15 dicembre 2014

IL NATALE DEGLI ALTRI: IL RITO GRECO ORTODOSSO

Posted in Capodanno, crocifisso, cultura, dolci natalizi, Natale, religione, tradizioni popolari, Trieste tagged , , , , , , , , , , , , a 12:00 pm di marisamoles

natale atene
La Grecia, come si sa, è stata la patria della religione politeista che ha visto nel sommo Zeus il padre di tutte le divinità e nel monte Olimpo la sede del cosiddetto pantheon.
Con la diffusione del Cristianesimo anche la terra di Socrate, Platone e Aristotele ha abbandonato l’antica fede e abbracciato la religione diffusa dalla Chiesa di Roma.

La rottura vera e propria tra la Chiesa occidentale, quella di Roma, e la Chiesa Orientale avvenne nel 1054. Da questo Grande Scisma nacque la religione ortodossa che ben presto da Gerusalemme e Costantinopoli si diffuse in Bulgaria, Romania, Grecia e Russia.
Nonostante nell’ambito delle diverse Fedi si possano riscontrare delle diversità, anche per quanto riguarda la celebrazione delle feste principali, come Natale e Pasqua, tutte le Chiese ortodosse hanno identica struttura, sono autonome e indipendenti, non avendo un’organizzazione accentrata, e ciascuna di esse è retta da un patriarca. I patriarcati più importanti sono quelli di Mosca, di Costantinopoli e di Gerusalemme. In Grecia la Chiesa ortodossa è Chiesa di Stato.

natale-barra-stelline

Per i Greci il Natale è una festività molto importante e sentita. A differenza di altre Chiese ortodosse – ad esempio, slave e copte che adottano il calendario giuliano e celebrano la nascita del Signore il 7 gennaio – la Chiesa greca condivide con quella cattolica il calendario gregoriano e quindi festeggia il Natale il 25 dicembre, anche se i riti si protraggono per tutto il periodo natalizio, ovvero fino al 6 gennaio, giorno in cui i Greci ricordano il battesimo di Cristo da parte di San Giovanni Battista sulle rive del fiume Giordano.

In Grecia non c’è l’usanza di addobbare l’albero né di allestire il presepe (introdotto in occidente da San Francesco), sostituito da dei splendidi modellini di barche a vela in legno, decorati in modo speciale con tondini scintillanti e che evocano il mare, elemento con cui i Greci hanno un legame particolare. L’unica icona di Natale è rappresentata da una candela accesa che simboleggia la Stella Cometa e che viene portata in chiesa la notte del 24 dicembre, in attesa delle celebrazioni di rito.

kourabiedes
I bambini non attendono Babbo Natale né, ovviamente, trovano i regali sotto l’albero, visto che non rientra nelle usanze greche. Ma non rimangono a bocca asciutta: infatti il 24 dicembre ai più piccoli viene regalata una sacca e un bastone con cui si recano di casa in casa cantando le calanda, tipiche canzoni natalizie, accompagnati dal suono di piccoli strumenti musicali come il trigono (un triangolo in acciaio suonato da una bacchetta metallica). In cambio della loro performance canora ricevono in dono frutta secca e biscottini, soprattutto i tradizionali kourabiedes, piccoli biscotti ricoperti di zucchero candito. (QUI potete trovare la ricetta)
Una specie di Babbo Natale, tuttavia, è San Basilio che porta i doni ai bambini il 1° gennaio. Si tratta, quindi, di pazientare un po’ …

vasilopitaNella notte di Capodanno c’è anche l’usanza di preparare la vasilopita, ovvero la “torta di San Basilio”, che consiste in un dolce a base di latte, uova, burro e zucchero, nel cui interno è stata inserita una moneta di buon auspicio. La torta viene tagliata dal capofamiglia seguendo un preciso ordine gerarchico: la prima fetta è di Gesù, la seconda è della casa, la terza del capofamiglia, la quarta del coniuge, poi dei figli, nipoti, sempre in ordine di età. Perciò la vasilopita viene tagliata in tante fette quanti sono i componenti della famiglia, più due. La monetina diventerà il portafortuna di tutto l’anno per colui che la troverà nella propria fetta. E’ ovvio che se la monetina capiterà nella fetta di Gesù o della casa tutta la famiglia sarà benedetta. (QUI trovate la ricetta per preparare la vasilopita)

Ma torniamo al Natale. La sera del 24 dicembre le famiglie si riuniscono per la tradizionale cena in cui non mancano i piatti tipici. E’ usanza che le donne di casa portino in tavola il Christopsomo, che letteralmente significa “pane di Cristo”. Si tratta di una pagnotta dolce di varie forme con decorazioni sulla crosta che rappresentano vari aspetti della vita familiare. Questo pane speciale verrà mangiato il giorno di Natale e sarà spezzato dal capofamiglia che poi lo distribuirà ai commensali. Un rito che, in un certo senso, ricorda la Comunione.

icona santa-famigliaLa mattina del 25 dicembre i Greci vanno a messa. Le loro chiese hanno una particolare struttura architettonica che ricorda il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Si entra prima in un vestibolo, dove si trova il fonte battesimale, poi c’è la navata della chiesa vera e propria, luogo in cui la comunità si raccoglie durante la funzione religiosa. L’altare è separato dalla navata e sottratto alla vista dei fedeli dall’iconòstasi, una specie di parete ricoperta dai tipici quadri religiosi ortodossi, le icone, con le immagini di Cristo, di Maria, degli Apostoli e dei Santi, e si trova nel punto più sacro del tempio al quale può accedere solo il sacerdote.
La messa ortodossa trasmette un grande senso di armonia e di bellezza. E’ caratterizzata da processioni con incenso e torce, candele che vengono accese e spente, l’atto di inginocchiarsi e baciare le icone, i canti eseguiti dal coro senza accompagnamento di strumenti musicali.

Melomakaronagreek
Dopo la messa, le famiglie si riuniscono per il pranzo natalizio in cui vengono servite delle pietanze particolari come la tiropitakia, dei fagottini di pasta a filo ripieni di formaggio serviti come antipasto, la galopoula, tacchino farcito con castagne, uvetta di Corinzio e noci o mandorle, accompagnata da patate al forno, e il gourounopoulo psito, un porcellino arrosto in olio d’oliva e fatto cuocere a forno lento per circa 3 ore, e bagnato regolarmente col suo succo, acqua calda e succo di limone. Non può mancare il dolce tipico che è il melomacarona, a base di noci e sciroppo di miele. (QUI potete trovare la ricetta)

Passando alle tradizioni popolari diffuse in Grecia in occasione del Natale, è nota la leggenda dei Kallikantzaroi, delle creature mostruose che vivono gran parte dell’anno negli inferi e divorano l’albero che regge il centro della Terra. A Natale, però, la nascita di Gesù fa sì che quest’albero si rigeneri completamente. Per questo motivo si crede che il 25 dicembre i Kallikantzaroi escano dalle viscere della Terra per vendicarsi degli uomini, rimanendo sulla Terra fino al 6 gennaio, quando, grazie alla Benedizione delle Acque, vengono rispediti negli inferi.

natale greco benedizione acquaLa benedizione dell’acqua, che conclude le festività il 6 gennaio in occasione dell’Epifania (in greco ta fota), avviene gettandovi dentro una croce: in chiesa il sacerdote compie quest’atto nell’acquasantiera, ma è usanza farlo anche nei fiumi, lungo le coste e nei porti. Quando la croce cade in acqua, nei porti suonano le sirene delle navi e le chiese celebrano l’evento con continui rintocchi di campane mentre gruppi di ragazzi, a volte sfidando l’acqua gelida, fanno a gara per recuperare il crocifisso perché si crede che chi lo tocca per primo avrà una vita prosperosa durante l’anno. (nella foto a lato, il rito che si svolge nel porto di Trieste dove la comunità greco-ortodossa è assai numerosa e ha una propria chiesa, intitolata a San Nicolò, dove celebrare le funzioni)

[fonti: guidagrecia.net, www.storico.org, angiecafiero.it, www.grecia.cc e lastampa.it; immagini tratte dal web da siti vari, qualora coperte da copyright, si prega di contattarmi]

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1 aprile 2014

CHI HA PAURA DEGLI OMOSESSUALI?

Posted in amore, attualità, bambini, famiglia, figli, religione, società, storia, web tagged , , , , , , , , , , , , , , , , a 7:13 pm di marisamoles

omosessualità
Omofobia: è proprio la parola che non riesco a digerire. Se guardiamo all’etimologia, deriverebbe da due termini greci: ομοίος [homoios] (stesso, medesimo) e fobos (paura). Ne consegue che la parola dovrebbe rimandare a una “paura dello stesso”, ma non ha senso. Dovremmo, dunque, considerare il prefisso “omo” come un’abbreviazione del termine “omosessuale” e allora ci siamo: omofobia significa “paura dell’omosessuale”. Sì, ma perché paura? Chi ha paura dell’omosessualità?

 

Effettivamente è proprio quella “fobia” che porta fuori strada. Il suffisso “fobia”, infatti, rimanda a un concetto clinico (claustrofobia= paura degli ambienti chiusi, aracnofobia= paura dei ragni …) ma nel caso in questione è chiaro che la paura non c’entra nulla. Dovremmo dire piuttosto “avversione” e in effetti con questo termine si indica un comportamento avverso, di conseguenza intollerante e discriminante, nei confronti della pratica omosessuale.

 

Ma c’è, tuttavia, qualcuno che ha paura dell’omosessualità, che teme il “diverso”, ciò che si discosta dai canoni consueti. Si teme, in altre parole, che venga infranto l’equilibrio naturale delle cose. Spaventa la possibilità che i gay si sposino, che possano adottare dei bambini, spaventa, quindi, il solo concetto di “famiglia omosessuale” che pure esiste di fatto, se non per legge (almeno non qui da noi).

 

Le ricerche psicosociali evidenziano come l’omofobia sia maggiormente legata a caratteristiche personali quali: anzianità, basso livello di istruzione, idee religiose fondamentaliste, l’essere autoritari oppure avere atteggiamenti tradizionalisti rispetto ai ruoli di genere. Non è un caso, a mio avviso, che la maggior parte delle persone che nutrono avversione nei confronti del mondo gay, appartengano al genere maschile. Se ci pensate bene, dà molto più fastidio agli uomini pensare alle relazioni omosessuali piuttosto che alle donne. E questo accade, secondo me, perché i maschi, più delle femmine, sono portati a ricondurre l’omosessualità alla sfera prettamente sessuale, in altre parole a ciò che accade a una coppia gay, in tal caso di uomini, sotto le lenzuola. Tutto ciò trascurando la sfera affettiva che, sempre secondo il mio punto di vista, ha una centralità importante anche nelle relazioni omosessuali, che ci piaccia oppure no.

 

Ho sentito questa riflessione come un atto dovuto prima di affrontare, non senza imbarazzo, un discorso che in qualche modo è collegato al post precedente, in cui trattavo il programma governativo francese ABCD de l’ègalitè, a proposito del superamento del concetto di famiglia tradizionale.

Già allora ho chiarito che il mutamento sociale che ha portato a ciò non mi disturba a patto che, per non discriminare i nuovi modelli, non si demoliscano le tradizioni consolidate (poter festeggiare la festa della mamma o del papà, potersi firmare con la dicitura “mamma” e “papà” e non genitore 1 e 2 …).  Da qui a dire che “ho paura” del mondo gay ce ne vuole.

 

Il commento di un lettore, che preferisco non nominare, mi ha lasciata perplessa. Ho deciso di non pubblicarlo anche perché, se avessi voluto replicare, avrei occupato tanto spazio da superare quello concesso all’articolo. Di qui la decisione di questo nuovo post.

Ma c’è anche un altro motivo per cui ho preso la decisione di non pubblicare quel commento: il tono sprezzante con cui veniva affrontato l’argomento, con una tale sicumera da lasciare spiazzata me che pure sono una con pochi peli sulla lingua. Senza contare gli appellativi ormai desueti, anche perché, quelli sì, considerati omofobi, con cui la persona in questione si riferiva agli omosessuali.

 

Il lettore a un certo punto dice: «me ne infischio del ”politically correct” quando c’è in gioco il futuro e la dignità dei nostri figli». Ora, io sono molto aperta di fronte alle opinioni degli altri, anche se, in caso di divergenza, difendo con le unghie e con i denti le mie. C’è una cosa che, tuttavia, non sopporto: il fatto che chi scrive qui dimentichi che questa è casa mia e che sono io a stabilire le regole. Basta dare un’occhiata al disclaimer sulla homepage e si capisce che i commenti che giudico offensivi o formulati facendo uso di parole che ritengo inaccettabili non passeranno il filtro della moderazione.

Detto questo, se il lettore, persona che conosco e che ha goduto nei mesi passati della mia stima, se ne infischia del politically correct, io no.

 

adozioni-gay

Proseguendo nella sua esternazione, il lettore presagisce il futuro della società (non so se mondiale o solo italiana) basata sulle unioni tra due uomini o due donne, con la possibilità di adottare dei figli il cui destino sarebbe segnato: diventare essi stessi omosessuali.

È ovvio che non c’è nulla di scientificamente provato in ciò, anzi, sembra che al contrario i figli di coppie gay abbiano, essi sì, la fobia di diventarlo a loro volta (attenzione, non mi baso su studi specifici ma solo sul “sentito dire”).

 

Sono sincera: non sono favorevole all’adozione da parte delle coppie omosessuali, l’ho detto più volte, fidandomi del parere di chi è più esperto di me. Ho affrontato questo discorso altrove e naturalmente ognuno tira l’acqua al suo mulino quindi è logico che ci saranno sempre delle controargomentazioni da parte di chi ha interesse a difendere una legge che permetta l’adozione all’interno di una coppia gay.

Ma anche ammettendo che i bambini con i genitori dello stesso sesso crescano in perfetta sintonia con il mondo che li circonda, non subiscano traumi di sorta, non vengano derisi da chi ha una mamma e un papà e percepiti come “diversi” (si sa che i primi a discriminare sono proprio i più piccoli, anche se l’educazione ricevuta conta moltissimo), so che in Italia l’adozione è un percorso accidentato per le coppie eterosessuali. Quindi, prima di aprire alle coppie omosex sarebbe utile rendere l’adozione meno complessa per i coniugi, altrimenti sarebbero proprio le coppie etero a venir discriminate.

 

Tornando al nostro lettore, nonostante gli studi abbiano dimostrato che l’omosessualità non è una malattia né un capriccio, piuttosto una questione genetica, egli nega si tratti di disfunzioni ormonali o fisiologiche ma solo di ricercata depravazione e di triviale amoralità, confermando le ipotesi accreditate secondo le quali l’omofobia si fonda su dei preconcetti che investono la sfera etica. Stiamo attenti: l’etica è qualcosa di diverso dalla religione, nel senso che esiste una morale laica del tutto svincolata dalla fede e basata piuttosto sul pregiudizio, nel vero senso della parola: “giudicare a priori” senza, quindi, solide argomentazioni.

 

Ciò non toglie che, volenti o nolenti, la diffusione del Cristianesimo ha un ruolo predominante sui costumi di una società.

antica roma omosex

Se consideriamo, infatti, l’antica Roma, l’omosessualità, strettamente maschile (quella femminile era considerata una mostruosità) era una pratica accettata e condivisa, che poteva dare ancor più prestigio agli uomini di potere. Il padrone si prendeva ogni libertà nei confronti dello schiavo giovane, il cosiddetto puer, ed egli era onorato di prestare tali particolari servigi al padrone. Da parte sua, il padrone dimostrava il suo potere sottomettendo lo schiavo ai suoi voleri, fossero pure quelli sessuali. Ciò almeno fino al matrimonio: poi gli “amichetti” dovevano vivere nell’ombra, veri e propri concubini che attendevano pazientemente che il loro amato padrone lasciasse il talamo nuziale per passare sotto le loro lenzuola. E guai se la moglie veniva a conoscenza di questi rapporti omosessuali! Ne era profondamente gelosa, molto di più rispetto alle amanti femmine. (sull’amore nell’antica Roma suggerisco la lettura di Dammi mille baci di Eva Cantarella, Feltrinelli editore … illuminante”!)

 

Poi, come dicevo, è arrivato il Cristianesimo e con la sua morale ha fatto piazza pulita di tali turpitudini … almeno a parole. L’esempio di Sodoma e Gomorra poteva bastare per dissuadere le relazioni omosessuali che, tuttavia, continuavano ad esistere nell’ombra.

 

In conclusione mi chiedo: come si fa a considerare tutto ciò un tabù al giorno d’oggi?

E poi, se lo stesso Papa Francesco, a proposito dell’omosessualità, ha detto: “Chi sono io per giudicare?”, chi siamo noi per farlo?

26 marzo 2014

IL NUOVO CONCETTO DI ÈGALITÈ MADE IN FRANCE: JEAN HA DUE MAMME

Posted in adolescenza, bambini, famiglia, figli, religione tagged , , , , , , , , , , , , a 9:06 pm di marisamoles

famiglie gay
Al grido di “niente discriminazioni!” negli ultimi tempi si è sentito di tutto: l’abolizione della festa del papà a scuola perché i bambini possono avere due mamme, la scomparsa delle parole “madre” e “padre” dai moduli di iscrizione alle scuole, sostituite dai più asettici “genitore 1 e 2, la polemica contro le fiabe che inculcherebbero nelle fragili menti dei bambini un modello di famiglia tradizionale ormai superato, l’abolizione della dicitura “mamma” e “papà” sui braccialetti in dotazione nei reparti maternità, la propaganda esplicita nelle scuole attraverso opuscoli di educazione sessuale… l’ultimo è il caso scoppiato in Francia all’indomani della pubblicazione del programma governativo ABCD de l’ègalitè, dove vengono suggerite ai bambini e agli insegnanti letture come Jean a deux mamans (Jean ha due mamme), Tango a deux papas e Tous à poils (tutti nudi).

Ora, io non discuto sul fatto che i tempi siano cambiati e che la discriminazione sia una brutta bestia. Però, come ho più volte detto, il rischio che ad essere discriminate siano proprio le famiglie – non dico normali perché poi vengo fraintesa – in cui ci sono una mamma e un papà è concreto. Quello che trovo discutibile in particolar modo è qualsiasi campagna sia rivolta ai più piccoli, che non sono degli sprovveduti come sembra.

Insomma, se la maggior parte dei bambini ha due genitori di diverso sesso, è come fare 2+2 e ottenere 4 come risultato. Poi ci sono sempre le eccezioni – e le famiglie omosessuali lo sono ancora – però 2+2 non farà mai 5. Questo, a parer mio, è bene che i bambini capiscano. Non c’è nessun motivo perché pensino che i compagnetti di scuola che per caso hanno due papà o due mamme siano diversi, così come non c’è alcuna distinzione di tipo qualitativo tra chi ha i capelli biondi, rossi o castani e gli occhi blu, verdi o celesti.

La cosa che però non sopporto è che, secondo il punto di vista di molti, se si difende la famiglia tradizionale si debba essere per forza bigotti. Insomma, la religione non c’entra nulla. Io non giudico chi ha una relazione omosessuale, non ritengo che essere gay sia una sorta di depravazione, anzi, una malattia da curare. Ci mancherebbe. Non mi importa nulla, da credente, che gli omosessuali compiano un grave peccato secondo i precetti di Santa Romana Chiesa. Sono affari loro e non mi occupo degli eventuali peccati altrui, tutti hanno una coscienza con cui fare i conti, al limite. Se non ce l’hanno, cavoli loro.

Questo mio sfogo è dovuto al fatto che all’ennesima notizia, quella sul programma francese che vuole imporre a tutti i costi l’egualité (rivisitazione dell’antica rivoluzione?), c’è chi commenta tirando fuori la solita storia della religione, del bigottismo, della chiusura mentale condizionata dalla Chiesa … come se non fosse possibile ragionare con la propria testa senza condizionamenti di sorta.

Non ho amici atei, però mi piacerebbe sapere se chi non ha fede sia così aperto nei confronti delle novità sociali degli ultimi anni. Forse si dichiara tale per coerenza … del resto tutti sono capaci di fingere a seconda delle situazioni e della convenienza, o no? Be’, io sono una persona sincera e dico quel che penso. Per questo motivo non sopporto chi vuole per forza dare una spiegazione ad una mia presa di posizione.

In ultimo, vorrei dire che l’educazione dei figli, specie se piccoli, è un compito che spetta alla famiglia e non alla scuola. Poi, sulla necessità di discutere con i più grandi su determinate realtà sociali non ho nulla da obiettare. Senza forzature e costrizioni, però. Anche perché sarebbe controproducente che un bambino o un preadolescente, discutendo a casa su certe questioni, sentisse un parere del tutto opposto da parte dei genitori. Ne resterebbe disorientato e basta.

[immagine da questo sito]

6 febbraio 2014

INFIBULAZIONE: È ORA DI DIRE BASTA. PETIZIONE AL GOVERNO ITALIANO

Posted in bambini, donne tagged , , , , , , , a 2:20 pm di marisamoles

infibulazione-faraonica
Oggi, 6 febbraio, è la Giornata Mondiale contro l’Infibulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF).

Più di 140 milioni di bambine e di donne sono state mutilate ai genitali. Di queste oltre 100 milioni si trovano in 28 Stati africani come Egitto, Eritrea, Mali, Sierra Leone e nel nord del Sudan, in cui il fenomeno è talmente esteso da toccare quasi la totalità della popolazione femminile (più dell’80 per cento).

Non dobbiamo pensare, però, che l’infibulazione sia una pratica sconosciuta in Italia: decine di migliaia di bambine e donne di immigrati devono subire questa violenza che non potranno mai dimenticare.
Proprio per arginare il fenomeno, il Parlamento Europeo, nel giugno 2012, ha condannato le mutilazioni genitali femminili, indicandole come “una violenza che per nessuna circostanza può essere giustificata nel rispetto delle tradizioni culturali di vario genere o di cerimonie di iniziazione”.
Purtroppo non basta e si stima che le vittime saranno 30 mila, fra bambine e adolescenti, nei prossimi dieci anni.

Già l’anno scorso Plan Italia ha lanciato una petizione e quest’anno la ripropone (QUESTO IL SITO cui accedere per firmare la petizione).
Gli obiettivi che Plan Italia si propone sono quelli di fare pressione sul governo italiano perché vengano stabilite sanzioni per chi pratica le mutilazioni genitali e sia fornita assistenza sanitaria gratuita alle bambine e alle donne che soffrono per le complicanze e sensibilizzare sul tema.

Tiziana Fattori, Direttore Nazionale di Plan Italia, ha dichiarato che qualcosa si sta muovendo: «in Guinea Bissau dove il 49,8 per cento delle bambine è vittima di mutilazioni genitali, Sawandim Sawo che per 18 anni ha praticato le mutilazioni, grazie ai nostri interventi ha preso coscienza e ha smesso di farlo perché non si rendeva conto dei gravi problemi di salute che causava».

Sull’argomento ho scritto qualche tempo fa QUESTO POST.
Invito tutti quelli che non l’avessero già fatto, a leggerlo e a FIRMARE LA PETIZIONE.

[fonte: Io Donna; immagine da questo sito]

27 gennaio 2014

GIORNO DELLA MEMORIA: DIMENTICARE È DIFFICILE, NEGARE È ASSURDO

Posted in Auschwitz, Giorno della Memoria, olocausto, persecuzioni razziali, religione, scrittori, storia tagged , , , , , , , , , , , a 5:06 pm di marisamoles

elie weisel«Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.»
(da Elie Wiesel, La notte)

Elie Weisel, scrittore statunitense ma nato in Romania nel 1928, nel maggio del 1944 fu deportato, assieme ai suoi familiari, ad Auschwitz.
Il passo riportato è tratto da La notte, in cui Weisel descrisse la notte in cui giunse nel campo polacco.
Nel 1986 gli fu conferito il premio Nobel per la Pace. Allora fu chiamato “messaggero per l’umanità.
Nel discorso tenuto il 27 gennaio 2010 al Parlamento italiano, lo scrittore ha portato la sua testimonianza di sopravvissuto ad un orrore che non ha un perché. E a questo perché Weisel sta ancora cercando una riposta.

Deportato ad Auschwitz, gli fu assegnata la stessa baracca in cui alloggiò Primo Levi.
«Ho incrociato forse Primo Levi, fummo assegnati alla stessa baracca. Ricordo il treno che ci portava a Buchenwald, ricordo la tormenta di neve. E le parole di Levi, dopo, che dice che ad Auschwitz non c’era luce».

primo leviSe comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. (da Primo Levi, Se questo è un uomo)

Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea”.
(da Primo Levi, L’asimmetria e la vita)

Dimenticare è impossibile ma non basta una Giornata della Memoria e poi tutti a lavarsi la coscienza per i restanti 364 giorni. Grazie alla testimonianza dei sopravvissuti abbiamo conosciuto l’orrore dei campi di concentramento. Negare la Shoah è semplicemente assurdo.

12 gennaio 2014

PAPA FRANCESCO BATTEZZA LA FIGLIA DI UNA COPPIA NON SPOSATA IN CHIESA. UNA GRANDE LEZIONE

Posted in affari miei, attualità, matrimonio, religione tagged , , , , , , , a 6:17 pm di marisamoles

papa bergoglio battesimoE’ inevitabile, ogni volta che scrivo un post su Papa Francesco, mi ritrovo a pensare allo stesso incipit: Papa Bergoglio non finirà mai di stupirci. Anche questa volta, infatti, ha dato dimostrazione di quanto siano aperte le sue vedute, fedele – in tutti i sensi – al monito evangelico per cui è più utile cercare la pecorella smarrita, pur mettendo a rischio l’incolumità delle altre 99.

Oggi in Vaticano, nello splendido scenario della Cappella Sistina, il Papa ha battezzato 32 bambini. Naturalmente, come è suo costume, non ha potuto trattenersi dal fare qualche battuta. Durante l’omelia, riferendosi al pianto dei bimbi, ha detto: «Oggi canta il coro, ma il coro più bello è questo dei bambini, che fanno rumore. Alcuni piangeranno perché non sono comodi o perché hanno fame: se hanno fame, mamme date loro da mangiare. Tranquille».

Chissà cosa penserà la piccola Giulia, sette mesi, di questo Papa quando le racconteranno del suo battesimo speciale? Doppiamente speciale, direi: non solo ad impartire il sacramento sulla sua testolina innocente è stato il Papa in persona, ma i suoi genitori non sono nemmeno sposati in Chiesa.

Inevitabilmente mi è ritornato in mente un episodio che risale a trent’anni fa, quando il parroco si era rifiutato di battezzare mia nipote perché i genitori sono sposati solo civilmente (ne ho parlato QUI). Ma le cronache sono piene di casi di questo tipo. Uno dei post che scrissi sull’argomento, meno di un anno fa, in queste ore è il più letto del blog.

Insomma, dopo aver manifestato un’apertura verso i divorziati, ammessi all’Eucarestia (L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli, dall’«Evangelii Gaudium») e l’ammissione di non essere nessuno per giudicare le scelte degli altri (in riferimento agli omosessuali), il battesimo impartito alla piccola Giulia è una bella lezione per qualche prete – e anche qualche vescovo – ottuso che ancora non ha capito che l’Amore di Dio non ha preclusioni.

[immagine da questo sito]

20 novembre 2013

LACRIME DI BIMBE CHE NON SARANNO MAI DONNE DAVVERO. L’INFIBULAZIONE

Posted in bambini tagged , , , , , , , a 10:17 am di marisamoles

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia (oggi, 20 novembre) rebloggo questo vecchio post che, putroppo, non tratta un tema vecchio, anzi è attualissimo anche se non se ne sente parlare spesso. L’infibulazione è una pratica barbara che segna la vita delle bambine che mai diventeranno donne davvero. Quando finirà questo scempio che ormai, nonostante sia condannato come reato, si è diffuso anche nel mondo occidentale grazie all’immigrazione?

Marisa Moles's Weblog


La pratica dell’infibulazione è assai diffusa in Africa e rappresenta, nella “cultura” dei popoli che la praticano, una sorta di rito di iniziazione, cui vengono sottoposte le bambine o le ragazze (si va dai 3 anni ai 12 anni), e che consiste nella mutilazione dei genitali esterni. È una pratica barbara che nessuna religione al mondo potrebbe mai prescrivere ma, per ignoranza, è diffusissima: si stima che circa due milioni di bambine ogni anno siano sottoposte a questo crudele rito (130 milioni nel mondo, in ventotto paesi africani, secondo le stime ONU).

Il motivo per cui si pensa che, nonostante l’atrocità, l’infibulazione sia ancora diffusa, non solo nei paesi africani ma anche presso le popolazioni immigrate in Europa, è che viene dato ad intendere che sia la religione ad imporla. Spesso succede che venga associata alla religione islamica che non prevede assolutamente tale mutilazione. Tuttavia, poiché l’

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17 novembre 2013

MISERICORDINA: LA MEDICINA NATURALE DI PAPA FRANCESCO

Posted in religione tagged , , , , , , a 8:59 pm di marisamoles

Udienza generale di Papa Francesco in piazza San Pietro
«Adesso vorrei consigliare a tutti voi una medicina: è una medicina speciale, non è che il Papa adesso fa il farmacista…». Con queste parole Papa Francesco ha esordito stamattina in piazza San Pietro, davanti a 60mila fedeli, in occasione dell’Angelus.
Tenendo in mano una scatoletta bianca col disegno rosso di un cuore e e delle scritte blu ha spiegato: «È una medicina di 59 grani intracordiali. Si tratta di una `medicina spirituale´ chiamata `Misericordina´.»

Davanti al pubblico probabilmente divertito, ha continuato con una raccomandazione: «Prendetevela c’è una corona del Rosario, con la quale si può pregare anche “la coroncina della Divina Misericordia”, aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l’amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla perché fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita».

La scatoletta, come ogni farmaco che si rispetti, ha davvero il “bugiardino” all’interno. Tra le altre cose, posologia inclusa, si legge: «La sua efficacia è garantita dalle parole di Gesù. Viene “applicato” quando si desidera la conversione dei peccatori, si sente il bisogno di aiuto, manca la forza per combattere le tentazioni, non si riesce a perdonare qualcuno, si desidera la misericordia per un uomo moribondo e si vuole adorare Dio per tutte le grazie ricevute».

Naturalmente «non si riscontrano effetti imprevisti e controindicazioni» e si consiglia «di rivolgersi ad un sacerdote per ulteriori informazioni e di conservare le avvertenze in caso di riutilizzo».

Finirà mai di stupirci questo Papa?

[foto e notizia da Il Corriere]

1 novembre 2013

LA BUONA NOTIZIA DEL VENERDÌ: ANCHE LE DONNE POTRANNO PREGARE (COME GLI UOMINI) DAVANTI AL MURO DEL PIANTO

Posted in donne, La buona notizia del venerdì, religione, Uomini e donne tagged , , , , , , , , , , , , , , a 2:22 pm di marisamoles

donne muro del pianto
Questa forse non è proprio una buona notizia, o almeno lo è a metà perché parla, in un certo senso, di discriminazioni e posizioni tanto rigide quanto irrazionali dell’ortodossia religiosa. Ma se non altro apre uno spiraglio alla speranza che qualcosa cambi, che discriminazioni di genere siano superate in nome di un’uguaglianza che lo stesso Creatore ha applicato nel dare uno spazio nel mondo all’Uomo, prima di tutto e solo secondariamente all’uomo e alla donna. E non stiamo qui a discutere sul fatto che Adamo fu creato per primo. Senza Eva la razza umana non sarebbe semplicemente esistita. Questo è l’unico fatto che conta.

A Gerusalemme c’è un movimento che si batte per superare le discriminazioni di genere: si tratta di Women of the Wall (Neshot HaKotel in ebraico). Anat Hoffman, leader del gruppo ed ex campionessa di nuoto, sta portando avanti una protesta che, tuttavia preferisce definire definisce preghiera. Una preghiera rivolta agli ultra-ortodossi che, gravati dal pregiudizio, non ammettono che davanti al Muro del Pianto, le donne, come gli uomini, preghino a voce alta, indossando il tallit (lo scialle da preghiera tradizionale), i tefillin (piccoli astucci quadrati contenenti quattro brani della Torah) e portando con sé i rotoli della Bibbia. Alle donne, cui è destinata una parte del Muro, era persino proibito pregare ad alta voce.

Nel 2010 la stessa Anat era stata imprigionata con l’accusa di aver portato illegalmente al Muro un rotolo della Torah. Ora le donne possono pregare come gli uomini, però vengono insultate dagli ultra-ortodossi che non approvano questa concessione. In prima linea lo stesso rabbino Shmuel Rabinowitz, che governa il luogo su mandato dello Stato.

Non deve stupire il fatto che davanti al Muro si trovino il settore femminile e quello maschile ben distanziati. Questa separazione esiste da sempre nella sinagoga, il luogo di culto per gli ebrei. Nell’epoca palestinese sono stati istituiti i cosiddetti i matronei (Cafarnao), nel Medioevo alle donne era riservato un ambiente (Frauenschul) diviso da fitte grate dalla sala di preghiera accessibile ai soli uomini (Männerschul). In età rinascimentale viene adottato generalmente l’uso dei matronei.
Attualmente nelle sinagoghe riformiste questa divisione non è più effettuata o è limitata a una semplice separazione delle panche fra uomini e donne.

Chissà, forse un giorno questa posizione “riformista” sarà adottata anche per quanto riguarda la preghiera davanti al Muro del Pianto. Per il momento, le conquiste di Anat costituiscono un bel passo avanti.

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LE MIE ALTRE BUONE NOTIZIE

[fonte della notizia Io Donna; notizie sulla sinagoga da questo sito; immagine da questo sito]

22 ottobre 2013

UN TÈ CON GEORGE … E TORTA RICICLATA

Posted in bambini, dolci, famiglia, figli, religione, vip tagged , , , , , , , , , , , , , , a 9:04 pm di marisamoles

william kate george
Non si può dire che a Londra non si badi al risparmio. La Casa Reale fa economia anche per un’occasione speciale quanto il battesimo del principino George Alexander Louis, il figlioletto del principe William e della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, nato il 22 luglio scorso.

Il piccolo sarà battezzato domani e i genitori hanno annunciato una festa riservata a pochi intimi, solo i parenti strettissimi e pochi amici della coppia, tra i quali ben tre dei sei padrini designati, ex compagni di college di William e Kate.

Niente abitino di famiglia per il piccolo George: quello indossato nel giorno del battesimo da 60 parenti blasonati, a iniziare dalla regina Vittoria nel 1841 per finire con William che ha ricevuto il sacramento nel 1982, è ormai usurato ed esposto al Museum of London. Per George è stata confezionata una copia dell’abito da Angela Kelly, la sarta della bisnonna paterna.

Anche mamma Kate ha puntato al risparmio, nell’abbigliamento: per l’occasione indosserà un abito ordinato on line, seppur presso una boutique tra le preferite dai vip.

La cerimonia sarà officiata dall’arcivescovo di Canterbury Justin Welby nella Cappella Reale del palazzo di St. James e sarà seguita da un tè con i sessanta invitati. Dalla lista sono stati esclusi alcuni membri della famiglia reale più lontani nella linea di parentela. Ad accompagnare il tè, una fetta di torta … riciclata. Pare, infatti, che la coppia abbia fatto tenere da parte tre livelli della ricca torta alla frutta servita al loro matrimonio, appositamente per il ricevimento del battesimo del primo figlio. La cake designer Fiona Cairn assicura che, se ben conservato, un dolce “vecchio” di più di due anni può essere mangiabilissimo: basterà rinfrescare solo la decorazione.

A questo punto, consiglierei all’arcivescovo di Canterbury di impartire una benedizione a tutti gli invitati. Non si sa mai.

[fonte: Il Corriere; immagine da questo sito]

Prince William, Catherine and Prince George arrive at Chapel Royal

FOTO BATTESIMO GEORGE DAL CORRIERE (DOVE SI POSSONO TROVARE ALTRE FOTOGRAFIE DELL’EVENTO)

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