3 novembre 2014

ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , a 12:50 pm di marisamoles

C’è forse eroe più amato di Ulisse? Fin dai tempi delle elementari, ognuno di noi lo ha ammirato. Ne abbiamo apprezzato le molteplici doti … eppure c’è un aspetto che, almeno per quel che riguarda le memorie scolastiche, non è mai stato messo in luce a dovere. Volete scoprire qual è?

Marisa Moles's Weblog


Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da

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8 maggio 2011

IN QUESTO MONDO DI MASCHI: IL MORALISMO DI SINISTRA E IL PARERE DI VITTORIO SGARBI

Posted in attualità, donne, politica, Silvio Berlusconi tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 11:25 am di marisamoles

Non sono una fan accanita di Vittorio Sgarbi, anzi. Diciamo, però, che quando scrive (e lo fa spesso sul quotidiano Il Giornale) è meno irruente e più riflessivo di quando parla. Nella comunicazione orale, infatti, si lascia andare troppo, per i miei gusti, al turpiloquio e manca completamente di rispetto nei confronti di chi non la pensa come lui.

Leggo su Il Giornale di oggi un articolo in cui Sgarbi commenta la battuta infelice di Ignazio La Russa, circa la bruttezza delle deputate di sinistra, contrapposta all’avvenenza della meggior parte delle elette nell’ambito della maggioranza. Una battuta, nulla di più. Infelice fin che si vuole, ma certamente nemmeno degna di considerazione. E invece ne è scaturita, com’era prevedibile, una polemica che occupa le pagine di tutti i quotidiani. Una polemica inutile, esattamente come la battuta del ministro della Difesa. Sarebbe meglio tacere eppure anch’io ne ho parlato ieri (nel post linkato) e oggi sono stata attratta dall’articolo di Vittorio Sgarbi.

Sgarbi, nella sua riflessione, parte da un presupposto perfettamente condivisibile: le donne, se belle, sono guardate con sospetto quando ottengono un posto di prestigio, in politica ma non solo. Spesso la bellezza passa in primo piano e i maschi (soprattutto loro ma anche non poche donne invidiose) pensano che una donna avvenente non possa essere anche intelligente. L’opinione comune è, infatti, quella che tali bellezze abbiano ottenuto il successo andando a letto con qualche uomo potente.
Il problema è, secondo Sgarbi che mi trova d’accordo, che si continua, evidentemente, a ritenere che la bellezza sia un requisito essenziale, e comunque non trascurabile per le femmine e non per i maschi. Il che non sarebbe una novità, effettivamente, ma nel mondo antico la bellezza e la bravura erano considerati doti esclusive, e perfettamente coesistenti, degli uomini.

Nell’antica civiltà greca, infatti, vigeva il concetto del kalòs kai agathòs (bello e bravo), per cui un uomo bello doveva per forza dimostrare di essere anche bravo. Nel caso contrario, sarebbe stato disprezzato e deriso dalla comunità. Un esempio proviene dall’epica omerica in cui un uomo come Paride, tutt’altro che coraggioso e per giunta uno che combina un sacco di guai per colpa della bella Elena, era il modello da non seguire, al contrario di altri eroi come Achille o Ettore.

I modelli antichi, ribaditi nel Rinascimento e in età neo-classica, da Michelangelo a Canova, e le rivendicazioni moderne non riescono a travalicare il luogo comune dell’obbligatorietà della bellezza femminile che resta invece facoltativa e non necessaria per l’uomo la cui attrazione si riconduce piuttosto al fascino e al potere, osserva Sgarbi. A maggior ragione dovremmo essere autorizzati a pensare che le donne non bellissime, come la Bindi o la Concia (faccio i loro nomi solo perché sono intervenute nella polemica seguita alla battuta di la Russa), siano bravissime proprio perché nella loro carriera non hanno potuto utilizzare il fascino che non hanno (spero non si offendano) per dimostrare di essere all’altezza degli uomini nell’acquisizione del potere.

Ma se nel mondo antico il concetto del kalòs kai agathòs era considerato inconfutabile, anche se solo relativamente all’ambito maschile, nella società contemporanea non è preso minimamente in considerazione, anzi. Sgarbi, inoltre, osserva che la convinzione che solo le donne usino la bellezza e il proprio corpo per ottenere il successo, è del tutto errata.

Si continua infatti a pensar male della donna, nel perpetrarsi dei luoghi comuni sull’uso del corpo, che ci ha portato alla legittimazione della prostituzione in una memorabile uscita di Stracquadanio. Per lo spregiudicato deputato qualunque mezzo è lecito per ottenere un risultato. E anche il prostituirsi è contemplato. D’altra parte ci sono diversi modi di prostituirsi, con diverse parti del corpo, e in molteplici settori, dal mondo universitario al mondo del cinema. E ci sono il servilismo, la prostituzione intellettuale; e, proprio oggi, anche quella sessuale non è soltanto femminile. Un importante capopartito gay potrà, come mille volte è capitato nel mondo del cinema e del teatro, favorire la carriera, non di una donna ma di un giovane compiacente. Il metodo è sempre lo stesso. E però le riserve e le allusioni investono sempre il campo femminile. Si tratta, di evidenza di contrapposizioni insensate benché suggestive. Nessuno penserebbe, infatti, di contrapporre bellezza e intelligenza, in modo così schematico nell’ambito del mondo maschile, contrapponendo uno studioso a un calciatore.
Quando si parla di «scorciatoie» si pensa a l’utilizzo del fascino femminile per ottenere migliori risultati in politica o in televisione. Nessuno farebbe le stesse considerazioni per un conduttore televisivo o per un deputato. Allo stesso modo nessuno metterebbe in contrapposizione i risultati ottenuti da un uomo con la testa con quelli ottenuti da un altro con i piedi
.

Il ragionamento di Sgarbi, secondo me, è condivisibile. Perché, in questo mondo di maschi, si continua a fare i moralisti solo quando c’è di mezzo una bella donna? Perché non si riconosce alla bellezza solo un valore estetico, quale in effetti è, che non deve far passare in secondo piano l’intelligenza? Perché si continua erroneamente a pensare che le scorciatoie, come le chiama Sgarbi, siano appannaggio delle giovani avvenenti e non anche dei maschi dotati di un certo fascino?

Chi non ricorda un’altra battuta infelice, quella di Berlusconi nei confronti della bellezza di Rosy Bindi? Ora Sgarbi le restituisce l’intelligenza che il premier le voleva togliere osservando: l’intelligenza di Rosy Bindi è proprio del non sottrarsi, se non per opportunismo politico, alle battutacce, alle espressioni vernacolari di spirito toscano, senza filtri e ipocrisie.

Massì, continua per la tua strada, Rosy: non ti curar di lor ma guarda e passa, come cantava il Sommo Vate. La bellezza sfiorisce mentre l’intelligenza, se c’è, rimane per sempre.

24 agosto 2010

ARCHEOLOGIA: SULLE TRACCE DI OMERO, RITROVATA LA REGGIA DI ULISSE

Posted in attualità, cultura, poesia, storia tagged , , , , , , , , , a 6:28 pm di marisamoles


Il primo fu Heinrich Schliemann (1822-1890), ricco mercante tedesco con la passione di Omero. Egli, appassionatosi ai poemi omerici fin da piccolo, non ebbe mai alcun dubbio che la guerra di Troia e le vicende narrate nei poemi dell’Iliade e dell’Odissea fossero vere. Ma, nonostante coltivasse fin dall’adolescenza il sogno di diventare un archeologo, le vicende della sua vita avventurosa lo fecero rimanere a lungo lontano dalla ricerca dei luoghi cantati da Omero nei celebri versi.
Arricchitosi, grazie anche al matrimonio con Caterina Petrovna Lvschinla, figlia di un facoltoso avvocato russo, e alla sua capacità imprenditoriale, Schliemann poté finalmente dedicarsi alla sua passione organizzando numerose spedizioni nelle terre degli antichi eroi e riuscendo a trovare il sito in cui era sorta la gloriosa Troia dalle mura ciclopiche e il favoloso tesoro del re Priamo, padre di eroi come Ettore, costituito da ben novemila gioielli. Fidandosi ciecamente delle parole di Omero, conoscendo a memoria i suoi innumerevoli versi, Schliemann aveva sfidato lo scetticismo di chi non credeva che le storie di Omero avessero un fondo di verità.

A distanza di più di un secolo dalle importanti scoperte di Schliemann, le parole del cantore Omero hanno nuovamente ispirato gli studiosi di archeologia, portandoli sulle tracce del re d’Itaca, Ulisse. Costui, come si sa, era nemico giurato dei Troiani e si rivelò il solutore della guerra decennale: fu, infatti, lo spietato artefice della fine di Troia grazie all’ingegnoso progetto del gigantesco cavallo che aveva tratto in inganno il popolo di Priamo, eccezion fatta per Cassandra, una delle figlie, la più bella ma alla quale la sorte aveva riservato la condanna a non essere mai creduta, pur dicendo la verità.
La perseveranza alla fine premia: esattamente com’era successo per l’archeologo tedesco, il professor Athanasios Papadopoulos, dell’università di Ioannina, che da ben sedici anni dirige i lavori di scavo ad Itaca, seguendo le tracce della reggia descritta da Omero, ha ritrovato ad Exogi, una località nel nord dell’isola, un edificio costituito da tre livelli, riconducibile alla reggia dello sposo di Penelope, tenuto per venti lunghi anni lontano da casa dall’ira di Poseidone, padre del ciclope Polifemo che il divino Odisseo aveva accecato.

Almeno tre indizi portano gli studiosi dell’equipe del professor Papadopoulos a ritenere che il sito scoperto sia proprio quello del maestoso palazzo di Ulisse: la forma, riconducibile ad altri palazzi micenei, con scale scavate nella roccia; i frammenti di ceramiche della stessa epoca (le prime notizie parlano di porcellane, ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione, visto che la porcellana è di molto posteriore); una fontana, che gli archeologi hanno potuto datare al XIII secolo avanti Cristo, cioè l’epoca in cui sarebbe vissuto l’eroe omerico.

Alla scoperta di Papadoupulos si stanno interessando anche gli archeologi italiani. Secondo Andrea Carandini, che da anni scava il Palatino a Roma quel che conta è il ritrovamento di un edificio di epoca micenea e la datazione della fontana può aiutare a definire il contesto. Se poi lo si pospone nel mito dell’Odissea è facile farlo diventare il palazzo di Ulisse. Più propenso a ritenere corretta l’identificazione del sito con quello della reggia di Ulisse è lo lo storico Luciano Canfora che osserva: Noi abbiamo un’idea riduttiva dell’epos di Omero, come mero ricettacolo di racconti leggendari. Ma la storicità della vicenda, dall’assedio di Troia alla figura di Agamennone, la spedizione dei principi greci e i loro tormentatissimi ritorni, non sono discutibili. L’archeologia cerca qualcosa che forse c’è stato, pur tra colpi di fortuna ed equivoci. Non è come cercare la Sindone. E Omero non è un poeta. Lui ci offre un racconto storico scritto in esametri, perché quella era l’unica forma di comunicazione.

C’è anche chi mette in discussione che l’isola ionica che oggi viene chiamata Itaca sia realmente la patria di Odisseo. Per Robert Bittlestone, imprenditore inglese amante dell’antichità, la vera Itaca col passare dei millenni si sarebbe trasformata nella penisola di Paliki sulla costa nordoccidentale della vicina Cefalonia e per dimostrarlo aveva profuso molte energie e sofisticate fotografie satellitari.
Ma in fondo quel che importa è che la storia ci parli ancora, da tempi così lontani e tanto diversi dai nostri. E che Omero, con i suoi versi, sia ancora una guida sicura per gli archeologi che non credono affatto che abbia raccontato solo favole.

[fonte: Il Corriere; nell’immagine: “Ulisse uccide i Proci”, opera di Ugo Attardi, da questo sito]

13 maggio 2010

LE DONNE DI ULISSE: PENELOPE, L’AMATA SPOSA … MA TRADITA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , a 5:59 pm di marisamoles


A quei tempi, si sa, le donne non si sceglievano un marito, i matrimoni erano combinati e alle poverette non restava altro che adattarsi alla situazione. Dal padre-padrone passavano al marito-padrone ed accettavano il sacrificio con rassegnazione, consce della propria inferiorità. Quelle che se la passavano meglio, tutto sommato, erano le “meno serie” che, se dal punto di vista morale risultano discutibili, non erano soggette ad alcun vincolo matrimoniale poco gradito. Poi c’erano le opportuniste, come Elena, che cercavano di trarre profitto dalla situazione, senza preoccuparsi dei sentimenti.
Talvolta, però, anche dai matrimoni combinati poteva nascere l’amore: ne è un chiaro esempio Andromaca, moglie di Ettore, che però, dopo la morte dello sposo e l’uccisione del figlio Astianatte fatto precipitare dai Greci dall’alto delle Porte Scee, deve accettare il crudele destino, cioè sposare Neottolemo, figlio di Achille. Ironia della sorte! Da costui avrà anche dei figli, ma poi verrà ceduta ad Eleno, fratello di Ettore e quindi suo cognato, ritornando, per così dire, in famiglia. Nonostante tutto rimane, però, fedele nell’animo al suo primo sposo e mantiene vivo l’amore per lui, per il resto della sua vita. Nell’antichità gli amori sfortunati erano all’ordine del giorno!

Anche Penelope viene “data in sposa” ad Ulisse: è una principessa spartana, figlia di Icario e Permea, è, come si dice, un buon partito. Penelope ama Ulisse e lo dimostra aspettandolo per vent’anni, senza cedere di un millimetro di fronte alle incalzanti richieste dei pretendenti, senza smettere di chiedere notizie su di lui ai forestieri che giungevano ad Itaca. Non solo dimostra di amare il suo sposo; prende in mano il regno, cerca, come può, di mantenere la prosperità anche se i Proci si danno un gran daffare per saccheggiare il palazzo con tutti i suoi beni, ancelle comprese. La fermezza con cui affronta la situazione ne fa una vera e propria eroina. Sa agire d’astuzia, come evidentemente le aveva insegnato Ulisse, e procrastina quanto può la scelta di uno dei pretendenti, inventando la scusa della tela: non volendo tradire il suo uomo, li tiene a bada promettendo loro che avrebbe deciso con chi sposarsi non appena avesse terminato di tessere una tela funebre per il suocero Laerte; ma la tela che tesseva di giorno la disfaceva di notte.

A questo proposito mi vengono in mente delle considerazioni: primo, Laerte, seppur vecchio, stanco e acciaccato, doveva fare gli scongiuri tutti i santi giorni; secondo, i Proci dovevano essere degli emeriti cretini se si lasciavano convincere dalla storiella della tela, anche perché se l’unica attività concessa alle donne era quella di tessere, un po’ di pratica Penelope la doveva avere; terzo, la povera donna doveva essere un po’ ingenua se era convinta che l’inganno della tela potesse reggere a lungo. E infatti la spiata di un’ancella provoca l’ira dei Proci che, indispettiti notevolmente dall’abile raggiro, le danno un ultimatum. Ma di questo parleremo in seguito.

Mentre il marito era in giro a spassarsela, la moglie aveva decisamente le sue gatte da pelare e il modo in cui si comporta, la sua caparbietà e l’infinita pazienza dimostrata, ne fanno un emblema quasi unico dell’amore coniugale. Ma Ulisse, amanti a parte, l’amava davvero? Secondo quanto ci narra Omero, sì, se è vero che per dieci anni anela a tornare a casa. Ma ad Itaca non c’è solo Penelope, ci sono anche il trono, i suoi sudditi, i suoi interessi. Poi, sempre dal racconto omerico, è chiaro che l’eroe è un po’ volubile e facile preda delle tentazioni: resiste, in pratica, solo alle sirene ma, essendo donne solo a metà, forse non l’attraevano più di tanto, e a Nausicaa che, però, giunge per ultima e lo trova un po’ stanco di avventure.

Si sa che l’eroe non era troppo convinto di partire per la guerra: quando gli giunge l’ambasciata da parte di Menelao, ha una moglie giovane e presumibilmente carina, un figlio piccolo e una solida posizione sociale; perché, dunque, lasciarsi trascinare in questa avventura? Forse per la sete di conoscenza, come vuol credere l’Alighieri, forse per il sentimento di fratellanza che lega i sovrani greci che, tutti per uno, uno per tutti, si aiutano a vicenda, forse semplicemente perché era l’unico modo per far durare a lungo il suo matrimonio!
L’unica cosa certa è che, seppur riluttante, parte e se Omero ci vuol far credere che la lunga assenza è dovuta soprattutto all’ira di Poseidone che lo costringe più volte al naufragio, vero è che buona parte dei dieci anni successivi alla guerra di Troia li passa da Calipso ed è smanioso di ripartire alla volta di Itaca solo quando si rende conto che la relazione non ha più l’effervescenza iniziale.

Tornando a Penelope, all’inizio dell’Odissea la troviamo alle prese con il figlio Telemaco che, in quanto a rispetto nei confronti della genitrice, si dimostra un po’ carente. Siamo alla reggia e l’aedo Femio allieta i convitati intenti a consumare un lauto banchetto, a spese di Ulisse naturalmente, cantando, sulle note della cetra, il luttuoso ritorno degli Achei da Troia, imposto loro dalla furibonda Pallade Atena; pare, infatti, che Aiace avesse tentato di rapire Cassandra dal tempio della dea e che ella, per vendetta, avesse scatenato una terribile tempesta da cui prendono inizio le peregrinazioni di Ulisse. Ora pensate alla povera Penelope alle cui orecchie giungono i canti di Femio: insomma, è come parlare di corda in casa dell’impiccato! Nonostante il presumibile risentimento, la donna si reca con animo pacato nella sala del banchetto e con tono estremamente cortese, seppur fra le lacrime, si rivolge all’aedo:

Femio, molte altre mirabili imprese degli uomini
e degli dei tu conosci, quelle che cantano i cantori;
canta una di queste, seduto tra loro, e loro silenziosi
bevano il vino: ma smetti di intonare questo canto
doloroso, che sempre il cuore nel petto
mi tormenta, poiché profondamente mi ferì la sofferenza insopportabile
. (Odissea, II, vv. 337-342)

Beh, non si può far altro che ammirarla; un’altra avrebbe usato toni meno gentili: “Senti un po’, cretino, ma chi ti credi di essere, toccare proprio questo tasto, nel mio palazzo! Non credi, forse, che io soffra già abbastanza senza il bisogno dei tuoi lamentosi versi? Non hai proprio nient’altro, nel tuo repertorio, da cantare?”.
Se la donna si dimostra alquanto educata e paziente, il figlio non si rivela altrettanto gentile e rispettoso, visto che dopo averle ricordato che non è colpa degli uomini se le vicende sono così funeste, ma di Zeus, la liquida senza tante cerimonie e la rispedisce alle sue stanze:
Suvvia, torna nella tua stanza e dedicati alle tue opere,
telaio e fuso, ed ordina alle ancelle
di accingersi ai loro lavori: agli uomini tocca parlare,
a tutti, ma a me soprattutto: mio è infatti il potere nella casa
. (II, vv. 356-359)
Ed ecco che ritornano in ballo i ruoli: le donne al telaio, gli uomini alla guerra o, in tempo di pace come in questo caso, alle attività politiche. Le parole che Telemaco rivolge alla madre non sono forse simili a quelle che Ettore, nel VI libro dell’Iliade, aveva pronunciato rivolto alla moglie Andromaca? Nemmeno un po’ di comprensione per la povera Penelope che dedica tutto il suo tempo alla tela infinita!

Al tono irriverente del figlio Penelope sembra non far caso, nemmeno più tardi, verso la fine del poema, quando, dopo la prova dell’arco e la strage dei Proci compiuta da Ulisse, Euriclea, la fedele nutrice dell’eroe che lo aveva riconosciuto da una vecchia cicatrice facendogli il bagno, corre ad annunciarle il ritorno del marito. Di fronte all’incredulità della madre, Telemaco reagisce con parole di rimprovero:

Madre mia, matrigna, hai certo un cuore impassibile,
perché ti tieni lontana dal padre, non ti siedi
vicino a lui, non gli parli, non gli chiedi nulla?
Un’altra donna non starebbe così irremovibile in cuore,
lontana dal marito, che, dopo aver sofferto tanto,
giungesse dopo vent’anni alla sua terra patria:
ma tu hai un cuore più duro della pietra
. (XXIII, vv.96-103)

Ma mettiamoci nei panni della poveretta: da vent’anni aspetta lo splendido sposo, dedica ogni istante della sua vita a quest’attesa, prega con costante dedizione gli dei affinché glielo riportino a casa sano e salvo ed ora, trovandosi di fronte uno straccione (Ulisse, infatti, per volontà di Atena indossa i panni di un mendicante), brutto, vecchio oltre che lacero, dovrebbe buttargli le braccia al collo così, seduta stante? Concediamole almeno un momento di riflessione! In questo Penelope si rivela saggia forse più di un uomo e Ulisse stesso ne è colpito, tanto da esortare il figlio a darle tempo, a lasciare che la moglie metta alla prova il marito.
La prova non è quella che potete pensare: figuriamoci se dopo vent’anni la disgraziata si poteva ricordare delle prestazioni di Ulisse nel talamo nuziale! L’eroe, comunque, è rassegnato: di prove a letto non se ne parla proprio!

Nonostante il bagno fattogli da Euriclea, l’intervento di Atena che, alquanto sollecita, lo rende più bello per convincere la sposa, la ferrea Penelope non si piega ancora al suo fascino. Un po’ spazientito, Ulisse le dice:

Sciagurata, gli dei che abitano le case dell’Olimpo ti forgiarono
un cuore duro, più di ogni debole donna:
certo un’altra donna non starebbe così irremovibile in cuore,
lontana dal marito, che dopo aver molto sofferto,
giungesse dopo vent’anni alla sua terra patria.
Ma suvvia, nutrice, preparami il letto, perché, anche da solo,
mi riposi: costei ha un cuore fatto di ferro
. (XXIII, vv.166-172)

Questo è il vero punto di forza di Penelope, che la rende meno lagnosa di molte altre donne epiche e molto più simile ad un uomo dal cuore di ferro. Il fatto più straordinario è che Ulisse in persona è costretto ad ammettere questa forza interiore della donna che ha il coraggio di rifiutarsi di giacere nel talamo nuziale con il presunto marito: a letto può andarci pure da solo, anzi, rivolta ad Euriclea, Penelope dice:
preparagli il suo robusto letto,
portandolo fuori dal talamo,
il letto che egli stesso si fece
. (XXIII, vv.177-179)
Ma è solo un trucco, l’inganno è pronto, è questa la prova cui Penelope sottopone l’uomo che ancora non chiama marito; ogni altra prova, compresa quella sotto le lenzuola, sarebbe stata aleatoria. Qual è, dunque, questa prova? Ulisse, se è Ulisse, deve saper che il letto è stato costruito intagliandolo in un tronco d’ulivo che affonda le sue radici nel sottostante cortile e che, quindi, non può essere spostato. Quasi stando al gioco, partecipando al duello di parole, ora veritiere, ora ingannevoli, condotto tra i due sposi, Ulisse riesce ad ironizzare chiedendo Chi ha spostato il mio letto? (v.184) e con minuzia di particolari racconta come l’aveva costruito, rivelando quelle abilità tecniche manuali che gli erano tornate utili per costruirsi la zattera con cui era ripartito dall’isola di Ogigia dove Calipso l’aveva trattenuto.
Consapevole di aver superato la prova, l’eroe è raggiante e la sposa può finalmente gettargli le braccia al collo e baciarlo, non senza scusarsi della diffidenza e asserendo, ingenuamente, che molti sanno escogitare inganni astuti (v.217): davvero un eccesso di zelo, considerato chi le siede di fronte.

Sembra una storia a lieto fine, ma una nube offusca la loro felicità: c’è ancora un segreto da rivelare. No, non è giunto il momento di smascherare i suoi tradimenti, Ulisse non ne sarebbe capace; si tratta di una profezia dell’indovino Tiresia, il solito uccellaccio del malaugurio, che gli aveva predetto un nuovo viaggio fino alla terra di un popolo favoloso e lontano, dove dovrà cercare un luogo adatto a un sacrificio per Poseidone. Il debito, evidentemente, non è ancora saldato e Odisseo non può rimanere impunito.
Colpisce la serenità con cui Penelope accetta la cosa e con cui convince il marito a non rimandare la rivelazione:

Sempre sarà pronto per te il tuo letto, quando in cuore
tu lo desidererai, perché gli dei ti concessero di giungere
alla tua casa ben costruita e alla tua patria terra:
ma giacché hai accennato a qualcosa che un dio ti pose in cuore,
anche a me dì ora la prova, poiché io la saprò in futuro,
penso, e non è peggio che subito io la conosca
. (XXIII, vv.257-262)

Così narra Omero, e nulla sappiamo di più sul nuovo viaggio e sul nuovo ritorno dell’eroe a casa. Una leggenda vuole che, dopo essere ritornato in patria ed aver continuato a regnare in pace accanto alla moglie e al padre Laerte (gli scongiuri evidentemente erano serviti se gli dei gli hanno concesso così lunga vita), sia stato ucciso, involontariamente, dal figlio Telegono, avuto da Circe, giunto ad Itaca proprio per conoscere il padre. Sembra che il parricidio gli fosse stato predetto dal solito Tiresia e che, per riparare il torto, seguendo gli ordini di Atena, Telegono avrebbe portato con sé Penelope e Telemaco nella natia isola di Eea. Secondo Igino, fonte autorevole, tuttavia poco credibile, lo stesso parricida avrebbe sposato la vedova di Ulisse e avrebbe avuto da lei un figlio, Italo, fondatore del Tuscolo e di Preneste, da cui deriverebbe il nome della nostra penisola.

Ma queste sono solo leggenducole che non riescono ad offuscare la buona fama di questa eroina che non ha nulla da invidiare a tanti uomini. Persino Agamennone, durante l’incontro con Odisseo nell’Oltretomba, ne riconoscerà i meriti, con parole piene di ammirazione:
è molto saggia e nutre pensieri sapienti
la figlia di Icario, Penelope
. (XI, vv.445-446)

[nell’immagine: Penelope and her suitors by Sir John William Waterhouse]

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30 aprile 2010

LE DONNE DI ULISSE: CIRCE, L’AMANTE MAGA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , a 4:49 pm di marisamoles


Parlare di Circe mi mette un po’ a disagio. Non è una questione di pudore: di donnacce nell’antichità ce n’erano tante, così come ce ne sono tutt’oggi. E’ piuttosto una questione di principio: è difficile ammettere che anche la maga, nonostante tutto, abbia i suoi meriti, nel male più che nel bene. Primo fra tutti quello di aver accalappiato Ulisse che, nonostante Omero cerchi di giustificare il suo momento di defaiance con lo spirito di sacrificio, quello, cioè, che lo spinge a salvare i compagni, non disdegna la compagnia di Circe per un anno intero. Per dirla tutta, saranno i compagni a smuoverlo da questa magica infatuazione, chiedendogli di riprendere il mare per far ritorno a casa, altrimenti chissà quanto altro tempo se ne sarebbe rimasto sull’isola di Eea in dolce compagnia!

L’episodio viene narrato nel X libro dell’Odissea e costituisce uno di quegli elementi fantastici che caratterizza questo poema e lo distingue dall’Iliade, interamente dedicata ad imprese belliche. Quando, a scuola, si introduce l’Odissea, si tende a sottolineare proprio questo aspetto: è come un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, animato da maghe, mostri, creature fantastiche, avvolto, in certi punti, da un alone di mistero. Circe è uno di quei personaggi fantastici che popolano il poema, eppure in molte edizioni scolastiche l’episodio che la riguarda è censurato; se compaiono pochi versi, sono privi di ogni riferimento che più o meno esplicitamente riconduca la maga alla sua reale dimensione: una specie di prostituta che si diverte con i forestieri di passaggio, per poi tramutarli in porci.
Ora, io mi chiedo: i ragazzi d’oggi sono abituati ad ogni sorta di schifezza, alla televisione non c’è film in cui manchi almeno una scena di sesso, persino alla pubblicità il nudo, ovviamente femminile, è all’ordine del giorno, perché mai, allora, si dovrebbero scandalizzare nel leggere i versi in cui Circe, di fronte ad Ulisse che minaccioso sfodera la spada, esorta:

Suvvia, la tua spada riponi nel fodero;
saliamo noi due sul mio letto, così che sul letto
insieme congiunti in amore, possiamo
scambiare fra noi la fiducia dell’animo
. (Odissea, X, vv.347-350)

Dipende, poi, da come vengono letti questi versi: la parola chiave qui è evidentemente “fiducia”; il sesso non c’entra, anche se l’invito all’atto sessuale è più che esplicito. Ulisse non si fida, e fa benissimo, quindi la maga propone un’unione carnale che sancisca il “patto di non aggressione”: se vieni a letto con me potrai fidarti, non t’ingannerò, manterrò la mia promessa.
Il problema è, secondo me, che la parola chiave vista dai ragazzi non è “fiducia” ma è “letto”. Quando si parla di letto, ci si deve aspettare un coro di risolini. È evidente che il loro orizzonte sessuale è, a quattordici anni, ancora limitato, specie quello dei maschi, mentre l’immaginazione è fervida e suscita questa sciocca reazione che scoraggia l’insegnante ad analizzare il passo, se è presente nel libro, o l’editore a pubblicarlo.

Detto questo, è opportuno spendere due parole sull’origine della maga. Secondo la tradizione, Circe è figlia di Elios, dio del sole, e della ninfa Pesside, appartenente alla stirpe di Oceano. Nella sua famiglia ci doveva essere qualche tara ereditaria, visto che una delle sorelle sarebbe Pasifae, sposa del re di Creta Minosse. Credo che tutti conoscano le tendenze sessuali leggermente deviate della regina: ella, infatti, si sarebbe innamorata di un toro e da esso avrebbe generato il Minotauro, che nel nome stesso racchiude le due nature, umana e taurina. Tale mostro poi fu richiuso dal re di Creta nel famoso labirinto e poi ucciso da Teseo. Qualche fonte cerca di reinterpretare il mito restituendo l’onore e l’integrità mentale alla regina Pasifae: Plutarco, infatti, afferma che la relazione da cui nacque il Minotauro era stata intrecciata dalla regina con un uomo di nome Taurus. Ingenua, come spiegazione, visto che in questo modo non si giustificherebbero le caratteristiche fisiche del mostro del Labirinto. Inoltre, in entrambi i casi, le corna a Minosse nessuno gliele toglie!

Comunque stiano le cose, è certo che le donne in famiglia erano un po’ strane: ad una piacevano i tori, all’altra … i maiali.
Preferenze sessuali a parte, la leggenda narra che la nostra Circe, dopo aver ucciso senza tanti complimenti il marito, re dei Sarmati, si rifugiò nell’isola di Eea e si dedicò ad un’attività altamente umanitaria: ospitare i forestieri di passaggio, offrendo loro un letto, il suo. Peccato che, dopo aver concesso loro anche i suoi favori, li trasformasse in porci. Anzi, se gli ospiti non erano di suo gradimento, li tramutava direttamente in animali e così fece anche con undici compagni di Ulisse.

Ma l’abilità della maga in fatto di mutazioni non si limitava ai soli suini: un’altra leggenda ci tramanda che, innamoratasi del dio marino Glauco e non riamata, trasformò la di lui compagna Scilla, bellissima ninfa, in un orribile mostro marino con sei teste e sei bocche dotate ciascuna di una triplice fila di denti. La fanciulla nella nuova veste si fece talmente tanto schifo che, disperata, si gettò in mare e si nascose in uno scoglio di fronte all’antro abitato da un altro mostro marino, Cariddi, che creava dei terribili vortici mettendo a repentaglio la vita dei naviganti. Lo stesso Ulisse avrebbe sperimentato, durante la navigazione, la voracità di Scilla, se Circe medesima, impietosita, non l’avesse messo in guardia. Nonostante tutto, il passaggio tra Scilla e Cariddi costò ad Ulisse la perdita di sei compagni, ghermiti dal mostro mentre la nave stava superando il gorgo di Cariddi (cfr. l. XII). Nella realtà, Scilla e Cariddi sono due scogli emergenti dal mare tra Reggio Calabria e Messina.

Da tale famiglia non ci si poteva aspettare evidentemente niente di meglio. Tornando al nostro racconto, Ulisse approda sull’isola di Eea dopo aver superato terribili avventure: quella con Polifemo, a tutti nota, e con i Lestrigoni, giganti cannibali che lanciano dall’alto delle rocce dei massi enormi, distruggendo quasi completamente la flotta dei Greci. Sull’unica nave uscita indenne da tale esperienza, il nostro eroe, ormai in preda allo sconforto, riprende il mare con i pochi superstiti e giunge, quindi, sull’isola di Circe.
Si dice che “sbagliando s’impara”; beh, ai tempi di Ulisse il motto non doveva essere ancora molto diffuso, visto che, ancora una volta, si avventura in un posto apparentemente deserto e sconosciuto che potrebbe nascondere chissà quali insidie. Anzi, per dire la verità, in un primo momento la diffidenza lo porta a non esporsi a potenziali pericoli; poi prende il sopravvento lo spirito d’avventura e la “sete di conoscenza” che gli fa cambiare idea: due gruppi di uomini andranno ad esplorare l’isola, uno guidato da lui stesso, l’altro capitanato da Euriloco, ma solo quest’ultimo si spingerà fino al palazzo maestoso scorto da lontano.

Il palazzo di Circe, fatto di lucido sasso (X, v.211), potrebbe passare per una delle tante dimore incantate delle fiabe se non vi aleggiasse intorno un’atmosfera alquanto sinistra: a fare la guardia non ci sono alani o dobermann ringhianti, bensì lupi montani e leoni/ammansiti da lei con farmaci tristi (ibidem, vv.212-213) che incominciano, scodinzolando, a fare le feste al gruppo in esplorazione. L’insolito quadretto sarebbe bastato per far fare dietro-front ad Euriloco e compagni, ma una voce melodiosa li incanta:

e udirono Circe che dentro con bella
voce cantava tessendo una tela
grande, immortale, come sono i lavori
che fanno le dee: delicati, fulgidi, fini
.(X, vv.222-225)

La maga, che essendo figlia di Elios è anche una dea, si trova nel portico ed è intenta alle solite opere femminili: destino comune a tutte le donne, mortali o immortali, quello di tessere! La voce melodiosa incanta a tal punto i nostri Greci che, nonostante tutti avessero visto ed udito ciò che c’era da vedere ed udire, uno di essi, Polite, il più caro tra i compagni di Ulisse, sente il bisogno di puntualizzare:

Amici, là dentro c’è una che tesse una tela grande,
una dea o forse una donna:
dolcemente essa canta e intorno ne suona la valle;
noi diamole presto una voce
! (X, vv.228-231)

Ogni volta che leggo questi versi, mi viene in mente una poesia splendida, dedicata non ad una dea, o ad una maga, ma ad una donna mortale, anzi, per dir la verità, ad una fanciulla morta troppo presto per vedere realizzati i suoi progetti, le sue speranze: A Silvia di Giacomo Leopardi. Così scrive il poeta:
Sonavan le quiete
stanze e le vie d’intorno al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi
. (Op. cit.,vv. 7-12)
Il fatto che una delle “opere femminili” sia proprio la tessitura, trova conferma qualche verso più avanti, quando il poeta fa riferimento alla man veloce che percorrea la faticosa tela (Op. cit., vv.21-22).
Che Leopardi, grecista provetto, avesse in mente proprio l’episodio di Circe e dai versi omerici succitati avesse tratto spunto per la sua composizione, è cosa assai probabile. Si può aggiungere che l’immagine della maga, fino a questo punto, non ha nulla di scandaloso, anzi è talmente tanto poetica da ispirare dei versi dedicati ad una tenera creatura come Silvia.

Molto diverso è il seguito delle due storie: dopo aver ammaliato i Greci con il canto melodioso, tutti tranne Euriloco che si tiene alla larga intuendo l’insidia, la maga li rifocilla con un menù a base di cacio, farina, miele e vino di Pramno, il tutto condito con una buona dose di filtri funesti perché della patria/terra cadesse del tutto in oblio la memoria (X, vv.240-241).
Caduti gli imprudenti nella trappola, con un colpo di verga (una sorta di bacchetta magica) si ritrovano nelle vesti, anzi nelle setole poco dignitose di porci e voce di porco/avevano essi, ma intatta era la mente rimasta (ibidem, vv.243-246).
Anche leggendo questi versi, mi viene in mente un’immagine: quella del Pinocchio di Disney che, giunto al paese dei Balocchi, mentre assieme a Lucignolo si diverte a fumare e a giocare a biliardo, inizia a trasformarsi in “ciucchino”, con tanto di coda e di orecchie appuntite, mantenendo l’umana favella intercalata, tuttavia, di quando in quando, da un poco dignitoso raglio! Non serve puntualizzare che è molto improbabile che Disney avesse in mente i versi omerici quando disegnava l’episodio nel suo cartone animato!

Tornando ai nostri Achei, la situazione si fa critica. Euriloco corre ad avvertire Ulisse che, impavido, parte immediatamente alla volta del palazzo per soccorrere i compagni. Ma come avrebbe potuto lui, seppur astuto, resistere alla maga, convincerla a neutralizzare l’incantesimo senza alcun intervento divino? Insomma, sarà un eroe ma è pur sempre un mortale e di fronte a situazioni di tal sorta è un po’ difficile escogitare qualche trucchetto. Che fa, l’acceca come aveva fatto con Polifemo? Mentre è immerso in tali pensieri, suppongo, incontra, guarda caso sotto mentite spoglie, il dio Ermes (Atena in quel momento doveva essere impegnata altrove, visto che di solito è lei che si precipita in soccorso di Ulisse). Questi lo mette in guardia dalla maga e gli consegna un antidoto ai filtri magici di Circe:

Ti do questo farmaco buono; adesso va’ pure da Circe. […]
Farà per te un beveraggio veleni versandovi;
ammaliarti però non potrà, ché il farmaco buono,
che sono a darti, verrà ad impedirlo
. (vv.296-301)

Come continua la storia, già lo sappiamo: inutile dire che di tutto il discorso fatto da Ermes, il nostro Odisseo se ne infischia. L’unica cosa che gli importa è non rimanere vittima dell’incantesimo e quando si trova a tu per tu con la maga, non prima comunque di aver consumato l’amplesso, pretende che Circe liberi i compagni dalle turpi vesti suine.
Nonostante il dio avesse detto ammaliarti non potrà, lo ammalia, eccome! Vi pare che altrimenti sarebbe rimasto in sua compagnia per un anno? Ma pensiamo ai nostri eroi: per dieci anni avevano combattuto una guerra e, anche se presumibilmente qualche ancella sessualmente servizievole l’avevano trovata, erano lontani da casa, dalle loro mogli e fidanzate. Come si può resistere a tale tentazione? Pare, infatti, che la casa di Circe pullulasse di graziose fanciulle che non disdegnavano la compagnia maschile. E’ facile immaginare, quindi, che a tutti piacesse restare, nonostante non fossero più in preda a filtri magici.

Solo dopo un anno i compagni si stufano: si sono divertiti abbastanza e a gran voce chiedono al loro capo di riprendere il mare. Si può constatare, quindi, quanto gli uomini siano volubili: si stancano presto delle donne, hanno bisogno, come si dice, di cambiare aria. Il meno convinto di tutti pare fosse Ulisse, ma non sa dire di no, forse anche a lui Circe era venuta a noia e la maga, seppur riluttante, lo lascia andare. Lei, in fondo, ha raggiunto l’obiettivo: accalappiarsi l’uomo più astuto del mondo e far sì che si dimentichi persino di escogitare qualche subdolo piano per andarsene. Ulisse chiede il permesso (non è davvero da eroe!) e lei acconsente. Anzi, fa di più: lo convince a compiere un viaggio (un altro!) non per mare, ma nell’Oltretomba, dove l’indovino Tiresia gli avrebbe predetto il futuro. Uomo avvisato …

Dopo la partenza di Odisseo, che ne è di Circe? Pare che l’unione tra i due avesse dato dei frutti: Telegono, che secondo una leggenda ucciderà involontariamente il padre dopo essersi recato ad Itaca per fare la sua conoscenza, e forse anche una certa Cassifone. Non sappiamo quanti e quali figli esattamente l’eroe abbia sparso in giro per il Mediterraneo, ma la sua era decisamente una famiglia moderna: allargata. La storia della famiglia legittima di Ulisse e quella della famiglia illegittima si intrecciano: pare, infatti, che dopo essere giunto ad Eea, insieme alla madre, Telemaco avesse sposato la sorellastra (l’incesto non destava scandalo a quei tempi) e che Cassifone lo avesse ucciso subito dopo le nozze per vendicare la madre Circe, uccisa dal fratellastro-marito.
Comunque sia, fatti due conti, o Telegono e Cassifone erano gemelli, o alla partenza di Ulisse Circe era incinta del secondo figlio. Se poi si aggiunge il fatto che un’altra tradizione vuole che la coppia avesse avuto altri due figli, Anzio e Latino, i conti si complicano maggiormente e non vale proprio la pena di perderci la testa. Il fatto è che i Romani volevano a tutti i costi attribuire l’origine di molti luoghi italici agli eroi omerici, e così è sorto una specie di labirinto di nomi dal quale, una volta entrati, non si esce più, pertanto resteremo fuori che è meglio.
Resta il fatto che la maga omerica presso i Latini ebbe molta fortuna; nonostante l’indubbia amoralità, venne deificata ed onorata nella sua “isola” oggi nota come promontorio Circeo, che da lei, appunto, prende il nome.

[nell’immagine “Circe e i suoi amanti” di Dosso Dossi, National Gallery of Art, Washington]

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13 aprile 2010

LE DONNE DI ULISSE: NAUSICAA, L’AMANTE MANCATA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , a 5:21 pm di marisamoles


Nausicaa, con due “a”, figlia di Alcinoo, con due “o”, re dei Feaci, stranamente con una sola “i”, vive tranquilla a Scheria, ridente isola dello Ionio, vagheggiando il suo avvenire di sposa e madre felice. Eh sì, ella è proprio, come si dice, una giovinetta in età da marito ma forse perché il suo carattere allegro e spensierato le fa godere fino in fondo il sapore della libertà, lei, al matrimonio, non ci aveva pensato con troppa serietà. Fino a quel giorno, s’intende, fino al momento in cui il suo destino non s’incrocia con quello di Ulisse. Ma, neanche a dirlo, anche qui c’è lo zampino di una dea: Atena, infatti, sotto le mentite spoglie di un’amica di Nausicaa, le era comparsa in sogno e l’aveva distolta dal puerile torpore dei sensi invitandola a recarsi al fiume a lavare le vesti e le tele del corredo nuziale. Più per far contenta l’amica che per una forte convinzione, la fanciulla, di buon mattino, fa caricare un carro con il corredo e insieme alle ancelle si avvia verso il fiume.

Dopo aver assolto ai doveri del bucato, in attesa che i panni si asciughino al sole, le ragazze si mettono a giocare a palla, così per passare il tempo. Qualche malizioso sostiene che sia le ancelle che Nausicaa fossero nude; Omero, tuttavia, non lo dice. Chi è nudo, invece, ed ignaro se ne sta dormendo dietro ad un cespuglio, sopraffatto dall’ultimo faticoso naufragio, è Ulisse. Un lancio non ben misurato da Nausicaa oltrepassa l’ancella a cui era diretto e fa cadere la palla nel fiume. Le urla delle fanciulle destano il nostro eroe che, più sconfortato che mai, s’interroga:

Ahimè, alla terra di quali uomini nuovamente son giunto?
Saranno violenti, selvaggi e ingiusti,
o amici degli stranieri e rispettosi degli dei?
(Odissea, l.VI, vv.119-121)

Viste le esperienze passate, un po’ di diffidenza ci vuole! L’unica speranza è che gli ignoti abitanti di questa terra siano almeno rispettosi degli dei e degli ospiti. Quando poi sente le urla muliebri, forse un po’ di timore lo assale: saranno cattura-uomini come Circe e Calipso? Veramente questo Omero non lo dice, ma sono certa di interpretare correttamente il pensiero del nostro eroe. Ad ogni modo deve farsi coraggio e, coprendosi come meglio può le virili nudità, si avvicina alle fanciulle. Se avesse avuto uno specchio, comunque, non l’avrebbe fatto, nonostante l’urgente necessità. Infatti:
Terribile apparve loro, lordato dalla salsedine,
ed esse fuggivano qua e là lungo le sponde del fiume
. (VI, vv.137-138)
In realtà non fuggono tutte; la principessa, infatti, rimane là, di fronte a lui, né incantata da una bellezza che Ulisse non ha, né spaventata dalla sua bruttezza. Rimane là semplicemente perché Atena, ancora lei, le ispirò forza nel cuore e le sciolse il timore dalle ginocchia (v.140). Questo, però, Ulisse non lo sa e la cosa che più gli preme in questo preciso istante è che lei non scappi.

Nausicaa, in verità, è l’unica speranza che gli rimane, è l’ancora di salvezza; l’eroe non sa esattamente chi ella sia, anche se è facilmente intuibile che la fanciulla abbia un certo aspetto regale, poi con quel seguito di ancelle! Principessa o non, bella o brutta, giovane o vecchia, Nausicaa per Ulisse è lo strumento attraverso il quale ottenere l’aiuto sperato per far ritorno, finalmente, a casa. Certo non è come chiedere l’autostop, non basta alzare il dito, serve qualcosa di più, oltre al coraggio già manifestato presentandosi in quello stato al cospetto di cotali fanciulle. Deve, quindi, giocare d’astuzia, sua grande dote, e sfoderare, nello stesso tempo, tutta la sua abilità oratoria che l’aveva contraddistinto in passato nelle varie missioni diplomatiche. Però, parlare a re o guerrieri è una cosa, convincere una ragazza è un’impresa ben più ardua! Ma Ulisse è un donnaiolo e sa come affascinare le donne, anche quando la prestanza fisica viene meno: ed eccolo cimentarsi in un discorso che, intessuto di lodi più o meno gratuite, è proprio una captatio benevolentiae:

Mi inchino a te, signora: sei una dea o una donna mortale?
Se infatti sei una dea di quelle che abitano l’ampio cielo,
Artemide sembri, figlia del grande Zeus,
per l’aspetto e la figura slanciata;
ma se sei una donna mortale, di quante abitano la terra,
tre volte beati il padre e la madre veneranda,
tre volte beati i fratelli: molto il loro cuore
sempre si colma di gioia grazie a te,
quando vedono un simile bocciolo intrecciare movenze di danza.
Ma felice in cuore più di ogni altro
chi, portando più doni, ti condurrà alla sua casa in sposa
. (l.VI, vv.149-159)

Il discorso non è finito, ma immaginatevi Nausicaa mentre sente queste parole! Già essere paragonata ad una dea doveva essere il massimo, a quei tempi, un po’ come se, oggi, un uomo dicesse ad una ragazzina “Mi sembri Elisabetta Canalis”! Roba da toccare il cielo con un dito! E poi, darle il potere di rendere felice un intero nucleo familiare! Ora, non so come stessero i genitori di Nausicaa, ma attualmente avere una ragazzina per casa dà un sacco di grattacapi, specie se si tratta di uscire la sera, andare in discoteca, con l’ecstasy in agguato, e lasciarsi riportare a casa da amici carrozzati amanti della velocità. Beh, ai tempi di Ulisse tutto ciò non succedeva, ovviamente, ma comunque tutta questa gioia a me sembra un tantino esagerata. Un po’ più realistica vedrei la felicità del marito, visto che Nausicaa doveva essere un bocconcino niente male.

Il discorso di Ulisse perlopiù prosegue su questo tono finché l’eroe arriva all’argomento che più gli preme:

Indicami la città, dammi un cencio da gettarmi addosso, [….]
A te gli dei concedano tanti doni, quanti in cuore ne desideri,
un uomo, una casa e la concordia serena,
come compagna.
(VI, vv.178-182)

Ed ecco, quindi, nuovamente il riferimento alle nozze, neanche Odisseo fosse stato a conoscenza del sogno che la fanciulla aveva fatto. Ma Nausicaa sembra non ricordarsene proprio, del sogno, e gli si rivolge con parole gentili ma formali, sentendosi in dovere di aiutare il naufrago poiché, come poi dirà rivolta alle ancelle, da Zeus vengono tutti, gli stranieri ed i mendichi (ibidem, v.207).
Dopo essersi presentata allo sconosciuto come la figlia del magnanimo Alcinoo, re dei Feaci, ricorda, sempre alle compagne, che il loro popolo è amato dagli dei, quindi non possono temere nulla dallo straniero, anzi bisogna rifocillarlo, lavarlo e vestirlo.

M’immagino la gioia di Ulisse nel sentire quelle parole, ma anche il disagio provato al solo pensiero di essere lavato dalle ancelle. Non che ciò fosse inusuale, anzi per gli uomini era normale che delle donne facessero loro il bagno; il fatto è che Ulisse si vergogna per essere così sporco di salsedine ed alghe, forse, quindi declina l’offerta e fa da solo. Oddio, proprio da solo no, visto che la sollecita Atena interviene e gli fa un lifting veloce; infatti:
più grande lo rese
e più robusto a vedersi, spiover gli fece dal capo
inanellate chiome
[…]
così a lui riversò la grazia sul capo e le spalle. (VI, vv.229-235)

Solo ora la ragazza sembra accorgersi di lui; ovvero sembra prestare più attenzione all’uomo che al naufrago mandato da Zeus e adesso è lei che lo paragona ad un dio ed in cuor suo si augura che sia lui il misterioso sposo del sogno. Ma, superato il momento di defaiance, Nausicaa riprende il suo self-control e dà allo straniero le necessarie istruzioni per raggiungere la città.
Scheria non doveva essere una metropoli ed una faccia sconosciuta poteva destare delle curiosità; la giovinetta sa, poi, che le male lingue sono in agguato e lo invita a mantenere le distanze. Il discorso che fa sui suoi compaesani è molto attuale:

Voglio però sfuggire alle loro chiacchiere maligne, poiché temo
che qualcuno mi mormori alle spalle: ci sono dei prepotenti tra il popolo:
e uno più maligno, incontrandoci, potrebbe dire:
“Chi è questo straniero, bello e forte, che segue Nausicaa?
Dove mai lo ha trovato? Certo sarà suo sposo.
Oppure ha soccorso un naufrago
[…]
Oppure è un dio […] e l’avrà per sempre?
Meglio se da sé si è trovata un marito
che viene da fuori: infatti disprezza quelli della sua terra,
i Feaci, che numerosi e pur nobili, la desiderano in moglie
” (VI, vv.276-285)

E’ proprio il caso di dirlo, tutto il mondo è paese e neppure il tanto esaltato progresso fa cambiare, con il passare del tempo, la mentalità della gente! Lo sappiamo noi che ogni giorno abbiamo a che fare con le male lingue e con i pregiudizi della gente, lo sa bene Nausicaa che ammette:
E anch’io biasimerei un’altra, che si comportasse così,
che contro il volere del padre e della madre
andasse in giro con uomini, prima delle pubbliche nozze
. (l.VI, vv.286-289)

Insomma, non può compromettersi così; d’altra parte ad Ulisse tutte queste precauzioni poco interessano. In un modo o nell’altro, da solo o in compagnia, deve giungere al palazzo. Sembra che in tutto questo passo a lui non importi della bellezza di Nausicaa, non badi per nulla al suo fascino, alla sua giovane età, alla ventata di novità dopo i lunghi sette anni trascorsi con Calipso che, seppur bella e immortale, era sempre la stessa ogni notte. Sembra che giunto a questo punto della storia, al nostro eroe interessi solo ritornare in patria, pur consapevole del vantaggio che avrebbe avuto fermandosi lì con una sposa bambina, piuttosto che ributtarsi nelle braccia di una moglie ormai presumibilmente in menopausa. Poco importa, quindi, basta con le avventure, basta con i viaggi interminabili, basta con fatali naufragi; siamo di fronte ad un ex latin-lover, un uomo che, seppur abbellito e ringiovanito da Atena, rivela tutta la sua stanchezza, il segno del tempo nello spirito, se non nel corpo, la sua raggiunta, forse solo momentaneamente, pace dei sensi.

È per questo che in tale episodio è Nausicaa ad avere la parte del leone, ad essere il personaggio vincente: vigile, attenta a non lasciarsi trasportare dai sentimenti, oppone resistenza all’attrazione fatale che questo straniero emana da tutti i pori, e mantiene la sua razionalità. Forse rimarrà in lei l’illusione espressa in un colloquio interiore, forse si pentirà di non avere osato, non aver sfoderato le sue armi di seduzione, forse è semplicemente troppo bambina per essere maliziosa, è troppo pudica per fare il primo passo e lascia che sia lui a proporsi quale sposo. Forse semplicemente è più saggia di Calipso, sa che il sentimento che lega quell’uomo alla sua terra, alla sua gente, ai suoi cari è troppo forte; è consapevole che anche se avesse gettato le reti e Ulisse vi fosse caduto dentro, non l’avrebbe fatto suo per sempre. Quindi non le resta che farsi da parte, lasciare che siano gli dei a decidere sulla sorte dell’eroe e gli uomini, i suoi compaesani, ad aiutare il naufrago nell’ultimo viaggio verso casa. I Feaci possono aiutarlo, loro godono dell’amicizia degli dei e non hanno nulla da temere. In realtà così non sarà, avranno anch’essi i loro guai, ma tutto si risolverà per il meglio.

Dopo una fugace apparizione nell’VIII libro, in cui si congeda da Ulisse pregandolo di ricordarsi di lei, sua soccorritrice, Nausicaa esce di scena, in punta di piedi, da vera signora. C’è da aggiungere che è la prima rappresentante dell’universo femminile dell’antica Grecia che non abbiamo trovato al telaio: tuttavia non è un’eccezione, ella è ancora giovinetta, si sta godendo gli ultimi sprazzi di libertà, prima di accingersi alle nozze. Ahimè, devo proprio ammetterlo: anche per lei ci sono un fuso ed un telaio in agguato!

[nella foto Barbara Bach (Nausicaa) e Bekim Fehmiu (Ulisse) nello sceneggiato televisivo “Odissea” del 1968]

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16 marzo 2010

LE DONNE DI ULISSE: L’AMANTE NINFA CALIPSO

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , a 10:35 pm di marisamoles

Gli amori di Ulisse e Calipso, dipinto di Jan Brueghel il Vecchio, Londra, Johnny van Haeften Gallery

All’inizio dell’Odissea, troviamo Ulisse ospite della ninfa Calipso, nell’isola di Ogigia. Qui l’eroe passa addirittura sette anni, anche se non tutti felicemente. Della ninfa, infatti, s’era già stufato da tempo, ma non poteva andarsene da lì, non avendo più la nave: guarda caso aveva fatto naufragio anche se, almeno questa volta, lui non c’entrava nulla. Infatti, i suoi compagni avevano trasgredito ad un preciso ordine divino: una volta sbarcati in Trinacria (cioè la Sicilia), isola sacra al dio Sole, non avrebbero mai dovuto uccidere, per cibarsene, le vacche sacre al dio, nemmeno in preda alla fame più nera. Manco a dirlo, esaurite le provviste, gentilmente offerte da Circe (la maga di cui parlerò altrove, ennesima conquista del bell’itacese), che avevano portato con sé, i compagni di Odisseo si danno alla caccia e, sacre o non sacre, uccidono proprio quelle vacche lì. A questo punto, Helios chiede vendetta al padre degli dei e così, una volta ripartiti, i sacrileghi sono abbattuti da una violenta tempesta scatenata da Zeus. Il solo Ulisse si salva e dopo dieci giorni di sofferenze e fatiche, viene scagliato dagli dei sull’isola di Calipso.

Ma dove si trovava quest’isola? Non lo si sa con certezza: l’ipotesi più plausibile è che fosse situata in prossimità di Gibilterra, le famose Colonne d’Ercole. Meno plausibile, a parer mio, l’ubicazione a Malta proposta da qualche studioso. Ovunque si trovi, l’isola ricorda la fiabesca “isola che non c’è” di Peter Pan e, leggendo i versi di Omero, sembra si tratti di un luogo senza spazio né tempo. Di tutto il lungo periodo trascorso da Ulisse in questo luogo ameno non c’è quasi alcun riferimento, come se l’autore volesse sorvolare su questo episodio che, diciamo la verità, ad Ulisse non fa davvero onore.

E chi era Calipso? Sicuramente una donna molto caparbia: innamoratasi del bell’itacese, non lo molla, vive con lui more uxorio per un periodo che al nostro eroe pare infinito, gli promette l’immortalità che puntualmente lui rifiuta, struggendosi in pensieri malinconici in una dimensione quasi onirica. Probabilmente Ulisse spera di svegliarsi da un sogno che sta diventando un incubo, di ritrovarsi a casa, fra la sua gente, nella sua reggia, confortato dai suoi affetti più cari. Magari si augura che, destandosi, la stessa guerra di Troia non sia mai esistita. Forse non è mai partito, non è mai giunto in alcun luogo, non si è mai mosso da Itaca. Ma la realtà è, ahimè, più crudele che mai: è prigioniero in un’“isola che non c’è”, in balia di un amore che non può corrispondere, che detesta con tutte le sue forze, che lo porta alla depressione più nera. Siamo per la prima volta di fronte ad un eroe distrutto che solo la speranza di uscire da quest’incubo trattiene dal suicidio. Calipso stessa, seppur sconfitta, ne esce vittoriosa.

Secondo le fonti Calipso è una ninfa, figlia di Atlante (quello che sorregge il mondo sulle spalle, per intenderci) e di Pleione. Nulla si sa della sua vita; il suo nome è legato a quello di Ulisse e sembra che nella sua esistenza non avesse avuto altro merito che quello di avere una relazione così duratura con l’eroe greco. Di meriti, anzi, non doveva averne proprio, visto che era stata relegata su quest’isola sperduta chissà dove, solitaria e abbandonata da uomini e dei; regina di un regno senza trono né sudditi, posto ai confini del mondo. A conferma di ciò, basta leggere i versi in cui Ermes, messaggero degli dei, incaricato da Zeus di convincere Calipso a lasciar andar via Ulisse, le si rivolge con tono alquanto seccato:

Zeus ordinò a me, che non volevo, di venir qui:
e chi mai di sua volontà percorrerebbe tanto mare salso
infinito? E vicino non c’è città di mortali, che agli dei
facciano sacrifici e scelte ecatombe.
Ma non è possibile che un altro dio trasgredisca
o renda vano il pensiero di Zeus egioco
. (Odissea, V, vv.99-104)

Insomma, una bella scocciatura andare fin laggiù senza un tornaconto personale! Ma non si può trasgredire agli ordini di Zeus ed ecco che Ermes, seppur riluttante, compie la sua missione.
Eppure l’isola, nella descrizione di Omero, è tutt’altro che inospitale: il mare violaceo circonda una terra rigogliosa, ove s’innalzano pioppi, ontani, cipressi, cresce fiorente una vite gravida di grappoli, verdeggiano prati di viole ed apio, il tutto annaffiato da fontane che versano limpide acque. Lo stesso Ermes, seppur giunto fin laggiù controvoglia, rimane affascinato da quello spettacolo naturale. Immaginiamoci Ulisse, abituato alla sua “petrosa Itaca”: deve avere avuto l’impressione di trovarsi in paradiso. E Ogigia è davvero un giardino dell’Eden dove non c’è nemmeno un frutto proibito né un serpente tentatore, ma solo un’affascinante fanciulla che gli si offre senza esitazioni, senza pudori, senza porre condizioni. È immersa nel silenzio Ogigia, un silenzio interrotto dal verso di qualche uccelletto marino, un silenzio che, a lungo andare, dev’essere diventato odioso, addirittura assordante, ad Ulisse, smanioso di tornare a casa.

Eppure Calipso è una creatura soave che offre all’amato nettare ed ambrosia, il cibo degli dei. Ma Ulisse rifiuta, assalito dal desiderio disperato di rivedere la sua patria, di riabbracciare la moglie Penelope e il figlio Telemaco.
Ulisse, Robinson Crusoe ante litteram, se solo avesse accettato i doni gentilmente offertagli dalla ninfa, avrebbe potuto passare con lei, in quella meravigliosa isola senza tempo, l’eternità, in una condizione di sempiterna felicità.
Diciamolo chiaramente: poteva andargli anche peggio, viste le esperienze passate; al contrario di Robinson che, con le sue sole forze ed il suo ingegno tipico dell’eroe romantico, deve sopravvivere in un ambiente che nulla offre senza il sudore e la sofferenza umana, Ulisse non ha nulla da fare, non deve costruirsi capanne, né procurarsi il cibo, né difendersi da animali selvatici. Calipso non è un indigeno poco attraente e rozzo come doveva essere di certo Venerdì; è una ninfa che chiede solo di essere amata. È il massimo che si possa chiedere alla vita, e Ulisse di certo non si lascia sfuggire l’occasione di passare un po’ di tempo in vacanza. L’immortalità, però, la rifiuta; probabilmente non accetta il dono divino solo perché in tal modo si sarebbe legato a Calipso per sempre, e ciò non rientra nei suoi piani. Vuole sentirsi libero: ama la ninfa finché gli piace, e poi? Anche le passioni più grandi finiscono: sette anni sono lunghi e poi non è forse vero che esiste la cosiddetta “crisi del settimo anno”? Anzi, sono convinta che tale credenza popolare trovi la sua conferma proprio nella vicenda di cui parliamo.

Calipso, da parte sua, sa che lui non se ne può andare: dove trova una nave? Con il favore di quali dei può partire, visto che in passato proprio dall’ostilità divina era stato privato della gioia di un veloce ritorno a casa? Ormai, però, la donna non ha più davanti l’uomo focoso e passionale di un tempo; deve condividere il letto con un relitto umano, incapace di provare alcun sentimento positivo, pervaso dalla tristezza e dalla malinconia.
Ecco come lo descrive Omero:

E lo trovò [Calipso] seduto sul lido: né mai gli occhi
erano asciutti di lacrime, e la dolce vita si consumava
a lui che piangeva per il ritorno, poiché la ninfa non più gli piaceva;
e la notte invero egli dormiva ma per necessità
nel cavo antro, non volente accanto a lei volente,
e il giorno poi, seduto sulle rocce e sul lido,
in lacrime e gemiti e affanni lacerandosi il cuore
guardava verso il mare inquieto stillando lacrime
. (V,vv.151-158)

Beh, questa non è proprio l’immagine di un eroe: un uomo di tal sorta che piange come una “femminuccia”, che scruta l’orizzonte senza vederlo perché l’immagine è offuscata dalle lacrime! L’ideatore del cavallo di Troia, colui che aveva ingannato perfino il gigante Polifemo, che aveva superato ogni sorta d’insidia, ora non è altro che un disperato, anzi, come dice Omero, è il più infelice fra quanti/ eroi combatterono per la città di Priamo/ nove anni, e al decimo distrutta la città partirono/ verso casa … (V, vv.105-108).
In quell’isola ormai si sente in trappola e non spera nemmeno che gli dei, Poseidone in testa, provino pietà per lui. Nemmeno in Calipso la sua disperazione suscita pietà. Colei che nel suo nome cela la vera natura: è la “nasconditrice”, come la chiama Pascoli, rifacendosi all’etimologia greca, colei che sottrae gelosamente alla vista il suo uomo, ma non può nasconderlo agli occhi degli dei che dall’alto dell’Olimpo tutto vedono. Del resto, se l’isola è disabitata, chi può mai vederlo? Non c’è pericolo di una fuga, non si pone nemmeno l’eventualità che qualcuno lo possa portare via da lì. L’ignaro Ulisse nemmeno immagina che gli dei, approfittando della momentanea assenza del suo acerrimo nemico, il dio Poseidone, riuniti in concilio decidono che è giunta l’ora X: Odisseo deve ritornare in patria, ha già sofferto troppo. E Poseidone? Per Zeus non esiste alcun problema:
Smetterà Poseidone
la collera sua, non potrà contro tutti
gli dei immortali voler lottare da solo
! (I, vv.77-79)
Liquidato con soluzioni poco divine e molto umane l’ignaro dio del mare, ad Ermes, corriere espresso dell’Olimpo, viene affidato l’ingrato compito di rendere nota a Calipso l’irrevocabile decisione divina.

Mentre Odisseo piange sulle rive del mare sognando Itaca, la ninfa è, come tutte le donne, siano esse mortali o immortali, intenta alle “opere femminili”; infatti il messaggero degli dei la trova nel suo antro:
ella dentro, cantando con bella voce,
affaccendata al telaio tesseva con la spola d’oro
. (V, vv.61-62)
Seppur con la spola d’oro, la fanciulla tesse e canta; del resto, cos’altro può fare visto che Ulisse, di giorno, non le rivolge nemmeno la parola?
L’inattesa visita suscita in lei un po’ di apprensione e anche un tantino di stizza; infatti, seppur educatamente e con parole affettuose, rimprovera al messaggero di non capitare spesso da quelle parti:
Perché mai, Ermes, dall’aurea verga sei venuto,
venerando e caro? Per l’innanzi non venivi spesso
. (V, vv.87-88)
La risposta del dio già la conosciamo e altrettanto noto è il messaggio. La reazione di Calipso è immaginabile: rabbrividì Calipso, divina tra le dee (V, v. 116). Un brivido le percorse le membra: è la consapevolezza dell’imminente perdita che la sconvolge, ma dal dolore si riprende subito e, con tono stizzoso, rimprovera tutti gli dei che si oppongono alle unioni tra dee e mortali:
Cattivi siete, o dei, e invidiosi sopra ogni altro,
voi che alle dee proibite di giacere accanto ai mortali
apertamente, se qualcuna voglia farsene lo sposo diletto
. (V, vv.118-120)
E come darle torto? La poveretta, per avvalorare la sua tesi, porta pure degli esempi: Orione, amato dalla dea Aurora, fu colpito a morte dalle frecce di Artemide e trasformato in una costellazione; stessa sorte toccò a Iasione folgorato da Zeus per aver amato la dea Demetra. Insomma, mentre gli dei immortali potevano permettersi ogni sorta di schifezza, si univano alle mortali, generavano figli a destra e a manca, alle dee non era concesso di amare, in assoluta fedeltà, degli uomini! Nemmeno l’Olimpo è indenne da ingiustizie e torti dall’indiscutibile sapore maschilista!

Calipso, conscia che sia più nobile da parte sua onorare la volontà degli dei e salvare la pelle ad Ulisse, accetta. Immaginate l’effetto che dovette avere sul nostro eroe la notizia della sua imminente partenza: non sta più nella pelle, di colpo si desta dall’annoso torpore e si mette all’opera per costruirsi una zattera, visto che la sua ospite non dispone di navi e tutto quello che gli può offrire è del legno e un po’ di corda.
Ecco l’uomo che ritorna uomo, la mente che riprende a funzionare, il pensiero della patria è allontanato, nel momento in cui la stessa patria è più vicina. Ma ogni facoltà mentale è intenta nella costruzione del natante; la sua abilità progettuale riprende il sopravvento e ciò gli basta per essere felice. Pur cosciente di procurare a Calipso un immenso dolore, di andare incontro ad altre prove, di dover ancora fare i conti con l’avverso Poseidone, parte entusiasta, lasciandosi alle spalle l’isola sperduta nel grande mare, la donna che aveva amato e che l’aveva trattenuto con sé finché ne era stata capace. Ora guarda l’orizzonte con l’occhio di chi sa che quel punto lontano raggiungerà presto, navigando con mezzi di fortuna sul mare violaceo.

Lasciamo Calipso alla sua spola d’oro e alle sue lacrime, sconfitta eppure vittoriosa perché sa che avrebbe potuto trattenere con sé ancora a lungo il suo uomo, volente o nolente. Omero non ne fa menzione, ma c’è chi sostiene che la ninfa dall’eroe ebbe un figlio: Ausonio. Da questi deriverebbe l’antico nome dell’Italia, cioè Ausonia. Seguiamo ora Ulisse sulla sua zattera che, guarda caso, si imbatte in una tempesta scatenata da Poseidone, la cui ira sortisce gli effetti immaginati e non si fa nemmeno tanto attendere: un altro naufragio incombe sul destino di Ulisse e sarà ancora una figura femminile a salvarlo, non una mortale, ma una dea: Ino Leucotea gli porge una benda che lui rifiuta di usare finché non si vede nuovamente perduto. È l’orgoglio che prende il sopravvento: allontanandosi da Ogigia egli è ridiventato un uomo libero, capace di agire con le sue forze. Ma un’altra volta dovrà fare i conti con una terra ignota, con degli abitanti sconosciuti, con un destino ancora precario: è naufragato sull’isola dei Feaci.

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9 febbraio 2010

ULISSE: DALLE PAROLE AI FATTI

Posted in Dante, Pagine d'Epica, poesia tagged , , , , , , , a 6:51 pm di marisamoles

L'Odissea di marmo, Sperlonga (Latina)


Il mio primo approccio con Ulisse risale all’età di otto o nove anni quando, vista l’alta valenza culturale dell’evento televisivo, i miei genitori mi permisero di guardare la “riduzione” dell’Odissea di Omero, come diremmo noi oggi la fiction. I miei ricordi sono alquanto vaghi; ricordo, però, che l’orrendo mostro Polifemo non reggeva il confronto con l’orripilante visione del poeta Ungaretti che, con tanto di “esse” sibilante dovuta ad una protesi dentaria non perfettamente calzante, introduceva ciascuna puntata, riassumendo il contenuto di quella precedente. Spero che da lassù il grande poeta non me ne voglia, ma allora non potevo comprendere la sua grandezza di vate e mi limitavo a considerare la sua bruttezza di uomo.

Ho incontrato per la seconda volta Ulisse nel corso dei miei studi liceali: al liceo, infatti, il programma prevede la lettura antologica di alcuni poemi epici, tra cui, ovviamente, l’Odissea. Ora, da insegnante, cerco di trasmettere la passione che fin da subito mi ha colto nel leggere le avventure di Ulisse. L’entusiasmo con cui i fanciulli si accostano a tale lettura spesso è demolito dalle introduzioni delle edizioni scolastiche: in esse, infatti, il ritratto dell’eroe non è quello già fissato nell’immaginario collettivo –uomo astuto, instancabile viaggiatore, coraggioso e pronto a difendere la sua corona e la sua famiglia- o meglio, corrisponde a quello ma viene raffigurato attraverso definizioni come polytes (“colui che ha molto tollerato”), polytropos (“multiforme”) e polyméchanos (“capace di escogitare molte vie d’uscita”). Di fronte a tali spaventose (per gli alunni, naturalmente) definizioni, crolla un mito: credevamo che non fosse così tremendo, dicono, pensavamo fosse solo astuto e abile con l’arco. Quando poi si spiega loro che, al contrario di Ulisse, gli eroi dell’Iliade sono monotropi, si chiedono quale grave malattia si fosse mai diffusa in campo greco e per opera di quali dei. Ovviamente, di fronte a tale sconcerto, l’insegnante si affretta a spiegare che il termine sta ad indicare l’“unidirezionalità” dei vari Achille, Ettore, Patroclo ecc., cioè la tendenza verso un unico ideale eroico che è quello di difendere il proprio onore, vincendo la guerra.
A questo punto, placati gli animi, si passa a delineare le caratteristiche di Ulisse con termini più semplici e l’eroe torna ad assumere i contorni già fissati nell’immaginario collettivo: un uomo astuto che riesce, con molti mezzi e un po’ d’aiuto da parte degli dei a lui favorevoli, a togliersi dai guai, che dopo dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio riesce a tornare, nonostante i continui naufragi e lutti funesti, ad Itaca e a rientrare in possesso del suo palazzo, di sua moglie, del suo trono.

Una delle cose che suscita più ilarità negli studenti è il nome dei Proci: sembra, infatti, proprio l’anagramma di “porci”, ciò che in realtà erano ma che sui libri non è espressamente detto. Un’altra cosa che mi chiedono è come mai Ulisse fosse così “sfigato” (il termine usato, per pudore, è un altro ma questo rende meglio l’idea): un naufragio qua, uno là, sempre in posti pieni di insidie, pericoli, imprevisti. Quando, poi, si spiega che in età medievale il suo ruolo è stato rivisto rivalutandone i connotati di “eroe della conoscenza” (vedi Dante), gli allievi obiettano che dovrebbe essere ribattezzato l’ “eroe dell’ignoranza”: ovunque capiti, non sa mai dov’è! Persino quando i Feaci, buoni samaritani ante litteram, lo fanno approdare sull’isola d’Itaca, non si rende conto di trovarsi finalmente in patria e pensa che l’abbiano imbrogliato. Se non si lascia andare ad improperi è perché Atena si affretta a presentarglisi di fronte per aprirgli gli occhi e attenuare un po’ l’arrabbiatura (cfr.Odissea, XIII vv. 188-252).
Un po’ ingenuo, in verità, il tono del risveglio sulla spiaggia, più determinato quello con cui scaglia la doverosa maledizione nei confronti dei Feaci:

Povero me! Nella terra di quali mortali mi trovo?
Forse prepotenti e selvaggi e non giusti,
oppure ospitali e che temono nella mente gli dei?
[ … ]
Ahimè, non erano saggi e giusti
del tutto i capi e i consiglieri dei Feaci
che mi portarono in una terra diversa: promettevano
di guidarmi ad Itaca chiara nel sole, ma non l’hanno fatto.
Che li ripaghi Zeus protettore dei supplici, che guarda
anche gli altri uomini e castiga chi sbaglia.
(Odissea, XIII, vv. 200-202 e 209-214)

Come dargli torto, vista l’esperienza passata in fatto di ospitalità, specie nell’isola dei Ciclopi. Ma la figura dello scemo gliela fa fare Atena che, dopo avergli resa irriconoscibile la propria patria, indossate le mentite spoglie di un pastore, gli si presenta di fronte e, in seguito alla richiesta di chiarimenti fatta da Ulisse, con sufficienza gli dice:

Sei sciocco o vieni da molto lontano, o straniero
che di questa terra domandi. Non è poi
così ignota: la conoscono tantissimi uomini,
sia quanti abitano verso l’aurora e il sole,
sia quanti abitano dietro, verso il fosco crepuscolo
. (XII, vv. 237-241)

Rieccolo, quindi, nella sua terra, approdato su la sua petrosa Itaca, come recita Foscolo (cfr. il sonetto A Zacinto, v.11), eroe bello di fama e di sventura (cfr. Ibidem, v. 10), finalmente ritornato in patria dopo il diverso esiglio (cfr. Ibidem, v.9) voluto dal Fato. L’immagine è ancora una volta quella dell’eroe bello, reso ancor più affascinante da quella sventura che deriva dalla lotta con un destino avverso, contro il quale, essendo pur sempre un uomo, vincere è molto difficile. La vittoria alla fine arriva, ma dopo quali sacrifici, quali sofferenze, quali rinunce? Il viaggio, lo sappiamo, è una metafora: quella di un percorso pieno di ostacoli che alla fine conduce alla “conoscenza”, ad una maggior consapevolezza dei limiti umani ma anche delle risorse di cui i mortali possono disporre. Chi non ricorda la celebre terzina dantesca, in cui Ulisse rivolto ai compagni, che chiama affettuosamente frati, cioè fratelli, dice:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
(Inferno, XXVI, vv.118-120)

Peccato che il nostro buon Dante collochi l’eroe omerico all’inferno e per di più in una delle bolge più basse, l’ottava, in cui giacciono i consiglieri fraudolenti. L’attenzione del vate è attratta da una fiamma biforcuta (i peccatori, infatti, sono avvolti ciascuno in una fiamma che li nasconde alla vista) e tale anomalia si spiega con la volontà di accomunare nella medesima pena le due “menti diaboliche”, è il caso di dirlo, che avevano concepito l’inganno del cavallo ligneo: Ulisse e Diomede.
Nonostante la condanna alla dannazione eterna, si legge nei versi, da parte del poeta, una certa simpatia e ammirazione per Ulisse, che non possiamo non condividere; non riusciamo a detestarlo nemmeno quando gli fa ammettere di essersi dimostrato insensibile nei confronti degli affetti familiari:

né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né il debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’io ebbi a divenir del mondo esperto
(Op. cit. vv.94-99)

Dante non poteva aver letto direttamente i poemi omerici, la sua conoscenza dell’Odissea era incerta e frammentaria (proprio come quella dei miei studenti, che pur non sono uomini del medioevo); una delle fonti cui attinge è l’Eneide di Virgilio, in cui si parla di Troia e del cavallo (cfr. II, vv.44 sgg.) ma non si accenna alla felice conclusione del viaggio di Ulisse. La sua fervida immaginazione porta Dante a considerare Odisseo uomo del suo tempo, assetato di nuove esperienze che, non appagato dal considerevole numero di ostacoli già superati fra mille difficoltà, tenta ancora un’ultima avventura, nonostante lui e i suoi compagni fossero già vecchi e tardi (cfr. ibidem, v.106).

Forte delle sue capacità oratorie (ricordate il polytropos del proemio?), Ulisse convince i fedeli amici a seguirlo nel più audace dei suoi viaggi: quello che conduce attraverso le “Colonne d’Ercole”, cioè lo Stretto di Gibilterra, al di là del quale gli antichi credevano finisse il mondo. E’ un viaggio inutile, un salto nel vuoto: un turbine sorto all’improvviso inghiotte letteralmente la nave dei folli, come altrui piacque (cfr. ibidem, v.141).
È evidente che la figura di Ulisse nella Commedia dantesca acquisti un significato simbolico: quello dell’insufficienza umana, non assistita dalla Grazia divina. Il fallimento di Ulisse è comune a quello di tutti gli eroi antichi che si affidavano alle sole forze umane e all’aiuto da parte degli dei pagani cui Dante, cristianissimo, non può riconoscere alcuna autorità. Anzi, arriva addirittura a supporre che fin dai tempi più antichi, prima ancora che qualcuno ne percepisse l’esistenza, il Dio cristiano fosse già in agguato, pronto a punire i pagani più audaci.

Non è che Dante condanni indiscriminatamente tutti i “senza Dio”, li divide in buoni e cattivi: i primi stanno nel Limbo, alle porte dell’Inferno, perché in vita non erano colpevoli di essere pagani e non avevano fatto nulla di male (Virgilio stesso, la sua guida nell’Inferno e nel Purgatorio, è un pagano elevato a simbolo della ragione umana); condanna i secondi alle pene più severe senza la minima indulgenza, anzi attribuendosi l’arbitrio di condannare senza possibilità d’appello, senza considerare né le “attenuanti” né le circostanze.
Pur provando simpatia per Ulisse, il sommo poeta lo relega, è il caso di dirlo, tra le fiamme dell’Inferno; nulla da obiettare su questo, è evidente che aveva le sue colpe, con lo stratagemma del cavallo aveva decretato la fine di una città come Troia, e non era cosa da poco. Tuttavia, io mi permetto di dissentire sull’ubicazione: perché mai collocarlo tra i “consiglieri fraudolenti”, come se questa fosse la sua peggior colpa? È vero che, nei confronti dei Troiani si è comportato da vero fetente, ma io credo che ci sia, nell’Inferno dantesco, un sito a lui più consono: il secondo cerchio, quello dei “lussuriosi”. Perché mai? Perché nonostante lo si faccia passare da secoli per l’eroe astuto, eloquente, coraggioso, secondo me la dote, o vizio, principale di Ulisse è quella di essere un vero e proprio play-boy che, in fondo, dev’essere comunque astuto, eloquente e coraggioso!
Avrà contribuito alla distruzione di Troia, avrà superato infiniti ostacoli con l’astuzia e ottenuto l’aiuto necessario con l’eloquenza, avrà coraggiosamente sterminato i rivali, ma, diciamolo chiaramente, fra un naufragio e l’altro, si è pure divertito con le donne. In altre parole, è passato dalle parole ai fatti, e che fatti!

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12 dicembre 2009

ETTORE: IL MARITO DI ANDROMACA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , a 10:46 pm di marisamoles


Ho pensato a lungo sul titolo da dare a questo mio post, che si va ad aggiungere agli altri due (su Paride e Achille) che costituiscono una specie di lettura semiseria di alcune pagine d’epica. “Ettore e Andromaca” sarebbe stato un titolo scontato e banale; “Andromaca” avrebbe posto in primo piano una donna speciale, ma non avrebbe reso giustizia al suo ruolo di moglie di un eroe che proprio al legame con il marito deve la sua specialità. Alla fine ho scelto questo titolo perché mi piace credere che Ettore non sarebbe stato l’eroe che tutti conosciamo se non avesse avuto al suo fianco una moglie speciale come Andromaca. Alla fine lei è la vera eroina perché combatte senza spada né pugnale, ma con l’unica arma che ha a disposizione: l’amore.

Ettore aveva una moglie, Andromaca, che grazie alla bontà di Omero è passata alla storia: infatti è famoso il colloquio tra i due sposi che occupa un centinaio di versi nel VI libro dell’Iliade. Certo non è l’unica donna di cui si parli nel poema epico, non è nemmeno l’unica, mortale o immortale, a prendere la parola (vedi Elena, Teti e varie altre), ma Andromaca parla, dà voce alla sua rabbia, alle sue ansie, cerca, come può, di fermare un marito testardo che, per mantenere fede al suo impegno, accetta di sacrificare anche l’amore per i suoi cari pur di salvare una patria destinata comunque a cadere. Ma le donne, si sa, non vengono mai ascoltate, anche quando dimostrano tutta la loro intelligenza e il loro buon senso, perché di solito la logica femminile non si sposa con quella maschile.
Chi non ricorda Cassandra? Lei, la più bella delle figlie di Priamo ed Ecuba, e forse per questo non ritenuta intelligente (gli uomini belli dovevano essere anche intelligenti e coraggiosi – vedi Paride- le donne belle, evidentemente, dovevano essere delle emerite cretine), aveva predetto la sventura di Troia e si era opposta con tutte le forze ai suoi concittadini che volevano introdurre il famoso cavallo di legno entro le mura della città. Nessuno l’ascoltò, tutti la ritennero pazza e così il crollo di un’intera città che uomini eroici avevano difeso con coraggio, fu causato dalla dissennatezza di un branco di maschilisti che non diedero ascolto alla saggia Cassandra. Quando, però, parlava l’indovino Calcante, nessuno osava contraddirlo!

Tornando ad Andromaca, ella era figlia di Eezione, moglie di Ettore e madre di Astianatte, altrimenti detto Scamandrio, in onore del fiume Scamandro che scorreva nella pianura troiana. La sua storia, non solo la sua voce, occupa pochi versi del VI libro: Achille (guarda caso) le aveva ucciso il padre e, in un solo giorno, i sette fratelli, la madre era stata condotta in schiavitù e poi liberata in cambio di un immenso riscatto, per poi morire di morte naturale. A proposito, gli antichi Greci, non avendo strumenti diagnostici e non potendo ricorrere all’autopsia, attribuivano le morti “inspiegabili” (infarto, ictus, ecc) alle frecce di Artemide che colpivano le donne, e a quelle di Apollo che colpivano gli uomini. Neanche di fronte alla morte esisteva la parità dei sessi.

Dopo i terribili lutti, Andromaca era rimasta sola, ovvero con il marito che ella amava moltissimo e rappresentava davvero tutto per lei:
Ettore, dunque, per me tu sei padre, tu sei la mia nobile
madre, sei fratello, sei il mio sposo fiorente
. (VI, vv. 429-430)
Proprio per questo, lo implora di lasciare il combattimento, per non rendere orfano il figlio e vedova la sposa. Allora Ettore che fa? Figuriamoci se le dà ascolto; pur condividendo le ansie della moglie e pur sentendo in cuor suo, ahimè, che il presentimento di Andromaca potrebbe essere giustificato, non può lasciarsi andare ai sentimenti –che uomo sarebbe, altrimenti!- e le fa capire che non può comportarsi da vile, perché fin da ragazzo gli è stato insegnato ad essere forte. E poi, anche cedendo alla debolezza di un momento, cosa ne sarebbe stato del suo buon nome? Cosa avrebbero pensato di lui i suoi concittadini? Certo non avrebbe fatto una bella figura, l’onta l’avrebbe accompagnato anche dopo la morte e si sarebbe riversata sui suoi cari, su Andromaca, su Astianatte che nel nome stesso (significa “signore della città”) richiamava alla mente di tutti la grandezza del padre. No, non può tirarsi indietro, non ora, e se poi Ilio cadrà, cosa di cui Ettore è convinto, l’aver almeno tentato di salvarla versando il suo eroico sangue, gli permetterà di conservare fama eterna e mantenere indenne l’onore di tutta la sua famiglia. E se, un giorno, Andromaca sarà fatta schiava –destino comune a molte donne appartenenti al popolo dei vinti-, pazienza, l’importante è mantenere l’onore. Già, l’onore: ecco l’elemento cui viene data la priorità su qualunque altro, persino sugli affetti familiari. Andromaca lo sa, ma tenta lo stesso di fermare il marito; sa perfettamente che l’aidòs, la vergogna, non è accettabile da parte della nutrita schiera di eroi su cui Ettore primeggia. La condotta di un uomo, un vero uomo ovviamente, trova la sua legittimazione nell’opinione dei compagni; tradire il proprio onore e la propria virtù (areté) è motivo di aidòs di fronte all’intera comunità.

Detto questo, quale speranza può avere la poveretta? Forse quella che il marito si lasci commuovere dalla presenza del piccolo Astianatte che, quasi per manifestare il suo disappunto e l’enorme peso delle responsabilità già gravanti su di lui, inizia a strillare atterrito dall’aspetto del padre? Tutt’al più ciò può far calare la tensione dell’incontro, ma subito Ettore si riprende e con tono perentorio, dopo aver ricordato alla moglie che nessuno può morire contro la volontà del Fato (ah già, il Fato! E chi ci pensava più!), le dice:
Ma tu, a casa tornando, attendi alle tue incombenze,
al telaio e alla rocca, e alle ancelle comanda
di fare il loro lavoro: alla guerra provvederanno
tutti gli uomini, io soprattutto, ché in Ilio nascemmo
. (VI, vv. 490-493)

Eccoci arrivati, dunque, al nodo della questione: Andromaca, per un momento, si era dimenticata di badare ai fatti suoi, di dedicarsi alle attività per cui, in quanto donna, era nata, cioè tessere, filare e, in quanto donna benestante, dare gli ordini alla servitù. Si era intromessa negli affari degli uomini, cioè la guerra, e si era permessa addirittura di consigliare un uomo, il suo uomo, su ciò che doveva o non doveva fare. Ecco dove sta, secondo me, la forza di questa donna: l’aver osato, l’aver tentato, l’essersi lasciata trascinare dai sentimenti pur con la consapevolezza dell’inutilità del suo gesto. Andromaca è davvero unica: non è la lagnosa Elena che, molto ipocritamente, si autocondanna e poi finisce per tirar l’acqua al proprio mulino; non è una dea, come Teti e come tante altre, che può tutto, che sa di poter essere ascoltata, dando dei consigli, di poter minacciare, se necessario, se nessuno le dovesse dar retta. Andromaca è una nullità, in fondo, ma rappresenta il prototipo di moglie e madre di eroi, che dà voce a tutte le donne incapaci di dar sfogo ai propri sentimenti. Se non sarà ascoltata, poco importa; fondamentale è capire che almeno ha avuto il coraggio di parlare e ha costretto il marito a stare a sentire le sue ragioni. Omero la lascia piangente, stretta per l’ultima volta nell’abbraccio coniugale, mentre le ancelle Ettore vivo ancora, piangevano nella sua casa: / pensavano che egli non più tornando dalla battaglia/ sarebbe venuto, sfuggendo alla furia e alle mani dei Danai. (VI, vv. 500-502)

È proprio il caso di dire: intuito femminile! Sappiamo, infatti, che Ettore non ritornerà mai più entro le mura domestiche; affronterà Achille in duello e rimarrà vittima della furia vendicatrice dell’eroe greco, disceso nuovamente sul campo di battaglia per vendicare, appunto, la morte del suo migliore amico, Patroclo, a sua volta ucciso dallo stesso troiano. Il coraggio e il sacrificio di Ettore, però, non salveranno, come ben sappiamo, la città di Troia dalla distruzione. I Troiani, infatti, dovranno fare i conti con un greco non tanto abile con le armi quanto con la mente: Ulisse.

[nell’immagine: “Pianto d’amore” (Ettore e Andromaca) dipinto da Giorgio de Chirico]

29 novembre 2009

ACHILLE: COCCO DI MAMMA

Posted in Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 9:41 pm di marisamoles

L’Eroe, con la “e” maiuscola, dei Greci è senz’altro Achille, un tipo un po’ incazzoso e talvolta lagnoso. Il primo difetto lo conosciamo tutti: infatti Omero nel proemio dell’Iliade scrive: Cantami, o dea, del Pelide Achille l’ira funesta.
Il motivo di questa “ira funesta” è altrettanto noto: il rapimento della di lui schiava Briseide da parte di Agamennone, altro eroe greco. Non mi dilungherò su questo episodio rimandando alla lettura del I libro del poema omerico; vorrei, però, sottolineare che, nonostante Briseide sia una schiava, il fatto di averla perduta per uno stupido capriccio dell’Atride (Agamennone) manda in bestia il nostro eroe. Perché mai? Dal nostro punto di vista una schiava è più o meno una moderna colf; se per un motivo o per un altro ci dovesse lasciare, ci si limiterebbe a pubblicare un annuncio sul giornale per trovarne un’altra. Per Achille, però, Briseide è qualcosa di più che una cameriera, è colei che divide anche il suo letto, perché in guerra mica ci si poteva portare la moglie!

In ogni caso, sulla storia coniugale di Achille non sappiamo molto: a Sciro aveva sposato la figlia del re, Deidamia, e da quell’unione era nato Neottolemo (detto anche Pirro). Legittima consorte a parte, è certo che per lui Briseide è una persona speciale e poi bisogna prendere in considerazione anche l’orgoglio: come, ad Agamennone portano via Criseide, la sua schiava, per restituirla al padre Crise che altrimenti, essendo sacerdote di Apollo, avrebbe scatenato il putiferio e messo ancora più nei guai i Greci già abbastanza inguaiati, e poi lui ha il coraggio di prendersi Briseide gettando Achille nello sconforto! Fatto sta che, vuoi per l’affetto provato nei confronti della schiava, vuoi per l’orgoglio ferito, il Pelide, colto dall’ira, si ritira dalla guerra facendo sprofondare i suoi compagni nella depressione più nera. Infatti, dicono che i Troiani solo alla vista di Achille (ovvero della sua armatura, nota a tutti) se la facessero sotto! Tanto che il caro amico Patroclo in seguito convincerà l’eroe a fargli indossare le sue armi per spaventare un pochino i nemici e poi ci rimetterà le penne immedesimandosi troppo nei panni dell’eroe invincibile. Dopo la morte di Patroclo, che i maligni indicano come un amico molto particolare del Pelide, Achille riuscirà pure ad ottenere la restituzione di Briseide da parte di Agamennone. Quest’ultimo, visto che le cose si mettono male per i Greci, chiederà umilmente scusa all’eroe, forse per un rimorso di coscienza o forse perché è l’unico modo per convincere Achille a riprendere le armi. Non è difficile dar credito alla seconda ipotesi, conoscendo l’arroganza e la presunzione dell’Atride.

Il secondo difetto del Pelide è quello di essere un po’ lagnosetto. Infatti, dopo aver subito il torto da parte di Agamennone, si ritira piangendo sulle rive del mare guardando l’immensa distesa / e molto la cara madre implorava tendendo le mani. (I, vv.350-351)
Ma come, un eroe come lui, di fronte alla prima difficoltà, se ne corre da mammà in lacrime chiedendo aiuto! Beh, forse per capire un po’ meglio come stanno le cose, è opportuno spiegare che tipo di madre è quella di Achille, non certo una qualunque. Ella si chiamava Teti ed era una ninfa del mare. Aveva generato Achille da Peleo, un comune mortale. Appena nato il figlioletto, l’immerse nello Stige, uno dei fiumi infernali, rendendo il suo corpo invulnerabile, eccettuato il tallone per il quale lo reggeva (in onore di Achille, abbiamo tutti un tendine che porta il suo nome). A questo punto mi pare il caso di fare delle considerazioni: noi tutti sappiamo che il tallone non è un punto vitale, a chi non è mai capitato, camminando sulla spiaggia, per esempio, di ferirsi con un pezzetto di conchiglia, un legnetto appuntito, un coccio di vetro abbandonato da qualche incivile? Siamo forse morti? Chi ha avuto la peggio, se l’è cavata con qualche punto di sutura! Vi pare possibile che il nostro Achille sia morto a causa di una freccia che l’ha colpito sul tallone? In effetti, l’uccisore di Achille era un certo Filottete, abile arciere, che doveva avere una mira infallibile e una fortuna sfacciata per riuscire a colpire l’avversario proprio sul tallone durante un combattimento in cui, normalmente, ci si muove con una certa rapidità. Qualcuno, però, per dare un senso a questa vicenda, sostiene che la freccia fosse avvelenata e che nulla si poteva fare per salvarlo dal veleno.

Comunque sia, Teti doveva essere abbastanza tranquilla dopo aver escogitato questo piano per salvare la pelle al figlio e farlo morire di vecchiaia. A sconvolgere i suoi programmi, però, ci pensa un indovino, Calcante, il quale le predice che senza l’intervento del figlio la città di Troia non sarebbe mai stata conquistata dai Greci. Pensate ora se a Teti che la città della Troade capitolasse o meno, gliene poteva importare qualcosa. Dea o non dea, resta sempre una mamma e con uno stratagemma tenta di salvare il figlio da morte sicura: lo nasconde, facendogli indossare abiti muliebri, tra le figlie del re Licomede in Sciro. Onestamente questo espediente può sembrare un po’ patetico e per nulla divino, ma dobbiamo anche metterci nei panni della poveretta: il vaticinio svelava anche che Achille avrebbe avuto una vita breve ma gloriosa se avesse partecipato all’evento bellico (vale a dire, non sarebbe più tornato a casa sano e salvo), altrimenti, rimanendo a Ftia, la sua città, avrebbe goduto di una vita lunga ma senza gloria. Vi pare che sarebbe passato alla storia come eroe se non fosse partito? Ebbene, nonostante il travestimento, che al virile Achille doveva stare un po’ “stretto”, Ulisse, non a caso il più furbo dei Greci, lo scovò e lo condusse nella Troade dove, pare, l’eroe primeggiasse tra i suoi compagni anche perché possedeva due cavalli immortali, Balio e Xanto, che il padre Peleo aveva ricevuto come dono di nozze da Poseidone in persona, suo suocero, e un’armatura magica forgiata appositamente per lui da Efesto. Insomma, il solito privilegiato.

Ma torniamo sulle rive del mare dove Achille piangente si reca per invocare la madre alla quale rivolge queste parole:

Madre, poi che a una vita assai breve mi generasti,
almeno avrebbe dovuto concedermi gloria l’Olimpio,
Zeus altisonante! Ora affatto non m’ha onorato.
Oltraggiato m’ha infatti l’Atride dal vasto dominio,
Agamennone, lui che m’ha tolto e si tiene il mio premio
. (Iliade, I, vv. 352-356)

Vale a dire: “Mamma, visto che sono destinato a morire giovane, quel farabutto di uno Zeus poteva darmi una mano e non lasciarmi offendere da quell’odioso e insolente di un Agamennone che si è pure preso Briseide cui tenevo tanto e che era un premio per le mie vittorie passate”.
Per dire la verità Achille, prima di andare a piangere da mammà, non si era astenuto dal dirne di cotte e di crude al rivale, il quale, però, l’aveva liquidato con poche ma efficaci parole, rinfacciandogli di essere non solo odioso ma anche piantacasini, nonostante fosse raccomandato da Zeus in persona:
Il più odioso mi sei tra i re, pupilli di Zeus,
sempre a te sono care e contese e guerre e battaglie
. (I, vv. 176-177)

Vediamo ora cosa risponde Teti all’appello del figlio:
Figlio, di che piangi? Qual pena nel cuore ti giunse?
Parla, non chiuderla in te, in modo che entrambi sappiamo
. (I, vv. 362-363)
Vi pare che una dea come lei non sapesse già tutto? Infatti il dubbio sfiora anche la mente di Achille che, un po’ stizzito, esordisce dicendo:
Lo sai, perché dire questo a te che tutto già sai? (I, v. 365)
Ma nonostante la legittima osservazione, l’eroe si affretta a descrivere con minuzia di particolari tutta la vicenda che la madre, comunque, già conosce ed il lettore anche: infatti, per non annoiarsi, salta tranquillamente la lettura di questa parte. Finito il riassunto delle puntate precedenti, si arriva alla parte più interessante, cioè la richiesta di un aiuto concreto da parte della genitrice: visto che tempo addietro Teti aveva sventato una congiura a palazzo, sull’Olimpo, Zeus non potrà esimersi dal darle una mano.

A questo punto apro una parentesi che riguarda le beghe di famiglia in quel d’Olimpo. Ora, noi tutti immaginiamo, credo, il mondo degli dei come un luogo tranquillo, in cui la felicità regni sovrana, la forza venga usata solo in casi estremi e tutti vadano d’amore e d’accordo visto che sono dei e come tali onnipotenti. Nulla di più sbagliato: l’Olimpo, infatti, è un’appendice terrena, gli dei, oltre ad essere antropomorfi, possiedono tutti i vizi e le virtù tipicamente umani e nelle famiglie, anche quella “reale”, cioè quella di Zeus, si combina ogni sorta di malvagità, dettate soprattutto dall’invidia.
Fatta questa premessa, si capisce il motivo per cui Achille è così sicuro che Zeus non negherà l’aiuto a sua madre. La “congiura di famiglia” ordita a palazzo era davvero grave anche perché aveva avuto illustri protagonisti: Era, moglie e sorella di Zeus, Poseidone, suo fratello, e Pallade, figlia dell’Olimpio, avevano incatenato l’onnipotente (?) parente per sottrargli il potere, ma Teti prontamente era venuta in suo soccorso chiamando il gigante Briareo, dotato di cento braccia e cinquanta teste, che, manco a dirlo, in quattro e quattr’otto aveva liberato l’illustre prigioniero. Poteva, dunque, Zeus negare alla ninfa il suo aiuto? Come vedete le raccomandazioni e i favori, se non le bustarelle perché pare che sull’Olimpo non girasse il vile denaro, sono mezzi antichissimi per raggiungere uno scopo.
Il bello è che Achille non chiede alla madre un aiuto per sé ma si augura che Zeus interceda per concedere la vittoria ai nemici e questo solo per fare uno sgarbo ad Agamennone, che aveva osato offendere il più forte dei Greci, ovvero il Pelide in persona. A parte l’osservazione un tantino egocentrica, ci mette pure un po’ di ironia, nel discorso, visto che spera che i compagni gioiscano per aver avuto un re folle come quello.

Teti, dunque, congeda il figlio assicurandogli la sua intercessione presso il padre degli dei che, però, era momentaneamente assente:
Zeus infatti all’Oceano tra gli ottimi Etiopi è sceso
Ieri a un banchetto, e con lui andarono tutti gli dei;
nel dodicesimo giorno ritornerà sull’Olimpo
… (I, vv. 423-425)
Quindi attenderà il suo ritorno e poi andrà a pregarlo in ginocchio sperando che l’ascolti.
Al ritorno di Zeus e compagni, Teti di buon mattino si reca sull’Olimpo, dopo essere emersa dai flutti del mare, ed espone al Cronide il suo problema. Certo la proposta della ninfa dovette sembrare un po’ strana, ma ciò che in particolare preoccupava il dio era qualcosa di ben più banale: l’eventualità di un litigio con la moglie Era.
Certo anche così, davanti agli dei immortali
mi biasima sempre, e afferma che aiuto in battaglia i Troiani
. (I, vv. 518-521)
Beh, uno come Zeus, il dio per eccellenza, il più forte di tutti, il più temuto, armato di fulmini e saette, pronto a scagliarli contro chiunque gli stesse solo un pochino antipatico, si preoccupa della reazione della moglie ad una sua eventuale presa di posizione contro i Greci! Eh già, perché Era stava proprio dalla parte degli Achei e voleva che questa guerra la vincessero loro, non quei vili dei Troiani. Non aveva dimenticato, infatti, che quel bifolco di Paride non le aveva assegnato la mela d’oro, che valeva più o meno come il titolo di Miss Olimpo, preferendole quella rovinafamiglie di Afrodite.

Manco a dirlo, i timori del Cronide si rivelano più che fondati, dato che non appena la moglie lo vede, sente puzza d’imbroglio. Sentite un po’ come gli si rivolge:
Chi tra gli dei ha tramato con te, mente ingannevole?
Sempre ti è caro, andandotene lontano da me,
pensare in segreto e decidere, e mai
a me osi dire che cosa hai pensato
. (I, vv. 540-543)
Davvero un bel caratterino, questa Era! Non le si può nascondere niente, nemmeno da parte di uno come Zeus che non è certo l’ultimo dei pivelli. È inutile, da parte del dio, ogni tentativo di schernirsi, perché la moglie, sempre più acida, gli rivela di essere a conoscenza del suo incontro con Teti (aveva i suoi informatori) e della trama ordita insieme alla ninfa a danno degli Achei. Di fronte alla disarmante consorte, che può fare il nostro Zeus se non gettare la spugna ed ammettere la ragione della moglie? Lo fa, però, con un po’ di stizza, come ogni marito colto in fallo:
Ardita, sempre vai macchinando qualcosa, mai ti posso sfuggire! (I, v. 561)
Il rimprovero di Era, però, non lo intimorisce più che tanto e, dopo aver rammentato di essere, nonostante tutto, il padre e padrone di tutti gli dei, le ricorda che è lui a portare i pantaloni in famiglia, e se non sta zitta ed ubbidisce ai suoi voleri, sono botte! State a sentire cosa le dice:
Stattene seduta in silenzio ed obbedisci alle mie parole,
non ti potranno aiutare gli dei, quanti ce ne sono sull’Olimpo,
se mi avvicino a te, se ti metto addosso le mani tremende
! (I, vv. 565-567)
Era sarà pure una rompiscatole ed un’impertinente, ma di fronte alle minacce non può far altro che calare le orecchie ed arrendersi:
Atterrita ne fu la veneranda Era, sguardo profondo,
ma in silenzio stette, piegando il suo cuore
. (I, vv. 568-569)
Vorrei un attimo attirare la vostra attenzione sull’epiteto attribuito alla dea che il traduttore, molto bonariamente, ha reso con una formula un po’ eufemistica. Infatti, in greco hoopis letteralmente significa “dagli occhi bovini”: lascio a voi ogni possibile considerazione.

Il passo appena analizzato ci fa, insomma, un po’ riflettere sui rapporti che si instauravano tra gli dei e, in particolare, tra marito e moglie divini. Da parte sua Zeus, pur ottenendo alla fine ciò che vuole, cioè che la moglie non interferisca nei suoi piani e lo lasci fare come meglio crede, dapprincipio si pone almeno il problema della possibile reazione della consorte, evidenziando una debolezza che un dio di certo non dovrebbe avere. L’acida moglie, al contrario, tira fuori gli artigli e se non può vincere con la forza, almeno tenta con le parole, taglienti più di qualsiasi lancia. Alla fine deve cedere, è vero, ma di fronte alla volontà dell’Olimpio tutti sono costretti a capitolare!

Insomma, nonostante la lite tra i due divini coniugi, alla fine Teti la spunta: esaudisce il desiderio di un figlio che ha ancora ben poco da vivere. E chi la può biasimare. Certo questa Teti doveva stare un po’ antipatica alle colleghe (si dice fosse bellissima) e la reazione di Era ne è la prova. Perché mai invidiarla, visto che passava la sua vita sul fondo del mare, era monogama, non si concedeva svaghi, come la Sirenetta di Andersen che ogni tanto si faceva un giretto sulla terraferma, e inoltre aveva già la certezza di perdere un figlio in giovane età? C’è da dire che Era stessa l’aveva allevata, ma siccome su di lei, oltre che Apollo, aveva messo gli occhi anche l’incontenibile Zeus, certo la cosa alla consorte del Cronide non era andata giù. Da parte loro, i due divini contendenti rinunciano alla ninfa non appena vengono a conoscenza, attraverso il solito vaticinio, che se si fosse unita ad un dio, avrebbe generato un figlio che da adulto avrebbe spodestato il padre. Evitata la poveretta come la peste, le rifilano come sposo il povero, si fa per dire, Peleo, sovrano di Ftia, che nulla ha da temere visto che un altro oracolo aveva predetto la morte di Achille in guerra.
Insomma, tanto umani, questi dei, da essere così superstiziosi! Sempre a dar retta ad oracoli e indovini, rovinandosi l’esistenza! Almeno noi ci affidiamo agli innocui oroscopi che leggiamo un po’ distrattamente sui giornali, senza dare loro più importanza di quanta in realtà meritino.

[nella foto: statua di Achille a Corfù, Grecia]

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