LA TRISTE STORIA DI SERAFINA SCIALÒ

Udine è una piccola città dove le voci corrono veloci, specialmente se sulle labbra scorrono parole che esprimono un sentimento di pietà. In un certo senso, Udine è una città caritatevole.

Nello stesso tempo, è un luogo in cui, per riservatezza o scontrosità mai rivelata fino in fondo (forse per non prendere in prestito l’aggettivo scontrosa, con cui il poeta triestino Umberto Saba definisce la grazia della sua città… ah, quella rivalità tra due città mai del tutto superata!), ognuno si fa un po’ i fatti suoi nella routine delle giornate sempre uguali, dei fatti sempre ben noti. Ma se succede qualcosa e se quel qualcosa interessa una persona un tempo famosa e più avanti travolta dagli eventi, e se un fatto diventa cassa di risonanza per la città stessa a livello nazionale, perché in qualche modo legato a un personaggio, lui sì, ancora famoso, allora le cose cambiano. Non si tace più.

Forse per quella riservatezza che mi ha contagiata negli oltre trent’anni di vita vissuta nel capoluogo friulano, non ho voluto parlare prima di un fatto di cronaca che, in quest’ultima settimana, ha fatto discutere molto e suscitato sentimenti assai diversi e forse insoliti per la pacatezza dei cittadini udinesi.

Lo scorso venerdì (17, per la precisione), è stata trovata senza vita nell’appartamento cittadino, una donna di 63 anni che non dava notizie di sé dai primi di gennaio. Essendo dipendente di una scuola di Udine e non essendosi presentata al lavoro alla ripresa delle lezioni dopo la pausa natalizia, gli stessi colleghi hanno fatto scattare l’allarme e, allertate le Forze dell’Ordine, è stata fatta la macabra scoperta.

La donna, originaria di Catanzaro, risiedeva da decenni a Udine. Si chiamava Serafina Scialò. Nome e cognome che non dicono nulla ai più, se non ai vicini di casa (con cui, a quanto pare, aveva pessimi rapporti), i colleghi e quei pochi che la conoscevano frequentando Borgo stazione dove la sventurata abitava.

Il quotidiano locale, il Messaggero Veneto, ha dato tempestiva notizia della morte di Serafina Scialò e il giorno successivo sulla locandina ben in mostra davanti a tutte le edicole si leggeva, scritto a caratteri cubitali, “Trovata morta la ex moglie di un noto cantante”. Né nome né cognome dell’ex, ma per tutti coloro che avevano letto la notizia sulle pagine del quotidiano on line i dati anagrafici del “noto cantante” non erano un mistero: Umberto Tozzi.

Solo due giorni dopo la notizia inizia ad avere una risonanza nazionale, dapprima con qualche articolo stringato che perlopiù riprendeva quanto riportato dal Messaggero Vento, senza aggiungere nulla. Serafina Scialò: una donna fino a quel momento sconosciuta, nonostante la celebrità – si parla comunque di luce riflessa – di un tempo. Eppure, leggendo gli articoli che si fanno via via più numerosi e dettagliati con il trascorrere dei giorni, si viene a scoprire che questa ex non moglie, come ci tiene a precisare Umberto Tozzi in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ma semplicemente convivente – era stata per il cantante torinese la musa ispiratrice. La loro storia d’amore, iniziata verso la metà degli anni Settanta e terminata nel 1984, un anno dopo la nascita di un figlio, aveva ispirato canzoni di successo come «Donna amante mia», «Gloria», «Ti amo» e «Stella stai». Assieme alla compagna di allora Tozzi cantò anche il brano «Tre buone ragioni».

A pochi giorni dal ritrovamento del corpo della Scialò, senza esprimere alcun sentimento di dolore, Tozzi si affrettava a dire che dopo la separazione la donna non solo aveva incassato, in modo fraudolento, due assegni da lui firmati in bianco «per pagare dei fornitori», per un totale di 450milioni di vecchie lire, ma per anni aveva reso impossibile qualsiasi rapporto con il figlio Nicola Armando, nonostante l’intervento del giudice e i numerosi viaggi a vuoto in quel di Udine. Serafina, infatti, dopo la fine della storia d’amore con Tozzi era ritornata a vivere nella città di adozione.

Per amore del figlio, a detta del cantante, la denuncia per truffa e appropriazione indebita non aveva avuto seguito. Un amore paterno che, tuttavia, non avrebbe potuto coltivare per l’atteggiamento ostativo dell’ex compagna. Una “verità” che viene prontamente smentita dal figlio Nicola Armando il quale, in un’intervista concessa al Corriere della Sera e pubblicata oggi, afferma che la madre non avrebbe mai incassato quegli assegni e che si sarebbe sempre arrangiata lavorando per mantenere entrambi. Tozzi, sempre a detta di Nicola Armando, avrebbe pagato il mantenimento «solo quando glielo ordinò il tribunale e senza indicizzarlo. E avrebbe dovuto comprarci una casa che non comprò.»

Una storia triste, soprattutto pensando che di fronte alla morte non si dovrebbe lasciare libero sfogo al risentimento. Quello del cantante, che si precipita a dire «L’ho perdonata per il male che ha fatto a me e a nostro figlio», e quello del figlio che, pur essendosi riavvicinato al padre negli anni, frequentando la sua nuova famiglia (Tozzi, infatti, dal 1995 è sposato che Monica Michelotto da cui ha avuto altri due figli, Gianluca e Natasha), non ha mai trovato in lui la figura paterna di cui avrebbe avuto bisogno.

Tozzi è un cognome che se può, evita di usare, ci tiene a precisare Nicola.

«Io mi sono preso il mio posto nel mondo chiamandomi Nicola, non Tozzi. Ho un secondo nome e dico: piacere, Nicola Armando. Aggiungo Tozzi se proprio devo. E, se mi chiedono “parente di?”, rispondo di no».

Da quanto si legge nell’intervista, dal padre non ha avuto nessun aiuto economico, dal momento che Nicola ha dovuto interrompere gli studi di Giurisprudenza per lavorare: «Faccio un lavoro umilissimo di fatica, sono uno dei tanti che si alza presto, torna tardi ed è fiero di quello che fa».

L’umiltà va di pari passo con la dignità. Per questo le parole di Riccardo Fogli, grande amico di Tozzi, nel commentare il ritrovamento del cadavere di Serafina Scialò, mi hanno particolarmente irritata: «È una fine molto triste — ha commentato l’ex cantante dei Pooh —. Essere la ex di una star e guadagnarsi da vivere facendo le pulizie in una scuola. La vita è strana e spesso spietata. Morire da soli così… Mi spiace per Umberto che è una persona buona e sensibile e un caro amico. La Scialò è stata un pezzo importante della sua vita di uomo e di artista».

La Scialò di oggi era, invece, una donna sola e a quanto pare ancora innamorata dell’ex. Così afferma la sua amica d’infanzia Gloria (chissà se il suo nome ha ispirato la canzone…), intervista dal Corriere della Sera: «Non soltanto penso che fosse ancora innamorata di Umberto, ma sono anche certa che dopo che si sono lasciati nella sua vita non ci sia stato più alcun fidanzato».

Sembrano profetiche, a questo punto, le parole del testo della canzone “Tre buone ragioni” (vedi video sopra), unica performance canora della coppia Tozzi-Scialò:

Primo non amo che te
e un’altra non esiste in questo mondo
secondo perché mi manchi a poco a poco
e terzo questo amore non è un gioco

Nella sua vita Serafina ha affrontato sofferenze, abbandoni, solitudine. Forse per questo, almeno a quanto si legge sulla sua pagina Facebook, i suoi nervi erano a pezzi. Si sentiva perseguitata, accusava i condomini del suo palazzo di avercela con lei, a suo dire il titolare di un bar vicino addirittura l’avrebbe minacciata di morte. In un post pubblicato a dicembre chiedeva aiuto, forse sentiva la fine della sua esistenza tormentata ormai vicina, se era arrivata a chiedere che sul suo corpo venisse fatta l’autopsia. Sono scritti attribuibili a una donna fragile, quasi disturbata. Forse i 36 anni passati lontano dal suo unico amore e in una condizione che i fasti di un tempo non lasciavano presagire, l’hanno portata al delirio.

Per i magistrati, ad ogni modo, la morte è attribuibile a “cause naturali” ed è stata disposta la restituzione della salma alla famiglia. Ma anche per l’estremo saluto la cattiveria della gente non si è risparmiata: il figlio aveva chiesto al parroco di una chiesa cittadina di celebrare le esequie della madre, ricevendo il rifiuto per evitare, questa la giustificazione, l’esposizione mediatica.

Ma davvero un prete può pensare questo? Si preoccupa più di un’affluenza imponente di gente curiosa e di giornalisti (che, a parer mio, non ci sarebbe stata) che dell’anima di una donna morta in solitudine? Questo novello don Abbondio non dovrebbe nemmeno indossare l’abito sacerdotale poiché non dimostra quella caritas che dovrebbe essere la dote indispensabile per un uomo di Chiesa.

Al di là del rito funebre negato nella chiesa cittadina (si terrà comunque mercoledì nella cappella del cimitero di San Vito), mi auguro che l’ultimo viaggio di Serafina sia più felice della sua travagliata esistenza.

[le immagini sono tratte dagli articoli del Corriere e del Messaggero Veneto linkati]

CON LE LACRIME AGLI OCCHI

lacrime2AGGIORNAMENTO DEL POST “MI SONO ROTTA!”

Capita anche a voi che, quando vi succede qualcosa (non dico malattie gravi, anche una semplice storta alla caviglia), tutti sono pronti a dire la loro, come fossero i massimi esperti in materia? Premetto che la mia domanda non è maliziosa, non voglio criticare, anzi, credo di avere anch’io questo “vizio” … insomma, non è proprio un vizio quanto piuttosto una molla che scatta nel nostro cervello e che, a pensarci bene, vorremmo bloccare ma non ci riusciamo. E’ qualcosa di irresistibile, qualcosa di incontenibile, un po’ come quando scappa la pipì …

Torniamo indietro di quasi due mesi, a quel 28 ottobre, data funesta non solo perché ricorda la marcia su Roma, quanto piuttosto perché a me personalmente ricorda la mia marcia verso casa – ah, quel brutto vizio di camminare come fossi un soldato in piazza d’armi, intento nelle esercitazioni – conclusasi con una rovinosa caduta a terra. L’esito, come sa chi ha letto il precedente post, è stata una frattura alla testa dell’omero che mi ha costretta all’immobilizzazione del braccio e della spalla per oltre un mese.

Finché avevo il tutore pochi hanno commentato, al di là del “poverina-come-mi-dispiace” e del “guarda-tu-che-sfiga”, ma non sono mancati i commenti consolatori del tipo “meglio-un- braccio-che-una-gamba” e “meno-male-che-non-sei-mancina”. Da quando l’ho tolto, però, tutti hanno iniziato a descrivere con dovizia di particolari il periodo della riabilitazione. Tutto un “poverina-fa-malissimo-speriamo-bene”, “non-credere-di muovere-il-braccio-prima-di-tre-mesi”, “non-andare-in-quel-centro-di-riabilitazione-sono-dei-cani” …

Insomma, le esperienze sono personali e in casi come questo, pur comprendendo che i commenti e i consigli, peraltro, non richiesti, fossero dettati dall’affetto che la gente nutre per me, sarebbe meglio tacere. Da parte mia, io non sono una che, come si suol dire, si fascia la testa. Ho atteso pazientemente le istruzioni dello specialista, ha seguito le sue prescrizioni e mi sono affidata alle mani esperte di una gentile fisioterapista che in breve si è rivelata essere una vera e propria torturatrice. Però non sono partita dicendo “mi-farà-malissimo-che-ne-sarà-di-me”.

Una cosa posso dirla: ho sofferto molto durante il periodo dell’immobilizzazione, sto soffrendo da cani durante la riabilitazione, soffrirò ancora per le prossime settimane, forse mesi, nell’attesa che tutto finisca, confidando nel fatto che il mio braccio riprenda a funzionare al 100%, senza troppa convinzione, comunque. Sono pessimista ma a ragion veduta. Non lo sono stata nelle settimane successive alla mia caduta, lo sono adesso perché mi rendo conto che la riabilitazione sarà lunga e difficile perché troppi sono i problemi che devo affrontare, indipendentemente dalla spalla che, avendo subito una frattura, logicamente non ha una grande mobilità.

Per non tirarla per le lunghe, mi fanno male la mano e il polso (anche ora sto facendo difficoltà a scrivere usando la sinistra – perché me l’ha imposto la fisioterapista – quando d’istinto userei ancora solo la mano destra); il gomito ha sofferto chiuso nel tutore e si è risvegliata l’epicondilite che negli ultimi anni era stata tranquilla, si svegliava un po’ ma era più un dormiveglia che altro; tutta la muscolatura del braccio, specialmente la parte superiore, è compromessa, e lasciamo perdere la spalla che, in questo quadro tutt’altro che edificante, è proprio la parte che mi fa meno male.

Arrivo ora al titolo di questo post.
Io sono una che soffre in silenzio, ho una soglia altissima del dolore, prima di lamentarmi devo proprio essere al limite della resistenza fisica e psichica. Durante queste sedute di fisioterapia ho le lacrime agli occhi, non un piagnucolare sordo e asciutto, proprio lacrimoni che colano ai lati del viso e s’infrangono sul “lenzuolo” di carta che ricopre il lettino, giacché gli esercizi che mi distruggono completamente non sono tanto quelli che svolgo in piedi o seduta, quanto quelli che la terapista mi fa fare da distesa.

Ecco, questo è tutto. Non scrivo per suscitare la vostra pietà – ci sono altre cose ben più serie nella vita, ben più meritevoli di destare preoccupazione e commiserazione – solo per dirvi che qualche volta soffrire in silenzio fa sentire ancora di più il dolore. Quando se ne rendono partecipi gli altri, ci si sente un po’ meglio.

Ora sto abbastanza bene.

NELLA TESTA DEGLI UOMINI


Nella testa degli uomini c’è un cervello più grande che in quella delle donne. Secondo studi scientifici approfonditi, il cervello maschile ha una massa maggiore del 10% rispetto a quello femminile. Ma la massa non è tutto: in fondo, la saggezza popolare ci ha insegnato che nella botte piccola sta il vino buono. Allo stesso modo, nel “piccolo” cervello di una donna ci sono più neuroni. Ma non è tutto: la distribuzione dei recettori per i neurotrasmettitori, molecole che consentono ai neuroni di “parlare” tra loro, è diversa tra i due sessi.

Pare che questa differenza sostanziale tra il cervello maschile e quello femminile inizi già durante la fase della gestazione: gli ormoni sessuali, estrogeni e androgeni, oltre ad indirizzare lo sviluppo fisico del futuro bambino sono in grado di modificare l’organizzazione cerebrale in un senso o nell’altro. In pratica, il bagno ormonale in cui siamo immersi nel pancione condiziona la formazione delle sinapsi, cioè i collegamenti tra neuroni. E crea le prime, importanti, differenze tra il cervello maschile e quello femminile.

Molte delle differenze che si attribuiscono ai due sessi nella vita pratica sono decisamente luoghi comuni che lasciano il tempo che trovano. Quando si dice che le donne sono negate per la matematica (io di sicuro!) e le scienze mentre sono più portate per le arti e la letteratura, non si può generalizzare. Fosse così, non sarebbe mai esistita Madame Curie e Rita Levi Montalcini non avrebbe ancora il cervello così attivo, e occupato nella ricerca scientifica, pur avendo superato il secolo di vita. D’altra parte, dovremmo negare talenti artistici come Picasso o letterari come D’Annunzio (solo per fare degli esempi, naturalmente).

Alcuni dei luoghi comuni più diffusi, tuttavia, hanno un fondo di verità. Ad esempio, secondo la ricercatrice Luann Brizendine, neuropsichiatra e direttrice di una clinica di San Francisco, in media le donne utilizzano il triplo delle parole proferite dagli uomini (20 mila contro 7 mila). Quanto a chiacchiere, quindi, le femmine non le batte nessun maschio: parlano più velocemente e per farlo impiegano più cellule cerebrali. E chi sostiene che le donne ci prendono gusto a parlare, cosicché più parlano più soddisfatte sono, dice la verità. Secondo la Brizendine, infatti, le sensazioni che provano mentre chiacchierano sono paragonabili a quelle dell’ebbrezza. «Le donne hanno un’autostrada a otto corsie per elaborare le emozioni, mentre gli uomini l’equivalente di un sentiero di campagna» spiega la ricercatrice.
Ecco spiegato il motivo per cui spesso accade che la donna incavolata rovesci addosso all’uomo una valanga di parole con cui spiegare lo stato d’animo, mentre l’uomo, visibilmente scuro in volto e, quindi, incazzato per un motivo imprecisato, alla domanda “Che c’è?“, risponde, tanto laconicamente quanto falsamente, “niente“.

Se poi vogliamo indagare in un campo prettamente maschile, quello dell’orientamento, allora dobbiamo proprio ammettere che gli uomini se la cavano decisamente meglio delle donne con le cartine stradali. È scientificamente provato, infatti, che le loro aree cerebrali deputate al senso dell’orientamento sono più sviluppate. Questo accade, probabilmente, per ragioni legate all’evoluzione: dovendo andare a caccia, l’uomo ha sviluppato maggiormente questo senso perché era assolutamente indispensabile per lui non perdersi e ritrovare la strada di casa … ovvero caverna.
Però è anche vero che oramai, nell’era del GPS, lo sviluppo di questo senso è ormai quasi inutile, quindi possiamo affermare che gli uomini, pur avendo il cervello più grande, utilizzano solo parzialmente le sue potenzialità, visto che le nuove tecnologie le hanno soppiantate in parte. In altre parole: un vero spreco di neuroni.

Il cervello della donna, anche se è più piccolo, oltre ad avere una maggior quantità di neuroni, pensa meglio, nel senso che sfrutta tutte le sue potenzialità. Senza contare che, secondo gli studi di una ricercatrice canadese, Adrianna Mendrek, del Dipartimento di psichiatria dell’università di Montreal, la massa cerebrale femminile è più attiva. In altre parole, il cervello dell’uomo si riposa di più. «In realtà, tutti i cervelli sono sempre attivi. E’ una questione di grado, ma possiamo dire che il cervello maschile si riposa più e meglio di quello delle donne.», spiega la ricercatrice e aggiunge: « Non siamo ancora in grado di dire quanto è responsabile la pressione sociale e quali sono gli ormoni in questa differenza biologica. Nella nostra società attuale, le donne sono costantemente preoccupate per molteplici fattori e devono gestire più cose rispetto agli uomini, quindi questo risultato non è sorprendente.».

Detto questo, ce n’è abbastanza da poter controbattere a tutti quegli uomini che, ancor oggi, considerano le donne esseri inferiori, nonostante abbiano dimostrato delle potenzialità pari a quelle degli uomini in ogni ambito professionale. Tuttavia, è nella vita di tutti i giorni che si può osservare la differenza tra i due sessi anche solo nel modo di pensare e di adattarsi alle situazioni.

Ma come pensa un uomo? Bella domanda. Io non l’ho ancora capito, tuttavia cercherò di esprimere qualche parere sulla base empirica della semplice osservazione dei miei tre uomini (marito e due figli maschi, che vi credete!).

Il senso della misura. Nell’uomo manca quasi completamente. Nonostante mio marito, per mestiere, usi spesso il metro, quando si tratta di “andare a occhio”, sono più brava io. Avete presente quando dovete acquistare un mobiletto destinato ad incastrarsi da qualche parte in casa? Io a occhio so se ci sta o non ci sta; mio marito, invece, scopre che ho ragione solo dopo aver accuratamente preso le misure. E qualche volta sbaglia anche con il metro. Quando mi sono sposata, lui e un amico arredatore hanno preso le misure dei divani, uno grande e uno più piccolo, da sistemare ad angolo contro due pareti del soggiorno. Li ho lasciati fare. Ma all’arrivo dei mobili, mi sono subito resa conto che così come avevano progettato, i mobili non potevano starci. Qual è stato il problema? Aver preso le misure considerando i divani uno incastrato nell’altro, ovvero senza tener conto dello spazio che si creava nell’angolo tra i due divani. Il problema è stato risolto dalla sottoscritta rivoluzionando la sistemazione di tutto il mobilio della sala. I miei neuroni hanno decisamente funzionato meglio. Forse quelli dei due uomini, al momento della progettazione, erano a riposo, anche se loro non lo sapevano.

Verità e bugia. Gli uomini mentono, come le donne d’altronde, ma lo fanno convincendosi che quella sia proprio la verità. Un esempio? Se io passo insonne mezza nottata e sento mio marito russare (tant’è che addormentarmi risulta ancora più difficile, visto che insonnia e certi rumori mal si conciliano), perché il mattino dopo la mia dolce metà si lamenta del fatto che non l’ho lasciato dormire con il mio russare incessante?

Il dolore. Madre natura ha creato la donna per mettere al mondo dei figli. Va da sé che l’ha creata anche per sopportare meglio il dolore. Gli uomini, invece, se solo hanno una linea di febbre sembrano moribondi. Stanno a letto (le donne, al contrario, l’influenza se la fanno quasi sempre in piedi) e pretendono di essere serviti in modo tale da appagare qualsiasi richiesta, anche quelle che, in condizioni normali, non si sognerebbero mai di esprimere. Le spremute, ad esempio. Quando l’uomo ha la febbre, pretende le spremute di arancia perché hanno la vitamina C e li aiuta a combattere i sintomi influenzali. Cosa sacrosanta, tra l’altro, ma per ottenere una dose non ridicola di vitamina C la donna dovrebbe spremere tre chili di arance alla volta, quindi si stufa ben presto di tali richieste e non crede minimamente che i lamenti di dolore che provengono dalla camera da letto siano reali. Nel 90% dei casi è tutta scena perché l’uomo sa perfettamente che, non essendo nato per procreare, ha la soglia del dolore più bassa e se ne approfitta anche quando non è affatto il caso. [vedi l’aggiornamento più sotto]

Uno sguardo al futuro. Quando pensa al futuro, l’uomo non è in grado di proiettarsi mentalmente nel domani. Ovvero, pensa al futuro come se fosse una dilatazione del presente senza la prospettiva di alcuna modificazione. È questione, dico io, di elasticità mentale. Faccio un esempio. Quando il mio primogenito aveva ancora il pannolino a tre anni (probabilmente la nascita del fratello l’ha fatto regredire, quindi io non me ne curavo affatto), mio marito, esasperato da quella situazione, gridava: “Se non facciamo qualcosa, questo parte militare con il pannolino!”. A parte il fatto che, sfortunatamente, nessuno dei miei figli ha dovuto sottostare alla leva obbligatoria, è del tutto inutile che puntualizzi che il mio primogenito ha superato la maggiore età da qualche anno e non porta il pannolino.

Di chi è la colpa? Per l’uomo, sempre della donna. Ma, onestamente, è vero anche il contrario, nonostante gli uomini siano più restii ad ammettere gli errori e anche quando ne sono consapevoli, trovano il modo per far ricadere la colpa sulle innocenti donne. Faccio riferimento ad una situazione che si è verificata l’estate scorsa. Eravamo, mio marito ed io, in viaggio verso la Toscana. Pur avendogli regalato il navigatore satellitare (cosa che ho fatto per non essere colpevolizzata perché non so leggere le cartine stradali), mio marito ha deciso di farne a meno, tanto in autostrada non ci si perde. Peccato, però, che non avesse fatto i conti con il nuovo “passante di Mestre” che avrà pure eliminato le code interminabili, ma ha decisamente complicato la viabilità autostradale. Ovvero, l’ha complicata a chi per la prima volta passa di là. In breve: io mi fidavo dell’istinto e continuavo a dire che si doveva proseguire seguendo le indicazioni per Milano finché non avessimo incontrato quelle per Bologna; mio marito, invece, non convinto, è uscito dall’autostrada (nonostante il “passante” sia stato creato proprio per non uscirvi) per controllare con calma, visto che io non ero capace di orientarmi con la cartina, come proseguire. Dopo aver capito che avevo ragione io, sono passata dalla parte del torto perché non si può viaggiare con una che non sa leggere una carta o si lamenta della nausea che la coglie se la legge (senza capirci nulla, tra l’altro). E il navigatore satellitare? Ho protestato timidamente. Quello in autostrada non serve. Ma va?

Ordine e disordine. All’origine di tutto ci fu il Caos. Per gli antichi Greci era una divinità infernale, relegata negli abissi, dopo aver generato un po’ di figli, sia buoni sia cattivi. Il Caos, ne sono certa, era maschio. Gli uomini ne portano inequivocabili gli strascichi ancestrali. I miei figli, ad esempio, non sembrano nemmeno miei, sono figli del Caos. Pur cresciuti con una madre (e un padre) ordinati, hanno totalmente dimenticato i buoni insegnamenti, seguendo d’istinto la divinità primigenia. Sono convinti, ad esempio, che gli indumenti sporchi siano dotati di gambe e che autonomamente siano in grado di infilarsi nel cesto dei panni da lavare. Nonostante sia evidente ai loro occhi che i loro vestiti usati non godano di questa autonomia, i miei figli attendono fiduciosi e lasciano che si accumulino sulle sedie, quando non addirittura sul pavimento, della loro stanza. D’altronde sanno che prima o poi passa la divinità celestiale, con le fattezze della madre, che combatte strenuamente contro il Caos, figlio degli Inferi, e vince l’ardua lotta riportando l’ordine.
Inutile dire che ripeto sempre ai miei figli che il disordine in cui vivono è lo specchio del disordine mentale. Quando lo dico, evidentemente, i loro neuroni stanno facendo un pisolino.

[fonti: LINK1, LINK2, LINK3; immagine cervello donna da questo sito]

AGGIORNAMENTO DEL POST, 21 GENNAIO 2011

Ecco che un articolo de Il Corriere capita a fagiuolo, come si suol dire, e mi dà ragione sulle osservazioni fatte a proposito dell’uomo e il dolore:

Il padre di famiglia è sdraiato a letto con lo sguardo immobile e rassegnato e da giorni giace supino con espressione affranta, mentre il naso gocciola inarrestabile e dalla bocca fuoriescono gemiti agonizzanti. Ha trentasette e due. La madre di famiglia – con trentotto – ha fatto i letti e la spesa, accompagnato i bimbi a scuola e va a lavorare. Tutto senza lamentarsi. Alzi la mano chi non ha mai assistito in vita propria a uno scenario simile, tanto da pensare che il cosiddetto sesso forte alle prese con la banale influenza reagisca in modo assai poco forte.

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