#SANREMO2020: IL SOGNO DI AMADEUS SI È AVVERATO MA…

Sanremo ventiventi – come l’ha chiamato in modo quasi ossessivo Amadeus durante le interminabili cinque serate del Festival – è andato bene. Oltre alle più rosee aspettative, a quanto pare. Per eguagliare il successo in termini di audience dicono che bisogna andare indietro di 25 anni. L’evento sanremese del millennio. Attenzione, però, il terzo millennio dell’era cristiana è ancora giovane, ne deve passare di acqua sotto i ponti. Magari l’acqua travolgerà per sempre la canzone italiana che, almeno per ora, non sembra sofferente. O magari ci saranno altri festival in grado di superare il 70°.

Confesso che ho seguito le serate un po’ a spizzichi e bocconi. Senz’altro non avrei potuto rimanere sveglia fino alla fine (solo ieri ho fatto le 2 e 20 attendendo la proclamazione del vincitore), dovendo andare al lavoro. Come dice la mia amica blogger Ester Maero, bisognerebbe proclamare la settimana sanremese festa nazionale, solo così sarebbe possibile fare le ore piccole ogni notte.
Anche se ho cercato di leggere alcuni commenti sulle testate giornalistiche e ho guardato qualche spezzone della kermesse su Raiplay, non mi sento di scrivere un vero e proprio post, quanto piuttosto una raccolta di pensieri sparsi, sulla falsa riga dei tweet che ho postato sul mio account Twitter durante l’interminabile settimana sanremese.

Il conduttore. Amadeus è stato bravo e soprattutto spontaneo. Aveva gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che guarda il mondo con stupore e meraviglia, quel bambino che, canzone dopo canzone, negli anni ha coltivato un sogno: non cantare a Sanremo ma calcare il palcoscenico dell’Ariston come conduttore. Non ha mai perso quell’espressione di gioia e quasi incredulità, come se ogni sera si chiedesse “ma sta capitando davvero a me?”. Al di là delle polemiche che hanno preceduto il festival, credo sia riuscito a far ricredere chi non lo riteneva all’altezza.


L’amicizia. Pare che quello che si è appena concluso sia stato il festival delle grandi amicizie. Fiorello e Tiziano Ferro, onnipresenti, hanno fatto da spalla ad Amadeus e, come se ci fosse una sorta di competizione tra i due nell’adempiere a questo compito, è nata qualche scaramuccia. Tiziano Ferro, durante la seconda serata, ha lanciato con successo su Twitter l’hashtag #fiorellostattezitto, tanto che lo showman siciliano giovedì non si è presentato sul palcoscenico. Personalmente ringrazio il cantautore di Latina: la presenza di Rosario è stata invadente, ha dilatato oltremodo la durata delle serate e a lungo andare è risultato noioso (almeno a mio parere). Ho avuto l’impressione che le sue incursioni sul palco divertissero solo l’amico Amadeus. Inoltre non mi è piaciuto il fatto che nelle prime scene durante la serata di martedì i riflettori fossero rivolti verso di lui. Sarà stata anche una cosa studiata ma Amadeus si meritava di aprire il festival. Forse gli autori pensavano che Fiorello aumentasse lo share?

Le canzoni. Non mi esprimo sulle canzoni in gara perché devo ammettere di non averle nemmeno sentite tutte. Credo che la vittoria di Diodato sia meritata: la sua era l’unica canzone, tra quelle ascoltate, che ho gradito fin dalle prime note. Ma di canzoni in cinque serate ne abbiamo sentite tante. Troppi ospiti, quasi tutti italiani, qualche performance di troppo (Albano Romina e i Ricchi e Poveri, che ho pure apprezzato, hanno fatto dei mini concerti), senza contare la presenza a cadenza regolare sul palco di Tiziano Ferro… mi è piaciuto il duetto con Massimo Ranieri (“Perdere l’amore” è una canzone senza tempo) ma Ferro è stato anche lui, come Fiorello, troppo invadente.

Gli ospiti e la gara. Alla fine, con tanti pezzi ascoltati, chi si ricordava più le canzoni in gara? Ricordo che una volta al Festival di Sanremo, non a caso dedicato alla canzone italiana, gli ospiti erano tutti stranieri (o quasi), proprio perché l’attenzione del pubblico doveva essere concentrata sulla gara. La scelta di Amadeus e degli altri autori non mi è piaciuta per niente.

Le donne. Fin dall’inizio il conduttore aveva detto che sarebbe stato accompagnato da molte donne. Ma dieci, caro mio, forse sono troppe. E fra quelle dieci chi si è salvata davvero? Forse la Clerici e la zia Mara (Venier), ma sono delle veterane e non c’è da stupirsi. Anche l’albanese Alketa Vejsiu ha dato prova di essere all’altezza del ruolo che, per carità, non era da valletta ma da co-conduttrice. Una parlantina che neanche Fiorello…
Le signore del Tg 1, Laura Chimenti e Emma D’Aquino, oltre a essere davvero brave, hanno dimostrato che la classe non è acqua. Al contrario di Diletta Leotta che, rifatta dalla testa ai piedi, grazie anche al fratello chirurgo plastico, ha avuto il coraggio di dire che la bellezza non è un merito, come se la sua fosse naturale. Poco dopo, però, ammette che lei è a Sanremo perché è bella. E quindi? È dai tempi di “Oltre le gambe c’è di più”, tormentone che risale a quasi 20 anni fa, cantato da Jo Squillo e Sabrina Salerno (anche lei ospite alla settantesima edizione di Sanremo), che non si è ben capito cosa ci sia di più, almeno in certe donne.

Le mise. Ora si dice outfit ma io sono antica, quindi affezionata all’elegante parola francese. Impeccabile Amadeus che ha sfoggiato dei completi molto particolari, tutti confezionati per l’occasione dallo stilista preferito del conduttore: Gai Mattiolo. Il completo che ho preferito è stato il primo della serata finale perché in genere il broccato, che caratterizzava la maggior parte dei completi sfoggiati, non mi fa impazzire.
Sulle donne vorrei stendere un velo pietoso ma mi limiterò a dire che, al di là dei centimetri di pelle scoperti (nei punti giusti, naturalmente), non è il pudore che manca ma l’eleganza. Una su tutte: la cantante Elodie che ha sfoggiato delle scollature vertiginose e si è esibita ogni volta palpandosi il seno come se volesse controllare che fosse tutto a posto, che nulla scappasse di qua e di là. A parte le giornaliste Emma D’Aquino e Laura Chimenti, signore dell’eleganza, mi è piaciuta molto l’attrice Cristiana Capotondi che ha fatto un’apparizione fugace ieri sera ma sufficiente per dare una lezione di signorilità a molte altre, come Elettra Lamborghini e il suo lato b in bella mostra (d’altronde per il twerking…). Nonostante la schiena scoperta quasi totalmente, Cristiana non è riuscita ad apparire volgare.
Fra i cantanti in gara, basterà citare Achille Lauro che ha fatto sfoggio di mise tanto esagerate quanto improbabili. Merita comunque un elogio per la coerenza. Se voleva far parlare di sé, dato il modesto valore del pezzo portato al festival, c’è riuscito.

Sanremo per il sociale. Il Festival di Sanremo ormai da molti anni si occupa del sociale. All’inizio non gradivo che si inserissero nella gara canora storie strappalacrime perché già la vita quotidiana per tutti noi ha i suoi problemi, almeno quando ascoltiamo delle canzoni vorremmo essere spensierati per un po’. Forse la mia era un’idea sbagliata: la kermesse musicale italiana più seguita nel mondo è il palcoscenico ideale per lanciare anche i messaggi che esulano dal mondo spensierato delle canzonette (anch’esse, tra l’altro, a volte portatrici di messaggi tutt’altro che frivoli). Ben venga allora l’intervento di Rula Jebreal, giornalista palestinese, che ha raccontato episodi della sua vita e della vita di sua madre – che si uccise quando lei era piccola –, mescolandoli con citazioni di testi di famose canzoni italiane sulle donne.
L’ospite che ha maggiormente toccato il mio cuore è stato, però, Paolo Palumbo, giovanissimo rapper malato di Sla il quale, attraverso le parole della sua canzone, ha dato una bella lezione di vita a tutti noi che a volte ci lamentiamo per cose davvero futili. Lui, nonostante l’immobilità completa e una vita che dipende dal respiratore e dalla peg per l’alimentazione, si ritiene un ragazzo fortunato. Riesce a muovere solo gli occhi e “parla” attraverso il comunicatore verbale ma apprezza anche il solo fatto di essere vivo.
Mi è piaciuto di meno il monologo sulla diversità di Tiziano Ferro che si conclude con le parole: “Non sono sbagliato. Nessuno lo è.”, e la rivendicazione di una vita felice e dell’amore, cosa di cui è più consapevole ora che ha 40 anni (e fresco sposo di Victor). Caro Tiziano, la felicità e l’amore sono un diritto a prescindere che tu sia gay o etero. Nessuno può giudicare e non c’è bisogno di ribadirlo perché sì, ci sono ancora gli hater, c’è ancora chi fa il bullo nei confronti degli omosessuali, ma questi sono degli imbecilli che non hanno alcun senso di civiltà e non c’è nessun monologo che possa servire a insegnarglielo.

Il rispetto. Mi spiace dirlo ma ciò che ha caratterizzato soprattutto questo 70° Festival di Sanremo è la mancanza di rispetto.
Nei confronti dei telespettatori che, con ogni probabilità, hanno perso una parte considerevole delle cinque serate che sono terminate troppo tardi.
Nei confronti dei cantanti in gara che spesso si sono esibiti dopo l’una di notte. Stemperare la tensione che si accumula nel corso delle ore è davvero difficile e lo stress di certo non aiuta le performance.
Nei confronti dell’orchestra, visto che i maestri, nonostante l’abbondanza di parti dialogate o monologate in cui non era richiesto il sottofondo musicale, mi sono sembrati agli arresti domiciliari per cinque-sei ore di trasmissione. Una cosa disumana, se poi è anche vero (non lo credo) che il compenso ammontava a 50 € per serata, sarebbe riduzione in schiavitù.
Nei confronti di alcuni ospiti, come Zucchero, che si sono esibiti in tarda serata… e poi, qualcuno comincia ad avere una certa età!


L’eroe. In prima fila, elegante e composto, seduto vicino a mamma Giovanna Civitillo, si è goduto ogni serata fino all’ultimo istante, cantando tutte le canzoni in gara (credo che i testi li conosca solo lui…), senza dar mostra del minimo cedimento. Per me José Alberto Sebastiani, figlio decenne di Amadeus, è il vero eroe di questo interminabile Festival di Sanremo duemilaeventi (e non ventiventi come dice Amadeus sul calco dell’inglese). Ha dimostrato, inoltre, un animo sensibile alzandosi in piedi per primo, dando il via a una meritatissima standing ovation, quando si è esibito Paolo Palumbo, il cantante rap malato di Sla. Un ragazzino davvero bene educato, promette bene.

[immagine sotto al titolo da questo sito; immagine di Fiorello_Amadeus_Ferro da questo sito; foto Chimenti_D’Aquino da questo sito; foto Capotondi da questo sito: immagine José Alberto e Giovanna Civitillo da questo sito]

LA TRISTE STORIA DI SERAFINA SCIALÒ

Udine è una piccola città dove le voci corrono veloci, specialmente se sulle labbra scorrono parole che esprimono un sentimento di pietà. In un certo senso, Udine è una città caritatevole.

Nello stesso tempo, è un luogo in cui, per riservatezza o scontrosità mai rivelata fino in fondo (forse per non prendere in prestito l’aggettivo scontrosa, con cui il poeta triestino Umberto Saba definisce la grazia della sua città… ah, quella rivalità tra due città mai del tutto superata!), ognuno si fa un po’ i fatti suoi nella routine delle giornate sempre uguali, dei fatti sempre ben noti. Ma se succede qualcosa e se quel qualcosa interessa una persona un tempo famosa e più avanti travolta dagli eventi, e se un fatto diventa cassa di risonanza per la città stessa a livello nazionale, perché in qualche modo legato a un personaggio, lui sì, ancora famoso, allora le cose cambiano. Non si tace più.

Forse per quella riservatezza che mi ha contagiata negli oltre trent’anni di vita vissuta nel capoluogo friulano, non ho voluto parlare prima di un fatto di cronaca che, in quest’ultima settimana, ha fatto discutere molto e suscitato sentimenti assai diversi e forse insoliti per la pacatezza dei cittadini udinesi.

Lo scorso venerdì (17, per la precisione), è stata trovata senza vita nell’appartamento cittadino, una donna di 63 anni che non dava notizie di sé dai primi di gennaio. Essendo dipendente di una scuola di Udine e non essendosi presentata al lavoro alla ripresa delle lezioni dopo la pausa natalizia, gli stessi colleghi hanno fatto scattare l’allarme e, allertate le Forze dell’Ordine, è stata fatta la macabra scoperta.

La donna, originaria di Catanzaro, risiedeva da decenni a Udine. Si chiamava Serafina Scialò. Nome e cognome che non dicono nulla ai più, se non ai vicini di casa (con cui, a quanto pare, aveva pessimi rapporti), i colleghi e quei pochi che la conoscevano frequentando Borgo stazione dove la sventurata abitava.

Il quotidiano locale, il Messaggero Veneto, ha dato tempestiva notizia della morte di Serafina Scialò e il giorno successivo sulla locandina ben in mostra davanti a tutte le edicole si leggeva, scritto a caratteri cubitali, “Trovata morta la ex moglie di un noto cantante”. Né nome né cognome dell’ex, ma per tutti coloro che avevano letto la notizia sulle pagine del quotidiano on line i dati anagrafici del “noto cantante” non erano un mistero: Umberto Tozzi.

Solo due giorni dopo la notizia inizia ad avere una risonanza nazionale, dapprima con qualche articolo stringato che perlopiù riprendeva quanto riportato dal Messaggero Vento, senza aggiungere nulla. Serafina Scialò: una donna fino a quel momento sconosciuta, nonostante la celebrità – si parla comunque di luce riflessa – di un tempo. Eppure, leggendo gli articoli che si fanno via via più numerosi e dettagliati con il trascorrere dei giorni, si viene a scoprire che questa ex non moglie, come ci tiene a precisare Umberto Tozzi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ma semplicemente convivente – era stata per il cantante torinese la musa ispiratrice. La loro storia d’amore, iniziata verso la metà degli anni Settanta e terminata nel 1984, un anno dopo la nascita di un figlio, aveva ispirato canzoni di successo come «Donna amante mia», «Gloria», «Ti amo» e «Stella stai». Assieme alla compagna di allora Tozzi cantò anche il brano «Tre buone ragioni».

A pochi giorni dal ritrovamento del corpo della Scialò, senza esprimere alcun sentimento di dolore, Tozzi si affrettava a dire che dopo la separazione la donna non solo aveva incassato, in modo fraudolento, due assegni da lui firmati in bianco «per pagare dei fornitori», per un totale di 450milioni di vecchie lire, ma per anni aveva reso impossibile qualsiasi rapporto con il figlio Nicola Armando, nonostante l’intervento del giudice e i numerosi viaggi a vuoto in quel di Udine. Serafina, infatti, dopo la fine della storia d’amore con Tozzi era ritornata a vivere nella città di adozione.

Per amore del figlio, a detta del cantante, la denuncia per truffa e appropriazione indebita non aveva avuto seguito. Un amore paterno che, tuttavia, non avrebbe potuto coltivare per l’atteggiamento ostativo dell’ex compagna. Una “verità” che viene prontamente smentita dal figlio Nicola Armando il quale, in un’intervista concessa al Corriere della Sera e pubblicata oggi, afferma che la madre non avrebbe mai incassato quegli assegni e che si sarebbe sempre arrangiata lavorando per mantenere entrambi. Tozzi, sempre a detta di Nicola Armando, avrebbe pagato il mantenimento «solo quando glielo ordinò il tribunale e senza indicizzarlo. E avrebbe dovuto comprarci una casa che non comprò.»

Una storia triste, soprattutto pensando che di fronte alla morte non si dovrebbe lasciare libero sfogo al risentimento. Quello del cantante, che si precipita a dire «L’ho perdonata per il male che ha fatto a me e a nostro figlio», e quello del figlio che, pur essendosi riavvicinato al padre negli anni, frequentando la sua nuova famiglia (Tozzi, infatti, dal 1995 è sposato che Monica Michelotto da cui ha avuto altri due figli, Gianluca e Natasha), non ha mai trovato in lui la figura paterna di cui avrebbe avuto bisogno.

Tozzi è un cognome che se può, evita di usare, ci tiene a precisare Nicola.

«Io mi sono preso il mio posto nel mondo chiamandomi Nicola, non Tozzi. Ho un secondo nome e dico: piacere, Nicola Armando. Aggiungo Tozzi se proprio devo. E, se mi chiedono “parente di?”, rispondo di no».

Da quanto si legge nell’intervista, dal padre non ha avuto nessun aiuto economico, dal momento che Nicola ha dovuto interrompere gli studi di Giurisprudenza per lavorare: «Faccio un lavoro umilissimo di fatica, sono uno dei tanti che si alza presto, torna tardi ed è fiero di quello che fa».

L’umiltà va di pari passo con la dignità. Per questo le parole di Riccardo Fogli, grande amico di Tozzi, nel commentare il ritrovamento del cadavere di Serafina Scialò, mi hanno particolarmente irritata: «È una fine molto triste — ha commentato l’ex cantante dei Pooh —. Essere la ex di una star e guadagnarsi da vivere facendo le pulizie in una scuola. La vita è strana e spesso spietata. Morire da soli così… Mi spiace per Umberto che è una persona buona e sensibile e un caro amico. La Scialò è stata un pezzo importante della sua vita di uomo e di artista».

La Scialò di oggi era, invece, una donna sola e a quanto pare ancora innamorata dell’ex. Così afferma la sua amica d’infanzia Gloria (chissà se il suo nome ha ispirato la canzone…), intervista dal Corriere della Sera: «Non soltanto penso che fosse ancora innamorata di Umberto, ma sono anche certa che dopo che si sono lasciati nella sua vita non ci sia stato più alcun fidanzato».

Sembrano profetiche, a questo punto, le parole del testo della canzone “Tre buone ragioni” (vedi video sopra), unica performance canora della coppia Tozzi-Scialò:

Primo non amo che te
e un’altra non esiste in questo mondo
secondo perché mi manchi a poco a poco
e terzo questo amore non è un gioco

Nella sua vita Serafina ha affrontato sofferenze, abbandoni, solitudine. Forse per questo, almeno a quanto si legge sulla sua pagina Facebook, i suoi nervi erano a pezzi. Si sentiva perseguitata, accusava i condomini del suo palazzo di avercela con lei, a suo dire il titolare di un bar vicino addirittura l’avrebbe minacciata di morte. In un post pubblicato a dicembre chiedeva aiuto, forse sentiva la fine della sua esistenza tormentata ormai vicina, se era arrivata a chiedere che sul suo corpo venisse fatta l’autopsia. Sono scritti attribuibili a una donna fragile, quasi disturbata. Forse i 36 anni passati lontano dal suo unico amore e in una condizione che i fasti di un tempo non lasciavano presagire, l’hanno portata al delirio.

Per i magistrati, ad ogni modo, la morte è attribuibile a “cause naturali” ed è stata disposta la restituzione della salma alla famiglia. Ma anche per l’estremo saluto la cattiveria della gente non si è risparmiata: il figlio aveva chiesto al parroco di una chiesa cittadina di celebrare le esequie della madre, ricevendo il rifiuto per evitare, questa la giustificazione, l’esposizione mediatica.

Ma davvero un prete può pensare questo? Si preoccupa più di un’affluenza imponente di gente curiosa e di giornalisti (che, a parer mio, non ci sarebbe stata) che dell’anima di una donna morta in solitudine? Questo novello don Abbondio non dovrebbe nemmeno indossare l’abito sacerdotale poiché non dimostra quella caritas che dovrebbe essere la dote indispensabile per un uomo di Chiesa.

Al di là del rito funebre negato nella chiesa cittadina (si terrà comunque mercoledì nella cappella del cimitero di San Vito), mi auguro che l’ultimo viaggio di Serafina sia più felice della sua travagliata esistenza.

[le immagini sono tratte dagli articoli del Corriere e del Messaggero Veneto linkati]

SOGNANDO SANREMO

Lo spot di Sanremo 2020 con “Amadeus” nelle varie fasce d’età mi fa impazzire.
Il piccolo Amedeo, ripreso da mamma mentre canta a squarciagola “Ma che freddo fa” di Nada, l’adolescente che intona “Gianna” dell’indimenticabile Rino Gaetano, zittito dall’insofferente papà, e il giovane adulto che, accanto a una bella fanciulla, riprende le note dell’intramontabile successo dei Ricchi e poveri “Sarà perché ti amo”, venendo prontamente bloccato da lei, rappresentano il sogno lungo tutta la vita di Amedeo Sebastiani. In arte Amadeus.

Non so come sarà il prossimo Festival della canzone italiana né come si muoverà Amadeus sul palcoscenico dell’Ariston. So che ci sono state delle critiche sull’affidamento della direzione artistica e della conduzione del festival stesso al conduttore de “I soliti ignoti”, quiz preserale di successo in onda su RAI 1. Non dimentichiamo, però, che Amadeus nasce come dj e che di canzoni se ne intende, forse al pari dell’indimenticato Gianni Boncompagni, storico conduttore di Discoring (qualcuno se lo ricorda?). Per quanto riguarda la conduzione, mi pare che Sebastiani sia stato messo alla prova in svariati studi televisivi (Rai e Mediaset) e su diversi palcoscenici (uno fra tutti, quello del Festivalbar, condotto per varie edizioni). Certo Sanremo è Sanremo…

Per Amadeus il sogno si realizza, non ci resta che attendere l’inizio di febbraio per capire se sia o non sia all’altezza della situazione.

Ora, tuttavia, vorrei parlare di un altro sogno, il mio. E, anche se so che potrebbe lasciare interdetto chi mi conosce, Sanremo c’entra, eccome.


Correva l’anno 1982 e, per rilanciare un festival ormai in crisi, uno degli organizzatori di allora, Gianni Ravera, si inventò un concorso nell’ambito del contenitore televisivo domenicale – che ancora resiste, seppur con una durata più contenuta – “Domenica in”. Tramite il concorso, intitolato “Un volto per Sanremo”, si cercava una valletta sconosciuta da catapultare sul palcoscenico più famoso e temuto della TV italiana, pur senza alcuna esperienza. La prescelta avrebbe affiancato nella conduzione il celebre Claudio Cecchetto.

Ora so che stupirò qualcuno confessando che, pur non avendo mai avuto velleità artistiche, quantomeno di quel tipo, al concorso partecipai anch’io. Forse sarebbe meglio dire che mandai la mia candidatura (rigorosamente tramite il servizio postale… allora non c’erano i moderni mezzi del web!) perché dalla Rai non ebbi mai alcuna risposta.

Fra le nove candidate selezionate, come volto nuovo per Sanremo fu scelto quello di una ragazza toscana che allora era impiegata come segretaria d’azienda: Patrizia Rossetti.
Il mio sogno – ma lo era realmente? – fu infranto. Cosa ti aspettavi, potreste chiedermi. In effetti nulla ma, legato a quel concorso, ci fu un evento che mi lasciò comunque dell’amaro in bocca.

La vittoria di Patrizia Rossetti fu inaspettata. In realtà ben due aspiranti al ruolo di valletta, le gemelle Paola e Federica Gessi, erano già state date per vincenti, tanto che il Radiocorriere Tv aveva loro concesso in anticipo l’onore della copertina. Le due graziose fanciulle si dovettero consolare con una fugace apparizione dal Casinò, durante la seconda serata del festival. Incisero poi la sigla del programma per ragazzi, condotto da Marta Flavi, “Direttissima Con La Tua Antenna” che andò in onda sulla Rete 1 (ora Rai 1) dal 1981 al 1983. Di loro in seguito non si seppe più nulla.

Per me il ruolo delle gemelle Gessi, seppur ridimensionato, durante quel lontano Sanremo 1982 rappresentò la vera sconfitta. Perché? Perché con Paola e Federica avevo in comune la città natale: Trieste.

Dovete sapere che noi triestini abbiamo sempre avuto il complesso dell’emarginazione. Ora Trieste è considerata una città mitteleuropea, sta ottenendo molto successo anche come set cinematografico e televisivo, sempre più persone l’apprezzano e il turismo è in vertiginosa ascesa. Allora, però, noi ci consideravamo ai “confini dell’impero”, per così dire, nemmeno i treni arrivavano direttamente a Trieste dalle grandi città (forse ciò vale anche adesso, non viaggio molto), se ci volevamo spostare era d’obbligo il cambio a Venezia – Mestre. Dirò di più: qualcuno in Italia pensava che Trieste fosse in Slovenia…

Due triestine, anche se non avevano vinto il concorso “Un volto per Sanremo”, erano riuscite almeno a ottenere la ribalta con un premio di consolazione. Due triestine, capite? No, non potete capire perché il senso di frustrazione che mi colse era perfettamente calato in quel contesto, in quegli anni e legato alla mia giovanissima età. Ero solo una ragazzina con tanti sogni in testa, alcuni infranti: avevo lasciato la danza classica e non sarei mai diventata un’étoile; sognavo di diventare un’insegnante di Inglese ma avevo dovuto ripiegare sulla facoltà di Lettere; mi era pure saltato in mente di frequentare la scuola di giornalismo a Urbino, ma ebbi il veto da parte dei miei genitori convinti che con la scrittura non si potesse campare. L’unico mio rifugio a quei tempi era la radio. Collaboravo con un’emittente privata, prestazione del tutto gratuita, tra l’altro. Volontariato ante litteram, diciamo. Stavano nascendo, anche ai “confini dell’impero”, le prime tv private. In una di queste avevo fatto un provino per il ruolo di annunciatrice ma non era andato a buon fine. Pensare, quindi, di essere scelta per condurre Sanremo era pura follia ma intanto due ragazze mie concittadine avevano ottenuto una particina, niente di speciale però almeno si erano fatte notare.

Passarono gli anni. Della mancata esperienza sanremese non avevo serbato alcun ricordo. Avevo realizzato uno dei miei sogni, il più solido: insegnare. Nel frattempo mi ero sposata e avevo ottenuto il “posto fisso” tanto agognato: la nomina in ruolo. Ora avrei potuto realizzare un altro sogno: avere un figlio, anche due.

La sede della mia scuola era in montagna (lo so che ora vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con Sanremo… pazientate!) e per raggiungerla dovevo prendere due pullman. Un giorno sul sedile accanto a me vidi una ragazza che mi pareva di conoscere. Inizio a scambiare quattro chiacchiere: eri al liceo con me? no, sei triestina comunque? sì, allora forse abbiamo degli amici in comune? no, non conosci tizio né caio né sempronio? forse hai fatto danza alla Società Ginnastica? no…

La guardo meglio e qualcosa i suoi tratti mi ricordano: capelli lunghi e ricci, lineamenti delicati, sorriso accattivante… capii solo allora che seduta al mio fianco c’era una delle gemelle Gessi. Non ricordo se Paola o Federica, poco importa. Anche lei faceva la pendolare (da Trieste mentre io mi ero già trasferita a Udine… meno strada per arrivare in montagna!) e insegnava come supplente in un paesino sperduto tra le Alpi carniche. Lei, come me, avviata alla “carriera” di insegnante.

Lei aveva sbagliato sogno. Io no.

[LINK della fonte da cui ho tratto le notizie su Sanremo 1982 e il concorso “Un volto per Sanremo”; immagine Amadeus da questo sito; immagine Cecchetto-Rossetti da questo sito; immagine sorelle Gessi da questo sito]

SANREMO, IRENE E I FIGLI DI

Irene

Calato, finalmente, il sipario sul 66° Festival della Canzone Italiana, cerchiamo di voltare pagina ma non ci riusciamo. Sanremo ci perseguiterà ancora per tutta la domenica, almeno, dato che i vari contenitori del pomeriggio di Mamma Rai saranno trasmessi dall’Ariston, e per le settimane a venire.

Questo è stato il festival dei troppo, secondo me: troppe puntate, troppo lunghe, troppe canzoni, troppi ospiti, troppi valletti (la sola Virginia Raffaele, con la sua poliedricità, poteva bastare), troppi vestiti…
Un merito a questo festival comunque non possiamo negarlo: l’aver distolto l’attenzione del pubblico dai fannulloni comunali, timbratori di cartellini a tradimento.

Ma non è di questo che voglio parlare. La mia vuole essere una riflessione sui figli di. Partendo da Irene Fornaciari, figlia di quel mostro sacro della canzone italiana che di nome fa Adelmo ma che tutti conoscono come Zucchero.
Ebbene, la bella e brava Irene, figlia di cotanto padre, è stata relegata all’ultimo posto della classifica dei big (ammesso che lei lo sia davvero e non solo grazie all’eredità paterna… le colpe dei padri, ma anche le virtù, ricadranno sui figli). Qualcuno ieri ha detto che non dobbiamo dimenticare che la kermesse sanremese è all’insegna delle canzoni e non dei cantanti. Eppure il pezzo di Irene era molto bello, buona la musicalità e interessante il testo, se non altro attuale. Forse considerato troppo studiato per attirare l’attenzione del pubblico. Sempre che questo possa essere considerato un difetto, dal momento che chi partecipa al Festival non dimentica che il pubblico vuole la sua parte.

Io penso che Irene abbia, in qualche modo, scontato la colpa di essere figlia di. Nella serata di ieri, l’ultima, è stata ripescata e riammessa alla gara. Subito sui social si sono scatenati i maligni che hanno insinuato che papà Zucchero si sia comprato interi call center… Semplice insinuazione, verità, non so. Ma credo che la canzone della Fornaciari, non solo la sua voce, meritasse una posizione più alta in classifica.
Anche il suo illustre papà non ebbe miglior fortuna nel lontano 1985 quando con “Donne” guadagnò il 20° posto, battuto nella sfiga da un certo Garbo di cui non conserviamo memoria. Speriamo che Irene segua le sue orme.

Miglior sorte è toccata agli altri figli di: quelli dei talent.
Ormai dobbiamo farcene una ragione: le voci più belle, i talenti più autentici arrivano da lì. Il mondo musicale è così complicato e difficile da raggiungere, considerando anche la crisi profonda della discografia italiana, che la vetrina dei talent offre una delle poche chance di farsi conoscere. Si chiamino essi “Amici” di Maria, “X Factor”, “The voice” o “Ti lascio una canzone” che ha consegnato su un piatto d’argento la vittoria ai ragazzi del Volo lo scorso anno.

annalisa

Partendo dal fondo della classifica di quest’ultima edizione di Sanremo, maggior fortuna avrebbero meritato Alessio Bernabei (14°) e Annalisa (che di cognome fa Scarrone ma è meglio dimenticarselo), data per probabile vincitrice e relegata all’11° posto. Entrambi usciti dal talent di Canale 5, figli di Maria che da decenni si rivela mamma affettuosa di corteggiatori e cantanti.

Annalisa è ormai una cantante affermata e penso non sentirà in futuro il “disonore” di un così modesto piazzamento.
Che dire invece di Alessio Bernabei? Lui, oltre ad essere figlio di Maria, è anche il figliol prodigo uscito dalla band dei Dear Jack che l’aveva consacrato nel mondo musicale degli ultimi anni. Che sia prodigo non so; in fondo non è noto di quale patrimonio si sia appropriato, in diritti SIAE, lasciando il gruppo né se in futuro, dopo aver sperperato il gruzzoletto, tenterà di essere riammesso nella vecchia famiglia musicale. Per ora chiamiamolo ingrato e anche un po’ presuntuoso: la sua “defezione”, per il momento, non ha giovato né a lui né ai vecchi compagni, nemmeno ammessi alla finale.

E che dire di Valerio Scanu? Il piazzamento al 13° posto è la vera sorpresa di Sanremo 2016. Già vincitore nel 2010, dopo aver tentato di rimettersi in gioco partecipando all’ “Isola dei famosi” e al talent condotto da Carlo Conti “Tale e quale show”, e dopo essersi autoprodotto un album sperando di riconquistare un posto di riguardo nel panorama musicale degli ultimi anni, nonostante il seguito dei fan che mai l’hanno abbandonato, a partire dalle famose zie, non si è classificato fra i primi.
Anche se il ragazzo mi sta cordialmente antipatico, come non ho mancato di dichiarare in un post di qualche anno fa, la sua canzone è l’unica che, svegliandomi stamattina, mi è tornata in mente. In fondo è ciò che chiediamo ai pezzi presentati al festival.

Veniamo ora ai figli di “X Factor”. Bistrattata Noemi, che pure ha presentato una canzone non banale, nel testo, con una buona musicalità e una splendida voce, arrivata solo ottava. Miglior fortuna è toccata a Lorenzo Fragola (5°), vincitore dell’edizione del talent nel 2013, anche se a me non è piaciuto particolarmente.

Il posto d’onore è, invece, toccato a Francesca Michielin, giovanissima e bellissima, spontanea e innocente. Mi ha ricordato la giovane Elisa quando ha vinto il festival con la sua “Luce” nel 2001. Lei, secondo me, è la vera vincitrice di Sanremo 2016 e credo che il suo riscatto avverrà attraverso le vendite del pezzo, bellissimo e cantato con una voce davvero splendida.

Il terzo posto sul podio è toccato al giovane Giovanni Caccamo, già vincitore della sezione Giovani lo scorso anno (e ciò, a mio parere, rimane troppo poco per considerarlo un big), affiancato da un’altra figlia di Maria, Deborah Iurato, vincitrice del talent “Amici” nel 2014. Bella voce, scarsa presenza. Ma se è vero che la canzone e non chi la esegue ha il predominio, anche questa a me è sembrata alquanto modesta.

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Se ci pensiamo bene, in fondo la vittoria di questo Sanremo è stata conquistata da altri figli di: gli Stadio, gruppo scoperto e portato in auge dall’indimenticabile Lucio Dalla fin dagli anni Settanta. Questa vittoria, non inattesa, è forse paragonabile a quella conquistata da Roberto Vecchioni nel 2011. Un ritorno all’antico, dunque. E non poteva essere diversamente in un festival che ha celebrato i 50 anni di carriera dei Pooh e di Patty Pravo. E anche l’inossidabile Renato Zero, l’unico che si salva tra gli “antichi”, non scherza. Gran brutti modelli: ora il nostro governo li additerà come esempio di longevità lavorativa per prolungare l’età pensionabile fino ai 90 anni.

Tuttavia, gli anni passano e si vede, anzi, si sente. I Pooh, specie Facchinetti, dovrebbero farsi controllare le coronarie; la bionda Patty ha più capelli (ammesso che siano i suoi) che voce. E anche Currieri, leader degli Stadio, è testimone del tempo che avanza.

Ma a Sanremo vince la canzone e non gli interpreti, vero? Be’, a me non è piaciuta nemmeno quella. Un giorno mi darai ragione?

[immagini da questo sito]

AH, L’AMORE …

Sul filo dei ricordi, ho riletto questo post in cui riassumo i pensieri sull’amore raccolti in classe qualche anno fa. Era una classe speciale, una di quelle che lasciano un segno nel cuore. Una bella classe, al di là dei risultati scolastici (ne ho avute di migliori, sotto questo profilo), piuttosto per il feeling che si era creato tra di noi. Ce ne saranno altre così? Mah …

Uno dei più bei pensieri scritti dai ragazzi è questo:

L’amore è una sfida a carte con il nostro cuore: in tutti i casi il nostro avversario ne esce vincitore: se perdiamo, infatti, ci disperiamo cercando di dimenticare; se dovessimo vincere è il cuore stesso che si complimenta con noi, anche se alla fine è lui che riceverà la medaglia.

Non so nulla dell’autore o autrice, i bigliettini erano anonimi. Penso che sia stata una studentessa a scrivere queste parole, ma non ne sono sicura. Ad ogni modo mi sembra un pensiero profondo, a prima vista non troppo ottimista, forse solo obiettivo. Chi ha scritto queste parole aveva allora solo sedici anni.

Lo dedico a chi crede nell’amore,
questo folle sentimento che
ah l’amore
più lo fuggo e più ritorna da me
e stavolta ha il tuo volto perchè
io mi sto innamorando di te

(dal testo di “Questo folle sentimento” dei Formula 3, 1969)

LE PERLE SMARRITE: “POVERI VERSI MIEI GETTATI AL VENTO” di OLINDO GUERRINI

libri 3
Grazie al lettore Dino Castellani che ha pazientemente raccolto in un libretto alcune poesie scelte dal vasto repertorio che la Letteratura Italiana di tutti i tempi offre, inizio, con la speranza di portare avanti questo progetto, il commento di testi perlopiù dimenticati o di cui nessuno, o quasi, conosce l’esistenza.

Perle smarrite, le chiama Castellani. Nella prefazione spiega:

[…] sono solo poesie più o meno note di autori vari più o meno conosciuti e poesie poco note di autori molto conosciuti ma dimenticate o relegate in disparte senza un motivo ben chiaro.
Sono in genere poesie burlesche, ma anche serie e tristi (poche), amorose, patriottiche, crudeli, ciniche, forti, delicate o estremamente umane: sono un insieme molto, molto diverso ma con un comun denominatore: sono poco conosciute.

olindo guerriniL’autore che ho scelto per iniziare quella che spero diverrà una serie di commenti, è Olindo Guerrini (Forlì, 4 ottobre 1845 – Bologna, 21 ottobre 1916, noto anche con vari pseudonimi), poeta amico e ammiratore di Carducci ma seguace del Verismo inteso come rifiuto di idealizzazione della realtà e rappresentazione dei suoi aspetti più bassi e sgradevoli (in questo, dunque, si differenzia dall’accezione di verismo che è in Verga e Capuana). [vedi Wikipedia per altre informazioni; QUI si può leggere l’intera raccolta delle sue poesie, pubblicate con lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti]

Tra le poesie di Guerrini selezionate da Dino Castellani, mi ha colpito in particolare “Poveri versi miei gettati al vento“, in cui tratta quella che viene definita la metapoesia, ovvero la poesia nella poesia.

Poveri versi miei gettati al vento…

Poveri versi miei gettati al vento,
della mia gioventù memorie liete,
rime d’ira, di gioia e di lamento,
povere rime mie, che diverrete?

Ahi fuggite, fuggite il mondo intento
a flagellar chi non l’amò; premete
l’inculto sì ma non bugiardo accento,
conscie dell’amor mio, rime discrete.

E se la donna mia ritroverete
per cui le angoscie della morte io sento,
voi che il segreto del mio cor sapete,

voi testimoni del perir mio lento,
quanto, quanto l’amai voi le direte,
poveri versi miei gettati al vento
!

da Postuma, 1877.

NOTA METRICA: il testo è il classico sonetto costituito da due quartine e due terzine di endecasillabi a rima alternata.

Non è inusuale, per i poeti di tutti i tempi, affidare ai propri versi il compito di dichiarare l’amore alla propria donna. Qui Guerrini affida al vento le proprie rime, espressione di stati d’animo diversi – ira, gioia e dolore – nonché testimonianze del periodo lieto della gioventù, con la speranza che raggiungano l’amata.

Nel tentativo di preservare i suoi versi dal mondo che ha saputo soltanto portare dolore a chi non è stato capace di amarlo, nella seconda quartina il poeta chiede loro di fuggire con quel bagaglio di esperienze che egli non ha voluto o saputo nascondere, preferendo l’incolta sincerità alle bugie.

Nelle terzine si fa esplicito l’invito alle rime di cercare la donna che egli amò, una donna che è stata causa della sua sofferenza tanto da fargli sentire vicina la morte. E’ giunto il momento di lasciare da parte la finzione e permettere alle rime, testimoni dell’agonia del poeta, di rendere partecipe la donna di questo suo grande amore.

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cavalcanti donnaAffidare ai versi i propri tormenti d’amore, come ho già detto, non costituiva né costituisce un fatto eccezionale. Un poeta stilnovista, Guido Cavalcanti (vissuto a Firenze tra il 1258 e il 1300), scrisse una ballata con lo stesso intento che anima Guerrini:

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritt’ a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura; […]

Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
«Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore».
(QUI trovate il testo completo)

Non è affatto inusuale, inoltre, che anche i cantanti s’ispirino ai vecchi e amati (almeno così spero) poeti. In tempi molto più recenti un cantautore che fu anche un vero poeta, il compianto Lucio Dalla, scrisse e cantò un pezzo chiamato semplicemente Canzone, in cui affidò proprio alle note della sua “creatura” il compito di gridare l’amore per la sua donna:

Canzone cercala se puoi
dille che non mi lasci mai
va’ per le strade e tra la gente
diglielo dolcemente
[…]

Canzone trovala se puoi
dille che l’amo e se lo vuoi
va’ per le strade e tra la gente
diglielo veramente
non può restare indifferente
e se rimane indifferente
non è lei
(QUI potete trovare l’intero testo)

[immagine donna da questo sito]

I QUARANT’ANNI DI ROBBIE WILLIAMS

robbie williams nicole kidman
Ognuno ha le sue debolezze, io ho le mie. Adoro Robbie Williams, che ci posso fare?
Come diceva la Marchesini, del trio Solenghi-Marchesini-Lopez, quanto m’attizza ‘st’ omo! …

La foto sotto il titolo ricorda uno dei miei album preferiti: Swing When You’re Winning, del 2001. Contiene canzoni famose degli anni Cinquanta e Sessanta, rigorosamente swing, tra cui Something stupid cantata assieme all’attrice Nicole Kidman (nel pezzo originale le voci erano quelle di Frank Sinatra e sua figlia Nancy).

E così il bello dei Take That – il più bello perché anche gli altri non sono da buttare – ha compiuto 40 anni e ne ha fatta di strada. Pare abbia messo la testa a posto, ma non del tutto. Robbie Williams ha sposato Ayda Field il 7 agosto 2010, dopo un fidanzamento di circa quattro anni. Il 18 settembre 2012 è nata la loro prima figlia, Theodora Rose.

Ha venduto milioni di dischi, è l’unico artista ad aver raggiunto la cifra record di 17 premi BRIT Awards. Detiene anche un primato da Guinnes: ha venduto 1,6 milioni di biglietti in un solo giorno per il tour mondiale del 2006.

Le canzoni di Williams mi piacciono tutte ma quella che preferisco in assoluto è Feel: semplicemente fantastica.

BUON COMPLEANNO ROBBIE!

[immagine dal Corriere]