24 marzo 2016

GLI APOSTOLI DI FRANCESCO

Posted in cronaca, papa Francesco, religione tagged , , , , , , , , , , , , a 9:10 pm di marisamoles

papa francesco piedi
Il Giovedì Santo ricorda l’ultima cena che Gesù fece con i dodici apostoli. La Chiesa in questa giornata celebra una Messa speciale che ripropone, in particolare, la lavanda dei piedi che Gesù fece ai suoi fedeli compagni, e anche a chi di lì a poco l’avrebbe tradito.

Papa Francesco, con la “stravaganza” (dal latino extra che significa “fuori” e vagare, nel senso di “vagare al di fuori” dei canoni e delle convenzioni) ha deciso di celebrare la Messa in Coena Domini alle porte di Roma – ed è primo Papa a farlo – nel «Centro di accoglienza per richiedenti asilo» (C.a.r.a) di Castelnuovo di Porto, a Nord della capitale.
Per la lavanda dei piedi sono stati scelti undici profughi – tre musulmani, tre copte, un indù, cinque cattolici – più un’operatrice del Centro che accoglie 892 migranti e 114 operatori della cooperativa sociale Auxilium.

La maggior parte dei migranti ospiti del Centro sono musulmani. Molti, tra cui anche donne velate, assistono alla Messa in religioso silenzio, commossi dalle parole del Pontefice. Pontifex in latino significa “costruttore di ponti” ed è un ponte, tra uomini e donne appartenenti a diverse religioni e culture, che Francesco intende costruire.

«Quando faccio lo stesso gesto di Gesù, lavare i piedi a voi dodici, tutti noi stiamo facendo il gesto della fratellanza e tutti noi diciamo: siamo diversi, siamo differenti, abbiamo differenti culture e religioni ma siamo fratelli e volgiamo vivere in pace. E questo è il gesto che io faccio con voi: ognuno di noi ha una storia addosso, tante croci, tanto dolore, ma anche un cuore aperto che vuole la fratellanza. Ognuno nella sua lingua religiosa prega il Signore perché questa fratellanza si contagi nel mondo, perché non ci siano le trenta monete per uccidere il fratello, perché ci sia sempre la fratellanza e la bontà. Così sia».

Queste le parole di Papa Bergoglio durante il rito.

Giuda è ancora fra noi e si è moltiplicato. La differenza è che il Giuda moderno è colui che uccide con le proprie mani e sacrifica la sua vita in nome di un Dio che non può volere lo spargimento di sangue, l’odio tra gli uomini che semina vittime innocenti. E non s’impicca per il rimorso, non si pente. Si immola sperando in chissà quale ricompensa.

Ho scritto questo post anche per ricordare le vittime innocenti dell’ultimo attentato di Bruxelles. Prego per loro ma anche per le giovani vite spezzate da un tragico destino che le ha strappate agli affetti e a un avvenire che immaginavano ricco di soddisfazioni. Le ragazze dell’Erasmus, morte in un incidente in Spagna. Stanno facendo ritorno a casa, dentro una bara che voglio sperare non significhi il “nulla eterno” ma qualcosa che continua, in modo diverso, anche se non so quale.

Proprio oggi è tornata a casa Elisa Valent, una mia corregionale. Un lacrima per la sua pace.

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[immagine sotto il titolo da questo sito; foto di Elisa da udinetoday.it]

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16 agosto 2011

BASTA UNA LEGGE CHE VIETI IL BURQA PER TUTELARE LE DONNE MUSULMANE?

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La proposta di legge, approvata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, che prevede il divieto per le donne musulmane di indossare il burqa o il niqab fa ancora discutere. (ne ho già parlato QUI)

PRO E CONTRO. Senza affrontare la questione dal punto di vista politico, vorrei soffermarmi sulle antitetiche posizioni a favore o contro questa proposta.
Da una parte c’è chi sostiene che con questa legge si otterrebbe la giusta tutela della dignità delle donne, spesso costrette a coprirsi il volto per la precisa volontà dei mariti o dei padri.
Dall’altra parte, c’è chi invece è convinto che nessuna legge potrebbe mai imporre alcunché alle donne islamiche perché, siano esse costrette ad indossare i capi di abbigliamento “incriminati” o li indossino per libera scelta, si chiuderebbero in casa piuttosto che mostrarsi a viso scoperto.
Di questo avviso è Riccardo Noury che firma un intervento sul blog sui diritti umani che nasce dalla collaborazione tra Amnesty International e il Corriere della Sera (LINK):

Anziché sostenere i diritti delle donne, un divieto generalizzato di indossare il velo integrale rischia di violare i diritti di chi sceglie liberamente di portarlo, senza contribuire significativamente a proteggere coloro che lo fanno contro la loro volontà e che, in questo modo, rischierebbero un isolamento ancora maggiore: le donne che attualmente indossano il velo integrale potrebbero essere ulteriormente confinate in casa, avere meno possibilità di lavorare o studiare e di accedere ai pubblici servizi. Orhan Pamuk, nel suo libro secondo me più bello, “Neve”, ha raccontato la tensione sociale e le conseguenze, in alcuni casi mortali, scaturite dal divieto di indossare il velo integrale nei luoghi d’istruzione.

Questo è ciò che temo anch’io e ho già espresso i miei dubbi su questa possibile legge in altri post.

IL PROBLEMA SICUREZZA. Un discorso completamente diverso è quello relativo alla sicurezza.
Un mio lettore, Alfio, commentando il post in cui si parlava di una mamma che aveva spaventato i bambini dell’asilo frequentato dal figlio presentandosi all’ingresso coperta dal burqa (LINK), ha scritto:

Entrano tre soggetti in una banca vestiti col niqab nero. Metti anche che all’ingresso ci sia una donna che in una stanza chiusa e vietata ai maschi verifica la loro identità a viso scoperto. Queste poi se ne stanno tutte e tre nella banca a viso coperto ed una di loro fa una rapina. Come la mettiamo?
Chi indossa il casco o si veste da Arlecchino a Carnevale si toglie il casco o la maschera quando entra in un ospedale o in una banca. A mio parere l’unica ragione che può giustificare la copertura integrale è data da condizioni di salute più o meno gravi che la rendono necessaria.

Be’, diciamo che queste osservazioni prendono in esame un caso abbastanza estremo. Ad ogni modo il problema sicurezza è reale perché dietro un burqa o un niqab potrebbe nascondersi anche un terrorista in procinto di piazzare una bomba e non ci sarebbe alcun modo di verificare chi relamente si nasconda dietro quel capo d’abbigliamento.
Fantascienza? Non troppo, secondo me. Piuttosto l’obiezione più comune di quanti manifestano contrarietà nei confronti della proposta di legge avanzata in Commissione è che le donne che nel nostro Paese girano completamente velate sono poche decine.

POCHE MA LIBERE DI SCEGLIERE? Chissà perché nei commenti di noi occidentali, siamo portati a ritenere una costrizione l’utilizzo del burqa o del niqab. E’ un dato di fatto che l’uso di questi capi non è prescitto dal Corano e non ha alcun legame con la religione. E’ piuttosto un’usanza trasmessa di generazione in generazione. Può capitare, tuttavia, che una donna islamica decida di indossare il burqa anche se le donne di casa non lo portano.
Una mia lettrice, Hajar, qualche tempo fa, commentando un post in cui si parlava dell’intervento della Santanchè in difesa del Crocifisso nelle aule scolastiche (LINK), ha scritto:

Sono una ragazza di 21anni vivo in italia da piu di 15anni, ho frequentato tutte le scuole qui, sono sposata e porto il burqa da tre mesi, non mi ha obbligato nessuno anzi mio marito non voleva neanche che io lo mettessi… ma ho indossato il burqa perchè è una mia libera scelta e perché sono diventata più praticante. Nella città in cui vivo non ho trovato nessun problema con i cittandini e la polizia mi ha incontrato più volte per strada e non ha detto niente […]

LA CULTURA C’ENTRA POCO E ANCHE L’ESEMPIO MATERNO NON E’ DETERMINANTE. Può una ragazza islamica di diciassette anni, con una madre che si è battuta per l’integrazione e la libertà delle donne musulmane e orgogliosamente manifesta la sua emancipazione, incoraggiata a sua volta dalla madre stessa poco attenta alle prescizioni religiose, decidere di indossare il velo? Ok, il velo non è un burqa o un niqab ma è pur sempre un indumento che contrassegna l’appartenenza ad una religione e ne connota un certo estremismo. Ma anche un velo può disorientare una madre che non capisce né condivide la scelta della figlia semplicemente perché lei, madre, credeva di essere un modello per la figlia adolescente.
Questa è la storia di Aicha (la madre) e Nawel (la figlia), raccontata da Leila Djitli, una giornalista di origine algerina che vive da anni a Parigi, nel libro Lettera a mia figlia che vuole portare il velo. Ne riporto alcuni passi:

[…] Te l’ho detto. sono pronta a rispettare la tua scelta. Soltanto non venirmi a dire che è in nome della tua religione o della tua identità. Perché è falso. D’altronde, cosa fanno quelle che lo portano in nome di questa presunta identità cultural-religiosa? Nient’altro che deviarla. Lo vedi: si velano e si truccano, portano tacchi alti, gioielli, pantaloni aderenti. Si velano e guardano i ragazzi! E’ impressionante vedere quanto questo atteggiamento sia diffuso. Soprattutto se si pensa che il velo è, prima di ogni altra cosa, un segno. Se viene scelto liberamente, è il segno di un impegno sincero, totale. Un segno che distingue e separa dal mondo laico e dalle sue distrazioni materiali le donne che lo indossano. E’ il segno di un’adesione a valori profondi e rispettabili […]
Di fronte all’immagine fuorviante del velo, due atteggiamenti sono possibili: accettazione o rifiuto.
Rifiutare, significa considerare il velo semplicemente come un segno religioso. Accettare, significa ammettere che il segno religioso non ha più, o non solo, importanza […] l’abito non fa il monaco. Ed è ciò che dicono e fanno le ragazze e le donne che portano un segno religioso, senza tuttavia esserne schiave. Queste ultime non fanno alcuna fatica a lasciarlo quando entrano, per esempio, in classe o sul luogo di lavoro. Sono coerenti. Come credenti hanno capito che la loro fede è altrove, è più grande di quel pezzo di tessuto al quale non possono essere ridotte (e al quale, infatti, non accettano di essere ridotte). Ma le altre, quelle che in classe si rifiutano di toglierlo, sotto quale pressione agiscono? Ribellione, accanita affermazione di sé o … integralismo?

(da LEILA DJITILI, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo, Piemme editore, 2005, pp. 53-55)

INTERPRETARE NON SIGNIFICA CAPIRE. Ecco, questa è la vera riflessione che tutti dovremmo fare. Le donne di sinistra, accanite sostenitrici della legge che vieti il burqa, secondo me interpretano a modo loro delle ragioni che forse le donne musulmane non condividono. Ritengono di sostenere una legge giusta, in nome della tutela della dignità delle donne e della loro emancipazione dagli uomini di cui sono “schiave”. Credono che le donne che portano il burqa siano incapaci di ragionare con la propria testa, rispettando la volontà degli uomini e seguendo l’esempio delle donne più grandi. Interpretare, però, non significa capire. Limitiamoci, dunque, a sostenerla perché ci sembra una giusta legge a tutela della sicurezza di tutti. Ma non merita nemmeno che ci sforziamo di capire le motivazioni di una scelta; noi donne occidentali, sia laiche sia cattoliche, siamo troppo lontane da quel mondo che nemmeno una madre musulmana “emancipata” può comprendere, quando si tratta di una scelta personale della propria figlia.

29 settembre 2010

DONNA MAROCCHINA SEGREGATA E VIOLENTATA DAL MARITO PERCHÉ VUOLE IMPARARE L’ITALIANO

Posted in cronaca, donne, famiglia, integrazione culturale, matrimonio, religione, violenza sessuale tagged , , , , , , , , a 3:47 pm di marisamoles

Nel civilissimo Nord-Est non è sempre facile la vita degli immigrati. Il sospetto s’insinua nelle menti di chi, forse, non gradisce una presenza così massiccia di extracomunitari. Mentre noi, altrettanto civili, parliamo di integrazione, i primi a non volerla, come ho già sostenuto altrove, sono proprio loro, gli immigrati.

La lingua è uno strumento di coesione indispensabile per vivere in un Paese straniero. I bambini degli immigrati imparano l’Italiano a scuola e spesso lo insegnano ai genitori, specie alle mamme. Sì, alle mamme perché loro, al contrario dei papà, non sono impegnate in un’attività lavorativa e, quindi, seguendo la logica maschile specie quella influenzata dall’islam, non hanno alcun bisogno di imparare la lingua del Paese che le ospita.
Così assistiamo, talvolta, ad una chiusura totale delle donne nel microcosmo domestico e all’impossibilità che si concretizzi quell’integrazione che per le giovani spose islamiche sarebbe l’unico modo per sentirsi meno sole, specie se non hanno ancora dei figli: spesso, infatti, è attraverso gli occhi dei bambini che riescono a guardare il mondo sconosciuto che le circonda.

Gli immigrati nel Nord-Est, come dicevo, sono tanti e appartengono a diverse culture anche se la più diffusa è quella islamica. In provincia di Vicenza, una giovane marocchina, sposata ad un uomo di dieci anni più grande e che ha conosciuto solo tre giorni prima delle nozze, è stata picchiata, violentata e segregata in casa, con la complicità di altre due donne, la cognata e la suocera, dal marito che non ha affatto apprezzato il tentativo fatto dalla moglie di imparare l’italiano.

Sentendosi sola e soffrendo per le continue angherie delle donne di famiglia, Samia (è un nome di fantasia) ha, forse ingenuamente, chiesto al marito il permesso di imparare l’italiano. Per tutta risposta, è iniziato per lei un vero e proprio inferno fatto di maltrattamenti e vessazioni di ogni tipo. Eppure lei, come ha scritto sul diario che teneva segretamente, aveva accettato di buon grado quel matrimonio e il trasferimento in Italia: «Ho fatto questa scelta. Era importante per i miei genitori. Ora voglio solo essere una brava moglie».

Spesso i genitori impongono queste scelte nella convinzione che sia un bene per le figlie sottrarsi alla povertà e ne ricevono in cambio del denaro che serve loro per tirare avanti fino al matrimonio di un’altra figlia. Proprio ieri ho scritto un post sulla pratica orrenda e inumana dell’infibulazione cui sono sottoposte le bambine e le ragazze da molti popoli africani (LINK dell’articolo). Ho riportato alcuni brani tratti dai libri di una donna somala, Waris Dirie, in cui la scrittrice racconta di essere stata venduta, quindicenne, ad un uomo di sessant’anni per cinque cammelli. Ecco, forse a Samia è successa una cosa del genere e ha pensato di poter aiutare la famiglia trasferendosi nel Veneto con il marito sconosciuto.

Nonostante i maltrattamenti la donna crede di poter essere ancora una buona moglie. Accetta le botte dal marito, che pensa siano una specie di strumento di correzione, ma le regole le stanno un po’ strette. Inizia, così, a studiare l’italiano prendendo degli appunti mentre segue i programmi televisivi. Un’innocente evasione, a nostro modo di vedere, un segreto che per noi non sarebbe nemmeno inconfessabile, una trasgressione che forse ci fa sorridere. Eppure quella trasgressione è stata punita, perché una donna musulmana non può fare quello che il marito le vieta di fare.

A tutto c’è un limite, e lo capisce anche una giovane marocchina che ha tentato di essere una buona moglie. Proprio quando ha capito che il marito non è affatto un buon marito, si è sottratta alla prigionia tra le mura domestiche, è riuscita a scappare e ha denunciato l’uomo che la maltrattava. Ora lui è indagato per violenza sessuale, sequestro di persona e lesioni, mentre lei, grazie ad un’associazione indicatale dai carabinieri, è ospitata da una famiglia che si prende cura di lei. Ha trovato anche un lavoro e ora può imparare meglio la lingua “proibita”, perché la sua vita è qui, in un Paese straniero, sì, ma che le ha aperto nuove prospettive, prima nemmeno immaginabili.

Samia ce l’ha fatta, anche se il cammino verso la serenità sarà, forse, ancora lungo. Altre donne non riescono a riscattarsi da una vita di segregazione e altri mariti non sono nemmeno sfiorati dall’idea che le leggi dello Stato che li ospita prevalgano su quelle, ingiuste e crudeli, in cui credono.

[fonte: Il Corriere]

28 settembre 2010

LACRIME DI BIMBE CHE NON SARANNO MAI DONNE DAVVERO. L’INFIBULAZIONE

Posted in adolescenti, bambini, cultura, donne, famiglia, libri, religione, società tagged , , , , , , , , , , , , a 5:23 pm di marisamoles


La pratica dell’infibulazione è assai diffusa in Africa e rappresenta, nella “cultura” dei popoli che la praticano, una sorta di rito di iniziazione, cui vengono sottoposte le bambine o le ragazze (si va dai 3 anni ai 12 anni), e che consiste nella mutilazione dei genitali esterni. È una pratica barbara che nessuna religione al mondo potrebbe mai prescrivere ma, per ignoranza, è diffusissima: si stima che circa due milioni di bambine ogni anno siano sottoposte a questo crudele rito (130 milioni nel mondo, in ventotto paesi africani, secondo le stime ONU).

Il motivo per cui si pensa che, nonostante l’atrocità, l’infibulazione sia ancora diffusa, non solo nei paesi africani ma anche presso le popolazioni immigrate in Europa, è che viene dato ad intendere che sia la religione ad imporla. Spesso succede che venga associata alla religione islamica che non prevede assolutamente tale mutilazione. Tuttavia, poiché l’arabo, specie la lingua scritta, è ai più un idioma sconosciuto o utilizzato solo per memorizzare alcune sure del Corano, viene fatto credere alle persone ignoranti che proprio sul libro sacro di Maometto sia prescritto questo rito imposto alle femmine.

Una delle donne più attive nella protesta contro questa usanza barbara è l’attrice e modella Waris Dirie, originaria della Somalia, che Kofi Annan ha nominato ambasciatrice ONU per la lotta contro l’infibulazione. Nel 2002 la Dirie ha deciso di dar vita alla Waris Dirie Foundation a Vienna per portare avanti i suoi progetti e combattere il fenomeno delle mutilazioni da infibulazione. Sul suo sito, si legge “ognuno può aiutare il mio sogno: mettiamo fine alle mutilazioni dei genitali femminili”.
Nel 2007 il presidente francese, Nicholas Sarkozy, l’ha insignita del titolo di Chevalier de la Legion d’Honneur a riconoscimento del suo impegno umanitario.

La Dirie, all’età di circa quindici anni (si pensa che sia nata nel 1965 ma non è sicuro visto che in Africa, in alcuni villaggi, alle bambine non viene dato subito un nome né viene registrata la loro nascita) è scappata dal suo villaggio per sfuggire al matrimonio combinato dai suoi che la volevano dare in sposa ad un uomo di 60 anni, al quale l’avevano venduta per cinque cammelli.
Nel libro Fiore del deserto (questo è il significato del suo nome), autobiografico, racconta anche di essere stata sottoposta, a circa tre anni di età, alla mutilazione dei genitali; così descrive la pratica inumana:

Le vittime vengono mutilate con utensili d’uso comune – quali lame di rasoio, coltelli, forbici o, peggio, con schegge di vetro, pietre appuntite e persino a morsi. Invece di diminuire, il numero delle ragazze che vengono mutilate aumenta. Molti africani emigrati in Europa e negli Stati Uniti non hanno abbandonato questa consuetudine.
Con l’infibulazione la donna viene privata del piacere sessuale, quindi anche del desiderio, mentre la cucitura della vagina
serve a garantire la verginità, assimilata alla purezza: le vergini sono un bene prezioso in Africa ed è questo uno degli inconfessabili moventi dell’infibulazione: mio padre poteva ricavare un ottimo compenso dalla vendita delle figlie belle e vergini.
Se penso che quest’anno due milioni di ragazze subiranno quello che ho subito io, mi sento male e mi rendo conto che quanto più questa tortura andrà avanti, tante più saranno le donne come me, furiose e ferite, che non potranno mai più avere ciò che è stato loro tolto
.

Quella terribile esperienza lasciò un segno indelebile nel suo animo. Così, nel terzo libro pubblicato, Figlie del dolore, descrive un incubo che turba da anni i suoi sonni:

Mi sveglio in un bagno di sudore. È molto presto, non sono ancora le sei. La notte è stata breve e agitata, con terribili incubi che ricominciavano sempre daccapo. Provo a richiudere gli occhi, ma vedo ancora quelle immagini angoscianti: una miserabile stanza d’albergo, piccola e con la carta da parati ingiallita. Una bambina stesa sul letto, di dieci, dodici anni al massimo. Nuda. Quattro donne circondano il letto e la tengono giù. La bambina ha le gambe spalancate, e una vecchia le siede davanti con un bisturi in mano. Le lenzuola sono zuppe di sangue. La bambina grida con quanto fiato ha in gola. Continua a urlare. Grida da strappare il cuore.
Sono state quelle urla a svegliarmi. E anche adesso sembrano riecheggiare nella mia camera. Mi alzo barcollando e vado a bere un bicchiere d’acqua. Guardo fuori dalla finestra. Comincia a far luce. Sono a Vienna, nessuno sta gridando. Era solo un sogno, mi dico
.

Nei suoi libri la Dirie racconta anche dell’assoluta indifferenza con cui sono trattate le donne presso il suo e altri popoli africani: non hanno diritto all’istruzione, non possono prendere iniziative di alcun genere, sono trattate dai padri e dai mariti come schiave e spesso, per ignoranza, perché viene fatto loro credere che quella sia l’unica vita possibile, accettano il loro destino senza fiatare.
Qualcuna, come Waris, ogni tanto si ribella, ma sono ancora troppo poche le donne che hanno coraggio di sfuggire al crudele destino che le attende. La Dirie ha avuto la fortuna di trovare ospitalità da una zia a Mogadiscio, e poi a Londra, nella residenza di uno zio ambasciatore. Lì lavorava per 18 ore al giorno, sette giorni su sette come cameriera, ma quella vita le sembrava sempre migliore di quella che avrebbe condotto se fosse rimasta nel suo paese.
Quando lo zio, concluso il suo mandato, fu richiamato in Somalia, Waris decise di restare in Inghilterra e, da sola, iniziò a guadagnarsi da vivere lavando i pavimenti da McDonald’s. Poiché era analfabeta, si iscrisse a una scuola serale per farsi un’istruzione. Poi, l’incontro che le cambiò per sempre la vita: notata per la sua bellezza da un fotografo, Terence Donovan, posò per lui e da lì iniziò una fortunatissima carriera di fotomodella che la portò sul Calendario Pirelli e nelle campagne pubblicitarie della Revlon. Ha debuttato anche come attrice (in uno degli episodi dell’agente 007), si è fatta una famiglia: oggi è madre di due figli.
Dal libro Fiore del deserto è stato tratto il film omonimo proiettato in prima mondiale al Festival del Cinema di Venezia nel 2008.

Per una donna che ce l’ha fatta a liberarsi dalla schiavitù e a fuggire da una vita grama, molte altre non hanno gli strumenti per ribellarsi. È per questo che ho colto l’invito di un amico blogger, quarchedundepegi, condiviso da un altro amico, frz40, a diffondere l’iniziativa del governo cantonale del Canton Ticino (Svizzera) che sta distribuendo un pieghevole con le informazioni sull’infibulazione, nella speranza che il fenomeno possa essere arginato il più possibile. Per ulteriori informazioni questo è il LINK, mentre per richiedere copia del pieghevole si può scrivere al seguente indirizzo di posta elettronica: dss-umc@ti.ch

Cerchiamo di fare TUTTI qualcosa, senza pensare che la nostra singola azione sia solo un granello di sabbia: TUTTI insieme possiamo formare un deserto dove possano ancora crescere tanti fiori belli e coraggiosi come Waris.

[per le notizie su Waris Dirie e le citazioni dai libri: LINK 1, LINK 2, LINK 3 e LINK 4]

17 settembre 2010

MAMMA IN BURQA SPAVENTA I BAMBINI DI UN ASILO A LATINA ED È SUBITO POLEMICA

Posted in attualità, bambini, famiglia, legalità, politica, religione, società tagged , , , , , , , , , , , a 5:22 pm di marisamoles


Può una donna che indossa il burqa spaventare dei bambini di quattro o cinque anni? Parrebbe di sì, almeno stando alla notizia di cronaca che si legge sui quotidiani oggi. È accaduto a Sonnino, paese abitato da cinquemila anime in provincia di Latina. Un posto tranquillo in cui una tranquilla famigliola islamica ha sempre vissuto senza destare clamore e senza sentirsi i riflettori puntati contro. Almeno fino ad oggi.

Alcuni genitori, i cui figli frequentano la scuola materna, hanno protestato per la presenza di una signora marocchina che accompagna a scuola il proprio figlio indossando il burqa. Secondo questi genitori, la donna spaventa gli altri piccoli alunni che dicono di non voler andare in classe perché intimoriti dalla «maestra nera».
L’abito indossato dalla donna, spesso di colore scuro, è la versione più ortodossa del burqa, il modello che lascia passare la luce solo dalla retina sugli occhi.

Le mamme protestano perché «sotto il lungo vestito potrebbe nascondersi chiunque, anche un malintenzionato che avrebbe libero accesso nella scuola» e hanno segnalato il fatto al dirigente scolastico, al sindaco e ai carabinieri di Sonnino. «Ci farebbe piacere – affermano in una nota- poter scambiare qualche parola con lei all’ingresso e all’uscita dei bimbi anche per entrare in contatto con una realtà diversa dalla nostra. L’unica cosa che chiediamo è che dentro l’atrio della scuola scopra almeno gli occhi e la bocca. Con un semplice gesto rassicurerebbe noi mamme sulla sua identità e i nostri figli capirebbero che sotto il vestito scuro non c’è nessuna ‘maestra nera’ ma solo una signora come le altre che porta il suo bel bambino all’asilo».

In conseguenza di questo increscioso fatto, si sta organizzando una raccolta di firme, affinché il sindaco emetta un’ordinanza che possa salvaguardare sia le preoccupate famiglie, sia la dignità di chi professa un’altra religione.
Una questione delicata, più volte affrontata sui quotidiani e nei dibattiti televisivi. Proprio in questi giorni in Francia è stato approvato al senato, in via definitiva, il divieto per le donne di indossare il velo islamico integrale nei luoghi pubblici. Le musulmane non potranno più indossare il burqa e il niqab in negozi, parchi, scuole, ospedali, mezzi di trasporto, insomma in tutti i luoghi aperti al pubblico. L’ammenda, per chi trasgredisce, è di 150 euro, pene molto più severe (fino a un anno di carcere e 30mila euro di multa) per chi costringerà una donna ad indossare il velo.

In Italia sono state avanzate varie proposte da parte della Lega ma non solo. All’esame della commissione Affari Costituzionali della Camera ci sono già ben otto proposte di legge depositate sull’argomento (sia contro il burqa, sia contro il niqab), alcune delle quali presentate da Pierluigi Mantini (Udc) e da Souad Sbai (Fli), ma la Lega ha deciso di presentare il nuovo testo per «dare più forza all’iniziativa francese». Il capogruppo del Carroccio alla Camera Marco Reguzzoni, ritiene che la proposta avanzata dal suo partito punti «a far rispettare quel principio di uguaglianza tra uomo e donna che esiste nella nostra società». Già, ma la nostra società è diversa dalla loro, possibile che nessuno se ne accorga? Tranne casi limite, che purtroppo ci sono, le donne accettano il rispetto della tradizione e non subiscono l’imposizione del burqa o del niqab. La loro è una scelta dettata dalla volontà di essere “buone musulmane” e nessuna legge umana può competere con le leggi divine.

Le polemiche su questo caso non mancano. Ci si chiede: se da una parte è legittimo che chiunque circoli per le strade cittadine debba essere riconosciuto (ad esempio, un motociclista deve togliersi il casco non appena scende dalla moto e non può andarsene in giro, specie nei locali pubblici, a viso coperto), dall’altra parte se il burqa rappresenta un’usanza religiosa, chiedere alla donna di farne a meno nei luoghi pubblici è lecito? La risposta non è semplice. Da una parte c’è il rispetto della legge e la richiesta di vivere da buon cittadino nella legalità, dall’altra c’è l’obbligo di rinunciare ad osservare una tradizione che per i musulmani è sacra quanto il corano stesso.

Onestamente non credo che, se venisse approvata in Italia una legge che vieti l’uso del burqa in pubblico, le donne che usualmente lo indossano ne farebbero a meno. Piuttosto ritengo che preferirebbero vivere segregate in casa. E se la loro vita, almeno agli occhi di noi occidentali, è fatta di tante rinunce, aggiungeremmo, in nome della legalità, un’ulteriore rinuncia e porremmo un grave limite alla loro libertà di rispettare il proprio credo.

[fonti: Il Messaggero e Il Corriere: art. 1 e art. 2]

5 novembre 2009

NON C’È PIÙ RELIGIONE

Posted in attualità, bambini, religione, società tagged , , , , , , , , , , , , a 9:31 pm di marisamoles

Chiesa Maria Regina Pacis TriesteIn questi ultimi tempi l’opinione pubblica s’interroga se sia giusto o meno offrire ai figli dei mussulmani l’opportunità di frequentare un’ora settimanale di religione islamica, se sia corretto che la disciplina denominata “Religione Cattolica” debba essere valutata, al pari di ogni altra materia scolastica, con un voto numerico che poi faccia media, se tale disciplina debba o no concorrere al credito scolastico, se il crocifisso nelle aule debba restarci o convenga toglierlo. In questa discussione, però, mi sembra che il punto fondamentale non sia, come dovrebbe, la fede, bensì ne venga fuori una “questione di principio”.

È “questione di principio”, ad esempio, che ognuno sia libero di professare la propria fede quindi non è giusto che nelle scuole pubbliche, quelle di uno Stato laico per “principio”, sia offerta solo l’ora di religione cattolica. È sempre “questione di principio” far sì che ogni religione abbia pari dignità, quindi è doveroso proporre un corso sul Corano ai musulmani. È ancora “questione di principio” quella secondo la quale attribuire un credito scolastico (cosa che poi non avviene, anche se teoricamente dovrebbe) a chi fa religione sia discriminante nei confronti di quegli studenti che scelgono di non avvalersene. Per la stessa “questione di principio” il crocifisso dovrebbe rimanere lì dov’è, nonostante una recente sentenza della Corte Europea dei diritti umani abbia stabilito il contrario.

Quello che si perde di vista, però, è il senso della religione. Perché per tutti noi, in qualsiasi dio crediamo, quella che conta alla fine è la fede. E se non l’abbiamo, esercitiamo comunque il diritto di scelta, ma nel momento in cui operiamo questa scelta ammettiamo che la fede esiste, altrimenti non potremmo decidere di farne a meno. Il punto è che, guardandoci attorno, vediamo che nelle scuole, anche se il numero degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della Religione Cattolica è in costante aumento, i bambini e i ragazzi continuano, per la maggior parte, a seguire le ore di religione. E si appassionano, anche. Paradossalmente accade, talvolta, che i docenti di religione descrivano come eccellenti classi che nelle altre materie sono un disastro. Succede, più spesso di quanto non si pensi, che gli stessi allievi che durante le altre ore di lezione sono sempre distratti, fanno tutt’altro, non partecipano mai attivamente alle lezioni e, interrogati, sembra che non abbiano nulla da dire, siano invece attentissimi alle lezioni di religione e partecipino attivamente alle discussioni che emergono anche sul significato della fede, in generale.
Perché, dunque, s’interrogano solo i grandi sui “principi” sopra esposti e mai i diretti interessati? Perché non chiediamo a loro, agli studenti di ogni età, che cosa ne pensino effettivamente di tutti questi “principi”? Perché non lasciamo che esprimano il loro parere sulla presenza del crocifisso in classe? La corte Europea ha, infatti, accolto la richiesta che una madre ha fatto, non quella dei suoi figli. Una madre ha deciso che i suoi figli non abbiano voglia di stare in classe con un crocifisso appeso alla parte che continua a fissarli. Non credo che abbia interpellato i figli al riguardo, così come non credo che quel crocifisso crei così tanto disagio ai ragazzi, quanto ne crea alla madre che nell’aula scolastica non ci mette mai piede.

Sempre i genitori, ahimè, scelgono di non educare alla religione i propri figli. Molti bambini non sono nemmeno battezzati, e non sto parlando, ovviamente, dei figli nati in famiglie che professano altre religioni. Così come succede che molti bambini siano “costretti” al battesimo e agli altri sacramenti, come la Prima Comunione e la Cresima, senza che venga chiesto il loro parere. Molte coppie, inoltre, che in Chiesa non ci mettono mai piede, scelgono il matrimonio religioso perché è una “tradizione”, lo scenario di un altare bellamente decorato con fiori e nastri è più suggestivo di una fredda sala comunale, i parenti, a cominciare dai genitori, sono contenti; peccato, però, che, una volta celebrato il rito nuziale, tornino a disinteressarsi della fede e della Chiesa. Quelle stesse coppie, tuttavia, sono ben pronte a far frequentare il catechismo ai figli che verranno, sempre perché lo vuole la “tradizione”. Li accompagnano pure in Chiesa per la Messa, ma la maggior parte dei genitori parcheggiano i pargoli per un’oretta, approfittandone per fare un giro in centro, tanto i negozi sono aperti sempre, anche la domenica mattina. E quando arriva il fatidico giorno, quegli stessi genitori sono emozionatissimi nel vedere i loro bimbi prendere per la prima volta la particola consacrata; peccato, però, che dopo l’educazione religiosa venga del tutto trascurata in famiglia, almeno fino all’età della Cresima. Io li ho visti quei poveri ragazzi costretti a quindici anni e più a frequentare ancora il catechismo, perché se no poi non si possono sposare in Chiesa. Nessuno, però, glielo chiede esplicitamente se hanno quell’intenzione. Ma tanto, che importa? Poi decideranno autonomamente, quando sarà il momento; intanto la Cresima l’hanno fatta, non si sa mai.

Io credo che non si debbano mettere in discussione i simboli della fede. Piuttosto si deve riflettere sul suo significato. Di fronte all’ipocrisia delle coppie e delle famiglie sopradescritte, preferisco la coerenza di chi decide di sposarsi con rito civile, o di non sposarsi affatto, e di non avviare all’educazione religiosa i propri figli, rinunciando a farli battezzare. È vero che il battesimo, anche se imposto, non fa male a nessuno e lascia, comunque, libertà di scelta in futuro. Molti adulti, pur essendo battezzati, si dichiarano atei, ma non credo che rimproverino i loro genitori di averli costretti al sacramento. Ma molte coppie, conviventi o unite con il solo rito civile, poi mandano i bambini nelle migliori scuole, anche se religiose. Questo, secondo me, è il massimo dell’incoerenza. Fossi io a decidere, chiederei obbligatoriamente il certificato di battesimo all’atto del’iscrizione.

Un’altra domanda che mi pongo spesso è: ma i bambini non battezzati, come possono non sentirsi diversi quando alla scuola elementare vedono che la maggior parte dei compagni frequenta il catechismo e riceve la Prima Comunione e loro no? Intendiamoci, all’età di otto o nove anni della fede tutti ne capiscono ben poco, al di là di quello che viene loro propinato dalla catechista e su cui non hanno modo di ragionare. Però quello che conta per quei bambini è che i compagni che ricevono la Prima Comunione poi raccontano della bella festa organizzata in loro onore, del pranzo luculliano nel miglior ristorante, delle bomboniere offerte agli invitati e, soprattutto, dei regali ricevuti. Allora il bambino che di tutto questo ben di dio non ha potuto godere, si sentirà “diverso” e forse non chiederà spiegazioni alla famiglia, pensando che quello che i genitori decidono per lui è giusto oltre che indiscutibile. Ma un dubbio, almeno, potrà venirgli sul fatto che tali decisioni siano state prese senza chiedergli il parere. Così come i bambini che il sacramento l’hanno ricevuto potranno pensare, un giorno, che altri hanno deciso di iniziare per loro un percorso che gli è del tutto indifferente. Tuttavia, di fronte ai regali e tutte le altre belle cose di cui hanno goduto, non credo si possano sentire dei burattini nelle mani degli adulti.

Insomma, la questione è complessa. La religione, secondo me, non va confusa con la Chiesa e i suoi dogmi su cui potremmo discutere all’infinito. La cosa che più conta è la fede e, purtroppo, mi pare che essa vacilli anche in chi si definisce fervente cristiano. Non mi sto riferendo ai personaggi pubblici che, in quanto a modelli, lasciano a desiderare. Sto pensando ai sentimenti cristiani che a parole animano i cuori di tutti, ma che spesso nei fatti rappresentano solo una convenzione, una consuetudine. Basti pensare alle festività religiose: chi non festeggia il Natale o la Pasqua? Anche i laici, gli atei e gli agnostici lo fanno, perché considerano queste feste espressione delle tradizioni del nostro Paese. Ma poi siamo sicuri che lo spirito con cui ci si accosta a queste festività sia quello giusto? Non è più facile pensare agli addobbi natalizi, ai regali che vengono scambiati come tradizione vuole, alle uova di Pasqua e alle gite sulla neve o in altri luoghi che possono essere fatte approfittando dei giorni di festa che uno Stato laico ci concede?

Prima di parlare delle tante “questioni di principio” che ho elencate all’inizio del post, forse dovremmo interrogarci sul vero significato della religione e della fede, sulla presenza o meno nel cuore di tutti noi di quel Dio in nome del quale difendiamo le nostre ragioni contro ciò che sembra minare le nostre certezze. Solo dopo potremo comprendere che ormai, quando si parla di Cristianesimo e di Chiesa Cattolica, ci si riferisce solo ad una tradizione che come tale difendiamo contro chi vorrebbe, in nome dell’uguaglianza dei diritti, privarci di quelli che quella stessa tradizione ci ha trasmesso.

1 ottobre 2009

JOHARA E FATIMA: VIVERE IN ITALIA DA IMMIGRATE ANCHE CON IL VELO

Posted in adolescenti, attualità, cronaca, Friuli Venzia-Giulia, integrazione culturale, religione tagged , , , , , , a 5:10 pm di marisamoles

sacro CoranoPubblico un articolo apparso sul numero di oggi del Messaggero Veneto. Due ragazze di origine marocchina esprimono il loro parere sull’uccisione di Sanaa e sull’integrazione, diffcile ma possibile. Mi pare che queste voci meritino di essere ascoltate, sulla scia delle polemiche sorte dopo il dibattito tenutosi domenica scorsa su Canale 5 e il “successo” del mio post “A domenica 5 Santanchè si scontra con imam

Chiacchierata con due studentesse di origine marocchina di 19 e 16 anni: «Per migliorare la convivenza dev’esserci uno sforzo da entrambe le parti»

«Sbaglia chi dà la colpa al credo musulmano»

Tra velo e integrazione Johara e Fatima raccontano il loro Friuli

IL DELITTO DI SANAA

di PAOLA LENARDUZZI

Sono diverse, molto diverse; una porta il velo, lo hijab, e l’altra no tanto per cominciare, ma almeno due cose le accomunano: grinta da vendere e poi la rabbia «per il pregiudizio di chi dà opinioni senza conoscere». Johara e Fatima sono due studentesse musulmane che vivono a Udine, cugine tra di loro. Johara Ciccarello, quasi 19 anni, è figlia di una coppia mista, papà italiano, mamma marocchina, ma entrambi di religione islamica. Fatima Ezzahra Badaoui è nata invece in Marocco, a Rabat, di anni ne ha 16 (per la pubblicazione della sua intervista e delle foto abbiamo avuto il consenso dei genitori, El Mokhtar e Saadia) e vive in Friuli da non più di cinque. Ascoltare il loro punto di vista su diffidenza, integrazione e dintorni forse non è inutile in un momento in cui, qui da noi, resta forte lo choc per l’uccisione, a Montereale, della giovane Sanaa per mano del padre.

Una chiacchierata con Fatima e Johara apre a orizzonti per nulla scontati, aiuta a capire approccio, ostacoli, attese e pensiero di chi approda in una cultura lontana da quella in cui è cresciuto e desidera inserirsi nella nuova realtà, ma senza rinnegare le proprie tradizioni e convinzioni. E può aiutare anche a stemperare quel filo di tensione tra locali e immigrati di fede islamica dopo l’orribile morte della diciottenne marocchina che aveva lasciato casa per andare a vivere col fidanzato italiano.
Al riguardo la posizione delle due ragazze è inequivocabile: «Sbaglia chi attribuisce a quel delitto un significato religioso». Dice Johara: «È brutto che quanto accaduto sia classificato non come “padre che uccide la figlia”, ma “musulmano che uccide”: non sarà mai il Corano a suggerire questo. Quello era un pazzo, non c’entra nulla che il fidanzato sia stato di religione diversa».
Dice Fatima: «La famiglia è stata disonorata dalla fuga di Sanaa, è venuta a mancare l’obbedienza al genitore, per noi è una cosa importantissima, ma non si tratta di sottomissione. Né tantomeno di motivi religiosi». Poi, sul perdono della madre al marito omicida: «Bisogna capire il contesto: lei non ha mai accettato il fatto, ma doveva dire che lo perdonava perché adesso si trova da sola con due bambine e l’unico sostegno lo potrà avere dai fratelli del marito», aggiunge.
Johara e Fatima, pur con una punta di critica per un clima «ancora troppo viziato dai pregiudizi, specie da parte della gente anziana», dicono di stare bene in Italia. E fanno pure una sorta di autocritica: «Anche noi musulmani dovremmo essere più aperti. Invece molti di noi sono diffidenti verso chi è di usi, costumi e religione diversi».
La strada per il reciproco rispetto la indica Majda Badaoui, mamma di Johara e zia di Fatima, che lavora come mediatrice culturale e linguistica in diverse scuole di Udine e che nei giorni scorsi, a Pordenone, è stata chiamata a sostenere la madre di Sanaa durante le sue testimonianze. «Servono buona volontà da entrambe le parti – il parere di Majda –. Sarebbe importante creare momenti di incontro, feste, iniziative multiculturali, stare assieme con quei musulmani, che a dir la verità non sono molti, che hanno voglia di integrarsi. Tutto deve partire dall’educazione e dalla famiglia. Se questa seconda generazione di ragazzi immigrati dai paesi arabi è ben istruita tra le mura di casa, se c’è il giusto dialogo, ognuno può essere in grado di fare le proprie scelte tra due realtà diverse, ma non per questo contrapposte. La buona convivenza non è impossibile se è la gente a volerla».

[FONTE: Rassegna Stampa de Il Giornale del Friuli]

27 settembre 2009

A “DOMENICA 5” SANTANCHÈ SI SCONTRA CON IMAM

Posted in attualità, integrazione culturale, religione, televisione tagged , , , , , , , , , , a 8:46 pm di marisamoles

santanchèPrimo pomeriggio acceso oggi su Canale 5. Ospiti di Barbara D’Urso, nel salotto di Domenica 5, Daniela Santanchè e un imam (di cui non ricordo il nome né la provenienza) sul tema: quale integrazione culturale? Inutile dire che i due, assieme ad altri ospiti che spalleggiavano l’uno e l’altra, non sono arrivati a nessun risultato. Ognuno è rimasto, infatti, della stessa opinione di prima: la Santanché, reduce da un pestaggio avvenuto a Milano ad opera di musulmani che non gradivano la sua interferenza nelle usanze delle donne islamiche (leggi burqa e simili), continua ad essere dell’idea che verso le donne l’islam, e le sue “incivili” usanze, non ha alcun rispetto, che esse sono sottomesse all’uomo che le obbliga ad indossare il velo e il burqa e che, talvolta, le uccide perché non si adeguano alla rigida disciplina dettata dalla fede. Dalla parte opposta l’imam, udite udite, ritiene che nessuno fa violenza alle donne, nemmeno psicologica, che esse sono libere di decidere e se vogliono portare il velo o il burqa, lo fanno spontaneamente e senza costrizione alcuna perché è una pura e semplice questione culturale. In riferimento agli omicidi di cui si è parlato in trasmissione –quello di Hina risalente a due anni fa e quello di Sanaa di pochi giorni fa – l’imam ha sottolineato che non esiste religione al mondo –e per fortuna!- che impone all’uomo, padre o marito o fratello, di uccidere una donna “indisciplinata”. No, la religione non c’entra, perché la violenza, in questi casi, riguarda gente che non va in moschea a pregare e non ha legami con la comunità musulmana. Ne consegue che questi padri sono dei violenti perché non osservanti e che sono integrati a tal punto da trarre spunto dall’esempio degli italiani, badate bene, della violenza tutta italiana.

Questi, in sintesi, gli argomenti addotti a sostegno della tesi che l’islam non può essere violento perché nessuna religione lo è, in quanto Dio è buono e non può indurre alla violenza. D’altra parte, i miscredenti, di qualsiasi fede e cultura, sono violenti perché non hanno quello che si suole chiamare “timor di Dio”. Tale ragionamento, a rigor di logica, non farebbe una piega. Tuttavia, mi permetto di osservare che nessun esempio di violenza può condizionare le scelte di uomini sani di mente, oltre che timorosi di dio e delle sue punizioni eventuali. Se così fosse, dovremmo essere tutti violentatori ed omicidi. Se il signor imam chenonsocomesichiama la pensa in questi termini, ha evidentemente dimenticato le stragi che l’islam ha compiuto durante tutto l’arco della sua storia, sia attraverso la jiad sia attraverso gli atti terroristici.

È vero che la Santanchè un po’ se l’è andata a cercare. Un’italiana convertita all’islam presente al dibattito, Sonia Martini, ha preso le difese dell’imam -manco a dirlo- e ha attaccato la Santanchè attribuendole l’atto oltraggioso di aver interrotto una cerimonia islamica solo per far politica e dimostrando un totale menefreghismo nei confronti delle usanze delle donne musulmane. Al che la replica della Santanchè è stata: loro hanno dimostrato insensibilità nei confronti della nostra cultura e religione andando a pregare proprio davanti al duomo di Milano, simbolo della cristianità. La replica mi è parsa scontata: gli islamici hanno l’obbligo delle cinque preghiere quotidiane e, ovunque si trovino, si rivolgono alla Mecca e pregano. Ok, si può anche essere d’accordo, così come sono convinta che la Santanchè potrebbe occupare il suo tempo in modo diverso, senza andare a rompere i cosiddetti alle donne che indossano il burqa, invocando il rispetto della legalità. Tant’è che la stessa Maritini, supportata dall’imam, ha sottolineato che lei non ha alcun ruolo nel controllo degli eventuali comportamenti illegali, in quanto non è un poliziotto né un magistrato. Anche su questo, niente da eccepire.

Il motivo del contendere, l’indossare il burqa e la palese sottomissione delle donne islamiche ai loro uomini, ha avuto un appoggio anche da Vittorio Sgarbi, in collegamento da Bologna. Meraviglia delle meraviglie, all’inizio del discorso ha usato un tono pacato, facendo dei ragionamenti accettabili, sembrava, quasi, stare dalla parte della Santanchè, poi ha iniziato ad urlare riprendendo il suo solito atteggiamento assai sgradevole. Comunque mi è parso appoggiare la causa delle donne islamiche che sono libere di assecondare come vogliono i loro uomini, a patto, però, che quest’ultimi non le uccidano ad ogni trasgressione. Mi pare sensato ma anche molto scontato.

Parlare di integrazione culturale è assai difficile. Io ho tentato più volte (ad esempio qui ) ma ho concluso che non ci sarà mai un’integrazione completa, soprattutto da parte degli emigrati di una certa età. Ma i loro figli e poi i loro nipoti, se rimarranno qui, potranno veramente integrarsi perché considereranno questa la loro patria. Ciò non toglie che il loro essere “occidentali” disturberà sempre i “vecchi” più legati alle tradizioni e ci saranno sempre delle scelte fatte dai figli e forse anche dai nipoti che non verranno comprese e condivise. Spero comunque non si arrivi ancora ad uccidere.
Una cosa giusta, però, la Santanchè l’ha detta a Domenica 5: spesso questi immigrati non conoscono la lingua e senza questo presupposto, senza la volontà vera di apprendere l’idioma usato nei Paesi d’arrivo, non solo in Italia, non ci può essere integrazione. Intervistate, le madri delle ragazze uccise hanno avuto bisogno di un interprete che, forse, ha tradotto i testi in modo da far dire loro parole mai pronunciate. Io, personalmente, sono rimasta scioccata nel sentire le parole di perdono e di approvazione nei confronti del gesto del marito da parte della madre di Sanaa. Come dice la Santanchè, può anche darsi che queste donne appoggino in tutto e per tutto i loro uomini perché sono abituate ad essere sottomesse e non hanno il coraggio di opporsi al volere dei maschi, temendo chissà quali punizioni.

Infine, parlare di integrazione è possibile e sono sicura che il dialogo ci sarà con le prossime generazioni. Per il momento, però, i tempi non sono maturi. Proprio per questo personalmente non appoggerei la proposta di Gianfranco Fini che vorrebbe concedere la cittadinanza agli immigrati dopo soli cinque anni. Prima bsogna abbattere i pregiudizi da entrambe le parti. Un punto d’incontro è auspicabile, ma a me viene in mente ciò che qualche anno fa una mediatrice culturale disse in classe durante un intervento sull’islam: noi nasciamo tutti musulmani. Chi non segue questa strada cade nell’errore.. Allora sono rimasta senza parole e ho incrociato gli sguardi perplessi dei miei allievi a cui ho intimato il silenzio. Come si fa a discutere una cosa del genere detta in tono così perentorio?

INTEGRAZIONE del 16 OTTOBRE 2009
Per chi si è perso la puntata … ecco il video. Per le altre parti, questo è il LINK.

16 settembre 2009

DICIOTTENNE MAROCCHINA AMA UN ITALIANO: UCCISA DAL PADRE

Posted in cronaca, figli, Friuli Venzia-Giulia, integrazione culturale, Legge, religione tagged , , , , , , a 4:00 pm di marisamoles

donna arabaÈ successo di nuovo e ancora accadrà. Figlie di immigrati, cresciute in Italia, a volte nate nel nostro Paese, destinate a soggiacere alla dura legge dell’islam. Quella legge che non prevede nel destino di giovani donne una vita felice, un amore sincero, un legame con un uomo che non appartenga alla stessa cultura. Per ragazze come Hina , 20 anni, pachistana, uccisa dal padre due anni fa perché amava un italiano e come Sanaa Dafani, diciottenne appena, la libertà è stata una falsa illusione, una conquista effimera, pagata con il sangue. Le mani armate dei padri hanno “fatto giustizia”, appellandosi al diritto di punire la trasgressione delle figlie, invocando la “legge dell’onore”. Dura lex, sed lex, dicevano i Romani; mai legge più dura e più ingiusta potrebbe esistere. Una legge che fa parte di una cultura che non sa aprirsi al mondo e che ritiene legittimo un omicidio per salvare l’onore. E poi si parla di integrazione. Ma l’integrazione sono prima di tutto loro a non volerla. Almeno persone come il padre di Sanaa che ieri ha ucciso la figlia. È accaduto in provincia di Pordenone, una provincia tranquilla.

La gente è incredula. Nelle interviste si sente solo parlare di “una brava persona”, riferendosi all’omicida. E sì, chi l’avrebbe mai detto? Un tipo un po’ chiuso, è vero, molto riservato. Si faceva i fatti suoi ma sul lavoro era socievole, rideva e scherzava con i colleghi. Chi avrebbe potuto immaginare che arrivasse ad uccidere la propria figlia, sangue del suo sangue. E in questo tipo di vicende, così tristi, così sconvolgenti, io mi chiedo che ruolo abbiano le madri. Nessuno. Le donne, mogli, figlie, sorelle, devono solo ubbidire alla “dura legge”, coprirsi il capo, non indossare i pantaloni, non lavorare o studiare, possibilmente. Qualcuna riesce ad opporsi, dimostrando un coraggio quasi da “uomo”, svincolandosi da questo integralismo che non è fede, non è religione, è solo crudeltà e ignoranza. Cosa possiamo avere noi in comune con gente come questa? Nulla. E non vuol dire essere razzisti, significa solo prendere le distanze da un mondo che non è solo diverso, ma è atrocemente ingiusto.

Omicidio premeditato, quello di El Ketaoui Dafani, 45 anni, residente dal 2001 in provincia di Pordenone. Forse le ha teso una trappola; la figlia non avrebbe avuto motivo di trovarsi sul luogo dell’omicidio, un luogo boschivo sulle montagne delle Valcellina. Forse la figlia e il fidanzato, da pochi mesi suo convivente, avevano sperato in una chiarificazione. Non una mano tesa pronta per il perdono, ma almeno uno sforzo per capire, se non condividere, le scelte di Sanaa.
E invece, all’arrivo dei soccorsi, il tragico epilogo di quell’incontro non fortuito si è materializzato davanti agli occhi di tutti: la ragazza agonizzante, sgozzata senza pietà, il giovane Massimo De Biasio, 31 anni, ferito gravemente accanto al suo amore ormai perduto per sempre. Un amore pagato a caro prezzo, da tutti e due: lei non c’è più, lui si salverà ma per tutta la vita porterà in sé il ricordo di questa atrocità di cui, involontariamente, è stato causa. Il senso di colpa non lo abbandonerà e potrà solo sentire un po’ di sollevo quando giustizia sarà fatta, quando El Ketaoui sarà punito. Ma spesso la Legge, quella degli uomini, non è così severa e qualsiasi punizione sembrerà insufficiente a fargli scontare la propria colpa.

Il presidente degli Intellettuali Musulmani Ahmad Gianpiero Vincenzo ha preso le distanze dal gesto efferato del “fratello musulmano”, dichiarando: Né L’Islam, né alcuna religione sulla terra possono giustificare l’omicidio tanto meno quello dei propri figli. Non possono esserci motivi religiosi dietro gesti così efferati, ma solo violenza e ignoranza. Assurdo però, che per la follia di pochi sconsiderati, si cerchi di colpevolizzare interi popoli e civiltà. No, non stiamo condannando un intero popolo, una civiltà riconosciuta tale; stiamo puntando il dito proprio contro quella “ignoranza” che rende ciechi, che porta a gesti estremi perché chi ne è afflitto non ha il potere di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Il “delitto d’onore” non esiste, non è scritto nella Legge di Allah e su questo siamo d’accordo. L’omicida, in ogni caso, merita una punizione esemplare. Forse quella di Ahmad Gianpiero Vincenzo è la testimonianza che maggiormente rende l’idea dell’integrazione possibile: seguire le leggi della fede ma rispettare il codice, quello degli uomini che condannano i reati, al di là di qualsiasi fede religiosa. E qui l’onore macchiato non ha alcuna importanza, non può essere un pretesto per uccidere. Questa si chiama giustizia umana. Poi sarà Dio o Allah a concedere il perdono, se verrà richiesto. La bontà di Dio è infinita, quella degli uomini no.

[fonti: Messaggero veneto e Gazzettino]

4 dicembre 2008

L’ON. COTA E LE MOSCHEE: TIMORI FONDATI E FALSE INTERPRETAZIONI

Posted in attualità, integrazione culturale, religione, società tagged , , , , , , a 8:13 pm di marisamoles

uomini che preganoNegli ultimi tempi è salito alla ribalta l’on. Roberto Cota della Lega Nord. Come spesso capita, non per pubbliche virtù ma per vizi … non del tutto privati. Oddio, vizi, in effetti, non è la parola più appropriata; diciamo timori, se proprio non vogliamo mettere il dito nella piaga. Se, invece, ci piace essere cattivi, diremo che si tratta di paura del diverso, di chi ha una cultura differente, di chi per questi motivi può essere considerato pericoloso. Tuttavia, questa è solo un’interpretazione, forse la più frequente ma, credo, la meno probabile. Perché? Semplicemente perché quando si dà un significato ad un’affermazione, si legge solo la “lettera”, non sempre si riesce a coglierne lo spirito.

In verità, la proposta concernente le classi ponte a me non dispiaceva e non credo che l’on. Cota volesse esprimere quella che è stata interpretata come una presa di posizione xenofoba. L’ho scritto in un commento ad un post di un altro blog, alla cui lettura vi rimando per non essere ripetitiva. Di recente il ministro Maria Stella Gelmini ha sottolineato che non faremo classi separate. Le classi ponte saranno corsi di italiano, magari pomeridiani, per consentire agli alunni stranieri di imparare la lingua il più rapidamente possibile. Quindi potremo stare tutti tranquilli perché non ci sarà discriminazione alcuna e non credo che questa interpretazione possa essere considerata troppo distante dall’idea dell’onorevole Cota. 

Ora si parla della moratoria, chiesta sempre dallo zelante Cota, per la costruzione di nuove moschee in Italia. Prima di puntare il dito, ancora una volta, dobbiamo considerare che la proposta fa seguito ad un episodio che a tutti può sembrare allarmante: l’arresto di due marocchini per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale, a Macherio nel Milanese. Qui non si tratta di essere razzisti o xenofobi, ma semplicemente di essere realisti. È plausibile essere sospettosi e avere delle riserve riguardo al corretto utilizzo delle moschee da parte degli islamici. Va bene se si riserva ad esse la funzione per cui un luogo di culto nasce: pregare, celebrare i riti, aggregarsi tra fedeli. La “chiesa”, concepita come “casa del Signore”, sia esso chiamato Dio o Allah, è un diritto che non dovrebbe essere negato a nessuna comunità. Tuttavia, se un centro di aggregazione cela un recondito fine destabilizzatore, anche se non imputabile a tutti i fedeli, allora bisogna riflettere.

Marcello Sorgi su “La Stampa” commenta l’episodio in questi termini: ”Bloccare nuove moschee e centri culturali, almeno fino a quando non sia stata sottoscritta un’intesa tra lo Stato italiano e gli islamici: avanzata ieri dopo l’arresto di due marocchini a Milano, accusati di preparare attentati, e dopo l’allarme lanciato dal ministro dell’Interno Maroni, la proposta della Lega Nord ha subito suscitato molte reazioni, dal Pd a Rifondazione comunista, che arrivano a definirla «incostituzionale».
A questo punto, diamo un’occhiata alla Costituzione (sconosciuta ai più, eppure nell’era di Internet basta un clic per avere tutte le informazioni!).
L’articolo 19 garantisce l’esercizio della libertà religiosa in privato e in pubblico, e di conseguenza la costruzione di edifici dedicati al culto.
Ma l’articolo 8 – successivo a quello che riconosce il Concordato con il Vaticano e regola i rapporti con i cattolici – stabilisce che anche per le altre religioni la libertà va esercitata all’interno di intese con lo Stato italiano.
Ed eccoci al punto cruciale. Appare legittimo, dunque, che lo Stato prenda una posizione in merito alla questione. Nel momento in cui un luogo di culto può apparire una “minaccia” se non gestito e controllato a dovere, si può intervenire con la chiusura dello stesso, ma anche con lo stop alla costruzione di nuovi centri, sempre per motivi di sicurezza. Niente di scandaloso, dunque.

Da parte sua, anche il Vaticano esprime il suo parere. Il segretario della CEI, monsignor Mariano Crociata,  è del parere che noi dobbiamo garantire che i musulmani presenti nel nostro Paese possano coltivare la loro religione in maniera appropriata. Sottolineando che, non essendoci, in Italia, un unico islam e neppure un solo Stato di riferimento per tutti i musulmani, aggiunge che è necessario, pur in questa complessità, che le altre religioni siano coltivate perché diventino condizione di inserimento, di integrazione, di stabilità e anche di sviluppo religioso che preluda a un dialogo, a una possibilità di convivenza nel rispetto reciproco. Più che giusto. Ciò non toglie, però, che lo Stato eserciti il dovuto controllo e prenda i provvedimenti del caso.
Molto più accomodante appare mons. Ravasi , presidente del pontificio consiglio della Cultura della Santa Sede. Egli, come riportato dal Corriere, ritiene che un luogo di culto in quanto tale è sempre sorgente di comunione e di dialogo; il “ problema”  nasce quando il luogo di culto assume tipologie che sono eterogenee alla propria identità: in questo caso la convivenza sociale e lo Stato in particolare esigono una verifica, un controllo. E anche su questo possiamo essere d’accordo.

Ma veniamo al dibattito politico. Superfluo dire che l’opposizione ha espresso il proprio orrore attraverso le voci di parlamentari appartenenti a diversi schieramenti. Tuttavia, una voce fuori dal coro c’è: è quella di Paola Binetti (Pd). La senatrice sostiene che se la moratoria va intesa come momento di riflessione per decidere il da farsi può essere una buona soluzione. Se invece deve essere considerato solo un modo per impedire a qualcuno di professare la propria fede, allora no.
Certo, è difficile a priori stabilire quale sia il vero obiettivo della moratoria, tuttavia credo che lo Stato, qualora prenda una decisione in tal senso, debba in ogni caso garantire il rispetto della Costituzione. Impedire a chicchessia la libertà religiosa è, questo sì, anticostituzionale. Ma lo Stato lo sa.

Forse noi italiani non siamo sufficientemente “aperti”, trincerati dietro a sospetti e timori. Altrove, in Europa, quell’Europa che chiamiamo “unita”, la pensano diversamente. Prendiamo l’Inghilterra, ad esempio: nonostante l’attentato del 7 luglio 2005 a Londra, mi sembra che i sudditi della regina Elisabetta siano più aperti e meno timorosi. È di ieri la notizia che si sta pensando di creare nelle scuole britanniche una stanza apposita per la preghiera degli studenti musulmani. Un atto di civiltà, se vogliamo, molto meno plateale e discutibile delle iniziative, assai diffuse in Italia, volte a togliere il crocefisso dalle aule. A parte il fatto che ormai il povero “Cristo in croce” è sempre meno presente all’interno degli edifici scolastici italiani, ma obiettivamente che male può fare? Credo che questa sia una presa di posizione degli atei celata dietro un falso rispetto della religione altrui.
Ma a Londra, l’apertura verso l’islam, in certi casi, appare forse esagerata. È stato stabilito, infatti, che, in occasione dei giochi del 2012, i servizi igienici del Parco Olimpico debbano essere costruiti in modo che i musulmani non siano rivolti di fronte alla Mecca mentre sono seduti sul wc. La religione islamica vieta infatti ai musulmani di stare di fronte alla Kiblah – in direzione della preghiera – quando ci si serve della toilette. Non solo, lo scorso anno migliaia di sterline dei contribuenti sono state utilizzate per garantire che i servizi igienici del carcere di Brixton a Londra non offendessero la legge islamica. Credo che una proposta del genere in Italia solleverebbe un bel po’ di polemiche e farebbe discutere l’opinione pubblica per settimane, facendo dimenticare anche la crisi economica.
Inoltre, mentre monsignor Crociata (nessun cognome potrebbe sembrare più appropriato in tale contesto!) ritiene improbabile che in Italia si possa introdurre la sharia, in Gran Bretagna il primo tribunale islamico  fu istituito nel 1982 a Leyton, a est di Londra.  Suhaib Hasan, membro del Cerf (Consiglio europeo per le ricerche e la fatwa), spiega che la comunità islamica vuole alcuni dei diritti sharaitici nell’ambito dello statuto personale islamico in tema di matrimonio, divorzio, eredità e diritti della seconda moglie, senza intenzione alcuna di  amputare la mano del ladro o a lapidare l’adultera o l’adultero. Meno male! In un’Europa Unita che pone come conditio sine qua non per l’ingresso dei nuovi Paesi la rinuncia alla pratica della pena di morte, ci consola il fatto che la comunità islamica inglese non abbia intenzioni cruente.

In conclusione, non mi sembra giusto negare alcun diritto ai seguaci di Allah, purché la loro pratica religiosa si attenga ai corretti comportamenti attribuibili ai fedeli di ogni religione. Quello su cui si può discutere è che la tolleranza, giusta e sacrosanta, nei loro confronti sia contraccambiata da richieste che vadano oltre il limite accettabile. Certo, sono liberissimi di praticare anche la poligamia, sempre che la nostra legge glielo permetta. A questo proposito, anche per sdrammatizzare un po’, mi piace citare una battuta di Umberto Bossi. All’imam Yahya Pallavicini, incontrato alla Camera dei Deputati, che gli chiedeva se temesse che i mussulmani volessero introdurre in Italia la poligamia, il senatur rispose: “non ho niente contro la poligamia. Il problema sarebbero le quattro suocere…”. (www.islamicità.it )

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