4 luglio 2016

LIBRI: “LA LIBRERIA DELLE STORIE SOSPESE” di CRISTINA DI CANIO

Posted in libri, Milano tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

PREMESSA
Ho acquistato questo romanzo spinta dalla curiosità. Avevo sentito parlare di Cristina Di Canio e della sua libreria milanese grazie al post dell’amica Laura (Arriva il libro sospeso, dopo pane, pizza e caffè) in cui tratta delle librerie, in Italia sempre più numerose, in cui è possibile lasciare un “libro sospeso” per il cliente che entrerà dopo di noi. Un’iniziativa che nasce nel Sud, grazie alla generosità dei napoletani che molti anni fa hanno inventato il “caffè sospeso”, cui Luciano De Crescenzo ha dedicato anche un libricino assai gradevole (ne ho parlato QUI).

L’AUTRICEcristinadicanio
Cristina Di Canio, classe 1984, figlia di un operaio e di una casalinga, ha sempre avuto il pallino dei libri. Fin da piccola è stata irresistibilmente attratta dalla lettura, coltivando il sogno di diventare una libraia. Ma la realtà, molte volte, ci costringe a fare altre scelte: Cristina, mentre studia per diventare perito turistico, svolge svariati lavori come baby-sitter e cameriera. Dopo il diploma le viene offerto un contratto a tempo indeterminato come commessa da Benetton che rifiuta. Il suo sogno è un altro e sa che prima o poi lo realizzerà.
Seguono altri no, lavori che avrebbero fatto gola a tanti giovani come lei. «Ho mandato all’aria tante chance, sarà che avevo quel tarlo in testa… – spiega in un’intervista pubblicata sul Corriere – Nel tempo libero mi informavo su come aprire una libreria, mi spingeva una frase di Un posto nel mondo di Fabio Volo: “Voglio di più per me, voglio buttarmi per cadere verso l’alto”».

Dopo aver fatto i conti con la realtà per troppo tempo, arriva per l’autrice la grande occasione di dare una svolta alla sua vita: nel 2010 lascia un posto fisso da office manager in una sociatà energetica per rincorrere il suo unico sogno. Accetta un contratto part time in una libreria «per vedere se la sconfinata passione per i libri potesse davvero diventare un lavoro». Questa specie di test ha un esito positivo e, complice la lettura di Libraio per caso di Romano Montroni, decide di mettersi in proprio. Nasce così “Il mio libro”, la libreria di Cristina, un negozietto di appena 30 mq nel quartiere milanese di Porta Romana in cui è cresciuta. Dal colore delle pareti del negozio viene affettuosamente detta “La scatola lilla” che dà il nome anche a un blog attraverso il quale vengono diffuse varie iniziative legate all’attività della libreria.

«Non volevo una semplice libreria, desideravo creare un punto d’incontro e ce l’ho fatta. Organizzo laboratori per i bimbi, incontri con gli autori, aperitivi. Alcune attività, come i corsi di scrittura creativa, mi aiutano a sostenere le spese, oltre all’affitto ho un mutuo di 10 anni, l’ho dovuto accendere per comprare il primo assortimento di libri», spiega la Di Canio sempre nell’intervista sul Corriere.

L’inizio non è stato dei più facili ma a Cristina non mancano le idee: «Prendendo spunto da La libreria del buon romanzo di Laurence Cossé, ho iniziato a chiedere ai clienti di recensire i libri in vendita su dei biglietti che infilo tra le pagine o di suggerirmi titoli che hanno amato: uno scambio che li fa sentire partecipi consentendo a me di migliorare la selezione».
Nel 2014 è arrivato il “libro sospeso”, sulla scia di iniziative analoghe sparse lungo tutto lo stivale. «Ho sempre pensato che il libro fosse portatore sano di emozioni e sogni. Oggi il “ libro sospeso” è un VIRUS che si sta diffondendo in tutta Italia. Ma non preoccupatevi non dovete vaccinarvi anzi. Contagiate più persone possibili!», scrive la Di Canio in un post sulla sua pagina Facebook.

A maggio 2016 da questa entusiasmante esperienza è nato il romanzo, dichiaratamente autobiografico, La libreria delle storie sospese edito da Rizzoli. Cristina rifiuta l’appellativo di “scrittrice”: «Ma non voglio essere chiamata così. Con questo libro (e non ce ne saranno altri in futuro) spero solo di far conoscere la mia storia e la mia attività. A parte alcuni elementi romanzati, ciò che ho messo in queste pagine è tutto vero: Nina sono io, mi sono ribattezzata con il nome di una delle mie due gatte perché mi sembrava carino». [per la biografia, oltre il Corriere già citato, ho fatto riferimento anche a interviste uscite sull’HuffingtonPost e su IoDonna, da cui è tratta anche l’immagine]

coverlibreria storie sospese

LA TRAMA
Nina è una giovane donna, da sempre amante dei libri, che a un certo punto decide di dare un calcio alla sorte che le aveva offerto su un piatto d’argento un buon impiego, per rincorrere il suo sogno di aprire una libreria. Nasce, così, “la scatola lilla”, una libreria indipendente, piccola ma graziosa, che con fatica riesce a farsi un nome, grazie anche all’iniziativa del “libro sospeso”. La zona in cui sorge il negozietto è Porta Romana, un quartiere di Milano che negli ultimi anni è diventato sempre meno periferico, abbracciando il centro di una città continuamente in espansione. Nulla a che vedere con la zona operaia, popolata da migranti (provenienti specialmente dal Sud), che qualche decennio fa occupavano le chiassose case di ringhiera, accontentandosi di poco perché quel poco era abbastanza rispetto alla prospettiva di morire di fame nel meridione che quasi nulla aveva da offrire ai suoi figli.

il_mio_libro_milano1La “scatola lilla” è per Adele una specie di seconda casa e il legame che si instaura tra la giovane Nina e l’anziana signora è molto forte.

Quando il destino mi ha portato da Nina, è stato un viaggio indietro nel tempo. Ho ritrovato molto di me in lei. Non ha la mia durezza né il mio cinismo, che mi sono serviti da scudo per tutte le battaglie della mia lunga vita, ma è determinata, visionaria e temeraria. (pp. 71-72)

Porta Romana è anche il quartiere dove è vissuta Adele, proveniente dal paesino pugliese di Ginosa dove ancora i fratelli litigavano su come dividersi fino all’ultimo centimetro le terre e gli ulivi lasciati dal padre, morto con le mani piene di calli e senza aver mai baciato i figli, per non “perdere il loro rispetto”. (pag. 62)

Adele è un’ottantenne, “un pezzo d’antiquariato”, come ama definirsi, ed è la co-protagonista di questo romanzo nonché la voce narrante. Emigrata a Milano con il marito Domenico, già scomparso al tempo del racconto, è madre delle gemelle Maria e Rosa, arriviste e spose dei rampolli della Milano bene. La sua famiglia includeva anche l’amatissima Angela, nata per caso e strappata al troppo amore dei genitori in giovane età.

Il ruolo di Adele non è solo quello di narrare ciò che accade attorno a lei in quella bizzarra libreria dove regna il caos che solo Nina è in grado di gestire. All’anziana signora è affidato il compito di testimoniare il cambiamento subito dal quartiere in cui sorge “Il mio libro”:

Un tempo qui, a poche decine di metri da noi, arrivavano e partivano treni in continuazione. Portavano passeggeri stipati nei vagoni sporchi del solito fumo nero che non ci abbandonava mai. Erano gli operai che arrivavano dalla provincia, per riversarsi nelle manifatture, nelle officine, nelle fabbriche con le fornaci sempre accese. La ferrovia era un essere animato, una cosa viva, che tutto il giorno sbuffava, brulicava, strisciava. A guardarla adesso, deserta, attraversata solo da sparuti veicoli delle linee suburbane, spesso ritrovo di disperati, drogati in cerca di una fuga, vagabondi bisognosi di un riparo, stranieri senza più una patria, un’identità e la dignità, a caccia di un nascondiglio, è difficile immaginare come sia stata, per lungo tempo, il centro esatto del mondo. Del mio mondo. (pag. 149)

Attraverso la voce di Adele, sprofondata nella sua poltrona tanto da sentirsi, a volte, lei stessa un pezzo di arredamento, scopriamo le storie di altri personaggi che frequentano il negozietto: Emma la fioraia e Ilaria, inguaribile romantica che affida al “libro sospeso” il ruolo di Cupido, nel tentativo di far breccia nel cuore di Paolo, lettore sconosciuto, amore virtuale che lei vorrebbe vedere concretizzato. Poi c’è il musicista Leonardo il quale, entrato in sordina, avrà un ruolo importante nella vicenda.

Tra tante storie d’amore fissate per sempre sulle pagine dei libri, ce n’è una vera, anzi due. Il cuore di Nina è diviso tra Filippo e Andrea, entrambi persone inaffidabili su cui la saggia Adele esprime giudizi tanti lapidari quanto impietosi, pur senza farsi sentire. Anche la tentazione di mettere in guardia la giovane libraia da un uomo, Filippo, con cui conviveva da anni e che si era rivelato un vile traditore, viene allontanata per il bene dell’amica. Adele sa la verità su Filippo ma la tiene nascosta a Nina che, più tardi, l’abbandonerà in favore del bell’Andrea, pieno di segreti anche lui.

Avrei dovuto dirlo a Nina? […] Mi sarei dovuta intromettere nella sua vita più privata, istillarle il dubbio, darle il via a una serie di sgradevoli eventi, per essermi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato? […] E comunque lo è venuto a sapere da sola. La verità è un vecchio tronco di legno che viene sempre a galla. (pp. 84-85)

La “scatola lilla”, a volte meta di personaggi di passaggio alquanto stravaganti, fa da contorno a tante storie, alcune felici altre meno, pezzi di vita già scritti o storie sospese. Storie vere intrecciate con altre inventate, nate dalla penna di autori famosi. Libri che diffondono nel piccolo ma vivace spazio un intenso odore di carta. E la magia di tante pagine in attesa di essere lette.

***

Il romanzo di Cristina Di Canio è, a mio parere, una gradevole lettura. La scrittura è semplice ma allo stesso tempo efficace, a volte velata di una sottile malinconia, altre vivacizzata dall’entusiasmo del momento.
La narrazione, come già detto, è in prima persona: Adele, l’io-narrante, alterna i flashback in cui rievoca i momenti salienti della sua vita, alla descrizione di ciò che vede e sente dalla sua posizione privilegiata: la poltrona su cui siede tutti i giorni per l’intero orario di apertura della libreria. L’unico difetto che ho riscontrato (a parte alcuni refusi che davvero è difficile aspettarsi da un editore come Rizzoli!) è la grafica: personalmente avrei scelto il corsivo per i flashback o comunque quelle parti che si discostano dal tempo del racconto. In questo modo, anche visivamente, sarebbe più facile e immediato distinguere i due piani narrativi.
Un espediente di grande effetto è sicuramente l’aver scelto come introduzione ad ogni capitolo alcune frasi di pezzi musicali di autori più o meno famosi, molti dei quali riferiti a Milano. Ad esempio, quello tratto dalla canzone Domenica bestiale di Fabio Concato:

Sapessi amore mio come mi piace
partire quando Milano dorme ancora
vederla sonnecchiare e accorgermi che è bella
prima che cominci a correre e urlare
. (pag. 175)

E Milano è il palcoscenico su cui si muovono le storie narrate in questo romanzo. La Milano di ieri, rievocata nei ricordi di Adele, e quella di oggi. Una Milano diversa ma non meno bella. Non una Milano da bere, come recitava un vecchio spot, ma una Milano da leggere. Meglio se all’interno di una “scatola lilla”.

VISITA ANCHE LA PAGINA “LE MIE LETTURE”

[immagine del negozio dal sito sulromanzo.it]

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21 marzo 2016

NEL GIORNO DEDICATO ALLA POESIA IL CAFFÈ SI PAGA … IN VERSI

Posted in attualità, cultura, Milano, poesia, web tagged , , , , , , , a 2:13 pm di marisamoles

POESIA
Il 21 marzo è il primo giorno di primavera ma si celebra anche la Giornata Mondiale della Poesia.

Molte sono, in Italia, le iniziative legate a questa giornata. Ad esempio, si può pagare un espresso con i versi… naturalmente scritti di proprio pugno. Un’iniziativa che non è nuova ma quella del caffè viennese Julius Meinl è davvero speciale.

Il 21 marzo, infatti, nelle 1.300 caffetterie in cui è presente il caffè viennese Julius Meinl, in ben 30 Paesi in tutto il mondo, ha deciso di offrirne uno a chiunque abbia voglia di lasciare il proprio componimento scritto su un foglio di carta. Lo scopo è quello di diffondere un po’ di felicità.

A Milano, con tutte le poesie scritte verrà creata un’installazione che sarà posizionata in un quartiere romantico della città. L’esatta ubicazione per il momento è top secret.

L’iniziativa si chiama «Pay with a Poem», e l’hashtag della giornata è #poetryforchange, poesia per il cambiamento. Come osserva il poeta torinese Guido Catalano, che festeggerà la Giornata Mondiale della Poesia con un incontro (dalle 11 alle 15) alla pasticceria Bagalà in piazza Diaz a Milano, «Non solo la poesia rende migliore le nostre vite ma anche le nostre vite possono rendere migliore la poesia. Dunque viviamo il più possibile e, se possibile, leggiamone parecchia».

Visto che il mio blog è frequentato da veri talenti in ambito poetico, invito chi ne ha voglia a lasciare i suoi versi nello spazio commenti. Sarò lieta di offrire loro (ma anche a tutti i lettori che passeranno di qua) un buon caffè. 😉

caffè cuore

[notizia da VanityFair; immagine sotto il titolo da questo sito; immagine tazzina da questo sito]

21 ottobre 2011

SEI IN CONGEDO E VUOI INDOSSARE L’UNIFORME? L’ESERCITO DEVE ESSERE AVVISATO

Posted in cronaca, Milano tagged , , , , a 9:29 pm di marisamoles

Leggendo una notizia di cronaca, nonostante si tratti di un omicidio, la parte finale dell’articolo, pubblicato su Il Corriere, mi ha fatto sorridere.

Il fatto è questo: un uomo di 53 anni, Mauro Pastorello, ex ufficiale dell’esercito, ha ucciso il regista trentanovenne Mauro Curreri, mentre egli si trovava in un teatro in zona Navigli a Milano. Il movente pare sia di tipo economico: sembra, infatti, che il regista avesse il vizio di non pagare i collaboratori e per questo Striscia la notizia tempo fa gli aveva dedicato un servizio.

L’omicida si è presentato nel teatro in cui lavorava il regista, armato di pistola risalente al dopoguerra e con addosso la divisa di capitano dell’esercito. Ora, la cosa che il pover’uomo evidentemente ignorava, è che «non era autorizzato a nessun titolo» ad indossare l’uniforme che portava al momento dell’omicidio. Secondo le fonti dell’Esercito, infatti, i militari in congedo possono vestire con l’uniforme per andare a cerimonie, ma per farlo debbono prima chiedere un’autorizzazione speciale ai comandi dell’Esercito, cosa che non è stata fatta in questo caso.

Così si chiude l’articolo. Una conclusione piuttosto esilarante, a parer mio, che stride con la tragicità del fatto riportato.
Ma io mi chiedo: che cosa avrebbe dovuto fare Mauro Pastorello? Scrivere una lettera di questo tipo al comando militare: “Io sottoscritto … , capitano dell’Esercito in congedo, chiedo l’autorizzazione ad indossare la divisa perché devo uccidere un uomo in quel di Milano e lo voglio fare in uniforme“?

19 settembre 2011

LA FINANZIARIA NON CANCELLA TUTTI I PATRONI: SAN GENNARO SALVO PER MIRACOLO

Posted in politica, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , , , a 12:50 pm di marisamoles

La manovra finanziaria di Ferragosto, come si sa, ha stabilito che le festività religiose non tutelate dal Concordato, quindi tutte quelle relative ai santi patroni eccetto Pietro e Paolo (29 giugno), protettori della capitale, debbano essere accorpate alla domenica successiva (ne ho parlato QUI).
La decisione è stata accolta fin da subito con molto malumore, soprattutto da parte dei cattolici che si sono visti togliere una festa molto significativa. Ma si sono sollevate proteste anche da parte di chi, cattolico o no, ritiene discriminante mantenere la festa dei patroni di Roma a scapito degli altri santi. Senza contare che in alcune città d’Italia la festività del santo patrono è legata a tradizioni alle quali la cittadinanza non intende rinunciare.

Oggi è il 19 settembre e a Napoli si festeggia San Gennaro. Questo santo per i napoletani è un santo speciale, soprattutto perché ogni anno i fedeli aspettano con trepidazione il Miracolo: la liquefazione del sangue del vescovo e martire, custodito in un ampolla nella cattedrale cittadina. Un rito che si ripete da secoli (secondo la tradizione, il sangue di san Gennaro si sarebbe sciolto per la prima volta ai tempi di Costantino I, nel IV secolo) da cui dipende anche la sorte futura della popolazione. Pare, infatti, che dalla riuscita o meno del Miracolo dipenda la buona o la cattiva sorte dei napoletani per i successivi dodici mesi.

Alla fine, nella manovra approvata dal Senato ai primi di settembre si stabilisce che le feste religiose saranno accorpate alla domenica, per quanto riguarda gli effetti civili, solo a partire dal prossimo anno.
Si salvano, quindi, non solo San Gennaro ma anche San Francesco (4 ottobre) che, oltre a proteggere la cittadinanza di molti paesi e città è anche il patrono d’Italia, e Sant’Ambrogio (7 dicembre) la cui festa permette ai milanesi di riposarsi per due giorni, visto che l’8 si celebra l’Immacolata Concezione.

Per quest’anno, quindi, San Gennaro e tutti gli altri patroni sono salvi. Per il prossimo non resta che sperare in un miracolo ovvero in un ripensamento da parte dei politici. In fondo, in questi tempi di crisi, ci vorrebbe proprio una mano santa

12 marzo 2011

LE POESIE DEL RISORGIMENTO: “SANT’AMBROGIO” DI GIUSEPPE GIUSTI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Letteratura Italiana, Milano, poesia tagged , , , , , , , , a 7:11 pm di marisamoles

La letteratura italiana di metà Ottocento fu caratterizzata dal binomio poesia-patriottismo. Il Risorgimento dei poeti fu, infatti, legato ad una letteratura che venne definita “per il popolo”, in altre parole quella borghesia che Giovanni Berchet, nella Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, individuò come il pubblico ideale. Una poesia che aveva lo scopo di smuovere le coscienze, che tuonava contro lo “straniero”, che anelava all’indipendenza, nei cui versi il poeta intrecciava amor patrio e sentimento individuale per condividere con gli Italiani un fermento d’emozioni che aveva un denominatore comune: la voglia di essere una nazione, di vivere in uno Stato finalmente unitario.

Uno dei poeti, un tempo certamente più conosciuti dagli studenti (i suoi versi si imparavano a memoria fin dalle elementari, spesso senza capirci un’acca), è Giuseppe Giusti(1809-1850), i cui versi sono caratterizzati dall’associazione tra la satira e l’invettiva, efficacemente espressa usando, tuttavia, un linguaggio, la parlata toscana, spesso oscuro e, comunque, di non facile impatto. Eppure lui le sue poesie le chiamava “scherzi”, senza prendersi troppo sul serio. Su uno di questi “scherzi”, Sant’Ambrogio, lavorò a lungo per giungere ad una poesia dal tono narrativo, con uno stile colorito e colloquiale, fondendo l’emozione lirica con l’occasione comica. Il risultato è una lirica tradizionale nella forma ottave di endecasillabi, rimati secondo lo schema ABABABCC, quello del poema epico cavalleresco, per intenderci) ma decisamente fuori dal comune nel contenuto, specialmente laddove il poeta vuole esprimere un giudizio severo nei confronti dell’oppressore ma nello stesso tempo esterna, attraverso il registro comico, un atteggiamento pietoso e tollerante verso chi in casa altrui la fa da padrone.

La lirica prende spunto da un fatto realmente accaduto: mentre si trovava a Milano, ospite di Alessandro Manzoni, Giusti fece visita alla basilica di Sant’Ambrogio, al cui interno s’imbatté in un gruppo di soldati austriaci che a quei tempi occupavano il Lombardo-Veneto. Ad un primo sentimento di repulsione nei confronti dell’oppressore, si sostituisce una sorta di compartecipazione alla sorte di quei soldati che, lontani dalla patria, sono ridotti, forse loro malgrado, a strumento di sopraffazione. Il canto intonato da quei soldati suscita nel poeta una commozione inaspettata da cui scaturisce una riflessione profonda sulla sorte dei popoli che spesso sono soltanto delle marionette nelle mani di chi detiene il potere.

Immaginando di rivolgersi ad un alto funzionario della polizia o granducale (il poeta è pistoiese) o austriaca, Giusti inizia con questi versi:

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

Fin dall’incipit si può osservare l’ironia con cui il poeta esprime la sensazione di essere guardato in cagnesco da quel funzionario che l’ha di certo etichettato come anti-tedesco perché nei suoi scherzucci si prende gioco dei birbanti (tiranni, traditori, finti liberali …). Dopo il preambolo, con quel O senta tutto toscano si appresta a raccontare al suo interlocutore ciò che gli era successo una mattina in occasione di una visita nella basilica di Sant’Ambrogio.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Il poeta si trova in compagnia del giovane figlio del Manzoni (forse Filippo), qui chiamato confidenzialmente Sandro e scherzosamente definito un di que’ capi un po’ pericolosi, riferendosi, senza mezzi termini, alla palese avversione che Manzoni nutriva nei confronti degli Austriaci e definendo il capolavoro del poeta lombardo romanzetto, prendendosi gioco anche di lui. L’intento di gabbare il funzionario si fa palese in quel Che fa il nesci (più o meno lo gnorri), salvo poi giungere alla conclusione che forse quel romanzo non l’ha letto perché il suo cervello ha tante altre faccende di cui occuparsi, prima fra tutte, è sottinteso, rendere infelici i poveri “oppressi”. Ecco che, proseguendo lo scherzo, arriva la sferzata per l’ignaro interlocutore: Dio lo riposi è un augurio che solitamente viene rivolto ai morti: il cervello del tale è, dunque, morto e sotterrato, constatazione che porta ironicamente l’attenzione del lettore sull’ignoranza e la pochezza di certi ufficiali.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi
.

Eccoci arrivati al racconto del fatto accaduto a Giusti in quel di Sant’Ambrogio. Nella basilica il poeta trova dei soldati, forse Boemi o Croati, popolazioni che allora facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. Erano lì, come i pali che sorreggono le vigne, a controllare l’ordine, mandati dai funzionari austriaci (le vigne); l’ironia si coglie anche qui in quell’impalati che li descrive nell’atteggiamento servile di chi è sempre pronto ad obbedire. Anche i baffi che Giusti paragona alla stoppa (capecchio), riferendosi ai caratteristici “colori” di quei popoli, perlopiù biondi, costituiscono una nota ironica che si accompagna a quel dritti come fusi davanti a Dio, come se dovessero stare sull’attenti anche davanti al Creatore.

Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ecco che il ribrezzo, la repulsione prende il sopravvento: Giusti non ha voglia di mischiarsi a quella “marmaglia”, un ribrezzo che, ovviamente, il funzionario non può provare, visto che ci vive in mezzo abitualmente e che, proprio grazie a questo suo impiego che gli garantisce lo stipendio, riesce a sopportare. L’aria, poi, là dentro è decisamente viziata (e non può essere altrimenti visti gli “ospiti”), talmente pesante da far sprigionare persino dalle candele un odore non simile alla cera (che allora doveva essere di ottima qualità) quanto al sego con cui i soldati si ungevano i baffi. Insomma, sembra proprio che la sacralità del luogo risenta dell’influsso negativo di quei soldati puzzolenti.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti
.

Quel Ma nell’incipit della nuova ottava riporta l’attenzione sulla sacralità del luogo e ispira nel poeta una sincera commozione religiosa. Le note di un canto (nell’ottava seguente verrà specificato che si tratta del coro dell’opera verdiana I Lombardi alla prima crociata) rende l’atmosfera soave e nel contempo drammatica: si parla di un popolo che soffre fra gli stenti ricordando tutto il bene che ha perduto. Come non leggere tra le righe la sofferenza dei Lombardi, contemporanei di Manzoni e di Giusti, sottoposti all’ingiusta tirannia austriaca?

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente
.

Il coro porta ad una specie di trasfigurazione del poeta che si sente parte di quella gente, di quel branco che prima aveva osservato da lontano e con disprezzo, come se non fosse più lui, rapito dalla musica e dal canto che lo inebria e lo porta ad essere solidale con chi forse non soffre meno di lui.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno
.

E sì, ormai è totalmente rapito da quel pezzo nostro, perché legato al concetto di patria, perché appartiene alla nostra cultura, quella italiana, di cui nessuno straniero potrà mai privarci. Sull’onda emotiva di quella musica suonata con arte, ovvero “maestria”, passano in secondo piano anche l’ubbie, i pregiudizi. Ecco, quindi, che al cessar della musica, il poeta vorrebbe ritornare allo stato iniziale, a quella repulsione provata all’entrata in chiesa, ma involontariamente viene giocato da un nuovo tiro: dalle bocche che parean di ghiro (il riferimento ironico è ai baffi dei soldati, simili a quelli del piccolo mammifero) viene intonato un altro canto, questa volta tedesco, che s’innalza verso l’altare, una preghiera che è allo stesso tempo un lamento, un suono grave e solenne, ma contemporaneamente flebile, che gli rapisce per sempre l’anima. L’emozione è, quindi, temperata dall’ironia con cui dipinge gli austriaci: cotenne, in riferimento all’insensibilità come quella della pelle spessa dei maiali, e fantocci esotici di legno, espressione in cui l’aggettivo esotici rimanda a tutto ciò che è estraneo alla nostra cultura. L’empatia, attraverso la musica, si fa incredibilmente concreta.

Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio
.

Anche nel coro tedesco il poeta percepisce la rinascita di quel sentimento nostalgico di infanzia e di patria lontana. Il cuore custodisce e ripete nei momenti di dolore i canti imparati da fanciullo: gli affetti familiari, il desiderio di pace, la voglia e l’inclinazione ad amare in modo disinteressato, il dolore per la lontananza dalla patria sono sensazioni che il poeta non può fare a meno di condividere con quei soldati in un primo momento detestati. Anche il tono della poesia cambia e questa ottava costituisce l’apice del pathos.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme
.

Inizia qui la riflessione profonda di Giusti. A ben vedere questi soldati sono vittime anch’essi del potere: un imperatore timoroso dei moti insurrezionali, tanto in Italia quanto nei paesi slavi, strappa alle loro case (evidente qui la metonimia tetti) questi uomini che tengono schiavi noi pur essendo schiavi anch’essi. (evidente qui il chiasmo che rende ancor più drammatica la considerazione del poeta). Provengono dalla Croazia e dalla Boemia ma non sono poi molto diversi da quelle mandrie di buoi che i pastori toscani portano in Maremma a svernare.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme
.

L’ottava inizia con un’enumerazione per asindeto che rende particolarmente lento il ritmo dei primi versi. È come se il poeta volesse sottolineare il senso della desolazione che caratterizza la vita dei soldati, incolpevoli strumenti della rapacità consapevole (occhiuta rapina) del sovrano, senza goderne i frutti. La rapacità, poi, riporta allo stemma austriaco, l’aquila grifagna. Essi, sottoposti ad una dura disciplina e costretti ad una condizione di vita difficile, soffrono in silenzio e solitudine, subendo la derisione di chi li odia per quel che rappresentano. È un odio che divide (efficace, qui, la litote non avvicina) i due popoli, l’italiano e il tedesco, giovando a chi regna e può confidare nell’impossibilità di una loro complicità pericolosa. È il concetto del divide et impera.

Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo
.

Nei primi versi dell’ottava finale c’è ancora spazio per la commozione del poeta: la comprensione arriva alla pietà nei confronti di questa povera gente, lontana dalla patria e costretta a subire l’atteggiamento ostile del paese che l’ospita. Ma presto la pietà sfuma in umorismo e chiude ciclicamente la lirica: l’arguzia di Giusti arriva a definire principale l’imperatore che, forse, i soldati intimamente mandano a quel paese. Magari, è pronto a scommetterlo, non lo sopportano esattamente come gli Italiani.
Ma l’immedesimazione qui si ferma: per non correre il rischio di abbracciare uno di quei soldati, l’autore, ricordandosi del suo spirito patriota, deve fuggire. Il caporale rimane lì, con il suo bastone di nocciolo (era l’insegna dei caporali austriaci), impalato esattamente come l’abbiamo trovato all’inizio della poesia, insieme ai suoi compagni di sventura.

15 novembre 2010

RUBY? CHI È?

Posted in attualità, donne, Silvio Berlusconi, spettacolo tagged , , , , a 12:04 pm di marisamoles

Sabato scorso l’ormai celebre Ruby è stata ospite di una discoteca milanese, in crisi per mancanza di frequentatori. Per stessa ammissione del gestore del locale, la giovane è stata sfruttata per attirare il pubblico: «E’ una meteora che dura 15 giorni, la sfruttiamo e basta». Con un tornaconto di tutto rispetto, però: incassi più che raddoppiati. E, visto il programma futuro, che prevede le ospitate di Nina Moric, Fabrizio Corona e Lele Mora, immagino che gli affari continueranno ad andare a gonfie vele.

Questa massiccia affluenza di pubblico parrebbe una conseguenza della curiosità di vedere dal vivo la famosa minorenne, ormai maggiorenne, attorno alla quale si è scatenata l’ennesima bufera mediatica che vede come protagonista il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Parrebbe, ma l’ipotesi sembra smentita dalle interviste fatte fuori dal locale (per guardare il VIDEO clicca QUA): accanto ai “mah” e ai “mai sentita”, alcune identificazioni di Ruby appaiono alquanto fantasiose. Ad esempio, c’è chi crede si tratti di una ex concorrente del Grande Fratello e chi, invece, l’associa a Berlusconi, sì ma a quello sbagliato: Piersilvio. E alla domanda: “Piersilvio chi è?”, la risposta è stata “Il presidente della Camera”. No comment.

L’accoglienza riservata a Ruby, però, non è stata certamente degna di una star: le ragazze presenti, infatti, l’hanno insultata. Al termine più elegante “escort”, ormai tanto in voga, che nasconde la forma ma non la sostanza, è stato sostituito quello più vecchio, almeno quanto il mestiere più antico del mondo. In altre parole: diamo alle “cose” il nome che meritano.
Certo, per stare lì qualche ora senza dire una parola, seduta su un trono a ricevere gli insulti, il compenso non è poi tanto male: 2000 euro più Iva. Un lavoro pulito, tutto sommato. E poi non si può essere apprezzati da tutti, no?

Un bel modello per le nostre figlie. Ma c’è sempre la speranza che seguano l’esempio delle coetanee che l’hanno insultata. Non perché gli insulti siano un fatto positivo, ovviamente. Intendevo il dissenso, che in alcuni casi è meglio non esprimere. Come diceva il Sommo Vate: Non ti curar di lor ma guarda e passa.

[fonte: Il Corriere]

20 ottobre 2010

MILANO: MAESTRA EX MISS ABRUZZO SCATENA LE PROTESTE DELLE MAMME E … I FISCHI DI APPREZZAMENTO DEI PAPÀ

Posted in attualità, bambini, famiglia, figli, matrimonio, scuola tagged , , , , , , , a 9:32 pm di marisamoles

Può una giovane donna di 27 anni, laureata e con tutti i titoli professionali a posto, fare la maestra nonostante un passato da Miss e delle partecipazioni televisive? Per le mamme dei bambini che frequentano il Collegio San Carlo, uno dei più prestigiosi ed esclusivi del capoluogo lombardo, no. Per i papà …

Iniziamo dalle mamme, anzi da una sola mamma che, piuttosto risoluta a mandar via la maestra rea di avere un passato da miss, ha tentato inutilmente di coinvolgere anche le altre genitrici. Poi, rimasta sola a protestare, decide di ritirare la figlioletta dal collegio. Una reazione certamente eclatante che, però, ha avuto l’effetto contrario: la bella ragazza, Ileana Tacconelli, da questa storia ha avuto un ritorno pubblicitario a livello nazionale che nemmeno con la fascia da Miss Abruzzo avrebbe mai potuto sperare.

Ed ora veniamo ai papà. Una decina di papà, che non disdegnano la maestra Ileana, bella oltre che brava, hanno deciso di creare un «Maestra Ileana Fans Club» in sostegno dell’insegnante, bersaglio suo malgrado di tante polemiche.
Uno dei genitori, Roberto Jonghi Lavarini, che ha due figlie iscritte al San Carlo, spiega: «La nostra è volutamente una provocazione goliardica per rispondere alle polemiche riportate oggi su tutti i giornali. Ci teniamo a ribadire che lo storico Collegio San Carlo è una scuola laica e cristiana, serissima e severa che seleziona la migliore classe dirigente milanese con metodi di insegnamento tradizionali ma anche di avanguardia, soprattutto nell’insegnamento delle lingue straniere e nell’utilizzo delle nuove tecnologie».

Una risposta alle mamme-megere, subito pronte a scatenare su un’innocente fanciulla l’acredine provata nel veder sfiorire la propria bellezza? Può darsi. Ma i padri, molto più pratici che moralisti, hanno saputo apprezzare le qualità professionali della maestra oltre che le belle gambe e il seno prosperoso che fanno invidia alle mamme.
«Confermiamo – continua Roberto Jongji Lavarini – che la maestra Ileana Tacconelli, oltre ad essere una ragazza estremamente bella, è una insegnante altrettanto brava, intelligente, preparata, seria, sobria, rigorosa, assolutamente all’altezza del difficile ruolo educativo che le è stato affidato». Pur non disdegnando «la dolcezza del suo sorriso e la sensualità delle sue forme, generose», i papà fondatori del fan club sanno, dunque, apprezzare altre qualità, dimostrandosi superiori alle donne che essi definiscono «poverette ipocrite e complessate».

È il solito discorso: Eva contro Eva, come direbbe anche qualcuno di mia conoscenza.

[fonte e foto da Il Corriere]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 21 OTTOBRE 2010

Dalle pagine del Corriere, Ileana Tacconelli si difende: «Quella vita è finita 11 anni fa. Io resto al mio posto, sono tranquillissima. […] «Se avessi voluto fare la modella, la showgirl, l’avrei fatto dieci anni fa, quando ero anche molto più carina di ora». A parte il fatto che carina lo è anche ora, e molto, la sua professionalità non è messa in discussione. In sua difesa interviene il preside del San carlo di Milano, Osvaldo Songini: «È brava e professionale – dice – L’abbiamo selezionata dopo un lungo periodo di prova».

Nel prestigioso istituto frequentato dai figli della Milano bene, tutti erano a conoscenza del passato da miss della maestra: la maestra Tacconelli aveva «confessato» fascia, sfilate, video e foto al rettore, don Aldo Geranzani: nessuna obiezione. La scuola, a settembre, aveva ripetuto la storia ai genitori: nessuno alzò un dito.

La mamma che ha ritirato la bambina dal collegio evidentemente voleva vendicarsi, di cosa non è chiaro. Qualcuno, maliziosamente, mormora che la signora non sia affatto bella.
In ogni caso, tutto è bene quel che finisce bene. I bambini sapranno apprezzare la loro maestra per le doti umane, il rettore l’apprezza di già senza riserve per le risorse professionali, i papà dei bimbi hanno fondato un fan club … la maestra Ileana può essere orgogliosa.
Ha dichiarato che il prossimo luglio si sposa: AUGURI, ALLORA!

24 settembre 2010

LA MORATTI OFFRE IL MONUMENTALE PER RICONGIUNGERE SANDRA E RAIMONDO VIANELLO

Posted in Milano, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , a 11:07 pm di marisamoles

Molte polemiche ha suscitato la tumulazione della salma di Sandra Mondaini nel cimitero di Lambrate, mentre tutti si aspettavano che facesse un ultimo viaggio per raggiungere il suo Raimondo a Roma, al Verano. Già ieri, poco dopo la conclusione del funerale, sul sito di Tgcom è stata aperta una petizione online per ricongiungere i due coniugi dopo la scomparsa di Sandra, a cinque mesi di distanza dal marito Raimondo (ne ho parlato nell’aggiornamento di questo post).
In poche ore sono state raccolte tremila firme. In seguito alla testimonianza di affetto di tanti fan della coppia, il sindaco di Milano, Letizia Moratti , ha dichiarato di essere disponibile ad ospitare al cimitero monumentale del capoluogo lombardo entrambi i coniugi Vianello: Sì, Sandra e Raimondo riuniti insieme al Famedio, il pantheon dei cittadini illustri milanesi, se la famiglia lo vorrà….

Pare che sia stata la stessa Sandra a voler riposare accanto alla madre nel cimitero di Lambrate e che i domestici filippini, che si sono occupati delle esequie, abbiano voluto rispettare la volontà dell’attrice. Varie congetture sono state fatte per dare un significato a questa strana richiesta della Mondaini. Prima di tutto che al Verano non sia possibile tumulare anche le spoglie dell’amata moglie di Raimondo perché non appartenente, per nascita, alla famiglia Vianello. Ma da Roma fanno sapere che non vi sarebbe alcun ostacolo al ricongiungimento dei Vianello, ma che al momento non è stata fatta alcuna richiesta da parte degli eredi che devono, comunque, esprimere questa volontà.

Qualcuno ha cercato di spiegare la decisone di Sandra in modo originale e simpatico, per sdrammatizzare un po’ e ricordando l’ironia con cui hanno sempre convissuto, sul palcoscenico e in casa, Sandra e Raimondo. Ad esempio, Massimo Gramellini ha scritto un gradevole articolo, dal titolo “Tombe separate”, su La Stampa di oggi. Vi rimando alla lettura di questo post di frz40 che ne ha parlato, esprimendo anche il suo personale punto di vista.

Il sindaco Moratti, nell’offrire un posto alla coppia più famosa della Tv italiana nel Famedio, che fa parte del cimitero monumentale di Milano, in cui sono sepolte personalità come Manzoni e Cattaneo, ha commentato: Al Famedio riposano uomini di grande spessore culturale e civile, personalità nei vari settori. È un po’ lo specchio della nostra società, e io credo che Raimondo e Sandra siano un bellissimo esempio per i giovani. Un esempio positivo di famiglia serena, ma capace anche di bisticciare… una famiglia normale. Di loro ho il ricordo di una gentilezza e di una simpatia che, attraverso la televisione, entravano nel cuore.

Sull’esempio che Sandra e Raimondo sono stati per tante generazioni non c’è nulla da obiettare. Ma, sinceramente, non credo che a loro, specie a Raimondo, farebbe piacere avere come vicini di tomba Manzoni e Cattaneo. Un Mike Bongiorno e un Corrado andrebbero meglio.

[fonte: Il Corriere]

31 Mag 2010

AL FORUM DI ASSAGO PER UN CONCERTO ROCK? NO, PER FARE LA MAESTRA

Posted in bambini, lavoro, Mariastella Gelmini, Milano, scuola tagged , , , , , , , , a 10:48 pm di marisamoles

Era dal 2004 che il Comune di Milano non bandiva un pubblico concorso per insegnanti nella scuola dell’infanzia e negli asili nido. Ed ecco che al recente bando per 50 posti si sono presentati in … 6000! Ci voleva il Forum di Assago: di certo non sarebbe bastata una scuola.

Oggi si è svolta la preselezione, in due turni: il primo al mattino per 2000 candidati, il secondo al pomeriggio per i rimanenti 4000. La stragrande maggioranza donne, ma pare non siano mancati gli uomini; molti laureati e con anzianità di servizio anche quindicennale. Tutti con la speranza del posto fisso, di un contratto a tempo indeterminato che ormai pare quasi un miraggio, con una retribuzione di 20mila euro all’anno.

In 2000 passeranno la preselezione e saranno sottoposti, il 15 giugno, all’esame scritto. In seguito si svolgeranno gli orali, per i soli che avranno superato gli scritti, ma non è dato sapere il numero. A rigor di logica, non ci dovrebbe essere un numero prestabilito, ma è facile immaginare che molti, anche bravi e preparati a diventare educatori, rimarranno delusi. Solo 50 saranno fortunati a poter iniziare a lavorare a settembre; gli altri dovranno aspettare ma forse non troppo. Mariolina Moioli, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano ha, infatti, spiegato che c’è sempre la speranza di poterne assumere altri nel 2011, attingendo dalla graduatoria del concorso.

Una risposta alla crisi e anche un modo per zittire le malelingue che accusano la Gelmini di aver tolto posti di lavoro e di aver bloccato le nomine in ruolo. A quanto pare, finora sono state 20mila le assunzioni nei vari ordini di scuola. Per il futuro vedremo. Ora, però, un in bocca al lupo ai 6000 coraggiosi non lo si può negare.

[fonte: Il Corriere]

14 Mag 2010

PREMIO ALLA MEMORIA A RAIMONDO VIANELLO: SANDRA, IN LACRIME, RINGRAZIA MILANO

Posted in attualità, Milano, spettacolo, televisione tagged , , , a 8:06 pm di marisamoles

Una Sandra Mondaini in lacrime e visibilmente sofferente per il precario stato di salute, che l’ha costretta ad un recente ricovero in una casa di cura a Pisa, ha ritirato stamattina un premio alla memoria che la città di Milano ha conferito a Raimondo Vianello.
La Mondaini non ha voluto mancare a questo appuntamento ma ha lasciato presto la sala, fra gli applausi, perché non ce la faceva più.

Prima della consegna del premio è stata salutata e abbracciata dal cardinale di Milano Tettamanzi, mentre il riconoscimento è stato consegnato dal presidente della Provincia del capoluogo lombardo, Guido Podestà. Sandra, trovando la forza per ringraziare ma senza rinunciare all’ironia che l’ha da sempre contraddistinta, ha detto: “Io non posso parlare perché ogni parola, come si dice a Milano, sarebbe una frignata”. Ha preso quindi la parola il nipote Raimond, che l’accompagnava e che non si separa mai da lei, per far sapere a tutti che la “zia” non si considera una vedova straordinaria: “E ce ne sono tante che sono rimaste vedove per fatti più seri, più pericolosi, per difenderci: mi riferisco all’arma dei Carabinieri che io tanto amo”, ha poi aggiunto la Mondaini , con una voce che tradiva la sua sofferenza ad un mese dalla scomparsa dell’amato marito.

[fonte e foto dal sito di tgcom]

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