#CORONAVIRUS: MANTENERE LA DISTANZA DI SICUREZZA

Qualcuno ha scomodato Boccaccio che, nella sua opera più nota, parlava della peste del 1348. Il comico Luca Bizzarri, per esempio, riferendosi alla vicenda che fa da cornice al Decameron, ha tuittato: “Io una casetta in campagna ce l’ho”. E che gli vuoi dire? Bravo, fortunato te.

Anche Manzoni è al cento dell’attenzione, di questi tempi: la peste del 1630 descritta nel romanzo I promessi sposi, assieme alla meno letta Storia della colonna infame, sta al top delle citazioni sui social. Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ieri, ospite della trasmissione “Otto Mezzo”, ha tuonato contro le misure restrittive attuate in molte regioni italiane per il contenimento dell’emergenza coronavirus:

«Non è la peste di Manzoni, non è la fine del mondo… E’ un crimine contro la cultura chiudere i musei e le scuole».

Eppure il “dagli all’untore” è cronaca giornaliera: c’è chi ha vietato l’ingresso ai cinesi nel proprio esercizio pubblico, un treno è stato bloccato al Brennero per due casi sospetti, alcuni dipendenti delle ferrovie francesi sono scesi dal treno prima di varcare il confine, un numero consistente di turisti è stato rispedito in Italia (unica alternativa possibile: stare in quarantena 14 giorni… e addio vacanze) dopo essere atterrati alle isole Mauritius.

Il turismo in Italia è crollato: sono fioccate le disdette, ben il 90% almeno in Friuli – Venezia Giulia, per le settimane bianche e molti turisti italiani e stranieri hanno già rinunciato alle vacanze estive nelle rinomate spiagge della regione.

Una catastrofe ben maggiore di quella causata da un virus, il COVID-19, che certamente si è rivelato molto contagioso, anche a causa della scarsa tempestività con cui sono stati trattati i primi casi (così dicono anche alcuni medici, prova ne sia il fatto che proprio il personale sanitario è stato colpito in modo massiccio, specie nel focolaio lodigiano), ma che per il momento non ha mietuto vittime dirette. [leggi l’articolo]

Ciò è stato sottolineato ieri sera dagli ospiti di Bruno Vespa nello studio di “Porta a porta” [guarda il video della puntata]: i decessi avvenuti in Italia, che riguardano persone anziane già sofferenti per altre gravi patologie, non devono essere imputati al coronavirus: si tratta di malati che sono morti con il coronavirus non per il coronavirus. L’ha ripetuto la dott.ssa Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia, Diagnostica bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Lavora senza pause da due settimane, impegnata con il suo staff nell’esame dei campioni per la ricerca del coronavirus, anche se non ritiene siano davvero necessarie tante analisi. Certo, dice, se stanno emergendo tanti casi di positività è perché li stiamo cercando. Non in tutti gli Stati europei fanno lo stesso, ed ecco che siamo al terzo posto nel mondo per il numero di soggetti positivi al test. Il che non significa, osserva, che tutti stiano male, men che meno versano in gravi condizioni. Miete più vittime la “semplice” influenza. E sciorina numeri come fossero noccioline. Numeri che non avevano mai impressionato nessuno, forse perché realmente non si conoscevano, nel senso che non è mai stata fatta tanta pubblicità alle vittime dell’influenza stagionale. Ma ora è necessario fare questi confronti, anche se è difficile convincere tutti.

D’accordo con la dottoressa Gismondo anche Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto malattie infettive Spallanzani, e Walter Ricciardi dell’Oms, il quale in conferenza stampa dalla sede di Roma della Protezione civile ha dichiarato:

«Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore. Peraltro sapete che tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute».

Isolato, per il momento e non certo perché affetto da COVID-19, il dott. Roberto Burioni che pare abbia mostrato molte incoerenze nel suo intervento alla presenza di Fabio Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa” di domenica scorsa [guarda il video]. Dico “pare”, perché non ho visto la puntata. Secondo il virologo questo virus non può essere paragonato a una normale influenza, anche perché è del tutto nuovo e non esistono né vaccini né cure sicure. Inoltre, Burioni ha dichiarato che:

«Un’epidemia come questa può non finire mai: il virus può incominciare a trasmettersi nella popolazione e piano piano diventare più buono. Ci sono da dire due cose: possiamo sperare che il virus circoli di meno con l’arrivo della bella stagione e che con il tempo diventi più buono, ci sono stati altri Coronavirus nella storia dell’uomo con il tempo diventati virus e raffreddori».

Insomma, una visione catastrofista non condivisa da altri scienziati che, invece, hanno una visione più ottimistica di quel che ci riserva il futuro.

Ciò non toglie che, almeno da una settimana, ci sia la corsa al supermercato per accaparrarsi provviste che neanche dovesse scoppiare il terzo conflitto mondiale, il gel igieinizzante per le mani non si trova più e su internet i prodotti ancora disponibili possono arrivare a prezzi folli. In più c’è la corsa alle mascherine, perlopiù ingiustificata nelle zone esterne ai due focolai sotto osservazione in Lombardia e in Veneto.

Così, il carnevale che si è concluso ieri non è apparso affatto una festa gioiosa come avrebbe dovuto essere. Al posto delle maschere abbiamo visto, almeno nei filmati trasmessi alla tv, le mascherine contro il coronavirus. E quell’invito così caro a Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto, sia: del doman non v’è certezza», è rimandato al prossimo anno. Chi ne ha fatto le spese sono stati i bambini che hanno dovuto rinunciare alle sfilate, alle feste in maschera, ai giochi spensierati di piazza. Eppure i luoghi aperti sono i più sicuri… basta mantenere la distanza di sicurezza.

Ieri mattina ho incontrato una “vecchia” collega che non vedevo da tempo. E’ stato imbarazzante perché entrambe ci siamo mantenute a una distanza di almeno un metro e mezzo. Niente baci né abbracci. A tanto arriva il condizionamento operato dai mass media.

La Giornata internazionale dell’abbraccio è da poco passata (si festeggiava il 21 gennaio). Non ci resta che attendere undici mesi. Nel frattempo, però, manteniamo una certa distanza di sicurezza, non dal virus ma dal panico e dall’allarmismo che, nella maggior parte dei casi, è del tutto ingiustificato.

[immagine da questo sito]

IN QUESTO MONDO DI MASCHI: IL MORALISMO DI SINISTRA E IL PARERE DI VITTORIO SGARBI

Non sono una fan accanita di Vittorio Sgarbi, anzi. Diciamo, però, che quando scrive (e lo fa spesso sul quotidiano Il Giornale) è meno irruente e più riflessivo di quando parla. Nella comunicazione orale, infatti, si lascia andare troppo, per i miei gusti, al turpiloquio e manca completamente di rispetto nei confronti di chi non la pensa come lui.

Leggo su Il Giornale di oggi un articolo in cui Sgarbi commenta la battuta infelice di Ignazio La Russa, circa la bruttezza delle deputate di sinistra, contrapposta all’avvenenza della meggior parte delle elette nell’ambito della maggioranza. Una battuta, nulla di più. Infelice fin che si vuole, ma certamente nemmeno degna di considerazione. E invece ne è scaturita, com’era prevedibile, una polemica che occupa le pagine di tutti i quotidiani. Una polemica inutile, esattamente come la battuta del ministro della Difesa. Sarebbe meglio tacere eppure anch’io ne ho parlato ieri (nel post linkato) e oggi sono stata attratta dall’articolo di Vittorio Sgarbi.

Sgarbi, nella sua riflessione, parte da un presupposto perfettamente condivisibile: le donne, se belle, sono guardate con sospetto quando ottengono un posto di prestigio, in politica ma non solo. Spesso la bellezza passa in primo piano e i maschi (soprattutto loro ma anche non poche donne invidiose) pensano che una donna avvenente non possa essere anche intelligente. L’opinione comune è, infatti, quella che tali bellezze abbiano ottenuto il successo andando a letto con qualche uomo potente.
Il problema è, secondo Sgarbi che mi trova d’accordo, che si continua, evidentemente, a ritenere che la bellezza sia un requisito essenziale, e comunque non trascurabile per le femmine e non per i maschi. Il che non sarebbe una novità, effettivamente, ma nel mondo antico la bellezza e la bravura erano considerati doti esclusive, e perfettamente coesistenti, degli uomini.

Nell’antica civiltà greca, infatti, vigeva il concetto del kalòs kai agathòs (bello e bravo), per cui un uomo bello doveva per forza dimostrare di essere anche bravo. Nel caso contrario, sarebbe stato disprezzato e deriso dalla comunità. Un esempio proviene dall’epica omerica in cui un uomo come Paride, tutt’altro che coraggioso e per giunta uno che combina un sacco di guai per colpa della bella Elena, era il modello da non seguire, al contrario di altri eroi come Achille o Ettore.

I modelli antichi, ribaditi nel Rinascimento e in età neo-classica, da Michelangelo a Canova, e le rivendicazioni moderne non riescono a travalicare il luogo comune dell’obbligatorietà della bellezza femminile che resta invece facoltativa e non necessaria per l’uomo la cui attrazione si riconduce piuttosto al fascino e al potere, osserva Sgarbi. A maggior ragione dovremmo essere autorizzati a pensare che le donne non bellissime, come la Bindi o la Concia (faccio i loro nomi solo perché sono intervenute nella polemica seguita alla battuta di la Russa), siano bravissime proprio perché nella loro carriera non hanno potuto utilizzare il fascino che non hanno (spero non si offendano) per dimostrare di essere all’altezza degli uomini nell’acquisizione del potere.

Ma se nel mondo antico il concetto del kalòs kai agathòs era considerato inconfutabile, anche se solo relativamente all’ambito maschile, nella società contemporanea non è preso minimamente in considerazione, anzi. Sgarbi, inoltre, osserva che la convinzione che solo le donne usino la bellezza e il proprio corpo per ottenere il successo, è del tutto errata.

Si continua infatti a pensar male della donna, nel perpetrarsi dei luoghi comuni sull’uso del corpo, che ci ha portato alla legittimazione della prostituzione in una memorabile uscita di Stracquadanio. Per lo spregiudicato deputato qualunque mezzo è lecito per ottenere un risultato. E anche il prostituirsi è contemplato. D’altra parte ci sono diversi modi di prostituirsi, con diverse parti del corpo, e in molteplici settori, dal mondo universitario al mondo del cinema. E ci sono il servilismo, la prostituzione intellettuale; e, proprio oggi, anche quella sessuale non è soltanto femminile. Un importante capopartito gay potrà, come mille volte è capitato nel mondo del cinema e del teatro, favorire la carriera, non di una donna ma di un giovane compiacente. Il metodo è sempre lo stesso. E però le riserve e le allusioni investono sempre il campo femminile. Si tratta, di evidenza di contrapposizioni insensate benché suggestive. Nessuno penserebbe, infatti, di contrapporre bellezza e intelligenza, in modo così schematico nell’ambito del mondo maschile, contrapponendo uno studioso a un calciatore.
Quando si parla di «scorciatoie» si pensa a l’utilizzo del fascino femminile per ottenere migliori risultati in politica o in televisione. Nessuno farebbe le stesse considerazioni per un conduttore televisivo o per un deputato. Allo stesso modo nessuno metterebbe in contrapposizione i risultati ottenuti da un uomo con la testa con quelli ottenuti da un altro con i piedi
.

Il ragionamento di Sgarbi, secondo me, è condivisibile. Perché, in questo mondo di maschi, si continua a fare i moralisti solo quando c’è di mezzo una bella donna? Perché non si riconosce alla bellezza solo un valore estetico, quale in effetti è, che non deve far passare in secondo piano l’intelligenza? Perché si continua erroneamente a pensare che le scorciatoie, come le chiama Sgarbi, siano appannaggio delle giovani avvenenti e non anche dei maschi dotati di un certo fascino?

Chi non ricorda un’altra battuta infelice, quella di Berlusconi nei confronti della bellezza di Rosy Bindi? Ora Sgarbi le restituisce l’intelligenza che il premier le voleva togliere osservando: l’intelligenza di Rosy Bindi è proprio del non sottrarsi, se non per opportunismo politico, alle battutacce, alle espressioni vernacolari di spirito toscano, senza filtri e ipocrisie.

Massì, continua per la tua strada, Rosy: non ti curar di lor ma guarda e passa, come cantava il Sommo Vate. La bellezza sfiorisce mentre l’intelligenza, se c’è, rimane per sempre.

LITE SGARBI – MUSSOLINI A “POMERIGGIO5”

Vista l’impennata del numero di visite sul mio post “Alessandra Mussolini osé: il ‘Giornale’ parla di ricatto“, da parte di utenti che cercano notizie sull’ultimo scontro Sgarbi – Mussolini a “Pomeriggio5”, invito i miei lettori (anche quelli capitati qui per sbaglio!) a leggere l’ottimo resoconto che ne fa TVBlog.
In merito all’editoriale di Vittorio Sgarbi sulla Mussolini, pubblicato oggi dal quotidiano Il Giornale, avviso che il testo non è ancora disponibile on-line.

Spero di aver fatto un servizio utile e ringrazio quanti mi hanno letto, invitandoli a tornare sul mio blog. 🙂

AGGIORNAMENTO del 3 DICEMBRE 2009

Per leggere l’articolo di Sgarbi, pubblicato ieri su Il Giornale, in cui commenta la vicenda della Mussolini, CLICCA QUI

A “DOMENICA 5” PROTAGONISTA IL CROCIFISSO

barbara-d-urso-domenica-cinquePomeriggio movimentato anche quello odierno, nel salotto di Barbara d’Urso. Poteva mancare a “Domenica5”, nel talk show di inizio puntata, il dibattito sul crocifisso e la recente sentenza della Corte Europea? (per i dettagli sulla notizia vi rimando alla lettura di questo post ). Eh già, è tutta la settimana che non si fa che parlare della decisione di Strasburgo, secondo la quale il crocifisso dev’essere tolto dai luoghi pubblici. L’opinione pubblica, almeno in questo caso, sembra compatta: no, quella croce con Gesù non deve sparire. Eppure la sola voce di una famiglia padovana alquanto caparbia ha indotto i giudici europei a darle ragione.

Ospite della puntata di “Domenica 5”, in collegamento da Abano Terme, anche uno dei figli della signora italiana, di origine finlandese, Soile Lautsi Albertin, che ha fatto ricorso alla Corte Europea. Sami, oggi 19 anni, spiega che non poteva proprio sopportare quel crocifisso in classe, in quanto cresciuto in una famiglia atea. Ma dopo l’inizio dell’iter legale intrapreso dalla sua famiglia fin nel 2002, ha ricevuto lettere di insulti e persino minacce, anche da parte dei compagni di classe. Il ragazzo racconta che nemmeno la madre è stata risparmiata, come il resto della famiglia; a lei sono pervenute pure minacce gravi come quella di stupro. Sempre a detta di Sami, le minacce sono riprese in particolare ora dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La trasmissione condotta da Barbara D’Urso propone, quindi, un servizio sul crocifisso. La maggior parte degli intervistati, gente comune, si dichiara contraria alla sentenza: quel povero Cristo in croce che male può fare? E poi, perché dobbiamo rinunciare al simbolo della cristianità che sta alla base della nostra cultura? In modo provocatorio, il servizio propone una scena tratta da uno dei film di Peppone e don Camillo: si vede, in particolare, il sindaco Peppone, convinto comunista, che si toglie il cappello di fronte alla croce, in segno di rispetto. È un messaggio chiarissimo: la croce merita rispetto, indipendentemente dalla religione professata o dal fatto di essere atei

Fra gli ospiti di Barbara, l’immancabile Daniela Santanchè, lo psichiatra Alessandro Meluzzi, la prezzemolina Alba Parietti (non fa che passare da una rete all’altra, dalla Rai a Mediaset; perché non le danno una trasmissione da condurre così almeno possiamo evitare di vederla ovunque nella veste di opinionista?), l’arbitro, si fa per dire, Vittorio Sgarbi e, in collegamento da un altro studio, il giudice Luigi Tosti, condannato tempo fa per essersi rifiutato di celebrare le udienze con il crocifisso appeso nell’aula del suo tribunale. In esterna da Abano Terme sono presenti tre sindaci particolarmente scatenati su questa questione: Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, Riccardo Roman, di Galzignano Terme e Luca Claudio di Montegrotto. Sulla scia dell’iniziativa presa da Roman, anche gli altri sindaci hanno emesso delle ordinanze relative al “crocifisso”, prevedendo anche il pagamento di una multa. Ma su questo argomento rimando alla lettura di quest’altro post .

Sami dice che il padre aveva paura di ritorsioni. In effetti, anche in questa circostanza viene ripreso con il volto schermato, cosa che gli viene più tardi rinfacciata da Sgarbi. Sami si professa ateo e dice che la croce per lui non significa nulla, anche se il simbolo cui rimanda lo faceva sentire diverso nell’aula scolastica frequentata allora. Per lui quel crocifisso è come se marcasse il territorio: con la sua presenza l’aula diventava cattolica. Mah!

I tre sindaci hanno portato 3 croci e hanno disposto di far sistemare 500 croci nei loro paesi, anche dove attualmente non ci sono. Una chiara provocazione, ma legittima. Si stanno anche raccogliendo delle firme in favore di un simbolo in cui ci riconosciamo in quanto italiani e tali vogliamo rimanere. Giunge voce che uno dei tre sindaci (non ricordo quale di preciso) abbia predisposto l’affissione di manifesti raffiguranti la famiglia Albertin con la scritta wanted. Prima ancora che giunga la smentita, da studio salta su la Parietti che obietta: “non si scherza su questo”, ma il sindaco replica che da lei non prende lezioni. La discussione d’ora in avanti si fa ancora più accesa e devo ammettere che farne la cronaca diventa difficile. Quindi mi scuso per le eventuali inesattezze o fraintendimenti.

Prende la parola la Santanchè dichiarandosi convinta che la croce sia un simbolo culturale e non religioso. Meluzzi cerca di intervenire, nella bagarre che si è creata, e ammonisce che bisogna evitare un guerra di religione e impegnarsi invece per far entrare nella Costituzione Europea la difesa delle radici gudaico – cristiane dell’Europa, anche per il rispetto dei principi di libertà e democrazia. Il dibattito s’infervora e le voci si sovrappongono. Meluzzi e Santanchè, ormai all’unisono, ricordano i milioni di cristiani martiri e ancor oggi ammazzati nel mondo. La Parietti interviene con la parola magica “integrazione” ma gli altri si oppongono al suo intervento, non si riesce più a capire nulla solo che lei a un certo punto li definisce talebani! Santanchè ricorda che la libertà religiosa è un diritto di tutti, indipendentemente dalla fede, ma la Parietti definisce il dibattito incivile perché sembra che tutti dimentichino che prima di tutto bisogna rispettare la Costituzione Italiana, l’articolo 8 che garantisce la libertà religiosa. Ma è evidente che anche gli altri dibattano su questo punto, mettendo in rilievo il fatto che la cultura è una cosa, la religione è un’altra. Evidentemente la Parietti non capisce e io mi domando come facciano a chiamarla nella veste di opinionista!

È la volta di un video in cui compare il papà di Sami: si appella alla possibilità di scelta. Dice che se nei luoghi pubblici è esposto il simbolo religioso allora non si può scegliere se entrarci o meno, come si può fare, per esempio, se si sta per entrare in un negozio. Poi riferisce che in famiglia, dopo la notizia della sentenza di Starsburgo, ci sono state telefonate di insulti da parenti lontani che non si sentivano da mesi o anni. Lui non capisce quest’accanimento: ha altri valori, come l’amicizia e tutto ciò che è esclusivamente terreno. Insomma, ateo non significa amorale o insensibile.
Un sacerdote ospite della trasmissione interviene parlando delle radici culturali e storiche del nostro Paese. Dice che allora dovremmo togliere di mezzo anche babbo natale, che non fa parte della nostra cultura ma si è ormai perfettamente integrato. Oppure togliamo anche il simbolo della repubblica perché può dar fastidio agli stranieri che non si riconoscono nella nostra bandiera.

È il turno di un’esponente di un’associazione di agnostici che, guarda caso, nel suo discorso, poche parole perché non la fanno parlare, torna sulla trita e ritrita laicità dello Stato. Sgarbi la insulta e le dice che ha fatto delle dichiarazioni da ignorante e che i giudici della Corte Europea lo sono altrettanto. Con il solito tono arrogante, anche se ha ragione, ricorda che Cristo è vittima, è stato ucciso, non è un terrorista, non mette bombe: ignoranti, urla alla fine a tutti. Precisa, quindi, che un ateo è un senza dio quindi non gliene frega niente del cristianesimo. Ad Albertin propone, poi, di togliere anche il nome alla scuola frequentata dai figli: Vittorino da Feltre era un grande umanista cristiano, potrebbe essere anche quello un simbolo fastidioso. O perché non fa cambiare i nomi ad altre scuole che portano nomi legati alla cristianità? Non si possono cancellare 2000 anni di cultura cristiana, conclude.

Il giudice Tosti, interpellato dalla D’Urso, precisa che avrebbe tenuto il crocifisso solo se gli fosse stato permesso di esporre anche la Menorah ebraica, anche perché le radici giudaico-cristianie sono comuni. Meluzzi obietta che anche nei tribunali USA si giura sulla Bibbia e osserva che l’uguaglianza in Italia è finta. Il giudice precisa che in Italia il giuramento è stato abolito in quanto incostituzionale. Meluzzi a questo punto si infervora, seguito a ruota da Sgarbi, che non perde occasione di gridare “ignorante” anche al giudice, invitandolo a studiare filosofia del diritto. Interviene la D’Urso che cerca di calmare tutti mentre Santanchè spiega che “ignorante” significa solo che “non sa”, quindi non è poi un insulto. Tosti ribatte parlando di razzismo, ma non si capisce che cosa intenda (forse dare dell’ignorante a chi non difende il crocifisso è un atto di intolleranza, secondo lui) e ribadisce che in Italia non c’è libertà. Santanchè replica che c’è poco rispetto per gli uomini in generale. E come darle torto?

Si apre, a questo punto, un collegamento con Piero Sansonetti,direttore de “Gli altri” che se ne esce con una mai sentita: dice che il crocifisso rimanda al potere temporale della Chiesa e che quella croce ha combinato tanti guai nei secoli. Meluzzi insulta anche lui e fa bene. Naturalmente il giornalista rimprovera lo spirito aggressivo del dibattito.
Da Abano, il sindaco di Galzignano Terme, Riccardo Roman , ribadisce il valore basilare dell’accettazione dell’altro e che del sacrificio dobbiamo fare uno strumento per andar contro una sentenza ingiusta.

La puntata si avvia verso la conclusione, non senza altre urla e insulti vari, con l’intervento dell’imam Ali Abu Schwaima, fedele ospite di Barbara D’urso: secondo lui il laicismo vero è quello che lascia la libertà senza che i diritti vengano calpestati. Non è favorevole alla sentenza perché limita una libertà. Si assiste, in ultimo, all’inevitabile scontro con Santanchè che ricorda all’imam la poligamia islamica e che Maometto aveva nove mogli, di cui l’ultima di nove anni appena. Era pedofilo, grida e rigrida la Santanchè e a questo punto non si capisce nulla. Per ritrovare la pace, l’imam conclude che i musulmani rispettano Gesù come i cinque profeti maggior dell’isalm, glissando sulla poligamia e la presunta pedofilia di Maometto, anche perché si era alzato poco prima un islamico presente tra il pubblico e aveva ricoperto d’insulti la Santanchè.
La puntata si chiude, per fortuna. Mi dispiace aver assistito ad un dibattito così incivile ma evidentemente se mancano gli insulti a “Domenica 5” l’audience ne risente.

A “DOMENICA 5” SANTANCHÈ SI SCONTRA CON IMAM

santanchèPrimo pomeriggio acceso oggi su Canale 5. Ospiti di Barbara D’Urso, nel salotto di Domenica 5, Daniela Santanchè e un imam (di cui non ricordo il nome né la provenienza) sul tema: quale integrazione culturale? Inutile dire che i due, assieme ad altri ospiti che spalleggiavano l’uno e l’altra, non sono arrivati a nessun risultato. Ognuno è rimasto, infatti, della stessa opinione di prima: la Santanché, reduce da un pestaggio avvenuto a Milano ad opera di musulmani che non gradivano la sua interferenza nelle usanze delle donne islamiche (leggi burqa e simili), continua ad essere dell’idea che verso le donne l’islam, e le sue “incivili” usanze, non ha alcun rispetto, che esse sono sottomesse all’uomo che le obbliga ad indossare il velo e il burqa e che, talvolta, le uccide perché non si adeguano alla rigida disciplina dettata dalla fede. Dalla parte opposta l’imam, udite udite, ritiene che nessuno fa violenza alle donne, nemmeno psicologica, che esse sono libere di decidere e se vogliono portare il velo o il burqa, lo fanno spontaneamente e senza costrizione alcuna perché è una pura e semplice questione culturale. In riferimento agli omicidi di cui si è parlato in trasmissione –quello di Hina risalente a due anni fa e quello di Sanaa di pochi giorni fa – l’imam ha sottolineato che non esiste religione al mondo –e per fortuna!- che impone all’uomo, padre o marito o fratello, di uccidere una donna “indisciplinata”. No, la religione non c’entra, perché la violenza, in questi casi, riguarda gente che non va in moschea a pregare e non ha legami con la comunità musulmana. Ne consegue che questi padri sono dei violenti perché non osservanti e che sono integrati a tal punto da trarre spunto dall’esempio degli italiani, badate bene, della violenza tutta italiana.

Questi, in sintesi, gli argomenti addotti a sostegno della tesi che l’islam non può essere violento perché nessuna religione lo è, in quanto Dio è buono e non può indurre alla violenza. D’altra parte, i miscredenti, di qualsiasi fede e cultura, sono violenti perché non hanno quello che si suole chiamare “timor di Dio”. Tale ragionamento, a rigor di logica, non farebbe una piega. Tuttavia, mi permetto di osservare che nessun esempio di violenza può condizionare le scelte di uomini sani di mente, oltre che timorosi di dio e delle sue punizioni eventuali. Se così fosse, dovremmo essere tutti violentatori ed omicidi. Se il signor imam chenonsocomesichiama la pensa in questi termini, ha evidentemente dimenticato le stragi che l’islam ha compiuto durante tutto l’arco della sua storia, sia attraverso la jiad sia attraverso gli atti terroristici.

È vero che la Santanchè un po’ se l’è andata a cercare. Un’italiana convertita all’islam presente al dibattito, Sonia Martini, ha preso le difese dell’imam -manco a dirlo- e ha attaccato la Santanchè attribuendole l’atto oltraggioso di aver interrotto una cerimonia islamica solo per far politica e dimostrando un totale menefreghismo nei confronti delle usanze delle donne musulmane. Al che la replica della Santanchè è stata: loro hanno dimostrato insensibilità nei confronti della nostra cultura e religione andando a pregare proprio davanti al duomo di Milano, simbolo della cristianità. La replica mi è parsa scontata: gli islamici hanno l’obbligo delle cinque preghiere quotidiane e, ovunque si trovino, si rivolgono alla Mecca e pregano. Ok, si può anche essere d’accordo, così come sono convinta che la Santanchè potrebbe occupare il suo tempo in modo diverso, senza andare a rompere i cosiddetti alle donne che indossano il burqa, invocando il rispetto della legalità. Tant’è che la stessa Maritini, supportata dall’imam, ha sottolineato che lei non ha alcun ruolo nel controllo degli eventuali comportamenti illegali, in quanto non è un poliziotto né un magistrato. Anche su questo, niente da eccepire.

Il motivo del contendere, l’indossare il burqa e la palese sottomissione delle donne islamiche ai loro uomini, ha avuto un appoggio anche da Vittorio Sgarbi, in collegamento da Bologna. Meraviglia delle meraviglie, all’inizio del discorso ha usato un tono pacato, facendo dei ragionamenti accettabili, sembrava, quasi, stare dalla parte della Santanchè, poi ha iniziato ad urlare riprendendo il suo solito atteggiamento assai sgradevole. Comunque mi è parso appoggiare la causa delle donne islamiche che sono libere di assecondare come vogliono i loro uomini, a patto, però, che quest’ultimi non le uccidano ad ogni trasgressione. Mi pare sensato ma anche molto scontato.

Parlare di integrazione culturale è assai difficile. Io ho tentato più volte (ad esempio qui ) ma ho concluso che non ci sarà mai un’integrazione completa, soprattutto da parte degli emigrati di una certa età. Ma i loro figli e poi i loro nipoti, se rimarranno qui, potranno veramente integrarsi perché considereranno questa la loro patria. Ciò non toglie che il loro essere “occidentali” disturberà sempre i “vecchi” più legati alle tradizioni e ci saranno sempre delle scelte fatte dai figli e forse anche dai nipoti che non verranno comprese e condivise. Spero comunque non si arrivi ancora ad uccidere.
Una cosa giusta, però, la Santanchè l’ha detta a Domenica 5: spesso questi immigrati non conoscono la lingua e senza questo presupposto, senza la volontà vera di apprendere l’idioma usato nei Paesi d’arrivo, non solo in Italia, non ci può essere integrazione. Intervistate, le madri delle ragazze uccise hanno avuto bisogno di un interprete che, forse, ha tradotto i testi in modo da far dire loro parole mai pronunciate. Io, personalmente, sono rimasta scioccata nel sentire le parole di perdono e di approvazione nei confronti del gesto del marito da parte della madre di Sanaa. Come dice la Santanchè, può anche darsi che queste donne appoggino in tutto e per tutto i loro uomini perché sono abituate ad essere sottomesse e non hanno il coraggio di opporsi al volere dei maschi, temendo chissà quali punizioni.

Infine, parlare di integrazione è possibile e sono sicura che il dialogo ci sarà con le prossime generazioni. Per il momento, però, i tempi non sono maturi. Proprio per questo personalmente non appoggerei la proposta di Gianfranco Fini che vorrebbe concedere la cittadinanza agli immigrati dopo soli cinque anni. Prima bsogna abbattere i pregiudizi da entrambe le parti. Un punto d’incontro è auspicabile, ma a me viene in mente ciò che qualche anno fa una mediatrice culturale disse in classe durante un intervento sull’islam: noi nasciamo tutti musulmani. Chi non segue questa strada cade nell’errore.. Allora sono rimasta senza parole e ho incrociato gli sguardi perplessi dei miei allievi a cui ho intimato il silenzio. Come si fa a discutere una cosa del genere detta in tono così perentorio?

INTEGRAZIONE del 16 OTTOBRE 2009
Per chi si è perso la puntata … ecco il video. Per le altre parti, questo è il LINK.