CONGEDO MESTRUALE: PERCHÉ NO?


Si sta discutendo alla Camera una proposta di Legge, firmata da quattro deputate del Pd, che prevede un congedo mensile di massimo tre giorni per le donne che soffrono di dismenorrea (mestruazioni dolorose). Attualmente la proposta è all’esame della Commissione Lavoro e potrebbe essere approvata in tempi brevi, allineando l’Italia a molti Paesi, soprattutto orientali, che si sono attivati già in questo senso.

In realtà la proposta è stata presentata da Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato già un anno fa. L’iter è stato accelerato anche grazie al dibattito sulla questione che negli USA è stato riacceso di recente dalla decisione di un’azienda di Bristol, la Coexist, di inserire nello statuto l’esenzione dal lavoro per le impiegate nei giorni di picco del ciclo mestruale.

Naturalmente questo speciale congedo sarebbe usufruibile solo previa presentazione di un certificato medico redatto dallo specialista, da rinnovare di anno in anno, che attesti la presenza di dismenorrea. Una sindrome molto più diffusa di quanto si potrebbe pensare: in Italia si stima che fra il 60% e il 90% di donne in quei giorni lamentano mal di testa, mal di schiena, dolori addominali, forti sbalzi ormonali. Nel 30% dei casi i disturbi sono invalidanti: costringono a letto per ore e anche per più giorni. Un malessere che può essere violento e fortemente invalidante, seppur limitato a uno-tre giorni al mese.

Il congedo mestruale è già una realtà da molto tempo nel mondo orientale dove c’è la credenza che il mancato riposo durante il ciclo provochi parti problematici: in Giappone esiste dal 1945 e in Indonesia dal 1948. Più recentemente si sono aggiunte alla lista “rosa” Sud Corea e Taiwan.

Di fronte alla proposta di Legge mi sento di esprimermi in modo favorevole, nonostante non mi riguardi da vicino. Non più, almeno, ma non posso dimenticare gli anni passati in un incubo mensile che mi costringeva a letto a volte anche per due giorni, in preda a dolori lancinanti, nausea, svenimenti… talvolta erano necessarie una o più iniezioni di antidolorifici perché non riuscivo a tenere nello stomaco le pastiglie. Ora leggendo i dati mi rincuoro un po’, ma anche mi dispiace. Ai tempi, invece, mi sembrava di essere una besti rara e invidiavo tutte le amiche e compagne di scuola che, non solo passavano “normalmente” quei giorni, ma addirittura potevano andare al mare o in piscina, continuavano gli allenamenti in palestra. Per me il mondo si fermava, semplicemente. E così è stato fino alla nascita del mio primogenito. Forse, inconsciamente, la mia precoce (ma non tanto ai tempi…) voglia di maternità era dovuta proprio alla speranza di stare bene dopo il primo parto.

Leggo sui quotidiani che la proposta non è appoggiata da tutte le donne. Alcune, che evidentemente non soffrono né hanno mai sofferto di dismenorrea, affermano che basta chiedere uno o più giorni di malattia, senza alcun bisogno di leggi speciali.
Altre sono arrivate al punto da esclamare: “Abbiamo tanto lottato per la parità dei sessi e ora…”. Ma ora che? Vogliamo far partorire gli uomini, per par condicio? Magari un domani sarà pure possibile ma non ora, finché è ancora la natura a decidere.

L’obiezione più assurda è che la proposta si debba bollare perché a presentarla sono state quattro donne del Pd. Come se la dismenorrea fosse di sinistra e le donne fortunate a non soffrirne fossero tutte di destra. Vuol dire che faremo presente al ciclo di fare attenzione: niente dolori a destra, solo a sinistra.

C’è anche chi preferirebbe che fossero le aziende e i datori di lavoro a decidere, come accade nella maggior parte dei Paesi occidentali. Insomma, non c’è bisogno di una legge ad hoc, solo un gesto caritatevole da parte dei boss. E con le donne che hanno un impiego statale come la mettiamo?

In conclusione, ribadisco che a me piace questa proposta, mi pare assennata. Se poi non va bene condividerla perché, si sa, in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”… il dubbio che qualche “furbetta” se ne approfitti e che qualche medico sia compiacente c’è. Ma lo stesso discorso vale anche per le migliaia di certificazioni sui falsi invalidi, no?

[fonte: Il Messaggero; immagine da questo sito]

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8 MARZO: PERCHÉ LA MIMOSA?


Odio la Festa della donna – l’ho già detto – e anche la mimosa non mi piace particolarmente. Però sono curiosa e mi sono documentata sulla tradizione secondo la quale l’8 marzo si è soliti regalare alle donne un mazzetto di mimose.

La Giornata internazionale della donna, che si celebra appunto l’8 marzo, ha lo scopo di ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in quasi tutte le parti del mondo. Questa celebrazione ha avuto origine negli Stati Uniti a partire dal 1909, mentre in Europa bisognerà attendere il 1911: in Germania, con la settimana di agitazioni femminili, si inizierà a considerare l’8 marzo come giorno ufficiale dedicato alla donna.

Per quanto riguarda l’Italia, bisogna attendere il 1922 per vedere la prima manifestazione e solo nel 1945 venne adottato l’8 marzo come data ufficiale. Ma per avere una celebrazione a livello mondiale questa festa si dovrà arrivare al 1977, anno in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione sancendo l’8 marzo come “giornata delle nazioni Unite per i diritti delle donna e la pace internazionale”.

Ma perché proprio la mimosa fu scelta come fiore simbolo di questa giornata?

Secondo alcuni tale pianta fioriva nel cortile dell’industria tessile “Cotton” di New York, in cui l’8 marzo 1908 morirono 129 operaie. Un incendio sarebbe divampato nei locali dell’industria tessile: si dice che il proprietario della fabbrica, un certo Mr Johnson, avesse bloccato tutte le porte per impedire di uscire alle operaie, che avevano protestato contro i turni lavorativi massacranti.
In realtà pare che non ci fosse alcuna pianta di mimosa all’esterno dell’edificio e che anche l’incendio, che realmente scoppiò, non si fosse verificato in quella data.

Tale fiore fu scelto come simbolo della Giornata Internazionale della Donna nel 1946 dall’U.D.I (Unione Donne Italiane) principalmente perché ha una fioritura precoce e, pur essendo originaria dell’Australia – più precisamente della Tasmania -, già 200 anni fa in Europa ha trovato il clima ideale per crescere e svilupparsi. Cresce spontaneamente anche in molte parti d’Italia, è economica e, con il suo colore giallo paglierino, ha il potere di smorzare il grigiore dell’inverno portando l’allegria della primavera anticipando l’arrivo della stagione.

La mimosa ha anche un significato simbolico: secondo gli Indiani d’America, infatti, i fiori della mimosa significano forza e femminilità. Essi erano soliti regalare un mazzetto di mimose quando decidevano di dichiarare il loro amore alla ragazza prescelta.

Gli Aborigeni australiani attribuivano alle mimose proprietà curative e pare che in alcune tribù la mimosa fosse l’ingrediente principale di uno speciale decotto contro diarrea, malattie veneree, nausea e disturbi nervosi.

L’essenza floreale di mimosa è indicata per persone timide, introverse, chiuse in sé stesse. Facilita l’apertura verso gli altri e verso il mondo, pertanto è consigliabile nei periodi di depressione, sconforto, solitudine e senso di abbandono. Questa qualità sarebbe confermata, in un certo senso, anche dall’etimologia. Sebbene non ci sia una visione unanime, per alcuni deriva dal latino mimus (mimo) o da mimesis (imitazione) poiché alcune specie, quando si contraggono, sembrano interpretare con la stessa intensità le smorfie dei mimi quando simulano il sentimento della vergogna.

La tesi più credibile, tuttavia, farebbe derivare la parola mimosa da una radice spagnola: in questa lingua mimar significa “accarezzare” e, infatti, questo fiore dà proprio l’idea di una carezza e, in un certo senso, si collega perfettamente alla sensibilità tipica dell’universo femminile.

E allora, donne, facciamoci accarezzare dalla mimosa. Quanto alla festa, preferirei pensare che ogni giornata sia buona per ricevere una carezza da chi ci vuole bene.

[fonti: realizzazionegiardini.org, leitv.it, meteoweb.eu, siciliafan.it da cui è tratta anche l’immagine]

MATRIMONI E ALTRE “CORBELLERIE”

matimonio-un-annoRagazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro.

Così pensava don Abbondio quando, trovandosi nei pasticci per colpa della minaccia dei bravi di don Rodrigo, se la prende con Renzo e Lucia. “Ragazzacci” che non pensano ad altro che all’amore e addirittura vogliono sposarsi.

Ma i nostri tempi sono decisamente diversi. Ci si sposa poco, si convive di più, l’amore non è eterno, data la durata media dei matrimoni. (ne ho parlato QUI)
Nessun sacerdote condividerebbe i pensieri del curato manzoniano. Anzi, vista la crisi delle unioni celebrate davanti a Dio, i ministri della Chiesa sarebbero ben lieti di fare gli “straordinari”, celebrando matrimoni anche di notte.

Eppure ci sono “ragazzacci” che ancora pensano alle nozze. Coppie che, nonostante il rito religioso sia passato di moda, hanno ancora il coraggio di giurarsi fedeltà eterna. Ma il matrimonio come dev’essere?

L’annuncio con largo anticipo.
Sarò io strana, ma non riesco mai a fare programmi a lungo termine. La gente che prenota le vacanze da un anno all’altro (anche i miei genitori lo facevano…) non la capisco. Io non ce la farei. Sarà per questo che da vent’anni non vado in vacanza.
Prenotare l’aereo sei mesi prima per pagare di meno? Non ci penso neppure. Il pessimismo mi porta a pensare che magari succede qualcosa e perdo pure i soldi. Pochi ma li perderei comunque.
Figuriamoci se sarei capace di pensare al matrimonio un anno prima…
Eppure ci sono coppie che annunciano le nozze con largo anticipo, informando pure parenti e amici. “Siete liberi il 29 settembre del prossimo anno?”. A questa domanda posso rispondere in due modi: se sono ottimista, dico che non so nemmeno quello che farò domani; se, invece, mi trovano in giornata nera, rispondo che non so se domani sarò viva.

sposa

Il vestito della sposa.
L’abito che la donna indosserà alle nozze è di fondamentale importanza. Mesi prima – se non anni – si inizia sfogliando le riviste in cerca di ispirazione. Confesso che anch’io l’ho fatto. Poi ho scelto un abito molto diverso da quelli che mi avevano colpita sulle pagine patinate delle riviste specializzate. Ne deduco che non serva poi a molto, se non a sognare. Ammesso che si sia particolarmente romantiche.
Mi chiedo, però: ma come fai a scegliere l’abito un anno prima? Non è questione di stile – le mode cambiano ma non così in fretta – bensì di taglia. E se poi ingrassi? O magari dimagrisci per lo stress da matrimonio (a me è successo… 12 chili in tre mesi)? Vabbè, stringere il vestito si può ma allargarlo non sempre è possibile né si possono perdere i chili acquistati con la bacchetta magica.
Sarà, ma forse a causa del mio pessimo rapporto con la bilancia, acquistare il vestito un anno prima non mi sarebbe mai venuto in mente.

La scelta del ristorante.
Evidentemente questa mania di decidere di sposarsi con largo anticipo si è diffusa a macchia d’olio. Per me è incredibile che, con ben 12 mesi di anticipo, si fatichi a trovare un ristorante libero. Eppure succede. O i locali più gettonati sono pochi oppure – cosa molto più probabile – tutti i futuri sposi scelgono la data un anno prima e tutti decidono di sposarsi nello stesso periodo. Dovessi ancora convolare a nozze, per me la cosa sarebbe insopportabile.

Trucco e parrucco.
Per le spose ormai c’è il catalogo dove si possono scegliere l’acconciatura e il trucco preferiti. La scelta è ampia ma, una volta presa la decisione, non sia mai che si attenda il giorno del matrimonio per farsi fare l’acconciatura e il trucco. Le prove sono assolutamente necessarie. E non ne basta una, per carità. Metti che l’acconciatura scelta sul catalogo non sia la migliore per il tuo viso. E il trucco? Non esiste il trucco per la sposa perfetta e, soprattutto, non è detto che il make-up preferito sia proprio quello che sta bene con la tua faccia. E prova che ti riprova, spendi bigliettoni da 100 euro senza nemmeno accorgertene e del tutto inutilmente, visto che il trucco lo togli la sera prima di andare a dormire e al primo shampoo i capelli ritornano com’erano prima.
Lo ripeto: sarò strana ma non mi è mai passato per la testa – letteralmente – di fare le prove di trucco e parrucco. Mi sono affidata ciecamente alla mia parrucchiera – e non a un hair designer come si dice adesso – e per il trucco mi sono arrangiata da sola. Vi posso assicurare che l’acconciatura e il trucco hanno tenuto perfettamente dalle quattro di pomeriggio alle tre di notte. Non mi sono nemmeno tolta il velo al ristorante, per dire.

Per concludere, io davvero non capisco tutte queste complicazioni. La vita è già tanto complicata di suo…
Mi sono laureata a febbraio, ho deciso di sposarmi a maggio, a giugno ancora non avevamo trovato casa e il 31 agosto eravamo davanti al sacerdote apprestandoci a passare la vita assieme. Il vestito era ok, il ristorante l’abbiamo trovato senza difficoltà, la Chiesa non era libera il 1 settembre, come volevamo, e abbiamo accettato di anticipare al sabato precedente. Senza fare prove di trucco e parrucco ero bellissima (quale sposa non lo è?) ugualmente. Stanchissima per aver passato due mesi di preparativi intensi. Figuriamoci se avessi iniziato a pensarci un anno prima… probabilmente nel frattempo avrei deciso di non sposarmi più.

[immagine abito da sposa da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: BABY PROSTITUTA RISARCITA CON LIBRI SULLE DONNE

baby-prostitute
Ricordate le baby prostitute dei Parioli? Le ragazzine che a 15 anni si vendevano per ricariche telefoniche o abiti e accessori griffati hanno sconvolto l’opinione pubblica nel 2013 e costretto a riflettere sull’assenza di valori e la complicità di almeno una delle madri che aveva spinto la figlia, appena quattordicenne, a vendere il proprio corpo per poter pagare i debiti.

Questa storia non ha nulla di buono, di certo non è una #buonanotizia. Ma la decisione dei giudici del Tribunale di Roma che oggi hanno messo la parola fine a questa triste storia, condannando uno dei clienti, è davvero una bella notizia.

Un 35enne, allora cliente delle baby-squillo, è stato condannato (oltre che a 2 anni di reclusione) a risarcire la ragazzina costituitasi parte civile, comprandole 30 libri e 2 film su «la storia e il pensiero delle donne, la letteratura femminile e gli studi di genere». Questo è il seguito dell’inchiesta condotta dalla pm Cristiana Macchiusi e del procuratore aggiunto Maria Monteleone sul giro di prostituzione minorile nel quartiere Parioli a Roma.

L’avvocato della minorenne aveva chiesto 20mila euro di risarcimento per danni morali. Ma il giudice Di Nicola, membro del comitato per le pari opportunità presso il consiglio giudiziario di Roma, ha ritenuto opportuno un altro tipo di risarcimento che in qualche modo potesse anche essere riabilitativo per una ragazzina che si era lasciata travolgere da questa squallida storia, mettendo in secondo piano i valori e sottomettendosi al “dio denaro”.

Secondo il dott. Di Nicola i libri hanno lo scopo di “insegnare alla baby squillo come curare e rispettare il proprio corpo e dare così valore alla propria identità di donna”. Tra le autrici consigliate vi sono scrittrici come Hanna Arendt, Natalia Ginzburg, Sibilla Aleramo, Oriana Fallaci, Anna Frank, Marguerite Yourcenar e altre.

Le motivazioni della sentenza non sono state depositate ma questa decisione così fuori dai canoni, anticipata dal giudice, sta facendo parecchio discutere.

Io non so se la decisione del magistrato otterrà l’obiettivo prefissato ma ritengo che sia, oltre che originale, impeccabile dal punto di vista educativo. Acconsentire a un risarcimento in denaro, infatti, avrebbe posto l’accento sul valore dei soldi che, in questa brutta storia di prostituzione minorile, avevano avuto un ruolo di primo piano.

Non so nemmeno se la lettura dei libri verrà apprezzata dalla ragazzina ma credo che i soldi non ripaghino della perdita di valori mentre l’esempio di donne famose che hanno combattuto per difendersi dal maschilismo imperante o dagli abusi perpetrati a loro danno, sia morale sia fisico, non ha prezzo.

[LINK della fonte; immagine da questo sito]

LIBRI: “LE DIFETTOSE” di ELEONORA MAZZONI

EleonoraMazzoni_tmbL’AUTRICE
Eleonora Mazzoni nasce a Forlì il 9 ottobre 1965. Laureata a Bologna in Lettere moderne e diplomata alla Scuola di Teatro diretta da Alessandra Galante Garrone, negli anni Novanta si trasferisce a Roma e intraprende la carriera di attrice.
Interpreta molti ruoli in teatro, in televisione e al cinema, dove debutta nel 1996 con Citto Maselli in Cronache del terzo millennio. La carriera prosegue con numerose interpretazioni sul grande schermo ma partecipa anche a fiction televisive tra cui Elisa di Rivombrosa dove interpreta la contessa Margherita Maffei, seguita da altre fortunate produzioni come Il giudice Mastrangelo, Il bambino sull’acqua e Il commissario Manara.

Nel 2012, per Einaudi, esce il suo primo romanzo, Le difettose, che ottiene un buon successo di pubblico. La carriera di scrittrice di Eleonora Mazzoni prosegue con la pubblicazione di Racconti di Natale (Graphe.it, 2013), insolito duetto narrativo con Carlo Collodi, il celeberrimo autore di Pinocchio, e il secondo romanzo Gli ipocriti (edizioni Chiarelettere collana Narrazioni, 2015).
Nel 2016, prendendo spunto da alcune delle bellissime lettere ricevute dopo l’uscita de Le difettose, la scrittrice torna ad affrontare, dopo un lungo lavoro di studio, il tema dell’infertilità e della procreazione assistita con In becco alla cicogna! Procreazione assistita: istruzioni per l’uso (edizioni Biglia Blu collana Terra).

Le difettose (Einaudi, 2012) nasce dall’esperienza diretta dell’autrice, oggi mamma felice di due bambini nati in provetta, del dramma vissuto da moltissime donne che desiderano ardentemente diventare madri e sono pronte a tutto pur di riuscirci. Il sottotitolo del romanzo – Volere un figlio a tutti i costi può dare dipendenza? – chiarisce molto bene qual è il confine tra desiderio e ossessione.
La Mazzoni spiega, in un’intervista rilasciata a mangialibri.com che il libro è solo in parte autobiografico:

«Durante la mia lunga ricerca di un figlio che tardava ad arrivare ho incontrato, nelle sale d’aspetto e in chat, un esercito di donne con la mia stessa difficoltà. Una miriade di storie ed emozioni che chiedevano di essere raccontate. Il tema della maternità, dove si intersecano vita e morte, così carico di pressioni culturali e sociali, anche di stereotipi, così complesso, ambivalente, primordiale, mi sembrava molto interessante. Mi sembrava molto interessante anche la sua declinazione contemporanea: il ricorso alla fecondazione artificiale, con quel groviglio di desiderio smisurato, speranza di farcela, senso di fallimento all’arrivo delle mestruazioni (dette appunto “le malefiche” o “le maledette”), ansia di non riuscire, paura del tempo che passa. Anch’io, come Carla [la protagonista del romanzo, NdR], sono passata attraverso “fecondazioni artificiali fallite e aborti naturali riusciti”. Detto questo ho creato situazioni e personaggi di fantasia e mi sono fatta guidare soprattutto dall’immaginazione. Il romanzo nasce da una realtà che conoscevo bene ma è meno autobiografico di quello che potrebbe sembrare

Dal romanzo di esordio dell’autrice è stato tratto uno spettacolo teatrale, di e con Emanuela Grimalda, PRO-CREAZIONI #1. Naturalmente la Mazzoni ha collaborato all’impianto drammaturgico.

[fonti: le difettose.it, blog.graphe.it, unilibro.it]

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IL ROMANZO
Carla Petri è una quarantenne ricercatrice universitaria in Letteratura Latina, ha un compagno, Marco, che l’ama e l’asseconda, come un uomo è capace di fare, nella disperata ricerca di un figlio che non arriva.
Dopo un’interruzione volontaria ai tempi del liceo, la vita di Carla trascorre felicemente, sia dal punto di vista personale che professionale, e sembra che l’idea di avere un figlio non rientri nelle sue priorità. Ma la relazione stabile con Marco e l’avvicinarsi di un’età, 35 anni, in cui l’orologio biologico inizia a far sentire il suo ticchettio inesorabile, porta la protagonista alla ricerca di una gravidanza che però non arriva.

Odio tutti i ritardi tranne uno è una frase che si ripete spesso nel libro ed esemplifica molto bene lo stato d’ansia e, conseguentemente, l’afflizione che caratterizza l’arrivo, puntuale o meno, del ciclo mensile.

Il tempo per Carla non è certo un alleato, è un nemico contro cui la lotta è impari. Quando si guarda indietro, vede una vita semplice ma appagante, non vuota. Ma dal momento in cui ha deciso di affidarsi alla scienza per realizzare il suo desiderio, osserva, contrapponendolo al presente caratterizzato da uno stato di impotenza disarmante, un passato familiare popolato di donne appagate nel desiderio di maternità, anche se non sempre felici. Ma le donne della sua famiglia sono “a posto”, hanno onorato il dovere di procreare. Lei, e tutte le donne che non riescono a diventare madri, sono invece le difettose.

E che cos’è un difetto se non un vuoto da colmare? Un vuoto che assume le sembianze di un tempo che non ritorna, di tempo sprecato, pezzi di vita buttati.
Il filosofo Seneca, l’autore latino da lei più amato, cerca di venire in soccorso a Carla, con le sue massime spesso ignorate ma terribilmente vere:

Sei tu, Seneca?
Sono io. Per dirti di aver cura del tempo che finora ti è sfuggito. Non ne abbiamo poco, ne abbiamo perduto molto.
In effetti il mio si è assottigliato di botto […] Ma dove l’ho buttato, che adesso mi sento in ritardo su ogni cosa. […]
La perdita più ignobile è quella che avviene per nostra negligenza. E così la vita ci sfugge nel fare alto da quello che dovremmo.
[…]
Così non vale, Lucio Anneo Seneca. Niente giochetti. Non si getta il sasso e si nasconde la mano. Dimmi cosa dovremmo fare. Dimmelo chiaro e tondo e io ti seguirò. Mi fido di te. (pag. 50 dell’edizione citata)

Le parole di Seneca, che riecheggiano a tratti lungo tutto il romanzo, se da una parte aumentano l’ansia della protagonista, dall’altra le pongono davanti un’altra prospettiva: è vero, spesso il tempo viene buttato via inutilmente, quello che abbiamo perso non si può recuperare ma si può sempre sperare di acchiappare quello che ancora abbiamo di fronte, cercando di sfruttarlo al meglio.

Il chiodo fisso della protagonista la porta ad affrontare un vera e propria via crucis, fatta di cure ormonali, interventi per impiantare gli embrioni nel suo utero difettoso, speranze, fallimenti, ancora tentativi e ancora speranze. Non le manca il supporto del suo uomo, anche se sembra che lui semplicemente assecondi i desideri di lei. Quel figlio per Marco non rappresenta una priorità, gli basta l’amore che prova per la sua donna, difettosa o meno.

Quello in cui cade Carla è un vero e proprio vortice, fatto di sigle incomprensibili ai più (PMA, ICSI, FIVET, IUI, PO, PM, PDG, IVF, GEU) ma non è sola, anzi, si ritrova in buona compagnia di donne come lei, a volte anche molto più giovani, tutte accomunate dal desiderio di maternità che spesso viene confuso con un diritto. Ma la natura, e anche la scienza, impone di fare i conti con una realtà diversa dall’immaginazione. Tanto che Carla è pronta anche a cedere, sconfitta, senza forze per continuare a combattere. Si fa strada in lei la consapevolezza di aver messo al primo posto nella sua vita una gravidanza che non arriva, relegando al secondo posto il suo essere donna attraente, il suo rapporto di coppia, con il rischio concreto di annullarsi completamente, avendo anche messo da parte il lavoro, per un sogno che pare irrealizzabile e che forse la farà ritrovare più sola.

Sono una sciatta professoressa senza alcun appeal per l’altro sesso. Come ho fatto a ridurmi così?
Mi accorgo che per strada nessuno mi guarda. Provo a fissare gli uomini che mi passano vicino, ma non ricevo risposte.
Li conoscevo a menadito i trucchetti che noi donne impariamo presto: un certo sguardo, una risata, un reclinare il capo sulla spalla. Mi bastava un gesto, uno solo, per attirare l’attenzione. Ora il meccanismo si è arrugginito. Nel prepararmi a diventare madre ho assassinato la mia femminilità.
Passando davanti alla vetrina di un ottico noto che due rughe pronunciate scavano tra gli occhi, rendendomi corrucciata. La stessa aria di disapprovazione che aveva mia madre. L’immagine di una donna risentita e ostile ai piaceri. (ibidem, pag. 123)

Ed è forse in questo irrisolto rapporto con la madre che Carla sente maggiormente il suo essere difettosa.

***

Le difettose è decisamente un bel libro, scritto bene, non un romanzo “gastronomico” (mi perdoni Brecht se utilizzo l’aggettivo che lui aveva riservato al teatro, indicando un’opera che si gusta in fretta e che, una volta usciti dalla sala teatrale, non lascia alcun sapore in bocca) ma una narrazione che fa riflettere, schiudendo davanti agli occhi del lettore una storia di vita che solo chi prova può conoscere fino in fondo.
Lo stile della Mazzoni è vario: perlopiù la narrazione è caratterizzata dalla frammentazione dei periodi, per rendere più diretta l’esperienza della protagonista. Sono presenti anche molte parti dialogiche, che frenano il ritmo della narrazione ma in modo non eccessivo, e dei flashback in cui riemerge il vissuto della donna e della sua famiglia. Interessanti le riflessioni “dotte” che vedono protagonista il pensiero più che attuale di Seneca e che rispecchiano molto bene la cultura umanistica dell’autrice, laureata in Lettere.
Il tema trattato non è certo leggero. Ma la Mazzoni riesce, con una certa ironia e a volte un linguaggio agile, vicino al parlato, a sdrammatizzare. Indubbiamente, accanto alle parti romanzate, c’è la scrittrice con la sua storia, il travaglio interiore che qualsiasi donna difettosa prova, con quel pizzico di esperienza in più che rende molto verosimile il racconto.

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ALLA PUGLIA IL PRIMATO DI QUOTE ROSA IN AGRICOLTURA

PREMESSA
Riprendo con questo post la vecchia consuetudine di dedicare ogni venerdì a una buona notizia. Sospesa da quasi due anni, questa “rubrica” oggi diventa ancora più necessaria: nel mondo succedono fatti terribili che inevitabilmente “occupano la scena”, ma abbiamo bisogno anche di qualche buona notizia. Per sperare in un futuro migliore o, senza pretendere l’impossibile, rallegrarci sapendo che ci sono sempre tante cose belle da scoprire.
Spero di poter continuare in questo proposito. Lo devo a me stessa, perché parlare di cose belle mi fa bene, e lo devo soprattutto all’amica Laura (laurin42), promotrice di questa iniziativa, che recentemente ha rinnovato l’appello agli amici blogger perché diano la “caccia” alle buone notizie e le pubblichino il venerdì.

donne agricoltura
Quante volte abbiamo sentito dire, da parte degli insegnanti, che alcuni allievi sono da considerare “braccia rubate all’agricoltura”?

Personalmente non ho mai amato questa battuta che considero infelice. In primo luogo perché, volendo essere offensivi, non si raggiunge certo lo scopo. La coltivazione dei campi, infatti, non è solo lavoro duro adatto ad analfabeti, come poteva esserlo una volta. Ci vuole ingegno, capacità imprenditoriale, caparbietà e molto spirito di adattamento ad un’attività che dipende anche dai capricci della natura. D’altra parte, se non ci fosse chi se ne occupa, sulle nostre tavole non potremmo esibire tutti i prodotti della terra che facilmente compriamo in qualsiasi supermercato.

La crisi del mondo del lavoro ha spinto sempre più i giovani a cercare un’occupazione più “modesta”, se vogliamo dir così, allo stesso tempo rischiosa, ma che sa dare anche molte soddisfazioni. Soprattutto c’è chi cerca di fuggire dalla città e dal suo caos per immergersi nella natura. Insomma, dalla cultura alla coltura il passo è breve. E non è detto che una cosa escluda l’altra.

Stando a un’indagine di Casarano Sette, quotidiano leccese, in Puglia il 22% del totale di 377.227 attività imprenditoriali iscritte alle Camere di Commercio fa capo ad una donna. Sono 85.362 le imprenditrici agricole e, sul totale, il 15,7% è giovane e multifunzionale.

Le imprese rosa in Puglia non solo battono la crisi, considerando anche il fatto che essa è più evidente nel sud Italia, ma hanno un profitto superiore alla media nazionale: il saldo positivo complessivo è del 2,9% nel 2015 rispetto al 2014 (dati Ufficio Studi Unioncamere Puglia) e il divario positivo si deve essenzialmente anche in questo caso al settore agricolo, nel quale si registra un incremento di iscrizioni del 49,3%.

Le giovani che si dedicano all’agricoltura non sono “eredi” di imprese familiari e pare che la loro scelta non sia un ripiego occupazionale di serie b.

«Sono poche le donne impiegate in agricoltura che hanno un genitore che opera nello stesso campo» – spiega il Presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantele – «e ciò vuol dire che non è un lavoro ereditato o un ripiego occupazionale, ma un mestiere scelto. Una scelta portata avanti per reale passione, ma anche per spirito imprenditoriale. Per una imprenditrice, tra l’altro, l’attività in agricoltura, la cui sede coincide sovente con la residenza familiare, consente di fondere facilmente impegni familiari e professionali».

Sono sempre più, infatti, le famiglie che decidono di “tornare ai campi”, rinunciando agli agi delle città ma ottenendo in cambio uno stile di vita meno frenetico. Anche chi ha già un’occupazione prestigiosa, è capace d rinunciarvi per dedicarsi all’agricoltura, con il vantaggio di poter trasferire le proprie conoscenze e capacità imprenditoriali maturate in tutt’altro campo.

Ad esempio, Marco Rapelli, 40enne milanese, fino a qualche tempo fa direttore di un importante marchio internazionale, ha deciso di trasferisrsi, con la compagna Sara e i loro quattro cani, in Abruzzo. Hanno scelto un piccolo settore del mercato ma con “grande spendibilità”: produrre frutti antichi, come la mela Abbondanza Rossa, a salvaguardia di prodotti altrimenti destinati a sparire. «L’italia» – racconta Marco – «è piena di tanti alberi che producono frutti gustosissimi che però sono meno produttivi dei commerciali, cioè di quelli venduti nella grande distribuzione e che per questa ragione stanno sparendo».

Assieme ad altri soci, Marco e Sara puntano al salto di qualità e hanno avviato anche la produzione di sughi e marmellate, applicando le loro competenze di marketing e commerciali al settore agroalimentare, oggi sempre più trainante dell’economia e aperto all’innovazione. Per fare questo, dunque, non serve solo tenere in mano una zappa e un piccone.

Oggigiorno, infatti, nel lavoro agricolo l’antica figura del fattore viene sostituita da quella di un agronomo erudito, spesso affiancato, come nel caso di Marco e Sara, da un informatico e sostenuto da un esperto del marketing per analisi di contesto e posizionamento aziendale, attività quest’ultima nella quale Marco è impegnato. «Diciamo che il lavoro mio e di Sara si divide in un 70% dedicato a lavorare la terra e comunque fare qualcosa di pratico e il 30% marketing e commerciale».

Insomma, lo slogan “braccia rubate all’agricoltura” ora dovrebbe essere sostituito con “cervelli rubati alle banche”.

[Fonti: impresalavoro.eu e buonenotizie.it; immagine da questo sito]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “PER DIECI MINUTI” di CHIARA GAMBERALE

Ho inaugurato una nuova sezione nel blog estivo dedicato alle “recensioni” di romanzi leggeri, da leggere sotto l’ombrellone… o magari sui monti, all’ombra di un pino. 🙂
Buona lettura!

summertimetogether

L’AUTRICE
chiara_gamberaleChiara Gamberale, classe 1977, è una scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica e televisiva italiana.
Romana, ha frequentato il DAMS dell’Università di Bologna e fin da giovanissima ha coltivato la sua passione per la scrittura.
Ha ottenuto la ribalta in campo letterario quando, poco più che diciottenne, è uscito il suo romanzo Una vita sottile, ispirato a una vicenda autobiografica che riguarda il padre Vito, noto manager, e che segna la sua adolescenza. Dal romanzo sarà tratto l’omonimo tv movie in cui viene documentato uno degli errori più clamorosi del clima di Tangentopoli dei primi anni.
La carriera di scrittrice prosegue con la pubblicazione di Color lucciola (2001) e Arrivano i pagliacci (2003). Nel frattempo la Gamberale incomincia una fortunata carriera come conduttrice televisiva (l’esordio è a fianco di Luciano Rispoli nella famosa trasmissione Parola mia) e, in seguito, radiofonica (dal gennaio 2010 al giugno 2012 ha condotto

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