NIENTE TOPLESS, SIAMO INGLESI

6185468Non è il titolo di uno spettacolo teatrale, nulla a che vedere con “Niente sesso siamo inglesi” di Anthony Marriot & Alistair Foot, gradevole commedia anni Settanta, ma il “pudore” tutto anglosassone in fondo c’entra un po’. La ditta Kiniki ha, infatti, inventato un costume da bagno, il Tan Through, che permette l’abbronzatura totale anche senza scoprirsi. Il merito è di un tessuto speciale, il Transol, la cui trama è costituita da microscopici forellini che permettono il passaggio dell’80% dei raggi solari. Un gioco di fantasie astratte e animalier permette di nascondere le nudità sia maschili che femminili, poiché il costume è disponibile in più modelli per entrambi i sessi. Il prezzo, poi, è conveniente: il modello meno caro costa poco meno di 40 euro.

Naturalmente le associazioni antitumore inglesi non sembrano apprezzare l’invenzione: l’abbronzatura integrale fa male e il costume non offre alcun tipo di protezione, anzi. Ma a me viene da pensare: lo stesso discorso non vale forse anche per il topless? Il proprietario della Kiniki, John Walker, spiega: «Abbiamo lanciato ufficialmente la linea appena quattro settimane fa ma non riusciamo già più a stare al passo con la domanda. L’idea mi è venuta sei anni fa, ma siamo noi stessi i primi ad avvertire i clienti dei rischi di un’eccessiva esposizione al sole, spiegando che devono mettere comunque un’adeguata protezione sia sopra che sotto al costume, perché i raggi, passando attraverso il tessuto, possono bruciare la pelle». Quindi, la crema protettiva si può stendere anche sopra il costume; m’immagino che poltiglia ne viene fuori, specie sulle spiagge sabbiose. Per applicarla sotto il costume, però, quanto meno bisogna trovare un posto dove potersi spogliare per eseguire l’operazione. Ma se uno è veramente patito dell’abbronzatura, è pronto a qualsiasi sacrificio
La cosa che mi sembra più strana, però, è che questa specie di rivoluzione nell’ambito dell’abbigliamento da spiaggia arrivi proprio dall’Inghilterra, dove anche in piena estate non sono molte le giornate di sole e, soprattutto, fa piuttosto freddo. Almeno io ho avuto questa esperienza sul Mare del Nord dove, complice il vento e anche un po’ di pioggia, la spiaggia l’ho vista solo dall’alto di una stradina panoramica. I pochi “bagnanti” erano vestiti di tutto punto e perlopiù si davano al windsurf.

Insomma, niente topless per le inglesi. Ma siamo sicuri che l’invenzione sia proprio britannica? Sarà, ma su e-bay sono già in vendita da tempo degli articoli simili, made in Netherlands (sito sunselect.nl), e ad un prezzo molto più conveniente: da più o meno 10 euro a 20. Oddio, non è che in Olanda faccia più caldo che in Inghilterra, quindi mi stupisco che siano proprio dei paesi nordici a proporre sul mercato questo tipo di indumenti. In ogni caso, topless a parte, siamo sicuri che funzionano? Perché il rischio che al posto delle “chiappe chiare” ci si ritrovi un fondo schiena tipo bertuccia c’è. Io, che comunque non ho mai preso in considerazione il fatto di prendere il sole nuda, preferisco i vecchi tessuti e soprattutto le valide e anche un po’ costose creme protettive. Sono un po’ diffidente, lo so, ma la pelle è preziosa e proteggerla è una precisa responsabilità che tutti dobbiamo avere. Inglesi e Olandesi compresi.

[fonte principale: Il Corriere.it, articolo di Simona Marchetti, del 30 maggio 2009; nella foto: la spiaggia di Cromer, Norfolk, UK]

APERTURA DELLA CHIESA AI DIVORZIATI

Riporto dal corriere.it questo bell’articolo di Isabella Bossi Fedrigotti, scrittrice e giornalista, che collabora da anni con Il Corriere della Sera.

Liberiamo i divorziati dall’ultima catena

Il cardinale Martini, don Verzé e l’accoglienza nella Chiesa dei risposati

di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

fedrigottiFa bene al cuore legge­re le parole del cardi­nal Carlo Maria Martini e di don Luigi Verzé tratte dal libro che hanno scrit­to insieme, «Siamo tutti nella stessa barca»: paro­le di comprensione, di apertura e di carità cri­stiana di cui da tempo si sentiva un grande biso­gno.

E il pensiero che sono entrambi anzianissimi e uno dei due anche molto malato dovrebbe in un certo senso rassicurare i fedeli più tradi­zionalisti e, perciò, magari, turbati se non proprio scandalizzati dalle lo­ro teorie: tra tutti gli uomini di chie­sa non sono ormai forse quelli più vicini a Dio e dunque in grado, chis­sà, di intenderne meglio la voce?

Doppiamente possono essere ras­sicurati questi fedeli, in quanto, sia pure forse più nell’immaginario co­mune un po’ stereotipato che non nella realtà dei loro cuori, uno è sem­pre stato considerato piuttosto di si­nistra e l’altro piuttosto di destra: due uomini, perciò, che si sarebbero ritenuti di idee contrastanti su tutto o quasi tutto.

L’avesse detto soltanto il cardinal Martini, qualcuno avrebbe pensato: il solito prete comunista; l’avesse in­vece detto soltanto don Verzè, qual­che altro avrebbe ragionato: cosa non si fa pur di venire incontro al Presidente del Consiglio. Invece si sono trovati entrambi d’accordo nel­l’auspicare che la Chiesa si decida in­fine a concedere i sacramenti anche ai divorziati risposati. Ecco, è tutta qui la pietra dello scandalo, la picco­la grande rivoluzione che numerosis­simi in tutto il mondo si aspettano da tempo, spesso anche nella soffe­renza più profonda e quel che è peg­gio, irrisolvibile. Abituati ad ascolta­re confessori che, come condizione per accostarsi all’eucaristia, propon­go loro di vivere in castità se non, addirittura, di tornare con il primo marito o la prima moglie, magari a loro volta ampiamente risposati, è con comprensibile sollievo e gratitu­dine che accoglieranno le parole dei due illustri, anziani sacerdoti.

Il pensiero va in particolare a quei credenti che, abbandonati dal part­ner malgrado loro, per poter conti­nuare a ricevere i sacramenti — una consolazione, si sa, nello sconforto del fallimento sentimentale — si ve­dono costretti a una prospettiva di perenne solitudine, esclusi dalla fe­sta e condannati per un divorzio su­bito, per una colpa, cioè, che non hanno commesso, secondo una giu­stizia che si fa fatica a riconoscere co­me divina.

Don Verzé e il cardinale Martini hanno, con questo loro pronuncia­mento, affrontato una questione de­licata sulla quale in genere le gerar­chie ecclesiastiche non si mostrano molto possibiliste: semplificando al massimo, se, cioè, l’uomo è fatto per la religione oppure la religione per l’uomo; e hanno optato, così sem­bra, per la seconda ipotesi.

Visto il gran numero di abbando­ni della pratica ecclesiastica e viste anche, per esempio in Brasile, le mol­te conversioni ad altre fedi con rego­le meno rigide della nostra cattolica, la si potrebbe a prima vista conside­rare una scelta suggerita da una nu­da e cruda realpolitik. Tuttavia, pen­sando alla storia dei due uomini, leg­gendo i brani della loro conversazio­ne e ascoltando il tono accorato del­le loro voci, si ha piuttosto l’impres­sione che l’istanza comune sia il frut­to di una riflessione basata sulla ne­cessità urgente che la Chiesa, non soltanto in teoria ma anche nella pra­tica, sia davvero vicina ai bisogni dei fedeli.

Una scelta di umana comprensio­ne, di indulgenza e di carità, dun­que: non l’uomo per la religione, ma la religione per l’uomo. Con un’at­tenzione intelligente all’evoluzione della storia e al mutare dei tempi e del costume: da non considerare ne­cessariamente — come a volte si ha l’impressione che la Chiesa conside­ri — opera del diavolo.

20 maggio 2009

L’annosa questione della chiusura della Chiesa nei confronti dei divorziati, e risposati, pare avviarsi verso una felice conclusione. Leggere le parole di Isabella Bossi Fedrigotti rincuora me, che non ho questo tipo di problema, e sicuramente molte persone che, pur avendo “peccato” divorziando e magari risposandosi, ha la fede e vorrebbe essere liberato dall’ingiusta “scomunica” che grava su tale categoria di peccatori.

Tuttavia, nella mia esperienza, ho visto sia un’eccessiva chiusura sia un’inspiegabile apertura nei confronti dei divorziati.
Inizio dalla chiusura: mio fratello, sposato con una divorziata, si è visto negare il battesimo alla figlia in quanto frutto dell’amore nato nell’ambito del “concubinaggio”. Inutile dire, infatti, che per il Vaticano un matrimonio civile, fosse anche il primo per entrambi gli sposi, non ha nessun valore. Ricordo che allora il rifiuto del parroco di celebrare il battesimo aveva fatto infuriare mio fratello ma anche mio padre. Quest’ultimo, giusto per capirne il carattere e la considerazione che ha nei confronti di preti, chiesa e vaticano (li scrivo minuscolo per ribadire il suo pensiero), è sposato in Chiesa pur non essendo cresimato. Il motivo? Il giorno della Cresima, concordato con il vescovo, quest’ultimo non si è presentato. Quindi niente sacramento. Ma mio padre, ritenendo di essere dalla parte della ragione -lui c’era, è stato il vescovo ad ignorare l’appuntamento- si è presentato in chiesa per le nozze nel giorno e all’ora stabilita … ma ha trovato la porta, anzi il portone principale, per la cui apertura aveva pagato un bel po’, chiuso. Tralascio tutti i risvolti della vicenda ma vi assicuro che a nulla sono valse le proteste del parroco … il matrimonio “s’aveva da fare” ed è stato celebrato! Altro che bravi di don Rodrigo.
Tornando al battesimo di mia nipote, inutile dire, fatte le dovute premesse, che la coalizione tra mio padre e mio fratello ha portato alla soluzione sperata: il vescovo in persona ha redarguito il parroco insolvente -più o meno come don Abbondio!- e il battesimo s’è fatto.

L’altro caso che la lettura dell’articolo della Fedrigotti mi ha fatto tornare alla mente è quello della catechista di mio figlio: sposata, divorziata ma responsabile dell’educazione religiosa dei comunicandi e ammessa alla comunione! Beh, la cosa non poteva che farmi piacere soprattutto considerata la stima che avevo nei confronti della “povera” donna che, sposata ad un uomo indegno, era stata abbandonata dal vile e lasciata praticamente con due figli a carico. La pietà nei confronti dell’infelice mi era sembrato il minimo che, considerata la sua devozione, la Chiesa le potesse attribuire. Rimase per me sempre un mistero che fosse ammessa ai sacramenti: come, mia cognata, anch’essa abbandonata dal marito con due figlie piccole da crescere, era scomunicata e a momenti le veniva impedito di metter piede in chiesa, e la catechista godeva di tali privilegi. Insomma, i due casi simili nella sostanza, tranne il fatto che la catechista non aveva un altro marito o altri figli, mi sembrava avessero avuto due trattamenti diversi da parte delle istutzioni religiose. Ma dove sono allora le tanto proclamate “fratellanza” e “uguaglianza“?

Un altro fatto riguarda il battesimo di mio figlio. Ho fortemente voluto che mio fratello fosse il padrino e mia cognata la madrina. Allora non mi aveva sfiorato il dubbio che per la Chiesa due “concubini” non potessero rappresentare una buona guida per un neo battezzato. Ma nessuno mi aveva chiesto nulla e quindi tutto è filato liscio. Da ciò si evince che ci sono preti e preti … per fortuna. Recentemente, però un fatto simile è accaduto ad una mia amica. Essendo convivente, in un primo tempo le era stato negato il ruolo di madrina per la nipotina. Ma attenzione: non a lei in particolare, ma alla coppia “peccatrice” perché lei avrebbe potuto essere la madrina ma non in coppia con il suo compagno. Per farla breve, alla fine l’hanno spuntata ma c’è voluta una pazienza infinita per convincere che, al di là della convivenza, i due erano proprio dei buoni “diavoli“.

Sperando che l’apertura nei confronti dei divorziati sia davvero tale, non ci resta che attendere di conoscere il parere del Papa. Conoscendolo come un conservatore trovo difficile immaginare una sua approvazione. Tuttavia c’è da dire che la Chiesa, in quanto a credenti e praticanti, se la passa maluccio, quindi è plausibile che l’apertura ci sia davvero in futuro. D’altra parte se i matrimoni finiscono sempre più presto, ci si sposa più volte, nascono bambini al di fuori del matrimonio … mi sembra che per ripopolare le chiese ci sia bisogno anche dei divorziati!

VERONICA, POVERO SOLDATINO SOTTO ASSEDIO

silvio-e-veronicaC’era d’aspettarselo: dopo l’annuncio del divorzio da Berlusconi, Veronica Lario torna all’attacco mezzo stampa. Dalle sue labbra, immagino gonfiate dal silicone, escono parole affrante, quelle di una donna offesa nella sua dignità, di una moglie umiliata da un marito insensibile che preferisce i figli degli altri, le famiglie degli altri, gli amici degli altri a quelli di casa sua. Una sofferenza, quella di Veronica, che dura da decenni, una sorta di martirio cui si è sottoposta volontariamente senza quasi mai fiatare, eccetto qualche sfogo, qualche letteruccia pubblicata dai giornali, niente di così eclatante. Un dolore chiuso nel suo cuore e nella reggia dorata che non deve nemmeno dividere con il marito. Che donna sfortunata! Tutta sola, abbandonata, incompresa.

«E adesso come mi sento? Come un povero soldatino oramai assediato dagli eserciti nemici», esterna così il suo dolore la povera Veronica. E noi ce lo immaginiamo questo soldatino assediato, ci immaginiamo questa solitudine inerme, quella di una donna che non ha armi per combattere. Pensiamo alla sua misera vita e ci addoloriamo con lei e per lei. Pensiamo alla vita di privazioni che le è stata riservata dal destino: la rinuncia a girare per casa la domenica mattina con i bigodini in testa, il dover lasciare i figli piccoli con le tate per recarsi in una beauty farm perché il marito-tiranno la voleva sempre in perfetta forma, l’impossibilità di preparare qualche manicaretto per la dolce metà e il dover arrendersi ad essere circondata da uno stuolo di camerieri, governanti, cuochi, maggiordomi e giardinieri. Ma le rinunce della signora Lario non finiscono qua: pensiamo a quando i bambini sono cresciuti e li ha dovuti abbandonare in qualche collegio, naturalmente svizzero, così come alle donne spartane erano sottratti i figli di appena sei anni perché dovevano essere addestrati per la guerra. Ma la povera Veronica, soldatino indifeso, li ha dovuti abbandonare ad austeri pedagoghi, rinunciando a passare i pomeriggi insieme a loro, a seguirli nell’esecuzione dei compiti, a correggere tutti quei bei problemini di matematica che fanno impazzire le mamme, a fare i dettati per imparare bene l’ortografia. E poi, da sola, si è dovuta adattare a farsi scorazzare in giro dall’autista, lasciando ingiallire la patente in un cassetto. Mai un giretto al supermercato, un’occhiata alle offerte della settimana, l’acquisto degli ovetti kinder per i piccoli Berlusconi. Una vita grama davvero.

E che dire della carriera? Il marito l’ha strappata dal palcoscenico stroncando così crudelmente una carriera fulgida, un avvenire da prima donna della prosa. La poveretta si è adattata a stare dietro le quinte, rinunciando al ruolo di protagonista. Lui, folgorato dal suo seno al vento, l’ha voluta tutta per sé; non solo, ha preteso che un ignobile chirurgo plastico le facesse ritornare quello splendore che l’età stava portandole via. Fortunatamente la chioma è rimasta splendida e folta, altrimenti il crudele Silvio l’avrebbe costretta al trapianto. Eh già, perché molte cose con lui Veronica ha condiviso, forse non se ne ricorda. Le vacanze, per esempio, in costa Smeralda o qualche crociera su splendidi yacht suoi o dei cari amici di famiglia. E d’inverno, non poteva mancare alle discese sugli sci o alle scivolate sulla slitta a Saint Moriz o a Cortina, non so. So che per lei, Veonica, dev’essere stato un bel sacrificio, in nome di quell’amore giurato come eterno, di quel legame che a poco a poco è diventato la sua prigione.

E ora l’ingrato consorte che fa? Se la spassa alle feste delle neodiciottenni, ma a quelle dei figli è stato l’ospite a lungo atteso, debitamente invitato, ma mai arrivato. Che affronto! E a tale affronto come poteva reagire Veronica? Chiedendo il divorzio, mi sembra logico. Ma non attraverso il freddo e anonimo linguaggio legale, recitato da una formalissima lettera dell’avvocato, troppo banale. Meglio annunciarlo alla stampa. Dal suo cantuccio riservato in quel di Macherio, esplode la rabbia del soldatino ora assediato; parole scritte, incancellabili raggiungono il povero Silvio in quel di Varsavia, proprio mentre è occupato a stilare l’incriminata lista dei candidati alle europee. Di veline, nemmeno l’ombra dice lui. Solo brave e preparate ragazze, come quelle che attualmente occupano posti di responsabilità e onorano gli impegni con puntualità e serietà. Meglio degli uomini, aggiunge. Insomma, quelle veline che hanno causato nella signora Lario lo sfogo di un’ira a lungo repressa non ci sono, non esistono. E poi, quella Noemi Letizia, la più famosa neodiciottenne d’Italia, una brava ragazza appartenente ad una famiglia morigerata, con l’unico difetto di avere invitato cotanto ospite alla festa di compleanno. Ma il torto più grande la moglie “tradita” lo attribuisce a lui, al fedifrago: quello di aver accettato l’invito. Non solo, il cavaliere si è pure fatto fotografare, anche se sul web corre voce che le foto siano ritoccate. Anzi, c’è pure qualcuno che fa basse insinuazioni notando la somiglianza della fanciulla Noemi con le altre figlie di Berlusconi. Ma dai! Anche questo, purtroppo, deve sopportare il povero soldatino indifeso.

Il premier nega tutto: nessun legame particolare –qualcuno ha parlato addirittura di pedofilia!- con la ragazzina, solo un’amicizia di lunga data con la famiglia, visto che il padre di Noemi fa parte del PdL. E poi, sostiene il cavaliere ai microfoni di Bruno Vespa, due giorni fa a “Porta a porta”, se ci fosse stato qualcosa da nascondere, non si sarebbe recato in un locale affollato, non si sarebbe fatto fotografare. Mica scemo, lui. No, è la stampa di sinistra che ha cercato di infangarlo e ha teso una trappola in cui è caduta anche la moglie inconsapevole. Certo, qualcuno aspetta solo di coglierlo in fallo, il Presidente del Consiglio, e approfitta pure di diciottenni inesperte che non si lasciano scappare l’occasione per potersi vantare di tale amicizia, di tale ospite, di tale regalo (gioiello in oro e diamanti). Ma Veronica non ha compreso tutto questo, si è lasciata raggirare anche lei, come tanti. Non sanno, però, i detrattori che alla fine questo episodio, pur nella sua dolorosità, ha giovato a Berlusconi e alla maggioranza. Davanti alle telecamere della TV francese France 2 ha esibito con orgoglio i dati recenti sulla sua popolarità: dal 75% è passata al 77%. E si deve a lui un altro record: lo share di “Porta a porta” che in dieci minuti è passato dal 15% al 43%. Non era arrivata a tanto nemmeno l’ “Elisa di Rivombrosa” della gloriosa prima serie. E nonostante tutto, dice Berlusconi, la Tv e la stampa continuano a denigrarlo, anche i suoi canali e giornali. Roba da non credere! È quel 37% che rimane indifferente al suo charme che ora sta con Veronica, evidentemente. Lei, poverina, non si rende conto che la stanno strumentalizzando, che tutta la vicenda, così tanto privata che l’addolorato Silvio non ne vuole nemmeno parlare –ma, guarda caso, ne parla, e come se ne parla!- ormai è in pasto a belve feroci che attendono solo di sbranarlo, il maritino. Magari sarà la stessa ex moglie a sbranarlo, in senso metaforico, quando gli presenterà i conti.

C’è gente che passa attraverso l’esperienza dolorosa del divorzio andando incontro ad un oscuro destino. Già, perché qualche pover’uomo non sa nemmeno come fare per mantenersi e passare gli alimenti alla ex. C’è pure qualcuno che rinuncia alla casa e torna da mamma e papà, se li ha, o si adatta alla vita solitaria in un anonimo residence. Ci sono anche quelli che, non avendo alternative o perché non arrivano ad un accordo, rimangono nella casa coniugale da separati in casa. Chi ha visto il film La guerra dei Roses sa di che cosa sto parlando. Ma non c’è nemmeno il pericolo di assistere allo spettacolo di Veronica e Silvio appesi al lampadario di cristallo, magari scommettendo su chi dei due cadrà per primo. E già, perché i due sposi vivevano di già in due case separate. Ma allora cosa cambia? Nulla, se non il fatto che un divorzio già in atto verrà formalizzato.

Quando su questa triste vicenda calerà il sipario, saremo tutti più contenti. Veronica da ex attrice è già abituata a vedere la tenda di velluto scendere davanti a lei. Ma ora il povero soldatino indifeso, che pure ha scatenato questa guerra, non attenderà più il suo bel cavaliere che verrà a salvarla. Lei con i cavalieri ha già avuto una brutta, bruttissima esperienza. Ormai non crede più alle gesta dei palatini, quelle dei romanzi cortesi. La cortesia, in tutti i sensi, non fa parte del suo mondo. Le rimane la magione da difendere, proprio come facevano le donne dei cavalieri in loro assenza. Ma non ci sarà nessun ariete a sfondare il portone, nessuna balestra pronta a scagliare le pietre. Non ci sarà bisogno d’armi o di parole; di quelle ne sono state dette anche troppe. Basterà tacere. Il silenzio, a volte, è l’arma vincente.

[fonte principale: corriere.it, articoli vari del 5, 6 e 7 maggio]

LA NATURA E IL SUO CORSO: ANCORA UNA RIFLESSIONE SUL CASO ENGLARO

Nei precedenti articoli ( https://marisamoles.wordpress.com/category/eluana-englaro/ ) ho sempre sottolineato che riguardo ad Eluana e al suo stato non mi sento di esprimere alcun parere. Ho difeso, tuttavia, la posizione del padre che ha dalla sua parte una sentenza della Cassazione, quindi in teoria non avrebbe alcun motivo per ripensarci se non un improvviso senso di colpa che pare non abbia mai provato.
Non valuto, quindi, la sua decisione di far sospendere l’alimentazione e l’idratazione al povero corpo di Eluana. Ho già detto che, vedendo legittimato il suo progetto, sarà lui poi a fare i conti con la sua coscienza e nessuno può permettersi di giudicarlo. Almeno così la penso.

Ieri ho visto parte della puntata di Matrix condotto da Enrico Mentana e ho sentito, in un dibattito civile almeno per una volta, uno scambio di opinioni opposte che, apparentemente, potevano di volta in volta apparire valide. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato l’intervento del senatore Ignazio Marino, medico chirurgo, che ha spiegato che lo stato vegetativo permanente ha una durata non prevedibile né, logicamente, predefinita. Tuttavia a mantenere in vita Eluana non sono solo i nutrienti che le vengono somministrati e che ora stanno per essere sospesi; la “vita” di chi si trova nello stesso stato di Eluana è costantemente protetta dalla somministrazione di farmaci e ciò porterebbe a pensare che sarebbe morta di morte naturale molto tempo fa se le fosse stato risparmiato questo accanimento terapeutico che, per legge, si può rifiutare. Se non lo può fare in prima persona, credo che tale decisione possa essere presa dal padre di Eluana che è il suo tutore legale.
Sono convinta che se fin dall’inizio il caso della povera donna fosse stato considerato da questo punto di vista, tutto il caos mediatico che si è creato ci sarebbe stato risparmiato. Quello che ha indignato profondamente l’opinione pubblica, infatti, è stata la decisione di sospendere l’alimentazione e l’idratazione, scatenando la reazione di chi sostiene, giustamente in linea di principio, che “pane e acqua non si negano a nessuno”.

Ora bisogna vedere cosa succederà, visto che il Governo, ma forse sarebbe meglio dire Berlusconi che con il suo ego gigantesco cerca sempre di imporre la sua volontà e dominare quelli che stanno appena un po’ più in basso di lui (e non parlo logicamente di statura!), ha presentato il DDL, sulla falsa riga del DL respinto da Napolitano, che in tempo record verrà discusso alle Camere. A questo proposito, lo stesso senatore Marino sostiene che “il decreto non è sostenibile scientificamente e neanche dal buon senso. La nutrizione artificiale è una terapia medica, ma non è ‘fisiologicamente finalizzata ad alleviare le sofferenze’. Questo concetto contenuto nella legge non ha nessuna sostanza scientifica“.[cito dal suo sito]

A me rimane, tuttavia, un dubbio: come può una legge, varata dal Parlamento della Repubblica e quindi a tutti gli effetti applicabile, cancellare ipoteticamente una sentenza della Cassazione emessa già in precedenza e attualmente in via di esecuzione? Insomma, questo braccio di ferro tra Stato e Magistratura, tra Governo e Presidente della Repubblica, mi sembra un modo per mettere in secondo piano la sofferenza della famiglia Englaro per far posto ad un atto di forza paragonabile a quello che, secondo l’opinione pubblica, si sta facendo nei confronti di Eluana.

Sul Corriere.it ho letto l’ Editoriale di Ernesto Galli Della Loggia e l’ho trovato interessante. Lo riporto per intero perché ritengo che possa servire come ulteriore spunto di riflessione, specie in relazione a ciò che ho scritto all’inizio di questo post.

LA NATURA E IL SUO CORSO

di Ernesto Galli Della Loggia

E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d’urgenza nella vicenda di Eluana Englaro. È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto. Un cui principio fondamentale, come fin dall’inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l’esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale.

E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato. Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell’opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità. Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale. A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l’asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire.

L’altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d’appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell’incidente aveva diciotto anni).

Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d’appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d’indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni ». Dunque si proceda pure alla sua eliminazione. Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D’Avack, sull’Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ». C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».

Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana — che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere—resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane. Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa. Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo.

È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi. Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi. Tale divieto, com’ è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore. Si tratta peraltro—ed è questo un aspetto decisivo—di un obbligo/ divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica.

Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione. Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione. Togliere invece ogni medicamento. Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.

07 febbraio 2009