30 aprile 2010

LE DONNE DI ULISSE: CIRCE, L’AMANTE MAGA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 4:49 pm di marisamoles


Parlare di Circe mi mette un po’ a disagio. Non è una questione di pudore: di donnacce nell’antichità ce n’erano tante, così come ce ne sono tutt’oggi. E’ piuttosto una questione di principio: è difficile ammettere che anche la maga, nonostante tutto, abbia i suoi meriti, nel male più che nel bene. Primo fra tutti quello di aver accalappiato Ulisse che, nonostante Omero cerchi di giustificare il suo momento di defaiance con lo spirito di sacrificio, quello, cioè, che lo spinge a salvare i compagni, non disdegna la compagnia di Circe per un anno intero. Per dirla tutta, saranno i compagni a smuoverlo da questa magica infatuazione, chiedendogli di riprendere il mare per far ritorno a casa, altrimenti chissà quanto altro tempo se ne sarebbe rimasto sull’isola di Eea in dolce compagnia!

L’episodio viene narrato nel X libro dell’Odissea e costituisce uno di quegli elementi fantastici che caratterizza questo poema e lo distingue dall’Iliade, interamente dedicata ad imprese belliche. Quando, a scuola, si introduce l’Odissea, si tende a sottolineare proprio questo aspetto: è come un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, animato da maghe, mostri, creature fantastiche, avvolto, in certi punti, da un alone di mistero. Circe è uno di quei personaggi fantastici che popolano il poema, eppure in molte edizioni scolastiche l’episodio che la riguarda è censurato; se compaiono pochi versi, sono privi di ogni riferimento che più o meno esplicitamente riconduca la maga alla sua reale dimensione: una specie di prostituta che si diverte con i forestieri di passaggio, per poi tramutarli in porci.
Ora, io mi chiedo: i ragazzi d’oggi sono abituati ad ogni sorta di schifezza, alla televisione non c’è film in cui manchi almeno una scena di sesso, persino alla pubblicità il nudo, ovviamente femminile, è all’ordine del giorno, perché mai, allora, si dovrebbero scandalizzare nel leggere i versi in cui Circe, di fronte ad Ulisse che minaccioso sfodera la spada, esorta:

Suvvia, la tua spada riponi nel fodero;
saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto
insieme congiunti in amore, possiamo
scambiare fra noi la fiducia dell’animo
. (Odissea, X, vv.347-350)

Dipende, poi, da come vengono letti questi versi: la parola chiave qui è evidentemente “fiducia”; il sesso non c’entra, anche se l’invito all’atto sessuale è più che esplicito. Ulisse non si fida, e fa benissimo, quindi la maga propone un’unione carnale che sancisca il “patto di non aggressione”: se vieni a letto con me potrai fidarti, non t’ingannerò, manterrò la mia promessa.
Il problema è, secondo me, che la parola chiave vista dai ragazzi non è “fiducia” ma è “letto”. Quando si parla di letto, ci si deve aspettare un coro di risolini. È evidente che il loro orizzonte sessuale è, a quattordici anni, ancora limitato, specie quello dei maschi, mentre l’immaginazione è fervida e suscita questa sciocca reazione che scoraggia l’insegnante ad analizzare il passo, se è presente nel libro, o l’editore a pubblicarlo.

Detto questo, è opportuno spendere due parole sull’origine della maga. Secondo la tradizione, Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Pesside, appartenente alla stirpe di Oceano. Nella sua famiglia ci doveva essere qualche tara ereditaria, visto che una delle sorelle sarebbe Pasifae, sposa del re di Creta Minosse. Credo che tutti conoscano le tendenze sessuali leggermente deviate della regina: ella, infatti, si sarebbe innamorata di un toro e da esso avrebbe generato il Minotauro, che nel nome stesso racchiude le due nature, umana e taurina. Tale mostro poi fu richiuso dal re di Creta nel famoso labirinto e poi ucciso da Teseo. Qualche fonte cerca di reinterpretare il mito restituendo l’onore e l’integrità mentale alla regina Pasifae: Plutarco, infatti, afferma che la relazione da cui nacque il Minotauro era stata intrecciata dalla regina con un uomo di nome Taurus. Ingenua, come spiegazione, visto che in questo modo non si giustificherebbero le caratteristiche fisiche del mostro del Labirinto. Inoltre, in entrambi i casi, le corna a Minosse nessuno gliele toglie!

Comunque stiano le cose, è certo che le donne in famiglia erano un po’ strane: ad una piacevano i tori, all’altra … i maiali.
Preferenze sessuali a parte, la leggenda narra che la nostra Circe, dopo aver ucciso senza tanti complimenti il marito, re dei Sarmati, si rifugiò nell’isola di Eea e si dedicò ad un’attività altamente umanitaria: ospitare i forestieri di passaggio, offrendo loro un letto, il suo. Peccato che, dopo aver concesso loro anche i suoi favori, li trasformasse in porci. Anzi, se gli ospiti non erano di suo gradimento, li tramutava direttamente in animali e così fece anche con undici compagni di Ulisse.

Ma l’abilità della maga in fatto di mutazioni non si limitava ai soli suini: un’altra leggenda ci tramanda che, innamoratasi del dio marino Glauco e non riamata, trasformò la di lui compagna Scilla, bellissima ninfa, in un orribile mostro marino con sei teste e sei bocche dotate ciascuna di una triplice fila di denti. La fanciulla nella nuova veste si fece talmente tanto schifo che, disperata, si gettò in mare e si nascose in uno scoglio di fronte all’antro abitato da un altro mostro marino, Cariddi, che creava dei terribili vortici mettendo a repentaglio la vita dei naviganti. Lo stesso Ulisse avrebbe sperimentato, durante la navigazione, la voracità di Scilla, se Circe medesima, impietosita, non l’avesse messo in guardia. Nonostante tutto, il passaggio tra Scilla e Cariddi costò ad Ulisse la perdita di sei compagni, ghermiti dal mostro mentre la nave stava superando il gorgo di Cariddi (cfr. l. XII). Nella realtà, Scilla e Cariddi sono due scogli emergenti dal mare tra Reggio Calabria e Messina.

Da tale famiglia non ci si poteva aspettare evidentemente niente di meglio. Tornando al nostro racconto, Ulisse approda sull’isola di Eea dopo aver superato terribili avventure: quella con Polifemo, a tutti nota, e con i Lestrigoni, giganti cannibali che lanciano dall’alto delle rocce dei massi enormi, distruggendo quasi completamente la flotta dei Greci. Sull’unica nave uscita indenne da tale esperienza, il nostro eroe, ormai in preda allo sconforto, riprende il mare con i pochi superstiti e giunge, quindi, sull’isola di Circe.
Si dice che “sbagliando s’impara”; beh, ai tempi di Ulisse il motto non doveva essere ancora molto diffuso, visto che, ancora una volta, si avventura in un posto apparentemente deserto e sconosciuto che potrebbe nascondere chissà quali insidie. Anzi, per dire la verità, in un primo momento la diffidenza lo porta a non esporsi a potenziali pericoli; poi prende il sopravvento lo spirito d’avventura e la “sete di conoscenza” che gli fa cambiare idea: due gruppi di uomini andranno ad esplorare l’isola, uno guidato da lui stesso, l’altro capitanato da Euriloco, ma solo quest’ultimo si spingerà fino al palazzo maestoso scorto da lontano.

Il palazzo di Circe, fatto di lucido sasso (X, v.211), potrebbe passare per una delle tante dimore incantate delle fiabe se non vi aleggiasse intorno un’atmosfera alquanto sinistra: a fare la guardia non ci sono alani o dobermann ringhianti, bensì lupi montani e leoni/ammansiti da lei con farmaci tristi (ibidem, vv.212-213) che incominciano, scodinzolando, a fare le feste al gruppo in esplorazione. L’insolito quadretto sarebbe bastato per far fare dietro-front ad Euriloco e compagni, ma una voce melodiosa li incanta:

e udirono Circe che dentro con bella
voce cantava tessendo una tela
grande, immortale, come sono i lavori
che fanno le dee: delicati, fulgidi, fini
.(X, vv.222-225)

La maga, che essendo figlia di Elios è anche una dea, si trova nel portico ed è intenta alle solite opere femminili: destino comune a tutte le donne, mortali o immortali, quello di tessere! La voce melodiosa incanta a tal punto i nostri Greci che, nonostante tutti avessero visto ed udito ciò che c’era da vedere ed udire, uno di essi, Polite, il più caro tra i compagni di Ulisse, sente il bisogno di puntualizzare:

Amici, là dentro c’è una che tesse una tela grande,
una dea o forse una donna:
dolcemente essa canta e intorno ne suona la valle;
noi diamole presto una voce
! (X, vv.228-231)

Ogni volta che leggo questi versi, mi viene in mente una poesia splendida, dedicata non ad una dea, o ad una maga, ma ad una donna mortale, anzi, per dir la verità, ad una fanciulla morta troppo presto per vedere realizzati i suoi progetti, le sue speranze: A Silvia di Giacomo Leopardi. Così scrive il poeta:
Sonavan le quiete
stanze e le vie d’intorno al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi
. (Op. cit.,vv. 7-12)
Il fatto che una delle “opere femminili” sia proprio la tessitura, trova conferma qualche verso più avanti, quando il poeta fa riferimento alla man veloce che percorrea la faticosa tela (Op. cit., vv.21-22).
Che Leopardi, grecista provetto, avesse in mente proprio l’episodio di Circe e dai versi omerici succitati avesse tratto spunto per la sua composizione, è cosa assai probabile. Si può aggiungere che l’immagine della maga, fino a questo punto, non ha nulla di scandaloso, anzi è talmente tanto poetica da ispirare dei versi dedicati ad una tenera creatura come Silvia.

Molto diverso è il seguito delle due storie: dopo aver ammaliato i Greci con il canto melodioso, tutti tranne Euriloco che si tiene alla larga intuendo l’insidia, la maga li rifocilla con un menù a base di cacio, farina, miele e vino di Pramno, il tutto condito con una buona dose di filtri funesti perché della patria/terra cadesse del tutto in oblio la memoria (X, vv.240-241).
Caduti gli imprudenti nella trappola, con un colpo di verga (una sorta di bacchetta magica) si ritrovano nelle vesti, anzi nelle setole poco dignitose di porci e voce di porco/avevano essi, ma intatta era la mente rimasta (ibidem, vv.243-246).
Anche leggendo questi versi, mi viene in mente un’immagine: quella del Pinocchio di Disney che, giunto al paese dei Balocchi, mentre assieme a Lucignolo si diverte a fumare e a giocare a biliardo, inizia a trasformarsi in “ciucchino”, con tanto di coda e di orecchie appuntite, mantenendo l’umana favella intercalata, tuttavia, di quando in quando, da un poco dignitoso raglio! Non serve puntualizzare che è molto improbabile che Disney avesse in mente i versi omerici quando disegnava l’episodio nel suo cartone animato!

Tornando ai nostri Achei, la situazione si fa critica. Euriloco corre ad avvertire Ulisse che, impavido, parte immediatamente alla volta del palazzo per soccorrere i compagni. Ma come avrebbe potuto lui, seppur astuto, resistere alla maga, convincerla a neutralizzare l’incantesimo senza alcun intervento divino? Insomma, sarà un eroe ma è pur sempre un mortale e di fronte a situazioni di tal sorta è un po’ difficile escogitare qualche trucchetto. Che fa, l’acceca come aveva fatto con Polifemo? Mentre è immerso in tali pensieri, suppongo, incontra, guarda caso sotto mentite spoglie, il dio Ermes (Atena in quel momento doveva essere impegnata altrove, visto che di solito è lei che si precipita in soccorso di Ulisse). Questi lo mette in guardia dalla maga e gli consegna un antidoto ai filtri magici di Circe:

Ti do questo farmaco buono; adesso va’ pure da Circe. […]
Farà per te un beveraggio veleni versandovi;
ammaliarti però non potrà, ché il farmaco buono,
che sono a darti, verrà ad impedirlo
. (vv.296-301)

Come continua la storia, già lo sappiamo: inutile dire che di tutto il discorso fatto da Ermes, il nostro Odisseo se ne infischia. L’unica cosa che gli importa è non rimanere vittima dell’incantesimo e quando si trova a tu per tu con la maga, non prima comunque di aver consumato l’amplesso, pretende che Circe liberi i compagni dalle turpi vesti suine.
Nonostante il dio avesse detto ammaliarti non potrà, lo ammalia, eccome! Vi pare che altrimenti sarebbe rimasto in sua compagnia per un anno? Ma pensiamo ai nostri eroi: per dieci anni avevano combattuto una guerra e, anche se presumibilmente qualche ancella sessualmente servizievole l’avevano trovata, erano lontani da casa, dalle loro mogli e fidanzate. Come si può resistere a tale tentazione? Pare, infatti, che la casa di Circe pullulasse di graziose fanciulle che non disdegnavano la compagnia maschile. E’ facile immaginare, quindi, che a tutti piacesse restare, nonostante non fossero più in preda a filtri magici.

Solo dopo un anno i compagni si stufano: si sono divertiti abbastanza e a gran voce chiedono al loro capo di riprendere il mare. Si può constatare, quindi, quanto gli uomini siano volubili: si stancano presto delle donne, hanno bisogno, come si dice, di cambiare aria. Il meno convinto di tutti pare fosse Ulisse, ma non sa dire di no, forse anche a lui Circe era venuta a noia e la maga, seppur riluttante, lo lascia andare. Lei, in fondo, ha raggiunto l’obiettivo: accalappiarsi l’uomo più astuto del mondo e far sì che si dimentichi persino di escogitare qualche subdolo piano per andarsene. Ulisse chiede il permesso (non è davvero da eroe!) e lei acconsente. Anzi, fa di più: lo convince a compiere un viaggio (un altro!) non per mare, ma nell’Oltretomba, dove l’indovino Tiresia gli avrebbe predetto il futuro. Uomo avvisato …

Dopo la partenza di Odisseo, che ne è di Circe? Pare che l’unione tra i due avesse dato dei frutti: Telegono, che secondo una leggenda ucciderà involontariamente il padre dopo essersi recato ad Itaca per fare la sua conoscenza, e forse anche una certa Cassifone. Non sappiamo quanti e quali figli esattamente l’eroe abbia sparso in giro per il Mediterraneo, ma la sua era decisamente una famiglia moderna: allargata. La storia della famiglia legittima di Ulisse e quella della famiglia illegittima si intrecciano: pare, infatti, che dopo essere giunto ad Eea, insieme alla madre, Telemaco avesse sposato la sorellastra (l’incesto non destava scandalo a quei tempi) e che Cassifone lo avesse ucciso subito dopo le nozze per vendicare la madre Circe, uccisa dal fratellastro-marito.
Comunque sia, fatti due conti, o Telegono e Cassifone erano gemelli, o alla partenza di Ulisse Circe era incinta del secondo figlio. Se poi si aggiunge il fatto che un’altra tradizione vuole che la coppia avesse avuto altri due figli, Anzio e Latino, i conti si complicano maggiormente e non vale proprio la pena di perderci la testa. Il fatto è che i Romani volevano a tutti i costi attribuire l’origine di molti luoghi italici agli eroi omerici, e così è sorto una specie di labirinto di nomi dal quale, una volta entrati, non si esce più, pertanto resteremo fuori che è meglio.
Resta il fatto che la maga omerica presso i Latini ebbe molta fortuna; nonostante l’indubbia amoralità, venne deificata ed onorata nella sua “isola” oggi nota come promontorio Circeo, che da lei, appunto, prende il nome.

[nell’immagine “Circe e i suoi amanti” di Dosso Dossi, National Gallery of Art, Washington]

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22 novembre 2009

PARIDE: BELLO E IMPOSSIBILE

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 10:22 pm di marisamoles

Paride, uno dei cento figli di Priamo, re di Troia, è passato alla storia per la sua bellezza e la sua impresa ardita: il rapimento di Elena che tanti lutti ha portato ai Troiani in una guerra decennale conclusasi con la distruzione della città di Priamo. “Bello qual dio”, di lui si dice. Conosciuto con il nome di Paride ma citato nell’Iliade omerica quasi esclusivamente con l’altro nome: Alessandro, che letteralmente significa “difensore degli uomini”. Quali uomini abbia difeso e in che modo, lo scopriremo più avanti. Per ora c’interessa la sua storia, quella di un ragazzo spensierato, ignaro di essere un principe. Infatti la madre era una tipa un po’ superstiziosa, come si addice alle vere donne mediterranee, ed il padre doveva essere troppo impegnato a fare il re e troppo prolifico per accorgersi della sua mancanza (uno più, uno meno). Sta di fatto che la madre Ecuba lo abbandona in fasce spaventata da un terribile sogno premonitore. In effetti, con il senno di poi, chi non avrebbe dato retta al sogno che preannunciava la distruzione di Troia? Paride, comunque, si salva e diviene, destino comune a tutti i pargoli regali abbandonati, un pastore.

La sua è una vita tranquilla, forse non troppo appagante, ma neanche troppo noiosa, visto che ha anche un flirt con una certa Enone, una ninfa del monte Ida, sua vicina di casa. Ad ogni modo, quando, come tutti sanno, al cospetto del pastorello si presenta niente meno che Afrodite la quale, in cambio della famosa mela d’oro, gli offre Elena, non c’è niente da fare: Paride non ci pensa su un istante e, piantata in “asso” la povera Enone, se ne corre a Sparta per rapire la donna promessagli dalla dea dell’amore. Che poi la fanciulla fosse sposata con un certo Menelao, per giunta re, non è cosa che al principe-pastore interessi più di tanto.
Il suo comportamento è quanto di più disdicevole si possa immaginare in un mondo, quello greco arcaico, in cui certe scorrettezze erano considerate non solo sconvenienti, ma addirittura sacrileghe. Infatti Paride prima si fa ospitare dal marito di lei e poi gli rapisce la moglie, violando un vincolo, quello dell’ospitalità, che era considerato sacro a quei tempi.

I fatti successivi sono noti: Menelao convince gli altri re greci a partire per Troia che viene cinta d’assedio per dieci lunghi anni. Ma Paride, una volta tornato nella città natale e rivendicato il suo posto a corte, che fa? Finché si trattava di fare il pastore, si era dimostrato coraggioso nel difendere il gregge e i suoi compagni pastori dai lupi, tanto che venne chiamato Alessandro, che significa, come già anticipato, “difensore degli uomini”, ed è con questo appellativo che lo troviamo a combattere a Troia. Ma in guerra tutto ‘sto coraggio non lo dimostra. La faccenda per lui diventa troppo seria e poco dopo il suo arrivo in città con la sua bella preda, Elena, probabilmente si rode il fegato perché non riesce nemmeno a godere della sua compagnia.
L’atteggiamento vile dimostrato da Paride nell’imbracciare le armi era motivo di grande disonore per il suo popolo. In effetti il poveretto incarna la negazione dell’ideale greco del kalòs kai agathòs (bello e buono). Per i Greci, infatti, virtù e bellezza erano doti complementari e Paride rappresenta, quindi, l’eccezione alla regola.

Anche Elena, probabilmente ben presto pentita di averlo seguito fin sui lidi della Troade, non doveva nutrire per lui una grande stima. La poveretta, infatti, si era ridotta un po’ maluccio e doveva rimpiangere la vita di corte che a Sparta aveva condotto prima di seguire colui che Afrodite stessa le aveva destinato come amante. Elena ebbe illustri natali: era, infatti, figlia di Zeus e di Leda, sorella di Castore e Polluce, di Clitennestra (moglie di Agamennone ed uxoricida) e di Filanoe (moglie di Glauco). Una stirpe di vip, insomma. Le disgrazie di questa bellissima donna non iniziano ad Ilio, perché quando era ancora una fanciullina fu rapita da Teseo. Questi era una via di mezzo tra un play-boy ed un pedofilo, visto che aveva già sedotto e abbandonato, in Nasso, la povera Arianna, quella del filo. Un vero mascalzone, insomma. Una volta liberata dai fratelli, Elena viene data in sposa a Menelao, da tutti noto come il più grande cornuto della storia greca. Le vicende successive sono conosciute e non mi pare il caso di perderci altro tempo.
Del legittimo marito le fonti narrano lo spirito di vendetta e la forza nelle armi; poco si sa del suo aspetto fisico ma se Elena gli preferisce Paride ce lo possiamo immaginare. D’altra parte, del sacrilego rapitore conosciamo un epiteto che ricorre con ossessionante frequenza nei versi in cui compare: “bello qual dio”. E questo dice tutto.

Sarà bello come un dio, ma il nostro Paride-Alessandro di coraggio ne ha ben poco. Lo troviamo, infatti, nel libro III dell’Iliade, pronto – si fa per dire- a sfidare il suo rivale sul campo di battaglia. I due eserciti sono schierati l’uno di fronte all’altro:

Quando furon vicini, avanzando gli uni sugli altri,
tra i Teucri innanzi muoveva Alessandro, bello qual dio,
con una pelle di pardo sulle spalle, l’arco ricurvo
e la spada; agitando due lance con punta di bronzo
voleva degli Argivi sfidare tutti i migliori
e scontrarsi in duello con lui nell’orrenda battaglia
. (Iliade, III, vv. 15-20)

Fin qui ci sembra di essere di fronte ad un eroe pronto a tutto; da parte sua, Menelao gioiva nel vedere davanti ai suoi occhi / Paride, bello qual dio; e sperò far vendetta al reo./ Subito egli dal carro a terra saltò con le armi. (Ibidem, vv.27-29)
L’aspetto del re greco doveva essere tutt’altro che incoraggiante, visto che Paride non appena intuisce le intenzioni poco confortanti, si comporta da vero eroe:
Come dunque lo vide Alessandro bello qual dio
in prima fila apparire, sentì un gran colpo nel cuore
e tra le schiere dei suoi si ritrasse, fuggendo la morte
(Ibidem, vv.30-32)
Vale a dire, girò i tacchi e andò a nascondersi dietro agli scudi e alle corazze dei suoi compagni. Una gran bella figura, insomma.

A questo punto interviene Ettore, il vero eroe in campo troiano, nonché fratello di Paride, uno degli innumerevoli figli di Priamo, il quale lo assale con parole oltraggiose:

Paride tristo, bello di viso, che impazzi a sedurre
le donne, oh non fossi mai nato e celibe fossi morto:
questo preferirei e sarebbe più vantaggioso
d’essere invece così la vergogna e l’odio degli altri.
Certo sghignazzano i Danai chiamati, che avevano creduto
che fossi un valente campione, visto che sei così bello
nell’aspetto, ma in cuore non hai né valore né forza
. (III, vv.38-45)

Insomma, ormai lo sapevano tutti che il bell’Alessandro era una sorta di “bello senz’animo”. Diciamo pure, prendendo a prestito le parole con cui Manzoni presenta don Abbondio, che non era nato, insomma, con un cuor di leone . Diciamo anche che a buon diritto Ettore s’infuria: gli rimprovera, tra le altre cose, di essersi scelto, per rapirla, non solo la donna più bella del mondo, ma anche parente di arditi guerrieri. Proprio uno sciagurato!
E gli insulti non si fermano: Ettore continua impietoso, affermando che solo attraverso il confronto con Menelao si potrebbe rendere conto di qual uomo si tiene la moglie. E allora:
La cetra e di Afrodite i doni non ti gioveranno,
la chioma e la bellezza, se vinto cadrai nella polvere
(III, vv.54-55)
A questo punto al bell’ “eroe” non resta che cedere e proporre, poco convinto, di affrontare da solo in duello Menelao. Il vincitore potrà, dunque, a buon diritto tenersi la bella Elena.

La notizia del duello si diffonde subito e il pubblico si riunisce velocemente sulla rocca di Ilio. Ai poveri Troiani non pare vero di poter, in breve, uscire da quell’incubo. Personalmente credo che a nessuno importasse che il bel Paride salvasse la pelle, nemmeno ad Elena che già si era pentita di essersi lasciata sedurre dal suo fascino e, diciamo la verità, si sentiva un po’ in colpa per aver provocato tutto quel putiferio. La ritroviamo, Elena, sulla rocca insieme agli altri Troiani pronti a tifare per Paride, probabilmente, senza però confidare troppo nella sua vittoria (visto il tipo). La donna è avvicinata dal suocero Priamo che con molto savoir faire le manifesta il suo affetto e la solleva da ogni colpa:
Ai miei occhi tu non sei colpevole, ma gli dei;
essi suscitarono la guerra luttuosa degli Achei
. (III, vv.164-165)
In realtà il re non ha torto, vista e considerata la brillante idea di Ate (la dea della discordia) di seminar zizzania fra le colleghe con quella benedetta mela d’oro!
Le affettuose parole di Priamo, però, nascondono un secondo fine che non tarda a palesarsi: quello di conoscere dalla nuora nomi, cognomi (o meglio patronimici), qualità e difetti degli eroi greci su cui Elena, stando prima dall’altra parte, deve per forza essere informata. La donna, da parte sua, risponde volentieri alle curiosità del re, non prima, però, di essersi sfogata:
Meglio sarebbe stato che io preferissi morte terribile,
quando seguii tuo figlio lasciando il talamo e gli amici,
la figlia delicata e le amabili coetanee
. (III, vv.173-175)
In effetti, non si era comportata in modo esemplare: pazienza mettere le corna al marito, ma fuggire lasciando anche una figlia! Si tratta di Ermione, anch’ella alquanto sfortunata: infatti andò in sposa ad un tale Neottolemo, figlio di Achille, che amava profondamente nonostante fosse promessa ad Oreste. Costui, poi, uccise il rivale e si riprese la fanciulla. A quei tempi faccende come queste venivano sbrigate velocemente e senza tanti complimenti.

Tornando ai sensi di colpa della nostra Elena, in un successivo colloquio con Ettore dà di sé un giudizio ancor più severo (condivisibile, tra l’altro, da molti suoi contemporanei):

Cognato mio, di me cagna che ha tramato disgrazie funeste,
meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò
una malvagia tempesta di vento mi avesse trascinata via,
sulle vette di un monte o nel mare echeggiante infinito,
e le onde mi avessero travolta prima che questi mali si compissero.
Ma poiché gli dei così hanno stabilito queste sciagure,
avrei preferito essere la sposa di un uomo più valoroso,
che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini.
Costui invece non ha animo saldo, né mai lo avrà:
e io penso che un giorno ne raccoglierà i frutti
. (VI, vv.345-349)

Belle parole, non c’è che dire; in questa circostanza il vero uomo è proprio Elena che non solo ribadisce le sue colpe, assumendosi le proprie responsabilità, ma riesce ad inveire, in modo garbato, contro il suo sposo, prendendosi, almeno a parole, la sua rivincita.
Ma cos’è che porta la donna ad esprimersi in tal modo? Avevamo lasciato la rocca di Troia affollata di pubblico accorso per assistere allo spettacolo dell’anno: Paride contro Menelao, all’ultimo sangue. Elena sta sempre a fianco del re Priamo quando inizia il duello. I due eroi con le loro belle armi si posizionano uno di fronte all’altro sul campo, agitando le lance. Colpisce per primo Alessandro ma manca il bersaglio; il greco risponde, non prima di aver invocato Zeus affinché gli dia una mano contro il traditore. Fallito a sua volta il colpo, furibondo più che mai Menelao si rivolge nuovamente al padre degli dei che pare non aver colto le sue preghiere. Probabilmente in quel momento l’Olimpio era impegnato; una dea libera e a disposizione di Paride, però, c’era: la cara Afrodite che forse si era fatta un esame di coscienza – “Bel casino ho combinato!” – ed interviene pronta e veloce a salvare il suo protetto facendo finire l’incontro 0 a 0. Immaginatevi i fischi che dovevano provenire dagli spalti … pardon, dalla rocca! Non si poteva nemmeno sperare nei tempi supplementari, cosicché quello che doveva essere l’incontro, anzi lo scontro decisivo, si risolve in un nulla di fatto, riportando la situazione al punto di partenza.
La guerra, quindi, continua ma non sarà certo Paride, con il suo coraggio e le sue sole forze, a risolvere la situazione; con un colpo di fortuna – e l’aiuto di Apollo – riuscirà ad uccidere Achille, il più valoroso dei Greci. Sarà, però, ferito da Filottete, infallibile arciere, e quando si recherà, alquanto sfacciatamente, da Enone, la fanciulla sedotta e abbandonata sul monte Ida, per essere curato con una delle sue erbe mediche – la ninfa, infatti, era un’esperta in fitoterapia – lei gli negherà il suo aiuto e lo lascerà morire. Finalmente una che si comporta da vero uomo! Peccato che poi la poveretta si lasci torturare dal rimorso fino al suicidio.

Come tutti sanno, la guerra sarà vinta dai Greci grazie all’astuzia di quel gran figlio di … chiamato Odisseo, per gli amici Ulisse.
Elena, invece, che fa? Come si dice, “morto un papa se ne fa un altro” … morto Paride, la fanciulla sposa uno dei cognati troiani, Deifobo, un vero eroe, visto che era riuscito anche a ferire Achille durante uno scontro. Caduta Troia, però, la perfida donna vuole riguadagnarsi i favori dell’ex e introduce Menelao, accompagnato dall’immancabile Ulisse, nella sua stanza nuziale e fa trucidare l’ignaro Deifobo. Una vera megera! Altro che sesso debole.
Dopo la fine del suo terzo marito, se ne torna tranquilla in Grecia con il primo che la perdona (ci vuole un bel coraggio, però!) e vive in pace con lui finché, sopraggiunto il decesso anche di questo, viene cacciata con tutte le più sante ragioni dai figli di lui. Si rifugia quindi a Rodi presso un’amica – almeno, era convinta che lo fosse! – una certa Polisso che, a tradimento, la fa impiccare. Secondo altre fonti, Elena si suicida ma, conoscendo il tipo, credo proprio che non l’avrebbe mai fatto: troppo orgogliosa e troppo abituata a vincere. Dalla morte di Paride in poi, la storia di Elena sembra quella di alcune dive di Hollywood che si divertono a far strage di uomini, facendoli cadere nelle loro reti con grande facilità. È il caso di dirlo: nonostante quello che gli antichi scrittori vogliono farci credere, erano le donne, almeno quelle come Elena, a portare i pantaloni in casa. Altro che il bel Paride-Alessandro!

[nell’immagine: “Paride” di Antonio Canova, Venezia, Museo Correr]

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Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti, di ritrattazioni, di sciocchezze e sciocchezzai, di scuola e scuole, buone e cattive, di temi originali e copiati, di studenti curiosi e indifferenti, autodidatti e eterodidatti, di nonni geniali e zie ancora giovani (e vogliose), di bandiere al vento e mutande stese, di cani morti e gatti affamati (e assetati)

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, ATTUALITA' EDITORIALE, DIDATTICA E STRUMENTI PER LA SCRITTURA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Le Ricette di Cle

Ricette collaudate per ogni occasione

Messaggi in Bottiglia

Il diario di Cle

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

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"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

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