23 aprile 2016

IL PRINCIPINO GEORGE E OBAMA

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, web tagged , , , , , , , , , , , , a 12:13 pm di marisamoles

epa05273056 A handout picture made available by Kensington Palace on shows US President Barack Obama (C) and US First Lady Michelle Obama (back-C) meeting Price George (R) while his father Prince William the Duke of Cambridge (L) looks on at Kensington Palace, London, Britain, 22 April 2016. Obama is currently on a four-day state visit to Britain.  EPA/PETE SOUZA / PRESS ASSOCIATION / KENSINGTON PALACE / HANDOUT UK AND IRELAND OUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Chi mi segue sa che sono una fan di William, Kate e famiglia. Da quando sono nati i due eredi, George e Charlotte, la coppia reale pubblica regolarmente le fotografie della felice famiglia, esattamente come qualsiasi mamma e papà, orgogliosi dei figlioletti che crescono e si fanno sempre più belli.

La fotografia che ritrae il principino George che allunga la mano, in segno di saluto, al presidente USA Barack Obama, in visita a Kensington Palace (residenza ufficiale di William e Kate), è davvero speciale. Non opera dei soddisfatti genitori ma dei fotografi presenti nel salone del palazzo, autorizzati ad immortalare lo storico evento. La cosa che salta subito all’occhio è la mise di George: vestaglia da camera e pigiamino color pastello, abbigliamento tipico di chi sta per andare a nanna. Non senza aver salutato, da perfetto padrone di casa, l’illustre ospite.

Ora ci sarà sicuramente chi obietterà che i bambini “normali” di certo non indossano una vestaglia. Forse non tutti, ma i miei figli sì. Quand’erano piccoli, più o meno dell’età di George, avevo acquistato due splendide vestaglie scozzesi – una blu e una rossa – per evitare che prendessero freddo, d’inverno, in quel lasso di tempo che inevitabilmente passava dacché erano pronti per la nanna e il momento preciso in cui si decidevano davvero ad andare a letto.

La vestaglia rossa del più piccolo tornò utile anche quando, all’età di tre anni e mezzo, fu ricoverato in ospedale per l’intervento di asportazione di un’ernia inguinale congenita.
Ricordo ancora quando, al momento del pranzo, il giorno stesso del ricovero, il mio piccolo indossò la vestaglia per sedersi a tavola. Il tutto senza che io gli dicessi nulla. Quando arrivò l’inserviente con il pasto, lanciò un’occhiata esterrefatta e, commentando l’abbigliamento del bimbo, esclamò: “E chi è questo, un lord inglese?”.

Come si dice? La classe non è acqua. E anch’io, umile plebea, ho avuto i miei piccoli principi… in vestaglia e pigiamino.

[immagine da questo sito]

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6 maggio 2013

KEIRA E VALERIA, SPOSE DI MAGGIO

Posted in donne, matrimonio, vip tagged , , , , , , , a 3:12 pm di marisamoles

99-237644-000007Lei è Keira Knightley, attrice inglese, classe 1985, con alle spalle una carriera di tutto rispetto. Una persona semplice, alquanto schiva, ricca e famosa ma non per questo si è montata la testa. Ricordo la polemica scoppiata nel 2004 quando nella locandina di King Arthur (pellicola che non ebbe molto successo di pubblico ma che consacrò definitivamente Keira, nelle vesti della regina Ginevra) le ritoccarono il seno, poco generoso, e lei si infuriò. Da allora sono passati nove anni e la sua spontaneità emerge anche dalle fotografie del suo matrimonio.
Il 4 maggio l’attrice ha sposato, in Provenza, James Righton, tastierista della rock band Klaxons. Il rito civile è stato celebrato nel municipio di Mazon alla presenza di soli 11 persone. Poi la coppia ha festeggiato le nozze con una cinquantina di invitati, fra amici e parenti, nel casale di famiglia.
La sposa indossava un abito semplice – dicono riciclato – e delle graziose ballerine ai piedi. Un semplice completo blue per lui che sembra poco più che adolescente.

marini sposaQuest’altra sposa di maggio non credo abbia bisogno di presentazioni. Ieri la quarantaseienne show girl italiana, la Valeriona nazionale, ha sposato l’imprenditore Giovanni Cottone nella basilica dell’Ara Pacis Coeli di Roma. Fasciata da un abito, ovviamente bianco, stile sirena tutto pizzo e velo con strascico, è arrivata davanti alla chiesa e subito protetta, grazie a qualche decina di bodyguard, dall’assalto dei paparazzi (uno dei quali pare abbia bestemmiato al suo arrivo) ansiosi di riprenderla. Per coprire la sposa sono stati utilizzati degli ombrelli bianchi perché l’esclusiva delle fotografie era già stata concessa a qualche rivista. Senza contare la diretta Tv della cerimonia, mandata in onda su Rai 1 all’interno della rubrica “Così è la vita”, condotta da Lorella Cuccarini.
Otto testimoni per gli sposi, quattro a testa, fra cui celebrità come la Cucinotta, la Trump e Bertinotti. A seguire un ricevimento a Villa Piccolomini con 700 invitati a cui la Marini ha chiesto «un tocco d’oro nel proprio look».

Dicono che la classe non sia acqua. Personalmente credo che l’eleganza, la sobrietà, il bon ton siano insiti nel codice genetico di una persona. C’è che ci nasce e chi no.

[foto Keira da questo sito; foto Valeria da questo sito]

6 marzo 2013

QUANDO INDOSSARE LE CALZE ERA SINONIMO DI ELEGANZA

Posted in donne, moda tagged , , , , , , , , , , , , , , , a 5:32 pm di marisamoles

storia calze
Non so se l’avete notato: da qualche tempo va di moda non indossare le calze (o i collant) in tutte le stagioni. Specie nello star system uscire di casa con le gambe coperte, d’inverno soprattutto, per recarsi a qualche serata mondana, alle sfilate di moda, a qualche trasmissione televisiva come ospiti, alla consegna di un premio o semplicemente per fare shopping in centro, pare sia diventato molto out. Insomma, sotto il cappotto niente … o quasi.

Ricordo un matrimonio a cui partecipai, appena ventenne, in pieno luglio. La temperatura era prossima ai 30° eppure mia madre mi obbligò ad indossare un collant velatissimo perché, diceva, andare a nozze senza calze era una cosa davvero da cafoni. Così, con addosso il mio bel vestitino di seta pura color rosa (confezionato dalle mani di fata della mia mamma), i collant e il cappellino in testa, in tinta con l’abito e con tanto di veletta (altro accessorio cui non si deve rinunciare mai, secondo la genitrice, in occasione di un matrimonio), uscii di casa e … fui derisa da tutti. Ecco il prezzo che si deve (doveva?) pagare per essere eleganti. Ma, come diceva l’amato Poeta: tra li lazzi sorbi / si disconvien fruttare al dolce fico (lo lascio al maschile ché è meglio).

Per il mio matrimonio scelsi di indossare le calze e il reggicalze, uno di quelli che mia mamma indossava negli anni Cinquanta, tutto di raso e pizzo guarnito con un piccolo nastro di seta azzurro … la tradizione che impone alla sposa di indossare qualcosa di vecchio e di azzurro era salva. Naturalmente nessuno ebbe da dire alcunché, anche perché nessuno mi sollevò la vaporosa gonna dell’abito da sposa né io l’alzai, come si usa, per fare vedere la giarrettiera.

Insomma, per la mamma non è concepibile andare a teatro o a qualche cerimonia pubblica senza indossare le calze. Ma quando sono state inventate?

Già nelle tombe dei faraoni egizi sono stati ritrovati frammenti di calze lavorate a maglia, mentre si sa che gli antichi Romani avvolgevano le gambe con fasce di tela o lana. L’uso delle calze (parola che deriva da calcea, d’uso nel latino tardo settentrionale, derivata dal maschile calceus che indicava la scarpetta di cuoio fine indossata in casa oppure nella commedia teatrale, che a sua volta sembra derivare da calx, “tallone”) era un tempo esclusiva delle donne più ricche e comunque non era un vezzo poiché una signora non poteva andare in giro mostrando le gambe. Fu così che solo nel Medioevo, dopo il 1300, si diffusero le calze di panno e di seta, lunghe fino al ginocchio e quasi sempre di colore rosso.

Solo intorno al 1400 le dame veneziane diffusero la moda delle calze lunghe, antenate della più moderna calzamaglia, ricamate a mano e impreziosite da trine e merletti.
Nel 1589 l’inglese William Lee inventò il primo telaio per produrre le calze in serie. La produzione divenne sempre più imponente con il passare dei decenni, fino ad arrivare, nel Seicento, alla nascita della potente corporazione inglese dei “calzettai”.

Durante il Rinascimento fecero anche la loro comparsa le prime giarrettiere che, in verità, erano solo dei laccetti che stringevano le calze sulle gambe.
Nel Seicento si impose il corsetto, una specie di guaina che avvolgeva il corpo della donna da sotto il seno fino al ventre, composto da tela rinforzata da stecche. Ben presto divenne l’indumento intimo per eccellenza; nell’Ottocento, infatti, tutte le donne volevano avere il “vitino da vespa” (Rossella O’Hara docet).

Proprio nel XIX secolo l’utilizzo delle calze, di lana o seta, ebbe il suo exploit. Poiché era sconveniente per una donna mostrare le gambe, le calze portavano un decoro (intarsio o ricamo) sul collo del piede o sulla caviglia. Erano sorrette dalla giarrettiera che, secondo una leggenda, fu inventata da Gustav Eiffel (sì, proprio quello della torre parigina!), ma in realtà fu il merciaio Fereol Dedieu a idearne, nel 1876, un prototipo destinato ad essere sostituito dal più comodo reggicalze, creato dal sarto Paul Poiret attorno al 1910. Pare che l’immagine di Marlene Dietrich, seducente nel suo reggicalze nero, che comparve nella locandina del film L’angelo azzurro, abbia contribuito a lanciare questo
indumento intimo.

marlene dietrich

Fu, però, soltanto negli anni Trenta che l’uso delle calze si impose definitivamente, grazie all’invenzione della fibra di nylon, la prima fibra sintetica definita “resistente come l’acciaio e delicata come una ragnatela”. La ditta che ne iniziò la produzione si trovava negli Stati Uniti d’America.
Il chimico francese Eleuthère Irènèe DuPont de Nemours, immigrato nello stato americano del Delaware, nel 1802 aveva aperto un impianto per la produzione di polvere nera. Da quella piccola azienda di tipo familiare nel 1938 uscì il nylon inventato da Wallace H. Carothers.
La vendita delle calze di nylon all’inizio fu esclusiva di pochi negozi di Wilmington, il centro in cui aveva sede la DuPont de Nemours. Ma la richiesta che ben presto provenne da tutto il Paese, convinse la piccola azienda a distribuire il prodotto sul mercato americano. Dopo il primo anno le vendite avevano già raggiunto la quota di 64.000.000 paia, decretandone il successo.

Erano calze eleganti con la cucitura dietro la gamba che aveva il pregio di impreziosire l’arto femminile. Tant’è che quando, con lo scoppio della II Guerra Mondiale, la produzione fu interrotta, le donne si disegnavano sulle gambe quella cucitura posteriore, quasi potessero rinunciare alle calze ma non al vezzo.
Negli anni Cinquanta si assiste a un vero e proprio boom: le calze di nylon rinunciano alla cucitura ma vengono prodotte in svariati colori e velature. La produzione lievita e i costi diminuiscono, portando l’indumento intimo alla portata di tutte le gambe, o quasi.

sofia loren

Quando, negli anni Sessanta, sempre grazie al marchio DuPont, viene lanciato sul mercato un nuovo materiale sintetico, la lycra, inizialmente utilizzata nelle calze medicali, il passo verso i collant è breve. Contemporaneamente all’invenzione della minigonna, idea geniale dell’inglese Mary Quant, s’impone il collant di pizzo, antesignano dei più moderni collant decorati in modo vario e dei nuovissimi footless (o leggins che dir si voglia). Siamo arrivati agli anni Settanta e la fantasia delle case produttrici di collant pare sfrenata. Contemporaneamente tornano di moda le calze ma le giarrettiere e i reggicalze sono definitivamente chiusi nei bauli delle nonne e bisnonne: è ormai giunta l’ora delle autoreggenti.

Insomma, da questa breve “storia della calza” si può dedurre che la storia della biancheria intima è parallela a quella della liberazione femminile: il cambiamento dei modi di vestire segna il passaggio dalla condizione sociale di costrizione a quella di libertà. Sembra quasi che ora si sia imboccata la strada a ritroso oppure che la libertà vada intesa, oggi, come esibizione della nudità, libertà conquistata dopo aver messo nel cassetto le calze e i collant. Peccato, però, che non tutte le donne siano delle top model (anche loro, comunque, non sono perfette) e che così si mettano a nudo anche i difetti: cellulite, in primis, ma anche fragilità capillare, vene varicose, rughe dovute all’età, pelle cascante per le più magre e cuscinetti adiposi per le più in carne.

E chiamiamola libertà. A me pare solo mancanza di buon gusto.

anne-bancroft

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine Marlene Dietrich da questo sito; foto di Sofia Loren da questo sito; foto di Anne Bancroft da questo sito. FONTI: abitiantichi.it, wikipedia, calze.com, liberaeva.com]

28 maggio 2012

LA “CLASSE” NON È ACQUA … E NEMMENO LA PROF

Posted in affari miei, Esame di Stato, scuola tagged , , , , , , , , , , a 10:47 pm di marisamoles


Venerdì sera sono stata alla cena di matura della mia quinta. A parte il fatto che sono appena rientrata da una tre giorni al mare (e ci voleva proprio!), quindi non ho fatto in tempo a trasferire sul blog le mie emozioni tempestivamente, ma devo dire che questa esperienza non è stata poi molto diversa rispetto all’altra. Quindi, anche se mi impegnassi ora, finirei con lo scrivere un post quasi identico.

Ora, non vorrei che i miei attuali allievi si offendessero: loro sono diversi, è vero, ma quando li si vede al di fuori dell’aula scolastica, tutti belli ed eleganti, i sentimenti che animano una “vecchia” prof che, a dispetto dei 4 in latino che non ha mai fatto mancare loro, ha un cuore grande così, sono sempre quelli. Vedere dei ragazzi che fino al mattino erano seduti ai loro banchi, con le magliette e i jeans sempre uguali, come stereotipati, e poi osservarli mentre si muovono, sorridono, chiacchierano, urlano, allegri nei loro begli abiti, le ragazze con i tacchi vertiginosi (un’invidia pazzesca!), le scollature, le schiene scoperte, le acconciature curate, i ragazzi in giacca e cravatta (non tutti, ma tutti comunque diversi rispetto a quei tipi sonnacchiosi che mi guardano dal banco troppo stretto, che quasi li fa sembrare dei giganti) … insomma, è uno spettacolo emozionante.

In una cosa, però, questi miei studenti che fra poco dovrò salutare, perché non sarò io ad accompagnarli all’esame di stato (e mi dispiace un sacco), si sono distinti. Gli altri, qualche anno fa, mi avevano incoronata “poeta vate”, in virtù del mio talento poetico giovanile, ed avevano trascritto su una “pergamena” un mio vecchio componimento in versi; i miei allievi di adesso, invece, mi hanno dedicato una poesia che se non mi ha emozionata a tal punto da scoppiare in lacrime è stato solo per l’imbarazzo provato di fronte alle colleghe presenti che, diciamolo, un pochino di invidia devono averla provata. Per non parlare delle rose – rosse, naturalmente – che hanno donato a me sola … Insomma, posso garantire che l’emozione c’è stata e continua ad esserci ogni volta che rileggo quelle parole di stima. Anche se, come ho detto loro, a leggerle pare che io non abbia fatto altro, in quella classe, che insegnare il bon – ton. Posso assicurare che non è così anche se, effettivamente, non posso assicurare che tutti abbiano davvero imparato quello che ho loro trasmesso con tanta passione.

Soprattutto posso assicurare che, se è vero che mi hanno apprezzata anche per la mia eleganza (e di ciò sono sinceramente e positivamente colpita), è anche vero che almeno un elegantiae arbiter, visto che il Latino gliel’ho insegnato e di Petronio abbiamo parlato recentemente, nella poesia ce lo potevano pure mettere.

GRAZIE, COMUNQUE, RAGAZZI!

P.S. Per leggere bene il testo della poesia, cliccare sull’immagine.

2 maggio 2011

KATE E PHILIPPA: LE DUE SORELLE MIDDLETON

Posted in famiglia, matrimonio, vip tagged , , , , , , , , , , a 4:22 pm di marisamoles


Nel post che ho dedicato al Lato B di Philippa Charlotte Middleton, sorella della Duchessa di Cambridge, novella sposa del principe William d’Inghilterra, si sta discutendo, da un paio di giorni, sulla classe o meno della neocognata dell’erede al trono britannico.

Da parte mia, fin da subito sono rimasta perplessa riguardo alla scelta fatta dalla sorella minore di Kate d’indossare un abito color panna, stile sirena e perdipiù scollato e smanicato, in occasione delle nozze reali. Il ruolo, inoltre, di damigella d’onore che le è stato attribuito avrebbe, secondo il mio modesto parere, richiesto una mise più discreta. Era chiaro, infatti, che la leggiadra fanciulla, essendole imposto l’onere, graditissimo per altro, di tenere lo strascico della sposa, sarebbe stata immortalata da fotocamere e telecamere dalla parte posteriore. Esibire un lato B del genere certamente è uno spettacolo gradito ai signori uomini che ringraziano Pippa Middleton per aver scelto un abito che lo mettesse in risalto. Tuttavia credo che avrebbe potuto optare per uno stile diverso, sempre d’accordo con la sorella, ovviamente.

Da parte sua Kate ha esibito un volto incantevole, leggermente offuscato dal velo all’entrata della Cattedrale di Westminster, scelta dagli sposi per la cerimonia, sorridente e lievemente arrossato dall’emozione all’uscita e nel tragitto percorso in carrozza per raggiungere Buckingham Palace. L’abito da sposa, a dispetto di quanti l’hanno criticato per la scialberia, era fantastico nella sua semplicità apparente. Sì, perché effettivamente, visto da vicino, si distingueva per la preziosità del tessuto damascato in tutta la sua lunghezza; il corpetto di pizzo, in abbinamento con le scarpe anch’esse di seta lavorata, con quella sua scollatura a cuore era davvero meraviglioso. Mancavano, a mio parere, i guanti, di pizzo anch’essi, che alle mani di una sposa non dovrebbero mai mancare (li ho indossati anch’io alle mie nozze!).

Non meno azzeccata la scelta dell’abito per il ricevimento serale a palazzo reale: un abito di raso di seta bianco, semplice nella fattura, impreziosito dalla cintura che donava un po’ di luce allo splendido vitino da vespa (roba da fare un’invidia pazzesca a tutte noi comuni mortali!) e abbinato ad un coprispalle d’angora, anch’esso semplicissimo. Addosso a lei, tuttavia, costituiva un tocco di signorilità che non guasta mai, specie quando si vuole evitare di essere criticate e si ricerca l’eleganza non vistosa.

La sorella di Kate, Philippa, invece, per il ricevimento ha scelto un abito verde smeraldo, scollatissimo, sia davanti sia dietro, e assolutamente nulla sulle spalle. Eppure la sera a Londra doveva essere un po’ fresca. Ma la signorina Middleton, ancora una volta, ha voluto farsi notare con una mise che, seppur bella nel suo insieme, appariva decisamente vistosa. Ciò, a mio parere, non fa che confermare che la classe e l’eleganza dell’illustre sorella non fa parte del DNA familiare, visto che anche la madre della sposa si è presentata alle nozze in tutta la sua classe e eleganza, seppur per nulla appariscente. La semplicità è, infatti, un requisito fondamentale per essere eleganti.

Detto questo, se guardiamo la fotografia sotto il titolo di questo post, ci rendiamo conto che quella di Kate è una bellezza innata e naturale, quella di Philippa, invece, è solo artificiale, così come la sua classe.

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