12 dicembre 2012

MARIO MONTI E IL NIPOTINO SOPRANNOMINATO “SPREAD”

Posted in bambini, politica, scuola, televisione tagged , , , , , , , , a 5:35 pm di marisamoles

montiIeri il Presidente del Consiglio prof. Mario Monti ci ha deliziato, si fa per dire, con un’intervista nello studio di Uno Mattina. Purtroppo, sempre si fa per dire, me la sono persa visto che al mattino sono a scuola, ma ho potuto vederne una parte trasmessa e ritrasmessa dal Tg1 a tutte le ore.

Non entro nel merito “tecnico” dell’intervista (lui è un tecnico, io no) ma vorrei soffermarmi a riflettere sulla parte in cui ha reso edotti i telespettatori su un fatto privato. Dice, nonno Monti, che il suo nipotino, sentendo parlare di “spread” in tv, ha esclamato, rivolto alla mamma: “Ma “spread” sono io!”. Vale a dire che il grazioso nipotino, per merito del famoso nonno, si è guadagnato, all’asilo, il soprannome di “spread”.

La cosa che più mi ha fatto orrore è che nonno Monti ha raccontato il familiare aneddoto ridendo. Si divertiva come un matto, pensate un po’. Cioè, lui ha un nipotino che frequenta l’asilo (vale a dire la scuola dell’infanzia), presumibilmente il bimbo ha un’età compresa tra i tre e i cinque anni, viene preso in giro con un soprannome che richiama la parola che più di ogni altra sta sulla bocca del nonno ad ogni ora del giorno e della notte … e in nonno che fa? Ride.

Ora, io non vorrei sembrare esagerata, ma questo fatto mi porta a pensare che:

1. il povero piccolo sia vittima di un vero e proprio bullismo infantile (cominciano da piccoli, a quanto pare)

2. in giro ci siano dei genitori veramente deficienti (visto che pare alquanto improbabile che i compagni d’asilo del piccolo Monti abbiano inventato il soprannome da soli perché neanche la fantasia più sfrenata li avrebbe portati a tanto).

Scusate ma a me ‘sta cosa non fa ridere neanche un po’.

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21 aprile 2012

SCUOLA: BAMBINI VITTIME DEI BULLI O DEGLI/DELLE INSEGNANTI?

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, scuola tagged , , , , , , , , , , , , a 1:37 pm di marisamoles

Stamattina, grazie ad una segnalazione che ho trovato in sala insegnanti al mio arrivo a scuola (come sempre con largo anticipo!), ho letto un articolo che Massimo Gramellini ha pubblicato sul quotidiano La Stampa, dal titolo Il bambino e il congiuntivo. Con la sua solita ironia, il giornalista faceva una riflessione su un caso emerso grazie a Flavia Amabile che, nel suo blog, ha pubblicato la lettera di una madre amareggiata perché il figlio di nove anni, bravo, intelligente ed educato, è da quattro anni, cioè dall’inizio della scuola elementare, vittima dei soliti bulli che lo prendono in giro per la sua “diversità”: si esprime, infatti, con un linguaggio curato e conosce perfettamente l’uso del congiuntivo. (QUI potete leggere il post che ho pubblicato sull’altro mio blog, laprofonline)

Ora, anche se ormai da mesi pubblico sull’altro blog gli articoli che concernono la scuola, vorrei fare qui una mia riflessione su questo episodio, prendendo in esame la lettera di questa mamma sfiduciata e la risposta della dirigente della scuola frequentata dal figlio. (QUI potete leggere entrambi i testi) Lo faccio in questa sede perché la vicenda ha risvegliato in me antichi ricordi e riaperto ferite mai rimarginate, risalenti alla mia esperienza di madre alle prese con gli insegnanti dei figli.

Scrive, dunque, la mamma del bambino oggetto di scherno, descrivendo l’esperienza del figlio all’inizio della scuola primaria, dopo un periodo felice passato in quella dell’infanzia:

Poi sono arrivate le elementari, e il suo piccolo incubo quotidiano. È arrivata la sua identificazione come un bambino “diverso”, perché usa il congiuntivo, non fa a botte, ha spesso delle cose da dire sugli argomenti trattati in classe. Da “diverso” a “bersaglio” il passo è breve: mio figlio vive da quattro anni giorni in cui la violenza (quella verbale più di quella fisica) fa parte delle sue giornate.
Ho parlato con le madri dei bambini interessati e la risposta è stata – in sintesi – “sono bambini”.
Ho parlato con le insegnanti e la risposta è stata – in sintesi – “sì, ma non se la può prendere per tutto, e se noi non cogliamo gli altri bambini sul fatto, non possiamo farci niente”.
Ho parlato con la preside e la risposta è stata – in sintesi – che avrebbe provveduto.
[…]
Mi chiedo come sia possibile non vedere, non sentire. Perché io lo vedo, come fuori dalla scuola questi bulletti in erba lo apostrofano. Più di una persona mi ha riferito di aver notato questi atteggiamenti nei suoi confronti.
È bizzarro che solo nelle mura scolastiche tutto ciò passi inosservato. Come se su 20 bambini su cui dividere l’attenzione uno sia sempre fuori fuoco, e quello sia sempre lo stesso. Come se il concetto di “vince il più forte” fosse nel programma di studi
.

Sono parole che fanno riflettere, che rimandano ad una scuola – elementare, per giunta! – in cui vige la regola del più forte, in cui chi è più debole, pur trattandosi di una debolezza solo apparente, non ha strumenti con cui difendersi, non ha alleati su cui contare. E non sto parlando di bambini.

Risponde la dirigente della scuola frequentata dal bimbo:

A proposito del comportamento dei compagni verso T. , la maestra mi ha riferito che, non appena accadono episodi di questo tipo, nei confronti di qualsiasi alunno della classe, l’intervento delle insegnanti è immediato nel richiamare gli autori del fatto. Fa parte infatti dell’operato delle docenti educare i bambini al rispetto reciproco e alla tolleranza nel rapportarsi quotidianamente tra di loro.

Dunque, le maestre avrebbero agito sempre in modo tempestivo, educando al rispetto e alla tolleranza. Avrebbero, in altre parole, fatto il loro dovere. Mi chiedo: se gli episodi continuano da quattro anni, forse l’aspetto educativo da solo non basta. Nonostante io sia convinta che, specie quando si ha a che fare con bambini piccoli, le punizioni dovrebbero essere evitate il più possibile, sono anche dell’idea che, qualora l’intervento prettamente educativo non sia sufficiente, si debba procedere, con i mezzi idonei e adatti all’età (che ignoro, non avendo mai insegnato alle elementari ma che delle maestre degne di questo nome devono saper utilizzare), a punire i diretti interessati. La punizione dei colpevoli, la giusta sanzione per una trasgressione (non è forse un trasgredire alle regole prendersi gioco ripetutamente di un compagno?) sono a volte gli unici mezzi, accanto all’educazione alla convivenza civile, con cui si possono ottenere dei risultati.

Prosegue la dirigente:

La docente in questione ha sempre operato costruttivamente; ha sempre goduto anche della stima dei genitori della classe, stima manifestata apertamente alla fine di ogni anno scolastico, anche con scritti inviati alla Dirigenza, auspicanti la permanenza della docente, incaricata annuale, nella classe anche per l’anno successivo.
Da ultimo, l’Istituto Comprensivo, di cui la scuola elementare di Via Fabriano fa parte, ha alle spalle una lunga tradizione di accoglienza, parte integrante del POF dell’Istituto, declinata attraverso iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà
.

Ed ecco entrare in scena i luoghi comuni e quel burocratese usato e abusato ogni volta che sia necessario difendersi dalle accuse. E vediamoli uno ad uno questi luoghi comuni.

Le insegnanti stimate. Che vuol dire? Che sono preparate culturalmente? Oppure che, accanto alle conoscenze, certamente apprezzabili, dei contenuti delle materie insegnate e delle corrette metodologie didattiche, hanno anche una adeguata preparazione nell’ambito della psicologia infantile e della psicopedagogia? Perché la preparazione culturale in assenza delle altre competenze vale ben poco.
E poi, se l’insegnante in questione è stimata ed apprezzata dagli altri genitori significa ben poco se anche una sola madre racconta vicende di tale gravità accadute sotto i suoi occhi. O forse la maestra è stimata perché lascia che i bulletti facciano la loro parte indisturbati, ed è quindi apprezzata dalle loro famiglie.

Altra nota dolente: il POF. Quando non si sa cosa dire, si tira fuori il famoso POF, documento imposto a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, dal momento in cui si ha avuto la pretesa di equiparare le scuole a delle aziende. Una carta dei servizi arricchita dai contenuti disciplinari, nulla di più. Allora, siccome nel POF di quell’istituto sta scritto che la scuola ha una lunga tradizione di accoglienza che presuppone iniziative e pratiche quotidiane di tolleranza, rispetto, solidarietà, quel bimbo, che sa usare i congiuntivi ed è quotidianamente vessato dai compagni, deve adattarsi lui a quel tipo di accoglienza? Deve stare al gioco? Deve rispettare lui quel clima impostato sulla tolleranza, il rispetto e la solidarietà? Sta a vedere che è lui l’intollerante perché manifesta, anche se soltanto entro le mura domestiche, il disagio che gli deriva dal fatto di essere vittima di scherzi e atteggiamenti volti allo scherno. Scusate ma non capisco.

Man mano che procedo nello scrivere questo post mi rendo conto che l’argomento sarebbe stato più adatto al blog laprofonline. Ma, come avevo anticipato, questa vicenda mi ha riportato indietro nel tempo ed è giunta l’ora di raccontare la mia esperienza.

Il mio primogenito era uno scolaro vivace, curioso e attento fino alla terza elementare. Poi, sostituite due maestre su tre, le cose sono cambiate.
Durante l’inverno accadeva spesso che, arrivata l’ora di preparare lo zaino, al termine delle lezioni, e prepararsi per l’uscita, lui non trovasse berretto e sciarpa. Era sempre l’ultimo ad uscire e, dato che nessuna maestra aspettava la sua uscita, non capivamo mai il perché del suo ritardo. Poi, un giorno confessò che i suoi compagni gli nascondevano il berretto e la sciarpa, quindi doveva cercarli in ogni angolo dell’aula e qualche volta anche fuori, nei corridoi e nei bagni. Con grande insistenza riuscimmo a fargli ripetere la frase che la maestra gli aveva rivolto il giorno in cui lo vedemmo parecchio abbacchiato e volemmo conoscerne il motivo: “Ninin [appellativo con cui qui in Friuli ci si rivolge ai bambini in tono affettuoso, equivalente a tesoro … quel giorno, però, il tono della maestra doveva essere parecchio ironico] non posso ogni giorno stare qui ad aspettare che tu ritrovi i tuoi indumenti, devo andare a pranzo“. Detto questo, se ne andò.
A questo punto dovrei ricordare, per chi non lo sapesse, che le maestre hanno l’obbligo di attendere fuori dalla scuola finché l’ultimo scolaro sia stato prelevato, nonché accertarsi che le persone che vengono a prendere i bambini siano conosciute e autorizzate. Per un periodo dovetti delegare per iscritto la baby-sitter a prendere mio figlio al rientro pomeridiano, essendo io occupata nella frequenza di un corso all’università.
In seguito all’episodio descritto mandai mio marito dalla maestra. Volevo evitare il confronto, sempre sgradevole, tra insegnanti e gli raccomandai di tenersi calmo ma fermo nel manifestare la propria contrarietà riguardo all’atteggiamento assunto da quella insegnante nei confronti del bambino. Ritornò ancora più abbacchiato dei figlio. Mi riferì che la signora gli aveva detto, testualmente: “E’ suo figlio che si deve svegliare, altrimenti non imparerà mai a vivere”. Da quel giorno assistemmo al degrado irreparabile dei rapporti con quella e le altre insegnanti, perché lei era una specie di leader. Non protestammo mai, né oralmente né per iscritto, rivolgendoci al direttore, sperando che mio figlio se la cavasse da solo, mantenendo sempre un comportamento educato e nello stesso tempo indifferente nei confronti di giochini stupidi come quelli. Alla fine i compagni si stufarono.

E che dire quando un insegnante diventa bullo a sua volta? L’episodio riguarda il mio secondogenito, di tutt’altro carattere rispetto al fratello: vivacissimo, deciso, testardo, intraprendente … ho finito gli aggettivi ma, pregi o difetti che fossero, ne aveva in quantità impressionante. La vicenda ebbe luogo in seconda media.
Terminata la lezione di educazione fisica, arrivato nello spogliatoio il mio piccolo (lo chiamo così tuttora che ha 22 anni!) non trovò più i suoi vestiti. Non era l’unico, comunque. Cerca che ti ricerca, lui e i suoi compagni trovarono gli indumenti nelle tazze dei water. Subito si rivolsero al docente, raccontando l’accaduto. Lui scoppiò a ridere e, senza smettere, li mandò in aula. Pensate che sia finita qui? No. Mio figlio e gli altri, non avendo avuto alcun supporto da parte del professore, si recarono, in pantaloncini corti e canotta (abbigliamento con cui tornò a casa alla fine delle lezioni … era marzo!), in presidenza. Raccontarono il fatto e il preside chiese subito a chi avessero chiesto il permesso di parlare con lui, se all’insegnante di educazione fisica o quello dell’ora successiva. Risposta: “a nessuno, il prof N. ci ha riso dietro e siamo venuti qui direttamente”. Risultato: mio figlio fu sospeso per due giorni dalle lezioni per insubordinazione. Gli altri no perché lui fu accusato di averli sobillati.
E i responsabili della bravata? Mai scoperti. Non chiedemmo neppure i danni per la tuta da ginnastica “finita” nel water e ovviamente facemmo una lavata di capo a nostro figlio che comunque avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione per conferire con il dirigente.

Altro episodio, sempre con protagonista il piccolo e il docente di educazione fisica, alla fine della terza media. Ultimo giorno di scuola, prima dell’inizio delle lezioni: mio figlio si trovava in cortile, pronto a varcare il portone d’ingresso, quando gli finì addosso un gavettone (effettivamente un secchio colmo d’acqua) gettato dalla finestra dell’aula insegnanti. Gliel’aveva tirato il professore di educazione fisica che, anche in quella occasione, scoppiò in una fragorosa risata. Mio figlio tornò a casa per cambiarsi e pretese di essere riaccompagnato a scuola dal padre senza giustificazione scritta perché, diceva, “mica ho fatto ritardo per colpa mia, io ero già davanti alla porta, pronto per salire in classe”. Anche in quell’episodio fu lui la vittima: non solo il preside pretese ugualmente la giustificazione per il ritardo ma gli fu anche detto che si trattava in fondo di uno scherzo innocente, da ultimo giorno di scuola. Peccato che fuori ci fossero 15 gradi e che a scuola non potesse disporre di una stufa per asciugarsi gli abiti inzuppati.

Ecco, allora io mi chiedo: perché i genitori devono sempre stare zitti (per evitare ritorsioni) e se parlano non vengono mai creduti?

7 marzo 2010

SCUOLA: FESTA IN AULA, FANNO UBRIACARE IL COMPAGNO E ABUSANO DI LUI

Posted in adolescenti, cronaca, Friuli Venzia-Giulia, scuola, società, Trieste, violenza sessuale tagged , , , , , , , , a 9:03 pm di marisamoles

Ci sono notizie che non si vorrebbe mai leggere. Specialmente qui, in questo tranquillo angolo del nord-est in cui la cronaca nera, specie se interessa i minori, non è sempre così nera.
Quando varco il portone di scuola la mattina e guardo gli studenti arrivare a frotte, mi sento quasi fortunata: mi tengono la porta, mi chiedono scusa se involontariamente mi urtano, salutano quasi sempre … la maggior parte di essi è davvero educata. Poi ci sono sempre le eccezioni, non c’è da stupirsene. Ci sono quelli che tentano di fregarti l’ascensore sotto il naso (loro non possono usarlo, se non per giustificati motivi e con regolare autorizzazione firmata dal Dirigente Scolastico) o, appena mi vedono arrivare, fanno finta di zoppicare per salire con me. Qualcuno non saluta, è vero, anche degli ex allievi che, non si sa perché, ma non appena si smette di essere una loro insegnante, hanno chiuso qualsiasi rapporto. Ma è anche vero che ci sono colleghi non salutano mai, quindi non mi stupisco dei ragazzi che seguono l’esempio di certi adulti.

A scuola, in tutte le scuole, ci sono molti divieti: non si fuma all’interno dell’edifico scolastico, non si sporcano le aule e i corridoi, non si urla quando ci si trasferisce dalla propria aula in un laboratorio, non si fa chiasso aspettando che arrivi l’insegnante e si chiede sempre il permesso di uscire durante le ore. Quando non ci si comporta a dovere, scatta la nota e, nei casi più gravi, c’è la sospensione talvolta integrata dalle cosiddette “attività socialmente utili”. Nella mia scuola non c’è stato nessun cinque in condotta e dire che gli allievi sono quasi 1400. Non ci si può lamentare, dunque.

Quando si ha l’impressione di stare in un piccolo paradiso e si leggono fatti di cronaca raccapriccianti che accadono nelle altre scuole, allora ci si convince di essere fortunati. Ma a pochi chilometri da qua, a Trieste, è successo qualcosa che, almeno a me, sembra del tutto inconcepibile in questo piccolo angolo di mondo. Leggo sul quotidiano Il Piccolo che in un istituto superiore di Trieste un quindicenne, durante una festa in aula (!), è stato fatto ubriacare da quattro compagni suoi coetanei che poi hanno abusato di lui sessualmente.
Scuola e protagonisti sono top secret, com’è giusto che sia. E il fatto sarebbe passato sotto silenzio –pare, infatti, che nessuno si sia accorto dell’accaduto- se due dei ragazzini non si fossero pentiti e non avessero raccontato l’episodio alla Preside.

Quello che stupisce, però, è leggere che il fatto è accaduto nel corso di una festa svoltasi nell’aula al termine delle lezioni e pare che l’episodio si sia trasformato in un vero e proprio atto criminale per colpa anche di una cassa di birra entrata non si sa come nell’istituto scolastico.
A questo punto mi chiedo: come hanno fatto questi quattro delinquenti (mi si perdoni, ma è l’unico vocabolo che riesco ad usare per definirli) a portare addirittura una cassa di birra a scuola? E chi ha dato l’autorizzazione di fare una festa in aula al termine delle lezioni? Credo nessuno perché sarebbe davvero inconcepibile. Vale la pena di ricordare che gli allievi, a maggior ragione se minorenni, dovrebbero essere accompagnati fino all’uscita di scuola o quanto meno l’insegnante dovrebbe controllare che l’aula rimanga vuota prima di allontanarsi. E poi, i bidelli (ops, collaboratori scolastici!) dov’erano? Non si usa, forse, in quella scuola pulire e riordinare le aule al termine delle lezioni? E nessuno ha visto che nei locali veniva introdotta addirittura una cassa di birra?

Nell’articolo firmato da Claudio Ernè si legge che i quattro studenti autori delle violenze sono già stati cautelativamente allontanati dalla scuola, mentre il ragazzino che è stato coinvolto in questa vicenda ha bisogno di una assidua e prolungata assistenza psicologica. Deve superare l’incubo in cui incolpevolmente è stato sprofondato da ragazzi della sua stessa età.
Ora, senza voler risultare troppo critica, mi chiedo: forse qualche punizione, e magari un supporto psicologico, non farebbe bene anche agli insegnanti e al personale della scuola?

[foto da Repubblica.it]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 8 MARZO: SARA’ APERTA UN’INCHIESTA

Sulla Homepage del Il Piccolo di oggi, vengono resi noti i risvolti di questa sconcertante vicenda:

Presenteremo in Procura una denuncia per far aprire l’inchiesta sulle violenze sessuali esercitate su un ragazzo di 15 anni da quattro compagni di classe”. Lo ha affermato l’avvocato che assiste la famiglia della vittima. La vicenda che Il Piccolo ha reso nota risale a due settimane fa e nessuno finora aveva attivato né il sistema scolastico, né gli inquirenti. [LINK]

Nelle pagine interne, inoltre, si legge:

Deciso a rompere il muro d’omertà l’avvocato del ragazzo che ha subito violenze. Lunedì sarà aperta un’inchiesta. [LINK]

Io credo che sia il minimo pretendere di far chiarezza sul fatto. Ma, evidentemente, le scuole non si vogliono esporre: questa mattina a Buongiornoregione del Friuli-Venezia Giulia, la giornalista Marinella Chirico ha reso noto che, fatto il giro degli istituti superiori cittadini, la Polizia che sta indagando si è trovata di fronte ad una totale chiusura: pare che in nessuna scuola il fatto sia successo. A questo punto, quando la verità verrà a galla, le sanzioni non si faranno attendere. Trovo assolutamente disdicevole mettere a tacere un fatto così grave per coprire quelle persone -docenti e ATA- che hanno dimostrato uno scarso senso di responsabilità. Vale la pena di ricordare che la responsabilità penale è personale, come gia detto altrove. [LINK]

AGGIORNAMENTO ORE 20.44
Al Tg3 del Friuli-Venezia Giulia hanno smentito che il fatto sia accaduto in una scuola, tanto meno in una classe. Pare, infatti, che i protagonisti di questa sconvolgente vicenda frequentino una scuola professionale per l’edilizia e che l’atto di bullismo sia avvenuto in un cantiere dove gli studenti stavano facendo pratica, al termine di una giornata di lavoro.
Ora la faccenda sembra più credibile: si spiega, quindi, il motivo per cui alla polizia i Dirigenti delle scuole ispezionate avevano negato che il fatto fosse avvenuto nelle loro aule. D’altra parte, io stessa avevo espresso nel post il mio stupore in quanto non credo possa accadere qualcosa del genere nei locali scolastici al termine delle lezioni.
Ciò dimostra che alla stampa è meglio non dar credito, soprattutto quando mettono in prima pagina una notizia che attira l’attenzione dei lettori, senza prima aver appurato la corretta ricostruzione dei fatti riportati.
Mi scuso con i miei lettori e aggiungo che, indipendentemente dal luogo in cui si è attuato l’abuso nei confronti del giovane studente, il fatto in sé rimane gravissimo, specie per il coinvolgimento di ragazzi così giovani.

PER LEGGERE L’AGGIORNAMENTO DE IL PICCOLO (9 MARZO) CLICCA QUI.

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