LA SCELTA CORAGGIOSA DI ROBERTA SARDOZ: “IO E PIERO MARRAZZO SIAMO ANCORA UNA FAMIGLIA”

roberta serdozNella triste vicenda di trans, ricatti e video compromettenti che come una valanga ha travolto l’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, il vero atto di forza l’ha fatto sua moglie. Giornalista del TG3, donna emancipata come la definisce in una lettera al Corriere della Sera l’avvocato Giulia Bongiorno, avrebbe potuto fare una scelta diversa. Anzi, le voci all’indomani del fattaccio sembravano propendere per il suo allontanamento da casa. E invece la moglie di Marrazzo, Roberta Serdoz, ha deciso di rimanere al suo fianco. Un’amica della coppia racconta al Corriere come la coraggiosa Roberta non se la sia sentita di abbandonare il marito in difficoltà. Lo stress psicofisico, diagnosticato a Marrazzo dai medici del Policlinico Gemelli, imporrebbe una terapia psicologica, forse lunga. Ma, secondo l’amica, il terapeuta Piero ce l’ha già in casa: Roberta per lui, da sempre, è la migliore terapeuta che possa esistere, con la sua capacità di parlare, di ridere, di riflettere. Forse, più in là, si prenderanno anche una vacanza. Per stare vicini, per ritrovarsi. Ma è presto per fare programmi, questi sono solo i giorni del dolore e della fatica di andare avanti.

Già, “ritrovarsi” è la cosa che conta di più. Perché non può essere diversamente: Roberta e Piero si erano persi, forse per il troppo lavoro, forse per quella inevitabile “noia” che mina le coppie collaudate, insieme da anni. Forse la gioia di essere una coppia era scemata insieme alla passione che, come gli stessi scienziati affermano, ha vita breve e ha bisogno ogni tanto di una scintilla che la riaccenda. Nel male più che nel bene forse, come coppia, i due avevano bisogno proprio di questa scintilla.
Da donna mi chiedo che cosa possa aver condotto un uomo apparentemente rigoroso, come Marrazzo, tra le braccia di un transessuale. Non capisco quali emozioni andasse cercando, forse perché sono una donna sposata e il solo pensiero che mio marito possa rimanere invischiato in tal genere di rapporti, inaccettabili a livello morale se una moralità esiste nelle persone “per bene”, mi fa rabbrividire. Qualche sera fa a Matrix un transessuale intervistato ha dichiarato, con una certa sicumera, che gli uomini cercano in loro quello che le donne italiane non sanno offrire, prese come sono dal loro essere “per bene” e magari anche un po’ bigotte. Mi sono chiesta dove volesse andare a parare con quel discorso una persona che non è né uomo né donna e come tale non potrebbe nemmeno capire cosa le donne, italiane e non, possano chiedere e offrire ai loro uomini. No, non c’è giustificazione che tenga. Al limite, scusate se sono schietta, se sono proprio le donne italiane a non soddisfare i loro compagni, perché allora quest’ultimi non vanno con le prostitute ma si rifugiano in rapporti così ambigui? Perché pare che siano molti gli uomini “per bene” e apparentemente ineccepibili quanto a moralità che frequentano i transessuali. Allora, evidentemente, c’è qualcosa che non va non nelle donne ma nella società stessa che ha permesso che certe relazioni fossero messe in piazza cosicché, anche quelli che non avrebbero mai concepito di avere dei rapporti con i trans, si sono quasi convinti che a provare una volta non si abbia nulla da perdere, tanto per vedere “l’effetto che fa”. Poi, magari, ci hanno preso gusto e dagli incontri sporadici si arriva presto ad una vera dipendenza, senza nemmeno rendersene conto.

Tornando a Roberta, mi hanno toccato profondamente le parole dell’avvocato Giulia Bongiorno scritte nella lettera al Corriere. Della giornalista, moglie tradita e donna coraggiosa che non si è lasciata schiacciare da questo macigno che le è piovuto addosso da un giorno all’altro, dice:

In questa insolita scelta di forza, Roberta Serdoz rivela un’attitudine che abita le donne, sebbene spesso rimanga nascosta: sapere quando è il momento di prendere in mano la situazione. Essere all’altezza, in un attimo. Dopo essersi adattate, magari per anni, a ruoli anonimi, dimessi, defilati, ma preparandosi silenziosamente ad assumere un ruolo diverso, senza smettere mai di coltivare la capacità di diventare artefici del destino proprio e altrui. Una marcia in più che appartiene alle donne, quasi ontologicamente.

Ebbene sì, è proprio vero: le donne hanno quella marcia in più che le porta a reagire alle situazioni critiche in modo quasi eroico. È vero che, di fronte alla debolezza del marito, ormai distrutto fisicamente e moralmente, la forza dimostrata da Roberta è l’unico mezzo che potrà, forse, risolvere i problemi tra di loro. Perché se è vero che la reazione più immediata sarebbe potuta essere la rabbia, la pietà e l’amore, in situazioni come queste, hanno senz’altro l’effetto migliore. La rabbia offusca la mente e porta ad atteggiamenti irrazionali, il dolore schiaccia psicologicamente le persone e non permette alcuna reazione. La moglie di Marrazzo, come osserva la stessa Bongiorno, ha scelto la terza via: superare il disorientamento iniziale, non lasciarsi trascinare dall’ira né opprimere dal dolore e dal risentimento. Se così avesse fatto, avrebbe lasciato da solo un uomo in difficoltà, un uomo a pezzi, come lo stesso Marrazzo si è definito, distrutto e pentito. E se qualcuno obiettasse che siamo di fronte alle solite lacrime di coccodrillo, potrei anche ammettere le sue ragioni ma, evidentemente, la signora Marrazzo ha agito seguendo la voce del cuore: ha deciso di non abbandonare la nave che affonda, cercando di prenderne il comando. Questo è la metafora con cui si conclude la lettera dell’avvocato Bongiorno e ritengo sia l’immagine più bella che potesse trovare per definire il coraggio di una donna che, una volta ancora, non può essere definita “sesso debole”.

RAZZISTA CHI LEGGE?

cartellone negro lesbica

Stamattina, mentre fumavo una sigaretta in un angolino del cortile “di servizio” della mia scuola, luogo solitario in cui mi sono autoesiliata -non si fa che parlare di dare il buon esempio! Poi i ragazzi fumano più di me ma questo non ha importanza-, la mia attenzione è stata attirata da un cartellone pubblicitario. Prima di tutto ho riconosciuto la donna ripresa nell’immagine fotografica: ho scoperto dopo, grazie a internet che toglie ogni curiosità, o quasi, che si tratta di una deputata del Pd, Anna Paola Concia, la cui faccia mi era nota poiché l’altra sera era ospite a Matrix su Canale 5 e ha stressato parecchio sottolineando, ad ogni pie’ sospinto, che l’articolo corretto da anteporre a “transessuale” è “la” e non “il”. La puntata, manco a dirlo, era dedicata alla triste vicenda di Piero Marrazzo, quindi non potevano mancare i riferimenti ai transessuali (alle transessuali, per far contenta la Concia). Che fosse un tipo strano, l’onorevole Concia, l’avevo capito; che fosse omosessuale avrei potuto anche intuirlo ma, vista l’ora tarda, la mia perspicacia, che anche in condizioni normali scarseggia, era del tutto annullata dal sonno che incombeva inesorabile su di me, ormai sfinita dalle consuete diciannove ore di attività.

Tornando al cartellone, accanto alla gentile signora era ben visibile un uomo di colore che ho poi scoperto essere, sempre grazie all’insostituibile Google, anche lui un deputato, tale Jean Leonard Touadì. Il testo del messaggio recita: CI CHIAMI SPORCO NEGRO E LESBICA SCHIFOSA, MA TI OFFENDI SE TI CHIAMANO ITALIANO MAFIOSO.
La campagna pubblicitaria è curata dall’ARCI che mette in guardia il lettore con parole minacciose: “IL RAZZISMO È UN BOOMERANG. PRIMA O POI TI RITORNA”.

Ora non vorrei fare la moralista dicendo che un tale cartellone non dovrebbe trovarsi ben in vista in prossimità di una scuola (e pazienza la mia che è un liceo, ma ce n’è uno un po’ più in là proprio di fronte ad una scuola elementare); quello che mi sconvolge, essendo stata costretta a leggere il testo, che mi si rimproveri di essere razzista e omofoba. Non solo, che si creda che io possa offendermi se qualcuno mi chiama “italiana mafiosa”. Prima di tutto, sono dell’idea che ogni uomo/donna abbia pari dignità, a prescindere dal colore della pelle, dalla cultura, religione, lingua, provenienza geografica o tendenze sessuali. Poi, anche se le mie origini sono meridionali, non ho nessun legame di parentela con famiglie mafiose o camorriste che dir si voglia. Io non offendo nessuno, purché nessuno offenda me. Se poi il razzismo è un boomerang, allora il suo effetto non mi sfiora nemmeno, perché razzista non sono.

A questo punto qualcuno potrà obiettare che i cartelli pubblicitari sono nelle strade bene in vista, alla portata di tutti –anzi, sarebbe meglio dire all’occhiata …- e che il messaggio non è rivolto al singolo. Certamente. Ma se un cartello mi invita a mangiare una deliziosa crema spalmabile di cui non sono consumatrice perché il mio colesterolo, già alto, andrebbe alle stelle, sarò libera di scegliere se acquistare quel prodotto o no, ma nessuno mi minaccerà mai, attraverso il messaggio stesso, che se non cederò alle lusinghe di quel bel barattolone mi accadrà qualcosa di male.
Ragion per cui, credo che quella di cui sto parlando non sia una pubblicità, sia un monito. E dà per scontato che chiunque legga sia razzista, così come chiunque veda la crema spalmata su una deliziosa fetta di pane fragrante, sia un consumatore. Ma mentre il consumatore del prodotto è considerato solo potenziale, e infatti si invita qualcuno ad acquistarlo, i due onorevoli, tra l’altro nudi, non mi invitano a non essere razzista, bensì danno per scontato che io lo sia e che sia enormemente infastidita dal fatto che qualcuno mi chiami mafiosa, cosa che nella mia vita non è mai accaduto proprio perché non lo sono, né nei fatti né potenzialmente.

Sarò un po’ rompina, ma questo tipo di pubblicità mi sembra alquanto sconveniente, basandosi solo su delle illazioni. Ma sul sito dell’onorevole Concia, le motivazioni che hanno indotto a questa campagna sono tutt’altre:

pensando a quanto ci assomigliamo noi due, lui nero e io lesbica, e quanto si assomiglia lo sguardo degli altri su di noi, ho concluso che il razzismo non ha solo a che fare con la razza. E’ l’atteggiamento di chi ragiona solo per classifiche. Di chi si sente sempre in serie A, e decide che quelli che non gli somigliano dovrebbero giocare in serie B, a prescindere da quanto valgono.
E’ un atteggiamento di immensa presunzione: ma purtroppo, il razzismo non guarda in faccia nessuno, neanche i presuntuosi. Il razzismo, i miei amici pubblicitari l’hanno pensato proprio come un boomerang, perché se lo fai partire, prima o poi torna al mittente.
[…] Quando un italiano, convinto di giocare a pieno diritto in serie A (in quanto maschio, bianco, eterosessuale, benestante, occidentale, cristiano) si sente dare del mafioso all’estero, ecco che si sente vittima. E soffre. E si agita. Ritiene di essere oggetto di razzismo. Non si accorge che è vittima dello stesso criterio che ha finora applicato, sul lavoro, in metropolitana, pensando di avere più diritto a sedersi degli altri esotici passeggeri. Il boomerang che ha lanciato è cioè tornato al mittente.

Certo, il ragionamento non fa una piega ma, come si suol dire, non è bene fare di tutta l’erba un fascio. Perché adottare uno strumento così provocatorio per sottolineare un concetto tanto semplice e facilmente comprensibile? Ogni uomo e donna hanno pari dignità. L’intolleranza è una cosa abietta e chi la esercita su persone che ritiene inferiori, non ha la capacità di pensare. Ma che all’estero noi tutti passiamo per mafiosi solo perché abitiamo in Italia, è solo un luogo comune che non ha troppe conferme, per fortuna. Almeno, non è mai capitato che qualcuno usasse questo appellativo riferendosi a me. Forse perché ho incontrato persone straniere ma intelligenti. Quelli che non capiscono, invece, che il razzismo e l’omofobia sono un’assurdità, nel momento in cui si trovano davanti a un cartellone cui campeggiano i corpi nudi dei due onorevoli, si fanno una risata e passano avanti con la stessa indifferenza di prima, sempre che non deturpino i cartelli o ci sputino sopra. D’altra parte, chi mai andrebbe a deturpare la pubblicità della crema spalmabile?

Leggo su internet che la campagna pubblicitaria risale al giugno scorso, io però ho visto i cartelloni solo oggi. Ora, io so che qui arriva tutto in ritardo –soprattutto la moda- ma forse c’è un’altra spiegazione a questa “rispolverata” pubblicitaria: non è che l’ARCI abbia diffuso nuovamente tale pubblicità proprio ora che è uscito lo scandalo di Marrazzo e dei suoi incontri intimi con un (una, per accontentare la Concia) transessuale? Il sospetto è legittimo, mi pare. Ma se così fosse, sarebbe un tentativo un po’ patetico di legittimare un comportamento moralmente non condivisibile, facendo leva sulla coscienza di ognuno di noi: se condanni il povero Marrazzo, sei intollerante. Non vorrai mica comportanti in modo così spregevole?