LIBRI: “L’AMORE CHE DURA” di LIDIA RAVERA

L’AUTRICE
Lidia Ravera, classe 1951, è una scrittrice e giornalista che si è fatta conoscere nel 1976 con la pubblicazione del romanzo Porci con le ali, alla cui stesura ha collaborato il neuropsichiatra Marco Lombardo Radice.

Oltre alla sua attività di scrittrice, ha collaborato a numerose sceneggiature per il cinema e per alcune serie televisive della RAI e scrive per Il fatto quotidiano e Donna Moderna.
Ha pubblicato numerosi romanzi. Le seduzioni dell’inverno (Nottetempo, 2007), è stato finalista al Premio Strega 2008. Altri titoli importanti sono In fondo, a sinistra… (Melampo, 2005), Il dio zitto (Nottetempo, 2008), La guerra dei figli (Garzanti, 2010), Piccoli uomini. Maschi ritratti dell’Italia di oggi (Il Saggiatore, 2011). Con Bompiani Lidia Ravera ha pubblicato i più recenti: Piangi pure (2013) che è risultato vincitore assoluto al Premio Nazionale Letterario Pisa 2013 sezione Narrativa, La festa è finita (2014) e Gli scaduti (2015).
Del 2019 L’amore che dura, edito da Bompiani, la storia di un amore nato al tempo della rivoluzione femminista che in qualche modo si riallaccia al primo romanzo di successo Porci con le ali.

IL ROMANZO

Carlo è un regista di discreta fama, da anni emigrato a New York, che torna a Roma, la città in cui è nato e ha scoperto l’amore, quello vero, quello che dura per sempre, in occasione della presentazione dell’ultimo film. Non una pellicola qualunque, perché è autobiografica e narra, con riferimenti fin troppo espliciti, gli inizi della sua storia d’amore con Emma, nata ai tempi del liceo e sfociata in un matrimonio che non è destinato a durare.
Le aspirazioni di Carlo, che vuole emigrare oltreoceano per crescere professionalmente, non fanno cedere la moglie la quale, pur amandolo, lo lascia andare per la sua strada. Lui negli Stati Uniti ottiene il successo sperato e si lega ad altre donne, fino al rapporto duraturo con Sara. Lei a Roma continua a insegnare, legata indissolubilmente ai “figli per finta” come chiama i suoi studenti, incontra un uomo, Alberto, totalmente diverso da Carlo che le garantisce un futuro, mette al mondo una figlia, Franny, e sembra totalmente appagata da una vita poco movimentata ma con solide basi. Questo è quanto si conviene a una donna e a una madre.

Il film di Carlo ricostruisce fedelmente l’amore adolescenziale che l’aveva legato a Emma. Lei non gradisce questo “mettere in piazza” la loro storia d’amore e si vendica scrivendo un articolo su una rivista on line per stroncarlo.

Quando Carlo arriva a Roma per presentare il suo film, i due hanno un appuntamento. Prima di raggiungere l’uomo, Emma scrive una lettera con la quale cercherà di chiarire alcune cose che da troppi anni, venti per l’esattezza, sono rimaste in sospeso:

«Gli dirà tutto.
Improvvisamente ha una voglia matta di parlargli, di confessare, di scagionarsi e poi poterlo abbracciare. […] È una dichiarazione di amicizia, e anche di fedeltà al passato.
Un gesto unico di sottomissione. Con la forza dei gesti, che si annidano nella forza del silenzio.
Si mostrerà pentita di aver scritto quella recensione maligna, senza dover spiegare che cosa l’ha spinta a farlo.» (pag. 11)

All’appuntamento Emma non arriverà mai. Lui riesce a vederla da lontano, mentre in bicicletta lo sta raggiungendo al solito bar. Poi un incidente lascerà ancora la questione in sospeso. La donna finisce in ospedale ed è sottoposta a un intervento chirurgico alla testa. Da quel momento la verità non può più attendere.
In una borsa abbandonata sul luogo dell’incidente, cui nessuno fa caso come fosse un segno del destino, Carlo trova dei quaderni, un pezzetto di storia della vita di Emma a lui sconosciuta. L’uomo deve fare i conti con la realtà che ha di fronte: il secondo marito della donna che non ha mai smesso di amare, una figlia di cui ignorava l’esistenza, un segreto che forse Emma era pronta a rivelargli, se non si fosse trovata incosciente in una sala operatoria. L’intervento le salva la vita, la memoria ritornerà ma nulla sarà più come prima.

«Mentre ricordi confusi fluttuano come alghe intorno a un oggetto sommerso, incomincia a vedere se stessa quel venerdì mattina, con la giacchetta blu e il panciotto fiorito, mentre va all’appuntamento con Carlo, in bicicletta, dopo aver preso quella vecchia borsa di tela, dopo averci messo dentro quei vecchi quaderni.
La scena si compone, si scompone, si compone di nuovo, manca sempre una tessera, ma il quadro alla fine è chiaro. (pag. 373)

Forse non tutto è perduto. Forse nonostante i silenzi, la lontananza, il ritrovarsi e il perdersi di nuovo, l’amore che dura ha un altro po’ di strada da fare.

***

Il romanzo racconta una lunga storia d’amore in tutte le sue sfaccettature. Non un amore ma tanti amori che oltrepassano ostacoli, a volte vengono bloccati nel loro evolversi, altre rispondono a pure convenzioni, altre ancora si nutrono del ricordo non solo dei momenti vissuti ma anche dell’assenza. Tutti questi amori hanno in comune il fatto di durare nel tempo, di non lasciarsi sopraffare dallo scorrere degli anni, anzi, vengono alimentati dal tempo che talvolta è nemico ma sa essere un buon amico, quando una riflessione è dovuta anche senza la pretesa di cambiare le cose, piuttosto di dare altre forme alla vita vissuta e da vivere.

Quali sono questi amori?

L’amore che non conosce confini, nemmeno quelli materiali, che esistono e separano. È l’amore di Emma per Carlo, un amore che dura perché nonostante l’abbandono, lascia una traccia di sé. È la passione vera, quella che nasce in un cuore acerbo, poco abituato ad amare, e lo fa crescere fino a trasformalo in un sentimento maturo che non si può nascondere. Anche quando la ragione si rifiuta di assecondare il cuore.

L’amore che si nutre di stima, fiducia, è l’amore affidabile che non tradirà mai. Questo è l’amore che Alberto prova per Emma, incondizionato nonostante la “presenza –assenza” dell’altro, di chi non ha saputo arrivare a compromessi e ha rinunciato all’amore anche senza rinunciare mai del tutto alla donna amata.

L’amore per il prossimo, un amore che si dà senza chiedere nulla in cambio. È l’amore che Emma riserva al suo lavoro, ai suoi studenti, a Samantha, giovane allieva che rimane incinta e alla quale la protagonista spalanca le porte di casa, anche se questa decisione di proteggere la giovane e la vita che porta in grembo mette a dura prova gli equilibri familiari.

L’amore per la scrittura cui Emma affida i pensieri che sulle pagine dei quaderni prendono forma e custodiscono segreti che un giorno smetteranno di essere tali. Anche se la confessione non è mai facile perché la colpa di aver mentito agli altri per mentire a se stessa è un peso che negli anni diventa insopportabile.

L’amore materno che dura perché i figli si amano senza condizioni. È un amore che non smette mai di crescere e con esso la consapevolezza che la verità non si può negare. Un amore senza verità non è degno di questo nome.

L’unico amore che non ha un suo tempo ma che, nella narrazione, è solo una scintilla che si accende alimentando l’amore più grande, è quello paterno. Un amore negato cui Carlo non può voltare le spalle, anche se non rientra, almeno non rientrava, nei suoi progetti di vita.

L’amore che dura è un romanzo che non lascia indifferenti grazie allo spessore psicologico dei personaggi che vengono messi a nudo soprattutto nella loro fragilità. I piani narrativi sono tanti come le voci narranti. Con l’intrecciarsi di eventi passati, più o meno lontani, e presenti l’autrice cattura l’attenzione del lettore costruendo una storia a più voci, alternando la terza persona alla prima, attraverso varie tipologie testuali, dalle pagine di diario (i quaderni di Emma) alle lettere, persino e-mail verso la fine del racconto.

La scrittura è curata, semplice nelle parti dialogiche, che sono molto presenti per rendere dinamica la parte narrativa, a volte lirico specie nelle parti in cui la narrazione cede il passo alla riflessione.

[immagine sotto il titolo da questo sito ©Anna-Nadalig]

LA TRISTE STORIA DI SERAFINA SCIALÒ

Udine è una piccola città dove le voci corrono veloci, specialmente se sulle labbra scorrono parole che esprimono un sentimento di pietà. In un certo senso, Udine è una città caritatevole.

Nello stesso tempo, è un luogo in cui, per riservatezza o scontrosità mai rivelata fino in fondo (forse per non prendere in prestito l’aggettivo scontrosa, con cui il poeta triestino Umberto Saba definisce la grazia della sua città… ah, quella rivalità tra due città mai del tutto superata!), ognuno si fa un po’ i fatti suoi nella routine delle giornate sempre uguali, dei fatti sempre ben noti. Ma se succede qualcosa e se quel qualcosa interessa una persona un tempo famosa e più avanti travolta dagli eventi, e se un fatto diventa cassa di risonanza per la città stessa a livello nazionale, perché in qualche modo legato a un personaggio, lui sì, ancora famoso, allora le cose cambiano. Non si tace più.

Forse per quella riservatezza che mi ha contagiata negli oltre trent’anni di vita vissuta nel capoluogo friulano, non ho voluto parlare prima di un fatto di cronaca che, in quest’ultima settimana, ha fatto discutere molto e suscitato sentimenti assai diversi e forse insoliti per la pacatezza dei cittadini udinesi.

Lo scorso venerdì (17, per la precisione), è stata trovata senza vita nell’appartamento cittadino, una donna di 63 anni che non dava notizie di sé dai primi di gennaio. Essendo dipendente di una scuola di Udine e non essendosi presentata al lavoro alla ripresa delle lezioni dopo la pausa natalizia, gli stessi colleghi hanno fatto scattare l’allarme e, allertate le Forze dell’Ordine, è stata fatta la macabra scoperta.

La donna, originaria di Catanzaro, risiedeva da decenni a Udine. Si chiamava Serafina Scialò. Nome e cognome che non dicono nulla ai più, se non ai vicini di casa (con cui, a quanto pare, aveva pessimi rapporti), i colleghi e quei pochi che la conoscevano frequentando Borgo stazione dove la sventurata abitava.

Il quotidiano locale, il Messaggero Veneto, ha dato tempestiva notizia della morte di Serafina Scialò e il giorno successivo sulla locandina ben in mostra davanti a tutte le edicole si leggeva, scritto a caratteri cubitali, “Trovata morta la ex moglie di un noto cantante”. Né nome né cognome dell’ex, ma per tutti coloro che avevano letto la notizia sulle pagine del quotidiano on line i dati anagrafici del “noto cantante” non erano un mistero: Umberto Tozzi.

Solo due giorni dopo la notizia inizia ad avere una risonanza nazionale, dapprima con qualche articolo stringato che perlopiù riprendeva quanto riportato dal Messaggero Vento, senza aggiungere nulla. Serafina Scialò: una donna fino a quel momento sconosciuta, nonostante la celebrità – si parla comunque di luce riflessa – di un tempo. Eppure, leggendo gli articoli che si fanno via via più numerosi e dettagliati con il trascorrere dei giorni, si viene a scoprire che questa ex non moglie, come ci tiene a precisare Umberto Tozzi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ma semplicemente convivente – era stata per il cantante torinese la musa ispiratrice. La loro storia d’amore, iniziata verso la metà degli anni Settanta e terminata nel 1984, un anno dopo la nascita di un figlio, aveva ispirato canzoni di successo come «Donna amante mia», «Gloria», «Ti amo» e «Stella stai». Assieme alla compagna di allora Tozzi cantò anche il brano «Tre buone ragioni».

A pochi giorni dal ritrovamento del corpo della Scialò, senza esprimere alcun sentimento di dolore, Tozzi si affrettava a dire che dopo la separazione la donna non solo aveva incassato, in modo fraudolento, due assegni da lui firmati in bianco «per pagare dei fornitori», per un totale di 450milioni di vecchie lire, ma per anni aveva reso impossibile qualsiasi rapporto con il figlio Nicola Armando, nonostante l’intervento del giudice e i numerosi viaggi a vuoto in quel di Udine. Serafina, infatti, dopo la fine della storia d’amore con Tozzi era ritornata a vivere nella città di adozione.

Per amore del figlio, a detta del cantante, la denuncia per truffa e appropriazione indebita non aveva avuto seguito. Un amore paterno che, tuttavia, non avrebbe potuto coltivare per l’atteggiamento ostativo dell’ex compagna. Una “verità” che viene prontamente smentita dal figlio Nicola Armando il quale, in un’intervista concessa al Corriere della Sera e pubblicata oggi, afferma che la madre non avrebbe mai incassato quegli assegni e che si sarebbe sempre arrangiata lavorando per mantenere entrambi. Tozzi, sempre a detta di Nicola Armando, avrebbe pagato il mantenimento «solo quando glielo ordinò il tribunale e senza indicizzarlo. E avrebbe dovuto comprarci una casa che non comprò.»

Una storia triste, soprattutto pensando che di fronte alla morte non si dovrebbe lasciare libero sfogo al risentimento. Quello del cantante, che si precipita a dire «L’ho perdonata per il male che ha fatto a me e a nostro figlio», e quello del figlio che, pur essendosi riavvicinato al padre negli anni, frequentando la sua nuova famiglia (Tozzi, infatti, dal 1995 è sposato che Monica Michelotto da cui ha avuto altri due figli, Gianluca e Natasha), non ha mai trovato in lui la figura paterna di cui avrebbe avuto bisogno.

Tozzi è un cognome che se può, evita di usare, ci tiene a precisare Nicola.

«Io mi sono preso il mio posto nel mondo chiamandomi Nicola, non Tozzi. Ho un secondo nome e dico: piacere, Nicola Armando. Aggiungo Tozzi se proprio devo. E, se mi chiedono “parente di?”, rispondo di no».

Da quanto si legge nell’intervista, dal padre non ha avuto nessun aiuto economico, dal momento che Nicola ha dovuto interrompere gli studi di Giurisprudenza per lavorare: «Faccio un lavoro umilissimo di fatica, sono uno dei tanti che si alza presto, torna tardi ed è fiero di quello che fa».

L’umiltà va di pari passo con la dignità. Per questo le parole di Riccardo Fogli, grande amico di Tozzi, nel commentare il ritrovamento del cadavere di Serafina Scialò, mi hanno particolarmente irritata: «È una fine molto triste — ha commentato l’ex cantante dei Pooh —. Essere la ex di una star e guadagnarsi da vivere facendo le pulizie in una scuola. La vita è strana e spesso spietata. Morire da soli così… Mi spiace per Umberto che è una persona buona e sensibile e un caro amico. La Scialò è stata un pezzo importante della sua vita di uomo e di artista».

La Scialò di oggi era, invece, una donna sola e a quanto pare ancora innamorata dell’ex. Così afferma la sua amica d’infanzia Gloria (chissà se il suo nome ha ispirato la canzone…), intervista dal Corriere della Sera: «Non soltanto penso che fosse ancora innamorata di Umberto, ma sono anche certa che dopo che si sono lasciati nella sua vita non ci sia stato più alcun fidanzato».

Sembrano profetiche, a questo punto, le parole del testo della canzone “Tre buone ragioni” (vedi video sopra), unica performance canora della coppia Tozzi-Scialò:

Primo non amo che te
e un’altra non esiste in questo mondo
secondo perché mi manchi a poco a poco
e terzo questo amore non è un gioco

Nella sua vita Serafina ha affrontato sofferenze, abbandoni, solitudine. Forse per questo, almeno a quanto si legge sulla sua pagina Facebook, i suoi nervi erano a pezzi. Si sentiva perseguitata, accusava i condomini del suo palazzo di avercela con lei, a suo dire il titolare di un bar vicino addirittura l’avrebbe minacciata di morte. In un post pubblicato a dicembre chiedeva aiuto, forse sentiva la fine della sua esistenza tormentata ormai vicina, se era arrivata a chiedere che sul suo corpo venisse fatta l’autopsia. Sono scritti attribuibili a una donna fragile, quasi disturbata. Forse i 36 anni passati lontano dal suo unico amore e in una condizione che i fasti di un tempo non lasciavano presagire, l’hanno portata al delirio.

Per i magistrati, ad ogni modo, la morte è attribuibile a “cause naturali” ed è stata disposta la restituzione della salma alla famiglia. Ma anche per l’estremo saluto la cattiveria della gente non si è risparmiata: il figlio aveva chiesto al parroco di una chiesa cittadina di celebrare le esequie della madre, ricevendo il rifiuto per evitare, questa la giustificazione, l’esposizione mediatica.

Ma davvero un prete può pensare questo? Si preoccupa più di un’affluenza imponente di gente curiosa e di giornalisti (che, a parer mio, non ci sarebbe stata) che dell’anima di una donna morta in solitudine? Questo novello don Abbondio non dovrebbe nemmeno indossare l’abito sacerdotale poiché non dimostra quella caritas che dovrebbe essere la dote indispensabile per un uomo di Chiesa.

Al di là del rito funebre negato nella chiesa cittadina (si terrà comunque mercoledì nella cappella del cimitero di San Vito), mi auguro che l’ultimo viaggio di Serafina sia più felice della sua travagliata esistenza.

[le immagini sono tratte dagli articoli del Corriere e del Messaggero Veneto linkati]

QUANDO RIPENSO AL MIO PRIMO AMORE…


Se devo ripensare al mio primo amore non so esattamente a chi rivolgere la mente. Nel post dedicato a questo argomento (Il primo amore non si scorda mai ma è meglio non cercarlo), leggendo i numerosi commenti dei lettori che hanno lasciato le loro testimonianze, mi sono resa conto che non necessariamente è il primo amore a restare incollato nella nostra memoria. Infatti molti hanno parlato genericamente di un “grande amore” che non sempre coincide con il primo.

Secondo la mia esperienza, il primo forse è quello maggiormente destinato al dimenticatoio, specialmente se si è risolto in un filarino adolescenziale che ha lasciato molta tenerezza ma poche tracce di passione vera e propria. Piuttosto si tende a ricordare la prima storia importante o la “prima volta”, anche se quest’ultima può essere collegata a un episodio certamente bello della propria vita ma che si è concluso in breve tempo.

Il primo ragazzo che mi ha fatto battere forte il cuore, quando ero poco più che una bambina, ha caratterizzato sei mesi importanti della mia vita: quelli in cui ho compreso che le tante promesse fatte dagli “uomini” sono come foglie al vento. Mi lasciò per una ragazza un po’ più grande – davvero poco più grande, in realtà – da cui poteva ottenere qualcosa in più di semplici bacetti e gite domenicali sul Carso triestino. Chi vuol capire…

La mia prima storia importante risale ai tempi del liceo ed è durata due anni. Finì male, ahimè, ma di questo forse parlerò in un altro post (chissà… non so). Non l’ho più rivisto, l’ho solo intravisto molti anni dopo (ero sposata e già mamma) in una via del centro e si è girato dall’altra parte. Quando non si riesce a superare il risentimento…

Prima di passare al “terzo” vorrei soffermarmi sulla possibilità di rimanere amici fra ex. Nel secondo caso, come si è capito, non ci fu nulla da fare. Con il mio primo ragazzo, dopo una parentesi burrascosa (divenni “amica” della sua nuova ragazza e feci di tutto per intromettermi nella loro relazione, capitando “per caso” a casa di lei e rompendo le… uova nel paniere!), l’amicizia ci fu e fu anche molto bella. Non potemmo in effetti perderci di vista poiché il mio secondo amore era un compagno di classe del primo e si frequentavano regolarmente. Di costui divenni la “parrucchiera” prediletta quindi ricordo tanti tagli di capelli riusciti alla perfezione e la consapevolezza che potevo avere un mestiere in mano. Il classico piano B, per intenderci.

Il terzo ragazzo era quello di cui parlo QUI. Fu una storia breve ma intensa. Mi lasciò lui e fu molto difficile dimenticarlo anche perché trascorrevamo, con le nostre famiglie, le vacanze estive nella stessa località e frequentavamo la stessa numerosissima compagnia quindi, voglia o non voglia, almeno per quel periodo dovevamo sopportarci.

Nel frattempo io avevo incontrato mio marito e lui aveva conosciuto quella che poi sarebbe diventata sua moglie. Incredibile ma vero, lui divenne amico del mio fidanzato (tanto da proporgli di fargli da testimone di nozze!) e io amica di lei, nonostante fosse la responsabile della nostra rottura. Ciò dimostra che io non sono proprio capace di serbare rancore…

Sarei bugiarda se non dicessi che la nuova frequentazione non aveva risvegliato in noi i lontani ricordi, legati a un’esperienza della vita di entrambi difficile da dimenticare. Però ha prevalso la razionalità e la consapevolezza che tra noi qualcosa non aveva funzionato e che, a distanza di tempo e con i legami importanti che avevamo stretto con i nostri partner, un ritorno di fiamma non avrebbe portato nulla di buono.

L’amicizia durò molti anni. Matrimoni, figli, domeniche passate assieme… mai un vero e proprio ricordo di ciò che c’era stato tra noi. Eravamo amici, soltanto amici. Poi iniziammo a vederci più di rado finché la nostra frequentazione si interruppe senza traumi per nessuno. Ci sono cose che a un certo punto finiscono e amen.

Non so quanto possa essere stato interessante per i lettori questo breve excursus sui miei amori giovanili ma mi serviva per tornare all’argomento del post linkato.

Nei numerosi commenti, come dicevo, si fa spesso riferimento a un grande amore, non necessariamente il primo. Molte volte si tratta di persone felicemente sposate – almeno così si dichiarano… – che a un certo punto della vita ripensano a un antico amore e sentono prepotentemente il desiderio di un nuovo incontro. Diciamo che nell’era dei social l’obiettivo non è così difficile da raggiungere, tuttavia spesso anche un timido approccio, solo “per curiosità” e, almeno idealmente, privo di implicazioni emotive forti, può trasformarsi nell’inizio di una crisi esistenziale di cui non si aveva assolutamente sentore.

Se leggete le mie risposte, spesso volte a dissuadere più che a persuadere, faccio capire chiaramente che la “curiosità” non è abbastanza, il desiderio di incontrare un vecchio amore non è solo voglia di tenerezza. Insomma, secondo me se la vita sentimentale è appagante, non si sente nessun bisogno di rivedere una persona con cui non si avevano più contatti da 10, 20 o 30 anni. D’altra parte, se si è soli non si può riempire la solitudine anche solo fantasticando su un amore passato che, a distanza di tanto tempo, finiamo per idealizzare. La delusione è dietro l’angolo e non è esattamente il modo migliore per sollevare l’animo afflitto per la mancanza di un lui o una lei.

In particolare mi ha colpito uno degli ultimi commenti giunti, firmato da un certo Roger. Lo riporto in parte:

Ciao a tutti, sono un uomo di 49 anni sposato da 23 e con un figlio di 20. Amo mia moglie e la mia famiglia. Ho trascorso 4 anni della mia adolescenza con una ragazza. Ci siamo lasciati che ne avevo 20 ma ho sempre pensato che un pezzettino del mio cuore se lo fosse portato via. Per me è stata una storia molto importante che mi ha segnato profondamente. […] L’ho contatta e dopo un paio di mesi di chat ci siamo incontrati. […] Da quel giorno ci siamo sempre messaggiati con un progressivo aumento di intensità nei contenuti fino a un mese fa quando mi ha chiesto di rivedermi. Ovviamente ho accettato ed è stato un incontro molto passionale. Niente sesso (“solo” intensi abbracci e baci) ma un turbinio di emozioni e sensazioni meravigliose. Ci siamo ripromessi di vivere questa storia da persone mature e senza colpi di testa. Mi sono reso conto che lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita. Quello che mi fa specie è che non ho sensi di colpa nei confronti di mia moglie (che ripeto amo tantissimo) perché non la privo di qualcosa per dare all’altra, non so se mi spiego. Ciò che do alla mia ex non potrei darlo a nessun’altra.
La vita è strana…..

Roger dice di amare moltissimo sua moglie e lo ripete. Perché? Forse perché deve autoconvincersi che questa storia non può influire sulla sua vita matrimoniale. Accetta una relazione “platonica” (mica tanto, poi) perché «lei mi è entrata dentro trent’anni fa e non ne è più uscita». Conclude, quindi, dicendo che «La vita è strana…».

Personalmente non credo che la vita sia strana, non la sua almeno. Credo invece che “la terza incomoda” nel suo ménage familiare abbia un posto molto più rilevante di quanto non ammetta lo stesso Roger.

Dato che la passione ha una breve durata e le relazioni, anche molto lunghe, sono soggette a usura non nego che effettivamente il tenero ricordo di un vecchio amore possa risvegliare la curiosità di un nuovo incontro, ma ritengo che tra il pensiero e l’azione debba necessariamente esserci un freno, a meno che non ci sia davvero una crisi in atto.

Il detto “chiodo scaccia chiodo” decisamente non fa per me.

E voi vorreste incontrare una vecchia fiamma?

[Nell’immagine io e il mio “terzo amore”. © Immagine coperta da copyright. La pubblicità per la Coca-Cola è gratis. 🙂 ]

IL MIO PRIMO NATALE DA NONNA

Domani il mio nipotino compirà 3 mesi. Questo tempo è volato davvero in fretta e, purtroppo, gli impegni scolastici sempre più pressanti mi hanno impedito di vedere troppo spesso il mio piccolino. Ma ogni volta che riesco ad incontrarlo, è tutta una scoperta.

Nato abbastanza piccolo, ora ha raggiunto un peso più che ragguardevole. La sua faccina piccina piccina è diventata tondetta. Gli occhi, sempre più aperti perché le ore di sonno sono diminuite di giorno, sembrano essersi decisi a rimanere azzurri, come quelli della mamma e della nonna. Lo sguardo è vispo, si aggira curioso alla ricerca di cose nuove da scoprire, come ad esempio le collane della nonna. La boccuccia a forma di cuore ormai dispensa sorrisi a destra e a manca. I sorrisi poi diventano risate sonore e talvolta, da tanto ridere, gli viene il singhiozzo.

Non so descrivere bene il mio essere nonna. L’amore per i propri figli certamente non ha confini né limiti. Però, quando osservo il mio nipotino, credo di amarlo più di ogni altra persona al mondo. Probabilmente non è più amore, è amore diverso. Con i figli piccoli spesso si è in preda ai timori, si è vinte dalla stanchezza. Il fatto che io ora sia una nonna e non una mamma penso mi sgravi da tante responsabilità che nell’essere genitori possono rendere più complesso il rapporto con il proprio figlio.

Ricordo che ero talmente stanca da pregare che i miei bimbi dormissero il più possibile, per riposare ma anche per sbrigare le faccende domestiche che era sempre molto complicato portare a termine. Ora, quando vado a trovare il mio nipotino, spero che non dorma ma se succede, leggo nello sguardo della sua mammina quella preghiera silenziosa – “Ti prego, non lo svegliare!” – che mi fa tornare indietro nel tempo e capisco che, se non riesco a vedere gli occhietti azzurri del mio piccolino, pazienza, lascio che dorma beato (anche nel sonno sorride!) e lo contemplo come se fosse il quadro migliore dell’artista più celebre.

E’ il bambino più bello del mondo. Ogni bimbo lo è, a modo suo, e d’altronde se ogni scarrafone è bell’ a mamma soja…. figuriamoci a nonna soja!

Domani, però, si festeggia la nascita di un altro Bambino ed è giusto che la nonna si metta da parte e che auguri a tutti un Felice Natale e buone feste.

Vi lascio con una poesia molto bella di Umberto Saba, mio concittadino illustre.

A GESU’ BAMBINO
La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

[immagine da questo sito]

LETTERA A MIO FIGLIO CHE È DIVENTATO PAPÀ


Caro Matteo,
oggi sei diventato papà e mi hai fatto tornare indietro di 29 anni e 5 mesi esatti, quando non riuscivo a staccare gli occhi dal frugoletto moro con la crestina punk che ti avevano fatto le puericultrici del nido.

Stamattina ho provato quella stessa sensazione di ammirare estasiata il miracolo della vita, senza riuscire a staccare lo sguardo da quel frugoletto biondo che sembrava un bambolotto nonostante le poche ore di vita. Tuo figlio. Mio nipote. Un’emozione indescrivibile.

Tu papà. Sono questi i momenti in cui una madre pensa di aver fatto un buon lavoro, di aver sofferto, sì, ma anche provato tanta felicità e gioia per creare quel capolavoro assoluto che è la vita. Basta darle il giusto valore.
Io oggi sono a qui a scrivere a te, per te, qualcosa che ho tanto pensato, nei mesi passati, ma è come se ora i pensieri si frantumassero in un puzzle che non so ricomporre. Questo è l’effetto della felicità.

Eppure qualcosa vorrei dirti. Chiamale se vuoi Istruzioni per l’uso. Magari ti dirò qualcosa di scontato, da dimenticare subito. O forse qualcosa che rimarrà nella tua mente o piuttosto nella tua anima negli anni a venire.

Inizierò col dirti quello che non devi fare.

Non credere a chi ti dirà che mettere al mondo un figlio è una passeggiata. Il cammino non sarà mai semplice, pur riservando tante gioie. È come scalare una montagna: solo quando sarai in cima capirai di aver fatto un buon lavoro.

Non credere a chi ti dirà che si può essere genitori perfetti. La perfezione non esiste in quello che è il mestiere più difficile del mondo. Ogni tanto si può cadere, l’importante è rialzarsi pensando a ciò che ancora deve venire e non a quello che ormai si è fatto. La vita dà sempre mille occasioni, non dimenticarlo.

Non credere a chi ti dirà che crescere ed educare un figlio sia semplicemente un dovere. Sarà anche un piacere ed ogni piccolo passo del tuo bambino ti ricorderà che c’è tanta strada da fare ancora, con fatica, a volte sconforto, ma sempre con tanta felicità.

Non credere che le cose siano immodificabili. Anche quando ti troverai davanti alle difficoltà – ci saranno e le affronterai come tutti – ci sarà sempre uno spiraglio. Basta non perdere la fiducia, senza aspettare che le cose cambino da sole. Tu e Silvia, mamma e papà, sarete sempre il cambiamento per il vostro piccolo.

E ora vorrei dirti quello che devi fare.

Sii per la tua famiglia un pilastro, non abbandonare mai il cammino, non lasciarti sopraffare dalla stanchezza, nemmeno quando stanco lo sarai davvero.

Sii felice di ciò che hai, perché hai tanto davvero. La felicità non si misura in beni materiali ma nelle emozioni che la vita ti offre ogni giorno. E con il tuo bambino ne scoprirai di nuove ad ogni suo piccolo passo, ad ogni suo versetto, parola, pianto. Lui ti guarderà negli occhi e ti trasmetterà con il suo sorriso eterna gratitudine. Ancora non lo puoi capire ma lo capirai.

Confida in te stesso e nelle tue risorse. Qualcuno pensa che mettere al mondo un figlio oggi sia un atto di coraggio. In parte lo è ma, secondo me, è soprattutto un atto di fiducia nella vita.

Altro non voglio dirti. Forse sono stata fin troppo noiosa e per questo mi scuso. Ancora una cosa: ti amo tantissimo, amo il mio nipotino e la sua dolce mamma. E a voi dico grazie perché oggi è come se mi aveste donato un pezzo di vita in più.

La tua mamma e neo-nonna Marisa

MATRIMONI E ALTRE “CORBELLERIE”

matimonio-un-annoRagazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro.

Così pensava don Abbondio quando, trovandosi nei pasticci per colpa della minaccia dei bravi di don Rodrigo, se la prende con Renzo e Lucia. “Ragazzacci” che non pensano ad altro che all’amore e addirittura vogliono sposarsi.

Ma i nostri tempi sono decisamente diversi. Ci si sposa poco, si convive di più, l’amore non è eterno, data la durata media dei matrimoni. (ne ho parlato QUI)
Nessun sacerdote condividerebbe i pensieri del curato manzoniano. Anzi, vista la crisi delle unioni celebrate davanti a Dio, i ministri della Chiesa sarebbero ben lieti di fare gli “straordinari”, celebrando matrimoni anche di notte.

Eppure ci sono “ragazzacci” che ancora pensano alle nozze. Coppie che, nonostante il rito religioso sia passato di moda, hanno ancora il coraggio di giurarsi fedeltà eterna. Ma il matrimonio come dev’essere?

L’annuncio con largo anticipo.
Sarò io strana, ma non riesco mai a fare programmi a lungo termine. La gente che prenota le vacanze da un anno all’altro (anche i miei genitori lo facevano…) non la capisco. Io non ce la farei. Sarà per questo che da vent’anni non vado in vacanza.
Prenotare l’aereo sei mesi prima per pagare di meno? Non ci penso neppure. Il pessimismo mi porta a pensare che magari succede qualcosa e perdo pure i soldi. Pochi ma li perderei comunque.
Figuriamoci se sarei capace di pensare al matrimonio un anno prima…
Eppure ci sono coppie che annunciano le nozze con largo anticipo, informando pure parenti e amici. “Siete liberi il 29 settembre del prossimo anno?”. A questa domanda posso rispondere in due modi: se sono ottimista, dico che non so nemmeno quello che farò domani; se, invece, mi trovano in giornata nera, rispondo che non so se domani sarò viva.

sposa

Il vestito della sposa.
L’abito che la donna indosserà alle nozze è di fondamentale importanza. Mesi prima – se non anni – si inizia sfogliando le riviste in cerca di ispirazione. Confesso che anch’io l’ho fatto. Poi ho scelto un abito molto diverso da quelli che mi avevano colpita sulle pagine patinate delle riviste specializzate. Ne deduco che non serva poi a molto, se non a sognare. Ammesso che si sia particolarmente romantiche.
Mi chiedo, però: ma come fai a scegliere l’abito un anno prima? Non è questione di stile – le mode cambiano ma non così in fretta – bensì di taglia. E se poi ingrassi? O magari dimagrisci per lo stress da matrimonio (a me è successo… 12 chili in tre mesi)? Vabbè, stringere il vestito si può ma allargarlo non sempre è possibile né si possono perdere i chili acquistati con la bacchetta magica.
Sarà, ma forse a causa del mio pessimo rapporto con la bilancia, acquistare il vestito un anno prima non mi sarebbe mai venuto in mente.

La scelta del ristorante.
Evidentemente questa mania di decidere di sposarsi con largo anticipo si è diffusa a macchia d’olio. Per me è incredibile che, con ben 12 mesi di anticipo, si fatichi a trovare un ristorante libero. Eppure succede. O i locali più gettonati sono pochi oppure – cosa molto più probabile – tutti i futuri sposi scelgono la data un anno prima e tutti decidono di sposarsi nello stesso periodo. Dovessi ancora convolare a nozze, per me la cosa sarebbe insopportabile.

Trucco e parrucco.
Per le spose ormai c’è il catalogo dove si possono scegliere l’acconciatura e il trucco preferiti. La scelta è ampia ma, una volta presa la decisione, non sia mai che si attenda il giorno del matrimonio per farsi fare l’acconciatura e il trucco. Le prove sono assolutamente necessarie. E non ne basta una, per carità. Metti che l’acconciatura scelta sul catalogo non sia la migliore per il tuo viso. E il trucco? Non esiste il trucco per la sposa perfetta e, soprattutto, non è detto che il make-up preferito sia proprio quello che sta bene con la tua faccia. E prova che ti riprova, spendi bigliettoni da 100 euro senza nemmeno accorgertene e del tutto inutilmente, visto che il trucco lo togli la sera prima di andare a dormire e al primo shampoo i capelli ritornano com’erano prima.
Lo ripeto: sarò strana ma non mi è mai passato per la testa – letteralmente – di fare le prove di trucco e parrucco. Mi sono affidata ciecamente alla mia parrucchiera – e non a un hair designer come si dice adesso – e per il trucco mi sono arrangiata da sola. Vi posso assicurare che l’acconciatura e il trucco hanno tenuto perfettamente dalle quattro di pomeriggio alle tre di notte. Non mi sono nemmeno tolta il velo al ristorante, per dire.

Per concludere, io davvero non capisco tutte queste complicazioni. La vita è già tanto complicata di suo…
Mi sono laureata a febbraio, ho deciso di sposarmi a maggio, a giugno ancora non avevamo trovato casa e il 31 agosto eravamo davanti al sacerdote apprestandoci a passare la vita assieme. Il vestito era ok, il ristorante l’abbiamo trovato senza difficoltà, la Chiesa non era libera il 1 settembre, come volevamo, e abbiamo accettato di anticipare al sabato precedente. Senza fare prove di trucco e parrucco ero bellissima (quale sposa non lo è?) ugualmente. Stanchissima per aver passato due mesi di preparativi intensi. Figuriamoci se avessi iniziato a pensarci un anno prima… probabilmente nel frattempo avrei deciso di non sposarmi più.

[immagine abito da sposa da questo sito]

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “PER DIECI MINUTI” di CHIARA GAMBERALE

Ho inaugurato una nuova sezione nel blog estivo dedicato alle “recensioni” di romanzi leggeri, da leggere sotto l’ombrellone… o magari sui monti, all’ombra di un pino. 🙂
Buona lettura!

summertimetogether

L’AUTRICE
chiara_gamberaleChiara Gamberale, classe 1977, è una scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva italiana.
Romana, ha frequentato il DAMS dell’Università di Bologna e fin da giovanissima ha coltivato la sua passione per la scrittura.
Ha ottenuto la ribalta in campo letterario quando, poco più che diciottenne, è uscito il suo romanzo Una vita sottile, ispirato a una vicenda autobiografica che riguarda il padre Vito, noto manager, e che segna la sua adolescenza. Dal romanzo sarà tratto l’omonimo tv movie in cui viene documentato uno degli errori più clamorosi del clima di Tangentopoli dei primi anni.
La carriera di scrittrice prosegue con la pubblicazione di Color lucciola (2001) e Arrivano i pagliacci (2003). Nel frattempo la Gamberale incomincia una fortunata carriera come conduttrice televisiva (l’esordio è a fianco di Luciano Rispoli nella famosa trasmissione Parola mia) e, in seguito, radiofonica (dal gennaio 2010 al giugno 2012 ha condotto

View original post 838 altre parole

PERCHE’ IL DDL SULLE UNIONI CIVILI E’ UNA BRUTTA COPIA DEL MATRIMONIO PER FAVORIRE I GAY

diritti-alle-coppie
Più di una volta ho affrontato, su questo blog, l’argomento “convivenza” dichiarando la necessità di una legge che tuteli le coppie che non sono sposate, in modo da garantire per esse dei diritti e, naturalmente, dei doveri.

Nel tempo sono state proposte e dibattute varie soluzioni al problema, dai cosiddetti PACS ai DICO, senza ottenere nulla a livello giuridico. Ora, tuttavia, sembra che l’approvazione del DDL Cirinnà (che risale al marzo 2013) sia diventata una priorità per il nostro governo. Vediamo perché.

Negli ultimi anni sempre più coppie omosessuali hanno chiesto presso i Comuni di residenza il riconoscimento legale del loro matrimonio contratto all’estero. Alcuni sindaci hanno dato il loro assenso per la registrazione all’anagrafe di questi matrimoni, altri si sono dimostrati contrari e il ministro dell’Interno Alfano ha diramato, già nel 2014, una circolare in cui chiedeva ai prefetti di cancellare le trascrizioni delle nozze celebrate all’estero tra persone dello stesso sesso.

Una vera e propria crociata malvista dalle associazioni gay che si appellano all’Europa – sì, quella che ci chiede sempre tutto in nome dell’unità – e minacciano ricorsi alla Corte di Giustizia Europea. Sicché, come già successo con la famigerata #buonascuola e le 90mila assunzioni dei docenti precari per evitare sanzioni (dato che la Corte Europea aveva già condannato l’Italia dai tempi della Gelmini), il governo italiano “cala le braghe” (scusatemi l’espressione colorita) e si affretta a far votare una Legge che garantirebbe agli omosessuali il riconoscimento giuridico della loro unione, pur non chiamandolo matrimonio.

Ma alle coppie eterosessuali che convivono chi ci pensa? Mi si dirà, a questo punto, che per gli etero c’è sempre il matrimonio. Certamente, ma ci sono anche coppie che non possono sposarsi. Molti preferiscono la convivenza per non impegnarsi, non lo nego. Tuttavia in alcuni casi la convivenza è un obbligo e sono pronta a portare due esempi.

Una mia conoscente ha convissuto per più di vent’anni con un uomo sposato che non ha potuto divorziare perché con la moglie aveva in comune affari e proprietà, naturalmente in regime di comunione di beni. Anche volendo mutare la comunione in separazione, non avrebbe potuto farlo senza il consenso della moglie, e comunque cambiare regime è costoso. Per farla breve, il compagno della mia conoscente, sapendo di essere gravemente ammalato, ha fatto in modo di garantirle almeno l’usufrutto a vita dell’appartamento in cui vivevano, soluzione osteggiata dagli eredi alla morte di lui e che è costata alla donna, oltre alle sofferenze morali, l’iter legale per ottenere il rispetto della volontà del compagno.

Un’altra mia conoscente ha convissuto per 20 anni con un uomo sposato la cui moglie si è sempre rifiutata di concedergli il divorzio. Ora, lo so che in certi casi ci sono dei mezzi legali per ottenere il divorzio comunque, ma vuoi per pigrizia vuoi perché forse l’uomo non si aspettava di morire così presto, alla fine la convivente è rimasta da sola, con due figli non ancora autonomi economicamente e senza un lavoro, visto che il compagno l’aveva praticamente obbligata a fare la casalinga.

Potrei aggiungere l’esempio di molti giovani che, comprando casa e arredandola, hanno speso tutti i risparmi e non hanno soldi a sufficienza per sposarsi. E non mi si venga a dire che, volendo, si va dal prete o dall’ufficiale di Stato Civile con due testimoni e il gioco è fatto. Ci sono delle convenzioni da rispettare e, sebbene al giorno d’oggi non sia così scontato che ci si sposi una sola volta nella vita, di quel giorno tutti vorrebbero avere un bel ricordo, potendo condividere la loro felicità con le persone vicine.

Tornando al DDL Cirinnà, la cosiddetta stepchild adoption non sarebbe aberrante di per sé (non sto qui a discutere sul fatto che i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà quali figure di riferimento ecc. ecc.) se non costituisse una possibile premessa a maternità surrogate per le coppie di uomini. Per quanto riguarda le donne, la fecondazione assistita per le single è già possibile, compresa l’eterologa, e il DDL non sposterebbe di una virgola una situazione già in essere.

Su questo tema è nata una discussione sul blog dell’amica Diemme che vi invito a seguire, se interessati all’argomento.

In conclusione, a mio parere, questo DDL favorisce le unioni gay a scapito di quelle etero. Come al solito, dunque, si tratta di una discriminazione al contrario.

NATALE E’ SEMPRE NATALE

E’ un Natale speciale questo che sta arrivando. Sempre sperando che sia speciale comunque e sempre per i Cristiani. Ma quello del duemilaquindici è comunque destinato a rimanere nella Storia.

Papa Francesco, come ormai tutti sanno, ha indetto, a partire dallo scorso 8 dicembre, l’Anno Santo della Misericordia. Un Giubileo straordinario, sia perché “cade” senza rispettare la cadenza usuale – almeno quella stabilita in tempi relativamente recenti – dei venticinque anni, sia perché intitolato alla Misericordia che, pur senza la maiuscola di rito, dovrebbe essere un sentimento che accomuna tutti gli esseri umani, cristiani e non.

Una parola trasversale, la misericordia. Stando all’etimologia, deriva dal latino misericordia, che a sua volta trova la radice nell’aggettivo misericors, in cui distinguiamo il tema del verbo miserere, “aver pietà”, e cor, “cuore”.

Misericordia, quindi, ha a che fare con il cuore e il cuore significa vita, poiché batte nel petto di tutti gli esseri viventi. Poi sta a noi farne buon uso e manifestare ai propri simili quell’empatia che ci accomuna in quanto tutti dotati di quel battito vitale. O almeno così dovrebbe.

Cinque anni fa ho scritto un post dal titolo lungimirante: Si può dire Buon Natale?.
Oggi più che mai, di fronte a dirigenti scolastici che vietano le feste di Natale e i canti tradizionali, specialmente nelle scuole frequentate dai più piccoli, la domanda è lecita. Ma la risposta, la mia risposta, è sempre quella: sì, si può augurare buon Natale, senza vergogna e senza pensare all’eventualità che questo augurio possa offendere qualcuno.

Di certo non offenderà nessuno dotato di un minimo di intelligenza, se non proprio elasticità mentale.
Ne sono prova le cronache di questi giorni, in cui persone che professano altre religioni, stanno dimostrando non tolleranza, spesso falsa, come quella esibita da zelanti dirigenti scolastici, ma condivisione. Misericordia, insomma.
Ma anche intelligenza, come la ragazza musulmana che ha accettato di buon grado di interpretare la figura di Maria nel presepe vivente allestito nella sua città.

Per festeggiare il Natale non si deve essere per forza cristiani. Pensiamola, dunque, come una festa in cui si celebra la nascita di un bambino. Riflettiamo sul drastico calo delle nascite nei paesi più evoluti, una situazione dettata da molti fattori, non ultima la crisi economica che ci ha colpiti negli ultimi anni, per cui mettere al mondo un figlio sembra essere un lusso. Davvero lo è, se vogliamo essere sinceri. Ma a volte l’amore può fugare i dubbi, allontanare le esitazioni. Pensiamo alla povera capanna che ha ospitato il piccolo Gesù e ai sacrifici che i suoi genitori hanno dovuto affrontare, i disagi, le persecuzioni che hanno interessato i primi anni di vita del bambinello. Pensiamo alla forza e al coraggio di quei genitori che senza dubbio, almeno per chi crede, furono dettati dalla Fede. Ma senza Amore, al di là di qualsiasi fede, non avviene nessun “miracolo”.

Consideriamo, quindi, il Natale come la festa della Famiglia, perché ogni famiglia è sacra a prescindere. Fermiamoci a riflettere ai tanti bambini vittime delle guerre e delle persecuzioni, che muoiono annegati durante i viaggi della speranza. Pensiamo a quelli che perdono i genitori, nelle stesse condizioni avverse.
Consideriamo le famiglie “spezzate”, quelle in cui i bambini sono trattati come pacchi postali, destinati a cambiare casa seguendo l’asettica sentenza di un giudice, o sballottati da un luogo all’altro come meglio fa comodo ai genitori.
Riteniamoci fortunati ad essere genitori, pur dovendo attraversare molte difficoltà. Non guardiamo al prato del vicino che ha l’erba più verde; guardiamo l’arida terra che accoglie i meno fortunati.

Usiamo un po’ di misericordia, non solo quando festeggiamo il Natale ma anche in tutti i momenti della vita.

E se questo mio vi sarà sembrato più un sermone che un post natalizio, PERDONATEMI!

Auguro a TUTTI, abbracciandovi forte, un

buon_nataleangeli

SUI FIGLI DELLE COPPIE OMOSESSUALI IO STO CON DOLCE&GABBANA

Dolce-e-gabbana-e-Elton-John
Infuria la polemica tra i noti stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, omosessuali dichiarati da anni, ex coppia nella vita, e il cantante inglese Elton John. Il motivo di tale discordia è costituito dalle dichiarazioni fatte dalla coppia di stilisti sul concetto di famiglia e dalla definizione data ai figli delle coppie gay: bambini sintetici.

Com’è noto, Elton John e il compagno David Furnish, che da poco sono convolati a nozze, hanno due figli nati da madri surrogate. Nel sentire che Dolce e Gabbana, in un’intervista su Panorama, hanno difeso la famiglia tradizionale, sono montati su tutte le furie dichiarando di fare un bel falò dei loro abiti che portano la firma dei due stilisti siciliani. Non contenti, hanno inneggiato al boicottaggio del marchio di moda con l’hashtag #BoycottDolceGabbana, raggiungendo i 4000 like sul loro profilo Instagram in poche ore.

Vediamo, a questo punto, quali sono state le dichiarazioni di Domenico Dolce:

«Non l’abbiamo inventata mica noi la famiglia. L’ha resa icona la Sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia».

Da parte sua, Elton John ha definito quello degli stilisti un pensiero antico, per nulla al passo coi tempi, proprio come la loro moda.
Ma Domenico Dolce non sembra lasciarsi scalfire dalle dichiarazioni del cantante britannico né pare tema un calo del volume d’affari. Tant’è che ha replicato:

«Sono siciliano e sono cresciuto con un modello di famiglia tradizionale, fatto di mamma, papà e figli. So che esistono altre realtà ed è giusto che esistano, ma nella mia visione questo è quello che mi è stato trasmesso, e con questi i valori dell’amore e della famiglia. Io sono cresciuto così, ma questo non vuol dire che non approvi altre scelte. Ho parlato per me, senza giudicare le decisioni altrui».

Che dire? Amo la musica di Elton John ma questa volta sto con Dolce&Gabbana … anche se non faccio pazzie per la loro moda. Tra l’altro non me la posso permettere!

[fonte: La Stampa; immagine da questo sito]