6 dicembre 2011

FIORELLO, IL PROFILATTICO E IL “SALVA PISCHELLI SHOW”

Posted in adolescenti, attualità, spettacolo, televisione, vip tagged , , , , , , , , , , , , a 6:23 pm di marisamoles

Devo, ancora una volta, fare una premessa: ieri non ho visto l’ultima puntata dello show campione di share condotto dall’istrionico Fiorello. Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend ha fatto il botto finale, come si addice ad ogni spettacolo pirotecnico che si rispetti: più del 50% di share, 16 milioni attaccati al monitor tv in adorazione di Roberto Benigni. Eh sì, perché quando le “divinità catodiche” si accoppiano (nel senso della partecipazione allo spettacolo, ovviamente), succede anche questo.

Come ogni settimana, il martedì su tutte le testate giornalistiche non si parla d’altro. Per qualche ora Fiorello riesce a distogliere l’attenzione degli Italiani dalla manovra Monti e fa dimenticare le lacrime del ministro Fornaro suscitando ilarità e facendo quasi piangere dal ridere. Ma come spesso accade c’è chi dello spirito fiorelliano non sa che farsene, anzi, ritiene che le sue battute e i monologhi pieni di humor siano robaccia, di cattivo gusto e basta.

E’ il caso della tirata che Rosario – che di secondo nome fa Tindaro, poveretto! – ha fatto sul preservativo o profilattico che dir si voglia. Facendo riferimento ad un fantomatico comunicato Rai (nulla di più di una mail interna e riferita alla sola giornata mondiale contro l’Aids, il 1 dicembre scorso), si è stupito che la parola profilattico non potesse essere pronunciata nei programmi della tv di Stato. Interpellato a tal proposito Mauro Mazza, direttore di Rai 1, il poveretto non solo non conferma né smentisce un tale divieto ma si vede costretto, pressato elegantemente dal presentatore, ad ammettere che anche lui fa uso del condom. Poi il conduttore invita il pubblico a scandire sillaba dopo sillaba la parola tabù, quasi ad esorcizzarla. Non contento, intona assieme al compagno di trasgressione Lorenzo Jovanotti un rap in elogio del preservativo, ribatezzandolo “Salva pischelli“, espressione mutuata dal famoso dispositivo “Salvalavita Beghelli”, per la gioia del signor Beghelli che non avrebbe mai sperato in una pubblicità gratuita davanti a sedici milioni di telespettatori. Sempre che esista ancora.

Lo show di Fiorello sul profilattico, però, non è piaciuto a tutti. Famiglia Cristiana (seguita a ruota dal MOIGE)tuona contro il conduttore, reo di aver dato una lezione non proprio ortodossa ai tanti giovani che non amano stare davanti alla tv ma che per Fiorello fanno un’eccezione. Non gradisce nemmeno l’attenzione che il presentatore ha rivolto all’innegabile vantaggio che deriva dall’uso del preservativo, ovvero quello di limitare la diffusione dell’AIDS. Per Famiglia Cristiana è solo “goliardia retrodatata, cattivo gusto”.

Prendiamo atto che dal punto di vista della morale cattolica la maggior parte dei metodi contraccettivi è di per sé bandita. Possiamo anche concordare sul fatto che il “Salva Pischelli show” non fosse il massimo del buon gusto, come l’elogio della cacca cantato dal comico Benigni. Però credo che lo spettacolo di Fiorello non abbia un qualche potere di condizionare le scelte dei giovani, cattolici o meno. Anche perché, volendo essere precisi, i giovani cattolici seguendo i dettami della Chiesa in teoria dovrebbero astenersi dall’uso del profilattico, anzi, dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Eviterebbero, così, sia le malattie sessualmente trasmissibili sia gravidanze indesiderate. Non sarà certo un Fiorello qualsiasi a far loro cambiare idea.

Non ho visto lo spettacolo, lo ripeto, se non qualche spezzone e qualche video su You Tube, ma ritengo che Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend abbia perlomeno il merito di non aver dato in pasto ai telespettatori pseudoballerine sculettanti in perizoma e pushup, come avviene nella maggior parte degli spettacoli di “varietà”. E questo a me sembra già un bel passo avanti. Questo sì un esempio da seguire.

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17 febbraio 2011

VIVA L’ITALIA, VIVA SANREMO, VIVA BENIGNI

Posted in 150 anni unità d'Italia, Festival di Sanremo, spettacolo, storia, televisione tagged , , , , , , a 10:30 pm di marisamoles

Me lo devo sorbire questo show da 250mila euro. Non mi piacerà, già lo so. Lui non mi piace mai. Ma lo guarderò e poi commenterò.

Eccomi qua. Devo dire che pensavo peggio. Forse ero un po’ prevenuta, conoscendo il soggetto. E invece Benigni si è attenuto, senza molte divagazioni dal sapore politico e antigovernativo, al compito che gli è stato affidato per questa serata del Festival di Sanremo 2011 dedicata all’unificazione dell’Italia: l’esegesi dell’inno di Mameli. Non che abbia detto cose sconosciute; ci sono molti testi reperibili facilmente su Internet, che spiegano e commentano il nostro inno nazionale. Diciamo che lui ci ha messo l’interpretazione che, come sempre, è molto molto originale. Ma tant’è … Benigni è sempre Benigni!

Entra a cavallo, un bianco cavallo molto garibaldino, sbandierando il tricolore. Viva l’Italia. Sicuramente un debutto originale e in tema per questo Festival di cui sembra essere diventato ospite fisso. D’altronde, l’audience in calo rispetto alla prima serata (dai 12 milioni ai 10 scarsi) impone un intervento come il suo, in terza serata, per risollevare le sorti dello share. Il risultato? Quindici milioni di Italiani incollati al video durante i cinquanta minuti del suo intervento. Be’, niente male.

Prima battuta: dov’è la vittoria? Sembra scritto per il Pd. Poi, però si ricompone e prosegue serio.

Mameli, dice, era minorenne quando ha scritto il testo dell’inno nazionale. Aveva solo vent’anni e ai suoi tempi la maggiore età si raggiungeva a ventun’anni. Il povero Goffredo, però, nemmeno li ha raggiunti: è morto sei mesi dopo la stesura dell’inno, combattendo per la sua Italia, per quella vittoria.
Segue – c’era da aspettarselo – la divagazione sulle minorenni, ma si limita a citare, dal palco dell’Ariston, com’è giusto, la Cinquetti che cantava, proprio a Sanremo, “Non ho l’età” … salvo poi aggiungere che si era spacciata per la nipote di Claudio Villa. Fragorosa risata del pubblico. Sorrido anch’io.
Poi – difficile resistere alle tentazioni – parla di Ruby e dice che per scoprire se fosse o non fosse la nipote di Mubarak bastava andare all’anagrafe e vedere se Mubarak di cognome fa Rubacuori.
A questo punto teme che arrivino delle telefonate in diretta, come succede spesso di questi tempi nelle trasmissioni televisive, da parte di due persone. Poi si consola vedendone almeno una in platea

Ed ecco che affronta il discorso dell’unità dicendo che è sacra, fatta da persone straordinarie: prima di Mazzini e Garibaldi, c’erano i Carbonari, Silvio Pellico che ha scritto Le mie prigioni … altra risata del pubblico. E poi c’era la casa reale dei Savoia, Vittorio Emanuele II che a Teano s’incontrò con Garibaldi e hanno vinto. Emanuele Filiberto, invece, s’incontrò con Pupo a sanremo e hanno vinto pure loro … quasi.

Arriva il momento di Cavour, il secondo grande statista dell’Italia; alla fine della carriera lo beccarono con la nipote di Metternich. Eh, sì, la tentazione della battuta è forte.
I giovani del Risorgimento hanno dato la vita per noi, dice Benigni. Garibaldi era un mito, come Che Guevara, era detto il diablo, bello, ardimentoso, l’eroe dei due mondi … “non sto parlando di Marchionne”, aggiunge, ammiccando sottovoce.

La cultura italiana, sostiene, è nata prima della nazione stessa, unico caso al mondo. E questo è decisamente vero.
Il vero patriota non ritiene mai il suo Paese il migliore ma l’allegria di vivere in un Paese che piace è sano patriottismo. Amarlo troppo è sbagliato. Non esiste il troppo amore, si ama e basta. Uno è morto, non è troppo morto. Amore e morte sono uguali. Quando si “sente” la bandiera, si vive un attimo eterno.

Cavour, Mazzini e Garibaldi sono entrati in politica e ne sono usciti più poveri. Una cosa memorabile. Sorriso ironico.

A questo punto Benigni spiega che la parola Risorgimento è stata usata per la prima volta dall’Alfieri, è una parola mistica, è una resurrezione. L’Italia era un corpo saccheggiato, il più bello del mondo. Ed è vero: basta andare un po’ in giro per i musei del mondo per rendersene conto.

Ed ora arriviamo, finalmente, all’inno. Il comico toscano spiega che Mameli, l’autore del testo, e Novaro, autore della musica, erano a Genova e lì hanno composto la marcetta che è perfetta per un inno, ed è anche commovente. Novaro lesse il testo e si commosse, si buttò sul pianoforte, bruciò tutto con la candela ma si ricordò benissimo il testo, lo sapeva già a memoria. Poi, dice, caso strano che si ricordi l’inno di Mameli, che ha scritto il testo, e non di Novaro, il musicista. Come dire “la Traviata di Piave”, che è il librettista.

Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa
.

Inizia – era ora – l’esegesi, partendo dai primi versi. L’Italia sé desta, ovvero svegliamoci per realizzare i sogni. L’elmo di Scipio è quello di Scipione l’Africano che nel 202 a Zama sconfisse Annibale, è il più grande generale di tutti i tempi perché con quella battaglia vinta ha dato agli Italiani, e non solo, la cultura, altrimenti saremmo diventati tutti Fenici. Per trovare dei generali così dobbiamo arrivare a Waterloo, a Napoleone e Wellington. Poi agginge che ogni impero che c’è nel mondo è una pallida versione di quello romano.

Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma;
ché schiava di Roma
Iddio la creò
.

Qui, dice Benigni, qualcuno sbaglia credendo che il soggetto sia l’Italia schiava di Roma (vero Umberto?) e invece è la vittoria che si inchina di fronte all’Italia.

Stringiamci a coorte!
La coorte è la decima parte della legione romana. Il motto dei Romani era divide et impera, quindi restando uniti, stretti alla coorte, si vince.

Noi siamo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò
.

A questo punto il comico parla della bandiera e dice che c’era già prima dell’unificazione dell’Italia. L’aveva inventata Mazzini, il fondatore della Giovane Italia. La bandiera unisce così come la lingua che è la nostra identità più profonda. I poeti, osserva Benigni, ci hanno dato la lingua ma anche la bandiera, con i suoi colori, è stata ispirata dalla poesia. Dante, nel XXX canto del Purgatorio introduce Beatrice, su un carro e circondata dai fiori, sopra un candido velo cinta d’olivo, con indosso un verde manto e vestita di rosso vivo. Mazzini, quindi, si è ispirato per la bandiera a questi colori: bianco, rosso e verde.

Uniamoci, amiamoci;
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti, per Dio,
chi vincer ci può?

Qui fa una divagazione sulle donne del Risorgimento, eroine che, come Anita Garibaldi morta incinta, hanno dato la vita per l’Italia. Le altre, purtroppo, me le sono perse. Diciamo che stavo iniziando ad annoiarmi.

Dall’Alpe a Sicilia,
dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio
ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò
.

In pochi versi sono racchiusi i diversi luoghi della penisola oppressi dallo straniero, da nord a sud. Legnano è una città simbolo della riscossa dei comuni settentrionali, unitisi nella Lega Lombarda, contro il Barbarossa. La vittoria contro l’imperatore fa sì che Legnano sia dentro l’inno di Mameli. Segue una divagazione sulla scuola e sulla necessità di far vivere agli studenti questa festa (implicita polemica nei confronti della Gelmini che vorrebbe le scuole aperte il 17 marzo prossimo).

Segue il riferimento a Francesco Ferrucci e all’assedio di Firenze (2 agosto 1530) con cui l’imperatore voleva abbattere la repubblica. Narra quindi l’episodio di Ferrucci che, morente, venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino.
Poi il riferimento a Balilla, un quattordicenne protagonista di un atto eroico a Genova, dominata dagli asburgici. Il giovane lanciò la prima pietra contro i nemici e il popolo li spappolò. Poi nel ventennio gli misero la camicia nera
A Palermo i francesi, gli Angioini, avevano determinato la reazione dei cittadini ai Vespri, detti poi siciliani. L’insurrezione del Lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi si estese poi a tutta la Sicilia, scatenata dal suono di tutte le campane della città. Ne parla anche Dante nell’VIII canto del Paradiso:
se mala segnoria, che sempre accora
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”
. (vv. 73-75)

Son giunchi che piegano
le spade vendute;
già l’aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
bevé col Cosacco, ma il cor le bruciò
.

Continua il commento dell’inno. Qui si fa riferimento ai mercenari austriaci che hanno venduto l’aquila (simbolo dell’impero) e all’Austria che con l’aiuto della Russia aveva smembrato la Polonia.

L’ultima parte dell’esegesi è apparsa alquanto affrettata, anche perché deve aver occupato più tempo del dovuto, quindi ringrazia e augura a tutti di essere felici, ricordando che la felicità è fatta di semplici cose, non care.


L’intervento di Benigni si conclude con una toccante interpretazione dell’inno, immaginando di essere un soldato che riflette tra sé e sé sul significato del testo.
Lo ammetto: ha commosso anche me. Una delle rare vote in cui riesco a seguire un intero intervento di Benigni … non solo perché avevo promesso di commentarlo. Chi ha letto la prima stesura del post, avrà notato che ho cambiato anche il titolo. Per una volta, forse l’ultima per me, mi sento di esclamare: viva Benigni!

[POST AGGIORNATO IL 18 FEBBRAIO 2011. Foto tvblog]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 21 FEBBRAIO 2011

Anche se in ritardo, segnalo questo bell’articolo di Gian Antonio Stella su Il Corriere: Sotto l’elmo di Benigni

29 dicembre 2008

BENIGNI LEGGE DANTE, E NOI?

Posted in attualità, Dante, DVD, Letteratura Italiana, lingua, poesia, spettacolo, televisione tagged , , , , , a 11:13 am di marisamoles

dante

Negli ultimi anni il celebre attore – regista – comico, con il suo stile da giullare medievale, perfettamente calato nel ruolo a lui più confacente, si è dedicato anima e corpo alle Lecturae Dantis. I suoi spettacoli, sia dal vivo sia televisivi, hanno spopolato. Si è scatenata una sorta di Dantemania, e dire che la Commedia (l’epiteto Divina è stato affibbiato all’opera dantesca solo nel Cinquecento) non è stata e non è certo una delle letture preferite dagli Italiani, specie se considerata alla stregua di materia di studio al liceo. Eh sì , perché quando la si deve studiare, tutta questa bellezza nell’opera sublime del Vate Dante proprio non si riesce a coglierla!

Ricordo che al liceo rimanevo estasiata di fronte alla lettura e al commento che ne faceva il mio professore. Una delle poche, aggiungerei, perché gli altri facevano un po’ i fatti loro. Però qualche cultore del divino poema già allora c’era tra i banchi: un compagno, infatti, aveva riscritto alcune parti della Commedia, credo il solo Inferno, calandoci tutti nelle vesti di dannati. Una rielaborazione davvero originale che, con il senno di poi, mi pento di non aver saputo apprezzare. Sono pentita anche di non aver avuto la costanza di stare a sentire quell’emulo del sommo Vate mentre declamava il Dante a modo suo. Non avevo nemmeno saputo cogliere, allora, l’indiscutibile talento artistico di quel compagno che stava inseguendo un sogno che è riuscito a concretizzare: ora fa l’attore.

Ma veniamo a Benigni. Da oggi l’Espresso e Repubblica ripropongono i DVD con le letture benigniane, risalenti agli spettacoli che il comico toscano ha tenuto nelle piazze italiane dal novembre 2006 al settembre 2007. Ci scommetto che sarà un successo. Che ci sarà mai di male? In effetti, nulla. Benigni non è il primo a commentare Dante in pubblico.

Se escludiamo i commenti scritti e, quindi, destinati ad un pubblico ristretto, visto che i manoscritti erano costosissimi e la maggior parte della gente era analfabeta, il primo lettore di Dante fu Boccaccio, grande estimatore del Vate: commentò Dante in pubblico, ma si fermò al XVII canto dell’Inferno perché accusato di sprecare energie per il pubblico indegno e incapace di cogliere la complessità del messaggio dantesco. Effettivamente, anche se l’età comunale è più democratica rispetto a quella feudale, secondo gli intellettuali la cultura doveva essere comunque indirizzata ad un pubblico aristocratico, che non conosceva più il latino ma che possedeva una cultura non strettamente popolare. Boccaccio si pentì dell’opera di divulgazione del poema, soprattutto per non dispiacere a Petrarca, altro poeta per cui provava una sconfinata ammirazione, ma successivamente si pentì di essersi pentito e restituì all’opera dantesca il prestigio che meritava.

Ma la Commedia era conosciuta e divulgata, almeno l’Inferno, quando Dante era ancor vivo. Il Sacchetti, nelle sue Trecentonovelle, racconta infatti che, mentre passeggiava a Firenze, il poeta sentì un fabbro che recitava i suoi versi “smozzicando e appiccando“, cioè citandoli in modo non fedele, togliendo delle parole o aggiungendone altre a suo piacimento. Allora preso dall’ira — peccato da cui non si ritenne immune, accanto a quello della gola e della superbia — il Dante di Sacchetti si avventò sugli strumenti del fabbro e li buttò all’aria. Alle proteste dell’artigiano, Dante rispose: Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie. Il fabbro, che non comprese il senso, chiese: O che vi guast’io?, al che il poeta replicò:Tu canti il libro e non lo di’ com’io lo feci; io non ho altr’arte, e tu me la guasti.”. L’uomo, non sapendo come ribattere, tornò al suo lavoro; e se volle cantare di Tristano e di Lancelotto e lasciò stare il Dante.

Analogo è il trattamento, in un’altra novella sacchettiana di argomento dantesco, che il Dante personag­gio riserva a un asinaio il quale recita i versi inframmezzandoli con un “arri“, cioè col grido usato per stimolare l’asino a camminare. Nel testo si legge che il poeta, sdegnato, apostrofò l’asinaio in tal modo: Cotesto arri non vi mis’io. E mentre probabilmente ci aspetteremmo che l’Alighieri lo malmenasse, preferì, invece, maltrattarlo a parole e gli disse: Io non ti darei una delle mie per cento delle tue. Ciò dimostra come Dante fosse pungente, non solo nelle invettive, specie contro la “sua” Firenze, contenute nel poema, ma anche nella vita di tutti i giorni.
Del resto, altri aneddoti testimoniano il suo spirito. Si narra, infatti, che nel 1311 il poeta si recò a Porciano per convincere i Conti Guidi, che da sempre osteggiavano i guelfi Fiorentini,  ad appoggiare l’appena incoronato Imperatore Arrigo VII e convincerlo a schierarsi apertamente dalla parte ghibellina. Le cose non andarono a buon fine, i Conti Guidi non mantennero le promesse di fedeltà fatte all’Imperatore e il poeta immortalò il suo disprezzo per i traditori nel XIV canto del Purgatorio. Questo causò la vendetta dei Guidi che imprigionarono l’Alighieri proprio in una delle stanze di Porciano. Il poeta, tuttavia, riuscì a liberarsi dalla prigionia e, mentre scappava dal castello, incrociò un messo inviato dai fiorentini per condurre prigioniero Dante Alighieri a Firenze. Il messo, non conoscendolo, gli chiese se al castello di Porciano ci fosse un certo Dante. Al che, il poeta serafico rispose: Quando io v’era, ei v’era!

Insomma, uno spirito che ben si sposa, se vogliamo, con quello di Benigni. Ma la lettura che il comico fa della Commedia si può paragonare ai versi declamati dal fabbro e dall’asinaio: sono sicura che a Dante non piacerebbe. Un merito, però, glielo concedo: l’aver accostato il grande pubblico ad un’opera che altrimenti nessuno leggerebbe. Quella di Benigni, tuttavia, è assai riduttiva: riguarda solo alcuni canti dell’Inferno e uno solo del Paradiso, il XXXIII, che conclude l’opera. Anche nella scelta dei canti si ravvisa un unico scopo: rendere partecipi gli spettatori di quelli che sono i fatti più vicini al gossip dell’epoca. Passano i secoli ma i gusti del pubblico sono rimasti immutati. Meglio trascorrere un po’ di tempo in allegria, lontani dalle letture impegnative e noiose. Sentir parlare di Paolo e Francesca, ovvero di due amanti, è interessante e leggero quanto poteva esserlo per i contemporanei di Dante che così venivano messi al corrente dei fatti “piccanti” che succedevano nelle corti. Un po’ come leggere ai nostri giorni riviste come DiPiù o Chi .
Ma Dante era consapevole del successo che i suoi versi riscuotevano? Certo, e le novelle del Sacchetti lo testimoniano. Tuttavia, se facciamo una distinzione tra il pubblico ideale – quello che ogni autore ha in mente mentre scrive – e quello reale, le differenze ci sono, eccome.
All’inizio del II canto del Paradiso, infatti, l’autore avverte: “ Voi che, desiderosi d’ascoltare, con la vostra piccola barca avete seguito la mia nave (legno) che varca il mare con il suo verso, tornate alle vostre spiagge e non avanzate in mare aperto perché se perderete di vista la mia guida, vi smarrirete. Io sto percorrendo un mare sconosciuto.”. Insomma, l’argomento si fa difficile, dal gossip passa al “pan de gli angeli”. Sono pochi, dunque, i lettori in grado di seguire la scia della sua nave; sono quei lettori che “si nutrono del pan de li angeli”, cioè la sapienza divina che gli uomini non sono in grado di vedere perché fatti di anima e corpo. La sapienza divina si apprende attraverso lo studio delle scienze sacre, cioè la teologia; chi si è dedicato allo studio della teologia e si è nutrito del “pan de li angeli” non si sazia mai. (cfr. Paradiso, II, vv. 1 – 18).

Ecco spiegato il motivo per cui Benigni quasi esclusivamente si dedica al commento dell’Inferno. Il Pan de gli angeli non è quello che sta sulla mensa di tutti, non è nemmeno il panettone che si mangia a Natale. Allora concediamogli pure di leggere Dante a modo suo, se questa scelta collima con le richieste del pubblico. Ma per favore, non esaltiamolo più di tanto: non un “Benigni da Nobel”, come ho letto in una pagina web, piuttosto quel “fenomeno da baraccone, che ha stravolto Dante invece di interpretarlo”, come ha detto il regista Zeffirelli in un’intervista pubblicata sul Corriere (15 febbraio 2008). E l’ha stravolto sì, visto che attualizza il messaggio dantesco escogitando pene riservate ai vip del nostro tempo, in particolare i vari ministri, possibilmente di questo governo. Nell’intervista comparsa la scorsa settimana sull’Espresso Benigni dice che all’Inferno ci metterebbe non poche persone. Sicuramente gli ‘intercettati’ e i ‘corrotti’, gli ‘ignavi’ e i ‘bigotti’ e anche Silvio Berlusconi per il quale, dice, andrebbe creato un “girone ad personam“. Difficile scegliere, infatti, per il premier il luogo più adatto: il comico toscano potrebbe “fargli fare il giro di tutti i gironi: dei lussuriosi, dei barattieri, dei simoniaci, dei bugiardoni, dei bischeroni. Sta bene dappertutto. un protagonista”. Beh, un tantino d’invidia, però, tra le righe si legge. Un po’ come Dante che godeva nel calare nei luoghi più ignobili dell’imbuto infernale tutti quelli che non gli garbavano e che, in vita, se l’erano presa con lui o erano appartenuti alla fazione opposta.

Infine, sulla scia di Dante, faccio anch’io un appello ai miei lettori: se volete acquistare i DVD (che poi vengono a costare anche un bel po’ di soldi!), fatelo pure. Ma io vi consiglio di prendervi una buona edizione della Commedia – quelle scolastiche sono fatte benissimo, chiedetelo ai vostri figli – e leggere un canto al giorno, così senza impegno, magari alla sera prima di addormentarvi … sperando che qualche mostro infernale non venga a farvi visita la notte nei vostri sogni. Credetemi: vedere Benigni che salta, urla, si rotola per terra declamando i versi del sommo poeta può nuocere maggiormente ad un buon sonno.

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