26 marzo 2014

IL NUOVO CONCETTO DI ÈGALITÈ MADE IN FRANCE: JEAN HA DUE MAMME

Posted in adolescenza, bambini, famiglia, figli, religione tagged , , , , , , , , , , , , a 9:06 pm di marisamoles

famiglie gay
Al grido di “niente discriminazioni!” negli ultimi tempi si è sentito di tutto: l’abolizione della festa del papà a scuola perché i bambini possono avere due mamme, la scomparsa delle parole “madre” e “padre” dai moduli di iscrizione alle scuole, sostituite dai più asettici “genitore 1 e 2, la polemica contro le fiabe che inculcherebbero nelle fragili menti dei bambini un modello di famiglia tradizionale ormai superato, l’abolizione della dicitura “mamma” e “papà” sui braccialetti in dotazione nei reparti maternità, la propaganda esplicita nelle scuole attraverso opuscoli di educazione sessuale… l’ultimo è il caso scoppiato in Francia all’indomani della pubblicazione del programma governativo ABCD de l’ègalitè, dove vengono suggerite ai bambini e agli insegnanti letture come Jean a deux mamans (Jean ha due mamme), Tango a deux papas e Tous à poils (tutti nudi).

Ora, io non discuto sul fatto che i tempi siano cambiati e che la discriminazione sia una brutta bestia. Però, come ho più volte detto, il rischio che ad essere discriminate siano proprio le famiglie – non dico normali perché poi vengo fraintesa – in cui ci sono una mamma e un papà è concreto. Quello che trovo discutibile in particolar modo è qualsiasi campagna sia rivolta ai più piccoli, che non sono degli sprovveduti come sembra.

Insomma, se la maggior parte dei bambini ha due genitori di diverso sesso, è come fare 2+2 e ottenere 4 come risultato. Poi ci sono sempre le eccezioni – e le famiglie omosessuali lo sono ancora – però 2+2 non farà mai 5. Questo, a parer mio, è bene che i bambini capiscano. Non c’è nessun motivo perché pensino che i compagnetti di scuola che per caso hanno due papà o due mamme siano diversi, così come non c’è alcuna distinzione di tipo qualitativo tra chi ha i capelli biondi, rossi o castani e gli occhi blu, verdi o celesti.

La cosa che però non sopporto è che, secondo il punto di vista di molti, se si difende la famiglia tradizionale si debba essere per forza bigotti. Insomma, la religione non c’entra nulla. Io non giudico chi ha una relazione omosessuale, non ritengo che essere gay sia una sorta di depravazione, anzi, una malattia da curare. Ci mancherebbe. Non mi importa nulla, da credente, che gli omosessuali compiano un grave peccato secondo i precetti di Santa Romana Chiesa. Sono affari loro e non mi occupo degli eventuali peccati altrui, tutti hanno una coscienza con cui fare i conti, al limite. Se non ce l’hanno, cavoli loro.

Questo mio sfogo è dovuto al fatto che all’ennesima notizia, quella sul programma francese che vuole imporre a tutti i costi l’egualité (rivisitazione dell’antica rivoluzione?), c’è chi commenta tirando fuori la solita storia della religione, del bigottismo, della chiusura mentale condizionata dalla Chiesa … come se non fosse possibile ragionare con la propria testa senza condizionamenti di sorta.

Non ho amici atei, però mi piacerebbe sapere se chi non ha fede sia così aperto nei confronti delle novità sociali degli ultimi anni. Forse si dichiara tale per coerenza … del resto tutti sono capaci di fingere a seconda delle situazioni e della convenienza, o no? Be’, io sono una persona sincera e dico quel che penso. Per questo motivo non sopporto chi vuole per forza dare una spiegazione ad una mia presa di posizione.

In ultimo, vorrei dire che l’educazione dei figli, specie se piccoli, è un compito che spetta alla famiglia e non alla scuola. Poi, sulla necessità di discutere con i più grandi su determinate realtà sociali non ho nulla da obiettare. Senza forzature e costrizioni, però. Anche perché sarebbe controproducente che un bambino o un preadolescente, discutendo a casa su certe questioni, sentisse un parere del tutto opposto da parte dei genitori. Ne resterebbe disorientato e basta.

[immagine da questo sito]

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15 febbraio 2014

LE VECCHIE FIABE, CHE FANNO MALE AI BAMBINI, PER LE PARI OPPORTUNITÀ VANNO DIMENTICATE

Posted in amore, attualità, bambini, donne, scuola, società, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , a 2:26 pm di marisamoles

cenerentola
Il dipartimento per le Pari opportunità ha pubblicato tre opuscoli, destinati agli insegnanti delle scuole elementari, medie e superiori, in cui si sconsiglia di leggere le vecchie fiabe ai bambini: volte a promuovere un solo modello di famiglia, quella tradizionale, sarebbero un ostacolo per una visione diversa e più ampia della società. La collana si propone di combattere il bullismo e la discriminazione, e al suo interno si trovano anche capitoli contro l’omofobia.

Insomma, la principessa che insegue il sogno romantico di sposare il suo bel principe darebbe adito ad interpretazioni della realtà non in linea con i tempi. Cenerentola, Biancaneve, Rosaspina, la bella addormentata nel bosco, e Belle trasmettono l’idea che un uomo debba sposarsi solo con una donna, escludendo che la famiglia possa anche essere costituita da due uomini e due donne. Sono dei cattivi esempi da mettere al bando.

Ma c’è dell’altro: i consigli elargiti da questi opuscoli (che non ho avuto il piacere, si fa per dire, di consultare) riguarderebbero anche i giochi dei bimbi. Sarebbe ora di finirla con i giocattoli sessisti: bambolotti e piccoli elettrodomestici per le femmine, automobiline e soldatini per i maschietti. La società si evolve e i più piccoli non possono crescere con l’idea che ci siano attività più adatte ai maschi ed altre appannaggio delle sole femmine.

Secondo Isabella Bossi Fedrigotti, che collabora con Il Corriere scrivendo articoli culturali e di costume, i tre opuscoli sembrano volere a tutti i costi fare precipitare le cose: «Le raccomandazioni per gli insegnanti – osserva la Bossi Fedrigotti – hanno l’aria di essere una corsa in avanti un po’ troppo precipitosa. Con uno scopo che sembra, chissà, abbastanza preciso: preparare, cioè, il terreno (tra bambini e ragazzi e, quindi, nelle famiglie) al matrimonio omosessuale. Il che può essere una scelta, da farsi, però, piuttosto, per così dire, a viso aperto, non nel modo un po’ strisciante, all’insegna della correttezza politica per bimbi, cui fanno pensare le istruzioni dei tre libretti.»

Concordo pienamente.
Tutti siamo cresciuti leggendo o sentendoci raccontare le fiabe, guardando i film di Walt Disney e sognando, perché no, di sposare il principe azzurro. Naturalmente egli era l’oggetto del desiderio per le bambine, non per i maschi. Di contro, i bambini amavano Robin Hood sognando di diventare forti e coraggiosi come lui. Siamo forse cresciuti male o con un’idea sbagliata di società e convivenza civile? Mi pare di no.

Se pensiamo alla morale che si nasconde dietro il tessuto narrativo di ogni fiaba, non possiamo pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nel constatare che, se si viene bistrattate come Cenerentola, poi si può ottenere la rivincita perché si è buoni, ma rimanere con un palmo di naso perché si è cattivi. Oppure credo che nessuno abbia giudicato male Biancaneve perché ha fatto la sguattera per i sette nani, forse anche quando non si parlava tanto di solidarietà tutti abbiamo pensato che rendersi utili per chi ci dà una mano è un modo per disobbligarci. E Robin Hood, non era forse un fuorilegge? Ma il suo intento era buono, a modo suo instillava nelle menti acerbe dei bimbi quella generosità che alla fine viene premiata, una lotta fra oppressori e oppressi che vede in questi ultimi i vincitori.

Se, poi, Cenerentola e Biancaneve sposano un principe (a voler essere obiettivi, anche il matrimonio non è al passo con i tempi, visto che ci si sposa sempre meno) e Robin perde la testa per la dolce Marianna, che male c’è? L’amore è un sentimento che non ha età, tempo e luogo. Ma se si pensa che sia discriminante una fiaba in cui il sogno romantico ha come protagonisti un uomo e una donna, allora temo che si punti il dito contro la “normalità”, contro ciò che è sempre stato per non ferire la sensibilità di chi non è “diverso” ma è trattato come se lo fosse.

Come cantava Biancaneve?

i sogni son desideri
chiusi in fondo al cuor
nel sonno ci sembran veri
e tutto ci parla d’amor
se credi chissà che un giorno
non giunga la felicità
non disperare nel presente
ma credi fermamente
e il sogno realtà diverrà!

C’è qualcosa di discriminante in queste parole? Ognuno è libero di amare chi vuole, di sognare e di essere felice.

Lasciateci le fiabe, per piacere. In esse c’è più buon senso che nei tre opuscoli delle Pari Opportunità.

[fonti della notizia: Corriere.it e blog “Scuola di Vita”; immagine da questo sito]

23 luglio 2012

FORSE VI SEMBRERÒ RAZZISTA

Posted in attualità, donne, lavoro, religione, società tagged , , , , , , a 6:10 pm di marisamoles

Più volte ho detto, nei post e nei commenti di questo blog, che noi Italiani, per non sembrar razzisti, alla fine ci discriminiamo da soli. Oppure gridiamo allo scandalo se qualcosa di sconveniente accade ad uno straniero e magari non spenderemmo una parola per difendere un nostro connazionale. Ma siamo fatti così.

Prendiamo il caso, ad esempio, di un extracomunitario che perda il lavoro (ovviamente senza una giusta causa) o dei bambini stranieri che, non pagando la mensa, rimangano senza un pasto caldo a scuola. Sono cose che, giustamente, ci fanno inorridire. Ma prendiamo, sempre per fare un esempio, il caso di un lavoratore straniero, di religione musulmana, che si licenzia dal posto di lavoro (in un hotel di Venezia, non uno qualsiasi, addirittura il Danieli, dove svolgeva mansioni di facchino, presumibilmente con uno stipendio di tutto rispetto ben arrotondato da generose mance) – non viene licenziato, badate bene – perché non tollera che il suo superiore, la persona da cui debba prendere ordini, sia una donna.

Prendiamo il caso, ancora, di questo lavoratore di fede islamica, che notoriamente relega le donne ad un ruolo subordinato, che poi viene riassunto con la garanzia che, accanto alla donna sua superiore, avrà sempre un uomo che gli darà disposizioni. In questo caso, se dico che questa è una discriminazione bella e buona, nei confronti della persona di sesso femminile che ha tutti i diritti di dare degli ordini, se questa è la sua funzione all’interno dell’hotel, ma anche nei confronti di chiunque altro, italiano o meno, avrebbe avuto tutti i diritti di essere assunto al posto del facchino dimissionario, posso essere considerata razzista?

Se sì, devo dire onestamente che non me ne importa un fico secco.

QUI la stessa notizia riportata da Il Gazzettino, quotidiano veneto.

19 aprile 2011

IL RAZZISMO BUSSA ALLA PORTA … DI UNA CASA IN AFFITTO

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, integrazione culturale tagged , , , , , , , , , a 4:32 pm di marisamoles


Chi vive in un condominio lo sa: quando un appartamento viene dato in locazione a degli stranieri, nascono sempre, o quasi, dei problemi. Ricordo che nel palazzo dove abitavo fino a dieci anni fa, la proprietaria dell’appartamento attiguo al mio era disperata. Non voleva fare discriminazioni, quindi affittava il bilocale anche agli stranieri. Nel tempo si sono alternati colombiani, brasiliani, albanesi … non li ricordo tutti di preciso. Ricordo però quanto sia stato difficile spiegare ai miei figli che ci facessero sul pianerottolo degli uomini, prevalentemente nel pomeriggio. Le due signorine che vi abitavano, la cui nazionalità onestamente non ricordo, facevano le ballerine in un night club, la mattina dormivano e nel pomeriggio arrotondavano facendo le squillo. Trovavo oltremodo imbarazzante, per giunta, dover rispondere al citofono a voci maschili che evidentemente non cercavano me. “Ehi, bella, ci siamo sentiti al telefono poco fa … ” costituiva l’enunciato più gentile. E io a spiegare che di certo con me non aveva parlato al telefono e che non facevo quel mestiere là.

Poi è stata la volta degli albanesi. Questi me li ricordo bene. Tranquilli, pareva di non averli nemmeno come vicini di casa. Quasi quasi mi sentivo in imbarazzo io con due maschietti scatenati che si rincorrevano per tutto l’appartamento. Poi, di punto in bianco, non si è visto più nessuno. La padrona di casa si è decisa ad aprire con le sue chiavi l’appartamento solo molto tempo dopo e solo perché gli inquilini erano spariti senza lasciar tracce di sé e, soprattutto, senza aver pagato il canone d’affitto, per mesi. Ricordo che quando aprì la porta mi sono trovata per caso sul pianerottolo: dalla casa usciva un fetore tale da farci credere che avremmo trovato, là dentro, quattro cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Fortunatamente si trattava soltanto di avanzi di cibo lasciati dentro e fuori il frigorifero che, se cadaveri non erano, puzzavano terribilmente lo stesso.

Il problema dell’affittare le case agli extracomunitari è quello che non si sa mai quanta gente effettivamente ci andrà ad abitare. L’appartamento attiguo al mio, nel condominio dove abito attualmente, è stato affittato per trent’anni (forse quaranta, non ricordo) alla stessa persona. Andata via questa, la padrona aveva pensato di affittarlo ancora e ci aveva avvertiti che, stranieri o meno, lei non guardava in faccia nessuno a patto che le pagassero il canone. Ovviamente le demmo ragione: chi siamo noi per giudicare le scelte altrui? Fortunatamente si rese conto ben presto che gli extracomunitari, in particolare indiani e pakistani, pretendevano di andarci ad abitare in setto-otto (dichiarati, quindi forse quindici abusivamente) in appena 70 metri quadri. Per fara breve, ben presto la signora si rese conto che non avrebbe mai affittato ad italiani, quindi mise in vendita la casa che fu acquistata, fortunatamente, da una coppia che ha una scuola di lingue e che l’affitta ai suoi insegnanti provenienti perlopiù dall’Inghilterra. Magnifico! Così ogni tanto mi faccio una chiacchierata in Inglese sul pianerottolo. Anzi, nei primi tempi, eravamo spesso invitati alle loro feste e frequentavamo la casa regolarmente. Ma poi gli insegnanti sono cambiati e ne sono arrivati altri molto meno espansivi e per nulla festaioli.

Per giungere al topic, leggo sul quotidiano Il Messaggero Veneto, che in quartiere di Pordenone è stato affisso un cartello in cui si dichiara di essere disponibili ad affittare una casa esclusivamente ad Italiani. La cosa ha suscitato non poche polemiche, tanto che i proprietari si sono dovuti giustificare dicendo: «Abbiamo avuto una brutta esperienza. Una coppia di stranieri ci ha vissuto lo scorso anno. Lei una brava ragazza, ma lui l’ha lasciata e lei si è trovata in difficoltà. Non ce la faceva a starci dietro. Così abbiamo detto basta», aggiungendo che «Nel palazzo vivono dei professionisti. Vogliamo che qui vivano brave persone».

Ora, io credo che gridare allo scandalo non serva a nulla. Nemmeno alla Caritas che, commentando il cartello, tuona, per voce del legale, Carla Panizzi: «Bisognerebbe sempre capire le motivazioni che stanno alla base, però, così come è scritto, è palesamente discriminatorio in termini di razza e lingua».

Io credo che ognuno debba fare quel che si sente. Forse il cartello appare discriminante, forse si potrebbe trovare un altro modo per aggirare l’ostacolo, usando la diplomazia. Trovo, però, che le giustificazioni dei padroni siano plausibili, avendo avuto anch’io un’esperienza indiretta, quella descritta, che mi ha convinto che se uno acquista un immobile con l’intenzione di fare un investimento, non può rischiare di trovare degli inquilini insolventi. Anche se per onestà dobbiamo ammettere che, di questi tempi, con la crisi economica e la precarietà delle occupazioni lavorative, il rischio c’è sempre, anche con gli Italiani.

Mi permetto, infine, un’osservazione: quando i nostri migranti se ne andavano a cercar fortuna all’estero, non si trovavano spesso di fronte a cartelli in cui, senza mezzi termini, si dichiarava di non affittare case agli Italiani? E come no! Certo, erano altri tempi e tutta questa politica dell’accoglienza non esisteva. La storia passata dovrebbe essere magistra vitae, ma sappiamo molto bene che ognuno guarda al proprio orticello, senza curarsi di chi si trova in difficoltà. Questa forma di egoismo non è ancora tramontata, forse perché non abbiamo raggiunto quel grado di civiltà che ci porta ad essere accoglienti nei confronti di chicchessia, senza timori o sospetti. E purtroppo ci lasciamo facilmente condizionare dai pregiudizi che, però, molte volte sono fondati. Perché dovremmo, in nome dell’accoglienza, ignorare questa realtà e uniformarci tutti ad un unico pensiero? C’è chi se la sente e chi no. Ma non per questo dobbiamo giudicare le scelte altrui, sempre che non rechino danno a delle persone innocenti e sfortunate.

[foto e notizia dal Messaggero Veneto]

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