QUELL’ARZILLO NOVANTENNE CHIAMATO MICKEY MOUSE


Novant’anni e non sentirli! Il 18 novembre 1928 presso il Colony Theater di New York nel corto Steamboat Willie fece la sua prima apparizione pubblica il topolino più famoso del mondo: MIckey Mouse. Il suo papà, Walt Disney, l’aveva già inserito in un altro corto, L’aereo impazzito, che però fu proiettato privatamente il 25 maggio dello stesso anno.

Mickey nacque dalla penna del suo disegnatore in un garage, nella massima discrezione della notte: Walt e del suo collaboratore Ub Iwerks, autore di quasi 700 animazioni al giorno, ebbero la geniale idea di dar vita al cartone animato destinato a rimanere nella storia.
Disney dichiarò di essersi ispirato a un topolino domestico che spesso gli faceva visita nei suoi uffici presso il Laugh-O-Gram Studio.
All’inizio aveva deciso di chiamarlo Mortimer Mouse; fortunatamente la moglie gli fece notare che quel nome appariva un tantino lugubre per un personaggio destinato ai bambini, quindi Walt decise di chiamarlo Mickey. Non sapeva che quel simpatico topino avrebbe conquistato il cuore di grandi e piccini per molte generazioni.

Al suo debutto, effettivamente, Mickey fu accolto un po’ tiepidamente ma il suo creatore, senza lasciarsi scoraggiare, decise di preparare un secondo film, Topolino Gaucho, in cui compare l’inseparabile Minnie e fa la sua apparizione l’acerrimo nemico di Topolino, il gatto Gambadilegno.

Quando al cinema arrivò il sonoro, Disney decise di creare un film con il sonoro sincronizzato, Steambot Willie, ispirandosi a una comica di Buster Keaton, e dando lui stesso la voce a Topolino. Il debutto con il sonoro stentò a decollare tanto che Disney, non trovando alcun distributore, decise di proiettarlo al Colony Theater di New York per cercare l’approvazione del pubblico. Il successo sia di pubblico sia di critica fu clamoroso: era nata una stella destinata a splendere a lungo.

Nel 1929 si assiste alla vera e propria esplosione del personaggio di Mickey Mouse, tanto che l’anno successivo Madame Tussaud gli rende omaggio con una statua di cera.
In breve furono creati tutti gli altri personaggi di Mousetown (Topolinia): Pippo, Pluto, Tip e Tap, Clarabella, Orazio, il Commissario Basettoni, Macchianera seguiti da tutta la gang di Paperino, quindi Zio Paperone, Paperina, Gastone, Nonna Papera, Ciccio, Qui, Quo e Qua…

Alcune curiosità sul suo aspetto. Una delle caratteristiche di Topolino sono le quattro dita per mano, che dal 1929 (nel corto The Opry House) saranno infilate per sempre dentro i guanti bianchi. Disney spiegò che disegnare Mickey Mouse con quattro dita anziché cinque era più semplice per riprodurre i movimenti. I guanti bianchi servivano invece a distinguere meglio le mani dal resto del corpo di colore nero.

Un altro tratto distintivo sono le orecchie che costituiscono in un certo senso il marchio di fabbrica della Disney. Infatti, tutti i “luoghi” targati Disney celano i “tre cerchi” che formano le celebri orecchie, in posti a volte evidenti, altre volte impensabili. Anche nelle pellicole della Disney, dai classici in poi, sono ben nascoste le famose orecchie; c’è chi dice che ne esistano almeno 1000, ma il numero esatto è sconosciuto.

Forse non tutti sanno che a Trieste, sulla riviera di Barcola dove ogni anno si svolge la famosa regata velica (la “Barcolana”), c’è uno stabilimento balneare chiamato “Topolini” perché, almeno così sembra, è costituito da due gruppi di terrazze semicircolari, in origine una destinata alle donne e l’altra agli uomini, che ricordano proprio le orecchie di Topolino. L’origine del nome è oggetto di contrastanti vedute, tuttavia personalmente la trovo affascinante.

TIME Magazine ha definito le orecchie di Topolino come “una delle più grandi icone del XX e del xxi secolo”. Nulla di cui meravigliarsi, dunque, se oggi quelle orecchie vantano 3,4 milioni di like sulla Fanpage di Facebook, un posto nella Walk of Fame di Hollywood e un fotoritratto con quasi tutti i Presidenti degli Stati Uniti.

Nel 1932 Disney ricevette un Oscar speciale proprio per la creazione di Topolino. Da quel momento tutto il mondo si interessò al personaggio, che di lì a poco sarebbe sbarcato in Italia con un giornale illustrato tutto per sé. Seguirono i gadget che ancor oggi sono ambiti, non solo dai bimbi. Quando nel 1933 fu prodotto il primo orologio da polso con le lancette di Mickey Mouse costava 3 dollari e 75 centesimi. Oggi lo stesso orologio, se originale, è valutato intorno ai 6mila dollari.

Il successo e la fama di Mickey sembra non avere fine: nel 2004 Mickey generava da solo ricavi di 5,8 miliardi di dollari l’anno e “Forbes” lo definì “il personaggio di Fantasia più redditizio della storia”.

Vi lascio con un breve video tratto dal film d’animazione “Fantasia”, prodotto da Walt Disney nel 1940. Topolino indossa le vesti di un apprendista stregone sulle note della sinfonia di Dukas, illustrata dall’omonima ballata di Goethe. La trama divenne celebre grazie alla musica di Dukas al punto che ancora oggi il modo di dire “apprendista stregone” indica una situazione (di un singolo individuo o di una intera comunità, addirittura di una nazione) iniziata con faciloneria e troppa sicurezza e poi precipitata in un futuro incerto e denso di incognite.

Sicuramente non è incerto il futuro di Topolino: un arzillo novantenne che ha ancora tanta voglia di divertire e divertirsi!

[fonti: www.bigodino.it, ilmiolibro.kataweb.it, Il Piccolo.it; immagine da questo sito]

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: DUE GIOVANI LETTORI APPASSIONATI TRASFORMANO UN DOUBLE DECKER IN LIBRERIA ITINERANTE


Si chiama Parole in movimento il progetto che Sara e Simone, due librai del Nord-est, hanno appena lanciato: una libreria itinerante per promuovere la lettura in Veneto e Friuli – Venezia Giulia. Non a caso, lui proviene dalla provincia di Treviso e lei è triestina.

Così Sara racconta l’inizio di questa avventura che condivide con il marito Simone: «Andare per strada con i libri è una cosa che facevamo già da anni. Il nostro scopo era muoverci sul territorio, andare a eventi, incontri con gli autori, mostre-mercato del libro. Collaboravamo con le amministrazioni, le scuole, le biblioteche, le associazioni del Nordest, soprattutto in Veneto e Fvg tra l’area del padovano, del trevigiano e del pordenonese. Un anno siamo stati anche a Gorizia, per il festival “èStoria”. Ma lavorare in quel modo era faticoso: apri e chiudi gli scatoloni, carica e scarica i libri dalla macchina. Allora ci siamo detti che dovevamo trovare un altro mezzo, senza però mai perdere la nostra filosofia: la libreria senza libreria

I due giovani si sono messi, quindi, a cercare uno scuolabus o un mezzo del genere in grado di trasportare i libri, permettendo la realizzazione del progetto. L’occasione è arrivata con un “double decker” di fine anni ’90, dismesso dalla società di trasporti londinese. Sara e Dennis non si lasciano sfuggire l’occasione, lo acquistano e con un salatissimo trasporto da Bristol (5000 euro) l’hanno recuperato a Livorno. Il bus a due piani è l’ideale, come spiegano: «Possiamo distinguere i reparti – il piano terra sarà dedicato agli adulti e quello di sopra ai bambini – ed è di dimensioni accettabili, il che ci permette di muoverci liberamente.»

Allestire la libreria itinerante non è facile. Per coprire le spese e per fare tutti i lavori necessari a trasformare il bus a due piani, ribattezzato Dennis, in una libreria ambulante, Sara e Simone hanno fatto partire una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Ulule, con l’obiettivo di raccogliere 5 mila euro entro il 30 giugno.

«Ci stiamo un po’ scontrando con la diffidenza di alcune persone di donare soldi online», ammette la libraia. «Siamo sotto le nostre aspettative: abbiamo racimolato 700 euro finora». Dopo la raccolta fondi, i lavori continueranno fino a settembre perché c’è tanto da fare: togliere i sedili e sostituirli con scaffali dove esporre i libri e apportare altre piccole modifiche. I due ragazzi sperano di poter partire in autunno con questa nuova e singolare attività.

La curiosità nei confronti di questo progetto non manca ma non basta. Infatti spiegano: «Ci sono arrivati molti inviti e ci sono in ballo anche opportunità interessanti come Pordenonelegge, i festival di Mantova e di Torino e quelli del fumetto. Anche se il nostro sogno è quello di scendere fino in Sicilia: lì siamo in contatto con Giovanni Impastato (fratello di Peppino, ucciso dalla mafia nel 1978, ndr) per fare una specie di autobus della legalità che percorra tutto il Paese organizzando attività culturali. In ogni caso, il nostro progetto è quello di portare i libri dove mancano. Non devono per forza essere zone sperdute tra i monti, penso anche alle periferie delle nostre città dove è difficile realizzare iniziative sulla lettura».

Così una triestina storica dell’arte e lettrice appassionata e un libraio indipendente di Spresiano, che già sei anni fa si è inventato la “Libreria diffusa” per portare i libri a festival ed eventi culturali, stanno per realizzare un sogno: portare in giro un “double decker” pieno zeppo di libri e contagiare con il loro amore per la lettura anche chi magari lettore appassionato non è. Per ora la meta è il Nord-est ma un domani, speriamo, l’avventura potrebbe portare Sara, Simone e Dennis in tutta Italia.

[fonte: Il Piccolo da cui è tratta anche l’immagine]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

ECCO URSUS, LA GRU PIU’ FAMOSA DELLA TV… GRAZIE A #LAPORTAROSSA


Ha chiuso in bellezza, con il 14.1% di share (3.471.000 spettatori), l’ultima puntata della fiction targata Rai2 “La Porta Rossa”. Ideata da Carlo Lucarelli per la regia di Carmine Elia, la fiction ha visto come protagonisti gli attori Lino Guanciale, nelle vesti di Leonardo Cagliostro, poliziotto-fantasma, Gabriella Pession che ha interpretato Anna Mayer, la moglie, nonché vedova, di Cagliostro e Valentina Romani, nei panni di una ragazza sedicenne con il potere di vedere e interagire con i morti. La trama aveva tutti ingredienti per tenere incollati davanti alla tv milioni di telespettatori, con una suspance per niente mitigata dall’assurda, se vogliamo, figura del protagonista che, da morto, riesce a risolvere i casi più difficili della sua carriera, compresa la sua morte.

Ma la vera protagonista di questa fiction, per cui è già in programma il seguito (si sa che i fantasmi non muoiono mai e a Guanciale il ruolo è assicurato!), è stata la splendida città di Trieste che, grazie alla Film Commission Friuli-Venezia Giulia, sempre più rappresenta il set ideale per cinema e tv.

Ho letto sui social e sui quotidiani commenti entusiastici sulla città giuliana: il mare, l’altopiano carsico, gli splendidi edifici, in molti dei quali ancora si respira un’atmosfera austro-ungarica, le luci che si specchiano sulle acque del golfo, i locali caratteristici come il Caffè San Marco… insomma, un set davvero strabiliante.
Ma la protagonista assoluta della fiction, nonché la più ammirata dai telespettatori e dai fan de #laportarossa, è stata senza ombra di dubbio Ursus. Lo stesso Guanciale, in un tweet, ha lasciato presagire un seguito alla fiction salutando Ursus con un arrivederci.

Per chi, come me, ha vissuto e vive a Trieste, Ursus è un’istituzione, quasi alla pari con il “melone” (l’acroterio simbolo di Trieste insieme all’alabarda) che un tempo sovrastava il campanile di San Giusto, la cattedrale cittadina. Ma cos’è Ursus?


Ursus è la gru galleggiante che ha oltre cent’anni, essendo stata varata il 29 gennaio del 1914, e che attualmente è ormeggiata a una banchina del Porto Vecchio. Dal luglio del 2011 è monumento nazionale e questo status giuridico la protegge dallo smantellamento, anche se necessita in modo evidente di un restauro, aggredita com’è da salsedine e ruggine.

Per 80 anni Ursus ebbe il primato della gru galleggiante più potente del Mediterraneo. Con i suoi quasi 80 metri di altezza e una stazza maggiore di 1000 tonnellate, fu progettata per costruire a Trieste le nuove corazzate della Marina imperiale austroungarica che avrebbero dovuto superare per dislocamento e calibro delle artiglierie la Viribus Unitis e le altre tre unità della stessa classe. Allo scoppio della prima guerra mondiale, le risorse economiche destinate alle nuove potenti corazzate furono azzerate e, di conseguenza, anche Ursus rimase un progetto irrealizzato.
Si dovette aspettare il 1930 per riprendere i lavori: infatti per costruire il nuovo transatlantico, il Conte di Savoia, la presenza di una potentissima gru galleggiante sarebbe stata indispensabile. L’Ursus fu completato nel dicembre del 1931 e iniziò subito a fornire un supporto prezioso all’attività del San Marco.

Ursus è decisamente la gru dei record: ad esempio l’installazione dei tre giganteschi giroscopi Sperry, ciascuno dalla massa di 150 tonnellate, che avevano il compito di smorzare il rollio del Conte di Savoia, fu possibile grazie al supporto di Ursus che sollevò i giroscopi a 40 metri d’altezza per favorire il loro inserimento nello scafo del transatlantico. In seguito Ursus partecipò alla costruzione della Vittorio Veneto e della Roma, le sfortunate corazzate della Marina italiana impiegate durante la seconda guerra mondiale. Infine il pontone fu di supporto alla realizzazione dell’ultimo transatlantico del nostro Paese, la Raffaello, che costituì anche l’ultima commissione prestigiosa per il cantiere San Marco di Trieste.

Protagonista di un’insolita navigazione in solitaria, la gru galleggiante fu sospinta al largo, nonostante la notevole stazza e l’ancoraggio, dalla bora che, incurante del passato glorioso di Ursus, la trattò come fosse una barchetta di carta. Era l’inizio di marzo del 2011 e il vento fortissimo portò la gru a più di tre miglia dalla costa. Fu recuperata, mentre andava alla deriva, dai rimorchiatori che l’hanno raggiunta, affrontando un mare spumeggiante e impossibile. (ne ho parlato QUI)

Insomma, una brutta avventura fortunatamente finita bene per Ursus. Mai, tuttavia, avrebbe pensato di diventare in qualche modo la protagonista di una serie televisiva. Ormai in tutta Italia è diventata una specie di star. Speriamo solo che il restauro annunciato e mai realizzato si faccia in tempi brevi, magari con il contributo della Film Commission FVG.

[immagine Ursus da questo sito; alcuni spunti per il post sono presi da questo articolo de Il Piccolo]

RITORNO ALLA NORMALITA’ (O QUASI)

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Un’altra assenza, lunga. Un altro post per spiegarne il motivo. Ma, al di là di tutto ciò che è successo nell’ultimo mese, la verità è che la voglia di scrivere – se non il tempo – è sempre poca. Troppo poca. Farò un’eccezione per raccontare un’esperienza che, nel male, ha avuto i suoi lati positivi.

C’eravamo lasciati con il post in cui auguravo a tutti un buon Natale. Ed è stato buono, in fondo.

Programmavo le mie lunghe vacanze. Troppo lunghe per molti, quelli che non sanno la fatica che si fa con il lavoro a casa e a scuola; mai abbastanza per chi, come me, si sente sempre più “spremuta” da un lavoro che si ama ma è sempre più stancante. Gli anni passano, se ne sente il peso. A casa e a scuola.

Gli anni passano per tutti. Le mamme invecchiano e, a volte, fanno passi azzardati. A volte inciampano, perché corrono come se facessero a gara con il tempo. Ma lui è più veloce di noi, non c’è nulla da fare.

C’era un tappeto nella cucina di mia mamma. Più adatto a un bagno che a una cucina. “Mamma, quel tappeto lo faccio volare giù dalla finestra!”, ho detto più volte, inciampandomi. Gliene ho comprato uno adatto, di quelli antiscivolo, niente di speciale. Un tappetino normale. “Brutto”, dice lei, e lo ripone in un angolo del ripostiglio. Là l’ho trovato, arrotolato per bene. Dopo che mia mamma il 29 dicembre, giorno del suo compleanno (non dico gli anni altrimenti mi lincia… questo è un luogo pubblico, in fondo), è inciampata nel tappeto che più le piaceva. Poco adatto a una cucina ma perfetto per rompersi il femore.

Ripenso al mese che è appena trascorso. Corri in ospedale (a 60 km di distanza), mettendo quattro cose in fretta in un borsone, senza avere idea di cosa fosse successo davvero, senza pensare che quelle quattro cose non sarebbero bastate per il periodo che mi aspettava. Lungo. Tre settimane intense di corse all’ospedale, divisa tra l’assistenza a mia mamma e quella agli altri vecchi di casa: papà e zia 88enne (lei non si offende se rivelo l’età).

Fortunatamente ero ancora in vacanza, quindi ho chiesto “solo” due settimane di aspettativa. Il tempo di organizzarmi e di capire cosa fosse meglio fare. Portare mamma e papà a casa mia? In fondo abbiamo un’ottima struttura per la riabilitazione dietro casa. E la zia? Rispedirla a casa sua (abita a Milano), come fosse un pacco? Non se ne parla. Mamma vuole aspettare di vedere come andranno le cose al suo ritorno. Ha preso un impegno, ha deciso di prendersi cura di lei, non torna indietro.

Io a casa ci sono tornata una settimana fa, eccezion fatta per il giorno dell’Epifania, perché avevo bisogno del pc per inserire i voti sul registro (oltre a far da badante ho dovuto correggere un pacco e mezzo di compiti… l’altra metà li avevo coretti prima di Natale) e di mettere nel borsone altre quattro cose. E poi rassettare la casa, lavare e stirare, per non abbandonare del tutto mio marito. Una giornata lunghissima, ore sfruttare al secondo, senza aver l’impressione di perdere tempo. Ogni tanto capita anche questo, capita soprattutto quando la tua vita è in un certo senso sconvolta. Insomma, capita quando ci si sente lontani dal solito trantran, perché forse a volte è la noia che fa sembrare le giornate troppo corte. Più siamo annoiati e più perdiamo il tempo. L’ho capito nelle tre settimane da badante.

Da una settimana sono tornata eppure non riesco ancora del tutto a riprendere quel trantran. Ero a Trieste dai miei e avevo la testa qui, pensavo ai miei allievi che erano senza supplente, ai progetti che dovevo seguire e che sono andati avanti senza di me. E’ proprio vero che tutti sono utili e nessuno è indispensabile.

Ora sono a casa e la mia testa si fa più volte al giorno quei 60 km. Ripenso a quanto sono stata indispensabile davvero in questo momento straordinario. Ripenso alle parole di mia madre: “Non avrei mai pensato che facessi tanto per noi”. Eh già, perché una figlia di solito abbandona i genitori anziani al loro destino…

Non sono stata una figlia modello, è vero. L’unica cosa di cui i miei genitori erano davvero orgogliosi è stato il mio successo negli studi. Ora credo di aver avuto il modo di riscattarmi.

Tornata in classe, ho detto ai miei allievi che questa esperienza è stata faticosa ma nello stesso tempo mi ha insegnato molto. Ad esempio, che i genitori fanno tanto per noi, ci allevano, ci educano, ci sostengono, ci fanno studiare, contribuiscono alla nostra realizzazione. C’è chi lo fa meglio e chi peggio. Ma alla fine tutti, prima o poi, presentano il conto. Arriva il giorno in cui dobbiamo rendere, almeno in parte, ciò che abbiamo ottenuto.

Io sono stata orgogliosa di farlo e continuerò a fare ciò che posso, nel miglior modo possibile, affinché mamma e papà possano dire di avere una brava figlia. Perché in fondo ciò che conta è questo.

E ora che le cose a Trieste sono sistemate (ho trovato una persona fidata che mi ha sostituita), cerco di tornare faticosamente alla normalità. Quei 60 km che, giovanissima sposa, avevo frapposto tra me e mamma ora mi pesano molto. Volevo andare il più possibile lontano da lei. Ora, però, mi sento troppo lontana.

[immagine da questo sito]

LINEA DEL TEMPO: IL MIO PERSONALE A.C. E D.C.

clessidraIn questi giorni ho avuto modo di incontrare vari parenti, di quelli che in pratica si vedono solo a Natale e feste comandate. In particolare dei miei nipoti che vivono a Trieste e raramente riesco a incontrare in occasione delle veloci visite che facciamo ai miei genitori nella città che diede i natali a me e a mio marito.

Uscire e vedere gente mi ha ritemprata, dopo quasi due mesi di “arresti domiciliari” a causa della malattia che mi ha obbligata (veramente non la malattia in sé ma l’I.N.P.S. 😦 ) al confino entro le pareti domestiche.
Devo dire che, nonostante avessi delle fasce orarie “libere”, non avevo proprio voglia di uscire. Solo nelle ultime due settimane sono stata costretta ad andar fuori casa per le sedute di fisioterapia, per il resto del tempo mi sono riposata ed è stato un bene visto che in questi pochi giorni i dolori al braccio sono aumentati. Non che abbia fatto nulla di particolare, semplicemente mi sono spogliata e rivestita più volte al giorno, dovendo uscire, senza contare lo sforzo per indossare il piumino (mannaggia, proprio adesso doveva venire il freddo? pure la neve, ieri, ed è ancora tutto bianco), una ginnastica che decisamente non è terapeutica.

L’altro ieri eravamo a casa di una mia cognata e, naturalmente, si parlava del mio braccio. Io avrei evitato volentieri, mi sono sentita al centro dell’attenzione e non è una sensazione che amo molto. Fortunatamente il mio braccio non è stato l’unico argomento di conversazione, si è parlato del più e del meno, di cose fatte negli ultimi mesi o nelle ultime settimane. Più di una volta mi è capitato di far riferimento a degli eventi distinguendo tra cose successe prima e dopo la caduta. Ormai, ho detto, la mia linea del tempo è questa e la data spartiacque, per così dire, è quel 28 ottobre.

Mio nipote sorride e fa: “Il tuo personale a.C. e d.C., insomma”. Spero non sembri una battuta blasfema, ma a me ha fatto ridere e vi assicuro che di questi tempi ho ben poca voglia di farmi una risata.

[immagine da questo sito]

IL NATALE DEGLI ALTRI: IL RITO GRECO ORTODOSSO

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La Grecia, come si sa, è stata la patria della religione politeista che ha visto nel sommo Zeus il padre di tutte le divinità e nel monte Olimpo la sede del cosiddetto pantheon.
Con la diffusione del Cristianesimo anche la terra di Socrate, Platone e Aristotele ha abbandonato l’antica fede e abbracciato la religione diffusa dalla Chiesa di Roma.

La rottura vera e propria tra la Chiesa occidentale, quella di Roma, e la Chiesa Orientale avvenne nel 1054. Da questo Grande Scisma nacque la religione ortodossa che ben presto da Gerusalemme e Costantinopoli si diffuse in Bulgaria, Romania, Grecia e Russia.
Nonostante nell’ambito delle diverse Fedi si possano riscontrare delle diversità, anche per quanto riguarda la celebrazione delle feste principali, come Natale e Pasqua, tutte le Chiese ortodosse hanno identica struttura, sono autonome e indipendenti, non avendo un’organizzazione accentrata, e ciascuna di esse è retta da un patriarca. I patriarcati più importanti sono quelli di Mosca, di Costantinopoli e di Gerusalemme. In Grecia la Chiesa ortodossa è Chiesa di Stato.

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Per i Greci il Natale è una festività molto importante e sentita. A differenza di altre Chiese ortodosse – ad esempio, slave e copte che adottano il calendario giuliano e celebrano la nascita del Signore il 7 gennaio – la Chiesa greca condivide con quella cattolica il calendario gregoriano e quindi festeggia il Natale il 25 dicembre, anche se i riti si protraggono per tutto il periodo natalizio, ovvero fino al 6 gennaio, giorno in cui i Greci ricordano il battesimo di Cristo da parte di San Giovanni Battista sulle rive del fiume Giordano.

In Grecia non c’è l’usanza di addobbare l’albero né di allestire il presepe (introdotto in occidente da San Francesco), sostituito da dei splendidi modellini di barche a vela in legno, decorati in modo speciale con tondini scintillanti e che evocano il mare, elemento con cui i Greci hanno un legame particolare. L’unica icona di Natale è rappresentata da una candela accesa che simboleggia la Stella Cometa e che viene portata in chiesa la notte del 24 dicembre, in attesa delle celebrazioni di rito.

kourabiedes
I bambini non attendono Babbo Natale né, ovviamente, trovano i regali sotto l’albero, visto che non rientra nelle usanze greche. Ma non rimangono a bocca asciutta: infatti il 24 dicembre ai più piccoli viene regalata una sacca e un bastone con cui si recano di casa in casa cantando le calanda, tipiche canzoni natalizie, accompagnati dal suono di piccoli strumenti musicali come il trigono (un triangolo in acciaio suonato da una bacchetta metallica). In cambio della loro performance canora ricevono in dono frutta secca e biscottini, soprattutto i tradizionali kourabiedes, piccoli biscotti ricoperti di zucchero candito. (QUI potete trovare la ricetta)
Una specie di Babbo Natale, tuttavia, è San Basilio che porta i doni ai bambini il 1° gennaio. Si tratta, quindi, di pazientare un po’ …

vasilopitaNella notte di Capodanno c’è anche l’usanza di preparare la vasilopita, ovvero la “torta di San Basilio”, che consiste in un dolce a base di latte, uova, burro e zucchero, nel cui interno è stata inserita una moneta di buon auspicio. La torta viene tagliata dal capofamiglia seguendo un preciso ordine gerarchico: la prima fetta è di Gesù, la seconda è della casa, la terza del capofamiglia, la quarta del coniuge, poi dei figli, nipoti, sempre in ordine di età. Perciò la vasilopita viene tagliata in tante fette quanti sono i componenti della famiglia, più due. La monetina diventerà il portafortuna di tutto l’anno per colui che la troverà nella propria fetta. E’ ovvio che se la monetina capiterà nella fetta di Gesù o della casa tutta la famiglia sarà benedetta. (QUI trovate la ricetta per preparare la vasilopita)

Ma torniamo al Natale. La sera del 24 dicembre le famiglie si riuniscono per la tradizionale cena in cui non mancano i piatti tipici. E’ usanza che le donne di casa portino in tavola il Christopsomo, che letteralmente significa “pane di Cristo”. Si tratta di una pagnotta dolce di varie forme con decorazioni sulla crosta che rappresentano vari aspetti della vita familiare. Questo pane speciale verrà mangiato il giorno di Natale e sarà spezzato dal capofamiglia che poi lo distribuirà ai commensali. Un rito che, in un certo senso, ricorda la Comunione.

icona santa-famigliaLa mattina del 25 dicembre i Greci vanno a messa. Le loro chiese hanno una particolare struttura architettonica che ricorda il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Si entra prima in un vestibolo, dove si trova il fonte battesimale, poi c’è la navata della chiesa vera e propria, luogo in cui la comunità si raccoglie durante la funzione religiosa. L’altare è separato dalla navata e sottratto alla vista dei fedeli dall’iconòstasi, una specie di parete ricoperta dai tipici quadri religiosi ortodossi, le icone, con le immagini di Cristo, di Maria, degli Apostoli e dei Santi, e si trova nel punto più sacro del tempio al quale può accedere solo il sacerdote.
La messa ortodossa trasmette un grande senso di armonia e di bellezza. E’ caratterizzata da processioni con incenso e torce, candele che vengono accese e spente, l’atto di inginocchiarsi e baciare le icone, i canti eseguiti dal coro senza accompagnamento di strumenti musicali.

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Dopo la messa, le famiglie si riuniscono per il pranzo natalizio in cui vengono servite delle pietanze particolari come la tiropitakia, dei fagottini di pasta a filo ripieni di formaggio serviti come antipasto, la galopoula, tacchino farcito con castagne, uvetta di Corinzio e noci o mandorle, accompagnata da patate al forno, e il gourounopoulo psito, un porcellino arrosto in olio d’oliva e fatto cuocere a forno lento per circa 3 ore, e bagnato regolarmente col suo succo, acqua calda e succo di limone. Non può mancare il dolce tipico che è il melomacarona, a base di noci e sciroppo di miele. (QUI potete trovare la ricetta)

Passando alle tradizioni popolari diffuse in Grecia in occasione del Natale, è nota la leggenda dei Kallikantzaroi, delle creature mostruose che vivono gran parte dell’anno negli inferi e divorano l’albero che regge il centro della Terra. A Natale, però, la nascita di Gesù fa sì che quest’albero si rigeneri completamente. Per questo motivo si crede che il 25 dicembre i Kallikantzaroi escano dalle viscere della Terra per vendicarsi degli uomini, rimanendo sulla Terra fino al 6 gennaio, quando, grazie alla Benedizione delle Acque, vengono rispediti negli inferi.

natale greco benedizione acquaLa benedizione dell’acqua, che conclude le festività il 6 gennaio in occasione dell’Epifania (in greco ta fota), avviene gettandovi dentro una croce: in chiesa il sacerdote compie quest’atto nell’acquasantiera, ma è usanza farlo anche nei fiumi, lungo le coste e nei porti. Quando la croce cade in acqua, nei porti suonano le sirene delle navi e le chiese celebrano l’evento con continui rintocchi di campane mentre gruppi di ragazzi, a volte sfidando l’acqua gelida, fanno a gara per recuperare il crocifisso perché si crede che chi lo tocca per primo avrà una vita prosperosa durante l’anno. (nella foto a lato, il rito che si svolge nel porto di Trieste dove la comunità greco-ortodossa è assai numerosa e ha una propria chiesa, intitolata a San Nicolò, dove celebrare le funzioni)

[fonti: guidagrecia.net, www.storico.org, angiecafiero.it, www.grecia.cc e lastampa.it; immagini tratte dal web da siti vari, qualora coperte da copyright, si prega di contattarmi]

Diario di viaggio: Treviso, Verona, Trieste

Il bello del web è che, quando hai la fortuna di incontrare di persona un’amica di blog, scopri che è esattamente come te l’aspettavi, come se la conoscessi da sempre. A me è successo con Veronica – Scrutatrice, ragazza dolce e simpatica, oltreché bellissima.
Non perdetevi la cronaca di viaggio … l’ultima tappa è stata la mia città natale, Trieste, dove ho avuto il piacere di farle da Cicerone. Quello che lei non ha detto, lo dico io: è stato un tour piacevole ma molto faticoso. La mia città è tutta un sali-scendi e finché si scende, tutto bene, ma quando si sale … son dolori! Ne sanno qualcosa i miei polpacci e i miei glutei. Unica nota positiva di cotanta fatica: ho smaltito uno dei due chili messi su a Pasqua. C’è qualcuno che vuole farsi un giro dalle mie parti nelle prossime settimane? Devo smaltire il chilo che è rimasto. 🙂
Buona lettura!

Into The Wild

Primo giorno, domenica.

Dopo la tradizionale colazione di Pasqua (nel senso che è tradizione farla, non che la mia colazione sia stata la tradizionale colazione salata), montiamo in macchina con destinazione Veneto. Il viaggio di andata è quello che ogni automobilista desidererebbe: strade ampie, corsie vuote, niente camion e persino le stazioni di sosta deserte (ci credo, tutti “zampe sotto il tavolo” la domenica di Pasqua…)! Ci viene in mente il verso di una famosa canzone: “autostrade deserte, ai confini del mare…” Ma non ci stiamo dirigendo verso il mare, anzi. La nostra base durante questi quattro giorni sarà Preganziol, una piccola frazione di Treviso, cittadina che scopriremo essere davvero deliziosa. Arrivati a destinazione, DSC_2sistemiamo le valigie, facciamo un giro di ricognizione nell’appartamento (accompagnato dalle rituali foto ricordo della sistemazione!) ed usciamo per visitare il centro di Treviso.
La provincia veneta ha la particolarità di essere…

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