13 aprile 2018

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: SI LAUREA A 82 ANNI PER AMORE DELLA MOGLIE SCOMPARSA

Posted in attualità, filosofia, La buona notizia del venerdì, Università tagged , , , , , , a 11:29 pm di marisamoles


Italo Spinelli è una figura molto popolare a Finale Emilia, dove ha vissuto 52 anni assieme alla moglie Angela. Poi un giorno, rimasto vedovo, ha pensato che una risposta sulla sopravvivenza dell’anima dopo la morte ci debba essere da qualche parte. Così, dopo una vita passata a fare il meccanico nello stabilimento Fiat di Modena, oggi chiuso, che fabbricava macchine agricole, quasi ottantenne ha pensato di dedicarsi allo studio iscrivendosi all’università di Macerata.

A 82 anni da pochi giorni Italo è diventato il dott. Spinelli. Ha discusso una tesi su Tommaso Moro alla Facoltà di Filosofia. La scelta non è casuale. Infatti l’arzillo ottantenne così spiega la sua decisione:

«Nel 2014 è venuta a mancare mia moglie Angela. Un tumore al polmone, dei più cattivi, se l’è portata via in pochi mesi dopo 52 anni trascorsi assieme. Lei è stata quella che mi ha sempre sostenuto, con l’amore e in senso materiale, anche nei momenti difficili, che ci sono stati. Da quel giorno ho cominciato a chiedermi: “La rivedrò?”, “Dove è finita?”. O ancora: ”Ce l’abbiamo davvero un’anima?”. Insomma, dovevo trovare una risposta alla morte di mia moglie».

Nell’articolo apparso sul Corriere Spinelli spiega di aver scelto l’università di Macerata, al posto della più vicina Ferrara, perché non c’era l’obbligo di frequenza. Ha seguito, quindi, le lezioni on line («Te le scaricavi sul computer e te le seguivi una, due, tre volte se necessario.», spiega), imparando a usare internet e studiano due o tre ore al giorno.

Alla fine, l’ambito “pezzo di carta” è arrivato, con tanto di festeggiamenti da parte dei suoi concittadini, sindaco in testa.

Questa, secondo me, è una buona notizia perché insegna che quando c’è una buona motivazione, l’impegno porta al traguardo finale. Soprattutto penso ai tanti giovani che vorrebbero ottenere tutto senza tanta fatica e spesso ci mettono il doppio degli anni per laurearsi, senza nemmeno dare troppo valore a ciò che apprendono.

Per Italo sarebbe stato certamente più semplice andare in chiesa e parlare con il parroco che avrebbe saputo dare una risposta alla sua domanda. Ma gli studi di filosofia che l’hanno tenuto impegnato per cinque anni gli hanno poi chiarito i suoi dubbi?

«Mi ha aiutato la lettura del filosofo Pascal e della sua scommessa. Conviene avere fede, perché in quel caso almeno ci saremo garantiti la beatitudine. E alla fine credo che sì, una volta chiusi gli occhi per sempre, rivedrò la mia Angela».

Evidentemente sì.

[immagine da questo sito; © foto Calavita]

LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

Annunci

10 marzo 2014

“BALOCCHI E PROFUMI” DEL XXI SECOLO: RAGAZZINA CITA GENITORI IN TRIBUNALE PRETENDENDO MANTENIMENTO FUORI CASA

Posted in adolescenti, famiglia, figli tagged , , , , , , , , , , , a 4:41 pm di marisamoles

canningChi non ha pensato alla famosa canzone degli anni Cinquanta leggendo questa notizia?

“Mamma – mormora la bambina –

per la tua piccolina

non compri mai balocchi

Mamma, tu compri soltanto profumi per te!”.

Così recitava il ritornello della nota canzone. Racconta la storia di una madre snaturata che pensa solo a se stessa, acquistando profumi, senza tener conto dei desideri della figlioletta: dei semplici balocchi.

La storia che viene dagli States è un po’ diversa ma l’accusa mossa dalla protagonista, una diciottenne, è praticamente la stessa.
Rachel Canning, studentessa che appartiene ad una famiglia benestante che abita a Lincoln Parknel, cittadina del New Jersey, è da poco andata via da casa (per incompatibilità con la famiglia, a quanto pare) e pretende che i suoi genitori la mantengano ugualmente agli studi versandole 650 dollari mensilmente per la retta alla Morris Catholic High School e altre spese di mantenimento.

Le motivazioni addotte dalla ragazza sono: la famiglia (padre ex capo della polizia appena andato in pensione, madre segretaria in uno studio legale) ha una bella e grande casa, non si fa mancare nulla, comprese le vacanze alle Bahamas, senza contare la volta in cui i genitori hanno fatto un “salto” a Las Vegas lasciando a Rachel in custodia i suoi fratellini. Insomma, gente che può permettersi di pagare una buona scuola per la figlia.

Peccato, però, che questa perla di figlia non sia proprio tale: più volte sospesa dalla scuola, una volta perché era tornata ubriaca da una festa, restia a rispettare le regole. Proprio per questo mamma e papà l’avevano minacciata di cacciarla da casa non appena maggiorenne.

L’allontanamento, tuttavia, è stato volontario, seppur non senza conseguenze: la sospensione del pagamento delle spese per l’istruzione da parte dei genitori.
Rachel ha trovato ospitalità presso il padre di un’amica, noto avvocato. C’è il sospetto che sia lui a “manovrarla” in questa citazione contro mamma e papà. Ma i genitori non cedono, anche se qualche lacrimuccia è calata sui loro visi in aula: la ragazza è ribelle, non rispettava le regole.

Quello che stupisce non è tanto la decisione del giudice, Peter Bogaard, che ha già respinto la prima richiesta di mantenimento inoltrata da Rachel, quanto le osservazioni fatte sul caso cui era chiamato a deliberare: «Questa è materia da consulenti familiari, non da giudici: se ci mettiamo su questa china di quali denunce dovremo occuparci? Di bambini che pretendono la xBox a 12 anni o l’iPhone a 13?».

Come dargli torto?

E voi da che parte state? Ha ragione Rachel o mamma e papà Canning?

15 dicembre 2013

HITLER E MUSSOLINI, CHI ERANO COSTORO? IDEE CONFUSE DEI CONCORRENTI DELL’ “EREDITÀ” DI CONTI

Posted in attualità, storia, televisione tagged , , , , , , , , , , a 2:39 pm di marisamoles

Ha quasi dell’incredibile l’ignoranza (non solo nel senso buono del termine …) che i concorrenti di giovedì scorso, alla trasmissione “L’eredità” condotta da Carlo Conti su Rai1, hanno esibito, con fin troppa nonchalance. L’argomento del quiz, nel quale si deve indovinare la data corretta (relativamente all’anno) di un certo evento, era ovviamente la storia, praticamente un’illustre sconosciuta.

La prima domanda è stata: «In quale anno Adolf Hitler diventa cancelliere in Germania?». Sembrerà incredibile, ma i concorrenti hanno, nell’ordine, contestualizzato l’evento nel 1948, nel 1964 e nel 1979. 😯 In pratica la data esatta è stata azzeccata dall’ultima concorrente solo perché era rimasta l’unica. Lo si evince dalla faccia perplessa della signorina, mentre quella di Conti esprimeva incredulità.

Non contenti, al secondo quesito che riguardava Mussolini, i concorrenti hanno replicato la figuraccia. Questa volta viene chiesto in quale anno Mussolini ricevette a Palazzo Venezia il poeta americano Ezra Pound e la risposta di una concorrente è: 1964. A quel punto il simpatico Carlo Conti, imbarazzato anche lui, interviene con fare ironico dicendo: «Io farei un ripassino di storia, ma leggero eh».

Ora non dite, per favore, che la colpa è della scuola e degli insegnanti che non fanno il loro dovere. La responsabilità è, invece, dello studio che è sentito sempre più come un dovere, in relazione al buon esito di una prova, e non come un mezzo per farsi una cultura permanente. Fosse anche soltanto per partecipare ad un quiz nella speranza di vincere un gruzzolo … di questi tempi pare essere il sogno di molti.

24 ottobre 2012

RINCORRI I TUOI SOGNI? NON ESSERE CHOOSY!

Posted in famiglia, figli, lavoro tagged , , , , , , , , , , , , a 8:54 pm di marisamoles


Vita dura per i nostri giovani. Il mondo del lavoro è sempre meno aperto a tutti, figuriamoci nei confronti dei giovani che hanno speso anni della propria vita a studiare, si sono sacrificati, hanno rincorso i loro sogni e poi? Poi, qualcuno si permette di dire che se non accettano qualsiasi lavoro sono choosy (schizzinosi, visto che siamo in Italia è del tutto inutile fare i saputelli usando una parola inglese che è conosciuta forse dal 10% degli Italiani mentre il 100% sa che cosa significhi “schizzinoso“).

Non entro nel merito dello straparlare della signora (mi scuserà se non la chiamo ministro?) Fornero. Mi permetto, però, di osservare che i suoi figli certamente non hanno mai avuto bisogno di essere schizzinosi. Andrea fa il regista e credo che abbia proprio realizzato un sogno, visto che fare il regista non è come fare il salumiere, il commesso o l’ambulante al mercato ortofrutticolo. Uno fa il regista perché gli piace. La figlia Silvia è Professore Associato in genetica medica presso l’Università di Torino (dove, guarda caso, insegnano mamma e papà) e responsabile della ricerca alla HuGeF (Istituto di ricerca scientifica fondato dalla Compagnia di San Paolo, di cui, guarda caso, era vicepresidente la signora Elsa Fornero).

Vabbè, non tutti hanno la fortuna di realizzare i propri sogni e di godere di corsie preferenziali. Ma credo che in un momento di crisi come questo, sia difficile anche per un piccolo imprenditore sistemare un figlio. La situazione è così drammatica che non solo i giovani non riescono ad ottenere un lavoro (non dico realizzare un sogno) ma a volte i loro genitori si trovano disoccupati da un giorno all’altro o in cassa integrazione o esodati. E vi pare che di fronte alla crisi generale un giovane possa fare lo schizzinoso?

Da leggere la testimonianza di Giovanna, ventottenne laureata in Lettere, riportata dal Corriere nel blog Solferino28: uno stipendio di 600 euro al mese e un sogno realizzato a metà. Da leggere anche i commenti, soprattutto quelli di chi ritiene inutile laurearsi in Lettere, inutile rincorrere un sogno, scegliendo di studiare ciò che piace. Perché, evidentemente, si rischia di passare per choosy se non si studia ciò che conviene. E cosa potrebbe essere conveniente studiare oggigiorno? E poi, come ricorda anche Vecchioni nello spot, coperto di polemiche, sulla scuola pubblica (ma girato in una scuola privata tedesca a Milano): studio deriva da studium latino che significa anche “amore“. Aggiungerei che significa pure “impegno” e come si fa ad impegnarsi al meglio facendo ciò che non piace ma è conveniente?

12 dicembre 2011

GREETINGS FROM CAMBRIDGE

Posted in affari miei, viaggi tagged , , , , a 9:12 pm di marisamoles


Eccomi qui. Sta finendo il mio primo giorno a Cambridge. Vorrei scrivere una sorta di diario (dico “vorrei” perche’ non so esattamente quanto tempo libero avro’ nei prossimi giorni) e per iniziare raccontero’ la mia avventura all’aeroporto.

11/12/2011 PARTENZA E ARRIVO.
Come sempre all’aeroporto sono arrivata con largo anticipo. Ho sempre il terrore di fare tardi …
Al momento di recarmi a fare il check in, ho salutato mio marito che prontamente mi ha detto: “Con quegli stivali pieni di fibbie non passi. Te li faranno togliere”. Meno male che non mi ha fatto scommettere … naturalmente averva ragione ma non solo mi hanno fatto togliere gli stivali (e indossare una specie di “babucce” usa e getta), mi hanno anche chiesto di togliere la collana. Be’, poco male. Il problema e’ che la chiusura si e’ impigliata fra i capelli e … rotto il filo, perle che rotolano per tutto l’aeroporto o quasi. Meno male che la poliziotta, gentilissima, me le ha raccolte quasi tutte, comunque la figuraccia non me la sono risparmiata.

Il volo e’ stato abbastanza tranquillo ma le mie orecchie e lo stomaco gradiscono poco il viaggio in aereo. Senza contare che con gli stivali avevo un caldo bestiale.
Dall’aeroporto di Londra Snt a Cambridge il viaggio e’ stato breve anche se, arrivata per ultima al pullmino, ho trovato posto solo nel fondo. Il mio stomaco non gradisce molto nemmeno i viaggi in pullman, specie se non sono seduta davanti, ma mi sono detta: “Hai fatto due ore di volo, non sara’ mica mezzora di pullman a spaventarti!”.
Arrivata al college mi sono stupita del fatto che non piovesse. Siamo andati quasi subito a cena (qui si cena alle 18 … no comment) e poi via alla scoperta della citta’, anche se in realta’ c’ero gia’ stata. Siamo usciti in gruppo tutti contenti, non abbiamo fatto nemmeno cinquanta metri e … il diluvio universale. Naturalmente ci siamo bagnati completamente prima di arrivare in centro e non ci siamo infilati nel primo pub, abbiamo cercato quello che piaceva alla maggioranza. Ecco, se qualcuno vuole farmi un dispiacere, mi trascina in un pub. Ma del resto se si e’ in compagnia, si deve stare al gioco. Ma un’astemia come me cosa mai puo’ bere al pub? Una cioccolata calda … meno male che non era proprio un pub tipico inglese, era piuttosto un bar travestito da pub, cosi’ giusto per ingannare i turisti.
La notte e’ passata quasi insonne. Dalla stanchezza sono crollata alle dieci, ma alle tre ero sveglia. Poi ho dormicchiato fino alle sette e, morta di sonno, mi sono infilata sotto la doccia. Almeno la camera e’ gradevole, con un bel bagno … ci ho messo mezzora per capire dove sta l’interruttore della luce per poi rendermi conto che bastava spostarsi verso il centro della stanza perche’ si accendesse da sola. Naturalmente non c’e’ modo di spegnerla, lo fa autonomamente ma dopo una mezzoretta. Peccato che il letto si trovi di fronte alla porta del bagno e che la luce che fuoriusciva da uno spiraglio era puntata direttamente sugli occhi.


12/12/2011 PRIMO GIORNO.
Con la luce del sole (oggi la giornata e’ stata bellissima fino alle sette di sera) il posto si e’ rivelato in tutta la sua bellezza. Edifici neogotici, una bella chapel nel centro della old court, edifici con gli alloggi piu’ recenti (dove sta anche la mia camera), una grande scalinata che porta nella Dinner Hall (chiamarla refettorio e’ un insulto … sembra semplicemente di stare sul set di un film di Harry Potter … guarda la foto sotto il titolo del post, ma guarda bene soprattutto le pareti e il soffitto!), l’aula a noi destinata sulla torre che sovrasta la loggia d’ingresso.
La colazione e’ stata abbondante (ho poi mangiato poco a pranzo ma devo dire che il cibo non e’ un granche’) e le ore passate in aula piuttosto pesanti, specie quelle pomeridiane. Pero’ il nostro tutor e’ bravo, parla piano e non ho difficolta’ a capirlo. Era quello che temevo piu’ di tutto perche’ se parlano veloce faccio fatica a capirli gli Inglesi.
Nel pomeriggio siamo anche riusciti a fare un giro per il centro. Siamo passati per il King’s College e il suo parco, e arrivati in centro lo spettacolo, ieri sera rovinato dalla pioggia, e’ stato bellissimo. Cambridge addobbata con le luci e i festoni natalizi e’ davvero deliziosa. Ci deve essere anche qui la crisi, pero’, perche’ in quasi tutti i negozi ci sono gia’ i saldi.
Ora devo proprio andare a studiare… per domani devo, infatti, preparare la mia presentazione. Non che sia una mission impossible ma il tutor ci ha imposto di usare una serie di frasi la cui utilita’, almeno per me, e’ assai scarsa. Ma da vera teacher io non discuto. Non faro’ mica come gli allievi!


13/12/2011 SECONDO GIORNO
La scorsa notte ho dormito un po’ meglio della prima, nonostante la pioggia battente e il vento forte che non mi ha fatto per nulla rimpiangere la “mia” bora. Anzi, diciamo che in questo caso la mia origine triestina mi e’ servita a limitare un po’ lo choc.
La mia camera sta al terzo piano dell’edificio piu’ recente del college (vedi foto sopra). Stando praticamente nel sottotetto, posso dire di non essere particolamente fortunata in quanto la pioggia si sente a meraviglia. La mia dirimpettatia, pero’, non l’ha sentita il che significa che o ha il sonno pesante o la piu’ sfigata sono io. Ma va bene cosi’, dopo tutto sono a Cambridge, che voglio di piu’ dalla vita? Be’, almeno un caffe’ decente … l’espresso inglese, anche quando te lo spacciano per espresso, e’ una brodaglia schifosa e costa due sterline e cinquanta! Poi ci lamentiamo se in Italia lo paghiamo 1 euro.
Ieri ho anticipato a M. Antonella che avrei parlato del “pollaio”.
Dovete sapere che nel college e’ vietato fumare anche negli spazi aperti. Non solo, non si puo’ accendere la sigaretta nemmeno davanti all’ingresso … sara’ per questo che ieri quando il tutor mi e’ passato davanti (io stavo fumando nella zona del parcheggio di fronte all’entrata principale), nonostante io l’avessi accolto con un sorriso smagliante e un “good morning” molto polite, non mi ha nemmeno degnata di uno sguardo? O forse il motivo e’ che ancora non mi aveva inquadrata come una sua corsista? Boh.
Dicevo, dunque, che in tutto il college e’ diffuso il no smoking. L’unica zona in cui non vige il divieto e’ una specie di “pollaio”. Ha questo aspetto a causa della recinzione di legno ma quando si entra e’ ancora peggio. Praticamente la zona fumatori e’ costituita da una panca di legno sotto una tettoia (grazie al cielo, almeno non mi bagno!). Ma lo spettacolo che si offre agli occhi dell’ignaro fumatore e’ alquanto desolante: una serie di cassonetti per ogni tipo di rifiuti. Infatti, l’area e’ situata proprio dietro alle cucine … Insomma, e’ un po’ come se servisse da monito: “Sei una fumatrice? Bene, e’meglio che ti butti direttamente nel cassonetto!”. Si’, ma quale? Ce ne sono di tutti i tipi: per il vetro bianco, per quello verde, per le bottiglie verdi, per la carta, per la plastica, per gli avanzi di cibo e bibite … immagino che i rifiuti umani, quali siamo considerati noi fumatori, potrebbero trovare il luogo ideale nel cassonetto dell’organico. 😦
Ora veniamo alle cose serie. Ho appena finito di preparare la presentazione di un progetto transnazionale per domani mattina. Stamane, invece, dovevamo presentarci. Cinque minuti a testa, non uno di meno (se volevamo evitare lo sguardo di disappunto del teacher) non uno di piu’ anche perche’ lui ha in mano il cronometro! La mia presentazione e’ stata bloccata dal suono inesorabile dell’orologio mentre stavo per parlare del mio hobby principale, ovvero scrivere sui miei blog. Poco male, le cose piu’ interessanti (lavoro e famiglia) le avevo gia’ trattate. Parlare dei blog avrebbe fatto miseramente cadere l’immagine di serieta’ che avevo trasmesso in un discorso giudicato “very good”. Ho comunque il sospetto che a nessuno avrebbe detto che la presentazione era una schifezza. D’altra parte e’ pagato per dirci che siamo bravi. Oggi ha persino detto che siamo il suo gruppo migliore da quando prende parte a questo progetto, ovvero almeno quattro anni. I nostri sguardi illuminati si sono incrociati e si sono spenti nel momento esatto in cui le nostre menti hanno simultaneamente capito che lo dice a tutti.
Il tutor comunque e’ un tipo molto English, a partire dall’abbigliamento: giacca, cravatta e panciotto con un abbinamento di colori abbastanza passabile, il che non e’ un dettaglio da trascurare. In piu’ e’ un arzillo vecchietto di 84 anni … una verve invidiabile. Confesso che mi sono sentita molto misera pensando alla mia preoccupazione di andare in pensione a 65 anni.
Qui i professori hanno indubbiamente una certo rilievo sociale. Lo dimostra il fatto che la tavolata a loro dedicata nella dinner hall e’ sopraelevata. Da noi nelle aule hanno persino abolito le pedane che poi servivano a controllare meglio gli allievi seduti in fondo, mica a dare un’aura di dignita’ a noi poveracci. E poi i teacher del college hanno il permesso di calpestare i prati. Questo, pero’, non l’ho capito: non hanno la capacita’ di svolazzare sul verde ne’ hanno il passo piu’ felpato degli studenti e degli altri comuni mortali. Anzi, ora che ci penso, l’unica altra categoria cui e’ concesso di calpestare l’erba e’ quella dei giardinieri. Ho pensato che sono una teacher anch’io e, per quanto la mia aura di dignita’ non sia paragonabile a quella di una English teacher, potrei evitare di fare il giro del mondo percorrendo rigorosamente i sentieri … saro’ sempre meglio di un giardiniere, o no? Va be’, meglio non fare la solita italiana …
Infine, parliamo dei pasti. Per quanto mi sia proposta di mangiare poco, tra lezioni in classe, studio, brevi passeggiate in centro (ci possiamo organizzare come vogliamo: o si fanno i compiti di pomeriggio, prima di cena, e si esce dopo, oppure si studia dopo cena e si esce prima), sembra che l’unica consolazione qui sia il cibo. Regolarmente arrivo con il vassoio al mio posto e mi sento oppressa dai sensi di colpa per averlo riempito un po’ troppo. Oggi ho lasciato un pezzo di dolce perche’ era preparato con il ginger, che qui mettono un po’ dappertutto, e non era il massimo. Domani vedro’ di darmi una regolata: solo verdure. Peccato che qui si vedano solo carote, patate, broccoli e cavoli. Stasera mi sono lasciata ingannare dall’aspetto invitante di una specie di pasticcio … erano broccoli travestiti, altroche’.

14/12/2012 TERZO GIORNO
Stamattina a lezione il nostro teacher ha parlato delle differenti abitudini degli Inglesi rispetto agli Italiani. Ad esempio, ha detto che noi siamo abituati a gesticolare quando parliamo mentre per loro il massimo e’ conversare tenendo le mani in tasca … si concentrano meglio. Oddio, magari e’ anche vero ma per noi e’ un po’ da maleducati. Altra strana abitudine che noi abbiamo e che loro non sopportano e’ quella di toccarci l’un l’altro e di baciarci anche se la persona che abbiamo di fronte l’abbiamo appena conosciuta. Be’, questo e’ vero, pero’ siamo espansivi mentre gli Inglesi, che non sopportano di essere abbracciati e baciati ne’ ti stringono la mano ad ogni pie’ sospinto, anche se ti incontrano sei volte in una giornata (come facciamo noi), sono un tantino glaciali. Del resto ci si adatta al clima: noi siamo mediterranei, loro no.
Quello che gli Inglesi non sopportano di noi e’ che, se possiamo, evitiamo di fare la fila. Per loro la fila e’ sacra e chi non rispetta questa abitudine e’ un vero e proprio profano. Pero’, secondo me, e’ anche vero che la nostra fama e’ ingiusta e crea il pregiudizio. Insomma, se capiscono che sei italiano, aspettano un tuo passo falso prima ancora che tu faccia qualcosa che non va. Prendiamo oggi al self service, per esempio. C’era la fila per i secondi e io, come sempre, stavo pazientemente aspettando il mio turno. Poi ho pensato di portarmi un po’ avanti per sbirciare e decidere per tempo cosa mi sarebbe piaciuto assaggiare. Non l’avessi mai fatto! Mi hanno subito guardato in cagnesco, ma io mi sarei rimessa in fila subito.
A proposito di cibo, ieri i broccoli mi hanno quasi distrutta, oggi hanno attentato alla mia vita le prugne nascoste sotto una specie di pasta brise’. Il cibo qui riserva sempre delle sorprese e la mia pancia sta gridando vendetta.
Nel pomeriggio, prima che le prugne dichiarasserto guerra alla mio intestino, siamo andati al Fitzwilliam museum. A parte lo splendore dell’edificio in se’, le opere d’arte contenute sono di una bellezza strabiliante (e’ la parola che ho “adottato”, mi devo sforzare di usarla il piu’ possibile …). La mia preferita e’ stata la galleria degli impressionisti francesi: Monet, Matisse, Cézanne, Pissarro, Degas e Renoir. Ma in questo periodo c’e’ anche una special exibition: Vermeer’s Women: Secrets and Silence. Veri e propri gioielli. Se non riusciamo andare a Londra alla National Gallery abbiamo potuto comunque goderci delle opere d’arte davvero ragguardevoli.

15/12/2011 QUARTO GIORNO
Oggi abbiamo lavorato sodo in gruppo. Siamo riusciti a fare solo un salto al museo di storia naturale, nel pomeriggio. Bello e interessante ma diciamo che le scienze non sono la mia passione.
In compenso mi sono consolata sentendo il nostro tutor parlare delle scuole inglesi. Ha detto che in quelle pubbliche le classi possono essere molto numerose, anche piu’ di trenta allievi. E se qualche docente e’ assente, non trovando un supplente, si aggregano due classi arrivando a sessanta allievi … in pratica, le lezioni si tengono anche fuori dall’aula, nei corridoi e in ogni luogo basta che sia sufficiente ampio. La lezione di oggi e’ stata davvero interessante e penso che al ritorno scrivero’ un post dedicato al sistema educativo inglese sul blog laprofonline.
Ora sono proprio distrutta. Domani sara’ l’ultimo giorno di corso e sabato passeremo l’intera giornata a Londra. Per il momento … buona notte!

16/12/2011 QUINTO GIORNO
Oggi in mattinata abbiamo presentato i progetti elaborati in gruppo. Si e’ trattato di una simulazione, ovviamente, ma l’impegno profuso da tutti noi sta a dimostrare che gli insegnanti e, piu’ in generale, il personale della scuola quando deve lavorare non si tira indietro! Il nostro tutor era soddisfatto e devo dire che, nonostante ci sia il sospetto che dica a tutti le stesse cose, sembrava davvero sincero nel manifestare il suo entusiasmo per il nostro lavoro. Nell’ultima parte della mattinata si e’ un po’ sbilanciato e ha parlato di se’. Il bello e’ che si e’ espresso prima in un italiano perfetto (il che sta ad indicare che ha capito benissimo tutto cio’ che ci dicevamo in italiano durante il pranzo!) e poi addirittura in LATINO! Fantastico! Poi, al momento degli addii, ci ha baciati e abbracciati tutti in vero stile italiano, ma d’altra parte ha vissuto per un anno a Trieste nel secondo dopoguerra e viene spesso in Italia per lavoro. Alla fine, nonostante il breve periodo passato insieme, ci siamo tutti un po’ commossi. Della serie: anche i prof hanno un’anima.
Nel pomeriggio siamo stati nel centro di Cambridge a fare shopping. Io mi sono limitata a comprare dei regali … qualcuno anche per me stessa, ovviamente! Abbiamo, pero’, anche fatto una visita al St. John’s College (i piu’ importanti come il King’s e il Trinity erano chiusi, mannaggia) ed e’ stato un breve tour gradevole, nonostante la giornata non promettesse nulla di buono. Stamattina, infatti, ci siamo svegliati con la neve … durata poco, perche’ poi ha iniziato a piovere e solo nelle prime ore del pomeriggio il tempo e’ migliorato.
Stasera abbiamo cenato in centro, in un pub che sembrava pero’ piu’ un ristorante che un pub. Dovete sapere che il venerdi’ sera in Inghilterra escono tutti. Nessuno prende la propria macchina perche’, prevedendo di sbronzarsi alla grande, usano il taxi (di solito salgono in tre-quattro e dividono la spesa, anche se qui i taxi non hanno tariffe assurde come in Italia). Fino all’ora di chiusura, alle 23, fanno il giro dei pub anche se qualcuno si ferma a lungo nello stesso posto.
Una stravaganza che ho notato riguarda le ragazze, piu’ o meno giovani (si puo’ definire “ragazza” una cinquantenne o no?!). Prima pero’ faccio una premessa. Facendo il giro per negozi, io e altre tre colleghe abbiamo notato che una buona percentuale di abiti da donna era confezionata con stoffa leggera, a volte con lustrini e perline, a manica corta se non addirittura senza maniche. Abbiamo pensato che abiti di tal genere fossero adatti al veglione di fine anno. E invece no: stasera al pub la maggior parte delle donne indossava abiti scollacciati, con paillettes e gonne cortissime, collant velatissimi e alcune anche senza calze. A parte la volonta’ di sedurre, che qualcuna certamente aveva, un abbigliamento cosi’ estivo era effettivamente adatto ai 30 gradi che dovevano esserci dentro al locale. Noi vestite con maglioni e leggins abbiamo fatto la sauna. Ma d’altra parte delle prof con microgonna e scollatura oscena non si sono mai viste, ne’ in Inghilterra ne’ in Italia. Per fortuna.
Sono uscita dal pub frastornata dalla musica e dal chiasso indecente che dagli anni in cui frequentavo le discoteche non avevo piu’ sentito. Stiamo parlando, insomma, del Giurassico.

17/12/2011 SESTO GIORNO
Finalmente è arrivato il giorno della gita a Londra! Per quanto questa città sia fantastica per i musei degni di nota, io e altre tre colleghe abbiamo deciso di godercela “dal di fuori”. Entrare in un museo significa, infatti, passarci delle ore senza nemmeno vedere tutto. Quelli più importanti li ho visitati ma sempre di corsa. Dovendo scegliere, considerato il fatto che avevamo a disposizione otto ore, abbiamo preferito fare un bel giro (abbiamo camminato per almeno quattro ore) tra il quartiere di Westminster e quello di Knigthsbridge, per fiondarci poi nel meraviglioso mondo di Harrods.
Sì, lo so. Magari da delle prof ci si aspetterebbe di più ma per una volta lasciateci sognare girando per i reparti di Dior o Cartier e ammirando le fantastiche vetrine di Tiffany. Insomma, quando mi ricapita un’occasione come questa? E poi mi sono limitata a guardare e sono stata davvero brava a lasciare il cuore – solo quello e non la carta di credito – su un braccialetto (d’argento, ovviamente) che sarebbe costato come un computer. Dopo aver fatto questo ragionamento, ricordando che a Natale mi sono ripromessa di comprarmi un notebook che non possiedo, ho resistito alla tentazione.
Mi sono consolata facendo acquisti nell’Harrods Arcade, il reparto in cui si cpmprano i gadget con il marchio del favoloso store.
Una cosa mi ha colpita molto: il monumento dedicato a Diana e Dodi che Al Fayed padre ha voluto far erigere nel suo magazzino. Più che il monumento in sé, davvero bruttino in verità, mi ha lasciato perplessa la scritta apportata sulla statua: “vittime innocenti”. A questo proposito si potrebbe aprire un dibattito ma non mi sembra questa la sede giusta. Il fatto è che Mr Al Fayed è convinto al 100% del complotto (smentito da tutte le indagini fatte sia in Francia, dove i due sono morti, sia in Inghilterra) che avrebbe portato alla morte una coppia scomoda per la casa reale britannica. Mi stupisco, però, che abbia potuto apporre quella scritta su un monumento visto da milioni di persone. Mah …
La passeggiata a Westminster di sera, con le luci natalizie ha assunto un carattere quasi magico. Bello anche il palazzo del parlamento sul quale svetta la torre con l’orologio più famosa al mondo: il Big Ben. Mi sono chiesta quale origine abbia il suo nome e ho trovato la risposta (veramente sarebbe meglio parlare di ipotesi) sul web. Due sono le ipotesi più probabili: la prima sostiene che il nome derivi da Sir Benjamin Hall, membro della Camera dei Comuni e supervisore dei lavori per la ricostruzione del Palazzo di Westminster; la seconda sostiene invece che la celebre torre debba il suo nome al campione dei pesi massimi di pugilato Benjamin Caunt, che combatté il suo ultimo incontro nel 1857, anno in cui la torre fu eretta. Ma il vero nome della torre sarebbe in realtà Magnus Beniaminus mentre la campana si chiamerebbe Great Bell.
La giornata si è conclusa a Cambridge dove alle 21 e 30 è stata un’impresa quasi impossibile trovare un posto in cui cenare. E ti credo: là cenano alle 18!

18/12/2011 BACK HOME
Questa magica avventura è, dunque, finita. Back home, con grande tristezza ma serbando il ricordo dei magnifici compagni di viaggio che ho avuto la fortuna di trovare.
Solo una nota negativa: un increscioso inconveniente all’aeroporto di Londra Stantsted. Ma di questo parlerò in un altro post.


(scusate gli errori grafici … la tastiera inglese non ha gli accenti, ahime’!)

[Grazie a Salvatore, mio compagno di fumate, che mi ha gentilmente fornito la foto del “pollaio” … ad imperitura memoria!]

10 dicembre 2011

CAMBRIDGE … I’M COMING!

Posted in affari miei, lavoro tagged , , , , a 3:15 pm di marisamoles

Ebbene sì, sono in partenza. Domani a quest’ora, salvo ritardi, sarò sul volo che mi porterà a Londra. Destinazione: Cambridge.

Che ci vado a fare? Forse vi chiederete. Non vado a divertirmi, anche se, adorando l’Inghilterra, ogni volta che ci vado per studio, tutto mi sembra più leggero, meno impegnativo che affrontare il tran tran di tutti i giorni. Quindi, vado a studiare, ancora una volta. Per la precisione, frequenterò un corso di formazione, finanziato dall’Unione Europea, che ha lo scopo di sviluppare le competenze professionali per la cooperazione transnazionale ed è rivolto al personale della scuola che svolga mansioni di tipo dirigenziale. L’obiettivo primario di questo progetto è quello di facilitare e aumentare la mobilità del personale, in modo da promuovere l’adozione da parte delle istituzioni partecipanti di una prospettiva di dimensioni più fortemente Europee nella loro azione formativa ed educativa e di contribuire all’innovazione dei sistemi di istruzione e formazione e al miglioramento della loro qualità.

Detto così sembra tutt’altro che semplice. Non resta che provare.
Insomma, di questi tempi è meglio approfittare di un’opportunità del genere visto che non so per quanto ancora potremo avere dei finanziamenti europei.

La sede del corso, come ho detto, è Cambridge, una delle città universitarie più importanti del Regno Unito. Il college che ospiterà il mio gruppo è molto grazioso, almeno sembra dalle fotografie che ho trovato sul web. Chi c’è già stato è ritornato entusiasta. Quindi, spero che sia un’esperienza altrettanto bella per me.

Non nascondo la mia emozione. Anche ora, mentre scrivo, sono in forte agitazione, un po’ perché sto pensando al migliaio di cose che devo ancora fare prima di partire, un po’ perché non amo andare in aereo e, infine, perché non vedo l’ora di raggiungere il “mio” college ma al tempo stesso temo le “sorprese”. Lo so, sono un po’ complicata però so anche che domani sera sarò molto più tranquilla.

Non porto con me il pc (anche perché non possiedo un notebook!) ma mi hanno detto che non ci sono problemi, Internet è a portata di mano a qualsiasi ora del giorno e fino a tarda sera. Confido, dunque, nella possibilità di rimanere in contatto con voi che leggete e di certo non vi risparmierò i miei racconti.

“SEE” YOU SOON! 🙂

2 novembre 2011

TATUAGGI IN ORO: LA MODA DELL’AUTUNNO 2011. IO SO CHI LI HA INVENTATI …

Posted in attualità, Friuli Venzia-Giulia, lavoro, moda, Trieste, Università tagged , , , , , , , , , , , a 6:40 pm di marisamoles

ATTENZIONE: questo post era stato scritto all’inizio di settembre e pubblicato in forma privata in attesa dell’ok da parte dell’intervistato, ovvero l’inventore dei tatuaggi in oro. Visto che da allora ho atteso invano un suo cenno di assenso, ho deciso di pubblicarlo ugualmente, assumendomi la responsabiltà di ciò che ho scritto (specie nella parte dedicata all’intervista).
Buona lettura
!


In una nota canzone, tra i brani inseriti nella colonna sonora di un’altrettanto famosa pellicola cinematografica, la divina Marilyn cantava: Diamonds are a girl best friends. Senza aver l’ardire di contraddirla, un gioiello d’oro può anche bastare. Ancora meglio se lo si può cambiare anche tutti i giorni, o almeno una volta alla settimana. Sono impazzita? Assolutamente no. E per poter sfoggiare gioielli diversi con tale frequenza non è necessario essere delle ereditiere o aver sposato un uomo ricco, magari brutto e vecchio (bleah) come sognava Marilyn. Da oggi è sufficiente un tatuaggio in oro zecchino.

Già da un po’ nelle varie reti televisive imperversa un nuovo spot di una nota catena di gioiellerie. La testimonial è la bellissima Ilary Blasi che, detto fra noi, non avrebbe alcuna difficoltà nel cambiare un gioiello d’oro o di platino al giorno e potrebbe pure permettersi una cascata di diamanti da fare invidia a Marlilyn. Eppure lei, con voce sensuale ed estremamente convincente, al termine dello spot, mormora: “Puoi permetterti di tutto, anche l’oro sulla pelle”, sfoggiando uno skin jewel (questo il vero nome dei tatuaggi) sul braccio abbronzato.

È la novità dell’autunno e sembra che il clima sia favorevole al lancio dei tattoo in oro 24 carati o in argento che hanno una durata variabile fino quattro giorni, a seconda della pelle; le applicazioni sono monouso e totalmente anallergiche e atossiche. Sul decolleté, sul braccio, sulla schiena, sulla caviglia … non c’è che l’imbarazzo della scelta e a prezzi davvero modici: il bellissimo tattoo che sfoggia Ilary Blasy nella foto, Flower Instinct, vi costerebbe 29,90 Euro in oro 24 carati, e 19,90 in argento. Ma ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche.

Fin qui questo post può sembrare uno dei tanti scritti sull’argomento, con l’intento di fare pubblicità ad un prodotto innovativo e di sicuro impatto. E invece io sono in grado di fare uno scoop … oddio, proprio scoop no, ma comunque posso svelarvi chi c’è dietro questa invenzione, quale mente (anzi, menti) ha partorito un’idea davvero geniale. E soprattutto quanto conti lo studio di giovani ricercatori universitari, a volte così bistrattati e additati come i “cocchi” dei loro docenti, e quale ruolo attivo abbia l’università nel nuovo mondo imprenditoriale fatto da giovani scienziati che non ingrossano le file dei cervelli in fuga, anche se di tanto in tanto un periodo all’estero lo devono passare. Ma poi ritornano ed è quello che importa.

Il tatuaggio in oro (ma può essere realizzato anche in argento e altri materiali preziosi) nasce in una piccola azienda universitaria triestina: la Genefinity S.r.l. Fondata nel 2006 da un gruppo di ingegneri dei materiali, con lo scopo di integrare i diversi tipi di competenze necessarie alla realizzazione di processi industriali basati sull’impiego di film sottili, ha ormai al suo attivo numerosi premi, l’ultimo dei quali ricevuto a Roma, dalle mani del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, lo scorso 14 giugno. Si tratta del “Premio dei Premi” per la categoria “Innovazione nel settore dell’Università e della Ricerca Pubblica”, istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, il secondo vinto in soli due anni. La Genefinity, inoltre, come azienda spin-off dell’Università di Trieste ha ricevuto, nel 2010, il Premio Start Up dell’anno, risultando la migliore esperienza aziendale tra tutte le start-up avviate nel 2006 per fatturato e numero di brevetti. Da non sottovalutare, poi, l’età dei giovani imprenditori, tra i trenta e i quarant’anni, che li ha spinti ad “osare” e investire la somma vinta, 15mila euro, in uno stage di ricerca negli Stati Uniti, culminato con la costituzione di una propria controllata americana, Alloro Inc. A Silicon Valley, dove si concentra un terzo degli investitori nel settore dei biosensori, i giovani ingegneri hanno potuto perfezionare l’idea dei tatuaggi in oro, impiegando una tecnologia speciale che consente la realizzazione di film sottili, inizialmente utilizzata per un kit di analisi genetica, in ambito cardiologico. Dalla salvaguardia della salute la Genefinity è passata all’esaltazione della bellezza femminile attraverso i Gold Sin, Skin Jewels.

L’equipe è attualmente costituita da quattro ingegneri dei materiali.
Uno dei soci fondatori è Stefano Maggiolino che io conosco bene in quanto da piccolo lo tenevo sulle ginocchia e quando è cresciuto lo stressavo con le lezioni estive di latino: lui è il mio nipotino, anzi, nipotone visto che nel frattempo è cresciuto non poco. A lui vorrei rivolgere qualche domanda su quest’idea geniale dei tatuaggi in oro.

M. La vostra azienda è costituita da un team: l’idea è venuta ad uno di voi o l’avete “partorita” tutti assieme?

S. La storia è molto interessante. Un anno e qualche mese fa eravamo in viaggio di lavoro in giornata a Torino e insieme al mio collega, il dott. Ing. Nicola Scuor che è anche presidente della nostra società, abbiamo iniziato a pensare ad eventuali applicazioni della nostra tecnologia per realizzare biosensori in altri ambiti e ci è venuta l’idea dei tatuaggi. Senza perdere tempo, il giorno dopo abbiamo iniziato a svilupparli fino al punto da scrivere un brevetto.

M. Quanto è contato lo studio, in questa invenzione, e quanto l’intuizione geniale, quel guizzo che a volte capita ma a volte no, nemmeno dopo anni e anni di studio?

S. In realtà tutto è connesso, studi, guizzo geniale, scelte di vita eccetera. Spiegando un po’ meglio, se il nostro gruppo non avesse fatto l’università, studiato e lavorato nei film sottili, se non ci fosse stata l’opportunità di partecipare ad una Start cup (competizione di business plan), non ci sarebbe nulla né idea né esperienze per svilupparla. Per fare un paragone, al ristorante non basta avere una cucina ben arredata, gli ingredienti di qualità, l’idea del gestore della pietanza, bisogna avere anche il cuoco che sa cucinare, così succede anche nel nostro mondo, non basta avere l’idea, bisogna avere le persone che la sanno sviluppare, i macchinari per realizzarla e le materie prime per produrla. Solo un buon mix di tutto questo può trasformare un’idea in qualcosa di concreto.

M. Il vostro viaggio negli States è risultato fondamentale nella messa a punto di questa tecnologia, già sperimentata in ambito medico, applicata ai tattoo?

S. Il viaggio in California è stato utile per comprendere meglio il modo di fare business negli USA, metodo completamente differente rispetto a quello radicato in Italia. Alla fine dei quasi sei mesi di permanenza abbiamo fondato una società che ora si occupa di vendere la tecnologia per i biosensori alle aziende leader nella produzione dei circuiti flessibili.

M. Siccome sono una prof e mi interessa molto l’ambito-educazione e il modo in cui vengono spese le risorse dello Stato in quest’ambito, ti chiedo: il MIUR finanzia la vostra impresa?

S. Lo Stato e il MIUR non ci hanno finanziato nulla ma, grazie alla presenza dell’Università di Trieste nella compagine sociale, possiamo definirci uno spin off universitario e abbiamo avuto delle agevolazioni per insediarci all’interno dei laboratori. Chiaramente abbiamo avuto dei vantaggi di tipo economico che, con quote di affitto molto contenute, ci hanno permesso di sviluppare per i primi anni le varie tecnologie. D’altra parte nel nostro piccolo abbiamo restituito la cortesia all’Università, finanziando due dottorati di ricerca, facendo da correlatori a diverse tesi permettendo agli studenti di comprendere da vicino come funziona il mondo industriale ecc.

M. Come nasce un’azienda all’interno dell’Università (ho letto che sono quasi quattrocento le aziende come la vostra in Italia) e quali sono le prospettive future?

S. Nel nostro caso tutto è nato da una idea di un nostro collega in cui altri come me hanno creduto, aggregandosi al progetto. Molte volte, sentendo anche le esperienze di altri gruppi, gli spin off nascono in questa maniera, ma moltissime volte non decollano poiché i ricercatori hanno già un buon posto, i professori pure, venendo a mancare, quindi, una buona motivazione. Nel nostro caso abbiamo voluto crederci fino in fondo e abbiamo iniziato a lavorare sia sul progetto ma soprattutto sull’azienda cercando di darle lustro con competizioni nazionali ed internazionali di business plain, vincendo anche qualche bel premio e procurandoci alcune soddisfazioni come il riconoscimento, ritirato per ben due volte, dalle mani del Presidente della Repubblica. Secondo me, le aziende nate nella culla dell’Università hanno ottime possibilità industriali dal punto di vista tecnico, ma poche possibilità dal punto di vista gestionale poiché spesso, o quasi sempre, chi amministra è l’inventore, ricercatore, professore e non è sempre detto che questi abbiano una visione industriale delle aziende. Per noi non è stato molto differente, abbiamo avuto la fortuna che all’interno della compagine sociale e degli amministratori ci fossero delle figure che hanno avuto esperienza lavorativa extra università e che hanno potuto acquisire delle competenze imprenditoriali precedentemente alla fondazione della società.

M. Ho letto che state esportando all’estero i vostri prodotti: quali sono gli Stati più interessati?

S. Ora abbiamo un distributore in Egitto che cura il Medio Oriente e abbiamo dei buoni contatti in corso con India e Canada.

M. Ho visto sul vostro sito che i tatuaggi hanno diversa foggia ed esistono fin da prima dell’uscita sul mercato italiano. Chi ne ha curato il design e qual è il ruolo della catena di gioiellerie? Un semplice distributore con esclusiva? Sai, perché ho letto “la creazione da parte di S.O. dei tattoo in oro ….”

S. I tatuaggi sono nati prima dell’accordo con Stroili, ma abbiamo avuto diverse difficoltà per poter dar credibilità al prodotto e anche per questo motivo in parallelo stavamo cercando dei distributori. Stroili Oro è il nostro distributore in esclusiva per l’Italia, l’azienda usa un suo marchio per la vendita e noi siamo i produttori OEM (Original Equipment Manufacturer). Stroili crede molto al prodotto e sta finanziando una campagna di pubblicità molto importante: questa a noi fa molto piacere poiché abbiamo trovato in loro un giusto partner che crede nel prodotto e si occupa solo della parte di distribuzione e noi della parte tecnica e di produzione. Comunque negli altri Paesi vendiamo con il nostro marchio.

M. Infine, quale futuro per la Genefinity?

S. Bella domanda. Ti dico qual è il mio sogno per Genefinity. A me piacerebbe che la nostra società si sviluppasse e crescesse sempre di più potendo così offrire posti di lavoro a molte persone. Questo fatto mi inorgoglisce molto, in particolar modo quando posso dire che con il nostro lavoro siamo in grado di dare un salario a X persone e quindi mantenere in parte X famiglie. Genefinity è una azienda che si occupa di sviluppo industriale e mi piacerebbe che continuasse in questa direzione, realizzando nuovi prodotti per commercializzarli direttamente o per trovare delle partnership con altre aziende o vendendo i brevetti studiati e sviluppati a terzi. Per ora guardiamo alle strette contingenze giornaliere senza però perdere di vista il domani e il dopo domani.

Bene, io ringrazio Stefano per la sua disponibilità. So che in questo momento, quando il lancio sul mercato dei tatuaggi in oro è imminente, è davvero molto occupato. Lui è uno stakanovista e non si risparmia ma credo che i sacrifici fatti finora saranno ricompensati da un sicuro successo. Auguro a lui e ai suoi colleghi grandi soddisfazioni e un brillante (con i tattoo ma anche con altre invenzioni) futuro.

Per concludere, posto anche il video dell’intervista che Stefano ha rilasciato, lo scorso maggio, a “La meglio gioventù”.

[siti di riferimento: universita.it, pourfemme.it, controcampus.it, goldsinjewels.com]

2 gennaio 2011

SCUOLA 2011: “BASTA CON LA CULTURA DEL LAMENTO” by LUISA RIBOLZI

Posted in adolescenti, bambini, cultura, famiglia, Mariastella Gelmini, scuola tagged , , , , , , , a 6:48 pm di marisamoles


Pubblico un articolo apparso il 31 dicembre su Il Sussidiario.net, a cura di Luisa Ribolzi, docente di Sociologia dell’educazione presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’università di Genova e, tra le altre cose, membro del Consiglio Direttivo dell’OCSE CERI in rappresentanza dell’Italia.

È un’analisi attenta e lucida del complesso mondo della scuola, elaborata prendendo in considerazione tutti i punti di vista: quello dei docenti, degli studenti, delle famiglie, dei dirigenti e del ministero della Pubblica Istruzione. Concordo con la professoressa sul fatto che sia inutile piangere e lamentarsi, tuttavia dissento nel momento in cui la Ribolzi ritiene che tutti possano fare molto per migliorare la scuola, anche senza soldi. Sia che si parli degli stipendi assai miseri dei docenti, sia che si parli dei miserevoli fondi di cui la scuola italiana può disporre. Io non credo che si possa raggiungere la qualità senza investire del denaro. La scuola italiana è campata a lungo senza risorse e i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Se si vuole migliorare la situazione, è completamente errato pensare che i soldi, il vile denaro, non siano indispensabile solo perché ci sono stati, in passato, e sempre ci saranno dei bravi e volenterosi insegnanti che non badano allo stipendio e si impegnano molto più di altri, specie nella pubblica amministrazione, che percepiscono stipendi assai più dignitosi.

Stesso discorso vale per i fondi: una scuola senza risorse non può offrire un “prodotto” di qualità ai suoi “utenti” (è con estrema riluttanza che uso dei termini tanto estranei al mondo dell’istruzione ma, tuttavia, così utilizzati nel tentativo di far apparire la scuola come un’azienda), senza richiedere agli stessi un contributo in denaro e agli operatori dei grossi sacrifici.

Per il resto, sono d’accordo con la professoressa Ribolzi, anche se temo che senza delle adeguate risorse, i suoi siano destinati a rimanere solo sogni.

Ogni anno faccio per il sussidiario l’esercizio di formulare dei buoni propositi. Esso mi consente di prendere le distanze dalle urgenze contingenti e di indirizzare uno sguardo meno miope ai mesi che verranno. E allora, via, lasciamoci trascinare dall’ottimismo della volontà (del buon funzionamento del pessimismo della ragione ne abbiamo avuto fin troppe prove) e proviamo a sognare.

I have a dream…”
che gli insegnanti la smettano con la cultura del lamento, e recuperino loro per primi il prestigio che pensano di avere perduto, che non dipende (solo) dallo stipendio, ma dalla capacità di riappropriarsi della loro professionalità, rinunciando alla difesa dello scambio tra sicurezza del posto e mediocrità delle prestazioni. Quelli, non pochi, che già lo fanno, abbiano il coraggio di rivendicare il loro diritto ad essere valutati;

che le famiglie la smettano con la cultura del lamento e la difesa ad oltranza dei loro rampolli, e incomincino a partecipare in modo costruttivo alla crescita di quelle “comunità di pratica” che dovrebbero essere le scuole, in cui la collaborazione fra insegnanti e famiglie porta risultati positivi anche agli apprendimenti dei ragazzi, oltre che alla loro crescita umana e civile;

che gli studenti la smettano con la cultura del lamento, e capiscano che andare a scuola è un lavoro, serio come qualsiasi altro lavoro, e le cui conseguenze durano per tutta la vita, ma che può essere appassionante se si vive come un momento di costruzione della propria identità;

che i dirigenti la smettano con la cultura del lamento e si chiedano seriamente che cosa possono fare per trasformare le loro scuole e le reti di scuole in soggetti sociali attivi, in centri di costruzione della cultura e della partecipazione per tutta la comunità;

che i giornalisti che si occupano di scuola la smettano con la cultura del lamento, e cerchino – oltre a denunciare giustamente limiti ed errori – di valorizzare il tanto di buono che esiste, e soprattutto si documentino su quello che affermano. I dati riferiti alla scuola parrebbero appartenere in massa a quelli che un amico pubblicitario chiamava DFI (dati falsi inventati) per distinguerli da quelli che erano solo DI (dati inventati)…

che il ministero dell’Istruzione la smetta con la cultura del lamento e realizzi, anche se con dispiacere, che l’autonomia è legge dal 1997, la riforma del titolo V della Costituzione risale all’ottobre del 2001, e quindi il tentativo di scuole e reti di scuole, e di qualche Regione, di operare con una qualche indipendenza dal centro non va considerato come la ribellione delle tribù barbare al Sacro Romano Impero, ma come l’esercizio di un legittimo diritto;

che la cultura del lamento e del “non ci sono abbastanza soldi”, specialità in cui l’Italia potrebbe vincere tutti i titoli disponibili (cinque come l’Inter: Nobel, Oscar, Olimpiadi estive e invernali e campionati del mondo), venga messa in disparte in favore di un approccio più costruttivo in cui, posto che ebbene sì, ci sono meno soldi, si cerchi di trovarne degli altri e perlomeno quelli che ci sono vengano spesi bene.

Ma soprattutto…
Sogno che gli esponenti dei diversi partiti, con inconsueta ma non ammirevole unanimità, la smettano di lustrarsi la bocca con la centralità dell’educazione e di accapigliarsi sugli emendamenti per dimostrare che esistono, e facciano, o almeno tentino di fare, un progetto di lungo periodo basato sull’idea che la formazione è un bene comune, su cui si gioca il futuro delle persone e della nazione (alla faccia della retorica!) e su cui vale la pena di investire in risorse umane, finanziarie e soprattutto in politiche educative rigorose che sappiano individuare i principali problemi, stabilire delle priorità e controllare gli esiti.
Buon anno.

15 dicembre 2010

IMPARARE NUOVE PAROLE? BASTANO 14 MINUTI. GLI STUDENTI SONO AVVISATI

Posted in adolescenti, cultura, latino, lingua, scuola tagged , , , , , , , , , a 9:13 pm di marisamoles


Repetita iuvant, dicevano i Romani. E io lo ripeto spesso ai miei allievi che dicono di non riuscire ad imparare a memoria le regole e il lessico … della lingua dei Romani. Poi, se vogliamo, sembrano solo delle scuse, visto che la memoria dei quindicenni non fa cilecca.

Se non vogliono credere a me, ora devono per forza dar fiducia alle parole di alcuni ricercatori di Cambridge secondo i quali, quando si studia una nuova lingua, per imparare una parola sconosciuta basta ripeterla 160 volte. Tempo richiesto? Solo quattrodici minuti, il tempo impiegato dal cervello per non distinguere più i nuovi vocaboli dai vecchi.

Lo studio è stato pubblicato dal Journal of Neuroscience: sono stati esaminati 16 volontari, di cui sono stati registrati i segnali cerebrali mentre ascoltavano parole familiari. Dopodiché, è stato fatto ascoltare loro più volte un termine inventato per l’occasione. Uno degli autori della ricerca, Yury Shtyrov, spiega: «All’inizio il cervello doveva fare un duro lavoro per riconoscerlo. Dopo 160 ripetizioni, effettuate in 14 minuti, le nuove tracce della memoria erano indistinguibili dalle altre. Questo suggerisce che per praticare una nuova lingua basta ascoltarla».

Io aggiungo un’osservazione: basta ascoltare l’insegnante. Ora, però, visto che i miei allievi frequentano il liceo scientifico e sono bravi in matematica, consiglierei loro di farsi due conti: ho spesso ripetuto che al termine del biennio dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – conoscere almeno 1600 vocaboli latini; considerando che chi mi ha ascoltata probabilmente di vocaboli ne conosce già un bel po’, quanto tempo dovranno impiegare per imparare a memoria quelli che rimangono?

Ora so che qualcuno borbotterà e, a denti stretti, dirà: perché non l’ho ascoltata prima?

P.S. I consigli sono per gli studenti del biennio. Quelli del triennio sono senza speranza. 🙂

[fonte: Il Corriere]

30 giugno 2009

COME ARRIVARE ALL’ORALE DELL’ ESAME DI STATO IN PERFETTA FORMA

Posted in adolescenti, Esame di Stato, scuola tagged , , , , , , a 4:09 pm di marisamoles

esame oraleAvendo un’esperienza più che ventennale nell’insegnamento, so che la maggior parte degli studenti arriva all’esame stressatissima. Il perché è presto spiegato: l’ultimo anno è di certo il più impegnativo e fin da settembre noi insegnanti abbiamo la pessima abitudine di ricordarglielo. D’altra parte, è per il loro bene, no? Peccato che gli allievi si stressino più a pensare che a fare. In altre parole, all’esame pensano molto facendo molto poco, o comunque impegnandosi in modo non costante.

Quest’anno, in un primo momento, si pensava che per l’ammissione all’Esame di Stato, non ci dovesse essere nemmeno un cinque in pagella. Ecco un altro motivo di stress. Perché se razionalmente avrebbero dovuto impegnarsi di più, emotivamente il pensiero “non ce la farò mai” ha vanificato qualsiasi sforzo per migliorare. Poi il ministro Gelmini ci ha ripensato; basta che la media della pagella sia almeno 6, compreso il voto di condotta. Un sospiro di sollievo, finalmente. Ma anche questa piccola rassicurazione ha danneggiato gli allievi più sfiduciati: il pensiero da “non ce la farò mai, si è trasformato nel più ottimista “va be’ vuol dire che qualche cinque me lo posso permettere”. Ragionamento errato, in primo luogo perché le materie in cui gli allievi affrontano maggiori difficoltà sono state un po’ trascurate, non molto, in verità, perché non sarebbe stato comunque consigliabile arrivare allo scrutinio con dei 4, in secondo luogo perché spesso non si tiene nella dovuta considerazione il punteggio del credito scolastico che, in presenza delle insufficienze, viene inevitabilmente decurtato. Inoltre, gli studenti alle volte non pensano che il credito accumulato costituisce una specie di “tesoretto” che li salvaguarda nel caso di un esame non proprio meraviglioso. Il che può succedere perché, se si aggiunge alla preparazione lacunosa l’emotività e la tensione accumulata nei mesi di studio, l’esito delle prove d’esame può essere deludente anche rispetto alle proprie aspettative.

Ma veniamo al discorso iniziale: come si fa ad affrontare serenamente il colloquio d’esame.
Archiviati gli scritti, in qualunque modo siano andati, lo stress è anche aumentato, specialmente se i risultati non sono quelli sperati. Prima di tutto bisognerebbe arrivare all’orale con la coscienza tranquilla, ma viste le premesse, non sempre lo è. Poi bisogna evitare di stressarsi all’infinito e infliggersi reclusioni forzate che altro non sono che autopunizioni. Non si sa perché, ma pare che più tempo si passa a casa maggiori saranno le possibilità di fare bella figura all’esame. Ma anche questo ragionamento è errato: quella che conta è la qualità del tempo che si dedica allo studio, non la quantità. A casa ci sono mille distrazioni, tanto vale uscire per distrarsi. Una passeggiata con gli amici, un po’ di shopping –senza pensare per forza a quali abiti indossare per l’esame, perché così facendo vi rovinereste anche il piacere dello shopping!-, un salto in palestra o una corsa per mantenere il fisico in esercizio e liberare la mente dai pensieri, possono essere delle soluzioni.

Un altro problema, a parte lo stress, è l’affaticamento mentale. Se all’esame i ragazzi arrivano affaticati significa che non si sono concessi un po’ di riposo. E mi riferisco non solo alle ore di studio, ma anche alle ore sottratte al sonno per motivi vari: la televisione, il computer, i messaggini con il cellulare … Uno studente di diciotto anni dovrebbe dormire almeno otto ore per notte e so che ciò non sempre accade. L’abitudine di far tardi a tutti i costi è deleteria. Poi succede che subentra l’insonnia: più tempo si sta alzati, dedicandosi ad attività che tengono ben svegli, meno ore di sonno ci si potrà concedere. Ma c’è anche chi recupera dormendo fino alle undici o a mezzogiorno. Pure questo comportamento è sbagliato perché, visto che a scuola ci si va alla mattina, gli studenti sono abituati ad essere attivi nella prima parte della giornata. Alzarsi tardi significa “mangiarsi” una bella fetta della giornata e non riuscire ad organizzare al meglio il tempo che rimane.
Dormire bene si può e si deve, ma se ciò non fosse possibile per motivi vari, una tisana a base di camomilla e melissa può essere la soluzione. In erboristeria o in farmacia se ne trovano di svariati tipi.

Ciò che si deve evitare, se non strettamente necessario, –nel caso di un fisico debilitato per altre ragioni- è l’uso di integratori alimentari. Se l’alimentazione è corretta, non servono. Tanto meno possono essere utili gli integratori per la memoria: a diciotto anni la memoria funziona benissimo e un integratore non è una pozione magica che fa venire in mente ciò che nella testa non c’è. Vale a dire: se non si studia abbastanza, non c’è fosforo che tenga.

Ma cosa s’intende per “buona alimentazione”? Innanzitutto un buon equilibrio tra le varie componenti: proteine, vitamine e carboidrati. Bisognerebbe evitare, in particolar modo, di sovrabbondare in carboidrati e proteine, trascurando le vitamine. Ad esempio, se si mangia la carne a pranzo, è meglio non consumarla alla sera. Stesso discorso vale per i carboidrati: non si trovano esclusivamente nel pane e nella pasta, come spesso si è portati a credere. I carboidrati sono degli zuccheri e la nostra dieta ne è piena, a cominciare dalla colazione. Spesso è trascurata dagli studenti, che vanno sempre di fretta, ma è indispensabile per affrontare a giornata. Una brioche o un panino, qualche fetta biscottata con la marmellata, dei biscotti non devono mai mancare, ovviamente non tutti assieme! Se non piace il caffè o il the, il latte è un alimento che sulla tavola della colazione non può mancare. Con un po’ di cacao è delizioso, se accompagnato ai cereali è un pasto energetico quanto basta. Ma se non si tollera il latte o non piace proprio, uno jogurt è un ottimo sostituto, accompagnato da un po’ di frutta. A pranzo e a cena la frutta non è indispensabile; molti dietologi sostengono che rallenti la digestione, quindi è meglio consumarla nello spuntino pomeridiano, oltre che a colazione. Anche un buon gelato alla frutta, però, costituisce un’ottima merenda.
Per la memoria l’ideale sarebbe il pesce ma mi rendo conto che la sua cottura richiede più tempo e pazienza, nonché maggior abilità culinaria che a volte alle mamme mancano, soprattutto il primo. Tuttavia, anche i bastoncini di pesce surgelati vanno benissimo. Ovviamente, essendo fritti, è bene non esagerare.

Non entro nel merito della questione del tempo che dev’essere dedicato allo studio perché quello dipende esclusivamente dagli studenti e dalla loro capacità di concentrazione: è inutile legarsi alla sedia per sei ore di fila quando è scientificamente dimostrato che l’attenzione cala dopo i primi venti minuti. Non significa, ovviamente, che si debba studiare solo venti minuti per ora, ma che ci si debba concedere delle pause e si alternino, possibilmente, argomenti più semplici e quelli più complessi. Anche questa distinzione, tuttavia, è personale: sono i ragazzi stessi a dover distinguere le materie in cui hanno più facilità nello studio e quelle che trovano particolarmente ostiche.

Infine, un consiglio: non studiare fino all’ultimo. Vale a dire, il giorno prima del colloquio si fa solo un ripasso, tanto quello che c’è in testa ormai è esattamente ciò che ci può stare. Per questo è buona norma iniziare a studiare per tempo le materie che non si digeriscono; all’ultimo si rischierebbe solo una … indigestione.
Assolutamente vietato fare tardi la notte prima del colloquio o alzarsi all’alba. Si rischia soltanto di presentarsi davanti alla commissione mezzo addormentati. Bere dieci caffè per tenersi svegli, invece, servirà solo ad arrivare all’esame nervosi e probabilmente con qualche tic che nessuno mai aveva sospettato di possedere. Per esempio, se lo studente si siede al tavolo della commissione con le gambe che “ballano” di continuo, procurerà ai commissari un fastidioso traballamento che di certo non li metterà di buon umore. Poi, non bisogna sottovalutare il fatto che quando il candidato appare tranquillo –anche se non lo è affatto!- dà l’idea di essere preparato e di non temere nulla. Se poi nel colloquio si “perderà”, i commissari potranno pensare che l’emozione, anche se ben nascosta, ha fatto dei brutti scherzi. In certi casi, infatti, la verità non è mai quella che appare … come sosteneva il “nostro” Pirandello.

Pagina successiva

Scelti per voi

Selezione di post che hanno attirato la mia attenzione scelti per voi dalla blogsfera

wwayne

Just another WordPress.com site

Diario di Madre

Con note a margine di Figlia

Scrutatrice di Universi

Happiness is real only when shared.

Like @ Rolling Stone

Immagini, parole e pietre lanciate da Mauro Presini

Dottor Lupo Psicologo-Psicoterapeuta. Battipaglia (SA)

Psicologo Clinico, Terapeuta EMDR di livello II, Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale, Terapia Metacognitiva Interpersonale.

Scaffali da leggere

Consigli di letture, recensioni e frasi tratte dai libri.

Willyco

in alto, senza parere

Macaronea

Considerazioni sparse di una prof di lettere.

Diemme - La strada è lunga, ma la sto percorrendo

Non è vero che sono invincibile, mi rompo in mille pezzi anche io...è solo che ho imparato a non fare rumore. *** Amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno (Catullo) - Non sprecate tempo a cercare gli ostacoli: potrebbero non essercene. Franz Kafka —- Non è ciò che tu sei che ti frena, ma ciò che tu pensi di non essere. Denis Waitley -- Non c'è schiaffo più violento di una carezza negata

viaggioperviandantipazienti

My life in books. The books of my life

oןısɐ,ןןɐ ɐɯ ɐןonɔs ɐ opɐʌ uou

pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti, di ritrattazioni, di sciocchezze e sciocchezzai, di scuola e scuole, buone e cattive, di temi originali e copiati, di studenti curiosi e indifferenti, autodidatti e eterodidatti, di nonni geniali e zie ancora giovani (e vogliose), di bandiere al vento e mutande stese, di cani morti e gatti affamati (e assetati)

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, ATTUALITA' EDITORIALE, DIDATTICA E STRUMENTI PER LA SCRITTURA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

marialetiziablog

salviamolascuolaprimadisubito.com site

Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

Into The Wild

Happiness is real only when shared

Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

A dieta...

...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Le Ricette di Cle

Ricette collaudate per ogni occasione

Messaggi in Bottiglia

Il diario di Cle

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

espress451

"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: