#SANREMO2020: IL SOGNO DI AMADEUS SI È AVVERATO MA…

Sanremo ventiventi – come l’ha chiamato in modo quasi ossessivo Amadeus durante le interminabili cinque serate del Festival – è andato bene. Oltre alle più rosee aspettative, a quanto pare. Per eguagliare il successo in termini di audience dicono che bisogna andare indietro di 25 anni. L’evento sanremese del millennio. Attenzione, però, il terzo millennio dell’era cristiana è ancora giovane, ne deve passare di acqua sotto i ponti. Magari l’acqua travolgerà per sempre la canzone italiana che, almeno per ora, non sembra sofferente. O magari ci saranno altri festival in grado di superare il 70°.

Confesso che ho seguito le serate un po’ a spizzichi e bocconi. Senz’altro non avrei potuto rimanere sveglia fino alla fine (solo ieri ho fatto le 2 e 20 attendendo la proclamazione del vincitore), dovendo andare al lavoro. Come dice la mia amica blogger Ester Maero, bisognerebbe proclamare la settimana sanremese festa nazionale, solo così sarebbe possibile fare le ore piccole ogni notte.
Anche se ho cercato di leggere alcuni commenti sulle testate giornalistiche e ho guardato qualche spezzone della kermesse su Raiplay, non mi sento di scrivere un vero e proprio post, quanto piuttosto una raccolta di pensieri sparsi, sulla falsa riga dei tweet che ho postato sul mio account Twitter durante l’interminabile settimana sanremese.

Il conduttore. Amadeus è stato bravo e soprattutto spontaneo. Aveva gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che guarda il mondo con stupore e meraviglia, quel bambino che, canzone dopo canzone, negli anni ha coltivato un sogno: non cantare a Sanremo ma calcare il palcoscenico dell’Ariston come conduttore. Non ha mai perso quell’espressione di gioia e quasi incredulità, come se ogni sera si chiedesse “ma sta capitando davvero a me?”. Al di là delle polemiche che hanno preceduto il festival, credo sia riuscito a far ricredere chi non lo riteneva all’altezza.


L’amicizia. Pare che quello che si è appena concluso sia stato il festival delle grandi amicizie. Fiorello e Tiziano Ferro, onnipresenti, hanno fatto da spalla ad Amadeus e, come se ci fosse una sorta di competizione tra i due nell’adempiere a questo compito, è nata qualche scaramuccia. Tiziano Ferro, durante la seconda serata, ha lanciato con successo su Twitter l’hashtag #fiorellostattezitto, tanto che lo showman siciliano giovedì non si è presentato sul palcoscenico. Personalmente ringrazio il cantautore di Latina: la presenza di Rosario è stata invadente, ha dilatato oltremodo la durata delle serate e a lungo andare è risultato noioso (almeno a mio parere). Ho avuto l’impressione che le sue incursioni sul palco divertissero solo l’amico Amadeus. Inoltre non mi è piaciuto il fatto che nelle prime scene durante la serata di martedì i riflettori fossero rivolti verso di lui. Sarà stata anche una cosa studiata ma Amadeus si meritava di aprire il festival. Forse gli autori pensavano che Fiorello aumentasse lo share?

Le canzoni. Non mi esprimo sulle canzoni in gara perché devo ammettere di non averle nemmeno sentite tutte. Credo che la vittoria di Diodato sia meritata: la sua era l’unica canzone, tra quelle ascoltate, che ho gradito fin dalle prime note. Ma di canzoni in cinque serate ne abbiamo sentite tante. Troppi ospiti, quasi tutti italiani, qualche performance di troppo (Albano Romina e i Ricchi e Poveri, che ho pure apprezzato, hanno fatto dei mini concerti), senza contare la presenza a cadenza regolare sul palco di Tiziano Ferro… mi è piaciuto il duetto con Massimo Ranieri (“Perdere l’amore” è una canzone senza tempo) ma Ferro è stato anche lui, come Fiorello, troppo invadente.

Gli ospiti e la gara. Alla fine, con tanti pezzi ascoltati, chi si ricordava più le canzoni in gara? Ricordo che una volta al Festival di Sanremo, non a caso dedicato alla canzone italiana, gli ospiti erano tutti stranieri (o quasi), proprio perché l’attenzione del pubblico doveva essere concentrata sulla gara. La scelta di Amadeus e degli altri autori non mi è piaciuta per niente.

Le donne. Fin dall’inizio il conduttore aveva detto che sarebbe stato accompagnato da molte donne. Ma dieci, caro mio, forse sono troppe. E fra quelle dieci chi si è salvata davvero? Forse la Clerici e la zia Mara (Venier), ma sono delle veterane e non c’è da stupirsi. Anche l’albanese Alketa Vejsiu ha dato prova di essere all’altezza del ruolo che, per carità, non era da valletta ma da co-conduttrice. Una parlantina che neanche Fiorello…
Le signore del Tg 1, Laura Chimenti e Emma D’Aquino, oltre a essere davvero brave, hanno dimostrato che la classe non è acqua. Al contrario di Diletta Leotta che, rifatta dalla testa ai piedi, grazie anche al fratello chirurgo plastico, ha avuto il coraggio di dire che la bellezza non è un merito, come se la sua fosse naturale. Poco dopo, però, ammette che lei è a Sanremo perché è bella. E quindi? È dai tempi di “Oltre le gambe c’è di più”, tormentone che risale a quasi 20 anni fa, cantato da Jo Squillo e Sabrina Salerno (anche lei ospite alla settantesima edizione di Sanremo), che non si è ben capito cosa ci sia di più, almeno in certe donne.

Le mise. Ora si dice outfit ma io sono antica, quindi affezionata all’elegante parola francese. Impeccabile Amadeus che ha sfoggiato dei completi molto particolari, tutti confezionati per l’occasione dallo stilista preferito del conduttore: Gai Mattiolo. Il completo che ho preferito è stato il primo della serata finale perché in genere il broccato, che caratterizzava la maggior parte dei completi sfoggiati, non mi fa impazzire.
Sulle donne vorrei stendere un velo pietoso ma mi limiterò a dire che, al di là dei centimetri di pelle scoperti (nei punti giusti, naturalmente), non è il pudore che manca ma l’eleganza. Una su tutte: la cantante Elodie che ha sfoggiato delle scollature vertiginose e si è esibita ogni volta palpandosi il seno come se volesse controllare che fosse tutto a posto, che nulla scappasse di qua e di là. A parte le giornaliste Emma D’Aquino e Laura Chimenti, signore dell’eleganza, mi è piaciuta molto l’attrice Cristiana Capotondi che ha fatto un’apparizione fugace ieri sera ma sufficiente per dare una lezione di signorilità a molte altre, come Elettra Lamborghini e il suo lato b in bella mostra (d’altronde per il twerking…). Nonostante la schiena scoperta quasi totalmente, Cristiana non è riuscita ad apparire volgare.
Fra i cantanti in gara, basterà citare Achille Lauro che ha fatto sfoggio di mise tanto esagerate quanto improbabili. Merita comunque un elogio per la coerenza. Se voleva far parlare di sé, dato il modesto valore del pezzo portato al festival, c’è riuscito.

Sanremo per il sociale. Il Festival di Sanremo ormai da molti anni si occupa del sociale. All’inizio non gradivo che si inserissero nella gara canora storie strappalacrime perché già la vita quotidiana per tutti noi ha i suoi problemi, almeno quando ascoltiamo delle canzoni vorremmo essere spensierati per un po’. Forse la mia era un’idea sbagliata: la kermesse musicale italiana più seguita nel mondo è il palcoscenico ideale per lanciare anche i messaggi che esulano dal mondo spensierato delle canzonette (anch’esse, tra l’altro, a volte portatrici di messaggi tutt’altro che frivoli). Ben venga allora l’intervento di Rula Jebreal, giornalista palestinese, che ha raccontato episodi della sua vita e della vita di sua madre – che si uccise quando lei era piccola –, mescolandoli con citazioni di testi di famose canzoni italiane sulle donne.
L’ospite che ha maggiormente toccato il mio cuore è stato, però, Paolo Palumbo, giovanissimo rapper malato di Sla il quale, attraverso le parole della sua canzone, ha dato una bella lezione di vita a tutti noi che a volte ci lamentiamo per cose davvero futili. Lui, nonostante l’immobilità completa e una vita che dipende dal respiratore e dalla peg per l’alimentazione, si ritiene un ragazzo fortunato. Riesce a muovere solo gli occhi e “parla” attraverso il comunicatore verbale ma apprezza anche il solo fatto di essere vivo.
Mi è piaciuto di meno il monologo sulla diversità di Tiziano Ferro che si conclude con le parole: “Non sono sbagliato. Nessuno lo è.”, e la rivendicazione di una vita felice e dell’amore, cosa di cui è più consapevole ora che ha 40 anni (e fresco sposo di Victor). Caro Tiziano, la felicità e l’amore sono un diritto a prescindere che tu sia gay o etero. Nessuno può giudicare e non c’è bisogno di ribadirlo perché sì, ci sono ancora gli hater, c’è ancora chi fa il bullo nei confronti degli omosessuali, ma questi sono degli imbecilli che non hanno alcun senso di civiltà e non c’è nessun monologo che possa servire a insegnarglielo.

Il rispetto. Mi spiace dirlo ma ciò che ha caratterizzato soprattutto questo 70° Festival di Sanremo è la mancanza di rispetto.
Nei confronti dei telespettatori che, con ogni probabilità, hanno perso una parte considerevole delle cinque serate che sono terminate troppo tardi.
Nei confronti dei cantanti in gara che spesso si sono esibiti dopo l’una di notte. Stemperare la tensione che si accumula nel corso delle ore è davvero difficile e lo stress di certo non aiuta le performance.
Nei confronti dell’orchestra, visto che i maestri, nonostante l’abbondanza di parti dialogate o monologate in cui non era richiesto il sottofondo musicale, mi sono sembrati agli arresti domiciliari per cinque-sei ore di trasmissione. Una cosa disumana, se poi è anche vero (non lo credo) che il compenso ammontava a 50 € per serata, sarebbe riduzione in schiavitù.
Nei confronti di alcuni ospiti, come Zucchero, che si sono esibiti in tarda serata… e poi, qualcuno comincia ad avere una certa età!


L’eroe. In prima fila, elegante e composto, seduto vicino a mamma Giovanna Civitillo, si è goduto ogni serata fino all’ultimo istante, cantando tutte le canzoni in gara (credo che i testi li conosca solo lui…), senza dar mostra del minimo cedimento. Per me José Alberto Sebastiani, figlio decenne di Amadeus, è il vero eroe di questo interminabile Festival di Sanremo duemilaeventi (e non ventiventi come dice Amadeus sul calco dell’inglese). Ha dimostrato, inoltre, un animo sensibile alzandosi in piedi per primo, dando il via a una meritatissima standing ovation, quando si è esibito Paolo Palumbo, il cantante rap malato di Sla. Un ragazzino davvero bene educato, promette bene.

[immagine sotto al titolo da questo sito; immagine di Fiorello_Amadeus_Ferro da questo sito; foto Chimenti_D’Aquino da questo sito; foto Capotondi da questo sito: immagine José Alberto e Giovanna Civitillo da questo sito]

SOGNANDO SANREMO

Lo spot di Sanremo 2020 con “Amadeus” nelle varie fasce d’età mi fa impazzire.
Il piccolo Amedeo, ripreso da mamma mentre canta a squarciagola “Ma che freddo fa” di Nada, l’adolescente che intona “Gianna” dell’indimenticabile Rino Gaetano, zittito dall’insofferente papà, e il giovane adulto che, accanto a una bella fanciulla, riprende le note dell’intramontabile successo dei Ricchi e poveri “Sarà perché ti amo”, venendo prontamente bloccato da lei, rappresentano il sogno lungo tutta la vita di Amedeo Sebastiani. In arte Amadeus.

Non so come sarà il prossimo Festival della canzone italiana né come si muoverà Amadeus sul palcoscenico dell’Ariston. So che ci sono state delle critiche sull’affidamento della direzione artistica e della conduzione del festival stesso al conduttore de “I soliti ignoti”, quiz preserale di successo in onda su RAI 1. Non dimentichiamo, però, che Amadeus nasce come dj e che di canzoni se ne intende, forse al pari dell’indimenticato Gianni Boncompagni, storico conduttore di Discoring (qualcuno se lo ricorda?). Per quanto riguarda la conduzione, mi pare che Sebastiani sia stato messo alla prova in svariati studi televisivi (Rai e Mediaset) e su diversi palcoscenici (uno fra tutti, quello del Festivalbar, condotto per varie edizioni). Certo Sanremo è Sanremo…

Per Amadeus il sogno si realizza, non ci resta che attendere l’inizio di febbraio per capire se sia o non sia all’altezza della situazione.

Ora, tuttavia, vorrei parlare di un altro sogno, il mio. E, anche se so che potrebbe lasciare interdetto chi mi conosce, Sanremo c’entra, eccome.


Correva l’anno 1982 e, per rilanciare un festival ormai in crisi, uno degli organizzatori di allora, Gianni Ravera, si inventò un concorso nell’ambito del contenitore televisivo domenicale – che ancora resiste, seppur con una durata più contenuta – “Domenica in”. Tramite il concorso, intitolato “Un volto per Sanremo”, si cercava una valletta sconosciuta da catapultare sul palcoscenico più famoso e temuto della TV italiana, pur senza alcuna esperienza. La prescelta avrebbe affiancato nella conduzione il celebre Claudio Cecchetto.

Ora so che stupirò qualcuno confessando che, pur non avendo mai avuto velleità artistiche, quantomeno di quel tipo, al concorso partecipai anch’io. Forse sarebbe meglio dire che mandai la mia candidatura (rigorosamente tramite il servizio postale… allora non c’erano i moderni mezzi del web!) perché dalla Rai non ebbi mai alcuna risposta.

Fra le nove candidate selezionate, come volto nuovo per Sanremo fu scelto quello di una ragazza toscana che allora era impiegata come segretaria d’azienda: Patrizia Rossetti.
Il mio sogno – ma lo era realmente? – fu infranto. Cosa ti aspettavi, potreste chiedermi. In effetti nulla ma, legato a quel concorso, ci fu un evento che mi lasciò comunque dell’amaro in bocca.

La vittoria di Patrizia Rossetti fu inaspettata. In realtà ben due aspiranti al ruolo di valletta, le gemelle Paola e Federica Gessi, erano già state date per vincenti, tanto che il Radiocorriere Tv aveva loro concesso in anticipo l’onore della copertina. Le due graziose fanciulle si dovettero consolare con una fugace apparizione dal Casinò, durante la seconda serata del festival. Incisero poi la sigla del programma per ragazzi, condotto da Marta Flavi, “Direttissima Con La Tua Antenna” che andò in onda sulla Rete 1 (ora Rai 1) dal 1981 al 1983. Di loro in seguito non si seppe più nulla.

Per me il ruolo delle gemelle Gessi, seppur ridimensionato, durante quel lontano Sanremo 1982 rappresentò la vera sconfitta. Perché? Perché con Paola e Federica avevo in comune la città natale: Trieste.

Dovete sapere che noi triestini abbiamo sempre avuto il complesso dell’emarginazione. Ora Trieste è considerata una città mitteleuropea, sta ottenendo molto successo anche come set cinematografico e televisivo, sempre più persone l’apprezzano e il turismo è in vertiginosa ascesa. Allora, però, noi ci consideravamo ai “confini dell’impero”, per così dire, nemmeno i treni arrivavano direttamente a Trieste dalle grandi città (forse ciò vale anche adesso, non viaggio molto), se ci volevamo spostare era d’obbligo il cambio a Venezia – Mestre. Dirò di più: qualcuno in Italia pensava che Trieste fosse in Slovenia…

Due triestine, anche se non avevano vinto il concorso “Un volto per Sanremo”, erano riuscite almeno a ottenere la ribalta con un premio di consolazione. Due triestine, capite? No, non potete capire perché il senso di frustrazione che mi colse era perfettamente calato in quel contesto, in quegli anni e legato alla mia giovanissima età. Ero solo una ragazzina con tanti sogni in testa, alcuni infranti: avevo lasciato la danza classica e non sarei mai diventata un’étoile; sognavo di diventare un’insegnante di Inglese ma avevo dovuto ripiegare sulla facoltà di Lettere; mi era pure saltato in mente di frequentare la scuola di giornalismo a Urbino, ma ebbi il veto da parte dei miei genitori convinti che con la scrittura non si potesse campare. L’unico mio rifugio a quei tempi era la radio. Collaboravo con un’emittente privata, prestazione del tutto gratuita, tra l’altro. Volontariato ante litteram, diciamo. Stavano nascendo, anche ai “confini dell’impero”, le prime tv private. In una di queste avevo fatto un provino per il ruolo di annunciatrice ma non era andato a buon fine. Pensare, quindi, di essere scelta per condurre Sanremo era pura follia ma intanto due ragazze mie concittadine avevano ottenuto una particina, niente di speciale però almeno si erano fatte notare.

Passarono gli anni. Della mancata esperienza sanremese non avevo serbato alcun ricordo. Avevo realizzato uno dei miei sogni, il più solido: insegnare. Nel frattempo mi ero sposata e avevo ottenuto il “posto fisso” tanto agognato: la nomina in ruolo. Ora avrei potuto realizzare un altro sogno: avere un figlio, anche due.

La sede della mia scuola era in montagna (lo so che ora vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con Sanremo… pazientate!) e per raggiungerla dovevo prendere due pullman. Un giorno sul sedile accanto a me vidi una ragazza che mi pareva di conoscere. Inizio a scambiare quattro chiacchiere: eri al liceo con me? no, sei triestina comunque? sì, allora forse abbiamo degli amici in comune? no, non conosci tizio né caio né sempronio? forse hai fatto danza alla Società Ginnastica? no…

La guardo meglio e qualcosa i suoi tratti mi ricordano: capelli lunghi e ricci, lineamenti delicati, sorriso accattivante… capii solo allora che seduta al mio fianco c’era una delle gemelle Gessi. Non ricordo se Paola o Federica, poco importa. Anche lei faceva la pendolare (da Trieste mentre io mi ero già trasferita a Udine… meno strada per arrivare in montagna!) e insegnava come supplente in un paesino sperduto tra le Alpi carniche. Lei, come me, avviata alla “carriera” di insegnante.

Lei aveva sbagliato sogno. Io no.

[LINK della fonte da cui ho tratto le notizie su Sanremo 1982 e il concorso “Un volto per Sanremo”; immagine Amadeus da questo sito; immagine Cecchetto-Rossetti da questo sito; immagine sorelle Gessi da questo sito]