseguitata, accusava i condomini del suo palazzo di avercela con lei, a suo dire il titolare di un bar vicino addirittura l’avrebbe minacciata di morte. In un post pubblicato a dicembre chiedeva aiuto, forse sentiva la fine della sua esistenza tormentata ormai vicina, se era arrivata a chiedere che sul suo corpo venisse fatta l’autopsia. Sono scritti attribuibili a una donna fragile, quasi disturbata. Forse i 36 anni passati lontano dal suo unico amore e in una condizione che i fasti di un tempo non lasciavano presagire, l’hanno portata al delirio.

Per i magistrati, ad ogni modo, la morte è attribuibile a “cause naturali” ed è stata disposta la restituzione della salma alla famiglia. Ma anche per l’estremo saluto la cattiveria della gente non si è risparmiata: il figlio aveva chiesto al parroco di una chiesa cittadina di celebrare le esequie della madre, ricevendo il rifiuto per evitare, questa la giustificazione, l’esposizione mediatica.

Ma davvero un prete può pensare questo? Si preoccupa più di un’affluenza imponente di gente curiosa e di giornalisti (che, a parer mio, non ci sarebbe stata) che dell’anima di una donna morta in solitudine? Questo novello don Abbondio non dovrebbe nemmeno indossare l’abito sacerdotale poiché non dimostra quella caritas che dovrebbe essere la dote indispensabile per un uomo di Chiesa.

Al di là del rito funebre negato nella chiesa cittadina (si terrà comunque mercoledì nella cappella del cimitero di San Vito), mi auguro che l’ultimo viaggio di Serafina sia più felice della sua travagliata esistenza.

[le immagini sono tratte dagli articoli del Corriere e del Messaggero Veneto linkati]

IL DETERSIVO DI TOTTI E LA PUBBLICITÀ AL MASCHILE

“Hai provato il detersivo di Totti?”, mi chiede mia mamma.

La mia mente corre agli spot anni Settanta, dove il testimonial dello stesso detersivo per lavatrici, versione in polvere nel fustino cilindrico, era l’indimenticabile Paolo Ferrari, attore di grande talento che girava di città in città per proporre alle casalinghe di scambiare il fustino del loro detersivo preferito con due di un’altra marca. Naturalmente tutte rifiutavano.

I testimonial nella pubblicità ci sono sempre stati.

Ricordo Ernesto Calindri che, seduto a un tavolino nel bel mezzo del traffico, sorseggiava con ostentata tranquillità il “suo” amaro contro il logorio della vita moderna. Oggi come oggi, rischierebbe di essere travolto nel traffico impazzito delle città e altro che amaro: lo stress cui siamo sottoposti non è qualcosa da mandar giù con un bicchierino di amaro al carciofo.

E Tino Scotti, ve lo ricordate? Aveva un modo simpatico di convincere a ingoiare un lassativo con quel “basta la parola” che rendeva quel problema così semplice da risolvere. E dire che adesso i prodotti maggiormente pubblicizzati producono l’effetto contrario, basti pensare alla disinvoltura con la quale, uomini e donne per par condicio, fanno l’elenco dei disturbi intestinali legati al colon irritabile… a proposito di stress.

Ricordo con tenerezza il simpatico sorriso di Carlo Dapporto, nel ruolo di Agostino il cameriere, che rimane affascinato dalla cliente dai denti bianchi e splindenti (Giorgia Moll) grazie al dentifricio del capitano.

A proposito di detersivi, indimenticabile è anche l’uomo in ammollo: Franco Cerri, per provare l’efficacia del prodotto reclamizzato anche sullo sporco impossibile, stava in ammollo nella vasca da bagno. Un remind dello spot fu mandato in onda qualche anno fa (l’uomo che, con la camicia macchiata di gelato, si butta nella fontana pubblica aggiungendo il detersivo in polvere, sotto lo sguardo inorridito delle signore presenti) ma rimase un tentativo maldestro di riproporre un modello che ormai non convince più nessuno. Molto meglio Totti alle prese con la capsula 3 in 1. Almeno lui non si butta nella lavatrice per testare l’efficacia del prodotto che pubblicizza.

Erano gli anni del Carosello che per tutti, specialmente per noi bambini, era uno spettacolo irrinunciabile. Le storie raccontate erano spesso siparietti divertenti recitati da grandi attori e cantanti. Ve la ricordate Mina, testimonial di una famosa azienda che produce pasta? Lo charme della tigre di Cremona nulla ha a che fare con Claudia Gerini in camice bianco e il suo “rigorosamente”.

Ma torniamo all’uomo nella pubblicità attuale: com’è? Diciamo che o ha problemi con la dentiera, poveretto, ma li risolve grazie all’adesivo, oppure fa la pipì dieci volte a notte e non vuole dirlo alla moglie. Ma lei, intelligente, va in farmacia e acquista un integratore che fa dormire sonni tranquilli a entrambi. Consigliare il marito a farsi visitare da un urologo, no?

Gli uomini non sono tutti così sfortunati. Ci sono anche quelli belli e aitanti che danno mostra di sé, per pubblicizzare i più svariati prodotti. Qualcuno, però, mi deve spiegare perché quel giovane dal fisico michelangiolesco, per convincere il pubblico che un dato sito immobiliare con le sue proposte ti fa sentire subito a casa nel primo appartamento che vedi (una fortuna sfacciata!), deve sfoggiare il lato b desnudo: ma c’è davvero bisogno di mettere in mostra due chiappe per pubblicizzare le offerte immobiliari?

Anni fa mi sarei ubriacata di Jagermaister sentendo la voce sensuale e l’accento esotico di Raz Degan mentre pronunciava la frase: “Non bevevo Jagermeister… non so perché”.
Quel suo modo sexy di concludere lo spot con “Sono fatti miei” lo rendeva così intrigante da battere qualsiasi belloccio odierno in capacità persuasiva, anche senza esibire il lato b.

Nel ripercorrere vecchi spot mi rendo conto che forse sto invecchiando (togliamo il “forse”, va). Totti, comunque, lo lascio a mia mamma.

ZUCKERBERG: IN ARRIVO LA SOCIAL BABY E PAPA’ COMMUOVE SU FACEBOOK

Social baby
Mark Zuckerberg, 31 anni, fondatore del social network più famoso al mondo, ha annunciato sul suo profilo Facebook che lui e la moglie Proscilla, sposata nel 2012, a breve diventeranno genitori. La social baby è, appunto, una bambina, ed è stata a lungo cercata. La gravidanza, come scrive Mark sul suo profilo Fb al miliardo e 490 milioni di iscritti, sembra procedere per il meglio e pare siano limitati i rischi di un aborto. Perché il futuro papà dice questo? Perché ammette che da un paio d’anni lui e Priscilla stando tentando di mettere al mondo un figlio con scarso successo. La moglie di Mark ha infatti subito tre aborti prima dell’attuale gravidanza.

Commuovono le parole di Zuckerberg e la sua decisione di raccontare questa storia DI felicità negata e allo stesso tempo di speranza, perché serva da monito a tante coppie che non riescono a realizzare il sogno di diventare genitori.

«Al giorno d’oggi aprirsi, condividere con gli altri questo genere di problemi e discuterne assieme serve ad accorciare le distanze e a farci sentire più vicini agli altri. Anzi, fa sì che gli altri ci comprendano e allo stesso tempo per noi è più facile sopportare e sperare nel domani.
Quando ne abbiamo iniziato a parlare con gli amici [Mark si riferisce all’esperienza degli aborti, NdR] ci siamo resi conto di quanto ciò accada di frequente, tanto che molte persone che conosciamo hanno avuto lo stesso problema, riuscendo però ad avere, alla fine, dei bambini che godono di buona salute.
Speriamo che l’aver condiviso la nostra storia porterà conforto e speranza a tante persone che vivono questo tipo di esperienza, spingendole anche a condividere le loro storie

Una testimonianza toccante, a mio parere, che riesce a commuovere anche per le belle parole con le quali il futuro genitore descrive il suo stato d’animo quando pensa al futuro che lo attende:

«Quando scopri che presto avrai un bambino, ti senti così felice! Fin da subito provi a immaginare che cosa diventerà, fai progetti e inizi a sperare e sognare il suo futuro. Un’esperienza davvero unica.»
(le traduzioni, non letterali, sono mie; il testo originale potete leggerlo a questo link)

Questa bambina è una social baby fortunata e non perché nascerà in una famiglia ricca. I soldi, se non fanno la felicità, aiutano di certo a vivere serenamente però la cosa più bella è che lei avrà un papà giovanissimo e tenerissimo. A 31 anni molti coetanei di Zuckerberg perdono il loro tempo sui social scrivendo cose sciocche e inutili mentre lui già pensa al futuro che attenderà la piccola e se stesso:

«Nell’ecografia mi ha già fatto il like con il pollice all’insù, – scrive riferendosi alla figlia – pertanto sono già convinto che si prederà cura di me

[l’immagine è tratta dal sito linkato]

RAOUL BOVA: “NON SONO GAY MA ANCHE SE FOSSE …”

raul bova
Tranquilli: non è un articolo di gossip. A me della separazione di uno dei divi più belli del Bel Paese non me ne può fregar de meno. Però, a pensarci, un po’ mi dispiace. Mi dava l’idea di essere un matrimonio solido il suo, di quelli che sembrano mosche rare nel mondo dello spettacolo.

No, non è della separazione dalla moglie Chiara Giordano (raro esempio di figlia meno nota della madre, l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace) che voglio parlare. Vorrei piuttosto soffermarmi sulle illazioni che sono piovute addosso al povero Raoul dal momento in cui la crisi del suo matrimonio è diventata di dominio pubblico. E delle voci, sempre più insistenti, della vera causa del naufragio dell’unione fra i due: Bova è gay. Ma quale sarebbe il motivo di tali sussurri che nel tempo hanno smesso di essere tali per divenire voci insistenti che neanche la Fama, rea di aver portato alle orecchie di tutti il “connubio” tra Enea e Didone? Le battaglie dell’attore per i diritti delle coppie omosessuali e un’intervista rilasciata nel 2010 in cui affermava che prima di incontrare quella che sarebbe diventata sua moglie, tredici anni fa, era abbastanza aperto a persone e situazioni nuove.
Perché basta che uno pronunci le parole magiche persone e situazioni nuove per scatenare un putiferio.

Ma come? Uno come Bova, il sex symbol per antonomasia? Insomma, proprio gay, lui che non è un Cecchi Paone qualunque!
E dopo mesi di silenzio, a sentir lui molto sofferto, il bel Raoul smentisce pubblicamente. Lo fa in un’intervista a Vanity Fair, nel numero in edicola oggi.
Nell’edizione on line, incuriosita, ho letto il suo sfogo e ciò che mi ha colpito in particolare è la sua affermazione:

«Lo dico apertamente, mi piacciono le donne. Se fossi omosessuale, credo che non avrei nessun problema a riconoscerlo. O forse non lo direi: perché questo obbligo di dichiararsi, di giustificarsi? Nessuno va in giro a dire: piacere, sono etero. […]»

Ecco, quella evidenziata dal grassetto (mio) è la cosa più sensata che abbia mai letto su questo argomento.
Continuo a pensare che fino a quando insinuazioni del genere continueranno a correre di bocca in bocca, la condizione degli omosessuali sarà sempre sentita, considerata e vissuta come “diversa”. Non è questo che vogliono i gay, certamente. Ma nemmeno è giusto pensare che l’outing, o come si chiama, debba essere considerata una condizione essenziale per essere “accettati”. Lo virgoletto perché proprio l'”accettazione” – che a mio parere non ha ragion d’essere – continuerà a farli apparire “diversi”.

[immagine da questo sito]

ADDIO OTTAVIO, RE DEI COLORI

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Ottavio Missoni, scomparso oggi all’età di 92 anni, era nato a Ragusa nel 1921, anche se aveva passato tutta la sua infanzia e giovinezza a Zara. Diceva che, quando ci nasci, la terra dalmata non si può mai scordare così come lo stilista non aveva mai dimenticato la “sua” Trieste, in cui aveva vissuto la prima età adulta, aperto “bottega” (un semplice laboratorio di maglieria in società con l’amico Giorgio Oberweger) e conosciuto Rosita Jelmini che sposerà nel 1953, dopo cinque anni di fidanzamento.

Ma Ottavio Missoni non è stato solo un creativo al telaio, dal quale sono usciti gli splendidi e unici capi di maglieria, quasi arazzi, conosciuti in tutto il mondo. Ottavio era anche uno sportivo e per anni si dedicò all’atletica leggera, specialità in cui ottenne prestigiosi riconoscimenti.
Durante la seconda guerra mondiale combatté nella battaglia di El Alamein e venne fatto prigioniero dagli alleati. Dopo avere passato 4 anni in un campo di prigionia in Egitto, nel 1946 fece ritorno in Italia, a Trieste, dove si iscrisse al Liceo Scientifico intitolato all’irredentiscta Guglielmo Oberdan.

La moglie di Missoni, Rosita, apparteneva ad una famiglia agiata che possedeva una fabbrica di scialli e tessuti ricamati a Golasecca, in provincia di Varese. Fu così che i due sposi ben presto lasciarono Trieste spostando l’intera produzione artigianale a Sumirago, che diventò il quartier generale della Maison.

Come non aveva mai dimenticato la Dalmazia, sua terra d’origine, Ottavio non aveva mai scordato Trieste, la città adottiva che l’aveva accolto esule e dove aveva mosso i primi passi nell’attività in cui, più tardi, avrebbe espresso al meglio tutto il suo talento creativo.
Nel 1983 la città giuliana gli conferì il premio San Giusto d’Oro, riconoscimento per quei “triestini” (naturali o adottivi!) che portano alto il nome di Trieste nel mondo. Missoni non smise mai di ritornare nella città della bora e non mancava ai raduni degli esuli dalmati. Nel 2008 l’allora sindaco Di Piazza lo insignì della cittadinanza onoraria.

Una vita, quella di Missoni, dedita alla famiglia e al lavoro. Per questo fin dal suo primo trasferimento a Sumirago aveva deciso di stabilire nel paese in provincia di Varese l’azienda e la residenza. Un matrimonio felice e duraturo, quello con Rosita, rallegrato dalla nascita di tre figli: Vittorio, nato nel 1954, Luca nel 1956 e Angela nel 1958. Lo sorso gennaio Ottavio dovette affrontare con forza la scomparsa del primogenito: l’aereo da turismo su cui viaggiavano Vittorio Missoni e la moglie scomparve presso Los Roques, in Venezuela. Una tragedia che ha portato con sé tanto dolore e speranza ma che non ha restituito i corpi degli sventurati.

Un dolore dal quale forse Ottavio non si era mai ripreso.
Ora spero che padre e figlio si siano riuniti in un altro mondo, forse meno colorato. Ma i colori di Missoni, assieme al suo sorriso buono, rimarranno sempre nei cuori di chi l’ha amato e stimato nella lunga carriera. Un successo che non gli ha mai fatto perdere l’umiltà che caratterizza la gente dalmata e giuliana, gente che ha dovuto combattere per la propria terra e che la porta per sempre nel cuore, anche quando vive lontana dalle sponde blu dell’Adriatico.

Addio, Ottavio. Possa un soffio della “tua” bora portarti questo saluto.

Ottavio Missoni

KEIRA E VALERIA, SPOSE DI MAGGIO

99-237644-000007Lei è Keira Knightley, attrice inglese, classe 1985, con alle spalle una carriera di tutto rispetto. Una persona semplice, alquanto schiva, ricca e famosa ma non per questo si è montata la testa. Ricordo la polemica scoppiata nel 2004 quando nella locandina di King Arthur (pellicola che non ebbe molto successo di pubblico ma che consacrò definitivamente Keira, nelle vesti della regina Ginevra) le ritoccarono il seno, poco generoso, e lei si infuriò. Da allora sono passati nove anni e la sua spontaneità emerge anche dalle fotografie del suo matrimonio.
Il 4 maggio l’attrice ha sposato, in Provenza, James Righton, tastierista della rock band Klaxons. Il rito civile è stato celebrato nel municipio di Mazon alla presenza di soli 11 persone. Poi la coppia ha festeggiato le nozze con una cinquantina di invitati, fra amici e parenti, nel casale di famiglia.
La sposa indossava un abito semplice – dicono riciclato – e delle graziose ballerine ai piedi. Un semplice completo blue per lui che sembra poco più che adolescente.

marini sposaQuest’altra sposa di maggio non credo abbia bisogno di presentazioni. Ieri la quarantaseienne show girl italiana, la Valeriona nazionale, ha sposato l’imprenditore Giovanni Cottone nella basilica dell’Ara Pacis Coeli di Roma. Fasciata da un abito, ovviamente bianco, stile sirena tutto pizzo e velo con strascico, è arrivata davanti alla chiesa e subito protetta, grazie a qualche decina di bodyguard, dall’assalto dei paparazzi (uno dei quali pare abbia bestemmiato al suo arrivo) ansiosi di riprenderla. Per coprire la sposa sono stati utilizzati degli ombrelli bianchi perché l’esclusiva delle fotografie era già stata concessa a qualche rivista. Senza contare la diretta Tv della cerimonia, mandata in onda su Rai 1 all’interno della rubrica “Così è la vita”, condotta da Lorella Cuccarini.
Otto testimoni per gli sposi, quattro a testa, fra cui celebrità come la Cucinotta, la Trump e Bertinotti. A seguire un ricevimento a Villa Piccolomini con 700 invitati a cui la Marini ha chiesto «un tocco d’oro nel proprio look».

Dicono che la classe non sia acqua. Personalmente credo che l’eleganza, la sobrietà, il bon ton siano insiti nel codice genetico di una persona. C’è che ci nasce e chi no.

[foto Keira da questo sito; foto Valeria da questo sito]