PASQUETTA: ORIGINI E SIGNIFICATO DELLA FESTA


In realtà la giornata di Pasquetta viene ricordata dalla Chiesa come Lunedì dell’Angelo o anche Lunedì in Albis o, secondo il calendario liturgico, lunedì dell’Ottava di Pasqua. Fin dal dopoguerra è una giornata festiva, un po’ come lo è santo Stefano, il 26 dicembre, con l’intento forse di allungare di un po’ le feste pasquali.

Il termine Pasquetta ha origine popolare e per tradizione questa è una giornata in cui si sta all’aria aperta, dedicata a pic nic e spensieratezza, meglio se in compagnia, naturalmente. Il fatto che si chiami anche Lunedì dell’Angelo in realtà deriva da una errata interpretazione di questo passo dal Vangelo di Marco (16, 1-8a):

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore.

Passato il sabato dovrebbe far capire chiaramente che il giorno in cui le tre donne si recarono al sepolcro di Gesù, incontrando l’angelo che rivelò loro la resurrezione di Cristo, era la domenica. Tuttavia, quando poi si legge il primo giorno della settimana si è portati a far riferimento alla giornata di lunedì, che appunto dà inizio alla settimana. Non dimentichiamo, però, che il testo del Nuovo Testamento si inserisce nel contesto ebraico che considera il sabato come giornata di festa e, di conseguenza, la settimana inizia con la domenica. Seguendo lo stesso ragionamento, per gli Arabi musulmani, che considerano il venerdì la giornata festiva, la settimana inizia dal sabato.

Convenzionalmente, svincolandosi dalle religioni, in Europa la settimana inizia dal lunedì, mentre nel Nord America il primo giorno è la domenica e nei paesi arabi è sempre il sabato.

Il termine Pasquetta ormai ha sostituito la vera denominazione di questa giornata che nemmeno per la Chiesa è di precetto. Ciò non toglie che qualcuno preferisca ricordare il significato religioso di questa giornata festiva. Nel 1991 l’allora Papa Giovanni Paolo II in un discorso tenuto il 1 aprile ci tenne a precisare:

Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”. È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale.

Un proverbio italiano dice: «La notte di Pasquetta, parla il chiù con la civetta», per indicare che in questa occasione la pace della Pasqua coinvolge tutti, anche uccelli diversi tra di loro (il chiù è il nome con cui è conosciuto l’assiolo, dal suo verso, e a esso è dedicata anche una poesia di Giovanni Pascoli).

[fonti: blog.graphe.it, wikipedia.org, curiositaeperche.it immagine da questo sito]

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LIBRI: “GIUDA” di AMOS OZ

“I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale”. (Amos Oz)

L’AUTORE
ozAmos Oz è nato a Gerusalemme il 4 maggio 1939. Oltre ad essere autore di romanzi e saggi, Oz è giornalista e docente di letteratura alla Università Ben Gurion del Negev, a Be’er Sheva. Sin dal 1967 è un autorevole sostenitore della “soluzione dei due stati” del conflitto arabo-israeliano. Nel 2008 ha ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Anversa. Nel 2007 ha vinto il premio “Premio Príncipe de Asturias de las Letras” e il premio Fondazione Carical Grinzane per la cultura mediterranea. Nel 2008 ha ricevuto il premio Dan David, nello stesso anno ha vinto anche il Premio Internazionale Primo Levi.

Nel suo romanzo autobiografico Una storia di amore e di tenebra, Oz ha raccontato, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei feddayn, la vita nei kibbutz. Dopo il suicidio della madre, avvenuto quando lo scrittore aveva appena dodici anni, inizia un contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica, e decide di entrare nel kibbutz Hulda, dove viene adottato dalla famiglia Huldai. Amos cambia anche il cognome originario “Klausner” in “Oz”, che in ebraico significa “forza”.

Oz, che ha studiato filosofia e letteratura ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme, inizia giovanissimo a scrivere. Oltre ai suoi romanzi, l’autore pubblica regolarmente saggi di politica, di letteratura e sulla pace. Scrive per il giornale laburista israeliano Davar, soppresso negli anni Novanta e di seguito inizia la collaborazione con il quotidiano Yedioth Ahronoth. Autore di pubblicazioni in inglese, ha collaborato anche con il New York Review of Books.

Numerosissimi i romanzi pubblicati da Oz, in Italia tutti per Feltrinelli. Ricordiamo: Michael mio (1968), Una pace perfetta (1982), La scatola nera (1987), Conoscere una donna (1989), Una storia di amore e di tenebra (2003), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Una pantera in cantina (2010). L’ultimo romanzo pubblicato è Altrove, forse del 2015.
Giuda è uscito nel 2014, riedito nell’Universale Economica di Feltrinelli (cui mi riferisco nelle citazioni) nel 2016. [fonte Wikipedia]

giuda oz

IL ROMANZO
La storia è ambientata in Israele tra la fine del 1959 e i primi mesi del 1960. Protagonista è Shemuel Asch, un giovane studente che vive a Gerusalemme dopo aver lasciato la casa di famiglia ad Haifa. A causa di un improvviso dissesto economico che colpisce il padre, co-proprietario di una piccola ditta che ha appena perso una causa con l’ex socio, il giovane decide di abbandonare gli studi universitari (mentre sta scrivendo la tesi di dottorato su Gesù visto in prospettiva ebraica) e cercarsi un lavoro, senza lasciare Gerusalemme.
Lo sconforto di Shemuel è aggravato dalla fine della relazione con Yardena che l’aveva lasciato per sposare un ex fidanzato. Questa serie di vicissitudini porta il giovane a isolarsi: decide, quindi, di abbandonare anche il gruppo di amici che frequentavano il Circolo per il Rinnovamento socialista, tra i quali ha origine un conflitto per divergenza di opinioni.

In breve il ragazzo trova il lavoro che gli serve in vicolo Rav Albaz numero 17. Si tratta dell’ultima casa in fondo alla strada che sul momento al protagonista non fa una buona impressione:

Quanto alla casa, a Shemuel Asch sembrò lì per lì una mezza cantina, più bassa del piano stradale, come sprofondata nella terra greve del pendio fin quasi alle finestre. A guardarla dal vicolo, pareva un uomo tozzo e largo di spalle che con un cappello scuro in testa cercava in ginocchio nel fango qualcosa che aveva perso. (pp. 26-27 dell’edizione citata)

Il luogo è abitato da un uomo vecchio e deforme, che si muove stentatamente con l’ausilio delle stampelle e passa la maggior parte del giorno (e della notte, dato che soffre d’insonnia) nella biblioteca di casa, e da una giovane donna sui quarantanni, misteriosa e allo stesso tempo affascinante (infatti Shemuel ne è subito attratto, nonostante la differenza di età), che si scoprirà essere la nuora del vecchio.

In realtà la casa non appartiene all’invalido Gershom Wald ma alla donna: Atalia Abrabanel aveva sposato il figlio di Wald, Micah, morto nel 1948 durante il conflitto arabo-israeliano, e pur essendosi trattato di un matrimonio di breve durata, aveva deciso di ospitare in casa sua il suocero.
Nell’abitazione per un periodo gli abitanti avevano convissuto anche con il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel, già leader dell’Agenzia Ebraica che era stato rimosso da ogni incarico per divergenze di opinione con Ben Gurion che, convinto sionista, fu primo ministro dello Stato di Israele dal 1948 al 1954.

La vita di Shemuel in casa Abrabanel scorre tranquilla. Le giornate appaiono abbastanza monotone, scandite da gesti che si ripetono sempre uguali: la colazione al mattino, a volte in compagnia di Atalia, il tempo libero passato a bighellonare e talvolta occupato nelle sue ricerche o nella stesura della tesi di dottorato che non abbandona mai, anche se sa che forse non gli servirà, il pranzo in una tavola calda ungherese in via King George, dove ordina sempre il tipico goulash e la composta di frutta. Il lavoro lo tiene occupato solo qualche ora, da metà pomeriggio fino all’ora di cena, anche se nel tempo l’orario si rivelerà piuttosto elastico. In breve, il compito affidato al giovane Asch è di fare compagnia al vecchio Wald, chiacchierando ma perlopiù ascoltando i suoi lunghi discorsi sulla sorte di Israele, con l’unico obbligo di servirgli la cena, una pappina preparata dalla vicina di casa Sarah De Toledo, che spesso costituisce anche la sua cena, accontentandosi degli avanzi.

Il compenso è scarso ma gli viene offerto gratuitamente un alloggio: si tratta della mansarda della casa.

La sua mansarda era bassa e accogliente, una specie di tana invernale. Era un locale bislungo con il soffitto spiovente come teli di una tenda. L’unica finestra dava sul davanti della casa, verso il muro del giardino e il sipario di cipressi che c’era oltre, il giardino lastricato e l’ombra della vite e del vecchio fico. […]
La finestra era profonda perché i muri della casa erano molto spessi. Shemuel aveva preso la sua coperta pesante e l’aveva messa sul davanzale per farsi una specie di sedile: era bello rifugiarsi lì ogni tanto per una mezz’ora, anche un’ora, a guardare il giardino deserto. […]
Il letto di Shemuel si trovava fra l’angolo con il bricco per il caffè e il gabinetto con la doccia, separati da una tenda. Accanto al letto c’erano un tavolo, una sedia e una lampada, e di fronte una stufa e uno scaffale… (ibidem, pp. 58-59)

Nel breve periodo della sua permanenza in casa Abrabanel, Shemuel si affeziona sinceramente al vecchio Wald che si rivela molto meno burbero di quanto potesse apparire all’inizio, anzi, diventa un valido interlocutore che pian piano si apre a confidenze riguardo alla vita privata e alle idee personali sulla questione palestinese. Ghersom ritiene che in Terra di Israele non sarà possibile avere la pace e che sia un’utopia anche solo pensare che due popoli così diversi possano arrivare ad una convivenza civile senza scontri. Ciò lo distanzia dalle convinzioni del consuocero Abrabanel:

«La distanza era troppo grande,» disse Gershom Wald sorridendo mestamente sotto i baffi, «lui era rimasto arroccato sulle sue posizioni, sosteneva che era impossibile realizzare il sionismo nello scontro con gli arabi, mentre io, alla fine degli anni quaranta, avevo capito che non lo si poteva realizzare senza questo scontro.» (ibidem, pag. 223)

Un altro argomento di discussione che sembra interessare il vecchio riguarda la tesi del giovane Shemuel su Gesù visto in prospettiva ebraica. Nello studio portato avanti dall’ex studente, la questione viene affrontata sulla base del ruolo di Giuda che, secondo la teoria esposta nei vangeli gnostici, non avrebbe tradito Cristo ma sarebbe stato costretto dallo stesso Gesù a consegnarlo alle autorità. D’altronde, Giuda era ricco di famiglia e la ricompensa dei trenta denari costituiva una somma decisamente esigua, non tale da giustificare il “tradimento”. L’unica colpa dell’Iscariota, secondo le ricerche fatte da Shemuel, consisterebbe nel non aver capito che Gesù da quella croce non sarebbe sceso sulle sue gambe, vivo e vegeto, facendosi beffe di tutti. Prende forma, dunque, dalla trattazione dell’argomento, di cui il giovane a lungo discute con Wald, un concetto tutto nuovo di “tradimento”, in contrasto con quello portato avanti dalla tradizione cristiana.

I rapporti con Atalia sono, invece, molto altalenanti. A volte sembra che la donna lo eviti, altre lo invita a trascorrere la serata assieme, alimentando nel giovane ex universitario la speranza che fra i due possa nascere un’amicizia sincera o forse un sentimento più forte.

Ripensò ai capelli lunghi di Atalia che le ricadevano sulla spalla sinistra sopra il vestito ricamato. Al suo passo che aveva un che di melodioso, come una danza repressa, come se i fianchi fossero più animati di lei. Una donna decisa, piena di segreti, che ogni tanto è scostante con te e ti tratta con una dose di curiosità fredda, una donna che ti domina costantemente, che ti guarda sempre con un lieve sarcasmo frammisto forse a qualche scheggia di pietà. E quella pietà te la tieni stretta al cuore come se per lei tu fossi un cagnolino abbandonato. (ibidem, pag. 125)

Ma il vecchio Wald lo mette in guardia: stessa sorte era capitata anche ai giovani che l’avevano preceduto, i quali avevano svolto il medesimo compito, e alla fine tutti se n’erano andati perché la sola Atalia ha in mano le pedine e detta le regole del gioco.

Dopo un infortunio del giovane e un periodo di riposo in cui è accudito amorevolmente dalla donna, ma sempre senza alcuna possibilità di scelta, con l’arrivo del primo tepore primaverile le cose cambiano. Anche per Shemuel, come per gli altri, è giunta l’ora di andare?

***

Giuda è un romanzo avvincente, non tanto, e non solo, per la trama, quanto per lo scenario che apre davanti agli occhi del lettore, tutt’altro che scontato e banale. Della storia di Israele crediamo di sapere tutto, fa parte della cosiddetta attualità, con il suo passato e il suo presente, l’abbiamo studiata a scuola e ne leggiamo spesso le cronache sui quotidiani. Eppure – almeno questa è stata la mia impressione – la conosciamo poco nelle sue sfaccettature. Un po’ come studiare la storia sul Bignami e non su un testo monografico.
Amos Oz è perfettamente calato nelle vicende storiche del suo Paese, le ha vissute dall’interno di un kibbutz, per poi uscirne e arrivare a Gerusalemme, la città Santa, nelle vesti di studente prima e docente universitario poi. Pochi potrebbero parlarne meglio di lui, fosse anche dalle pagine di un romanzo dove, nella mescolanza tra fantasia e realtà, emerge una pagina di storia, con tutte le sue contraddizioni, su cui ancora non è stata scritta la parola fine, come una fiaba in cui la lotta fra il bene e male ancora non si è si conclusa con il canonico “e vissero felici e contenti”.
La particolarità di questo romanzo è, a mio modesto avviso, l’intersezione tra storia ed esegesi biblica, o per meglio dire evangelica, anche se non propriamente ortodossa, che vengono perfettamente amalgamate in una trama narrativa non scontata, dove il mistero sui protagonisti viene dipanato un po’ per volta.

Un romanzo, per essere onesti, di non facile lettura. In primo luogo per lo stile un po’ rétro, anche nelle scelte lessicali (viene ripetuto più volte, per esempio, il verbo concionare, ma questo “difetto” potrebbe essere imputato alla traduttrice) che comunque sono molto curate, e per l’alternanza tra racconto in terza e prima persona senza dei confini narrativi ben definiti. Come se narratore esterno ed interno convivessero, confondendo però un po’ i ruoli. Oz usa volentieri il discorso indiretto libero (che i veristi utilizzavano per avvicinare il linguaggio alle capacità di espressione dei personaggi, ma questo non è certamente il caso del romanzo in questione) e a volte il flusso di coscienza che consiste nel riportare per iscritto i pensieri dei personaggi così come affiorano alla mente. Espedienti, questi, che potrebbero essere scelti proprio per rendere la narrazione più “vera”, ma non ho letto altre opere di Oz quindi non so se costituiscono una caratteristica stilistica dello scrittore.

Un’altra particolarità, che potrebbe non essere apprezzata da tutti, è la presenza di tante descrizioni, anche molto efficaci (ne sono esempio i passi riportati, scelti proprio per questo), sia dell’ambiente sia dei personaggi, che a volte si ripetono nel corso dello svolgimento della trama. Questa peculiarità era tipica del romanzo ottocentesco, in particolare del periodo del Naturalismo francese, e serviva in un certo senso a comprendere meglio i personaggi e le loro scelte a volte condizionate dall’ambiente in cui si muovevano. Il soffermarsi su certi dettagli fisici o relativi all’abbigliamento, ad esempio, oppure sulle caratteristiche dei luoghi, dal punto di vista narrativo provoca, però, un rallentamento del ritmo del racconto.
Anche le digressioni in cui l’attenzione si sposta sulla storia di Israele o sulla figura di Gesù visto in prospettiva ebraica, interrompendo lo svolgersi della trama, per lo stesso motivo potrebbero risultare noiose o pesanti. Secondo me, invece, nel momento in cui Oz si sofferma a trattare questi argomenti, lo fa in modo così affascinante che il lettore mette da parte la curiosità di sapere come le vicende di Shemuel proseguiranno, per concentrare la sua attenzione su ciò che di certo non è scontato né prevedibile.

GLI APOSTOLI DI FRANCESCO

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Il Giovedì Santo ricorda l’ultima cena che Gesù fece con i dodici apostoli. La Chiesa in questa giornata celebra una Messa speciale che ripropone, in particolare, la lavanda dei piedi che Gesù fece ai suoi fedeli compagni, e anche a chi di lì a poco l’avrebbe tradito.

Papa Francesco, con la “stravaganza” (dal latino extra che significa “fuori” e vagare, nel senso di “vagare al di fuori” dei canoni e delle convenzioni) ha deciso di celebrare la Messa in Coena Domini alle porte di Roma – ed è primo Papa a farlo – nel «Centro di accoglienza per richiedenti asilo» (C.a.r.a) di Castelnuovo di Porto, a Nord della capitale.
Per la lavanda dei piedi sono stati scelti undici profughi – tre musulmani, tre copte, un indù, cinque cattolici – più un’operatrice del Centro che accoglie 892 migranti e 114 operatori della cooperativa sociale Auxilium.

La maggior parte dei migranti ospiti del Centro sono musulmani. Molti, tra cui anche donne velate, assistono alla Messa in religioso silenzio, commossi dalle parole del Pontefice. Pontifex in latino significa “costruttore di ponti” ed è un ponte, tra uomini e donne appartenenti a diverse religioni e culture, che Francesco intende costruire.

«Quando faccio lo stesso gesto di Gesù, lavare i piedi a voi dodici, tutti noi stiamo facendo il gesto della fratellanza e tutti noi diciamo: siamo diversi, siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni ma siamo fratelli e volgiamo vivere in pace. E questo è il gesto che io faccio con voi: ognuno di noi ha una storia addosso, tante croci, tanto dolore, ma anche un cuore aperto che vuole la fratellanza. Ognuno nella sua lingua religiosa prega il Signore perché questa fratellanza si contagi nel mondo, perché non ci siano le trenta monete per uccidere il fratello, perché ci sia sempre la fratellanza e la bontà. Così sia».

Queste le parole di Papa Bergoglio durante il rito.

Giuda è ancora fra noi e si è moltiplicato. La differenza è che il Giuda moderno è colui che uccide con le proprie mani e sacrifica la sua vita in nome di un Dio che non può volere lo spargimento di sangue, l’odio tra gli uomini che semina vittime innocenti. E non s’impicca per il rimorso, non si pente. Si immola sperando in chissà quale ricompensa.

Ho scritto questo post anche per ricordare le vittime innocenti dell’ultimo attentato di Bruxelles. Prego per loro ma anche per le giovani vite spezzate da un tragico destino che le ha strappate agli affetti e a un avvenire che immaginavano ricco di soddisfazioni. Le ragazze dell’Erasmus, morte in un incidente in Spagna. Stanno facendo ritorno a casa, dentro una bara che voglio sperare non significhi il “nulla eterno” ma qualcosa che continua, in modo diverso, anche se non so quale.

Proprio oggi è tornata a casa Elisa Valent, una mia corregionale. Un lacrima per la sua pace.

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[immagine sotto il titolo da questo sito; foto di Elisa da udinetoday.it]

1 FEBBRAIO: GIORNATA MONDIALE DEL VELO ISLAMICO. TESTIMONIANZE PRO E CONTRO

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Oggi è il 1 febbraio e nel mondo musulmano si celebra il «World Hijab Day», la giornata mondiale del velo islamico. In questa occasione, come pare, le donne rivendicano il diritto ad indossare il velo islamico senza essere perseguitate né discriminate.

Personalmente, come ho spesso scritto in questo blog, credo che la libertà individuale debba essere rispettata e non giudicata. Sempre che venga rispettata la Legge.

Anni fa, a commento di un post che riguardava la difesa del crocifisso, è arrivata la testimonianza di Hajar che voglio ripubblicare in parte (con qualche lieve modifica formale) in occasione di questo evento.
Riporto di seguito un brano tratto dal libro di LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005.
Due visioni diametralmente opposte. Voi da che parte state?

BUONA LETTURA.

Mi chiamo Hajar, sono una ragazza di 21 anni e vivo in italia da più di 15 anni. Qui ho frequentato tutte le scuole, mi sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non perché qualcuno mi abbia obbligata, anzi, mio marito non voleva neanche che io lo mettessi. Ma ho indossato il burqa perché è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante.
Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i concittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente. […]

Questa, invece, è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto, sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?
(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

[IMMAGINE DA QUESTO SITO]

RICORDANDO HINA (CHE OGGI AVREBBE 30 ANNI)

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Hina era una bella ragazza, amava la vita e, come tante sue coetanee, amava un ragazzo e voleva vivere questo amore alla luce del sole. Ma Hina non era una ragazza come le altre: pakistana d’origine, fu uccisa dal padre perché, si disse, vestiva all’occidentale ed era andata a convivere con il suo uomo. Un peccato che suo padre, di religione musulmana, non poté tollerare.

Hina fu uccisa, a vent’anni, dal padre Mohammed l’11 agosto del 2006. Fu sgozzata e seppellita con la testa rivolta alla Mecca.

Oggi, come allora, la madre difende il marito:

«All’inizio ce l’avevo con il mondo intero, con la vita. Pensavo: perché sta succedendo tutto questo? Perché proprio a me e alla mia famiglia? Poi ho capito. Era tutto già scritto, il destino aveva già deciso per Hina, per mio marito, per me. E allora ho trovato la pace che cercavo. Vivere senza Hina sarà per sempre il mio più grande dolore, ma Mohammed era e resta l’uomo della mia vita. È giusto che paghi per quel che ha fatto però io l’ho perdonato e non lo abbandonerò mai».

Leggendo l’articolo pubblicato sul blog del Corriere.it la 27Ora ho provato a capire. Immedesimarsi non si può, certe cose bisogna provarle. Ma anche sforzandomi con l’immaginazione non riesco a comprendere questa donna.

Al di là di qualsiasi fede religiosa, credo sia impossibile perdonare un’atrocità come questa.

NATALE E’ SEMPRE NATALE

E’ un Natale speciale questo che sta arrivando. Sempre sperando che sia speciale comunque e sempre per i Cristiani. Ma quello del duemilaquindici è comunque destinato a rimanere nella Storia.

Papa Francesco, come ormai tutti sanno, ha indetto, a partire dallo scorso 8 dicembre, l’Anno Santo della Misericordia. Un Giubileo straordinario, sia perché “cade” senza rispettare la cadenza usuale – almeno quella stabilita in tempi relativamente recenti – dei venticinque anni, sia perché intitolato alla Misericordia che, pur senza la maiuscola di rito, dovrebbe essere un sentimento che accomuna tutti gli esseri umani, cristiani e non.

Una parola trasversale, la misericordia. Stando all’etimologia, deriva dal latino misericordia, che a sua volta trova la radice nell’aggettivo misericors, in cui distinguiamo il tema del verbo miserere, “aver pietà”, e cor, “cuore”.

Misericordia, quindi, ha a che fare con il cuore e il cuore significa vita, poiché batte nel petto di tutti gli esseri viventi. Poi sta a noi farne buon uso e manifestare ai propri simili quell’empatia che ci accomuna in quanto tutti dotati di quel battito vitale. O almeno così dovrebbe.

Cinque anni fa ho scritto un post dal titolo lungimirante: Si può dire Buon Natale?.
Oggi più che mai, di fronte a dirigenti scolastici che vietano le feste di Natale e i canti tradizionali, specialmente nelle scuole frequentate dai più piccoli, la domanda è lecita. Ma la risposta, la mia risposta, è sempre quella: sì, si può augurare buon Natale, senza vergogna e senza pensare all’eventualità che questo augurio possa offendere qualcuno.

Di certo non offenderà nessuno dotato di un minimo di intelligenza, se non proprio elasticità mentale.
Ne sono prova le cronache di questi giorni, in cui persone che professano altre religioni, stanno dimostrando non tolleranza, spesso falsa, come quella esibita da zelanti dirigenti scolastici, ma condivisione. Misericordia, insomma.
Ma anche intelligenza, come la ragazza musulmana che ha accettato di buon grado di interpretare la figura di Maria nel presepe vivente allestito nella sua città.

Per festeggiare il Natale non si deve essere per forza cristiani. Pensiamola, dunque, come una festa in cui si celebra la nascita di un bambino. Riflettiamo sul drastico calo delle nascite nei paesi più evoluti, una situazione dettata da molti fattori, non ultima la crisi economica che ci ha colpiti negli ultimi anni, per cui mettere al mondo un figlio sembra essere un lusso. Davvero lo è, se vogliamo essere sinceri. Ma a volte l’amore può fugare i dubbi, allontanare le esitazioni. Pensiamo alla povera capanna che ha ospitato il piccolo Gesù e ai sacrifici che i suoi genitori hanno dovuto affrontare, i disagi, le persecuzioni che hanno interessato i primi anni di vita del bambinello. Pensiamo alla forza e al coraggio di quei genitori che senza dubbio, almeno per chi crede, furono dettati dalla Fede. Ma senza Amore, al di là di qualsiasi fede, non avviene nessun “miracolo”.

Consideriamo, quindi, il Natale come la festa della Famiglia, perché ogni famiglia è sacra a prescindere. Fermiamoci a riflettere ai tanti bambini vittime delle guerre e delle persecuzioni, che muoiono annegati durante i viaggi della speranza. Pensiamo a quelli che perdono i genitori, nelle stesse condizioni avverse.
Consideriamo le famiglie “spezzate”, quelle in cui i bambini sono trattati come pacchi postali, destinati a cambiare casa seguendo l’asettica sentenza di un giudice, o sballottati da un luogo all’altro come meglio fa comodo ai genitori.
Riteniamoci fortunati ad essere genitori, pur dovendo attraversare molte difficoltà. Non guardiamo al prato del vicino che ha l’erba più verde; guardiamo l’arida terra che accoglie i meno fortunati.

Usiamo un po’ di misericordia, non solo quando festeggiamo il Natale ma anche in tutti i momenti della vita.

E se questo mio vi sarà sembrato più un sermone che un post natalizio, PERDONATEMI!

Auguro a TUTTI, abbracciandovi forte, un

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AUGURI A TUTTI CON “IL VECCHIO NATALE”, POESIA DI MARINO MORETTI

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E’ sempre più difficile augurare Buon Natale. Ormai le recite dei bimbi alla scuola dell’infanzia e primaria sono bandite. I presepi non hanno miglior sorte dei crocefissi: negli edifici scolastici non c’è posto per loro. Pure la messa di Natale è vietata (in questo caso, però, sono d’accordo sulla scelta operata dal Dirigente Scolastico in questione).

Ricordo l’imbarazzo dei miei genitori di fronte al medico di famiglia che era di origine ebraica. Eppure augurare Buon Natale ad una persona che professa un’altra religione non dovrebbe essere sconveniente. I miei avevano scelto un’alternativa “politicamente corretta”, come si usa dire oggi: per non offenderlo, gli mandavano un dono augurandogli buon anno.

Questa festa in occidente è molto sentita e poco importa se ci si crede o meno. In fondo, è come un compleanno, un giorno in cui fare festa. A chi di noi non è mai capitato di essere invitato ad una festa di compleanno pur detestando cordialmente il festeggiato? Eppure ci siamo andati, in nome della buona educazione e della riconoscenza, ci siamo divertiti, abbiamo mangiato, bevuto, giocato … e così si fa a Natale.

Una cosa che non ho mai davvero apprezzato sono i regali natalizi. Li ho sempre sentiti un obbligo, mentre preferisco fare un regalo anche senza un’occasione speciale, solo per far sentire alla persona che lo riceve il mio affetto. Però devo ammettere che Babbo Natale, almeno per i bambini (sempre che ci credano ancora), ha il suo fascino e costituisce una tradizione che non si può ignorare. C’è qualcuno convinto che questo grosso babbo con la barba bianca e vestito di rosso stoni con la festività religiosa, e invece la sua figura è una rielaborazione laica del vecchio vescovo di Myra, San Nicola (o San Nicolò), tant’è vero che in America il nostro babbo viene chiamato Santa Klaus, nome che deriva direttamente da quello del santo.
Non dimentichiamo, inoltre, che l’usanza di scambiarsi i regali a Natale deriva proprio dall’evento religioso: infatti ognuno, secondo le proprie possibilità, portò dei doni al bambino Gesù.

Proprio ricordando il vecchio babbo dalla barba bianca che porta qualcosa a tutti, vi regalo una bella poesia di Marino Moretti dedicata al Vecchio Natale.

divisorio natale

marinomorettiMarino Moretti è un poeta molto trascurato, specialmente dai curatori dei manuali scolastici. Un poeta di serie B, parrebbe, eppure fa parte della corrente crepuscolare e fu grande amico di Palazzeschi. La poesia del poeta di Cesenatico è molto semplice, i suoi versi hanno perlopiù un carattere discorsivo e nascono dall’osservazione delle cose semplici della vita di tutti i giorni. Secondo me, Moretti è uno dei poeti che meglio incarna quel fanciullino pascoliano che porta il poeta a descrivere il suo mondo con lo stupore e l’ingenuità tipica dell’età infantile.
Chiaro esempio dello stile morettiano è anche la poesia “Il vecchio Natale” che dedico a tutti i lettori:

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d’ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti…

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!

RIVOLGO A TUTTI UN AFFETTUOSO AUGURIO DI

Buona natale babbo

[immagine Babbo Natale da questo sito; divisorio da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]