PASQUETTA: ORIGINI E SIGNIFICATO DELLA FESTA


In realtà la giornata di Pasquetta viene ricordata dalla Chiesa come Lunedì dell’Angelo o anche Lunedì in Albis o, secondo il calendario liturgico, lunedì dell’Ottava di Pasqua. Fin dal dopoguerra è una giornata festiva, un po’ come lo è santo Stefano, il 26 dicembre, con l’intento forse di allungare di un po’ le feste pasquali.

Il termine Pasquetta ha origine popolare e per tradizione questa è una giornata in cui si sta all’aria aperta, dedicata a pic nic e spensieratezza, meglio se in compagnia, naturalmente. Il fatto che si chiami anche Lunedì dell’Angelo in realtà deriva da una errata interpretazione di questo passo dal Vangelo di Marco (16, 1-8a):

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”». Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore.

Passato il sabato dovrebbe far capire chiaramente che il giorno in cui le tre donne si recarono al sepolcro di Gesù, incontrando l’angelo che rivelò loro la resurrezione di Cristo, era la domenica. Tuttavia, quando poi si legge il primo giorno della settimana si è portati a far riferimento alla giornata di lunedì, che appunto dà inizio alla settimana. Non dimentichiamo, però, che il testo del Nuovo Testamento si inserisce nel contesto ebraico che considera il sabato come giornata di festa e, di conseguenza, la settimana inizia con la domenica. Seguendo lo stesso ragionamento, per gli Arabi musulmani, che considerano il venerdì la giornata festiva, la settimana inizia dal sabato.

Convenzionalmente, svincolandosi dalle religioni, in Europa la settimana inizia dal lunedì, mentre nel Nord America il primo giorno è la domenica e nei paesi arabi è sempre il sabato.

Il termine Pasquetta ormai ha sostituito la vera denominazione di questa giornata che nemmeno per la Chiesa è di precetto. Ciò non toglie che qualcuno preferisca ricordare il significato religioso di questa giornata festiva. Nel 1991 l’allora Papa Giovanni Paolo II in un discorso tenuto il 1 aprile ci tenne a precisare:

Ieri è stata la solennità di Pasqua, oggi è il lunedì di Pasqua. In Italia c’è la bella tradizione di chiamare questa giornata “Pasquetta”, ma io non voglio parlare di “Pasquetta”. C’è anche un altro nome per indicare questo giorno: il giorno, o la festa “dell’Angelo”. È questa una tradizione molto bella che corrisponde profondamente alle fonti bibliche sulla Risurrezione. Ci ricordiamo della narrazione dei Vangeli Sinottici, quando le donne vanno al Sepolcro e lo trovano aperto. Esse temevano di non poter entrare perché la tomba era chiusa da una grande pietra. Invece è aperta e, dall’interno, sentono le parole: “Gesù Nazareno non è qui”. Così questa festa dell’Angelo, almeno io la intendo in questo modo, è un completamento dell’Ottava pasquale.

Un proverbio italiano dice: «La notte di Pasquetta, parla il chiù con la civetta», per indicare che in questa occasione la pace della Pasqua coinvolge tutti, anche uccelli diversi tra di loro (il chiù è il nome con cui è conosciuto l’assiolo, dal suo verso, e a esso è dedicata anche una poesia di Giovanni Pascoli).

[fonti: blog.graphe.it, wikipedia.org, curiositaeperche.it immagine da questo sito]

Annunci

UNA POESIA PER NATALE: CARO GESU’ BAMBINO …


Come ogni anno volevo dedicare ai miei lettori una poesia per Natale. Ma ero un po’ stufa dei soliti poeti noti e arcinoti. Insomma, volevo una poesia diversa da quelle che mi rimandano alla mia infanzia e che si tramandano di generazione in generazione. E allo stesso tempo, desideravo trovare un testo che potesse far riflettere su questo nostro mondo che, ahimè, non è più nemmeno capace di emozionarsi per una ricorrenza che dovrebbe ricordarci di chi siamo figli e invece ci ricorda solo che dobbiamo correre a prendere i regali, altrimenti che Natale sarebbe.

Alla fine, l’ho trovata. Non è nemmeno nuova, nel senso che gira nel web da un bel po’ d’anni. Tuttavia, non la conoscevo così come non conosco la sua autrice, Giuliana Martirani, che ho scoperto essere napoletana, docente universitaria di Geografia Politica ed Economica e di Politica dell’ ambiente, nonché membro di Pax Christi, del MIR, collaboratrice in numerose altre esperienze pacifiste, ecologiste, della solidarietà, nonviolente. (per la biografia, clicca QUI)

Ecco la poesia. Non la commento perché si commenta da sé.
E ancora Buon Natale a tutti.

Caro Gesù Bambino, ti voglio avvisare…
Caro Bambino,
ora che di nuovo nasci bambino sulla Terra,
ti voglio avvisare:

Non nascere nella cristiana Europa:
ti metterebbero solo solo davanti alla Tv
riempiendoti di pop corn e merendine
e ti educherebbero a essere competitivo,
uomo di potere e di successo,
e a essere un “lupo” per altri bambini
semmai africani, latinoamericani o asiatici.
Tu che sei l’Agnello mite del servizio.

Non nascere nel cristiano Nord America:
ti insegnerebbero che sei superiore agli altri bambini,
che il tempo è denaro,
che tutto può essere ridotto a business, anche la natura,
che ogni uomo “ha un prezzo”
e tutti possono essere comprati e corrotti;
e ti eserciterebbero a sparar missili e a fare embarghi
che tolgono cibo e medicine ad altri bambini.
Tu che sei il Principe della pace.

Evita l’Africa:
ti capiterebbe di nascere con l’aids
e di morire di diarrea, ancora neonato
oppure di finire profugo in un Paese non tuo
per scappare a delle nuove stragi degli innocenti.
Tu che sei il Signore della Vita.

Evita l’America Latina:
finiresti bambino di strada oppure ti sfrutterebbero
per tagliar canna da zucchero o raccogliere caffè e cacao
per i bambini del Nord del mondo
senza mai poter mangiare una sola tavoletta di cioccolato.
Tu che sei il Signore del creato.

Evita anche l’Asia:
ti metterebbero “a padrone” lavorando quattordici ore al giorno
per tappeti oppure scarpe, palloni e giocattoli
da regalare… a Natale… ai bambini del Nord del mondo,
e tu andresti scalzo e giocheresti a calcio con palloni di carta o pezza.
Tu che sei il Padrone del mondo.

Ma soprattutto non nascere… di nuovo in Palestina:
alcuni ti metterebbero un fucile, altri una pietra in mano
e ti insegnerebbero a odiare i tuoi fratelli… di stesso Padre:
gli ebrei, i musulmani e i cristiani.
Tu che ogni anno sei inviato dal Padre per darci il suo amore misericordioso.

Caro Bambino, a pensarci bene,
devi proprio rinascere in tutti questi posti
ma non nei cuori dei bambini,
e dei Paesi “piccoli e deboli”:
là ci stai già,
ma nei cuori dei grandi e dei Paesi “grandi e potenti”
perché come hai fatto tu stesso:
Dio potente che diventa bambino impotente, rinascano anch’essi:
piccoli, innocenti e finalmente… deboli.

(da Il drago e l’agnello)

SI PUÒ DIRE BUON NATALE?

Ormai viviamo in una società multietnica. Questo è sotto gli occhi di tutti. Nelle scuole, soprattutto, sono molti i bambini stranieri, le nuove generazioni che, di fatto, cresceranno qui e, con ogni probabilità, si sentiranno più italiani dei loro genitori.

Di integrazione culturale ho parlato più volte, sempre con un certo scetticismo perché, almeno per gli immigrati adulti, è sempre molto difficile integrarsi e spesso il concetto di integrazione viene confuso con l’annullamento delle proprie tradizioni e l’accettazione incondizionata della cultura del Paese ospitante. Ma le cose stanno diversamente. Nessuno chiede a nessuno di rinunciare alle proprie tradizioni e alla propria religione. Semmai, l’integrazione si dovrebbe basare sul rispetto reciproco e la libertà di professare, ad esempio, la propria religione senza per questo sentirsi discriminati.

Purtroppo, però, accade sovente che i discriminati siano proprio gli Italiani, specialmente i bambini che frequentano le scuole materne ed elementari. Ogni anno, a Natale, le maestre si pongono il problema della celebrazione di una festa che non è più condivisa dalla totalità degli scolari. E così succede che scompaiano dalle scuole gli addobbi natalizi, né albero né presepe, non si preparino più i “regaletti” per i genitori (ricordo ancora, con una certa emozione, un rametto di agrifoglio in pannolenci che avevo preparato in seconda elementare per mamma e papà) e guai a proporre delle recite sul tema della natività. Tutt’al più si può osare un timido accenno a Babbo Natale, ma parlare di Gesù Bambino è del tutto improponibile.


Succede, così, che non volendo ferire la sensibilità dei bambini che professano altre religioni (specie i mussulmani), alla fine si provoca non poca delusione nei piccoli che a casa sentono parlare di questa festività e di tutti gli oggetti e i personaggi che la animano. Ovviamente, la presa di posizione di alcune scuole suscita il malcontento e le proteste delle famiglie. Ad esempio, le mamme milanesi chiedono spiegazioni all’assessore all’Istruzione di stanza a Palazzo Marino. (come riporta Repubblica nell’ed. milanese del 20/12)

Proteste a parte, gli esperti che ne pensano? I cattolici, ovviamente, dissentono ma anche gli studiosi delle religioni sono dell’avviso che sacrificare, in nome della tolleranza, le proprie tradizioni sia un grave errore. «Quel che ci serve – spiega Ugo Perone, docente di Filosofia delle religioni all´Università del Piemonte orientale e inventore, negli anni Novanta a Torino, di uno dei primi “calendari multietnici” – è una cultura dell´accoglienza, non la rimozione di aspetti autentici e profondi come il cristianesimo è tuttora in Italia».

Ma siamo sicuri che gli auguri di Buon Natale possano non essere ben accetti?

Qualche giorno fa a scuola ho avuto modo di fare una chiacchierata con uno studente, che non frequenta una delle mie classi, che so essere straniero. Alla fine, prima di fargli gli auguri, mi sono informata sulla religione da lui professata. “Sono cristiano ortodosso, non si preoccupi. Anche noi festeggiamo il Natale e poi, anche se così non fosse, che male può fare un augurio se è sincero? Perché gli auguri di Buon Natale dovrebbero offendere qualcuno? Questa è una tradizione, chi non la condivide non ne subisce comunque alcun danno, ma gli farà piacere l’augurio in ogni caso, come se fosse buon ferragosto”.

Allora, rincuorata da questo “saggio” quindicenne, prendo il coraggio a quattro mani e AUGURO A TUTTI I MIEI LETTORI

IL NATALE DEGLI ALTRI: GLI ARMENI


Ho avuto modo di approfondire le mie conoscenze sulla storia degli Armeni grazie alla lettura di un libro bellissimo e allo stesso tempo molto toccante per la crudezza del racconto: La masseria delle allodole di Antonia Arslan. Nel romanzo la scrittrice, di origine armena ma nata in Italia, ha ripercorso la storia della sua famiglia, ricostruendola attraverso i racconti che l’unico sopravvissuto, il nonno Yerwant, le ha lasciato in eredità. Una storia di sofferenza e persecuzione, una storia che porterà alla decimazione di un intero popolo costretto alla diaspora.

Quella degli Armeni è solo una delle tante diaspore che caratterizza la storia dell’uomo, di quella cosiddetta civiltà che ha ben poco di civile, essendo spesso contraddistinta dall’odio nei confronti del prossimo. La popolazione armena, a partire dal 1914, subì dapprima la deportazione e poi il genocidio: da 1.000.000 a 1.500.000 di Armeni vennero eliminati nelle manieri più atroci. In pratica i due terzi della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano fu soppressa e regioni, per millenni abitate da armeni, non ospiteranno più, in futuro, nemmeno uno di essi. Circa 100.000 bambini vengono prelevati da famiglie turche o curde e da esse allevati smarrendo così la propria fede e la propria lingua.
Considerando tutti gli Armeni scampati al massacro il loro numero non supera le 600.000 unità.

armeni in italia

In Italia la principale comunità armena, nata dalla diaspora, è quella residente a Milano, composta da un migliaio di elementi. La comunità, pur essendo perfettamente integrata nella società che l’ha accolta, costituisce una realtà molto coesa nella quale vengono mantenute vivissime le tradizioni della lingua d’origine, la religione storica e la lingua madre parlata anche dalle generazioni più giovani. La comunità cui appartiene, invece, la scrittrice Arslan (il cui cognome originale era Arslanian) è quella di Padova. Nella città di Sant’Antonio, la professoressa Arslan ha insegnato Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea, pubblicando anche numerosi saggi sulla narrativa popolare e d’appendice. (per altre informazioni sulla storia degli Armeni vedere a questo LINK)

Venendo al festeggiamento del Natale, per gli Armeni la data da ricordare è quella del 6 gennaio, in concomitanza con la tradizionale festa dell’Epifania. C’è da dire che quella convenzionalmente attribuita dalla Chiesa cattolica alla commemorazione della nascita di Gesù, il 25 dicembre, è abbastanza “recente”. Essa fu, infatti, scelta successivamente al III secolo, con la volontà di sovrapporre la festività cristiana alle celebrazioni per il solstizio d’inverno (tipiche del nord Europa) e alle feste dei Saturnali romani che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre.

Le altre comunità cristiane che si sono scisse dalla Chiesa Cattolica generalmente hanno scelto date diverse (6 o 7 gennaio), anche se poi si sono adattate a celebrare la Natività del Signore il 25 dicembre. La chiesa armena di Gerusalemme, però, utilizza il calendario giuliano e la festività cade il 19 gennaio.

Dopo che il Cristianesimo divenne religione di Stato (con l’editto di Tessalonica del 380, promulgato dall’imperatore Teodosio), iniziano a verificarsi i vari scismi orientali. Nel 551, in disaccordo con alcuni dogmi, dopo il Concilio di Dwin, la Chiesa Armena si separa dalla Chiesa di Roma. Nasce, dunque, la Chiesa Apostolica Armena.

Grazie anche all’integrazione raggiunta da queste piccole comunità di Armeni in occidente, le tradizioni natalizie assomigliano alle nostre. Ad esempio, quella del pranzo di Natale e dello scambio dei doni. Garante Baba è il Babbo Natale armeno che porta i regali ai bimbi, alla vigilia, mentre il giorno di Natale, ovvero il 6 gennaio, s’imbandiscono le tavole per ospitare, come nelle migliori tradizioni, amici e parenti.

Il pasto comincia con dei mézés, che corrispondono all’aperitivo.
Poi la tavola si riempie dei più svariati piatti: soudjour (salsicce speziate)), pasterma (fette di carne molto fini rivestite di pasta speziata), dolma (foglie di vite al riso), tourchi (verdure all’aceto), beurég (calzone al formaggio), uova sode, sardine all’olio, insalata di fagioli bianchi, formaggio bianco (féta).
Il piatto forte può essere composto da keuftés (polpettine di carne fritte) accompagnate da verdure (bamia) e da boulghour (cereale antichissimo originario della Turchia, si può consumare come il couscous) e ornate con capelli d’angelo. Sulla tavola si può trovare anche una faraona o un tacchino al posto dei keuftés, (il costume locale lo esige).

doolce armenoAlla fine del pasto vengono serviti i dolci: il più tipico è il gatnabour, specie di riso al latte cosparso di cannella, poi c’è il pakhlava (sfoglia di noci e mandorle, tagliata preferibilmente a rombi, preparata con la pasta fillo, nota anche in Grecia con il nome di baklava) che costituisce il grande classico riservato ai giorni di festa, dato che la sua preparazione è molto lunga. Insieme ai dolci, si serve anche il caffè e sulla tavola si lascia della frutta secca e fresca, come arance e mandarini, che rimangono a disposizione fino alla fine della festa.

Non mi resta che augurare a tutti gli Armeni: SHENORAAVOR NOR DARI YEV PARI GAGHAND!

[LINK della fonte; l’immagine – Madonna armena – è tratta da questo sito]

PER LEGGERE GLI ALTRI POST NATALIZI, CLICCA QUI. PER I GOLOSI: QUI TROVATE LE RICETTE DEI DOLCI DI NATALE

[POST AGGIORNATO IN DATA 4 GENNAIO 2013. Immagine Armeni da questo sito; immagine dolce armeno da questo sito]

TRADIZIONI DI NATALE: L’ALBERO


Come vuole la tradizione, l’8 dicembre, giorno in cui la Chiesa festeggia l’Immacolata Concezione di Maria Vergine, nelle case si allestisce l’albero di Natale. È una tradizione che viene dal nord, lo sanno tutti, soprattutto se consideriamo che l’abete appartiene alla famiglia delle conifere che fanno parte dell’ambiente naturale della taiga. Quest’ultima rappresenta la vegetazione caratteristica delle zone molto fredde, quelle che si trovano in prossimità del Circolo Polare, nonostante le conifere crescano anche a diverse latitudini, ad altitudini piuttosto elevate. Ed è per questo che le troviamo anche nelle nostre Alpi.

Una tradizione, quella dell’albero natalizio, apparentemente estranea alla cultura cristiana, cattolica in particolare.
Si tramanda che l’albero di Natale sia stato allestito per la prima volta in Germania nel 1611. Si racconta che la duchessa di Brieg avesse già preparato tutto nel suo castello per festeggiare il Natale ma che un angolo del salone le fosse apparso vuoto. Uscì allora nel parco per cercare qualcosa di adatto e trovò un piccolo abete. Lo fece trapiantare in un vaso e trasferire nel salone.

Ma, leggende a parte, è una tradizione che affonda le sue radici proprio in ambito cristiano. Pare, infatti, che si debba attribuire a San Bonifacio, nato in Inghilterra nel 675 e morto martire in Germania nel 754.
Egli, missionario nei dintorni di Geismar, nella Germania settentrionale, notò alcuni pagani che adoravano una quercia per preparare il sacrificio del piccolo principe Asulf al dio Thor. San Bonifacio li fermò ed abbatté la quercia, al posto della quale apparve un abete. Il santo, allora, spiegò al popolo che l’Abete, sempreverde, era l’albero della vita e che rappresentava Cristo. Da quel momento l’abete rappresentò l’albero di Natale.
Da allora, nella tradizione cristiana l’albero di Natale è “l’albero cosmico“, cioè la manifestazione divina del Cosmo, dove le luci rappresentano Cristo che illumina l’umanità (in quanto Gesù è la luce del Cosmo) e i doni e le decorazioni simboleggiano la sua generosità verso gli uomini.

Sembra, addirittura, che l’abete fosse uno degli alberi del giardino dell’Eden.
Una leggenda narra che l’abete è l’albero della Vita, di biblica memoria, le cui foglie si avvizzirono ad aghi quando Eva colse il frutto proibito e non fiorì più fino alla notte in cui nacque Gesù Bambino.
Secondo un’altra leggenda, Adamo avrebbe portato con sé, dopo essere stato cacciato dall’Eden, un ramoscello dell’albero del bene e del male, che più tardi avrebbe dato vita all’abete, usato per l’albero di Natale e per la Santa Croce.

Nell’ambito delle tradizioni popolari ritroviamo diverse leggende che cercano di spiegare, in modo più o meno fantasioso, la nascita dell’albero di Natale.
Una di queste racconta che quando nacque Gesù, anche gli alberi, come gli animali e come gli uomini, vollero offrirgli i loro doni per consolare la sua povertà.
Solo l’abete non aveva fatto la sua offerta perché non sapeva che cosa dare.
“Che cosa posso offrire, io, al Bambino?” chiese agli altri.
“Tu!” – risposero – “Tu non hai nulla da offrire. I tuoi aghi aguzzi pungerebbero il bimbo, e le tue lacrime sono appiccicose di resina.”
Il povero abete si senti molto infelice e disse con tristezza: “Avete ragione. Non ho proprio niente che sia degno di essere offerto al Bambino.”
Un angelo, udendo quelle parole, ebbe compassione dell’abete così umile e decise di aiutarlo. Chiese, allora, ad alcune stelle, che brillavano nel cielo, di scendere e di posarsi sui rami dell’abete. Esse ubbidirono e il grande albero ne fu tutto illuminato. Il Bambino Gesù lo vide e i suoi occhi brillarono di gioia, rendendo felice l’abete che aveva potuto offrire anche lui il suo dono.
Molti anni dopo, le persone che conoscevano questa storia presero l’abitudine di far brillare in ogni casa, la vigilia di Natale, un abete carico di candele accese, come quello che aveva brillato davanti al presepio. (LINK della fonte)

L’abete natalizio può essere decorato in modo molto vario, ma l’aspetto più tradizionale vuole che dai suoi rami pendano i gingilli, ovvero le “palle” colorate. Anche questa tradizione ha un suo perché. Si racconta, infatti, che a Betlemme c’era un artista di strada molto povero, tanto da non avere nulla da offrire in dono a Gesù Bambino. Non sapendo che fare, si recò dal Bambinello e fece ciò che sapeva fare meglio, il giocoliere, e lo fece ridere.
Questa leggenda spiega il perché ogni anno sull’albero di Natale appendiamo le “palle” colorate: per ricordarci delle risate di Gesù Bambino. (LINK della fonte)

La magica atmosfera che si crea con gli addobbi natalizi, in particolare con l’abete, ha ispirato anche poeti e scrittori. Guido Gozzano, ad esempio, racconta questa leggenda:

Viveva un tempo, nella Foresta Nera, un uomo di nome Andrea, che fabbricava oggetti di legno intagliato: cucchiai, forchette e bambole.
Lavorava molto, ma guadagnava poco per mantenere la moglie e i due figlioletti.
Un anno lavorò moltissimo per tutta l’estate e per tutto l’autunno, senza riposo, finché venne l’inverno. Voleva portare tanti soldi a casa e fare due bei regali ai suoi bambini, per il Natale.
Andrea partì dunque, due giorni prima di Natale, con la slitta stracarica di cucchiai, di forchette e di bambole e traversò la foresta coperta di neve.
Riuscì a vendere tutto ai signori della città ed era felice perché aveva incassato cento monete d’argento e cinque monete d’oro.
Comprò i regali per i suoi bimbi e riprese la via del ritorno, attraverso la Foresta Nera.
Ma venne una bufera di neve e Andrea si smarrì..
Tic tic tic!
Chi è? Chi mi cerca?
Sono io, signor scoiattolo!
Chi io?
Il picchio che picchia. Ho bisogno di un consiglio.
Poco lontano da qui, ho visto Andrea nella bufera. Ha perduto la strada di casa.
È disperato. Bisogna aiutarlo.
Come si fa? – disse lo scoiattolo.
Ci vorrebbe un lume. Aspetta! Ho una idea. Va’ a chiamare tutti i tuoi fratelli, i picchi che picchiano, poi andrete insieme nella chiesa della città a prendere le candele accese.
Subito il picchiò andò a chiamare i picchi suoi fratelli e tutti insieme volarono fino alla chiesa della città dove la gente aspettava la mezzanotte di Natale.
Nessuno sa come la porta si aprì. I picchi raggiunsero l’altare, presero ciascuno una candela accesa uscirono uno dopo l’altro.
Anche la gente, rimasta al buio, uscì dalla chiesa. Qualcuno gridò: – Guardate! I picchi con le candele accese si dirigono verso la Foresta Nera!
E fu così che Andrea vide venire avanti tanti piccoli lumi. I lumi si posero sulla punta dei rami dell’abete, sotto il quale Andrea, sfinito e quasi morto, si era rifugiato.
Tutta la foresta intorno si illuminò.
L’uomo si alzò, si guardò intorno meravigliato e gridò con gioia:
Ecco la mia casa, laggiù, fra gli alberi!
Da allora tutti vollero che l’albero di Natale fosse illuminato.
(LINK della fonte)

Infine, ricordo che quand’ero bambina cantavo, alle recite scolastiche, la canzone “O ALBERO” (titolo originale O TANNENBAUM). Eccone una delle tante versioni, quella che mi ricorda maggiormente la “mia”:

O albero, o albero,
risplendi nella notte!
Le luci tue scintillano,
come le stelle brillano.
O albero, o albero,
risplendi nella notte!

Fra i canti degli arcangeli
ritorna il bambinello.
I rami verdi toccano
la capannina di cartone
l’albero illumina
la culla del Signore.

S’innalzano, risuonano
i canti di Natale.
La loro dolce musica
giunge fra tutti i popoli.
Ripete ancor agli uomini:
giustizia, pace, amore
.

Ed ora corro a preparare l’albero … troppo intenta a ricercare le leggende natalizie, mi ero scordata che è arrivato il momento di allestire anche il mio abete!

PER LEGGERE GLI ALTRI POST NATALIZI, CLICCA QUI. PER I GOLOSI: QUI TROVATE LE RICETTE DEI DOLCI DI NATALE

[la foto dell’albero del Rockfeller Center è tratta da questo sito]

LA TRADIZIONE PASQUALE

Ripropongo questo vecchio post per AUGURARE A TUTTI I LETTORI UNA BUONA PASQUA.

Com’è noto, la Pasqua cristiana celebra la resurrezione di Cristo, ma dal punto di vista etimologico si collega al rito ebraico del Pèsach (parola che significa “passaggio”) ed il periodo in cui Gesù fu catturato, condannato, in seguito ad un sommario processo popolare, e crocifisso, per gli ebrei di Palestina era appunto la “pasqua”. Tale festività ricordava ai figli di Israele l’esodo dall’Egitto in cui essi erano ridotti in schiavitù, con cui aveva inizio il lungo viaggio verso la Terra Promessa.

La Bibbia racconta che gli ebrei egiziani furono salvati dalla tremenda punizione divina che si abbatté sugli egizi: l’Angelo di Dio aveva, infatti, decretato l’uccisione di tutti i primogeniti delle famiglie egiziane, dopo che il faraone aveva concesso imoedito agli ebrei di andarsene. Questi ultimi avevano scampato il pericolo cospargendo gli stipiti delle porte delle loro case con il sangue degli agnelli o dei capretti appena nati, le cui carni costituirono il cibo consumato durante la cena alla vigilia della loro partenza . Da ciò deriva anche la tradizione cristiana di consumare la carne di agnello o capretto durante il pranzo pasquale. Ma è evidente anche il legame tra l’Antico e il Nuovo Testamento quando nei Vangeli leggiamo che Gesù, morto in croce per salvare l’umanità dal peccato originale, è chiamato l’Agnello di Dio.
Gli ebrei, inoltre, per poter fuggire velocemente, guidati da Mosè, furono costretti a cuocere il pane senza farlo lievitare: nacque, così, la tradizione degli “azzimi” (o Mazzoth) che è strettamente collegata alla Pasqua ebraica.

Agli inizi, i Cristiani festeggiavano la Pasqua tutte le domeniche. Dopo il Concilio di Nicea, presieduto dall’imperatore Costantino nel 325 con lo scopo principale di condannare l’eresia di Ario (arianesimo), fu stabilito che la data della festività dovesse cadere la domenica successiva alla prima luna di primavera. Oggi la Chiesa calcola la data di Pasqua in modo scientifico: la festa “cade” la domenica successiva alla prima domenica di luna piena dopo l’equinozio di primavera. Per questo motivo la data della Pasqua è variabile ed è compresa tra il 22 marzo e il 25 aprile. A seconda che la data sia più o meno vicina ai due estremi, si è soliti parlare di Pasqua Alta (quando è piuttosto in “ritardo”, quindi più vicina al 25 aprile) e Bassa (quando è in “anticipo”).

da vinci ultima cena

Durante la settimana santa, il giovedì la Chiesa celebra una Messa chiamata in cena Domini: per mezzo di questo rito si vuole ricordare l’ultima cena che Gesù consumò con i discepoli prima della cattura. Secondo la tradizione cristiana, inoltre, proprio durante questa cena Gesù avrebbe istituito il rito dell’Eucarestia: il pane rappresenta il corpo, il sangue l’anima e la divinità di Cristo, figlio di Dio.

Con il termine Pasqua, dunque, si ricorda la resurrezione di Cristo, quindi il “passaggio” dalla morte alla vita eterna; appare chiaro, quindi, il legame tra questa festività e il significato che essa assunse per gli Ebrei, nel senso che laddove il “passaggio” è riferito alla liberazione dalla schiavitù verso la libertà e la Terra che Dio aveva promesso ad Abramo, nel rito cristiano si celebra la liberazione dell’Uomo dalla schiavitù del peccato ed il cammino verso la vita eterna.

Una delle tradizioni “pagane” legate alla Pasqua è quella dell’uovo: essa ha origine dalla consuetudine dei contadini dell’antica Roma di sotterrare nei campi un uovo colorato di rosso, che simboleggiava la fertilità, quale rito propiziatorio per un buon raccolto. Entrato, poi, nella tradizione cristiana, l’uovo fu assurto a simbolo di rinascita non della natura ma dell’uomo, in stretta relazione con la resurrezione di Cristo. Nelle catacombe furono ritrovate delle uova di alabastro che confermano la tradizione di scambiarsi delle uova come dono pasquale.

uova pasqua fabergé

L’usanza di scambiarsi delle uova in dono nel periodo pasquale viene diffusa in particolare nel Medioevo, per un motivo abbastanza pratico: non potendo essere consumate durante il periodo di Quaresima, per via del digiuno, le uova dovevano essere smaltite rapidamente, quindi venivano colorate, dopo essere state rassodate, e donate, una volta benedette in chiesa durante la Messa di Pasqua. Sempre al Medioevo risale la tradizione delle uova preziose, d’oro e d’argento, che poi fu riscoperta dall’orafo Peter Carl Fabergé, che, nel 1883, ricevette dallo zar Alessandro III l’incarico di preparare un dono speciale per la zarina Maria: Fabergé per l’occasione creò il primo uovo in platino smaltato di bianco, entro il quale era racchiuso un tuorlo dorato, che a sua volta conteneva un pulcino d’oro dagli occhi di rubino, dentro il quale era contenuta una riproduzione della corona imperiale. Da questo momento in poi si diffuse la tradizione dell’uovo con sorpresa.

uova-cioccolatoOggi, tuttavia, l’uovo più diffuso in veste di dono pasquale è quello di cioccolato: i primi a crearne uno furono i cuochi di Luigi XIV, il Re Sole, che più tardi pensarono anche di riempirlo con la sorpresa. Attualmente le industrie dolciarie ne producono di tutti i tipi e di tutti i prezzi. Questi ultimi possono variare a seconda della qualità del cioccolato (visti i recenti sequestri di uova fabbricate con materie prime scadute o di infima qualità è meglio andare sul sicuro e spendere un po’ di più) o della preziosità della sorpresa. In genere si tratta di piccoli oggetti di scarso valore, ma non mancano le sorprese più costose quali i monili d’argento.

Ricordo una Pasqua speciale in cui al posto del tradizionale uovo, mi ritrovai una campana di cioccolato. Avevo più o meno quindici anni e, nonostante fossi già abbastanza grande, non avrei rinunciato per nessun motivo al mondo al mio uovo. Certo, la campana non è la stessa cosa, ma non feci trapelare la mia contrarietà iniziale. Quando aprii la confezione, compresi anche il perché di quel dono pasquale poco tradizionale: la sorpresa era costituita da un anello d’oro con zaffiro e brillantini che mia nonna aveva voluto donarmi in occasione della Pasqua. Far entrare una sorpresa così nell’uovo sarebbe stato complicato (a meno che non lo si facesse confezionare appositamente dal pasticcere), mentre la campana, vuota nella parte inferiore, aveva facilitato molto l’operazione e l’abilità di mia mamma nel ricomporre la confezionare non aveva destato in me alcun sospetto. Inutile dire che quella fu una della Pasque più belle della mia vita.

E dopo aver ripercorso la tradizione e divagato sulla mia indimenticabile sorpresa pasquale, auguro a tutti una Felice Pasqua, invitando a pensare, tra banchetti luculliani e uova con sorpresa, anche al vero significato di questa festa, la più importante della tradizione cristiana.

Infine, come da tradizione, lascio ai miei lettori una bellissima poesia di Gabriele D’Annunzio:

campane_pasquaLA RESURREZIONE

Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d’olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d’amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di risurrezione
!

[FONTI: serbi.info, arcobaleno.net e agricolturaitalianaonline.gov.it; l’immagine sotto il titolo è tratta da questo sito; uova Fabergé da questo sito; uova cioccolato da questo sito; campane pasquali da questo sito]

I RE MAGI, TRA VERITÀ E LEGGENDA


La tradizione vuole fossero in tre: Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. Sempre secondo la tradizione, erano dei re e portarono in dono al bambino Gesù oro, incenso e mirra. Ma le tradizioni, a volte, non corrispondono a verità, sempre ammesso che in questo caso si possano ricostruire i fatti reali.

Nel Vangelo di Matteo vengono chiamati semplicemente Magi e si dice che venissero da Oriente.

Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”. All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:

E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele”.

Niente re, dunque, e se ci fidiamo dell’etimologia della parola “mago” che pare risalire ad una categoria di persone che, nell’antica Persia, si occupavano di scienze, anche occulte, possiamo ipotizzare che fossero degli uomini di scienza, forse astronomi. Infatti, nel Vangelo si legge che essi seguirono la stella. Che fosse la cometa che noi tutti conosciamo, è ipotizzabile se non altro perché la sua caratteristica coda sembra indicare, in qualche modo, una strada e rende maggiormente visibile il suo percorso. Ma, come vedremo in seguito, non è l’unica ipotesi possibile.
Quindi i Magi non erano “re” ma dei sapienti, probabilmente di origine Caldea, provenienti dall’odierna Turchia.

Anche sul numero ci sono diverse interpretazioni. “Alcuni Magi”, come scrive Matteo, non significa tre, ma fa riferimento ad un numero indefinito; probabilmente il numero tre (oltre ad avere un’importanza fondamentale nella simbologia cristiana) fu determinato sulla base dei doni che portarono a Gesù, ma non è escluso che più persone avessero portato i medesimi doni.
Sempre nel Vangelo di Matteo si legge:Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Per quanto riguarda i nomi, assenti nel Vangelo di Matteo, sarebbero citati nel Vangelo dell’Infanzia, apocrifo, che ci è pervenuto in lingua armena, i cui manoscritti sono stati divulgati per la prima volta, integralmente, da padre Isaia Daietsi nel 1828, in due diverse stesure. I nomi esatti, di origine persiana, sarebbero Melkon, Gaspar e Balthasar e apparterrebbero a tre sacerdoti. Tuttavia, è lecito pensare che, in un certo senso, simboleggino le tre popolazioni del mondo fino ad allora conosciuto: l’Europa, l’Asia e l’Africa. Non a caso, Baldassare è di colore.
Anche i tre doni sono caratterizzati da un’evidente funzione simbolica: l’incenso, infatti, descrive la caratteristica sacerdotale del Cristo, nella sua funzione di mediatore fra l’uomo e Dio; la mirra, un unguento che veniva utilizzato nella preparazione dei corpi dei defunti, ne prefigura la morte in favore dell’umanità peccatrice; l’oro simboleggia la regalità e, infatti, Cristo è re del suo regno futuro, che si realizzerà al Suo ritorno.

Matteo racconta, come è noto, che i Magi seguissero una stella e questo fatto avesse destato molta curiosità nel re Erode:

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo.
Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Mt., 2, 1-12).

Che questa stella fosse una cometa, però, non è certo. Gli studiosi hanno ipotizzato che si possa trattare della cometa di Halley, la più brillante, che, però, apparve nel 12 a.C. e che tornò visibile solo nel 66 d.C.. Questa data, tuttavia, sposterebbe la nascita di Gesù indietro nel tempo.
Un’altra ipotesi è che non si trattasse di una vera e propria stella, nemmeno di una cometa. Potrebbe riferirsi, invece, ad un particolare evento astronomico come, ad esempio, una rara congiunzione di pianeti che, fin dalla più remota antichità, si pensava potesse avere delle influenze sulla terra e sugli uomini.
Il 17 dicembre del 1603, osservando Giove e Saturno in congiunzione, Keplero per primo ipotizzò che qualcosa del genere fosse accaduto alla nascita di Gesù. Tale supposizione venne confermata dagli scienziati del Novecento. Si pensa che una congiunzione tale potesse essere ben visibile nell’area del Mediterraneo e pare plausibile che i Magi avessero notato un evento astronomico così eccezionale.
Nel 1925 lo studioso tedesco Schnabel decifra una tavoletta cuneiforme, che ora si trova al Museo statale di Berlino, e trova il resoconto di Giove e Saturno congiunti per ben tre volte nel segno dei Pesci tra il 29 maggio e il 15 dicembre del 7 a.C. Anche questo potrebbe essere un indizio ma sposterebbe ugualmente la data di nascita di Gesù. Non tanto per quanto riguarda il mese –infatti, si pensa che il 25 dicembre fosse stato “scelto” per creare in un certo senso un sincronismo con il 25 marzo, data della morte di Cristo sulla croce – ma per l’anno che, tra l’altro, sconvolgerebbe il calendario universale.

Ma ci sono altre “questioni cronologiche” da risolvere riguardo alla data di nascita di Gesù. Come ci informa Matteo, i Magi furono avvertiti in sogno di non tornare da Erode. Infatti, noi sappiamo che, proprio per scongiurare il pericolo che un “re impostore” potesse usurpargli il trono, Erode ordina la cosiddetta “strage degli innocenti”. Così scrive Matteo:

Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi.

A questo punto, però, ci dobbiamo chiedere: se i Magi si recarono da Gesù appena nato, perché mai Erode ordina di uccidere i bambini dai due anni in giù? Apparentemente questo dato sembra contraddire la tradizione secondo la quale i Magi cercavano un bambino appena nato. C’è un altro fatto, però, di cui tenere conto: sappiamo che Giuseppe e Maria, incinta di Gesù, erano diretti a Betlemme per il censimento ordinato dai Romani in Giudea e altre province soggette a Roma. Le documentazioni storiche collocano un censimento, ordinato dai Romani in Giudea e altre province soggette a Roma, nel 12 a.C (la stessa data cui gli astronomi riportano l’apparizione della cometa di Halley!), mentre re dei Giudei era Erode il Grande al quale, come è stato detto, viene attribuita la famosa strage degli innocenti. Questa data, tuttavia, sposterebbe ancora più lontano la nascita di Gesù, a meno che non si consideri che un censimento non era cosa da poco e non poteva concludersi in breve tempo, vista l’estensione delle terre orientali soggette al dominio di Roma. Quindi è plausibile che le operazioni fossero iniziate nel 12 ma che si siano protratte per molto tempo, anche un paio d’anni. Tuttavia, non si arriverebbe mai al 7 a.C. Oppure dobbiamo credere che all’epoca del censimento Gesù avesse un paio d’anni o qualcosina di più.

Ritornando alla “stella”, questo splendore apparso in cielo e osservato dai Magi ebbe probabilmente una lunga durata. Nel Vangelo apocrifo armeno si legge che questi sacerdoti persiani seguirono la “stella” per nove mesi, giungendo alla “casa” di Gesù a poca distanza dal parto di Maria. In effetti si può supporre che dalla terra dei Magi a Betlemme la distanza fosse di circa mille chilometri che, secondo alcuni, avrebbero potuto essere coperti in meno tempo. Certamente, però, non in poco meno di due anni e quindi la domanda “Perché Erode ordinò la strage dei bambini al di sotto dei due anni?” non ha risposta.

Insomma, tentare di conciliare le parole del Nuovo Testamento con dei dati storici è veramente difficile. Addentrarsi nella complessa operazione di datazione degli eventi tenendo conto dei termini post e ante quem richiede molte conoscenze e molta pazienza. Io non mi ci addentro però rimando alla lettura di questo post in cui la questione è trattata in modo tecnico e con minuzia di particolari.

Per concludere, mi affido alle parole con cui il grande poeta Gabriele D’annunzio racconta la “storia dei Re Magi”, in prosa:

La notte era senza luna; ma tutta la campagna risplendeva di una luce bianca e uguale come il plenilunio, poiché il Divino era nato; dalla campagna lontana i raggi si diffondevano….
Il Bambino Gesù rideva teneramente, tenendo le braccia aperte verso l’alto, come in atto di adorazione; e l’asino e il bue lo riscaldavano col loro fiato, che fumava nell’aria gelida.
La Madonna e San Giuseppe di tratto in tratto si scuotevano dalla contemplazione, e si chinavano per baciare il figliolo.
Vennero i pastori, dal piano e dal monte, portando i doni e vennero anche i Re Magi. Erano tre: il Re Vecchio, il Re Giovane e il Re Moro.
Come giunse la lieta novella della natività di Gesù si adunarono.
E uno disse:
– È nato un altro Re. Vogliamo andare a visitarlo ?
– Andiamo – risposero gli altri due.
– Ma con quali doni?
– Con oro, incenso e mirra.
Nel viaggio i Re Magi discutevano animatamente, perché non potevano ancora stabilire chi, per primo, dovesse offrire il dono.
Primo voleva essere chi portava l’oro. E diceva: – L’oro è più prezioso dell’incenso e della mirra; dunque io debbo essere il primo donatore.
Gli altri due alla fine cedettero. Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l’oro.
Si inginocchiò ai piedi del bambino; e accanto a lui si inginocchiarono i due con l’incensi e la mirra.
Gesù mise la sua piccoletta mano sul capo del Re che gli offerse l’oro, quasi volesse abbassarne la superbia. Rifiutò l’oro; soltanto prese l’incenso e la mirra, dicendo: – L’oro non è per me
!

… e in versi:

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

Al di là di tutte le possibili interpretazioni simboliche e dilemmi che più sopra ho esposti, la “magia” del Natale si completa con l’arrivo, al cospetto di Gesù, di questi re-sacerdoti nel giorno detto dell’Epifania, cioè, tradizionalmente, il 6 gennaio. La parola “epifania” deriva dal greco epiphaneia e significa “apparizione”. È come se la “stella” apparsa ai Magi più di duemila anni fa, volesse guidarci ancora, non necessariamente verso la fede ma in direzione della pace. E sappiamo quanto questa sia un bene prezioso di cui, nel mondo, purtroppo non tutti godono.

ARTICOLI CORRELATI: VIENE VIENE LA BEFANA … e PRESEPE O PRESEPIO?

AGGIORNAMENTO DEL POST, 6 GENNAIO 2011

Ad integrazione di quanto scritto lo scorso anno, segnalo la lettura di questo interessantissimo post: I Magi tra storia e leggenda by Briciole di tutto … un po’

NUOVO AGGIORNAMENTO, 27 DICEMBRE 2011

DA LEGGERE QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO SU IL CORRIEREIl mito globale dei re Magi