CONGEDO MESTRUALE: PERCHÉ NO?


Si sta discutendo alla Camera una proposta di Legge, firmata da quattro deputate del Pd, che prevede un congedo mensile di massimo tre giorni per le donne che soffrono di dismenorrea (mestruazioni dolorose). Attualmente la proposta è all’esame della Commissione Lavoro e potrebbe essere approvata in tempi brevi, allineando l’Italia a molti Paesi, soprattutto orientali, che si sono attivati già in questo senso.

In realtà la proposta è stata presentata da Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato già un anno fa. L’iter è stato accelerato anche grazie al dibattito sulla questione che negli USA è stato riacceso di recente dalla decisione di un’azienda di Bristol, la Coexist, di inserire nello statuto l’esenzione dal lavoro per le impiegate nei giorni di picco del ciclo mestruale.

Naturalmente questo speciale congedo sarebbe usufruibile solo previa presentazione di un certificato medico redatto dallo specialista, da rinnovare di anno in anno, che attesti la presenza di dismenorrea. Una sindrome molto più diffusa di quanto si potrebbe pensare: in Italia si stima che fra il 60% e il 90% di donne in quei giorni lamentano mal di testa, mal di schiena, dolori addominali, forti sbalzi ormonali. Nel 30% dei casi i disturbi sono invalidanti: costringono a letto per ore e anche per più giorni. Un malessere che può essere violento e fortemente invalidante, seppur limitato a uno-tre giorni al mese.

Il congedo mestruale è già una realtà da molto tempo nel mondo orientale dove c’è la credenza che il mancato riposo durante il ciclo provochi parti problematici: in Giappone esiste dal 1945 e in Indonesia dal 1948. Più recentemente si sono aggiunte alla lista “rosa” Sud Corea e Taiwan.

Di fronte alla proposta di Legge mi sento di esprimermi in modo favorevole, nonostante non mi riguardi da vicino. Non più, almeno, ma non posso dimenticare gli anni passati in un incubo mensile che mi costringeva a letto a volte anche per due giorni, in preda a dolori lancinanti, nausea, svenimenti… talvolta erano necessarie una o più iniezioni di antidolorifici perché non riuscivo a tenere nello stomaco le pastiglie. Ora leggendo i dati mi rincuoro un po’, ma anche mi dispiace. Ai tempi, invece, mi sembrava di essere una besti rara e invidiavo tutte le amiche e compagne di scuola che, non solo passavano “normalmente” quei giorni, ma addirittura potevano andare al mare o in piscina, continuavano gli allenamenti in palestra. Per me il mondo si fermava, semplicemente. E così è stato fino alla nascita del mio primogenito. Forse, inconsciamente, la mia precoce (ma non tanto ai tempi…) voglia di maternità era dovuta proprio alla speranza di stare bene dopo il primo parto.

Leggo sui quotidiani che la proposta non è appoggiata da tutte le donne. Alcune, che evidentemente non soffrono né hanno mai sofferto di dismenorrea, affermano che basta chiedere uno o più giorni di malattia, senza alcun bisogno di leggi speciali.
Altre sono arrivate al punto da esclamare: “Abbiamo tanto lottato per la parità dei sessi e ora…”. Ma ora che? Vogliamo far partorire gli uomini, per par condicio? Magari un domani sarà pure possibile ma non ora, finché è ancora la natura a decidere.

L’obiezione più assurda è che la proposta si debba bollare perché a presentarla sono state quattro donne del Pd. Come se la dismenorrea fosse di sinistra e le donne fortunate a non soffrirne fossero tutte di destra. Vuol dire che faremo presente al ciclo di fare attenzione: niente dolori a destra, solo a sinistra.

C’è anche chi preferirebbe che fossero le aziende e i datori di lavoro a decidere, come accade nella maggior parte dei Paesi occidentali. Insomma, non c’è bisogno di una legge ad hoc, solo un gesto caritatevole da parte dei boss. E con le donne che hanno un impiego statale come la mettiamo?

In conclusione, ribadisco che a me piace questa proposta, mi pare assennata. Se poi non va bene condividerla perché, si sa, in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”… il dubbio che qualche “furbetta” se ne approfitti e che qualche medico sia compiacente c’è. Ma lo stesso discorso vale anche per le migliaia di certificazioni sui falsi invalidi, no?

[fonte: Il Messaggero; immagine da questo sito]

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LIBRI: “GIUDA” di AMOS OZ

“I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale”. (Amos Oz)

L’AUTORE
ozAmos Oz è nato a Gerusalemme il 4 maggio 1939. Oltre ad essere autore di romanzi e saggi, Oz è giornalista e docente di letteratura alla Università Ben Gurion del Negev, a Be’er Sheva. Sin dal 1967 è un autorevole sostenitore della “soluzione dei due stati” del conflitto arabo-israeliano. Nel 2008 ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Anversa. Nel 2007 ha vinto il premio “Premio Príncipe de Asturias de las Letras” e il premio Fondazione Carical Grinzane per la cultura mediterranea. Nel 2008 ha ricevuto il premio Dan David, nello stesso anno ha vinto anche il Premio Internazionale Primo Levi.

Nel suo romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra, Oz ha raccontato, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei feddayn, la vita nei kibbutz. Dopo il suicidio della madre, avvenuto quando lo scrittore aveva appena dodici anni, inizia un contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica, e decide di entrare nel kibbutz Hulda, dove viene adottato dalla famiglia Huldai. Amos cambia anche il cognome originario “Klausner” in “Oz”, che in ebraico significa “forza”.

Oz, che ha studiato filosofia e letteratura ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme, inizia giovanissimo a scrivere. Oltre ai suoi romanzi, l’autore pubblica regolarmente saggi di politica, di letteratura e sulla pace. Scrive per il giornale laburista israeliano Davar, soppresso negli anni Novanta e di seguito inizia la collaborazione con il quotidiano Yedioth Ahronoth. Autore di pubblicazioni in inglese, ha collaborato anche con il New York Review of Books.

Numerosissimi i romanzi pubblicati da Oz, in Italia tutti per Feltrinelli. Ricordiamo: Michael mio (1968), Una pace perfetta (1982), La scatola nera (1987), Conoscere una donna (1989), Una storia di amore e di tenebra (2003), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Una pantera in cantina (2010). L’ultimo romanzo pubblicato è Altrove, forse del 2015.
Giuda è uscito nel 2014, riedito nell’Universale Economica di Feltrinelli (cui mi riferisco nelle citazioni) nel 2016. [fonte Wikipedia]

giuda oz

IL ROMANZO
La storia è ambientata in Israele tra la fine del 1959 e i primi mesi del 1960. Protagonista è Shemuel Asch, un giovane studente che vive a Gerusalemme dopo aver lasciato la casa di famiglia ad Haifa. A causa di un improvviso dissesto economico che colpisce il padre, co-proprietario di una piccola ditta che ha appena perso una causa con l’ex socio, il giovane decide di abbandonare gli studi universitari (mentre sta scrivendo la tesi di dottorato su Gesù visto in prospettiva ebraica) e cercarsi un lavoro, senza lasciare Gerusalemme.
Lo sconforto di Shemuel è aggravato dalla fine della relazione con Yardena che l’aveva lasciato per sposare un ex fidanzato. Questa serie di vicissitudini porta il giovane a isolarsi: decide, quindi, di abbandonare anche il gruppo di amici che frequentavano il Circolo per il Rinnovamento socialista, tra i quali ha origine un conflitto per divergenza di opinioni.

In breve il ragazzo trova il lavoro che gli serve in vicolo Rav Albaz numero 17. Si tratta dell’ultima casa in fondo alla strada che sul momento al protagonista non fa una buona impressione:

Quanto alla casa, a Shemuel Asch sembrò lì per lì una mezza cantina, più bassa del piano stradale, come sprofondata nella terra greve del pendio fin quasi alle finestre. A guardarla dal vicolo, pareva un uomo tozzo e largo di spalle che con un cappello scuro in testa cercava in ginocchio nel fango qualcosa che aveva perso. (pp. 26-27 dell’edizione citata)

Il luogo è abitato da un uomo vecchio e deforme, che si muove stentatamente con l’ausilio delle stampelle e passa la maggior parte del giorno (e della notte, dato che soffre d’insonnia) nella biblioteca di casa, e da una giovane donna sui quarantanni, misteriosa e allo stesso tempo affascinante (infatti Shemuel ne è subito attratto, nonostante la differenza di età), che si scoprirà essere la nuora del vecchio.

In realtà la casa non appartiene all’invalido Gershom Wald ma alla donna: Atalia Abrabanel aveva sposato il figlio di Wald, Micah, morto nel 1948 durante il conflitto arabo-israeliano, e pur essendosi trattato di un matrimonio di breve durata, aveva deciso di ospitare in casa sua il suocero.
Nell’abitazione per un periodo gli abitanti avevano convissuto anche con il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel, già leader dell’Agenzia Ebraica che era stato rimosso da ogni incarico per divergenze di opinione con Ben Gurion che, convinto sionista, fu primo ministro dello Stato di Israele dal 1948 al 1954.

La vita di Shemuel in casa Abrabanel scorre tranquilla. Le giornate appaiono abbastanza monotone, scandite da gesti che si ripetono sempre uguali: la colazione al mattino, a volte in compagnia di Atalia, il tempo libero passato a bighellonare e talvolta occupato nelle sue ricerche o nella stesura della tesi di dottorato che non abbandona mai, anche se sa che forse non gli servirà, il pranzo in una tavola calda ungherese in via King George, dove ordina sempre il tipico goulash e la composta di frutta. Il lavoro lo tiene occupato solo qualche ora, da metà pomeriggio fino all’ora di cena, anche se nel tempo l’orario si rivelerà piuttosto elastico. In breve, il compito affidato al giovane Asch è di fare compagnia al vecchio Wald, chiacchierando ma perlopiù ascoltando i suoi lunghi discorsi sulla sorte di Israele, con l’unico obbligo di servirgli la cena, una pappina preparata dalla vicina di casa Sarah De Toledo, che spesso costituisce anche la sua cena, accontentandosi degli avanzi.

Il compenso è scarso ma gli viene offerto gratuitamente un alloggio: si tratta della mansarda della casa.

La sua mansarda era bassa e accogliente, una specie di tana invernale. Era un locale bislungo con il soffitto spiovente come teli di una tenda. L’unica finestra dava sul davanti della casa, verso il muro del giardino e il sipario di cipressi che c’era oltre, il giardino lastricato e l’ombra della vite e del vecchio fico. […]
La finestra era profonda perché i muri della casa erano molto spessi. Shemuel aveva preso la sua coperta pesante e l’aveva messa sul davanzale per farsi una specie di sedile: era bello rifugiarsi lì ogni tanto per una mezz’ora, anche un’ora, a guardare il giardino deserto. […]
Il letto di Shemuel si trovava fra l’angolo con il bricco per il caffè e il gabinetto con la doccia, separati da una tenda. Accanto al letto c’erano un tavolo, una sedia e una lampada, e di fronte una stufa e uno scaffale… (ibidem, pp. 58-59)

Nel breve periodo della sua permanenza in casa Abrabanel, Shemuel si affeziona sinceramente al vecchio Wald che si rivela molto meno burbero di quanto potesse apparire all’inizio, anzi, diventa un valido interlocutore che pian piano si apre a confidenze riguardo alla vita privata e alle idee personali sulla questione palestinese. Ghersom ritiene che in Terra di Israele non sarà possibile avere la pace e che sia un’utopia anche solo pensare che due popoli così diversi possano arrivare ad una convivenza civile senza scontri. Ciò lo distanzia dalle convinzioni del consuocero Abrabanel:

«La distanza era troppo grande,» disse Gershom Wald sorridendo mestamente sotto i baffi, «lui era rimasto arroccato sulle sue posizioni, sosteneva che era impossibile realizzare il sionismo nello scontro con gli arabi, mentre io, alla fine degli anni quaranta, avevo capito che non lo si poteva realizzare senza questo scontro.» (ibidem, pag. 223)

Un altro argomento di discussione che sembra interessare il vecchio riguarda la tesi del giovane Shemuel su Gesù visto in prospettiva ebraica. Nello studio portato avanti dall’ex studente, la questione viene affrontata sulla base del ruolo di Giuda che, secondo la teoria esposta nei vangeli gnostici, non avrebbe tradito Cristo ma sarebbe stato costretto dallo stesso Gesù a consegnarlo alle autorità. D’altronde, Giuda era ricco di famiglia e la ricompensa dei trenta denari costituiva una somma decisamente esigua, non tale da giustificare il “tradimento”. L’unica colpa dell’Iscariota, secondo le ricerche fatte da Shemuel, consisterebbe nel non aver capito che Gesù da quella croce non sarebbe sceso sulle sue gambe, vivo e vegeto, facendosi beffe di tutti. Prende forma, dunque, dalla trattazione dell’argomento, di cui il giovane a lungo discute con Wald, un concetto tutto nuovo di “tradimento”, in contrasto con quello portato avanti dalla tradizione cristiana.

I rapporti con Atalia sono, invece, molto altalenanti. A volte sembra che la donna lo eviti, altre lo invita a trascorrere la serata assieme, alimentando nel giovane ex universitario la speranza che fra i due possa nascere un’amicizia sincera o forse un sentimento più forte.

Ripensò ai capelli lunghi di Atalia che le ricadevano sulla spalla sinistra sopra il vestito ricamato. Al suo passo che aveva un che di melodioso, come una danza repressa, come se i fianchi fossero più animati di lei. Una donna decisa, piena di segreti, che ogni tanto è scostante con te e ti tratta con una dose di curiosità fredda, una donna che ti domina costantemente, che ti guarda sempre con un lieve sarcasmo frammisto forse a qualche scheggia di pietà. E quella pietà te la tieni stretta al cuore come se per lei tu fossi un cagnolino abbandonato. (ibidem, pag. 125)

Ma il vecchio Wald lo mette in guardia: stessa sorte era capitata anche ai giovani che l’avevano preceduto, i quali avevano svolto il medesimo compito, e alla fine tutti se n’erano andati perché la sola Atalia ha in mano le pedine e detta le regole del gioco.

Dopo un infortunio del giovane e un periodo di riposo in cui è accudito amorevolmente dalla donna, ma sempre senza alcuna possibilità di scelta, con l’arrivo del primo tepore primaverile le cose cambiano. Anche per Shemuel, come per gli altri, è giunta l’ora di andare?

***

Giuda è un romanzo avvincente, non tanto, e non solo, per la trama, quanto per lo scenario che apre davanti agli occhi del lettore, tutt’altro che scontato e banale. Della storia di Israele crediamo di sapere tutto, fa parte della cosiddetta attualità, con il suo passato e il suo presente, l’abbiamo studiata a scuola e ne leggiamo spesso le cronache sui quotidiani. Eppure – almeno questa è stata la mia impressione – la conosciamo poco nelle sue sfaccettature. Un po’ come studiare la storia sul Bignami e non su un testo monografico.
Amos Oz è perfettamente calato nelle vicende storiche del suo Paese, le ha vissute dall’interno di un kibbutz, per poi uscirne e arrivare a Gerusalemme, la città Santa, nelle vesti di studente prima e docente universitario poi. Pochi potrebbero parlarne meglio di lui, fosse anche dalle pagine di un romanzo dove, nella mescolanza tra fantasia e realtà, emerge una pagina di storia, con tutte le sue contraddizioni, su cui ancora non è stata scritta la parola fine, come una fiaba in cui la lotta fra il bene e male ancora non si è si conclusa con il canonico “e vissero felici e contenti”.
La particolarità di questo romanzo è, a mio modesto avviso, l’intersezione tra storia ed esegesi biblica, o per meglio dire evangelica, anche se non propriamente ortodossa, che vengono perfettamente amalgamate in una trama narrativa non scontata, dove il mistero sui protagonisti viene dipanato un po’ per volta.

Un romanzo, per essere onesti, di non facile lettura. In primo luogo per lo stile un po’ rétro, anche nelle scelte lessicali (viene ripetuto più volte, per esempio, il verbo concionare, ma questo “difetto” potrebbe essere imputato alla traduttrice) che comunque sono molto curate, e per l’alternanza tra racconto in terza e prima persona senza dei confini narrativi ben definiti. Come se narratore esterno ed interno convivessero, confondendo però un po’ i ruoli. Oz usa volentieri il discorso indiretto libero (che i veristi utilizzavano per avvicinare il linguaggio alle capacità di espressione dei personaggi, ma questo non è certamente il caso del romanzo in questione) e a volte il flusso di coscienza che consiste nel riportare per iscritto i pensieri dei personaggi così come affiorano alla mente. Espedienti, questi, che potrebbero essere scelti proprio per rendere la narrazione più “vera”, ma non ho letto altre opere di Oz quindi non so se costituiscono una caratteristica stilistica dello scrittore.

Un’altra particolarità, che potrebbe non essere apprezzata da tutti, è la presenza di tante descrizioni, anche molto efficaci (ne sono esempio i passi riportati, scelti proprio per questo), sia dell’ambiente sia dei personaggi, che a volte si ripetono nel corso dello svolgimento della trama. Questa peculiarità era tipica del romanzo ottocentesco, in particolare del periodo del Naturalismo francese, e serviva in un certo senso a comprendere meglio i personaggi e le loro scelte a volte condizionate dall’ambiente in cui si muovevano. Il soffermarsi su certi dettagli fisici o relativi all’abbigliamento, ad esempio, oppure sulle caratteristiche dei luoghi, dal punto di vista narrativo provoca, però, un rallentamento del ritmo del racconto.
Anche le digressioni in cui l’attenzione si sposta sulla storia di Israele o sulla figura di Gesù visto in prospettiva ebraica, interrompendo lo svolgersi della trama, per lo stesso motivo potrebbero risultare noiose o pesanti. Secondo me, invece, nel momento in cui Oz si sofferma a trattare questi argomenti, lo fa in modo così affascinante che il lettore mette da parte la curiosità di sapere come le vicende di Shemuel proseguiranno, per concentrare la sua attenzione su ciò che di certo non è scontato né prevedibile.

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: AHMED, 13 ANNI, DA SOLO DALL’EGITTO IN ITALIA PER SALVARE IL FRATELLINO AMMALATO

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Ahamed ha solo 13 anni e ha affrontato da solo un lungo viaggio pieno di insidie dall’Egitto in Italia per salvare la vita al fratellino Farid. Quest’ultimo ha 7 anni ed è affetto da una piastrinopenia, malattia che richiede cure costose in Egitto, troppo costose per una famiglia di contadini che non ha tanti mezzi.

L’intervento che potrebbe salvare la vita a Farid costa 50.000 lire egiziane, ma il reddito familiare è di appena 3000 annue. Così Ahmed ha deciso di partire per l’Italia in cerca di aiuto. L’arrivo su un barcone, uno dei tanti, a Lampedusa è solo la conclusione di una vera e propria odissea. Prima di prendere il mare, infatti, è stato obbligato a rimanere nascosto in un capannone della spiaggia di Baltim, non lontano da Alessandria d’Egitto, assistendo inerme alle crudeltà perpetrate da trafficanti e scafisti ai danni dei suoi compagni di viaggio. Così il tredicenne egiziano descrive la sua esperienza: «Alcuni derubavano gli uomini, altri afferravano giovani donne trascinate in un magazzino da dove tornavano in lacrime prima della partenza sul barcone… Pensavo di morire in mare. Né cibo né acqua. Soltanto un sorso di acqua a persona al giorno…». Troppo per Ahmed, poco più che bambino.

Una volta sbarcato a Lampedusa, ha subito mostrato ai soccorritori i certificati medici del fratello, sperando in una possibilità di salvarlo, ma ci tiene a sottolineare: «Io chiedo aiuto ai medici, a qualche medico, all’Italia, ma voglio pagare tutto, lavorando…».

Com’era immaginabile, è subito scattata una gara di solidarietà, anche per offrire al piccolo eroe il denaro necessario per poter pagare le spese del viaggio. Tutta la famiglia, infatti si è indebitata, compresi gli zii, obbligata a firmare delle “cambiali”: «Delle carte. – spiega il ragazzino – Un impegno con i trafficanti per pagare 2 mila euro nei prossimi anni. O con i miei guadagni, o con un suo terreno».

Ma la sorte del fratellino Farid è appesa a un filo. Il governo italiano non è rimasto a guardare: a Palazzo Chigi il premier Matteo Renzi ha mobilitato sia il Viminale con Angelino Alfano sia il mondo della sanità toscana con un sms a Stefania Saccardi, l’assessore alla salute della Regione. La donna si è subito attivata e, d’accordo con la direzione dell’ospedale di Careggi e col professore Marco Carini, si è dichiarata pronta ad accogliere il bambino che sarà curato al Meyer. La famiglia verrà fatta arrivare nel nostro Paese e potrà essere ospitata in una casa della «Fondazione Tommasino Bacciotti», mentre Ahmed, a tutti gli effetti un clandestino, ha lasciato la Sicilia ed è stato accompagnato in una struttura per minori della coop «Il Cenacolo» nella zona di Careggi.

A breve il sogno del tredicenne si realizzerà: «Il mio sogno è vedere mio fratello giocare senza sentirsi male, giocare con me a calcio e correre insieme senza aver paura che svenga perché non riesce a stare molto in piedi…».

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte Il Corriere.it, LINK1 e LINK2; immagini dal Corriere.it e da Twitter]

LA MAMMA DI GAIA: “L’HO UCCISA IO”. PERCHE’ SI ABBANDONANO ANCORA I BAMBINI IN AUTO?

Angioletto
Gaia aveva soltanto un anno e mezzo. La mamma Michela l’ha abbandonata nell’auto, sotto il sole rovente, per quattro ore. Inutili i tentativi di salvare la piccola che è morta diciotto ore dopo l’accaduto all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. (maggiori particolari su questa notizia QUI)

Non è la prima volta che accade, purtroppo. Padri e madri superstressati che a un certo punto vanno in tilt: la chiamano amnesia dissociativa. In parole semplici, quando si svolgono azioni ripetitive, si è convinti di aver fatto quel qualcosa che andava fatto, anche se invece non è così.

Il papà di Elena, quello di Jacopo, ora la mamma di Gaia. Genitori distrutti che mai potranno dimenticare.
Probabilmente, come già accaduto in passato, la signora Michela non sarà condannata per omicidio colposo. Ma a lei non basterà la vita intera per scontare la sua colpa. «L’ho uccisa, l’ho dimenticata in auto, sono io la responsabile della morte di mia figlia», ha urlato. Nessun tribunale la condannerà ma lei di certo non si perdonerà mai di aver lasciato la bimba in macchina, convinta di averla portata all’asilo nido come tutti i giorni.

Io non giudico quella mamma. Non mi aggiungerò al coro di chi, con estrema sicurezza, dice: “A me non sarebbe mai capitato”.
Sono una mamma, i miei figli sono grandi ma non ho dimenticato la fatica, il senso di inadeguatezza, le notti insonni, quella sensazione di non farcela… Non credo alle mamme che dichiarano di aver cresciuto i figli senza mai un cedimento, senza alcuna fatica. Balle.

Però, nel leggere questa triste notizia, una domanda me la pongo: “Perché ancora capita di abbandonare i figlioletti nell’automobile, in pieno sole?”.

Dopo i fatti che ho nominato, sono stati “inventati” e distribuiti sul mercato molti dispositivi, anche i più fantasiosi, per impedire che tragedie come quella di Elena, Jacopo e ora Gaia si ripetano. Basta fare un giro su Google per capire che disgrazie simili si potrebbero evitare.

Ma evidentemente chi non utilizza tali dispositivi, è convinto che “A me non potrà mai accadere”. E invece succede e per questo c’è bisogno di una legge. In Parlamento dall’ottobre 2014 è depositata una proposta di legge per introdurre nuove disposizioni nel Codice della Strada, in forza delle quali diventi obbligatorio adottare un sistema di allarme che segnali la presenza del bambino nel seggiolino del veicolo.

Tutto è fermo. Forse quest’ennesima tragedia smuoverà le coscienze dei nostri governanti?
O forse, per ora, è più importante il referendum sulle riforme costituzionali di ottobre.

[immagine da questo sito]

BREXIT: E COSÌ MAY, NON MAMMA, SARÀ PREMIER

Theresa-May
La nuova leader dei Tory e prossimo primo ministro della Gran Bretagna, seconda donna dopo Margaret Thatcher ma prima dell’era Brexit, ha un nome e cognome: Theresa May. Così, questa cinquantanovenne dal carrè brizzolato, l’ha spuntata sulla rivale Andrea Leadsom che, rivolta a May, aveva affermato di essere più adatta al ruolo di premier perché mamma.

Queste, secondo quanto riportato dalla stampa internazionale, le parole della sconfitta: «Io sento che se sei mamma hai davvero a cuore il futuro della tua Nazione» e, facendo riferimento alla rivale, «può darsi che lei abbia molti nipoti, ma io ho figli che avranno figli i quali avranno parte in ciò che accadrà dopo».

Leggendo queste dichiarazioni mi è tornato in mente un vecchio post, Mamma è meglio, in cui facevo riferimento al libro La maternità è un master (edizioni Bur) scritto a quattro mani da Riccarda Zezza e Andrea Vitullo, i quali sostengono che la maternità renda più forte la donna, l’aiuti nel problem solving quotidiano, trasferendo poi determinate abilità anche nel mondo del lavoro.

andrew-leadsomMa anche ipotesi che ci sia un fondo di verità, riconoscendo alle madri (non tutte!) una marcia in più, mi stupisco della scarsa delicatezza della Leadsom nel tirar fuori una vecchia storia, parecchio dolorosa, che a quanto pare era riemersa anche durante la corsa alla candidatura per la successione a Cameron. May, infatti, aveva parlato della sua mancata maternità non come scelta, per dedicarsi anima e corpo alla politica, ma come un caso che le aveva procurato molta sofferenza.

Ad ogni modo, già quando frequentava l’università ad Oxford, Theresa May aveva confidato ai compagni il suo sogno: diventare la prima donna primo ministro. Sarà seconda, dopo Margaret Thatcher, ma che importa?

Questa donna dal cognome primaverile, “non madre per caso”, si prepara ad affrontare un’estate rovente (non certo per il clima) di una Gran Bretagna che ha detto no all’Europa. Lei ha comunque raggiunto il suo obiettivo mentre alla perfida Andrea non resta che prepararsi a fare la nonna.

[fonte notizia Corriere.it; immagini da QUI e QUI]

PERCHE’ IL DDL SULLE UNIONI CIVILI E’ UNA BRUTTA COPIA DEL MATRIMONIO PER FAVORIRE I GAY

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Più di una volta ho affrontato, su questo blog, l’argomento “convivenza” dichiarando la necessità di una legge che tuteli le coppie che non sono sposate, in modo da garantire per esse dei diritti e, naturalmente, dei doveri.

Nel tempo sono state proposte e dibattute varie soluzioni al problema, dai cosiddetti PACS ai DICO, senza ottenere nulla a livello giuridico. Ora, tuttavia, sembra che l’approvazione del DDL Cirinnà (che risale al marzo 2013) sia diventata una priorità per il nostro governo. Vediamo perché.

Negli ultimi anni sempre più coppie omosessuali hanno chiesto presso i Comuni di residenza il riconoscimento legale del loro matrimonio contratto all’estero. Alcuni sindaci hanno dato il loro assenso per la registrazione all’anagrafe di questi matrimoni, altri si sono dimostrati contrari e il ministro dell’Interno Alfano ha diramato, già nel 2014, una circolare in cui chiedeva ai prefetti di cancellare le trascrizioni delle nozze celebrate all’estero tra persone dello stesso sesso.

Una vera e propria crociata malvista dalle associazioni gay che si appellano all’Europa – sì, quella che ci chiede sempre tutto in nome dell’unità – e minacciano ricorsi alla Corte di Giustizia Europea. Sicché, come già successo con la famigerata #buonascuola e le 90mila assunzioni dei docenti precari per evitare sanzioni (dato che la Corte Europea aveva già condannato l’Italia dai tempi della Gelmini), il governo italiano “cala le braghe” (scusatemi l’espressione colorita) e si affretta a far votare una Legge che garantirebbe agli omosessuali il riconoscimento giuridico della loro unione, pur non chiamandolo matrimonio.

Ma alle coppie eterosessuali che convivono chi ci pensa? Mi si dirà, a questo punto, che per gli etero c’è sempre il matrimonio. Certamente, ma ci sono anche coppie che non possono sposarsi. Molti preferiscono la convivenza per non impegnarsi, non lo nego. Tuttavia in alcuni casi la convivenza è un obbligo e sono pronta a portare due esempi.

Una mia conoscente ha convissuto per più di vent’anni con un uomo sposato che non ha potuto divorziare perché con la moglie aveva in comune affari e proprietà, naturalmente in regime di comunione di beni. Anche volendo mutare la comunione in separazione, non avrebbe potuto farlo senza il consenso della moglie, e comunque cambiare regime è costoso. Per farla breve, il compagno della mia conoscente, sapendo di essere gravemente ammalato, ha fatto in modo di garantirle almeno l’usufrutto a vita dell’appartamento in cui vivevano, soluzione osteggiata dagli eredi alla morte di lui e che è costata alla donna, oltre alle sofferenze morali, l’iter legale per ottenere il rispetto della volontà del compagno.

Un’altra mia conoscente ha convissuto per 20 anni con un uomo sposato la cui moglie si è sempre rifiutata di concedergli il divorzio. Ora, lo so che in certi casi ci sono dei mezzi legali per ottenere il divorzio comunque, ma vuoi per pigrizia vuoi perché forse l’uomo non si aspettava di morire così presto, alla fine la convivente è rimasta da sola, con due figli non ancora autonomi economicamente e senza un lavoro, visto che il compagno l’aveva praticamente obbligata a fare la casalinga.

Potrei aggiungere l’esempio di molti giovani che, comprando casa e arredandola, hanno speso tutti i risparmi e non hanno soldi a sufficienza per sposarsi. E non mi si venga a dire che, volendo, si va dal prete o dall’ufficiale di Stato Civile con due testimoni e il gioco è fatto. Ci sono delle convenzioni da rispettare e, sebbene al giorno d’oggi non sia così scontato che ci si sposi una sola volta nella vita, di quel giorno tutti vorrebbero avere un bel ricordo, potendo condividere la loro felicità con le persone vicine.

Tornando al DDL Cirinnà, la cosiddetta stepchild adoption non sarebbe aberrante di per sé (non sto qui a discutere sul fatto che i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà quali figure di riferimento ecc. ecc.) se non costituisse una possibile premessa a maternità surrogate per le coppie di uomini. Per quanto riguarda le donne, la fecondazione assistita per le single è già possibile, compresa l’eterologa, e il DDL non sposterebbe di una virgola una situazione già in essere.

Su questo tema è nata una discussione sul blog dell’amica Diemme che vi invito a seguire, se interessati all’argomento.

In conclusione, a mio parere, questo DDL favorisce le unioni gay a scapito di quelle etero. Come al solito, dunque, si tratta di una discriminazione al contrario.

VAROUFAKIS HA CHIESTO 1000 EURO AL MINUTO PER UN’INTERVISTA DA FAZIO? HA FATTO BENE!

Foto Nicoloro G.  27/09/2015   Milano  Trasmissione televisiva su Rai 3 ' Che tempo che fa '. nella foto Fabio Fazio e l' ex ministro delle Finanze greco Gianis Varoufakis.

Foto Nicoloro G. 27/09/2015 Milano Trasmissione televisiva su Rai 3 ‘ Che tempo che fa ‘. nella foto Fabio Fazio e l’ ex ministro delle Finanze greco Yianis Varoufakis.

Ha fatto clamore la notizia, diffusa nei giorni scorsi su tutti i quotidiani e nei vari telegiornali, secondo la quale l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha chiesto ben 24mila euro per farsi intervistare da Fabio Fazio su Rai3.

La trasmissione è nota: “Che tempo che fa”. La puntata è quella andata in onda lo scorso 27 settembre. Solo ora, tuttavia, è stato reso noto l’importo elargito, e si parla di 24mila euro netti, e non certo attraverso la Rai. E’ stato, infatti, lo stesso Varoufakis a divulgare la notizia sul suo blog. L’ex ministro ha pubblicato i compensi percepiti dal luglio scorso per ogni ospitata tv. Dalla lista si evince che la Rai è l’unica tv ad aver pagato una cifra così ingente. Per fare un esempio, quando Varoufakis ha partecipato al programma “Question Time” sulla Bbc inglese non ha percepito un euro e il viaggio offertogli è stato in classe Economy. Ovviamente la Rai gli ha pagato il viaggio in classe Business…

Onestamente non capisco tutto il clamore sorto da questo “caso”. Si grida allo scandalo perché si tratta di un politico e non di uno showman? Perché, invece, non si prendono in considerazione gli esosi compensi che mamma Rai, con i nostri soldi, è pronta ad elargire per gli ospiti illustri invitati a Sanremo?

Sapete cosa vi dico? Varoufakis ha fatto bene a chiedere un compenso così elevato!

Noi siamo noti per gli sprechi, per l’atavica pratica del “passo più lungo della gamba“. L’ex ministro se ne è approfittato? Buon per lui.

Finché le cose non cambieranno, noi italiani saremo sempre famosi per il denaro pubblico buttato letteralmente fuori dalla finestra.