LIBRI: “NON SUPERARE LE DOSI CONSIGLIATE” di COSTANZA RIZZACASA D’ORSOGNA

L’AUTRICE
Costanza Rizzacasa d’Orsogna è una giornalista e scrittrice. Laureata in scrittura creativa alla Columbia University di New York, attualmente scrive sul Corriere della Sera e sul supplemento culturale La Lettura. Da qualche tempo tiene la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7. Nel 2018 ha pubblicato la favola Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda), in corso di traduzione in vari Paesi. Non superare le dosi consigliate (Guanda, 2020) è il suo primo romanzo.

IL LIBRO

Matilde è una bambina di 8 anni che cresce a pane e Dulcolax. Il pane e i suoi derivati sono la cosa che ama di più mangiare, ne è ghiottissima. Il Dulcolax, che è un lassativo, lo trova direttamente a tavola, pronto per l’uso a destra del piatto, accanto al bicchiere. All’inizio solo due compresse, presto diventeranno un blister. (pag. 11 dell’edizione citata).

Anche sua madre, che è bellissima e magrissima, prende il Dulcolax. Ne sgrana dei blister interi in bocca, mangia quello che vuole poi va a vomitare. Ma mentre la mamma è magra, Matilde è una bambina grassa e non capisce quale sia il legame tra una bambina grassa e i lassativi, visto che con lei non funzionano.

Non superare le dosi consigliate è la storia di Matilde nelle varie fasi della sua vita fino all’età adulta, finché a 45 anni decide che qualcosa deve cambiare nella sua esistenza, che la grassezza impone dei limiti, personali, professionali e sociali, e che deve dimagrire. Così Matilde “guarisce” – dice proprio così, parla della sua “guarigione” non del suo dimagrimento – da sola, perché si può mentire agli altri ma non a se stessi. E poi è difficile farsi aiutare, soprattutto quando si parla di binging (o binge eating che consiste nelle abbuffate incontrollate) o purging disorder (l’assunzione di lassativi e diuretici allo scopo di dimagrire), disturbi che esistono, di cui però si parla troppo poco e non rientrano nelle classiche “categorie”. Cosa vuoi dire a una persona grassa? “Mangia meno”. Come se fosse facile.

Matilde non è stata sempre grassa. Crescendo è stata magra, anche magrissima, pur non vedendosi mai tale. “C’è un peso che non si può perdere, anche quando l’hai perso tutto”, questa è la grande verità.

È un peso che rimane nella mente, nei ricordi di una bambina grassa che la mamma affettuosamente chiamava “la mia cretina”:

«Ho sempre temuto d’essere cretina, tanto che quando a volte sbotto se mi sottovalutano, perché mi sottovalutano tutti, specie da quando sono grassa, esclamo: “Non sono mica la povera cretina”. A tre anni, invece, quel “cretina” era ancora dolcissimo. A tre anni, mamma mi voleva bene.» (pag 35)

Quello che non si perde mai è il peso di sentirsi sempre fuori posto, mai abbastanza apprezzata, mai ricca come altre bambine che non indossano gli abiti acquistati al mercato. È il peso dei difficili rapporti familiari, soprattutto con il padre che, dopo la scomparsa della madre di Matilde, inizia un’altra relazione che lei non approva.

E non si perde mai nemmeno il peso dei fallimenti in amore, quando ci si butta tra le braccia di uno e l’altro per dimostrare a se stesse di essere desiderabili e belle. Il peso di un amore sbagliato che dura sette anni, per un uomo che non vale nulla, eppure in difetto ancora una volta si sente lei, Matilde.

«Ti osservano e ti giudicano sempre, quelli come lui, e tu ti senti inferiore e vai a cercarli. I predatori scelgono così le loro vittima.» (pag. 166)

Nella sua vita Matilde ha sempre desiderato essere come la madre, bella e magra. A 18 anni ci riesce a perdere peso. Ma non è mai abbastanza.

«Poi non so cosa accadde a diciott’anni, a me sembrava andasse così bene. Finalmente ero la figlia che desideravano, il pane non m’interessava più. Anzi, non mangiare era diventata una sfida. Quanto poco puoi arrivare a pesare? Mamma alla mia età era 47 chili, io dovevo fare meglio, tanto più che non ero alta come lei.»

Un rapporto con la madre che porta la protagonista a emularla, non sempre con i risultati sperati. Matilde è spinta quasi a idealizzarla, nella sua bellezza e magrezza, anche se di fronte agli occhi ha una donna che, con il passare del tempo, vede appassire come un fiore, minata da una malattia che allora non aveva ancora un nome.

«Ci son voluti anni per capire che troppo magra non vuol dire bella, forse non l’ho ancora capito. Che mamma non era così bella come io la facevo, come lei si piccava di essere, ora lo so, senza crederci mai. Povera mamma. Non lo era perché dopo una vita di quella bulimia a cui nessuno osava dare un nome aveva la pelle che cadeva, precocemente raggrinzita, gli occhi infossati e stanchi.» (pag. 41)

La mamma di Matilde era molto colta, una scrittrice che però non aveva potuto inseguire il suo sogno a causa della nascita di due figli (la protagonista e il fratello Leo). Non voleva deluderla e l’unico modo per dimostrarle che sua figlia era intelligente e capace, una figlia di cui essere orgogliosi, era cercare il successo negli studi.

La giovane Matilde, ormai magra e senza più il complesso della grassezza ma con un altro “peso” addosso da cui non riesce a liberarsi mai, decide di frequentare l’università oltreoceano. È il periodo più ricco di soddisfazioni, un periodo di lontananza e assenza, un tempo che non potrà mai essere recuperato: la morte della madre la coglie distante e impreparata. Troppo presto e con ancora il “non detto” da sciogliere.

«Wednesday, March 18, 1998 – 9:44 am
From: Mamma
Subject: R:

SEI ESATTAMENTE LA FIGLIA CHE VOLEVO AVERE.

Proprio così, in stampatello, in una mail che conservo, non so cosa darei per ricordare a che proposito lo scrisse, che c’era scritto prima.»

Di fronte alle parole che legge nella mail Matilde è incredula: dalla mamma non ha mai ricevuto complimenti così. Nella risposta viene rassicurata, sua madre le scrive in un modo che solo a una persona MOLTO intelligente e colta può capire … una persona con una viva intelligenza e una grande sensibilità.

«E una delle cose più belle che mi ha scritto […] Finalmente eravamo complici di nuovo, e io le mandavo i miei articoli prima di pubblicarli, così che li leggesse e in caso correggesse, cosa che non fece mai. Finalmente era tornato tutto come prima, come quando avevo tre anni. Io sarei diventata una grande giornalista, anche per lei che non c’era riuscita, e avremmo avuto tutto il tempo.

Finché non si ammalò e la persi di nuovo.» (pag. 73)

Da adulta Matilde ricomincia a prendere peso, l’ago della bilancia arriva a segnare 130 chili, quasi 131. Tutto diventa difficile e la clausura forzata sembra l’unica soluzione. Non ha voglia di sentire su di sé gli sguardi di disapprovazione, perché se una donna è anoressica viene guardata con commiserazione ma se è obesa, tutti si sentono in diritto di dare “consigli” non richiesti. Sei grassa? Che ci vuole? Mettiti a dieta. E così arriva il momento in cui la barista ti rivolge uno sguardo pieno di biasimo se ordini un croissant, la vicina di casa, con ben poca discrezione, tiene d’occhio l’ampiezza dei tuoi fianchi, i tuoi familiari ti convincono che la chirurgia bariatrica sia la soluzione, costi quel che costi, e nel negozio plus-size le commesse ti rassicurano che un abito della misura giusta ti cambierà la vita.

«Quando pesi 130 chili non è solo il tuo corpo che è distorto, ma anche la tua testa. È nella testa che inizia quel lasciarsi andare, quel negare l’evidenza. Soprattutto non hai voglia. Tutto ti fa paura, uscire di casa è una crisi di panico…» (pag. 191)

Poi arriva il giorno in cui sembra che quell’incubo possa finire, che una dieta salverà Matilde oppure forse la trascinerà in un altro vortice di insicurezze, incomprensioni, di fragilità contro cui il grasso talvolta rappresenta la corazza. Un po’ come la lumaca con la sua casetta, e il grasso è la casetta. (pag. 239)

Matilde perde 40 chili, ma sa che la sua lotta con il peso non è finita:

«Sono tornata dall’inferno, è vero, ma c’è ancora moltissima strada, e non è detto che arriverò fino in fondo. Perché anche se lo perdi, il peso ritorna, è una lotta costante, e se non lo riprendi continuerai comunque a vederti obesa.»

***

Non superare le dosi consigliate è un libro duro, difficile, crudo nella sua disarmante verità. È un romanzo, ci tiene a precisare Costanza Rizzacasa d’Orsogna.
In un’intervista pubblicata sulla Gazzetta del Sud, l’autrice dice:

«Non è un’autobiografia, ho scritto un romanzo e non un memoir perché ho pensato che spersonalizzando, creando un personaggio che fosse un alter ego non sarebbe stato possibile liquidare la cosa come “la storia di Costanza”. Matilde ha molte cose in comune con me ma non coincide con me: tutti possono immedesimarsi, la sua può diventare una storia di tutti. I disturbi alimentari, l’insicurezza sul corpo riguardano tantissime persone. Ho voluto scrivere un libro sul dolore, sulle persone che non hanno amore ma lo desiderano. Che hanno un vuoto riempito dal cibo. Io volevo far vedere il dolore di coloro che combattono con questi mostri dei disturbi alimentari».

Potremmo dire, quindi, che questo romanzo, nel quale tra le righe si legge l’esperienza di vita dell’autrice, sia una finestra aperta sui disturbi alimentari. Un argomento che è sempre molto difficile trattare, a meno che non si parli di anoressia e bulimia. Ma i disturbi alimentari sono tanti e non riguardano solo le persone magre e magrissime. L’obesità non è un capriccio, non è noncuranza. Dietro i chili di troppo c’è tanto dolore, c’è una psiche minata da vari complessi che hanno un’origine antica, profonda, e che accompagnano per tutta la vita le persone che ne soffrono. Anche quando i chili di troppo diventano un ricordo lontano, il dolore non scompare.

Sarebbe semplicistico dire che le persone grasse sono indifferenti nei confronti del loro corpo, non se ne curano, se lo fanno piacere così com’è. Ma ciò non corrisponde a verità e il romanzo di Costanza ha il pregio di far capire che chi lotta tutta la vita con la bilancia non ha solo un problema di peso. Non è solo questione di corpo ma anche di anima. E spesso accade che l’anima sia malata molto più del corpo.

Non superare le dosi consigliate ha un altro pregio: l’aperta denuncia contro il fat shaming o body shaming che, con il contributo dei social, sta minacciando sempre più le persone che non sono perfette, non corrispondono all’ideale di bellezza e magrezza che gli standard ci vogliono imporre. La perfezione non esiste, ha gridato fino alle lacrime l’attrice e conduttrice Vanessa Incontrada dal palco della trasmissione di Rai 1 “Vent’anni che siamo italiani” lo scorso dicembre. Lo ha fatto perché bersagliata dagli hater in quanto negli ultimi anni il suo fisico si è un po’ appesantito, nonostante lei sia bellissima.

Nel libro di Costanza leggiamo dei commenti sgradevoli che vengono rivolti agli obesi. Non solo, leggiamo delle molestie che una ragazza grassa deve subire solo perché è grassa, con il risultato di una catastrofica distruzione dell’autostima, se la persona in questione non è abbastanza forte da sopportare e non ha la volontà di reagire. I social hanno ingigantito tutto questo, i cosiddetti hater ci sguazzano perché hanno bersagli facili.

Verso la fine del romanzo l’autrice racconta che Matilde sui profili social inizialmente aveva nascosto il suo “problema”, aveva postato la foto di quindici anni prima, quando era più giovane e magra. Poi a poco a poco ha capito che non c’è davvero nulla di cui vergognarsi, non c’è proprio niente da nascondere. Così Costanza ha iniziato a tenere la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7 che ha ottenuto subito un grandissimo successo perché mette in piazza tutto ciò che fino a poco tempo fa era un tabù, qualcosa su cui stendere un velo pietoso perché certi disturbi alimentari non meritano attenzione. Finalmente qualcuno parla apertamente di ciò che per troppo tempo è passato sotto silenzio… e poi questo romanzo che ha certamente degli spunti autobiografici ma rimane un romanzo e tra Matilde e Costanza c’è una differenza, come la stessa autrice sottolinea in un’intervista rilasciata a Vanity Fair:

«Io sono un’attivista e Matilde non lo è. Io ho scritto un manifesto e Matilde non l’ha fatto. Io ho una rubrica e Matilde non ce l’ha»

Un libro da leggere perché scritto bene e perché lascia molto spazio alla riflessione. Nessuno potrà rimanere indifferente di fronte ai disturbi alimentari, specialmente il binge eating, di cui si parla troppo poco, dopo averlo letto.

[immagine da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: IL CIOCCOLATO NON FA INGRASSARE

mangiare cioccolata
Lo ammetto: questa per me è una buonissima notizia, forse non proprio culturalmente alta, diciamo anche un po’ frivola. Ma volete mettere il senso di colpa che dobbiamo superare ogni volta che facciamo sciogliere in bocca un misero quadratino di cioccolata? La notizia che il cioccolato non fa ingrassare diventa socialmente utile. Una società più felice, che vive con ottimismo e si consola con la serotonina, nel caso debba affrontare qualche difficoltà, potrebbe anche essere più produttiva. Con i tempi che corrono, la cioccolata potrebbe sconfiggere la crisi mondiale. O no??

Secondo alcuni ricercatori della facoltà di Medicina e della facoltà di Attività fisica e Scienze dello sport dell’Università di Granada (Spagna), che hanno pubblicato i risultati dei loro studi sulla rivista Nutrition, non solo il cioccolato non farebbe ingrassare ma avrebbe anche molte proprietà salutari, come “un importante effetto antiossidante, effetti antitrombotici, anti-infiammatori e anti-ipertensivi”, inoltre, aiuterebbe “a prevenire le malattie ischemiche del cuore”.

Il team spagnolo ha dimostrato che il maggior consumo di cioccolato è associato a più bassi livelli di grassi totali (il grasso depositato su tutto il corpo) e grasso centrale (quello addominale), a prescindere dal fatto che l’individuo svolga o meno una regolare attività fisica, dalla dieta seguita o dall’età più o meno adulta.
Secondo una prima ipotesi degli scienziati, l’effetto potrebbe essere in parte dovuto all’influenza delle catechine (gruppo di sostanze antiossidanti appartenenti alla categoria dei flavonoidi) sulla produzione di cortisolo e sulla sensibilità all’insulina, entrambi gli ormoni legati strettamente a sovrappeso e obesità.

Lo studio è stato condotto su 1.458 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 17 anni partecipanti a uno studio finanziato dall’Unione Europea, denominato HELENA (Healthy Lifestyle in Europe by Nutrition in Adolescence), che monitora l’obesità e il sovrappeso.

I risultati dei ricercatori di Granada sono confortati da quelli ottenuti da un’altra equipe, questa volta californiana,la quale ha scoperto che il consumo di questa sostanza è associato ad un indice di massa corporea più bassa.

Che altro dire se non BUON CIOCCOLATO A TUTTI?

A proposito, voi quale cioccolato preferite?
Io quello con le nocciole intere e rigorosamente al latte.

[link della fonte; immagine da questo sito]

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A DIETA CON ALLEGRIA

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non si è messo a dieta! Credo che la linea sia un po’ la fissazione di tutti. Forse ne sono un po’ più sensibili le donne che gli uomini, ma i chili di troppo, confessiamolo, non fanno piacere a nessuno. Ovviamente sto parlando di quelle persone che non si piacciono se in sovrappeso. Ciò non esclude che ce ne siano molte che convivono benissimo con un po’ di ciccia e se la portano appresso con gran disinvoltura. Tuttavia, non si possono ignorare i rischi per la salute che il sovrappeso e l’obesità comportano. Quindi, avessi un serio problema di peso, e non solo la maniacale voglia di perfezione che si scatena ogni qualvolta si vedono donne magre e belle che dichiarano di non rinunciare alla buona tavola –ma chi ci crede?- sentirei la dieta come un’esigenza e avrei ben pochi motivi per stare allegra.

Ma poi, “dieta” che vuol dire? Etimologicamente parlando, deriva dal latino e significa semplicemente “regime di vita”. Ma il vocabolo è usato quasi esclusivamente per indicare un “regime alimentare controllato”, mentre, a rigore, dovrebbe rimandare alla scelta oculata di un corretto ed equilibrato regime alimentare.
Quante volte in un anno si decide di mettersi a dieta? Tantissime, pare. E tutte le volte si pensa che per smaltire i chili si debba soffrire, fare sacrifici enormi, tali da rendere la vita anche un po’ più triste. E già, perché se si è a dieta, basta uscire con un’amica per bere un caffè, rigorosamente senza zucchero, per diventare tristi vedendo quanta gente si strafoga di cioccolata densa con panna e fette di torta. Ma la tristezza deriva solo dal confronto con gli altri? Pare di no.
Sul Corriere online oggi è stata pubblicata una videointervista ad Andrea Ghiselli, nutrizionista dell’INRAN (Istituto Nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione) di Roma. L’intervistatore, Luigi Ripamonti, chiede al dott. Ghiselli cosa provochi tanta tristezza nelle persone a dieta. La risposta è che spesso la dieta viene vista come punitiva e soprattutto non ci si affida a degli specialisti, come andrebbe fatto, che sanno consigliare un regime alimentare controllato ma senza troppe rinunce.

I punti focali, riguardo alla tristezza provocata dalla dieta sono:
1. la dieta “fai da te” rischia di essere monotona e povera
2. uno dei maggior ostacoli al successo è l’abbandono per scoraggiamento
3. la dieta non deve essere una punizione ma uno stile di vita
4. la varietà della dieta e la personalizzazione sono gli antidoti alla tristezza alimentare

Ma a qualsiasi dieta si deve abbinare un po’ di esercizio fisico che, come sottolinea l’intervistatore, producendo endorfine provoca allegria. Questo in teoria, perché in pratica a me l’esercizio fisico, specie se fatto in palestra, produce un’infinita stanchezza e una fame esagerata, tanto vale mangiare di meno, accontentarsi dell’umore medio –né euforico né triste- e fare a meno della palestra. Ovviamente sto parlando di me, perché so perfettamente che ad alcuni la palestra piace, mentre io quando ci entro, sono assalita immediatamente dall’istinto alla fuga. Tuttavia, ricordiamo che “attività fisica” non significa solo palestra: una passeggiata di mezzora al giorno a passo veloce fa ugualmente bene e rende, almeno a parer mio, meno tristi.

Quindi, in vista delle festività natalizie, conviene mettersi a dieta subito. Rimandando a gennaio ogni proposito di ridurre le calorie giornaliere, più che dalla tristezza saremmo assaliti dalla rabbia per non averci pensato prima. Va be’ che in quel caso avremmo passato in santa pace le feste, senza pensare che il sacrificio di metter giù un paio di chili prima avrebbe imposto una dieta meno rigida poi. Insomma, in ogni caso motivi per essere tristi ce ne sarebbero abbastanza. Per me la dieta e l’allegria sono incompatibili: ma avete mai visto quanto sono tristi le modelle scheletriche che sfilano nelle passerelle dell’alta moda? Meglio un bel sorriso su una faccia un po’ paffuta. O no?

[per vedere la videointervista clicca QUI]