13 febbraio 2017

LIBRI: “FLORILEGIO” di SELMA MEERBAUM-EISINGER (a cura di FRANCESCA PAOLINO)

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florilegio

Francesca Paolino, autrice della biografia della giovane poetessa vittima dell’Olocausto, ha curato anche l’edizione delle poesie di Selma Meerbaum-Eisinger uscita nel 2015. Nella dettagliata introduzione, la curatrice spiega come la raccolta di poesie della ragazza sia giunta fino a noi, attraverso vicende definite rocambolesche.
L’artigianale quadernetto con la copertina floreale (la stessa che compare nella copertina della raccolta edita da Forme Libere) fu affidato, nell’inverno 1941-42, poco prima della deportazione di Selma in Transnistria, ad un uomo sconosciuto che ebbe l’incarico di consegnarlo alla amica Else Keren. L’anonimo ambasciatore recapitò l’oggetto con le seguenti parole: Devo darle questo da parte di Selma. Me lo ha dato di nascosto stamattina, quando l’hanno portata via con i genitori. Abbia la cortesia di inoltrarlo a Fichman, l’amico di Selma.

Leiser Fichman, però, una volta ricevuto il prezioso dono, decise di fuggire dal campo di lavoro in cui si trovava alla volta del Mar Nero e, temendo di perderlo durante il viaggio avventuroso, preferì consegnare nuovamente il quadernetto ad Else. Era il 1944 e la ragazza, scampata alle deportazioni, a sua volta cedette l’album con le poesie alla migliore amica di Selma, Reneé Abramovici-Micaeli la quale lo portò con sé in un lungo viaggio attraverso la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Austria e la Germania, sino all’arrivo in Israele nel 1948.

Il piccolo tesoro rimase nascosto per un ventennio, complice anche il silenzio che dopo la Seconda Guerra Mondiale era calato sui lager, la deportazione e lo sterminio degli ebrei. Verso la fine degli anni Sessanta, il professore di matematica di Selma, Hersch Segal, colpito da un’antologia che raccoglieva dei versi sul tema dell’Olocausto (Un mosaico di destini…, pubblicata a Berlino Est nel 1968), fra cui anche Poema della Meerabum-Eisinger, cercò le vecchie allieve e riuscì a rintracciare in Israele Reneé. La donna custodiva ancora come un tesoro l’album di Selma e, grazie anche all’interessamento di Segal, la raccolta fu pubblicata in un’edizione privata in Germania nel 1976. Nel 1979 vide la luce la prima edizione pubblica di Blütenlese a cura dell’Università di Tel Aviv.
L’album originale, in cui la giovane poetessa aveva copiato a mano le sue liriche, è oggi conservato a Gerusalemme presso lo Yad Vashem, il Memoriale dei martiri e degli eroi dell’Olocausto.

Nel manoscritto, le poesie sono trascritte in corsivo, con inchiostro nero, e la grafia è piccola e ordinata. Il corpo delle composizioni è centrato sulla pagina, con i titoli per lo più leggermente spostati verso il margine sinistro dei fogli.
La raccolta è composta da 57 liriche in tedesco – di cui 52 originali della giovane poetessa – tre testi in yiddish, due poesie di Paul Verlaine scritte in francese come da originale e una lirica in rumeno di Discipol Minhea. Nella prima parte di Florilegio le poesie sono suddivise nei seguenti capitoli: Fiori di Melo, Lillà scuri, Morelle, Garofani rossi, Astri, Vessilli, Orchidee Esotiche; la seconda parte è suddivisa in: Fiori di tè, Crisantemi bianchi, Papaveri Selvatici, Papaveri da Oppio. La prima poesia del manoscritto, Canto, è a sé stante e fu scritta il 25 dicembre 1939. Selma aveva inoltre scelto di intervallare con immagini di dipinti famosi i propri componimenti.

La poesia che nel manoscritto risulta essere la più “antica” (35esima nell’ordine di copiatura) risale al maggio-giugno 1939, mentre l’ultima (46esima nell’album) è datata 24 dicembre 1941. Secondo l’amica Reneé, Selma avrebbe composto molti altri testi poetici – spesso ne scriveva quattro o cinque nello stesso giorno – e l’album conterrebbe una selezione di componimenti.

Sulla prima pagina spicca la dedica al ragazzo di cui era innamorata: Con amore a Leiser Fichman, come ricordo e ringraziamento per tanta indimenticabile bellezza

manoscritto_poesie

Nell’introduzione di Florilegio, Francesca Paolino riporta anche svariate notizie sulla pubblicazione del 1968, curata da Heinz Seydel, che include un’ampia selezione di testi, poesie scritte nella notte fascista, circondate dal gelido soffio dell’orrore: quali parole gridate nel freddo! (pag. 15 dell’edizione citata di Florilegio). Il resoconto continua, quindi, con l’edizione privata del 1976 e quella pubblica del 1979. Infine, le poesie spurie, testi che in un primo tempo erano stati attribuiti a Selma, scritti in lingua inglese presumibilmente durante il periodo di prigionia. Cosa che a priori non appare strana: la ragazza viveva in un ambiente poliglotta e nello stesso campo di lavoro in Transnistria era detenuto il professor Henner, un insegnante di inglese che aveva portato con sé una grammatica di lingua inglese e una di italiano per dimenticare con lo studio l’amarezza e l’orrore quotidiani. (pag. 36) Tuttavia, Paolino propende per l’attribuzione di “maternità” a Else Keren, l’amica con cui Selma condivise l’amore per i versi.

Interessante, a mio parere, è la riflessione della curatrice circa il parallelo che nell’edizione miscellanea del ’68 era stato tracciato fra Selma e Anne Frank, confronto poi scomparso nell’edizione pubblica di Florilegio del 1979. Come osserva correttamente Paolino, il confronto nasce spontaneo considerando la giovane età delle due vittime della Shoah, ma le personalità sono differenti:

In Anne Frank non troviamo la prontezza di Selma a gettarsi nella mischia, quel coraggio nel non evitare lo scontro, ma anzi nell’aspettarselo fermamente, né percepiamo la “profondità di sentimento e pensiero” e la “stupefacente maturità” dell’agonismo meerbaumiano, la caparbietà e l’intraprendenza della giovane poetessa. […] Entrambe manifestano un grande amore per la natura e hanno lasciato parole di gratitudine per la consolazione derivante dalla sua contemplazione, ma se Selma ama porsi come interlocutore del creato, presenza viva e attiva tra piante e animali, la più timida Anne sente, osservando il cielo da una finestra, tutta la propria piccolezza. (pagg. 26-27 dell’edizione citata)

C’è un altro motivo per cui la scrittrice ritiene non del tutto calzante il parallelo tra le due giovani: Anne aveva scritto il suo Diario durante il periodo trascorso nel nascondiglio, in una condizione limite, mentre le poesie che Selma aveva composto risalgono anche al periodo precedente l’occupazione di Czernowitz e la sua deportazione. Se il quadernetto dalla copertina floreale è arrivato fino a noi, esso raccoglie i testi già composti e trascritti e nessuno scritto autografo abbiamo di Selma risalente al suo internamento a Michajlovka, se non la lettera che Frieda Eisinger ritrovò nel cappotto della figlia e la lettera inviata nel luglio 1942 e miracolosamente pervenuta all’amica Renee Abramovici-Michaeli, anche lei internata in un differente campo in Transnistria.

Sicuramente i versi composti durante gli anni difficili, in cui ogni certezza sembrava svanita, ogni sogno destinato ad infrangersi sulla sagoma appuntita del filo spinato, spine conficcate direttamente nel cuore di una giovane innamorata, soprattutto della vita, trasmettono dolore e consapevolezza che nulla potrà essere come prima.

Mi cullo e continuo a cullarmi
coi sogni al mattino e alla sera
e bevo lo stesso vino drogato
di chi dorme quando è ben sveglio.

Io canto, mi canto una canzone,
canzone di gioia e speranza,
la canto come chi va ma non vede
che non potrà più ritornare.

Io dico e mi dico e ridico una voce,
diceria d’una storia d’amore,
la dico a me stessa e più non le credo,
perché so: non avrà lieto fine.

Io suono, mi suono e risuono il motivo
dei giorni che sono passati,
e mi sbarazzo della verità
e fingo di essere cieca.

Io rido e rido ancora e me la rido
di questo mio giocare.
E invento intricate trame di sogni
che non hanno meta
.
(Ninna nanna per me, Gennaio 1941, da Florilegio, edizione citata, pagg. 104-105)

LIBRI: “UNA VITA. SELMA MEERBAUM-EISINGER (1924-1942)” di FRANCESCA PAOLINO

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PREMESSA
Ci sono libri che attendono di essere recensiti, da tanto, troppo tempo.
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) di Francesca Paolino è uno di questi. Mi scuso per il ritardo ma Francesca, con cui sono in contatto da un paio d’anni, forse più, sa che le circostanze sono state “avverse”. Questa biografia meritava momenti tranquilli, chiedeva di essere letta e riletta. Una lettura veloce non le avrebbe dato lo spazio e il tempo adeguato. Ora, a pochi giorni dalla visita che la dott.sa Paolino farà nel liceo in cui insegno, credo che il giusto tempo sia arrivato. Meglio tardi che mai, direbbe qualcuno. E avrebbe ragione.

L’AUTRICE
francesca_paolinoFrancesca Paolino (classe 1978) vive a Roma. Germanista e traduttrice, ha dedicato i suoi studi alla vita della giovane Selma Meerbaum-Eisiger, vittima della Shoah, pubblicandone prima la biografia (Una vita. Selma Meerbaum-Eisiger (1924-1942), Trento, Edizioni del Faro, 2013, e successivamente curando l’edizione delle sue poesie nella raccolta Florilegio (Trento, Edizioni Forme Libere, 2015). La studiosa e scrittrice affianca alle ricerche letterarie le attività di traduttrice e guida turistica.

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IL LIBRO
Una vita. Selma Meerbaum-Eisinger (1924-1942) non è un romanzo, anche se sarebbe bello pensarlo come opera di fantasia perché ciò significherebbe che la ragazzina con il pallino della poesia avrebbe avuto una vita più lunga e, forse, un grande successo come scrittrice. Ma il destino ha troncato la sua giovane vita in un campo di lavoro in Ucraina, dove a soli 18 anni morì colpita inesorabilmente dal tifo.
Francesca Paolino nel suo libro ha ricostruito, con un’attenta analisi delle fonti, la biografia della giovane poetessa Selma Meerbaum-Eisinger, nata a Czernowitz, vecchia capitale della Bucovina (territorio attualmente diviso tra Romania e Ucraina, un tempo facente parte dell’Impero Austro-ungarico) il 5 febbraio 1924 e deportata nel campo di lavoro di Michajlovka, in Transnistria, in seguito alle persecuzioni naziste.

Nel libro della Poalino, la città di Czernowitz è descritta come un microcosmo nel microcosmo, la culla di un eccezionale multiculturalismo. Qui Selma cresce, dimostrando fin da giovanissima una vera e propria passione per la letteratura, favorita da un clima intellettuale vivace, in cui si parlavano almeno una dozzina di lingue, senza contare i dialetti e lo yiddish dei piccoli centri ebraici, anche se la cultura più fiorente era quella tedesca:

Il mito di Czernowitz è quello di un “paradiso perduto” nella regione più orientale dell’Impero, la fucina di una straordinaria vita intellettuale policroma, autonoma, feconda e originalissima (quella della Bucovina è definita la “quinta letteratura tedesca”), temprata dal sacro fuoco del deutscher Geist. (pag. 16 dell’edizione citata)

Come spiega l’autrice in una nota a pag. 18, quando la Bucovina viene annessa al Grande Regno di Romania (1918), nonostante l’affermarsi in un primo momento del bilinguismo tedesco-rumeno e il riconoscimento da parte del Regno di Romania di una certa autonomia agli ebrei bucovini, considerati “minoranza etnica e confessionale”, negli anni Trenta la rumenizzazione del territorio porta all’affermazione di un diffuso antisemitismo con il conseguente peggioramento delle condizioni economiche della famiglia di Selma che aveva già dovuto affrontare il dramma della morte precoce del padre Max, ucciso dalla tubercolosi a soli 29 anni.

La madre Frieda, imparentata con il poeta Paul Celan (il cui cognome di nascita era Antschel), si risposò con Leo Eisinger e non poté garantire alla figlia la stessa istruzione esclusiva impartita al cugino Paul. La giovane poetessa, infatti, “frequentò le scuole pubbliche sia nei quattro anni previsti per l’istruzione primaria … sia per i successivi otto anni di scuola secondaria frequentati all’Hoffmann-Lyzeum nella Altgasse e per l’anno scolastico 1940-41 (anno dell’occupazione sovietica di Czernowitz) alla Jüdische Schule in Austria-Platz. (pag. 28)

Grazie alle fotografie e alle testimonianze di alcuni amici, come Reneé e Margit Bartfeld, è stato possibile ricostruire alcuni tratti fisici e della personalità della ragazza. Alta un metro e sessanta, aveva i capelli castani e crespi che portava costretti in lunghe trecce, operazione complessa che la portava spesso a correre per arrivare in orario a scuola. Selma amava vestire in modo sportivo e pratico, indossando perfino i pantaloni corti, non era attratta dalle mondanità ma piuttosto era “affamata” di poesia, leggeva un libro dopo l’altro, sognava un futuro da scrittrice. (pag. 33)

selma_else

Con l’ingresso nel gruppo sionistico dell’Haschomer Hatzair (“Giovane Sentinella”, nato a Vienna nel 1916 in seguito alla fusione di due precedenti movimenti giovanili), oltre a condividere con alcuni amici la passione per i versi, Selma si lascia trascinare anche dal ballo perché, come ricorda la compagna Else Keren, voleva vivere in pienezza ogni momento. Quasi un presentimento della morte precoce.

Gli Haschomer bucovini erano molto attivi culturalmente e appassionati di letteratura, filosofia e psicologia. Per la giovane poetessa quell’ambiente era l’ideale per coltivare il sogno nel cassetto. La città stessa offriva molti spunti per le sue poesie: Selma amava in particolare il Colle degli Asburgo, nella zona meridionale di Czernowitz, immortalato nei suoi componimenti, teatro di piccoli drammi entomologici o del tripudio di fioriture inaspettate e di luce vespertina (pag. 47), come si legge in una delle sue liriche che, assieme ad altre poesie, andrà a comporre la raccolta Blütenlese (Florilegio).

Selma e i suoi giovani amici trascorrevano le giornate in modo abbastanza spensierato, sperando in un futuro migliore. Pensavano che le difficoltà fossero passeggere e la minaccia nazista lontana: [Era] come un terribile incidente d’auto. Ha coinvolto altri, pensavamo, a noi non toccherà. (pag. 58)

Ma l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche tolse la tranquillità alla comunità ebraica nella Bucovina. Infatti, anche in Romania, nell’autunno del 1939, i controlli sull’attività degli ebrei si fecero sempre più serrati. Il gruppo dell’Haschomer Hatzair, per evitare incidenti, limitò le proprie attività, soprattutto quelle all’aperto. Non al punto da impedire a Selma e alle altre “sentinelle” di festeggiare Chanukkah, la festa delle luci, una delle più importanti per le comunità ebraiche. L’amica Else Keren racconta che la notte della festa (dicembre 1939), durante una passeggiata al Colle degli Asburgo, Selma si fece silenziosa e si chiuse in se stessa. Poi la vidi scrivere nel suo libricino. Il quadernetto, spiega la Paolino, non fu mai ritrovato. Che cosa scrisse quella notte la giovane? Forse prese appunti per la composizione della poesia Farben (Colori):

È così azzurro sulla neve candida,
gli abeti verdi sono così neri,
che il capriolo, sgusciato di soppiatto,
è grigio come la pena senza fine,
che pure scacceresti volentieri.

Scricchiano passi, musica di neve,
e i venti rimandano polvere di fiocchi
sugli alberi velati di bianco.
Panchine come sogni.

Luci calanti vanno con le ombre
in girotondi infiniti.
Remote lanterne brillano d’un chiarore
attutito, preso allo sfavillìo della neve
. (traduzione di Francesca Paolino, pag 60 di Una vita)

Sei mesi dopo, il 20 giugno 1940, l’Armata Rossa entrò a Czernowitz e i romeni furono costretti a cedere la città all’Unione Sovietica. Si diffuse un discreto ottimismo: Credevamo nel socialismo. L’entusiasmo per l’entrata delle truppe russe fu grande. (pag. 61)

Speranze andate presto deluse: in breve, proprio i russi iniziarono la deportazione degli ebrei. Inoltre, nella Bucovina la situazione era molto complessa a causa delle rivendicazioni del Reich per far rientrare in Germania i cittadini tedeschi. Naturalmente ariani. Molti riuscirono a scappare ma i russi, nella notte tra il 13 e il 14 giugno 1941, prelevarono con la forza 3800 cittadini di Czernowitz.
Quando, in seguito, la Romania entrò in guerra a fianco delle potenze dell’Asse, la situazione per gli ebrei si fece ancora più drammatica: il 7 luglio 1941 venne incendiata la sinagoga di Czernowitz e nello stesso anno, il 30 luglio, un’ordinanza firmata dal colonnello Alexandru Riosanu impose agli ebrei degli orari per uscire da casa, costringendoli a chiudere ogni attività professionale e ad appuntare sui vestiti la stella di David. Fu poi costruito il Ghetto, situato nel vecchio quartiere ebraico, circondato da una recinzione di assi e filo spinato ad altezza d’uomo. I due portoni d’accesso erano sorvegliati e gli abitanti dovevano attenersi a rigide regole per quanto riguardava il transito e la possibilità di portare viveri e beni di prima necessità. I più dedussero che la permanenza nel ghetto non sarebbe stata lunga. (pag. 70)

Selma non poteva più muoversi liberamente nella propria città. Molte amiche erano già state deportate dai russi e chi era ancora a Czernowitz, cercava come poteva una via di salvezza:

Quando la guerra arrivò dalle nostre parti, sentimmo di essere derubati della nostra giovinezza. Non ci era più permesso di recarci nei nostri giardini, sui nostri prati – dovevamo cercare nascondigli. In quelle sere lunghe e solitarie Selma scrisse le sue poesie più belle. (pag. 69)

In un primo tempo gli Eisinger riuscirono a rimanere nel ghetto, grazie anche alle “autorizzazioni” che il sindaco della città, Trajan Popovici, era riuscito a far ottenere per evitare la deportazione degli ebrei da parte delle autorità rumene. Ma la situazione precipita nel maggio del 1942, quando i rastrellamenti non lasciano scampo nemmeno alle persone protette dai certificati. Secondo alcune testimonianze, Selma partì per il campo di lavoro, assieme al patrigno Leo e alla madre Frieda, il 7 giugno.

Da questo momento la vita della giovane poetessa di Czernowitz è ricostruita, per sommi capi, in base ad alcune testimonianze, come quella dell’artista trentenne, originario di Suceava, Arnold Daghani il quale assieme alla moglie Anisoara era partito con lo stesso convoglio diretto in Transnistria su cui viaggiava anche la famiglia Eisinger. Nelle pagine del suo diario, che in realtà non avrebbe potuto tenere ma che abilmente aveva “mimetizzato” utilizzando un codice segreto per i suoi scritti, il 6 dicembre 1942 Daghani osserva:

[…] Povera Selma, da qualche tempo è malata. Una volta al ritorno dal cantiere l’ho sentita impegnarsi in una discussione sull’arte e sostenere che se un artista avesse l’intenzione di rappresentare in modo convincente la disumanità del campo, dovrebbe prendere spunto da un giudizio già formato. Ho percepito quest’affermazione come una critica al mio camaieu. Forse avrebbe preferito che avessi immortalato le esecuzioni? […] Perché impoverire l’orrore dipingendolo, disegnandolo? Forse i detenuti desiderano che il mondo sappia esattamente da un tratto di matita ciò che è avvenuto qui nel campo, perché chi potrebbe mai credere alle nostre parole, se dovessimo sopravvivere? (pagg. 86-87)

morte_selma_daghani

Nonostante dal tifo sia riuscito a guarire l’80-85% dei deportati al campo di Michajlovka, la malattia aggredì Selma senza lasciarle scampo. Il 16 dicembre morì e nel suo cappotto la madre trovò una lettera grazie alla quale apprese che, poco prima della scomparsa, la figlia aveva tentato di fuggire dal campo, con l’aiuto di una guardia. Una rivelazione che non deve stupirci: uno spirito libero come Selma non avrebbe mai voluto finire i suoi giorni in un campo di lavoro che l’aveva privata della sua libertà, senza poter godere della bellezza dei luoghi a lei cari, rinunciando ad inebriarsi dei profumi della natura e a lasciarsi accarezzare dal vento.

Il vento canta la sua ninna nanna
con un fruscìo di sogno,
teneramente adula le foglie.
Mi lascio sedurre e spio quel canto
e mi sento come i prati.

Scrosci nell’aria
rinfrescano il mio viso
cocente, racchiuso nell’attesa.
Nuvole in viaggio riversano la bianca
luce che hanno rubato al sole.

La vecchia acacia
spande il suo silenzio
nel tremulo intrico di foglie.
Gli aromi della terra si alzano, salgono
e scendono poi su di me
. (Mattino, da Florilegio, pag. 183, traduzione di Francesca Paolino)

Questa ed altre poesie sono l’eredità che ci è rimasta di Selma Meerbaum-Eisinger. In un quadernetto costituito da una copertina rigida e dei fogli tenuti assieme da un cordoncino, impreziosito da un foglio di carta da regalo con motivo floreale su sfondo azzurro, incollato sul cartoncino che ne costituisce la copertina, la giovane poetessa aveva scritto a mano le sue poesie. Blütenlese (Florilegio) è il titolo della raccolta che testimonia la gioia di vivere, la passione per i versi e, in ultimo, la parte dolorosa della breve esistenza di Selma.

Ricorda l’amica Else Keren: Ella cercava il bello e aveva il dono di trovare qualcosa di bello in tutto. E poi: Se Selma fosse vissuta … quante cose ancora avrebbe potuto darci?

Con la matita rossa, a conclusione della raccolta delle sue poesie dedicate all’amico Leiser Fichman, il ragazzo di cui era innamorata ma non seriamente ricambiata, Selma scrisse:

Non ho avuto il tempo di finire di scrivere.

Chissà quanto altro avrebbe potuto dirci.

***

Quello che colpisce, in particolare, nella lettura di Una vita e Florilegio è la storia di questa ragazza e il suo triste destino, condiviso da milioni di ebrei. Siamo perlopiù abituati a leggere libri di testimonianze che hanno rivelato al mondo l’orrore dei campi di concentramento, della morte nelle camere a gas, della privazione di ogni parvenza di dignità umana. Oppure leggiamo romanzi ispirati a queste storie che, pur essendo opere di fantasia, contribuiscono a lasciare memoria dell’Olocausto.
La particolarità degli scritti della Paolino è, invece, quella di far rinascere, perpetuandone la memoria, non solo una testimonianza ma la vita stessa di questa giovane poetessa che ha lasciato ai posteri oltre al ricordo delle sue sofferenze, che mai sovrastano la bellezza della natura descritta con passione e partecipazione, la prova di un grande talento poetico unito a un amore incondizionato per la vita.
In Una vita si notano soprattutto la cura e la precisione nella ricostruzione biografica attenta ed esaustiva, l’analisi meticolosa delle fonti con cui Paolino ricostruisce anche il contesto storico. In Florilegio l’autrice dà mostra della sua abilità nella traduzione che non è solo “transcodificazione” – passaggio da una lingua all’altra – ma anche resa emozionante dei sentimenti che animavano Selma durante la stesura.
Infine, sia nella biografia sia nella raccolta di poesie, relativamente all’introduzione, la scrittrice utilizza uno stile armonioso che riesce a compensare l’asciuttezza tipica del saggio e rende assai gradevole la lettura. Da entrambi i libri, inoltre, traspare un amore per Selma e l’orgoglio di aver contribuito a diffondere in Italia questa bella storia, seppur amara nella sua conclusione, e un album di poesie «lanciato con forza inaudita attraverso gli anni a venire così da rompere la cortina dell’oblio, attraversando i silenzi del dopoguerra, i pregiudizi sulla lingua tedesca e sulla giovane età che lo creò» (Florilegio, pag. 9).

[immagini tratte dal libro di F. Paolino e dal web. Nel caso in cui alcune di esse siano coperte da copyright, prego i soggetti interessati di contattarmi per e-mail]

CONTINUA>>>

5 giugno 2016

POESIA (non si butta via niente)

Posted in affari miei, poesia, web tagged , , , , , a 6:48 pm di marisamoles

PREMESSA
Oggi mi sono dedicata alle pulizie. No, non quelle che si fanno con straccetto e aspirapolvere. Ho eliminato un po’ di “roba” inutile nella casella di posta elettronica. Devo ammettere che ho anche barato: ho segnato come “letti” messaggi che in realtà mi ero ripromessa di leggere prima o poi. Ma quando si superano le 3000 mail non lette, ammetto che a me viene un po’ di angoscia. Purtroppo spesso si tratta di notifiche di post dei blog amici che avrei voluto effettivamente leggere, ma non ne ho avuto il tempo. Prometto che mi rifarò la prossima estate: decido fin d’ora che dedicherò una settimana a ciascuno degli amici, facendomi una scorpacciata di post non letti!
Sempre presa dalla frenesia delle pulizie di primavera (ormai quasi finita), sono passata al blog. Mi sono ritrovata tante di quelle bozze, post che non ricordavo nemmeno di aver iniziato …. e piantato là. Non è da me. L’incompiuto mi angoscia. Mentre scorro velocemente i titoli delle bozze, la mia curiosità è attratta da uno in particolare: “Poesia”. Apro l’editing ed ecco che qualcosa mi torna alla mente. Questo post staziona tra le bozze da più di un anno e mezzo. L’unica cosa che mi consola è che, se è vero che io ho lasciato tra le bozze il post, è anche vero che la blogger cui faccio riferimento non mi ha mai risposto… nemmeno agli altri commentatori.
Quindi, siccome non si butta via niente, eccovi il post e la mia… poesia. L’iniziativa non è male, potremmo rilanciarla. Le poetesse amiche – Ombreflessuose, Isabella Scotti, Diemme…- che ne dicono?
BUONA LETTURA!

Un po’ di tempo fa [ottobre 2014], una certa Stefania, a me sconosciuta, ha lasciato sul mio blog, commentando un post, un invito a passare dal suo dove avrei trovato una sorpresa.
Si trattava, in sintesi, di comporre un testo utilizzando cinque parole – silenzio guardai con tuttavia infinito – e traendo ispirazione dall’immagine che riporto qua sotto.

sera

L’idea mi piacque e di getto scrissi una poesia. Erano anni che non mi cimentavo con i versi e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal modo in cui le dita scorrevano velocemente sulla tastiera a comporre il testo. Certamente non è un capolavoro e lungi da me l’idea di definirmi poetessa. Però quello che scrivo, bello o brutto che sia, appartiene alla mia anima, per sempre. Non si butta, insomma.

Devo dire con rammarico che Stefania non ha pubblicato il mio testo, lasciato nello spazio dei commenti. Nemmeno gli altri ospiti, cui è stato concessa la pubblicazione delle composizioni, in versi e in prosa, hanno avuto miglior trattamento, dato che la promotrice dell’iniziativa – che si è pure preoccupata di lasciare il link al suo post in giro per il web, anche a dei perfetti sconosciuti – non ha risposto a nessun intervento.

Ecco dunque il mio testo. A voi l’ardua sentenza …

ASCOLTO NEL SILENZIO LE TUE PAROLE

Ascolto nel silenzio le tue parole
lievi
come fiocchi di neve
cullati dal vento.
Sento nel petto i battiti del cuore
forti
come cavalli al galoppo.
Ricordo il tuo sguardo
triste
mentre andavi via
come un ladro nella notte.
Ti guardai.
Hai rubato la mia anima,
dissi,
mentre parole bagnate di lacrime
con rabbia uscivano
dalla bocca orfana dei tuoi baci.
Ho scritto la parola fine
sulle pagine della nostra vita.
Non tornare, spettro dell’amore che fu.
Lasciami nel mio dolore,
svuotata
come una tazza di tè bevuta
fino all’ultima goccia.
Grido nel silenzio l’odio
infinito
che non si spegne
come candela al vento.
E continuo ad amarti,
tuttavia.

21 marzo 2016

NEL GIORNO DEDICATO ALLA POESIA IL CAFFÈ SI PAGA … IN VERSI

Posted in attualità, cultura, Milano, poesia, web tagged , , , , , , , a 2:13 pm di marisamoles

POESIA
Il 21 marzo è il primo giorno di primavera ma si celebra anche la Giornata Mondiale della Poesia.

Molte sono, in Italia, le iniziative legate a questa giornata. Ad esempio, si può pagare un espresso con i versi… naturalmente scritti di proprio pugno. Un’iniziativa che non è nuova ma quella del caffè viennese Julius Meinl è davvero speciale.

Il 21 marzo, infatti, nelle 1.300 caffetterie in cui è presente il caffè viennese Julius Meinl, in ben 30 Paesi in tutto il mondo, ha deciso di offrirne uno a chiunque abbia voglia di lasciare il proprio componimento scritto su un foglio di carta. Lo scopo è quello di diffondere un po’ di felicità.

A Milano, con tutte le poesie scritte verrà creata un’installazione che sarà posizionata in un quartiere romantico della città. L’esatta ubicazione per il momento è top secret.

L’iniziativa si chiama «Pay with a Poem», e l’hashtag della giornata è #poetryforchange, poesia per il cambiamento. Come osserva il poeta torinese Guido Catalano, che festeggerà la Giornata Mondiale della Poesia con un incontro (dalle 11 alle 15) alla pasticceria Bagalà in piazza Diaz a Milano, «Non solo la poesia rende migliore le nostre vite ma anche le nostre vite possono rendere migliore la poesia. Dunque viviamo il più possibile e, se possibile, leggiamone parecchia».

Visto che il mio blog è frequentato da veri talenti in ambito poetico, invito chi ne ha voglia a lasciare i suoi versi nello spazio commenti. Sarò lieta di offrire loro (ma anche a tutti i lettori che passeranno di qua) un buon caffè. 😉

caffè cuore

[notizia da VanityFair; immagine sotto il titolo da questo sito; immagine tazzina da questo sito]

20 marzo 2016

DOMENICA DELLE PALME: ORIGINE E CURIOSITA’

Posted in Buona Pasqua, dolci, poesia, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , a 6:06 pm di marisamoles

la-domenica-delle-palme
La Domenica detta “delle Palme” tradizionalmente precede la domenica in cui si festeggia la Pasqua. Si tratta di una festa celebrata non solo dai cattolici ma anche dagli ortodossi e dai protestanti.
E’ anche chiamata liturgicamente Seconda Domenica di Passione perché cade, appunto, la settimana prima della Pasqua. Con essa inizia la Settimana Santa, ultima della Quaresima, che terminerà con le celebrazioni del giovedì santo, in cui si darà inizio al Sacro Triduo Pasquale.

In questo giorno la Chiesa ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Come ci racconta l’evangelista Giovanni (Gv 12,12-15) Gesù arrivò in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma e ulivo, piante molto abbondanti nella regione.

Sempre nel vangelo di Giovanni si narra che la popolazione abbia usato rami di palma a simboleggiare il trionfo, l’acclamazione e la regalità del Messia. I rami d’ulivo, che oggi i fedeli di tutto il mondo portano nelle loro case, dopo l’avvenuta benedizione nelle chiese, hanno nel tempo sostituito le palme, sempre più rare e del tutto assenti in molte parti del mondo. Tradizionalmente l’ulivo simboleggia la Pace, in preparazione della settimana Santa che culmina con il giorno di Pasqua, in cui si celebra la resurrezione di Cristo.

Da allora vengono attribuite virtù magiche e miracolose ai rami delle piante benedette, virtù capaci di allontanare gli incantesimi e gli spiriti maligni.

I rami benedetti vengono custoditi nelle case dei fedeli e sono presenti anche nelle processioni pasquali; tempo fa le palme assumevano un valore magico-religioso e per questo addobbavano animali e veicoli, collocati sulle testiere dei muli, sulle fiancate dei carretti e sugli alberi delle imbarcazioni perché allontanassero malattie e calamità.

palmureli
Nelle zone dove l’ulivo non viene coltivato, i rametti portati in chiesa per essere benedetti vengono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.
Sono nate, nel tempo, molte tradizioni legate a questa giornata. In Italia, ad esempio, a Bordighera e Sanremo si usa realizzare degli addobbi chiamati “Parmureli” che sostituiscono i rametti d’olivo. A Scalea (CS), nella penisola Sorrentina, oltre ai rametti d’ulivo vengono benedette delle “palme” particolari adornate da piccoli formaggi di produzione locale (i “caciocavalli”) o con confetti.
A Montescaglioso (MT) un tempo la Domenica delle Palme i giovani fidanzati portavano in chiesa palme e ghirlande fatte con foglie di ulivo con appesi al centro gli ori da regalare alle fidanzate. Ancora oggi, nella chiesa Madre, in questa giornata le coppie che si sposeranno entro l’anno vengono chiamate sull’altare e partecipano alla processione dopo la celebrazione della Messa.

Un’altra antica tradizione prevedeva la creazione con rametti di alloro di artistiche “palme” a forma di conocchia, sulle quali si appendevano castagne, fichi secchi, arance e nastrini di vario colore per i bambini.

Nei 50 paesi italiani di origini albanese c’era, la sera del sabato prima della Domenica delle Palme, la tradizione di ricordare il miracolo fatto da Gesù, resuscitando Lazzaro che era morto da quattro giorni: gruppi di giovani si recavano di casa in casa per cantare l’inno popolare di augurio, la Kalimera di Lazzaro che ricordava che la resurrezione era stata promessa a tutti gli uomini.

Molte sono le feste e le processioni che oggi si svolgono in tutta Italia. Quella di Assisi, ad esempio, è molto particolare: si celebra una serie di riti in quasi tutte le parrocchie, chiese e basiliche della città; dalla processione, in cui i fedeli portano in mano un ramo di palma o di olivo, ai vespri solenni. Al ritorno dalla processione si batte tre volte alla porta della chiesa, prima che essa sia aperta, a significare che la porta del Paradiso, chiusa alle spalle di Adamo ed Eva dopo la loro cacciata, viene riaperta da Cristo con il sacrificio della Sua morte. I rami di olivo e le palme benedetti verranno poi bruciati e le ceneri verranno utilizzate nelle celebrazioni del mercoledì delle Ceneri dell’anno successivo.

CIORCHIELLO
Per i più golosi, me compresa, non possono mancare i dolci tipici di questa domenica. Tra questi troviamo il ciorchiello, dolce tipico di Casette, borgo del comune di Massa. Con la sua forma rotonda, una consistenza soda e morbida e profumo d’anice, questo dolce simboleggia solidarietà e pace. In passato ogni famiglia ne preparava almeno una trentina sia per il proprio consumo che per lo scambio augurale con parenti e amici dopo la tradizionale benedizione in chiesa, durante la Domenica delle Palme.

Il ceremito e la sportella sono legati, invece, alle tradizioni dell’isola d’Elba. Essi rappresentavano la dichiarazione d’amore fra due giovani: lui, la mattina della Domenica delle Palme, faceva pervenire alla ragazza desiderata un paniere adorno di fiori con il Cerimito. Se la ragazza gradiva il regalo, e quindi la dichiarazione d’amore, il giorno di Pasqua contraccambiava facendogli recapitare una Sportella infiocchettata e benedetta. Il Lunedì dell’Angelo, i fidanzati venivano presentati ufficialmente alla comunità in occasione della scampagnata presso l’eremo di Santa Caterina. L’usanza della scampagnata persiste ancora oggi, e nel paniere non può mancare la Sportella».

Infine, una poesia, certamente non tra le più note, di Giovanni Pascoli.

L’ulivo benedetto

Oh, i bei rami d’ulivo! chi ne vuole?
Son benedetti, li ha baciati il sole.

In queste foglioline tenerelle
vi sono scritte tante cose belle.

Sull’uscio, alla finestra, accanto al letto
metteteci l’ulivo benedetto!

Come la luce e le stelle serene:
un po’ di pace ci fa tanto bene.

[Fonti: settemuse.it; regioni-italiane.com; traghetti-elba.it. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine palmureli da questo sito; immagine dolci da questo sito]

5 gennaio 2016

MA LA BEFANA HA UN MARITO?

Posted in bambini, Natale, poesia, tradizioni popolari tagged , , , , , , a 10:04 pm di marisamoles

befanaNell’immaginario collettivo la befana è vista come una vecchia brutta e lacera che, tuttavia, generosamente dispensa doni. Il nome dell’ignara vecchietta addirittura è diventato un epiteto, tutt’altro che gentile, da affibbiare alle donne non particolarmente belle fisicamente e curate nell’aspetto. Eppure il suo nome ha origini tutt’altro che trascurabili.

“Befana”, infatti, dal punto di vista etimologico, è messo in relazione con il termine “Epifania”, dal greco epiphaneia che significa apparizione e si riferisce, logicamente, all’apparizione della stella cometa che portò i re Magi al cospetto di Gesù bambino. Dal termine greco si passò poi al latino epiphania che, attraverso il linguaggio popolare, diventa prima Pifania, poi Bifania, fino alla distorsione del termine nella parola finale “Befana”.

La “nobile” origine del nome non può cancellare il destino della povera vecchietta che, complice anche una nota filastrocca (“La Befana vien di notte / con le scarpe tutte rotte, /con la scopa di saggina: / viva viva la nonnina!“) dev’essere per forza vecchia e brutta. Fuori discussione, dunque, il fatto che la befana abbia un marito. Eppure…

I primi ad ammogliarla furono i romani (non gli antichi!). La volevano accoppiata con un marito descritto come uno spauracchio terribile, con il quale viveva “molto, ma molto lontano”. Le mamme, addirittura, quando i bambini si comportavano male, accanto a “lo dico alla Befana” e a “viene la Befana e ti si porta via”, chiamavano in causa anche suo marito, una specie di orco che divorava i bambini dopo averli maltrattati a lungo.

Le strofe di una rima popolare descrivono questa specie di mostro:

Teresina
Io sono la Befana
Uscita da la tana
A ritrovatte
Te porto questa robba
Dorce in dono a rigalatte
Abbasta che sse’ bona
E obbediente
Si ttu sarà insolente
Te porto a la mia grotta
’Nse magna più ricotta
Ne ccallalesse
Allor, io te vedesse
Te lego tutta quanta
Finché non viè a ccasa
Mio marito
Viè ppieno d’appetito
Se mangia li regazzi
E ppo se li strapazza
A ppatimenti.
Si ttu le vedi i denti
So’ llunghi comm’un corno.
Dieci regazzi al giorno Se divora
Chi ppiagn’e echi ss’accora.
Chi ddice: Oh Ddio, la bbua
Chi cchiamma mamma sua.
E tutt’ invano.

Ma non solo a Roma l’uomo era crudele e spaventoso: nell’Alto Polesine, dove la Befana veniva chiamata “La Vecia”, si diceva che fosse sposata con il “Barabau”, detto anche Befano, o “Vecion”, evocato dalle madri – guarda un po’… – come uno spauracchio per spaventare i bambini disubbidienti.

Altre tradizioni più benevole la vogliono sposata con il Carnevale o addirittura con un santo. E che santo!

antonio_maialeStiamo parlando di Sant’Antonio Abate che, secondo una vecchia filastrocca, era proprio un marito fedele affettuoso per la befana, pronto ad aiutarla nel gravoso compito di portare i doni ai bambini.

C’era persino chi era convinto che il marito della Befana fosse Sant’Antonio Abate in persona. Questo Santo viene sempre presentato nei dipinti come un buon vecchione dai capelli bianchi e dalla lunga barba, candida come la neve. E vestito di poveri abiti, ha un bastone in mano con in cima un campanello e dalle pieghe del suo mantello fa capolino un grasso maiale. Forse perché è così vecchio, umile e vestito poveramente, in molti lo avranno considerato il marito ideale per la nostra Befana, e poi la sua festa era solo undici giorni dopo quella della Befana. In quei paesi dove credevano realmente che essi fossero marito e moglie, succedeva una cosa curiosa: la Befana e il suo maritino, come tutte le coppie che si rispettino, si aiutavano di cuore a vicenda. Così Sant’Antonio impietosito dal tanto lavoro che la Befana aveva da fare nella notte dell’Epifania, l’aiutava volentieri nella distribuzione dei doni e lo faceva dividendo in parti uguali quel compito così delicato: la Befana portava i regali alle bambine nella notte del 5 gennaio e lui li portava ai maschietti nella notte del 16 gennaio.

Che dire? I signori maschietti dovranno aspettare ancora dieci giorni per appendere la calza al caminetto…

[fonti: ilpaesedeibambinichesorridono; specchioromano.it; settemuse.it (per l’immagine di S. Antonio)]

4 aprile 2015

PASQUA 2015: UNA POESIA PER VOI, CON TANTI AUGURI

Posted in auguri, Buona Pasqua, Letteratura Italiana, poesia tagged , , , , a 1:54 pm di marisamoles

Pasqua
di Ada Negri
E con un ramo di mandorlo in fiore,
a le finestre batto e dico: «Aprite!
Cristo è risorto e germinan le vite
nuove e ritorna con l’april l’amore
Amatevi tra voi pei dolci e belli
sogni ch’oggi fioriscon sulla terra,
uomini della penna e della guerra,
uomini della vanga e dei martelli.
Aprite i cuori. In essi irrompa intera
di questo dì l’eterna giovinezza ».
lo passo e canto che la vita è bellezza.
Passa e canta con me la primavera.

pasqua2015

[immagine da questo sito]

23 dicembre 2014

AUGURI A TUTTI CON “IL VECCHIO NATALE”, POESIA DI MARINO MORETTI

Posted in affari miei, auguri, Letteratura Italiana, Natale, poesia, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , a 8:47 pm di marisamoles

babbo natale camino
E’ sempre più difficile augurare Buon Natale. Ormai le recite dei bimbi alla scuola dell’infanzia e primaria sono bandite. I presepi non hanno miglior sorte dei crocefissi: negli edifici scolastici non c’è posto per loro. Pure la messa di Natale è vietata (in questo caso, però, sono d’accordo sulla scelta operata dal Dirigente Scolastico in questione).

Ricordo l’imbarazzo dei miei genitori di fronte al medico di famiglia che era di origine ebraica. Eppure augurare Buon Natale ad una persona che professa un’altra religione non dovrebbe essere sconveniente. I miei avevano scelto un’alternativa “politicamente corretta”, come si usa dire oggi: per non offenderlo, gli mandavano un dono augurandogli buon anno.

Questa festa in occidente è molto sentita e poco importa se ci si crede o meno. In fondo, è come un compleanno, un giorno in cui fare festa. A chi di noi non è mai capitato di essere invitato ad una festa di compleanno pur detestando cordialmente il festeggiato? Eppure ci siamo andati, in nome della buona educazione e della riconoscenza, ci siamo divertiti, abbiamo mangiato, bevuto, giocato … e così si fa a Natale.

Una cosa che non ho mai davvero apprezzato sono i regali natalizi. Li ho sempre sentiti un obbligo, mentre preferisco fare un regalo anche senza un’occasione speciale, solo per far sentire alla persona che lo riceve il mio affetto. Però devo ammettere che Babbo Natale, almeno per i bambini (sempre che ci credano ancora), ha il suo fascino e costituisce una tradizione che non si può ignorare. C’è qualcuno convinto che questo grosso babbo con la barba bianca e vestito di rosso stoni con la festività religiosa, e invece la sua figura è una rielaborazione laica del vecchio vescovo di Myra, San Nicola (o San Nicolò), tant’è vero che in America il nostro babbo viene chiamato Santa Klaus, nome che deriva direttamente da quello del santo.
Non dimentichiamo, inoltre, che l’usanza di scambiarsi i regali a Natale deriva proprio dall’evento religioso: infatti ognuno, secondo le proprie possibilità, portò dei doni al bambino Gesù.

Proprio ricordando il vecchio babbo dalla barba bianca che porta qualcosa a tutti, vi regalo una bella poesia di Marino Moretti dedicata al Vecchio Natale.

divisorio natale

marinomorettiMarino Moretti è un poeta molto trascurato, specialmente dai curatori dei manuali scolastici. Un poeta di serie B, parrebbe, eppure fa parte della corrente crepuscolare e fu grande amico di Palazzeschi. La poesia del poeta di Cesenatico è molto semplice, i suoi versi hanno perlopiù un carattere discorsivo e nascono dall’osservazione delle cose semplici della vita di tutti i giorni. Secondo me, Moretti è uno dei poeti che meglio incarna quel fanciullino pascoliano che porta il poeta a descrivere il suo mondo con lo stupore e l’ingenuità tipica dell’età infantile.
Chiaro esempio dello stile morettiano è anche la poesia “Il vecchio Natale” che dedico a tutti i lettori:

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d’ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti…

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!

RIVOLGO A TUTTI UN AFFETTUOSO AUGURIO DI

Buona natale babbo

[immagine Babbo Natale da questo sito; divisorio da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]

14 settembre 2014

PAPA FRANCESCO A REDIPUGLIA, NEL FRIULI TERRA DI SACRARI

Posted in cronaca, Friuli Venzia-Giulia, poesia, religione, storia tagged , , , , , , , , , , , , , , a 8:38 pm di marisamoles

papa francesco redipuglia
Molto commovente la cerimonia in ricordo dei caduti della I Guerra Mondiale che si è tenuta sabato mattina a Redipuglia (Gorizia), presieduta da Papa Bergoglio. Nel centenario del primo conflitto mondiale il Santo Padre ha voluto non soltanto ricordare le vittime, il sangue versato per amore della Patria, ma anche lanciare un monito affinché si ponga fine a quella follia chiamata guerra.

State attenti, dice Bergoglio, perché il terzo conflitto mondiale è già tra noi.

«Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…».

Ora come allora, ancora vittime. E come si fa a non pensare a chi ha perso la vita per difendere la propria terra? Non si può non farlo, trovandosi in un luogo sacro come Redipuglia. Il Sacrario più grande d’Europa, dove riposano più di 100mila caduti, molti dei quali senza nome.

redipuglia

La costruzione del monumento simbolo dei caduti italiani della Grande Guerra ebbe inizio nel 1936 e fu inaugurato da Benito Mussolini il 18 settembre 1938. Una maestosa scala in marmo bianco, proveniente dalla vicina cava di Aurisina, si erge sul monte Sei Busi. Per realizzare il monumento fu necessario scavare la collina con delle cariche di dinamite.
Nei 22 gradoni (alti 2,5 metri e larghi 12) furono traslati i resti di 39.857 caduti identificati; sopra le lastre con nome, cognome e grado militare troneggia la scritta “Presente”. In alto, ai due lati della cappella votiva, ci sono le salme di 60.330 caduti ignoti. In basso, la tomba di Emanuele Filiberto di Savoia – Aosta, comandante della Terza Armata, e le cinque urne dei suoi generali caduti durante i combattimenti.

Con alle spalle il maestoso monumento, che ai tempi della mia infanzia rimaneva acceso durante tutta la notte provocando stupore soprattutto in chi percorreva l’autostrada in direzione di Venezia, Papa Francesco ha celebrato la Messa, alla presenza di molte autorità civili e militari, regionali e nazionali.

Non a caso, tra le letture, è stato scelto il passo della Genesi che parla di Caino e Abele. Non solo il fratricidio. Soprattutto quella frase: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Parole che esprimono l’indifferenza, lontane da quella caritas, l’amore che nulla chiede in cambio, al centro della lettura dal Vangelo Secondo Matteo:

“Lui è nel più piccolo dei fratelli: Lui, il Re, il Giudice del mondo, è l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ammalato, il carcerato… Chi si prende cura del fratello, entra nella gioia del Signore; chi invece non lo fa, chi con le sue omissioni dice: “A me che importa?”, rimane fuori”.

Caino è ancora tra noi e continua ad uccidere. Come scrisse il poeta Quasimodo, all’indomani del secondo conflitto mondiale, nella poesia Uomo del mio tempo:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo
. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
– Andiamo ai campi
. – E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere
,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore
.

Il Carso è stato teatro della Grande Guerra. Redipuglia è certamente il monumento più importante, il più maestoso. Ma non è l’unico in questa terra che è stata bagnata dal sangue di migliaia di soldati e civili.

monte san michele

A pochi chilometri da Redipuglia, sul Monte San Michele, c’è un museo all’aperto dove al posto delle opere d’arte si possono “ammirare” le trincee in cui si combatté per difendere la Patria.
Questi luoghi sono stati designati “monumento nazionale” e sulla sommità del monte si trova un belvedere da cui si gode di un ampio panorama, che ricorda la guerra e i suoi caduti, e un piccolo museo.

Poco lontano, sul medesimo fronte, a San Martino del Carso, ha combattuto anche il poeta Ungaretti che affidò ai suoi versi il compito di descrivere lo strazio del suo cuore:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E’ il mio cuore
il paese più straziato
.

sacrario_militare_oslaviaSulle colline sopra Gorizia si trova l’Ossario di Oslavia, costruito nel 1938 sul monte Calvario. Ospita i resti di 57.741 caduti italiani nelle battaglie di Gorizia e Tolmino (ora in Slovenia).
L’Ossario copre un’area triangolare ed è formato da quattro torri, una per ogni vertice della figura, più una centrale. Ognuna di queste custodisce al suo interno i loculi dei caduti identificati, disposti lungo le pareti, per un totale di circa 20 mila nomi, tra cui 138 austro-ungarici. Gli altri 37 mila corpi senza nome (539 di nazionalità non italiana) sono invece tumulati in tre grandi ossari posti al centro delle tre torri laterali.
Tutte le torri inoltre sono collegate tra loro tramite dei tunnel sotterranei e possiedono delle cripte.

tempio ossario udineI caduti della Prima Guerra Mondiale sono ricordati anche a Udine. Poco lontano dal centro cittadino si erge il Tempio Ossario ai Caduti d’Italia, costruito nel 1931 su progetto degli architetti Alessandro Limongelli e Provino Valle.
Sulla facciata si possono ammirare quattro imponenti statue che raffigurano un fante, un aviatore, un alpino ed un soldato della marina. All’interno, il tempio ha tre navate divise da pilastri in granito rosso. Sulle pareti della cripta sono incisi i nomi dei 25.000 militari italiani sepolti all’interno delle pareti stesse, esumati dai cimiteri di guerra del Friuli.

Tempio_di_Cargnacco
Infine, non si possono dimenticare le vittime della Seconda Guerra Mondiale. Alla periferia di Udine, a Cargnacco, si erge il Tempio Nazionale “Madonna del Conforto” la cui costruzione fu voluta da don Carlo Caneva, già cappellano militare e reduce di Russia e dal Senatore Amor Tartufoli, per ricordare i caduti e i dispersi di quella tragica campagna.
Nella cripta del Tempio di Cargnacco sono collocati, su leggii metallici, i 24 volumi che contengono, in ordine alfabetico, i 100.000 nomi di coloro che, per obbedire alle leggi della Patria, dalla Russia non sono più tornati. Sullo sfondo una scritta luminosa, color sangue, ricorda “Ci resta il nome”.
Negli anni Novanta è stata costruita un’altra cripta, collegata alla preesistente da una galleria, in cui sono stati traslati altri resti di dispersi in Russia. Dal 1991 sono state riportate in patria 11.601 salme. Quelle identificate erano 2.244 e di queste 1.960 sono state consegnate ai parenti. In Ucraina sono stati recuperati e identificati i resti di 1244 soldati, per la maggior parte restituiti ai parenti. A Cargnacco sono state riportate 8.518 salme di cui 7.405 non identificate.

Sulla sommità del Tempio troneggia, a caratteri cubitali, la scritta
P A C E, il bene più grande che l’U O M O deve perseguire se non vuole rimanere quello della pietra e della fionda.

[fonte (per il viaggio di Papa Francesco a Redipuglia) Il Corriere; varie notizie sui sacrari del Friuli sono state tratte da un reportage del Corriere.it; i link presenti nel post sono fonte di altre notizie e, per la maggior parte, rimandano ai siti da cui sono state tratte le immagini]

14 agosto 2014

FERRAGOSTO IN CITTA’

Posted in attualità, auguri, famiglia, poesia tagged , , , , , , , , , , a 6:39 pm di marisamoles

Vignetta-Ferragosto-Ferragosto in città, e dov’è la novità?

Una volta le città si svuotavano veramente non solo a Ferragosto ma per tutto il mese. Trovare un negozio aperto era un’impresa. Per la spesa non si poteva fare affidamento sui grandi supermercati di oggi. C’erano i piccoli negozi di alimentari a gestione familiare che, però, in agosto tenevano le saracinesche abbassate per tutto il mese. Il titolare ti portava la spesa a casa con il sorriso, senza chiederti nulla in cambio. Si chiamava “cortesia”. Ormai è una parola che forse qualcuno associa ai romanzi cavallereschi o alla poesia in lingua d’Oc, se è istruito, o al massimo all’auto che qualche officina meccanica ti impresta per il tempo che ci vuole a ripararti la macchina.

Un tempo le ferie erano sacre e nessuno ci rinunciava. Magari si risparmiava tutto l’anno ma quelle due settimane (a volte anche un mese intero) si passavano fuori casa. Il riposo era un diritto. A casa non ci si riposava.

Ora le cose sono cambiate. Il traffico di qualche Ferragosto fa è solo un ricordo. Tutti a casa o quasi. Il meteo, poi, almeno qui al Nord Est, sembra complice di questa crisi che pare non finire mai. Non fa che piovere: che ci sia lo zampino del governo? Il vecchio detto è più che mai attuale.

Per caso ho scovato una vecchia filastrocca di Gianni Rodari. Leggendola mi sono resa conto di quanto sia attuale.

Ferragosto

soleFilastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.

Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…

E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.

Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;

“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

Che dite, gliela mando @matteorenzi via Twitter?

Comunque sia, BUON FERRAGOSTO A TUTTI!

[immagine da questo sito]

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