LIBRI: “NON SUPERARE LE DOSI CONSIGLIATE” di COSTANZA RIZZACASA D’ORSOGNA

L’AUTRICE
Costanza Rizzacasa d’Orsogna è una giornalista e scrittrice. Laureata in scrittura creativa alla Columbia University di New York, attualmente scrive sul Corriere della Sera e sul supplemento culturale La Lettura. Da qualche tempo tiene la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7. Nel 2018 ha pubblicato la favola Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare (Guanda), in corso di traduzione in vari Paesi. Non superare le dosi consigliate (Guanda, 2020) è il suo primo romanzo.

IL LIBRO

Matilde è una bambina di 8 anni che cresce a pane e Dulcolax. Il pane e i suoi derivati sono la cosa che ama di più mangiare, ne è ghiottissima. Il Dulcolax, che è un lassativo, lo trova direttamente a tavola, pronto per l’uso a destra del piatto, accanto al bicchiere. All’inizio solo due compresse, presto diventeranno un blister. (pag. 11 dell’edizione citata).

Anche sua madre, che è bellissima e magrissima, prende il Dulcolax. Ne sgrana dei blister interi in bocca, mangia quello che vuole poi va a vomitare. Ma mentre la mamma è magra, Matilde è una bambina grassa e non capisce quale sia il legame tra una bambina grassa e i lassativi, visto che con lei non funzionano.

Non superare le dosi consigliate è la storia di Matilde nelle varie fasi della sua vita fino all’età adulta, finché a 45 anni decide che qualcosa deve cambiare nella sua esistenza, che la grassezza impone dei limiti, personali, professionali e sociali, e che deve dimagrire. Così Matilde “guarisce” – dice proprio così, parla della sua “guarigione” non del suo dimagrimento – da sola, perché si può mentire agli altri ma non a se stessi. E poi è difficile farsi aiutare, soprattutto quando si parla di binging (o binge eating che consiste nelle abbuffate incontrollate) o purging disorder (l’assunzione di lassativi e diuretici allo scopo di dimagrire), disturbi che esistono, di cui però si parla troppo poco e non rientrano nelle classiche “categorie”. Cosa vuoi dire a una persona grassa? “Mangia meno”. Come se fosse facile.

Matilde non è stata sempre grassa. Crescendo è stata magra, anche magrissima, pur non vedendosi mai tale. “C’è un peso che non si può perdere, anche quando l’hai perso tutto”, questa è la grande verità.

È un peso che rimane nella mente, nei ricordi di una bambina grassa che la mamma affettuosamente chiamava “la mia cretina”:

«Ho sempre temuto d’essere cretina, tanto che quando a volte sbotto se mi sottovalutano, perché mi sottovalutano tutti, specie da quando sono grassa, esclamo: “Non sono mica la povera cretina”. A tre anni, invece, quel “cretina” era ancora dolcissimo. A tre anni, mamma mi voleva bene.» (pag 35)

Quello che non si perde mai è il peso di sentirsi sempre fuori posto, mai abbastanza apprezzata, mai ricca come altre bambine che non indossano gli abiti acquistati al mercato. È il peso dei difficili rapporti familiari, soprattutto con il padre che, dopo la scomparsa della madre di Matilde, inizia un’altra relazione che lei non approva.

E non si perde mai nemmeno il peso dei fallimenti in amore, quando ci si butta tra le braccia di uno e l’altro per dimostrare a se stesse di essere desiderabili e belle. Il peso di un amore sbagliato che dura sette anni, per un uomo che non vale nulla, eppure in difetto ancora una volta si sente lei, Matilde.

«Ti osservano e ti giudicano sempre, quelli come lui, e tu ti senti inferiore e vai a cercarli. I predatori scelgono così le loro vittima.» (pag. 166)

Nella sua vita Matilde ha sempre desiderato essere come la madre, bella e magra. A 18 anni ci riesce a perdere peso. Ma non è mai abbastanza.

«Poi non so cosa accadde a diciott’anni, a me sembrava andasse così bene. Finalmente ero la figlia che desideravano, il pane non m’interessava più. Anzi, non mangiare era diventata una sfida. Quanto poco puoi arrivare a pesare? Mamma alla mia età era 47 chili, io dovevo fare meglio, tanto più che non ero alta come lei.»

Un rapporto con la madre che porta la protagonista a emularla, non sempre con i risultati sperati. Matilde è spinta quasi a idealizzarla, nella sua bellezza e magrezza, anche se di fronte agli occhi ha una donna che, con il passare del tempo, vede appassire come un fiore, minata da una malattia che allora non aveva ancora un nome.

«Ci son voluti anni per capire che troppo magra non vuol dire bella, forse non l’ho ancora capito. Che mamma non era così bella come io la facevo, come lei si piccava di essere, ora lo so, senza crederci mai. Povera mamma. Non lo era perché dopo una vita di quella bulimia a cui nessuno osava dare un nome aveva la pelle che cadeva, precocemente raggrinzita, gli occhi infossati e stanchi.» (pag. 41)

La mamma di Matilde era molto colta, una scrittrice che però non aveva potuto inseguire il suo sogno a causa della nascita di due figli (la protagonista e il fratello Leo). Non voleva deluderla e l’unico modo per dimostrarle che sua figlia era intelligente e capace, una figlia di cui essere orgogliosi, era cercare il successo negli studi.

La giovane Matilde, ormai magra e senza più il complesso della grassezza ma con un altro “peso” addosso da cui non riesce a liberarsi mai, decide di frequentare l’università oltreoceano. È il periodo più ricco di soddisfazioni, un periodo di lontananza e assenza, un tempo che non potrà mai essere recuperato: la morte della madre la coglie distante e impreparata. Troppo presto e con ancora il “non detto” da sciogliere.

«Wednesday, March 18, 1998 – 9:44 am
From: Mamma
Subject: R:

SEI ESATTAMENTE LA FIGLIA CHE VOLEVO AVERE.

Proprio così, in stampatello, in una mail che conservo, non so cosa darei per ricordare a che proposito lo scrisse, che c’era scritto prima.»

Di fronte alle parole che legge nella mail Matilde è incredula: dalla mamma non ha mai ricevuto complimenti così. Nella risposta viene rassicurata, sua madre le scrive in un modo che solo a una persona MOLTO intelligente e colta può capire … una persona con una viva intelligenza e una grande sensibilità.

«E una delle cose più belle che mi ha scritto […] Finalmente eravamo complici di nuovo, e io le mandavo i miei articoli prima di pubblicarli, così che li leggesse e in caso correggesse, cosa che non fece mai. Finalmente era tornato tutto come prima, come quando avevo tre anni. Io sarei diventata una grande giornalista, anche per lei che non c’era riuscita, e avremmo avuto tutto il tempo.

Finché non si ammalò e la persi di nuovo.» (pag. 73)

Da adulta Matilde ricomincia a prendere peso, l’ago della bilancia arriva a segnare 130 chili, quasi 131. Tutto diventa difficile e la clausura forzata sembra l’unica soluzione. Non ha voglia di sentire su di sé gli sguardi di disapprovazione, perché se una donna è anoressica viene guardata con commiserazione ma se è obesa, tutti si sentono in diritto di dare “consigli” non richiesti. Sei grassa? Che ci vuole? Mettiti a dieta. E così arriva il momento in cui la barista ti rivolge uno sguardo pieno di biasimo se ordini un croissant, la vicina di casa, con ben poca discrezione, tiene d’occhio l’ampiezza dei tuoi fianchi, i tuoi familiari ti convincono che la chirurgia bariatrica sia la soluzione, costi quel che costi, e nel negozio plus-size le commesse ti rassicurano che un abito della misura giusta ti cambierà la vita.

«Quando pesi 130 chili non è solo il tuo corpo che è distorto, ma anche la tua testa. È nella testa che inizia quel lasciarsi andare, quel negare l’evidenza. Soprattutto non hai voglia. Tutto ti fa paura, uscire di casa è una crisi di panico…» (pag. 191)

Poi arriva il giorno in cui sembra che quell’incubo possa finire, che una dieta salverà Matilde oppure forse la trascinerà in un altro vortice di insicurezze, incomprensioni, di fragilità contro cui il grasso talvolta rappresenta la corazza. Un po’ come la lumaca con la sua casetta, e il grasso è la casetta. (pag. 239)

Matilde perde 40 chili, ma sa che la sua lotta con il peso non è finita:

«Sono tornata dall’inferno, è vero, ma c’è ancora moltissima strada, e non è detto che arriverò fino in fondo. Perché anche se lo perdi, il peso ritorna, è una lotta costante, e se non lo riprendi continuerai comunque a vederti obesa.»

***

Non superare le dosi consigliate è un libro duro, difficile, crudo nella sua disarmante verità. È un romanzo, ci tiene a precisare Costanza Rizzacasa d’Orsogna.
In un’intervista pubblicata sulla Gazzetta del Sud, l’autrice dice:

«Non è un’autobiografia, ho scritto un romanzo e non un memoir perché ho pensato che spersonalizzando, creando un personaggio che fosse un alter ego non sarebbe stato possibile liquidare la cosa come “la storia di Costanza”. Matilde ha molte cose in comune con me ma non coincide con me: tutti possono immedesimarsi, la sua può diventare una storia di tutti. I disturbi alimentari, l’insicurezza sul corpo riguardano tantissime persone. Ho voluto scrivere un libro sul dolore, sulle persone che non hanno amore ma lo desiderano. Che hanno un vuoto riempito dal cibo. Io volevo far vedere il dolore di coloro che combattono con questi mostri dei disturbi alimentari».

Potremmo dire, quindi, che questo romanzo, nel quale tra le righe si legge l’esperienza di vita dell’autrice, sia una finestra aperta sui disturbi alimentari. Un argomento che è sempre molto difficile trattare, a meno che non si parli di anoressia e bulimia. Ma i disturbi alimentari sono tanti e non riguardano solo le persone magre e magrissime. L’obesità non è un capriccio, non è noncuranza. Dietro i chili di troppo c’è tanto dolore, c’è una psiche minata da vari complessi che hanno un’origine antica, profonda, e che accompagnano per tutta la vita le persone che ne soffrono. Anche quando i chili di troppo diventano un ricordo lontano, il dolore non scompare.

Sarebbe semplicistico dire che le persone grasse sono indifferenti nei confronti del loro corpo, non se ne curano, se lo fanno piacere così com’è. Ma ciò non corrisponde a verità e il romanzo di Costanza ha il pregio di far capire che chi lotta tutta la vita con la bilancia non ha solo un problema di peso. Non è solo questione di corpo ma anche di anima. E spesso accade che l’anima sia malata molto più del corpo.

Non superare le dosi consigliate ha un altro pregio: l’aperta denuncia contro il fat shaming o body shaming che, con il contributo dei social, sta minacciando sempre più le persone che non sono perfette, non corrispondono all’ideale di bellezza e magrezza che gli standard ci vogliono imporre. La perfezione non esiste, ha gridato fino alle lacrime l’attrice e conduttrice Vanessa Incontrada dal palco della trasmissione di Rai 1 “Vent’anni che siamo italiani” lo scorso dicembre. Lo ha fatto perché bersagliata dagli hater in quanto negli ultimi anni il suo fisico si è un po’ appesantito, nonostante lei sia bellissima.

Nel libro di Costanza leggiamo dei commenti sgradevoli che vengono rivolti agli obesi. Non solo, leggiamo delle molestie che una ragazza grassa deve subire solo perché è grassa, con il risultato di una catastrofica distruzione dell’autostima, se la persona in questione non è abbastanza forte da sopportare e non ha la volontà di reagire. I social hanno ingigantito tutto questo, i cosiddetti hater ci sguazzano perché hanno bersagli facili.

Verso la fine del romanzo l’autrice racconta che Matilde sui profili social inizialmente aveva nascosto il suo “problema”, aveva postato la foto di quindici anni prima, quando era più giovane e magra. Poi a poco a poco ha capito che non c’è davvero nulla di cui vergognarsi, non c’è proprio niente da nascondere. Così Costanza ha iniziato a tenere la rubrica AnyBody – Ogni corpo vale sul settimanale 7 che ha ottenuto subito un grandissimo successo perché mette in piazza tutto ciò che fino a poco tempo fa era un tabù, qualcosa su cui stendere un velo pietoso perché certi disturbi alimentari non meritano attenzione. Finalmente qualcuno parla apertamente di ciò che per troppo tempo è passato sotto silenzio… e poi questo romanzo che ha certamente degli spunti autobiografici ma rimane un romanzo e tra Matilde e Costanza c’è una differenza, come la stessa autrice sottolinea in un’intervista rilasciata a Vanity Fair:

«Io sono un’attivista e Matilde non lo è. Io ho scritto un manifesto e Matilde non l’ha fatto. Io ho una rubrica e Matilde non ce l’ha»

Un libro da leggere perché scritto bene e perché lascia molto spazio alla riflessione. Nessuno potrà rimanere indifferente di fronte ai disturbi alimentari, specialmente il binge eating, di cui si parla troppo poco, dopo averlo letto.

[immagine da questo sito]

#CORONAVIRUS: MANTENERE LA DISTANZA DI SICUREZZA

Qualcuno ha scomodato Boccaccio che, nella sua opera più nota, parlava della peste del 1348. Il comico Luca Bizzarri, per esempio, riferendosi alla vicenda che fa da cornice al Decameron, ha tuittato: “Io una casetta in campagna ce l’ho”. E che gli vuoi dire? Bravo, fortunato te.

Anche Manzoni è al cento dell’attenzione, di questi tempi: la peste del 1630 descritta nel romanzo I promessi sposi, assieme alla meno letta Storia della colonna infame, sta al top delle citazioni sui social. Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ieri, ospite della trasmissione “Otto Mezzo”, ha tuonato contro le misure restrittive attuate in molte regioni italiane per il contenimento dell’emergenza coronavirus:

«Non è la peste di Manzoni, non è la fine del mondo… E’ un crimine contro la cultura chiudere i musei e le scuole».

Eppure il “dagli all’untore” è cronaca giornaliera: c’è chi ha vietato l’ingresso ai cinesi nel proprio esercizio pubblico, un treno è stato bloccato al Brennero per due casi sospetti, alcuni dipendenti delle ferrovie francesi sono scesi dal treno prima di varcare il confine, un numero consistente di turisti è stato rispedito in Italia (unica alternativa possibile: stare in quarantena 14 giorni… e addio vacanze) dopo essere atterrati alle isole Mauritius.

Il turismo in Italia è crollato: sono fioccate le disdette, ben il 90% almeno in Friuli – Venezia Giulia, per le settimane bianche e molti turisti italiani e stranieri hanno già rinunciato alle vacanze estive nelle rinomate spiagge della regione.

Una catastrofe ben maggiore di quella causata da un virus, il COVID-19, che certamente si è rivelato molto contagioso, anche a causa della scarsa tempestività con cui sono stati trattati i primi casi (così dicono anche alcuni medici, prova ne sia il fatto che proprio il personale sanitario è stato colpito in modo massiccio, specie nel focolaio lodigiano), ma che per il momento non ha mietuto vittime dirette. [leggi l’articolo]

Ciò è stato sottolineato ieri sera dagli ospiti di Bruno Vespa nello studio di “Porta a porta” [guarda il video della puntata]: i decessi avvenuti in Italia, che riguardano persone anziane già sofferenti per altre gravi patologie, non devono essere imputati al coronavirus: si tratta di malati che sono morti con il coronavirus non per il coronavirus. L’ha ripetuto la dott.ssa Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia, Diagnostica bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Lavora senza pause da due settimane, impegnata con il suo staff nell’esame dei campioni per la ricerca del coronavirus, anche se non ritiene siano davvero necessarie tante analisi. Certo, dice, se stanno emergendo tanti casi di positività è perché li stiamo cercando. Non in tutti gli Stati europei fanno lo stesso, ed ecco che siamo al terzo posto nel mondo per il numero di soggetti positivi al test. Il che non significa, osserva, che tutti stiano male, men che meno versano in gravi condizioni. Miete più vittime la “semplice” influenza. E sciorina numeri come fossero noccioline. Numeri che non avevano mai impressionato nessuno, forse perché realmente non si conoscevano, nel senso che non è mai stata fatta tanta pubblicità alle vittime dell’influenza stagionale. Ma ora è necessario fare questi confronti, anche se è difficile convincere tutti.

D’accordo con la dottoressa Gismondo anche Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto malattie infettive Spallanzani, e Walter Ricciardi dell’Oms, il quale in conferenza stampa dalla sede di Roma della Protezione civile ha dichiarato:

«Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore. Peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute».

Isolato, per il momento e non certo perché affetto da COVID-19, il dott. Roberto Burioni che pare abbia mostrato molte incoerenze nel suo intervento alla presenza di Fabio Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa” di domenica scorsa [guarda il video]. Dico “pare”, perché non ho visto la puntata. Secondo il virologo questo virus non può essere paragonato a una normale influenza, anche perché è del tutto nuovo e non esistono né vaccini né cure sicure. Inoltre, Burioni ha dichiarato che:

«Un’epidemia come questa può non finire mai: il virus può incominciare a trasmettersi nella popolazione e piano piano diventare più buono. Ci sono da dire due cose: possiamo sperare che il virus circoli di meno con l’arrivo della bella stagione e che con il tempo diventi più buono, ci sono stati altri Coronavirus nella storia dell’uomo con il tempo diventati virus e raffreddori».

Insomma, una visione catastrofista non condivisa da altri scienziati che, invece, hanno una visione più ottimistica di quel che ci riserva il futuro.

Ciò non toglie che, almeno da una settimana, ci sia la corsa al supermercato per accaparrarsi provviste che neanche dovesse scoppiare il terzo conflitto mondiale, il gel igieinizzante per le mani non si trova più e su internet i prodotti ancora disponibili possono arrivare a prezzi folli. In più c’è la corsa alle mascherine, perlopiù ingiustificata nelle zone esterne ai due focolai sotto osservazione in Lombardia e in Veneto.

Così, il carnevale che si è concluso ieri non è apparso affatto una festa gioiosa come avrebbe dovuto essere. Al posto delle maschere abbiamo visto, almeno nei filmati trasmessi alla tv, le mascherine contro il coronavirus. E quell’invito così caro a Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza», è rimandato al prossimo anno. Chi ne ha fatto le spese sono stati i bambini che hanno dovuto rinunciare alle sfilate, alle feste in maschera, ai giochi spensierati di piazza. Eppure i luoghi aperti sono i più sicuri… basta mantenere la distanza di sicurezza.

Ieri mattina ho incontrato una “vecchia” collega che non vedevo da tempo. E’ stato imbarazzante perché entrambe ci siamo mantenute a una distanza di almeno un metro e mezzo. Niente baci né abbracci. A tanto arriva il condizionamento operato dai mass media.

La Giornata internazionale dell’abbraccio è da poco passata (si festeggiava il 21 gennaio). Non ci resta che attendere undici mesi. Nel frattempo, però, manteniamo una certa distanza di sicurezza, non dal virus ma dal panico e dall’allarmismo che, nella maggior parte dei casi, è del tutto ingiustificato.

[immagine da questo sito]

CONGEDO MESTRUALE: PERCHÉ NO?


Si sta discutendo alla Camera una proposta di Legge, firmata da quattro deputate del Pd, che prevede un congedo mensile di massimo tre giorni per le donne che soffrono di dismenorrea (mestruazioni dolorose). Attualmente la proposta è all’esame della Commissione Lavoro e potrebbe essere approvata in tempi brevi, allineando l’Italia a molti Paesi, soprattutto orientali, che si sono attivati già in questo senso.

In realtà la proposta è stata presentata da Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato già un anno fa. L’iter è stato accelerato anche grazie al dibattito sulla questione che negli USA è stato riacceso di recente dalla decisione di un’azienda di Bristol, la Coexist, di inserire nello statuto l’esenzione dal lavoro per le impiegate nei giorni di picco del ciclo mestruale.

Naturalmente questo speciale congedo sarebbe usufruibile solo previa presentazione di un certificato medico redatto dallo specialista, da rinnovare di anno in anno, che attesti la presenza di dismenorrea. Una sindrome molto più diffusa di quanto si potrebbe pensare: in Italia si stima che fra il 60% e il 90% di donne in quei giorni lamentano mal di testa, mal di schiena, dolori addominali, forti sbalzi ormonali. Nel 30% dei casi i disturbi sono invalidanti: costringono a letto per ore e anche per più giorni. Un malessere che può essere violento e fortemente invalidante, seppur limitato a uno-tre giorni al mese.

Il congedo mestruale è già una realtà da molto tempo nel mondo orientale dove c’è la credenza che il mancato riposo durante il ciclo provochi parti problematici: in Giappone esiste dal 1945 e in Indonesia dal 1948. Più recentemente si sono aggiunte alla lista “rosa” Sud Corea e Taiwan.

Di fronte alla proposta di Legge mi sento di esprimermi in modo favorevole, nonostante non mi riguardi da vicino. Non più, almeno, ma non posso dimenticare gli anni passati in un incubo mensile che mi costringeva a letto a volte anche per due giorni, in preda a dolori lancinanti, nausea, svenimenti… talvolta erano necessarie una o più iniezioni di antidolorifici perché non riuscivo a tenere nello stomaco le pastiglie. Ora leggendo i dati mi rincuoro un po’, ma anche mi dispiace. Ai tempi, invece, mi sembrava di essere una besti rara e invidiavo tutte le amiche e compagne di scuola che, non solo passavano “normalmente” quei giorni, ma addirittura potevano andare al mare o in piscina, continuavano gli allenamenti in palestra. Per me il mondo si fermava, semplicemente. E così è stato fino alla nascita del mio primogenito. Forse, inconsciamente, la mia precoce (ma non tanto ai tempi…) voglia di maternità era dovuta proprio alla speranza di stare bene dopo il primo parto.

Leggo sui quotidiani che la proposta non è appoggiata da tutte le donne. Alcune, che evidentemente non soffrono né hanno mai sofferto di dismenorrea, affermano che basta chiedere uno o più giorni di malattia, senza alcun bisogno di leggi speciali.
Altre sono arrivate al punto da esclamare: “Abbiamo tanto lottato per la parità dei sessi e ora…”. Ma ora che? Vogliamo far partorire gli uomini, per par condicio? Magari un domani sarà pure possibile ma non ora, finché è ancora la natura a decidere.

L’obiezione più assurda è che la proposta si debba bollare perché a presentarla sono state quattro donne del Pd. Come se la dismenorrea fosse di sinistra e le donne fortunate a non soffrirne fossero tutte di destra. Vuol dire che faremo presente al ciclo di fare attenzione: niente dolori a destra, solo a sinistra.

C’è anche chi preferirebbe che fossero le aziende e i datori di lavoro a decidere, come accade nella maggior parte dei Paesi occidentali. Insomma, non c’è bisogno di una legge ad hoc, solo un gesto caritatevole da parte dei boss. E con le donne che hanno un impiego statale come la mettiamo?

In conclusione, ribadisco che a me piace questa proposta, mi pare assennata. Se poi non va bene condividerla perché, si sa, in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”… il dubbio che qualche “furbetta” se ne approfitti e che qualche medico sia compiacente c’è. Ma lo stesso discorso vale anche per le migliaia di certificazioni sui falsi invalidi, no?

[fonte: Il Messaggero; immagine da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: AHMED, 13 ANNI, DA SOLO DALL’EGITTO IN ITALIA PER SALVARE IL FRATELLINO AMMALATO

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Ahamed ha solo 13 anni e ha affrontato da solo un lungo viaggio pieno di insidie dall’Egitto in Italia per salvare la vita al fratellino Farid. Quest’ultimo ha 7 anni ed è affetto da una piastrinopenia, malattia che richiede cure costose in Egitto, troppo costose per una famiglia di contadini che non ha tanti mezzi.

L’intervento che potrebbe salvare la vita a Farid costa 50.000 lire egiziane, ma il reddito familiare è di appena 3000 annue. Così Ahmed ha deciso di partire per l’Italia in cerca di aiuto. L’arrivo su un barcone, uno dei tanti, a Lampedusa è solo la conclusione di una vera e propria odissea. Prima di prendere il mare, infatti, è stato obbligato a rimanere nascosto in un capannone della spiaggia di Baltim, non lontano da Alessandria d’Egitto, assistendo inerme alle crudeltà perpetrate da trafficanti e scafisti ai danni dei suoi compagni di viaggio. Così il tredicenne egiziano descrive la sua esperienza: «Alcuni derubavano gli uomini, altri afferravano giovani donne trascinate in un magazzino da dove tornavano in lacrime prima della partenza sul barcone… Pensavo di morire in mare. Né cibo né acqua. Soltanto un sorso di acqua a persona al giorno…». Troppo per Ahmed, poco più che bambino.

Una volta sbarcato a Lampedusa, ha subito mostrato ai soccorritori i certificati medici del fratello, sperando in una possibilità di salvarlo, ma ci tiene a sottolineare: «Io chiedo aiuto ai medici, a qualche medico, all’Italia, ma voglio pagare tutto, lavorando…».

Com’era immaginabile, è subito scattata una gara di solidarietà, anche per offrire al piccolo eroe il denaro necessario per poter pagare le spese del viaggio. Tutta la famiglia, infatti si è indebitata, compresi gli zii, obbligata a firmare delle “cambiali”: «Delle carte. – spiega il ragazzino – Un impegno con i trafficanti per pagare 2 mila euro nei prossimi anni. O con i miei guadagni, o con un suo terreno».

Ma la sorte del fratellino Farid è appesa a un filo. Il governo italiano non è rimasto a guardare: a Palazzo Chigi il premier Matteo Renzi ha mobilitato sia il Viminale con Angelino Alfano sia il mondo della sanità toscana con un sms a Stefania Saccardi, l’assessore alla salute della Regione. La donna si è subito attivata e, d’accordo con la direzione dell’ospedale di Careggi e col professore Marco Carini, si è dichiarata pronta ad accogliere il bambino che sarà curato al Meyer. La famiglia verrà fatta arrivare nel nostro Paese e potrà essere ospitata in una casa della «Fondazione Tommasino Bacciotti», mentre Ahmed, a tutti gli effetti un clandestino, ha lasciato la Sicilia ed è stato accompagnato in una struttura per minori della coop «Il Cenacolo» nella zona di Careggi.

A breve il sogno del tredicenne si realizzerà: «Il mio sogno è vedere mio fratello giocare senza sentirsi male, giocare con me a calcio e correre insieme senza aver paura che svenga perché non riesce a stare molto in piedi…».

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte Il Corriere.it, LINK1 e LINK2; immagini dal Corriere.it e da Twitter]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ALLE OLIMPIADI DI RIO SI LOTTA ANCHE CONTRO GLI SPRECHI ALIMENTARI

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Il questo periodo, com’è giusto che sia, tutti gli occhi sono puntati sugli atleti che stanno gareggiando per una medaglia alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Ma le buone notizie non sono solo quelle che riguardano la gara e il medagliere che ciascun Paese vuole ricco di metalli preziosi, meglio se d’oro. C’è una buona notizia che riguarda la lotta agli sprechi alimentari grazie a un progetto che fa capo a un noto chef italiano: Massimo Bottura.

Il progetto in questione si chiama “Refetto-Rio” ed è sostenuto, oltre a Bottura che ne è il promotore nonché fondatore dell’organizzazione no-profit Food for Soul, anche dal ministero delle Politiche agricole e dal sindaco di Rio de Janeiro, con la collaborazione di David Hertz, chef e fondatore di Gastromotiva, un’altra organizzazione no-profit sensibile nei confronti del consumo consapevole del cibo.

Grazie a “Refetto-Rio” il cibo in surplus del villaggio olimpico di Rio de Janeiro verrà recuperato e trasformato in pasti gratuiti per i più bisognosi. L’obiettivo è di sfamare 108 persone a sera, offrendo loro un pasto preparato con gli scarti. In questo modo si stima che per tutta la durata dei Giochi Olimpici saranno distribuiti 19mila pasti ai poveri, recuperando 12 tonnellate di eccedenze alimentari.
Ma l’attività della mensa proseguirà dopo le Olimpiadi, anche a pranzo: chi sceglierà di fermarsi potrà lasciare un’offerta, pagando un pasto per il servizio serale, che continuerà a essere gratuito. Una specie di “cena sospesa”, insomma, sulla falsariga del “caffè sospeso” o della “pizza sospesa” che ormai costituiscono una buona abitudine in molte città italiane.

Il progetto prevede, inoltre, dei corsi di cucina e sulla nutrizione a beneficio delle persone in difficoltà e dei giovani, grazie all’impegno volontario di decine di chef provenienti da tutto il mondo.

Bottura non è nuovo a questo tipo di iniziative: la struttura brasiliana, inaugurata lo scorso 9 agosto, farà tesoro di una precedente esperienza, quella del Refettorio Ambrosiano, lanciata durante Expo Milano 2015. Secondo il capo del Mipaaf (Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali), Maurizio Martina, «quella di Milano è stata una best practice, replicabile in altri Paesi, che ora ha come seconda tappa le Olimpiadi in Brasile».

Il progetto, infatti, non si esaurirà nel villaggio olimpico brasiliano, ma arriverà anche in altre grandi città, come New York, allo scopo di sensibilizzare tutti contro lo spreco alimentare che è in palese contraddizione con la mancanza di cibo di cui soffrono 795 milioni di persone nel mondo.
La Fao stima 1,3 miliardi di tonnellate di cibo gettate ogni anno per un valore complessivo di 750 miliardi, 12 miliardi solo in Italia. Ridurre questo paradosso rientra anche tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030 delle Nazioni Unite.

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[LINK della fonte; immagine da questo sito, da cui è stata tratta anche qualche informazione aggiuntiva]

RACHEL E LE SMAGLIATURE: QUANDO L’ESIBIZIONISMO SUL WEB SFIORA IL CATTIVO GUSTO

rachel
Non ho mai pensato che avere delle smagliature dovute alle gravidanza possa essere una cosa di cui vantarsi. Anzi, credo che bisognerebbe fare di tutto per evitarle, anche se poi, si sa, è questione di pelle. La mia è pelle buona, evidentemente. Ho messo al mondo due figli in 22 mesi e non ho una sola smagliatura. O forse se non avessi spalmato sulla mia bella pancia, diventata in pochi mesi un bel pancione, una crema specifica per prevenire le smagliature, a quest’ora non avrei nulla di cui vantarmi.

Fortuna, pelle e casualità a parte, se mi fossero venute le smagliature non ne avrei fatto un dramma. Non avrei, però, postato le mie foto in bikini su Facebook mettendo in bella evidenza non solo le fastidiose strie rosate ma anche la pancia flaccida.

La pensa diversamente Rachel Hollis, americana di 32 anni, che cura un blog di cucina ed è anche madre di tre bambini di 8, 6 e 2 anni. La sua foto delle vacanze in bikini postata su Facebook è diventata virale ed è stata visualizzata 10mila volte. Non solo, sono arrivati centinaia di messaggi di solidarietà.

Ora, posso anche capire la soddisfazione di dire: ho 32 anni, tre figli, le smagliature e sono orgogliosa di tutto ciò. Capisco anche la solidarietà femminile che ha portato a questo enorme successo una semisconosciuta (non so quanto sia noto il suo blog, quindi magari non è proprio una sconosciuta). Ma lodare il coraggio di postare una foto in cui sono evidenti i “danni” procurati dalle gravidanze a me sembra sfiori il cattivo gusto.

A parte questa mia personalissima opinione sull’esibizionismo via web– d’altronde Andy Warhol aveva detto “Ciascuno nel mondo sarà famoso per quindici minuti”, profetizzando le potenzialità di internet e dei social -, penso che a 32 anni, benché madre di tre figli, la signora Rachel avrebbe potuto prendersi maggior cura del corpo. Sono dell’idea, infatti, che ci si debba volere bene e anche perdere dieci minuti al giorno per prevenire i danni in certe situazioni, significhi prendersi cura di sé. Considerando anche il fatto che il tempo non può che peggiorare la situazione.

CON LE LACRIME AGLI OCCHI

lacrime2AGGIORNAMENTO DEL POST “MI SONO ROTTA!”

Capita anche a voi che, quando vi succede qualcosa (non dico malattie gravi, anche una semplice storta alla caviglia), tutti sono pronti a dire la loro, come fossero i massimi esperti in materia? Premetto che la mia domanda non è maliziosa, non voglio criticare, anzi, credo di avere anch’io questo “vizio” … insomma, non è proprio un vizio quanto piuttosto una molla che scatta nel nostro cervello e che, a pensarci bene, vorremmo bloccare ma non ci riusciamo. E’ qualcosa di irresistibile, qualcosa di incontenibile, un po’ come quando scappa la pipì …

Torniamo indietro di quasi due mesi, a quel 28 ottobre, data funesta non solo perché ricorda la marcia su Roma, quanto piuttosto perché a me personalmente ricorda la mia marcia verso casa – ah, quel brutto vizio di camminare come fossi un soldato in piazza d’armi, intento nelle esercitazioni – conclusasi con una rovinosa caduta a terra. L’esito, come sa chi ha letto il precedente post, è stata una frattura alla testa dell’omero che mi ha costretta all’immobilizzazione del braccio e della spalla per oltre un mese.

Finché avevo il tutore pochi hanno commentato, al di là del “poverina-come-mi-dispiace” e del “guarda-tu-che-sfiga”, ma non sono mancati i commenti consolatori del tipo “meglio-un- braccio-che-una-gamba” e “meno-male-che-non-sei-mancina”. Da quando l’ho tolto, però, tutti hanno iniziato a descrivere con dovizia di particolari il periodo della riabilitazione. Tutto un “poverina-fa-malissimo-speriamo-bene”, “non-credere-di muovere-il-braccio-prima-di-tre-mesi”, “non-andare-in-quel-centro-di-riabilitazione-sono-dei-cani” …

Insomma, le esperienze sono personali e in casi come questo, pur comprendendo che i commenti e i consigli, peraltro, non richiesti, fossero dettati dall’affetto che la gente nutre per me, sarebbe meglio tacere. Da parte mia, io non sono una che, come si suol dire, si fascia la testa. Ho atteso pazientemente le istruzioni dello specialista, ha seguito le sue prescrizioni e mi sono affidata alle mani esperte di una gentile fisioterapista che in breve si è rivelata essere una vera e propria torturatrice. Però non sono partita dicendo “mi-farà-malissimo-che-ne-sarà-di-me”.

Una cosa posso dirla: ho sofferto molto durante il periodo dell’immobilizzazione, sto soffrendo da cani durante la riabilitazione, soffrirò ancora per le prossime settimane, forse mesi, nell’attesa che tutto finisca, confidando nel fatto che il mio braccio riprenda a funzionare al 100%, senza troppa convinzione, comunque. Sono pessimista ma a ragion veduta. Non lo sono stata nelle settimane successive alla mia caduta, lo sono adesso perché mi rendo conto che la riabilitazione sarà lunga e difficile perché troppi sono i problemi che devo affrontare, indipendentemente dalla spalla che, avendo subito una frattura, logicamente non ha una grande mobilità.

Per non tirarla per le lunghe, mi fanno male la mano e il polso (anche ora sto facendo difficoltà a scrivere usando la sinistra – perché me l’ha imposto la fisioterapista – quando d’istinto userei ancora solo la mano destra); il gomito ha sofferto chiuso nel tutore e si è risvegliata l’epicondilite che negli ultimi anni era stata tranquilla, si svegliava un po’ ma era più un dormiveglia che altro; tutta la muscolatura del braccio, specialmente la parte superiore, è compromessa, e lasciamo perdere la spalla che, in questo quadro tutt’altro che edificante, è proprio la parte che mi fa meno male.

Arrivo ora al titolo di questo post.
Io sono una che soffre in silenzio, ho una soglia altissima del dolore, prima di lamentarmi devo proprio essere al limite della resistenza fisica e psichica. Durante queste sedute di fisioterapia ho le lacrime agli occhi, non un piagnucolare sordo e asciutto, proprio lacrimoni che colano ai lati del viso e s’infrangono sul “lenzuolo” di carta che ricopre il lettino, giacché gli esercizi che mi distruggono completamente non sono tanto quelli che svolgo in piedi o seduta, quanto quelli che la terapista mi fa fare da distesa.

Ecco, questo è tutto. Non scrivo per suscitare la vostra pietà – ci sono altre cose ben più serie nella vita, ben più meritevoli di destare preoccupazione e commiserazione – solo per dirvi che qualche volta soffrire in silenzio fa sentire ancora di più il dolore. Quando se ne rendono partecipi gli altri, ci si sente un po’ meglio.

Ora sto abbastanza bene.