TUTTI “PAZZI” PER LE NOZZE TRA LUCA ZINGARETTI E LUISA RANIERI … ANCHE LA GIORNALISTA


Non so quale interesse possa suscitare il matrimonio, definito “dell’anno” – poveri noi! -, tra l’attrice Luisa Ranieri e il Montalbano della tv, Luca Zingaretti. Io stessa, pur apprezzando il simpatico attore e la bella attrice, non avrei mai scritto questo post se non mi fossi imbattuta in un articolo in cui dei due neosposi si dice che “convogliano a nozze“. Allibita, pensando ad un refuso, sono andata a vedere il video cui l’articolo rimandava e anche lì la giornalista, presumibilmente l’autrice del pezzo, ripeteva che i due attori “convogliano a nozze”.

Ora, credo che tutti sappiano che il modo di dire è “convolare a nozze” e che il verbo “convogliare” ha tutt’altro significato. Posso supporre che nell’euforia di annunciare le nozze dell’anno, la giornalista sia impazzita di gioia, tanto più che Zingaretti e la Ranieri hanno scelto di sposarsi in Sicilia, proprio dove si gira la serie di Montalbano, e il sito su cui è apparso l’articolo è e20sicilia.tv.

Non vorrei sembrare una prof in vacanza che, avendo finito di correggere i temi dei propri allievi, se ne va in giro per il web a caccia di errori di ortografia o svarioni folkloristici, ma nello stesso video, parlando della location, proprio come si trattasse di un “ciak si gira” e non di nozze vere, il castello di Donnafugata utilizzato anche come set di Montalbano, lo si definisce maniere quando in realtà la parola esatta è maniero. E nell’elencare gli invitati al matrimonio, il regista de “La meglio gioventù”, è diventato Marco Tullio Giordano anziché Giordana.

Insomma, capisco tutto, l’euforia e il piacere di avere come ospiti in Sicilia due attori del calibro di Zingaretti e Ranieri, ma rileggere i testi sarebbe chiedere troppo?

NON SOLO IL FRIULANO A SCUOLA, ANCHE IL SICILIANO

Ho già dedicato un post all’insegnamento del Friulano a scuola (LINK) e ho già espresso le mie perplessità, soprattutto in considerazione del fatto che, per attuare il progetto, la Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia ha stanziato ben 2 milioni e 650 mila euro. Una somma che, a mio modesto parere, sarebbe più utile per far fronte ad interventi ben più urgenti sugli edifici, nel rispetto delle norme di sicurezza che in molte scuole vengono disattese per mancanza di fondi.

Ho più volte affrontato l’argomento “dialetto” (qui ma anche con i miei studenti in classe), sottolineando che tutti i “dialetti” (l’etimologia della parola rimanda al semplice concetto di “conversazione“) sono lingue, presenti in tutto il territorio italiano nelle varietà regionali che, a loro volta, comprendono microlingue locali. Mi spiego: in ogni regione, a seconda dei luoghi, il “dialetto” può variare e di fatto non esiste un’unica parlata regionale. Ne consegue che, perché tra due persone possa aver luogo una comunicazione, che prevede la comprensione da parte di entrambi del messaggio, è indispensabile che il codice linguistico sia comune. In Italia l’unico codice linguistico comune è la lingua nazionale, l’italiano, il che non esclude che i parlanti che condividono lo stesso codice possano capirsi benissimo esprimendosi in una lingua diversa da quella veicolare comune, ovvero nei “dialetti” locali, anch’essi lingue a tutti gli effetti.

Una lingua, inoltre, è tale nel momento in cui diventa espressione di una cultura e possiede delle testimonianze scritte, letterarie o meno. Ne consegue che il friulano è sì una lingua, ma non ha maggiore dignità linguistica rispetto alle altre lingue, comunemente chiamate “dialetti”, che si parlano altrove nella penisola e nelle isole italiane.

Detto questo, anche per prevenire qualsiasi critica che, sulla base di tali presupposti, sarebbe del tutto priva di fondamento, leggo su Tuttoscuola.com che anche in Sicilia la commissione Cultura dell’Assemblea regionale ha approvato il disegno di legge che prevede l’insegnamento della cultura siciliana nelle scuole di ogni ordine e grado. Stando alla notizia diffusa dalla rivista specializzata, si tratterebbe, tuttavia, di insegnare la “cultura”, non la lingua. Ma leggendo il commento del promotore dell’iniziativa, Nicola D’Agostino, dell’Mpa, il progetto prevede anche l’insegnamento della lingua siciliana: Si tratta di un grande risultato, perché sancisce, nell’ambito di applicazione delle leggi nazionali, l’autonomia scolastica locale prevedendo l’insegnamento del siciliano nelle nostre scuole. Un passo avanti verso il recupero della nostra tradizione culturale.

Di diverso parere l’assessore regionale per l’Istruzione e la Formazione professionale della Sicilia, Mario Centorrino che specifica: il modulo D’Agostino non riguarda, se non all’interno di una narrazione più complessa, l’insegnamento del dialetto, ma piuttosto quello della storia della Sicilia, della sua letteratura, della sua lingua. Inoltre sarà presto integrato dalla proposta di altri moduli didattici così da completare il ‘pacchetto’ affidato dalla legge Moratti sull’autonomia della Regione.

Nell’articolo non si parla dei fondi stanziati per l’attuazione del progetto, tuttavia delle perplessità vengono espresse da autorevoli siciliani. Vincenzo Consolo vede in questa iniziativa una bella regressione sulla scia dei ‘lumbard’, prendendo la palla al balzo per far polemica. Per Andrea Camilleri, noto romanziere giallo, è deleterio legiferare l’obbligatorietà del dialetto. Non c’è da stupirsi: il suo commissario Salvo Montalbano entra puntualmente ogni anno, o quasi, nelle case di tutti gli Italiani indottrinandoci sulla parlata sicula che, onestamente, non tutti riescono a comprendere. Tuttavia, stando ai dati Auditel (l’ultima puntata della nuova serie, andata in onda lunedì scorso, ha registrato più di 9 milioni di telespettatori), il commissario piace, eccome.

Cosa significano, dunque, le parole di Camilleri? Che sarebbe scontato che anche a scuola i giovani siculi imparassero la loro lingua, senza che alcuna legge lo imponga. D’altra parte, Montalbano docet.

ADOZIONI: L’AMORE NON HA COLORE


È incredibile ma il razzismo rischia di entrare anche nelle case dei bimbi adottivi. C’era bisogno del parere espresso dalla Cassazione, riunita di fronte alle Sezioni Unite, per stabilire che gli aspiranti genitori adottivi non possono esprimere delle preferenze sul colore della pelle e sull’etnia dei bambini che vogliono adottare.

La notizia, riportata dal quotidiano La Stampa , fa riferimento alla vicenda di due coniugi siciliani che, nella domanda di adozione, si era dichiarata disponibile ad adottare fino a due bambini, di età non superiore ai 5 anni senza distinzione di sesso e religione ma non disponibile ad accogliere bambini di pelle scura o diversa da quella tipica europea o in condizione di ritardo evolutivo. Il Tribunale dei Minori di Catania aveva accettato la richiesta, giudicando evidentemente legittime le motivazioni. Di tutt’altro parere l’associazione “Amici dei bambini”, il cui presidente, Marco Griffini, ha presentato un esposto giudicando il decreto del tribunale come una palese discriminazione su base razziale nei confronti di minori di colore e di etnia straniera a quelle presenti in Europa.

L’Aibi, e in particolare il movimento dei genitori adottivi, ritiene che la dichiarazione “mercantile” delle coppie, come quella catanese, avallata dalla decisione del Tribunale, contrasta con il principio del migliore interesse del minore e rivela semplicemente una mancanza di requisiti necessari negli aspiranti genitori, posto che il minore che la coppia si affretta ad accogliere presenterà certamente alcune problematiche in più rispetto ad un minore che ha subito meno traumi.
Ora si attende la decisione delle Sezioni Unite civili, che non avrà ripercussioni sul caso di Catania, ma stabilirà soltanto un orientamento giurisprudenziale.

Che dire? Ritengo che i genitori adottivi abbiano una motivazione per certi versi ancor più forte delle coppie fortunate che possono mettere al mondo dei figli e per questo dovrebbero spalancare la porta di casa ai bambini soli e abbandonati, donando loro tutto l’amore possibile indipendentemente dal colore della pelle, dall’etnia o dagli handicap psicofisici. L’amore non ha colore né etnia e parla una lingua universale che non s’impara ma nasce dal cuore. Evidentemente, però, qualcuno crede che adottare un bambino sia come andare al supermercato dove si può scegliere il prodotto migliore e approfittare dell’offerta più conveniente.

Cosa c’è di più bello dell’immagine dei bimbi della pubblicità “United colour of Benetton”? C’è bisogno di un mondo migliore perché diventi realtà. Per ora è un manifesto sbiadito che qualcuno forse tiene ancora appeso al muro.