“FUORI ERA PRIMAVERA” E ADESSO È INVERNO. COS’È CAMBIATO?


Gabriele Salvatores mi perdonerà se ho preso in prestito il titolo del suo bellissimo docufilm sul lockdown della primavera scorsa per fare una riflessione sul tempo attuale che non sembra molto diverso rispetto a quel periodo, ahimè.

Era l’11 marzo 2020 quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il “Decreto #IoRestoaCasa” costrinse tutti entro le mura domestiche, consentendo l’uscita esclusivamente per necessità, lavoro e salute, sospendendo le attività commerciali al dettaglio, i servizi di ristorazione, le celebrazioni religiose, vietando gli assembramenti di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico. Con una nuova ordinanza, adottata congiuntamente dal ministro della Salute e dal ministro dell’Interno il 22 marzo, vietava a tutte le persone fisiche di spostarsi in qualsiasi comune diverso da quello in cui si trovavano, facendo chiudere i battenti a una serie di altre attività (come barbieri, parrucchiere, estetiste…) non ritenute necessarie.

Molti italiani sentirono per la prima volta la parola #lockdown (letteralmente “blocco”). Tutti confinati a casa, senza poter frequentare le scuole (la Dad, “Didattica a distanza”, fino ad allora semisconosciuta, venne imposta a tutte le scuole di ogni ordine e grado, mentre i nidi d’infanzia e le scuole materne rimasero chiusi), senza potersi recare in palestra o al cinema oppure a teatro. Niente shopping, gli unici acquisti possibili furono i generi alimentari, prodotti per l’igiene e la pulizia, giornali e tabacchi. I centri commerciali chiusero i battenti, in attesa di una riapertura che sembrava molto lontana. Tutti i servizi di trasporto furono praticamente decimati, i distributori di benzina iniziarono a ridurre gli orari di apertura: in giro c’era ben poca gente.

Queste misure vennero più volte prorogate fino al 3 maggio 2020, in presenza di un’emergenza sanitaria che non sembrava poter migliorare e, anzi, peggiorava sempre più, mandando al collasso gli ospedali. Il #COVID_19 non dava tregua. Un virus che sembrava lontano si era ormai diffuso su tutto il pianeta: per la prima volta l’11 marzo 2020 il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus in conferenza stampa aveva parlato di “pandemia”. D’altronde i numeri non lasciavano margine al dubbio: il numero di casi di COVID-19 al di fuori della Cina era aumentato di 13 volte e il numero di paesi colpiti era triplicato con più di di 118.000 casi in 114 paesi, 4.291 vittime, mentre altre migliaia stavano lottando contro il coronavirus negli ospedali.

Un’altra parola inglese caratterizzò gran parte delle attività lavorative: lo smartworking, traducibile con “lavoro agile”. “Agile” perché chi poteva lavorava da casa, limitando al massimo gli spostamenti. Chi non aveva questa possibilità, poté godere della Cassa integrazione in deroga, anche se dovette aspettare mesi prima di vedere il becco di un quattrino. Licenziamenti bloccati o, per meglio dire, solo rimandati. La crisi economica incombeva, nessuno poteva sapere quando e soprattutto come le attività sarebbero riprese. L’unica consolazione, se così si può dire, fu che la crisi era generalizzata e tutti i Paesi della UE ne erano colpiti.

Due mesi di lockdown misero in standby le relazioni, sia affettive sia amicali sia parentali. Le videochiamate conobbero un vero e proprio boom. Persino i nonni impararono a usare lo smartphone, per non sentire troppo la lontananza dei propri cari. In tv i palinsesti cambiarono, con un prolificare di talkshow in cui gli ospiti erano presenti ognuno dalla propria casa, rigorosamente via skype o altri canali di diffusione. I set delle fiction bloccati, così come quelli dei film. Molti attori iniziarono, se non l’avevano sperimentato prima, a raccontare le loro storie su Instagram. Chat e social ormai erano diventati l’unico mezzo per sentirsi vivi e ancora in grado di comunicare.

Comunicare cosa? Prima di tutto la speranza. L’hashtag #andràtuttobene divenne in breve lo slogan che tutti gridavano o scrivevano, anche su lenzuola appese alle finestre, sullo sfondo multicolore dell’arcobaleno.

Fuori era primavera e la complicità del bel tempo e della temperatura mite ci ha fatto godere di terrazzini, terrazze e balconi che fino ad allora erano stati solo un ambiente in più, poco sfruttato, da pulire. Si iniziò a vivere più fuori che dentro casa, per chi ne aveva la possibilità. Via social ci si metteva d’accordo sull’ora in cui affacciarsi per intonare l’inno di Mameli. Un amor di Patria che fino a quel momento era rimasto confinato nello spazio temporale dei pochi minuti che precedono il calcio d’inizio delle partite della Nazionale.

Abbiamo assistito a concerti improvvisati dai balconi a tutte le ore. In un silenzio tombale, un canto di speranza.

Ma fuori dal nostro microcosmo protetto la vita continuava a pulsare: quella dei tanti medici, infermieri e personale sanitario che, con turni impossibili da sopportare, lavoravano per salvare le vite di chi, affetto dal Covid19, aveva qualche speranza di guarigione. E altre vite si spegnevano. Uomini e donne con il camice e la mascherina stavano al capezzale dei malati più gravi per dare loro un conforto che nessun familiare poteva portare, nel momento dell’addio. Tanti morti, di tutte le età. Troppi anche per trovare una degna sepoltura facilmente, specie in Lombardia, la regione più colpita nella prima ondata di questa maledetta pandemia. Ecco che sullo schermo della tv sfilavano mestamente, nelle strade deserte e silenziose, i carri militari usati per portare i cadaveri nei forni crematori di altre regioni. Un requiem senza musica accompagnato da molte lacrime silenziose.

Poi arrivò l’estate e a molti parve che il Covid19 fosse un lontano ricordo. Alla riapertura delle attività commerciali sembrò che la vita, repressa per troppo tempo nelle quatto pareti domestiche, dovesse esplodere. Ne aveva tutti i diritti.

Quell’#andràtuttobene all’improvviso diventò un #èandatotuttobene. Tutti fuori perché il diritto alle vacanze, ai viaggi, al divertimento, ai balli in discoteca, alle feste notturne in spiaggia, era sacrosanto dopo mesi di clausura. E il Covid si è sentito di nuovo forte. Gli italiani avevano fatto i bravi per tanto tempo, ormai lui, il malefico, si era quasi rassegnato.

Le feste ferragostane hanno offerto un nuovo slancio ai contagi, la riapertura delle scuole a metà settembre ha dato la mazzata finale. Tutti sappiamo come siamo arrivati ad oggi, non serve che ne faccia la cronaca. Sappiamo che il sacrificio richiesto dalla politica, per poter passare un Natale sereno, è risultato vano. Ormai siamo in balia dei colori che caratterizzano le regioni del bel Paese e della nostra bandiera si è salvato solo il rosso, il peggiore.

Fuori è inverno e non va tutto bene. Eppure si è deciso che le attività devono riprendere, gli studenti delle scuole superiori devono tornare nelle aule scolastiche, seppur poco o nulla sia stato fatto per mettere davvero in sicurezza le scuole.

La disobbedienza civile è la molla che ha spinto, di recente, molti esercenti a prorogare l’orario di apertura oltre i limiti concessi. #Ioapro è il nuovo slogan.

Sulla scuola da settimane il dibattito è acceso, tra Governo e Regioni ormai è scontro aperto e anche da parte di studenti e docenti la stanchezza di mesi di Dad si fa sentire. Gruppi modesti di genitori vincono i ricorsi al Tar per mandare nuovamente a scuola i figli. Abbiamo un ministro dell’Istruzione che sostiene l’inadeguatezza della Didattica a distanza (nonostante l’abbia inventata lei, la primavera scorsa, quando nessun docente o studente l’aveva mai sperimentata), e con lei anche gruppi, sempre modesti, di studenti che rivendicano il diritto allo studio ma soprattutto alla socialità. Però sono proprio molti di loro a uscire di pomeriggio e ad ammassarsi nei bar, rigorosamente senza mascherina. Non si può dire che non abbiano altre occasioni per socializzare.

La mascherina ormai è un accessorio, come la sciarpa e i guanti. Eppure ci sono i cosiddetti nomask che rivendicano il diritto a non utilizzarla, negando l’evidenza. E, in piena campagna vaccinale che procede a rilento, con ritardi nelle consegne delle fiale, ci sono i novax che “manco morto mi vaccinerò”.

Non stiamo bene, non va tutto bene. I numeri ci dicono che l’emergenza è reale: ad oggi in Italia i casi ammontano a 2,37 Mln, le guarigioni totali sono 1,73 Ml, i decessi 81.800. Un’intera città di medie dimensioni letteralmente scomparsa.

Ancora centinaia di morti ogni giorno, solo nell’ultima settimana 3.557, il 13 % in più rispetto ai sette giorni precedenti, di nuovo in aumento per la prima volta da fine novembre (dati relativi a venerdì 15). Il numero totale dei contagi ci dice che almeno una persona su 25 che vive in Italia è stata contagiata, ma contando le migliaia di casi mai testati e quelli sfuggiti ai conteggi perché asintomatici, la percentuale è certamente più alta.

Domani in molte regioni i ragazzi delle scuole superiori ritorneranno a scuola. Nessun pericolo, le scuole sono sicure, dice Azzolina. Poche ore fa il ministro della Salute Speranza ha convocato con urgenza il CTS che però non si è espresso con convinzione sulla riapertura, demandando la responsabilità ai presidenti delle Regioni. Eppure Walter Ricciardi, professore di Igiene all’Università Cattolica e consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, nel corso di una intervista a La Stampa ha espresso la sua contrarietà alla ripresa delle lezioni in presenza in quanto “è sconveniente perché ogni attività di massa in questa fase va bloccata”. Non solo, la ripresa delle lezioni potrebbe vanificare gli sforzi che si stanno facendo con la campagna vaccinale.

Lo stesso Ricciardi, ammettendo il fallimento della suddivisione territoriale per zone colorate, invoca un lockdown totale, considerando anche la presenza sul nostro territorio di più varianti del Covid19 come quella inglese, che porterebbe al 95% l’immunità di gregge contro il 75% auspicato finora, e la brasiliana la quale ha costretto a interrompere le comunicazioni con il Paese sudamericano.

Fuori è inverno e la situazione non è migliorata rispetto alla stagione in cui fioriscono i peschi. Perché mai non si riesce ad accettare un altro sacrificio con lo stesso spirito che ci ha sorretti la scorsa primavera?

LINK AL VIDEO DEL FILM DI SALVATORES

NATALE CON I TUOI? SÌ, FORSE, NON SO (GRAZIE A CONTE)


In questi giorni di attesa delle festività, oltre al fatto di essere tutti (spero) perfettamente consapevoli che quello che sta per arrivare non sarà un Natale come gli altri, la maggior parte di noi si sta interrogando su quali spostamenti siano consenti dal 24 dicembre al 6 gennaio 2021.

Il DL 18 dicembre 2020, n. 172 ha, infatti, stabilito delle norme abbastanza rigide in tal senso. Se, però, ci si aspettava un lungo testo pieno di articoli, si resta delusi. Il testo del DL contiene, infatti, un solo articolo con 3 commi ma con richiami continui al DPCM del 3 dicembre con il quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha stabilito le aree in cui ogni regione della penisola dovesse essere collocata per l’intera durata delle feste di Natale e fine anno. Con la sola possibilità che le Regioni in autonomia stabiliscano ulteriori restrizioni ma non allentamenti rispetto alle norme stabilite.

Sarà forse per questo che su tutti i quotidiani nazionali e ai vari TG si continua a fare riferimento alle zone rosse e arancioni, le uniche che caratterizzano l’intero periodo delle festività, senza tuttavia prendere in considerazione il DL sopra menzionato.

Ciò a mio parere genera molta confusione e smarrimento. Infatti, se ci si limita a esaminare i divieti relativi alle zone rosse (in cui sono compresi i giorni 24-25-26-27 dicembre e ancora 31 dicembre e 1-2-3-5-6 gennaio 2021)) e arancioni (relative ai giorni 28-29-30 dicembre e 4 gennaio 2021), si evince che praticamente o si deve rimanere chiusi in casa o ci si deve spostare solo all’interno del Comune di residenza e solo in caso di reale necessità (lavoro, salute, acquisti di generi alimentari, farmaci, giornali, tabacchi). Quindi, il detto “Natale con i tuoi” vale solo per i conviventi.

Ma non è così. Leggendo il DL si possono notare delle deroghe tra cui la possibilità di spostarsi “verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05,00 e le ore 22,00, e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi.”. Diciamolo, non è molto ma è già qualcosa. Tale deroga vale per tutto il periodo e non solo durante i giorni festivi, nei quali tutta l’Italia si troverà in zona rossa. Questo è il primo dubbio da cui probabilmente siamo tutti stati assaliti.

Quindi, nelle giornate in cui tutte le Regioni della penisola si troveranno in zona arancione non si potrà andare in visita a parenti e amici? Sì che si potrà, lo dice il DL. Purtroppo, però, non è affatto chiaro.

Se leggiamo il DL, all’inizio si specifica che “nei giorni festivi e prefestivi compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 sull’intero territorio nazionale si applicano le misure di cui all’articolo 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020; nei giorni 28, 29, 30 dicembre 2020 e 4 gennaio 2021 si applicano le misure di cui all’articolo 2 del medesimo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020“. Subito dopo, però, c’è un “ma” è un “altresì” e questi, che a scuola chiamiamo connettivi, non sono parolette senza significato. Quindi, dopo la prima parte si legge: “ma sono altresi’ consentiti gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia.”.

Letto questo, si pensa che gli unici spostamenti consentiti in deroga all’art. 3 del DPCM 3 dicembre 2020 possano avvenire anche fuori dal Comune pur con la limitazione dei 30 km e del divieto di raggiungere il capoluogo di provincia (ma le province non le avevano abolite?).

Le cose, tuttavia, stanno diversamente. Continuando a leggere il DL, ci troviamo di fronte a un’altra deroga, importantissima, in relazione al DPCM sopra citato: “Durante i giorni compresi tra il 24 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021 e’ altresi consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le ore 05,00 e le ore 22,00, e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi gia’ conviventi…”.

Ok, allora non è vero che ci si può muovere solo all’interno del Comune di residenza e sconfinare al massimo per 30 km. “È altresì consentito lo spostamento verso una sola abitazione privata, ubicata nella medesima regione, una sola volta al giorno…”. Ecco che allora il nostro panorama si fa più ampio. Sempre ammesso che io mi sposti in compagnia di una sola persona (può essere anche un amico? Non si parla, infatti, di familiare), posso andare ogni giorno, per tutto il periodo delle festività, a trovare chessò i miei cognati che stanno in montagna, mio fratello che vive in un’altra provincia rispetto alla mia, amici che vivono in un’altra provincia ancora dove sta anche mia mamma. L’importante è che io con il mio accompagnatore mi muova una sola volta al giorno, rispettando gli orari stabiliti e senza sconfinare dalla mia Regione.

Questo ora dovrebbe essere chiaro a tutti.
Verrebbe da pensare che, per essere sicuri sicuri, senza temere false interpretazioni, sia consigliabile andare sul sito governo.it e leggere le cosiddette “Faq”.
Benissimo. Io l’ho fatto 2 giorni fa e mi sono subito resa conto di una contraddizione macroscopica tra il contenuto di una risposta e il DL.

Si tratta di una situazione in cui potrei trovarmi anch’io. Riporto la Faq e la risposta pubblicata il 20 dicembre sul sito governo.it:

Posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste, in deroga alle limitazioni di spostamento previste dal dpcm?
No. Di norma, lo stato di necessità si configura solo rispetto a persone non autosufficienti che, perciò, hanno bisogno di essere continuativamente assistite. In generale, dunque, non integra una situazione di necessità quella di alleviare la solitudine di persone sole, ma autosufficienti.

Ma come? Se il DL ha espressamente dichiarato lecito ogni spostamento all’interno della propria Regione pur con i limiti già visti (due persone e fascia temporale 5-22), perché non posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste?

Allora si riprende in mano il DL, si rilegge – hai visto mai che ho letto male la prima volta – e ci si trova di fronte a una contraddizione tra DL e Faq.

Se ne deve essere accorto anche chi ha pubblicato le Faq il 20 dicembre visto che nelle nuove Faq pubblicate in data odierna sempre sullo stesso sito si legge:

Posso andare a trovare un parente che, pur essendo autosufficiente, vive da solo, per alleviare la sua solitudine durante le feste?
Fino al 23 dicembre, tale spostamento è consentito esclusivamente restando all’interno della propria Regione, dalle ore 5 alle ore 22.
Dal 24 dicembre al 6 gennaio sarà possibile, una sola volta al giorno, spostarsi per fare visita a parenti o amici, solo all’interno della stessa Regione, dalle 5 alle 22 e nel limite massimo di due persone.

Allora, una volta per tutte, deve essere chiaro che ogni giorno, per tutto il periodo delle festività posso andare a trovare, accompagnata da una sola persona, chiunque viva nella mia Regione senza distinzione tra legami parentali e semplice amicizia.

Quindi sì, alla fine il Natale possiamo passarlo con i nostri cari o anche con gli amici. Certo, il consiglio (non può essere un’imposizione né, come ha detto il Presidente del Consiglio Conte, possono essere disposti controlli nelle case private, a meno che non si faccia talmente tanto casino da disturbare i vicini che in quel caso saranno più solleciti che mai nel segnalare il fatto alle Forze dell’ordine) è di limitare la presenza nell’abitazione al minor numero di persone.

Io ho fatto un conto: se a Natale voglio invitare qualcuno e ogni coppia si può spostare dal luogo di residenza, in teoria potrei trovarmi in casa anche 14 persona (contando solo i parenti stretti).

Sapete cosa vi dico? Al di là dei consigli di Conte, non ne ho proprio voglia.

Sperando che questa feste siano un modo per riflettere sul fatto che ciò che abbiamo non è per nulla scontato e che in qualunque momento è possibile che la vita cambi e le circostanze richiedano uno sforzo per adeguarci, senza arrabbiarsi troppo,

AUGURO A TUTTI UN BUON NATALE!

[immagine da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]

VERITÀ E BUGIE SUL COVID-19

Il Covid-19 non fa più paura. Dall’ormai lontano febbraio pare che la situazione sia migliorata, l’epidemia in Italia è sotto controllo, nonostante il sorgere di focolai in alcune regioni, le terapie intensive sono semivuote, pochi i malati ricoverati in altri reparti, pochi anche i decessi, sempre paragonandoli al numero dei peggiori momenti, ormai si pensa al mare, alle vacanze, alla discoteca, ai divertimenti. Soprattutto, a settembre le scuole devono riaprire senza restrizioni di sorta: tutti in aula appassionatamente. Ci abbracceremo, ci baceremo, tutto sarà come prima. Abbiamo bisogno di normalità.

Tutto giusto, per carità. Ma siamo proprio sicuri che fra meno di due mesi il Covid-19 sarà un lontano ricordo?

Chi lo può dire? Gli esperti, sentenzierà con tono assolutamente certo qualcuno. Sì, ma quali esperti? Possiamo davvero fidarci di quanto dicono, spesso in contraddizione l’uno con l’altro?

Io non ho tutte queste certezze. Non posso dimenticare l’inizio di questa brutta storia, quando la Cina sembrava lontana, quando eravamo sicuri che ci saremmo salvati semplicemente bloccando i voli da quel Paese, quando esperti virologi, come la dott.ssa Gismondo dell’ospedale Sacco di Milano, si divertivano a ridicolizzare i “colleghi” più cauti, voci autorevoli del mondo della medicina, specialmente della microbiologia e virologia, che avevano fin da subito messo tutti in allerta. Figuriamoci, il Covid-19 è poco più di un’influenza, sosteneva la Gismondo, anzi i decessi sono pochi, meno di quanti ne causi il virus stagionale, muoiono i vecchi e comunque chi è già afflitto da altre patologie.

Qualcuno ha provato a smentirla. Non faccio nomi e cognomi perché, purtroppo, questa vicenda che riguarda la salute pubblica che è un bene comune, è diventata una questione politica. Io non mi schiero mai dalla parte di chi condivide le mie idee politiche (anche se, obiettivamente, so più da quale parte non stare che da quale parte stare) su questioni che richiedono soprattutto il buonsenso. Un’opinione personale, in questi casi, rimane tale se non supportata da fatti obiettivi, inconfutabili. Ho dato credito alla dott.ssa Gismondi fidandomi della sua chiara fama (personalmente non l’avevo mai sentita nominare, come la maggior parte di noi, ma il curriculum è di tutto rispetto) poi ho iniziato a ragionare con la mia testa affidandomi alle statistiche. Non c’è stato bisogno di ulteriori smentite riguardo alle affermazioni forse troppo precipitose della virologa: ci hanno pensato i fatti stessi.

Ha taciuto per molto tempo, la dott.ssa Gismondo. L’ha fatto, credo, affidandosi al buonsenso. Qualcuno ne ha chiesto il licenziamento? No.

C’è, tuttavia, chi sta lontano dalle provette e dai microscopi dei laboratori, sta in corsia, persone che indossano camici di colore diverso ma tutte unite dalla stessa passione per la propria professione, dalla stessa coscienza con cui si sono assunte e si assumono la responsabilità nei confronti di questo virus insidioso che nel mondo continua a mietere vittime: i medici e il personale sanitario in genere. Queste sono le sole persone che hanno potuto toccare con mano la gravità della situazione nei momenti peggiori, che hanno dovuto arrendersi, impotenti, di fronte alla morte di migliaia di persone, che hanno trovato la forza di rimanere in piedi ore ed ore, senza mai guardare l’orologio, che hanno stretto le mani a chi non ce l’ha fatta, che hanno accarezzato per l’ultima volta i pazienti privati della vicinanza dei propri cari. Non sono eroi, come tengono a precisare, hanno fatto il loro dovere, dimostrando dedizione nei confronti della professione che hanno scelto consapevoli che la loro missione è quella di salvare la vita e non di lasciarla andare via. Eppure sono stati testimoni di morte, gli unici a essere rimasti in stretto contatto con il maledetto Covid-19 che ha portato via anche molti di loro. Queste sono le cose che non dobbiamo mai dimenticare.

Ora c’è un infermiere di Cremona che mette in guardia: il Covid-19 non è un lontano ricordo, i contagi aumentano, le persone si ammalano, alcune gravemente.

Ci mette la faccia e il nome, nel testo postato sul suo account Facebook: Luca Alini. Dice cose inconfutabili:

Il coronavirus non si è dimenticato di fare il suo lavoro e da bravo virus fa quello che deve: infetta nuovi ospiti per sopravvivere. Niente di più e niente di meno. Noi esseri umani, invece, dall’alto della nostra intelligenza ed evoluzione tecnologica e scientifica, facciamo finta che non esista, qualcuno pensa non sia mai esistito […] anche se per fortuna la situazione non è grave “come a febbraio o a marzo o all’inizio di aprile, quando i Covid erano 30 su 30 in reparto più altrettanti ricoverati in altri reparti, quando su 30 pazienti 26 erano ventilati”, non possiamo permetterci di dimenticare che “il virus esiste, non è magicamente sparito e sta mietendo ancora vittime in altre parti del mondo. Da noi ha già dato, ma non sta scritto da nessuna parte che non possa ricominciare a farsi vivo”. (LINK all’articolo da cui è tratto il passaggio)

Si è attirato un sacco di critiche quell’infermiere. Ha dovuto cancellare il post, dopo che l’Azienda sanitaria dell’ospedale presso cui lavora, attraverso le parole del Direttore sanitario Rosario Canino, si è affrettata a ridimensionare l’allarme: “Non sono i casi gravi di marzo. Ci sono stati dei ricoveri in questi giorni in reparti ordinari, in parte legati a focolai già noti”.

C’è chi accusa Luca Alini di procurato allarme, chi ne chiede a gran voce il licenziamento. Eppure le parole del suo post sono dettate dalla saggezza e soprattutto dalla consapevolezza di chi ha dovuto far fronte a un’emergenza inattesa e che certamente non può essere smentita dato che i numeri parlano da sé: quasi 35mila vittime, più di 240mila casi accertati. I casi crescono e decrescono con effetto altalena, i morti ci sono ancora sebbene in numero limitato. Ma questo quadro non dà garanzie per il futuro, dice solo l’unica cosa certa: il virus c’è, non è sparito. Se poi diamo un’occhiata a ciò che accade nel mondo, la pandemia sfiora i 12,5 milioni di contagi da Covid-19, di cui 3 milioni solo negli Stati Uniti.

Allora non iniziamo a dire ciò che ci ha tratti in inganno mesi fa: sì, ma l’America, settentrionale o meridionale che sia, è lontana e i voli dai Paesi non sicuri sono stati bloccati. Esattamente questo accadde alla fine di gennaio per i voli dalla Cina, eppure il coronavirus è entrato di prepotenza nel nostro Paese da ogni dove, seguendo strade alternative. Non certo per sua iniziativa.

Che cos’ha detto di sbagliato l’infermiere cremonese? “Non sta scritto da nessuna parte che non possa ricominciare a farsi vivo”. Nulla che possa essere oggettivamente smentito.

La stessa Gismondo sull’eventualità dello scoppio di nuovi focolai in autunno, ha recentemente dichiarato: «Certamente ci saranno ancora focolai e saranno più di adesso. Ma noi, a differenza di quanto è accaduto a marzo, non verremo colti di sorpresa».

Che il virus ci abbia giocato un brutto scherzo, per di più in pieno clima carnevalesco, è sicuro. Sulla sorpresa avrei delle riserve. Quando si viene colti di sorpresa significa che quello che è accaduto non era prevedibile. Il Covid-19 non era previsto, certamente, ma le falle del nostro sistema sanitario hanno messo in luce la poca disponibilità di chi ci governa, e ci ha governato, a prevenire o almeno a gestire situazioni di emergenza. Da noi si preferisce curare piuttosto che prevenire – nonostante il motto “prevenire è meglio che curare” – ma quando si ha di fronte un nemico invisibile che non può essere affrontato con armi certe (una cura sicura ancora non c’è e il vaccino chissà quando verrà prodotto e con quali costi), allora emerge non solo la difficoltà di curare ma anche, a volte, l’impossibilità di farlo per mancanza di uomini e mezzi.

Le conseguenze dei tagli alla Sanità – come del resto quelli alla scuola – sono di fronte agli occhi di tutti. Questa è una certezza.

Ma forse c’è un’altra verità da non sottovalutare: la mancanza di responsabilità da parte di chi, contro ogni evidenza scientifica, fa finta che tutto andrà bene, che nessun pericolo è imminente e che, nella peggiore delle ipotesi, l’esperienza ci salverà. Così vediamo la noncuranza di quelli che si accalcano nelle strade della movida, nelle spiagge perché di sacrifici ne abbiamo fatti tanti durante il lockdown e abbiamo bisogno di ossigenarci (anche i malati di Covid19 avrebbero avuto bisogno di maschere di ossigeno che non c’erano…), di quelli che non indossano la mascherina anche se dovrebbero, tanto non serve, e che non rispettano la distanza di sicurezza. Li abbiamo di fronte agli occhi, ogni giorno, quando siamo al supermercato o facciamo la fila alla Posta e ci stanno appiccicati addosso. Nei luoghi aperti non serve, così io che la indosso sempre proteggo chi mi incrocia sul marciapiede standomi a pochi centimetri mentre io non sono affatto protetta.

Cosa abbiamo imparato dalle interminabili settimane di segregazione? A che cosa è servito quel sacrificio? Sicuramente ad arginare il fenomeno e a rendere, per quanto possibile, meno grave la situazione. Se allentiamo le difese, in nome della vita da vivere che è un diritto sacrosanto specialmente dopo la reclusione, tutto potrebbe ricominciare da capo.

Non voglio essere catastrofista e in verità cerco di guardare al futuro con ottimismo. Forse quello che mi manca è la fiducia nel genere umano che, una volta passata la tempesta, si dà alla pazza gioia infischiandosene del senso civico che dovrebbe essere lo strumento migliore per vivere la collettività con equilibrio e mirando al bene comune. Perché le cose capitano, oggi a me domani a te, ma se collaboriamo forse ce la caviamo meglio entrambi.

Questa è l’unica verità che conosco.

[immagine Gismondo da questo sito; immagine Alini da questo sito]

#CORONAVIRUS: MANTENERE LA DISTANZA DI SICUREZZA

Qualcuno ha scomodato Boccaccio che, nella sua opera più nota, parlava della peste del 1348. Il comico Luca Bizzarri, per esempio, riferendosi alla vicenda che fa da cornice al Decameron, ha tuittato: “Io una casetta in campagna ce l’ho”. E che gli vuoi dire? Bravo, fortunato te.

Anche Manzoni è al centro dell’attenzione, di questi tempi: la peste del 1630 descritta nel romanzo I promessi sposi, assieme alla meno letta Storia della colonna infame, sta al top delle citazioni sui social. Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ieri, ospite della trasmissione “Otto Mezzo”, ha tuonato contro le misure restrittive attuate in molte regioni italiane per il contenimento dell’emergenza coronavirus:

«Non è la peste di Manzoni, non è la fine del mondo… E’ un crimine contro la cultura chiudere i musei e le scuole».

Eppure il “dagli all’untore” è cronaca giornaliera: c’è chi ha vietato l’ingresso ai cinesi nel proprio esercizio pubblico, un treno è stato bloccato al Brennero per due casi sospetti, alcuni dipendenti delle ferrovie francesi sono scesi dal treno prima di varcare il confine, un numero consistente di turisti è stato rispedito in Italia (unica alternativa possibile: stare in quarantena 14 giorni… e addio vacanze) dopo essere atterrati alle isole Mauritius.

Il turismo in Italia è crollato: sono fioccate le disdette, ben il 90% almeno in Friuli – Venezia Giulia, per le settimane bianche e molti turisti italiani e stranieri hanno già rinunciato alle vacanze estive nelle rinomate spiagge della regione.

Una catastrofe ben maggiore di quella causata da un virus, il COVID-19, che certamente si è rivelato molto contagioso, anche a causa della scarsa tempestività con cui sono stati trattati i primi casi (così dicono anche alcuni medici, prova ne sia il fatto che proprio il personale sanitario è stato colpito in modo massiccio, specie nel focolaio lodigiano), ma che per il momento non ha mietuto vittime dirette. [leggi l’articolo]

Ciò è stato sottolineato ieri sera dagli ospiti di Bruno Vespa nello studio di “Porta a porta” [guarda il video della puntata]: i decessi avvenuti in Italia, che riguardano persone anziane già sofferenti per altre gravi patologie, non devono essere imputati al coronavirus: si tratta di malati che sono morti con il coronavirus non per il coronavirus. L’ha ripetuto la dott.ssa Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia, Diagnostica bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Lavora senza pause da due settimane, impegnata con il suo staff nell’esame dei campioni per la ricerca del coronavirus, anche se non ritiene siano davvero necessarie tante analisi. Certo, dice, se stanno emergendo tanti casi di positività è perché li stiamo cercando. Non in tutti gli Stati europei fanno lo stesso, ed ecco che siamo al terzo posto nel mondo per il numero di soggetti positivi al test. Il che non significa, osserva, che tutti stiano male, men che meno versano in gravi condizioni. Miete più vittime la “semplice” influenza. E sciorina numeri come fossero noccioline. Numeri che non avevano mai impressionato nessuno, forse perché realmente non si conoscevano, nel senso che non è mai stata fatta tanta pubblicità alle vittime dell’influenza stagionale. Ma ora è necessario fare questi confronti, anche se è difficile convincere tutti.

D’accordo con la dottoressa Gismondo anche Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto malattie infettive Spallanzani, e Walter Ricciardi dell’Oms, il quale in conferenza stampa dalla sede di Roma della Protezione civile ha dichiarato:

«Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore. Peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute».

Isolato, per il momento e non certo perché affetto da COVID-19, il dott. Roberto Burioni che pare abbia mostrato molte incoerenze nel suo intervento alla presenza di Fabio Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa” di domenica scorsa [guarda il video]. Dico “pare”, perché non ho visto la puntata. Secondo il virologo questo virus non può essere paragonato a una normale influenza, anche perché è del tutto nuovo e non esistono né vaccini né cure sicure. Inoltre, Burioni ha dichiarato che:

«Un’epidemia come questa può non finire mai: il virus può incominciare a trasmettersi nella popolazione e piano piano diventare più buono. Ci sono da dire due cose: possiamo sperare che il virus circoli di meno con l’arrivo della bella stagione e che con il tempo diventi più buono, ci sono stati altri Coronavirus nella storia dell’uomo con il tempo diventati virus e raffreddori».

Insomma, una visione catastrofista non condivisa da altri scienziati che, invece, hanno una visione più ottimistica di quel che ci riserva il futuro.

Ciò non toglie che, almeno da una settimana, ci sia la corsa al supermercato per accaparrarsi provviste che neanche dovesse scoppiare il terzo conflitto mondiale, il gel igieinizzante per le mani non si trova più e su internet i prodotti ancora disponibili possono arrivare a prezzi folli. In più c’è la corsa alle mascherine, perlopiù ingiustificata nelle zone esterne ai due focolai sotto osservazione in Lombardia e in Veneto.

Così, il carnevale che si è concluso ieri non è apparso affatto una festa gioiosa come avrebbe dovuto essere. Al posto delle maschere abbiamo visto, almeno nei filmati trasmessi alla tv, le mascherine contro il coronavirus. E quell’invito così caro a Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza», è rimandato al prossimo anno. Chi ne ha fatto le spese sono stati i bambini che hanno dovuto rinunciare alle sfilate, alle feste in maschera, ai giochi spensierati di piazza. Eppure i luoghi aperti sono i più sicuri… basta mantenere la distanza di sicurezza.

Ieri mattina ho incontrato una “vecchia” collega che non vedevo da tempo. E’ stato imbarazzante perché entrambe ci siamo mantenute a una distanza di almeno un metro e mezzo. Niente baci né abbracci. A tanto arriva il condizionamento operato dai mass media.

La Giornata internazionale dell’abbraccio è da poco passata (si festeggiava il 21 gennaio). Non ci resta che attendere undici mesi. Nel frattempo, però, manteniamo una certa distanza di sicurezza, non dal virus ma dal panico e dall’allarmismo che, nella maggior parte dei casi, è del tutto ingiustificato.

[immagine da questo sito]