13 dicembre 2015

RACCONTI DI NATALE: “IL DONO DEI MAGI” di O. HENRY

Posted in Natale, tradizioni popolari tagged , , , , , , a 2:49 pm di marisamoles

pacchi-reaglo-fai-da-teL’usanza di scambiarsi i doni a Natale pare derivi dai Re Magi che si presentarono al cospetto del Bambinello con i loro preziosi doni.
Ormai la tradizione è più subita che sentita. In tempi di crisi, si sa, ogni risparmio è prezioso: perché buttare via decine di euro in “regali dovuti”? Donare dovrebbe essere un atto spontaneo, non imposto dalle tradizioni o, cosa ancor peggiore, dal consumismo. Eppure ci si sente in obbligo… non c’è Natale senza doni, lo spazio sottostante l’abete allestito con gingilli e luci colorate non può rimanere vuoto.

Diverso è il caso di chi davvero con grande piacere desidera fare un bel regalo alle persone amate. Se è vero il detto “basta il pensiero”, spesso si cerca di accontentare i bambini che, innocenti creature, scrivono le loro letterine a Babbo Natale, o si risparmia per mesi pur di potersi permettere un regalo speciale per una persona altrettanto speciale.

Capita, talvolta, di fare regali inutili, nel senso che chi li riceve non sa che farsene e non se ne servirà mai.
Capita anche che i doni si rivelino inutili perché, proprio per il sacrificio fatto da chi li riceve, non serviranno se non mai, almeno per lungo tempo. Com’è successo ai protagonisti di questa deliziosa novella di O. Henry.

BUONA LETTURA!

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Un dollaro e ottantasette centesimi. Questo era tutto. E sessanta centesimi erano in penny. Penny risparmiati uno o due alla volta maltrattando il droghiere, il verduraio e il macellaio, fino a quando ti senti le guance rosse per l’accusa di taccagneria che tale atteggiamento comporta, anche se non te lo dicono. Della li contò tre volte. Un dollaro e ottantasette centesimi. E il giorno dopo sarebbe stato Natale.

Non c’era chiaramente nulla da fare, se non afflosciarsi sullo squallido divanuccio e mettersi a urlare. E Della fece proprio così. E questo ci porta a riflettere che la vita è fatta di singhiozzi, tirate su col naso, e sorrisi, con prevalenza delle tirate su.

Mentre la padrona di casa si calma piano, piano, passando dalla prima fase alla seconda, date un’occhiata alla casa. Un appartamento ammobiliato da 8 dollari a settimana.

Nel vestibolo sottostante, una cassetta per lettere in cui non sarebbe arrivata mai nessuna lettera, e un pulsante elettrico da cui nessun dito di mortale avrebbe ottenuto uno squillo. A tutto ciò si aggiungeva anche un cartellino che recava il nome “Mr. James Dillingham Young.”

Il “Dillingham” era stato sbandierato in un periodo precedente di prosperità quando il suo possessore veniva pagato 30 dollari a settimana. Ora, con il reddito ridotto a 20 dollari, stavano pensando seriamente di contrarlo in un più modesto e senza pretese “D”. Ogni volta che il signor James Dillingham Young tornava a casa e raggiungeva il suo appartamento di sopra, veniva però chiamato “Jim” e abbracciato stretto dalla signora Dillingham, che già vi abbiamo presentato come Della. E tutto questo è molto bello.

Della aveva finito di singhiozzare e si occupava delle guance con il piumino della cipria. Se ne stava alla finestra e guardava fuori senza pensieri verso un gatto grigio che camminava lungo un recinto grigio in un cortile grigio. Domani sarebbe stato il giorno di Natale e lei aveva solo 1 dollaro e 87 con cui comprare un regalo a Jim. Aveva risparmiato ogni centesimo che aveva potuto, per mesi, con questo risultato. Con venti dollari alla settimana non si va lontano. Le spese erano state maggiori di quanto lei aveva calcolato. Lo sono sempre. Solo 1 dollaro e 87 per comprare un regalo per Jim.

Il suo Jim. Aveva trascorso tante ore felici pensando a qualcosa di bello per lui. Qualcosa di bello e raro e speciale — qualcosa che fosse degno di appartenere a Jim. C’era uno di quei comuni specchi stretti, tra le finestre della stanza. Forse avete visto uno di questi specchi in un appartamento da 8 dollari. Una persona molto sottile e molto agile può, osservando il suo riflesso in una rapida sequenza di strisce longitudinali, avere un’idea abbastanza precisa del suo aspetto. Della, essendo magra, aveva imparato quest’arte.

Improvvisamente si girò dalla finestra e si fermò davanti allo specchio. I suoi occhi brillavano di scintille, ma il suo viso perse di colore in venti secondi. Rapidamente tirò giù i capelli e li lasciò cadere per tutta la loro lunghezza.

Ora, vi erano due beni in possesso alla famiglia Dillingham Young di cui entrambi erano orgogliosissimi. Uno era orologio d’oro di Jim, che era stato di suo padre e di suo nonno. L’altro erano i capelli di Della. Se la regina di Saba fosse vissuta in un appartamento di fronte, Della qualche volta avrebbe steso i suoi capelli fuori dalla finestra ad asciugare solo per far impallidire i gioielli e i beni di Sua Maestà. Se Re Salomone fosse stato il portiere, con tutti i suoi tesori ammucchiati nello scantinato, Jim avrebbe tirato fuori il suo orologio ogni volta che passava, solo per vederlo strapparsi la barba dall’invidia.

Così ora i bei capelli di Della scivolarono su di lei ondeggianti e splendenti come una cascata di acque castane. Arrivavano fin sotto il ginocchio e le facevano quasi da abito. Poi li raccolse di nuovo nervosamente e rapidamente. Vacillò per un attimo e poi si fermò, mentre una lacrima o due cadevano sul logoro tappeto rosso.

Indossò la vecchia giacca marrone, indossò il vecchio cappello marrone. Con un turbinio di gonne e con quel brillante scintillio ancora negli occhi, sgonnellò fuori dalla porta e giù per le scale fino alla strada.

Dove si fermò il cartello diceva: “Mme. Sofronie. Tutto per i capelli.” Della corse su per una rampa, e si sistemò, ansimando. Madame, grossa, troppo bianca, fredda, poco sembrava una “Sofronie.”

“Vuole comprare i miei capelli?”, chiese Della.

“Io compro i capelli”, disse la signora.

“Si tolga il cappello e diamo un’occhiata a come sono.” La cascata castana scivolò giù.

“Venti dollari”, disse la signora, sollevando la massa con mano esperta. “Me li dia, presto”, disse Della.

Oh, e le due ore successive si spostò con ali rosate. Scusate questa trita metafora. Stava setacciando i negozi per il regalo di Jim.

Alla fine lo trovò. Era stato fatto proprio per Jim e per nessun altro. Non ce n’era di uguale in nessun altro negozio, e li aveva rivoltati proprio tutti. Era una catenina da orologio in platino, semplice e pura nel disegno, che dichiarava il suo valore di per sé stessa e non come vile ornamento – proprio come dovrebbe essere per tutte le cose belle. Era degna dell’Orologio. Appena la vide, seppe che doveva essere di Jim. Era come lui. Tranquillità e valore – la descrizione si applicava ad entrambi. Per la catena le presero ventuno dollari, e lei si precipitò a casa con gli 87 centesimi. Con quella catena al suo orologio Jim poteva preoccuparsi decorosamente dell’orario in qualunque compagnia si fosse trovato. Per quanto il suo orologio fosse magnifico, a volte lo guardava di nascosto, a causa del vecchio cinturino di cuoio che usava al posto della catena.

Quando Della giunse a casa, la sua eccitazione cedette un po’ alla prudenza e alla ragione. Tirò fuori il suo arricciacapelli, accese il gas e si mise a riparare i danni fatti dalla generosità aggiunta all’amore. Che è sempre un compito enorme, cari amici – un compito immane.

In quaranta minuti la sua testa era coperta da piccoli ricci, vicini l’uno all’altro, che la facevano splendidamente somigliare a uno scolaro che ha marinato la scuola. Guardò a lungo la sua immagine riflessa nello specchio, con attenzione e in modo critico.

“Se Jim non mi ammazza”, si disse, “prima di darmi una seconda occhiata, dirà che sembro una ragazza del coro di Coney Island. Ma che cosa potevo fare – oh! Che cosa potevo fare con un dollaro e ottantasette centesimi?”

Alle 7 il caffè era pronto e la padella era sul retro della stufa, calda e pronta a cuocere le costolette.

Jim non era mai in ritardo. Della addoppiò la catenina in mano e si sedette in un angolo del tavolo vicino alla porta da cui lui entrava sempre. Poi sentì il suo passo sulla scala giù, al primo piano, e impallidì per un attimo. Aveva l’abitudine di recitare in silenzio una preghiera per le semplici cose di ogni giorno, e ora sussurrò: “Ti prego Dio, fagli pensare che sono ancora carina”.

La porta si aprì e Jim entrò e la richiuse. Aveva un aspetto magro e molto pensieroso. Poverino, aveva solo ventidue anni – ed essere gravati da una famiglia! Aveva bisogno di un cappotto nuovo ed era senza guanti.

Jim si fermò appena superata la porta, immobile come un setter all’odore di una quaglia. I suoi occhi erano fissi su Della, e vi era in essi un’espressione che lei non sapeva comprendere, e che la terrorizzava. Non era rabbia, né sorpresa, né disapprovazione, né orrore, né uno dei sentimenti a cui era preparata. Egli semplicemente la guardava fisso, con quella strana espressione sul viso. Della girò intorno al tavolo e gli si avvicinò.

“Jim, caro,” esclamò, “non guardarmi in quel modo. Mi sono tagliata i capelli e li ho venduti, perché non potevo passare il Natale senza farti un regalo. Ricresceranno — non ti importa, vero? Ho dovuto farlo. I miei capelli crescono così in fretta. Di’ ‘Buon Natale! ‘ Jim, e cerchiamo di essere felici. Non sai che bel regalo- che bellissimo regalo ho per te.”

“Hai tagliato i capelli?” chiese Jim, faticosamente, come se non fosse ancora arrivato a capire questo fatto, anche dopo un duro sforzo mentale.

“Tagliati e venduti”, disse Della. “Non ti piaccio ugualmente, comunque? Io sono io, anche senza i miei capelli, non è vero?”

Jim guardò per la stanza, curioso.

“Dici che i tuoi capelli non ci sono più?” chiese, con un’aria quasi da idiota.

“Non li devi cercare”, ha detto Della. “Li ho venduti, ti dico – venduti e andati, anche. E’ la vigilia di Natale, ragazzo. Sii buono con me, perché li ho dati via per te. Forse i capelli del mio capo erano contati”, proseguì lei con un’improvvisa grave dolcezza, “ma nessuno potrebbe contare il mio amore per te. Devo mettere su le costolette, Jim?”

Jim sembrava svegliarsi rapidamente dalla sua trance. Abbracciò la sua Della. Per dieci secondi guardiamo con interesse qualche inutile oggetto che sta nella direzione opposta. Otto dollari la settimana o un milione all’anno – qual è la differenza? Un matematico o un uomo di spirito darebbero la risposta sbagliata. I Magi portarono doni preziosi, ma quello non c’era. Questa affermazione oscura vi sarà chiarita in seguito.

Jim estrasse un pacchetto dalla tasca del cappotto e lo gettò sul tavolo.

“Non ti sbagliare sul mio conto, Della.” disse, ” Non credo che ci sia qualcosa nel modo in cui ti tagli i capelli o te li lavi che potrebbe farmi piacere di meno la mia ragazza. Ma se scarti il pacchetto puoi capire perché mi hai fatto imbambolare un po’ in un primo momento.”

Dita bianche e agili strapparono la corda e carta. E poi un urlo di gioia estatica e poi, ahimè! un rapido femmineo cambiamento in un pianto isterico e in lamenti, che richiesero l’impiego immediato di tutti i poteri di consolazione del padrone di casa.

Perché lì dentro c’erano I Pettini – una serie di pettini, laterali e posteriori, che Della aveva adorato a lungo in una vetrina di Broadway. Bellissimi pettini in vero guscio di tartaruga, con bordi di pietre preziose – proprio della sfumatura da portare tra i suoi magnifici capelli scomparsi. Erano pettini costosi, lo sapeva, e il suo cuore li aveva semplicemente agognati e desiderati senza la minima speranza di possesso. E ora erano suoi, ma le trecce che gli ambìti ornamenti avrebbero dovuto adornare erano sparite.

Ma lei li stringeva al petto e alla fine fu in grado di guardarli con gli occhi velati e un sorriso e dire: “I miei capelli crescono così in fretta, Jim!”

E poi Della balzò in piedi come un gatto che si è bruciato e gridò: “Oh, oh!”

Jim non aveva ancora visto il suo bel regalo. Lei glielo porse con entusiasmo sul palmo aperto. L’opaco metallo prezioso sembrava lampeggiare per il riflesso dello spirito brillante e ardente di lei.

“Non è elegante, Jim? L’ho cercato per tutta la città per trovarlo. Dovrai guardare l’ora un centinaio di volte al giorno adesso. Dammi il tuo orologio. Voglio vedere come ci sta.

Invece di obbedire, Jim si buttò sul divano e si mise le mani sotto la nuca e sorrise.

“Della”, disse, “mettiamo via i nostri regali di Natale e lasciamoli stare per un po’. Sono troppo belli per usarli proprio ora. Io ho venduto l’orologio per avere i soldi per comprare i tuoi pettini. Ed ora penso che tu debba mettere su le costolette.”

I Magi, come sapete, erano uomini saggi – meravigliosamente saggi – che portarono doni al Bambino nella mangiatoia. Furono loro a inventare l’arte di fare regali per Natale. Essendo saggi, i loro doni erano senza dubbio saggi, e sicuramente avevano la possibilità di essere cambiati, se una ne aveva già di simili.

E qui vi ho raccontato alla meglio la pacifica storia di due bambini sciocchi, in un appartamento, che incautamente hanno sacrificato l’un l’altra i più bei tesori della loro casa. Ma va detta un’ultima parola al saggio di oggi, che di tutti coloro che fanno regali, questi due sono stati i più saggi. Di tutti coloro che fanno e ricevono regali, come loro, sono i più saggi. Ovunque sono i più saggi. Sono loro i Magi.

[LINK; immagine da questo sito]

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23 dicembre 2014

AUGURI A TUTTI CON “IL VECCHIO NATALE”, POESIA DI MARINO MORETTI

Posted in affari miei, auguri, Letteratura Italiana, Natale, poesia, religione, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , , a 8:47 pm di marisamoles

babbo natale camino
E’ sempre più difficile augurare Buon Natale. Ormai le recite dei bimbi alla scuola dell’infanzia e primaria sono bandite. I presepi non hanno miglior sorte dei crocefissi: negli edifici scolastici non c’è posto per loro. Pure la messa di Natale è vietata (in questo caso, però, sono d’accordo sulla scelta operata dal Dirigente Scolastico in questione).

Ricordo l’imbarazzo dei miei genitori di fronte al medico di famiglia che era di origine ebraica. Eppure augurare Buon Natale ad una persona che professa un’altra religione non dovrebbe essere sconveniente. I miei avevano scelto un’alternativa “politicamente corretta”, come si usa dire oggi: per non offenderlo, gli mandavano un dono augurandogli buon anno.

Questa festa in occidente è molto sentita e poco importa se ci si crede o meno. In fondo, è come un compleanno, un giorno in cui fare festa. A chi di noi non è mai capitato di essere invitato ad una festa di compleanno pur detestando cordialmente il festeggiato? Eppure ci siamo andati, in nome della buona educazione e della riconoscenza, ci siamo divertiti, abbiamo mangiato, bevuto, giocato … e così si fa a Natale.

Una cosa che non ho mai davvero apprezzato sono i regali natalizi. Li ho sempre sentiti un obbligo, mentre preferisco fare un regalo anche senza un’occasione speciale, solo per far sentire alla persona che lo riceve il mio affetto. Però devo ammettere che Babbo Natale, almeno per i bambini (sempre che ci credano ancora), ha il suo fascino e costituisce una tradizione che non si può ignorare. C’è qualcuno convinto che questo grosso babbo con la barba bianca e vestito di rosso stoni con la festività religiosa, e invece la sua figura è una rielaborazione laica del vecchio vescovo di Myra, San Nicola (o San Nicolò), tant’è vero che in America il nostro babbo viene chiamato Santa Klaus, nome che deriva direttamente da quello del santo.
Non dimentichiamo, inoltre, che l’usanza di scambiarsi i regali a Natale deriva proprio dall’evento religioso: infatti ognuno, secondo le proprie possibilità, portò dei doni al bambino Gesù.

Proprio ricordando il vecchio babbo dalla barba bianca che porta qualcosa a tutti, vi regalo una bella poesia di Marino Moretti dedicata al Vecchio Natale.

divisorio natale

marinomorettiMarino Moretti è un poeta molto trascurato, specialmente dai curatori dei manuali scolastici. Un poeta di serie B, parrebbe, eppure fa parte della corrente crepuscolare e fu grande amico di Palazzeschi. La poesia del poeta di Cesenatico è molto semplice, i suoi versi hanno perlopiù un carattere discorsivo e nascono dall’osservazione delle cose semplici della vita di tutti i giorni. Secondo me, Moretti è uno dei poeti che meglio incarna quel fanciullino pascoliano che porta il poeta a descrivere il suo mondo con lo stupore e l’ingenuità tipica dell’età infantile.
Chiaro esempio dello stile morettiano è anche la poesia “Il vecchio Natale” che dedico a tutti i lettori:

Mentre la neve fa, sopra la siepe,
un bel merletto e la campana suona,
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ad ogni bimbo un piccolo presepe.

Ed alle buone mamme reca i forti
virgulti che orneran furtivamente
d’ogni piccola cosa rilucente:
ninnoli, nastri, sfere, ceri attorti…

A tutti il vecchio dalla barba bianca
porta qualcosa, qualche bella cosa.
e cammina e cammina senza posa
e cammina e cammina e non si stanca.

E, dopo avere tanto camminato
nel giorno bianco e nella notte azzurra,
conta le dodici ore che sussurra
la mezzanotte e dice al mondo: È nato!

RIVOLGO A TUTTI UN AFFETTUOSO AUGURIO DI

Buona natale babbo

[immagine Babbo Natale da questo sito; divisorio da questo sito; scritta Buon Natale da questo sito]

26 dicembre 2010

I BABBI NATALE PIÙ STRANI DEL MONDO

Posted in Natale tagged , , a 9:21 pm di marisamoles


Santa Claus, ovvero Babbo Natale, ce lo siamo sempre immaginato a bordo di una slitta trainata dalla renne. Vederlo sugli sci, come nella foto sopra, può apparire strano ma in fondo lo ritroviamo sempre nel suo ambiente naturale, quello montano, in mezzo alla neve.

Che dire di quest’altro a fianco? Be’, vedere Santa Claus cavalcare le onde con un colorato e moderno surf, fa un po’ impressione. D’altronde siamo a Bali, lì la neve non sanno nemmeno cosa sia. Però conoscono perfettamente Babbo Natale e, anche se l’atmosfera natalizia in quei posti è un tantino diversa da quella del circolo polare artico, si divertono un mondo ad indossare i suoi panni … un po’ più leggeri, però.

Per vedere altri Babbi Natale strani in giro per il mondo, clicca QUI.

6 dicembre 2009

DA SAN NICOLO’ A BABBO NATALE: LA LEGGENDA DI SANTA CLAUS

Posted in bambini, Friuli Venzia-Giulia, Natale, tradizioni popolari tagged , , , , , , , , a 5:49 pm di marisamoles

Il 6 dicembre si festeggia San Nicolò. Chi come me ha passato la sua infanzia a Trieste, ricorda sempre questa giornata con un po’ di nostalgia. I santi che portano i doni ai bimbi nel periodo dell’Avvento sono diversi, a seconda delle usanze seguite nelle differenti zone d’Italia. Qui ad Udine, per esempio, i bimbi devono attendere il 13 dicembre, che erroneamente è definito il giorno “più piccino che ci sia”, in cui Santa Lucia arriva con il suo asinello per la gioia dei più piccoli. In realtà, il detto ha origini fondate: infatti, prima del 1580, anno in cui fu introdotto il calendario moderno, la giornata dedicata alla santa era il 21 dicembre, in cui cade il solstizio d’inverno ed è quindi davvero il giorno più corto dell’anno.
Dovendomi adattare alle usanze locali, ai miei figli, quand’erano piccini, i doni li ha portati sempre la santa di origine siciliana (era nata a Siracusa) che si dice fosse cieca per essersi da sola strappata gli occhi, sfuggendo ad un uomo violento che la perseguitava.

Tornando a San Nicolò, la sua origine è turca; fu vescovo di Myra (Anatolia) e divenne protettore dei bambini in seguito ad un fatto narrato da una leggenda. Si dice che, quand’era già vescovo, fece resuscitare tre bambini che un macellaio aveva ucciso e fatto a pezzi per venderne la carne.
Fin dal VI secolo il culto di San Nicolò (o San Nicola) era diffuso in tutto l’oriente. La sua fama quindi approdò in Italia, specie a Roma e nel sud che allora era dominato dai Bizantini. Attraverso i secoli il ricordo di questo santo non si spense, tanto che viene nominato come San Nicolò di Bari, quasi la città pugliese l’avesse adottato. Tuttavia, i baresi, di cui è anche patrono, festeggiano il santo il 9 maggio, giorno in cui le sue spoglie arrivarono in città nel 1087, mentre nel nord la sua festa ricorre, come ho già detto, il 6 dicembre che è la data in cui sarebbe morto a Myra nel 343.

A Trieste e in altre città della Venezia Giulia, la tradizione vuole che, qualche giorno prima del 5 dicembre, i bimbi scrivano una letterina al santo con la richiesta di doni. Ricordo ancora le mie letterine e il bicchierino di Slivovitz (un’acquavite ricavata dalle prugne, di origine balcanica e diffusa nella Venezia Giulia attraverso i Paesi dell’ex Yugoslavia, in particolare la Slovenia), accompagnato da dei biscotti secchi tipo Oro Saiwa, che lasciavo sul tavolo del soggiorno sapendo che San Nicolò li avrebbe graditi. Non mi stupii mai che i gusti del santo combaciassro con quelli di mio papà, ma io ero davvero una bambina un po’ tonta: credevo a qualsiasi cosa mi venisse detto.
La mattina del 6 dicembre mi svegliavo prestissimo e non riuscivo a trattenermi dal fare irruzione in sala da pranzo dove trovavo ogni ben di dio. Sull’enorme tavolo (in effetti è grande, ma allora mi sembrava enorme) trovavo i doni destinati a me nella metà più vicina alla porta d’ingresso. Venivo seguita a ruota da mio fratello, cui era destinato lo spazio corrispondente all’altra metà del tavolo. Anche lui, come me, accoglieva i regali con salti di gioia. Più tardi seppi che in realtà lui, essendo più “vecchio” di me di sei anni, aiutava i miei genitori ad allestire la sorpresa; era veramente un bravo commediante perché almeno fino a nove anni non ebbi alcun sospetto. L’unica cosa che un po’ mi dispiaceva, era che i regali non corrispondessero tutti alle mie richieste; in quel caso i miei sapevano trovare delle spiegazioni convincenti del tipo “non sei stata proprio buona buona …”, ed io, che non sempre avevo la coscienza pulita, le accettavo senza batter ciglio. Anzi, siccome la tradizione vorrebbe che ai bambini non troppo buoni San Nicolò porti anche un po’ di carbone, ero già contenta che almeno quello mi fosse risparmiato. Ma in fondo noi bambini triestini eravamo anche abbastanza fortunati; più tardi ho saputo, infatti, che in alcuni paesi dell’Europa orientale, è usanza che il santo porti una verga ai bambini non meritevoli, con cui i genitori possono poi punirli. Accidenti! Meglio il carbone che poi ora è fatto di zucchero. Qui in Italia la verga sarebbe comunque improponibile: i bambini correrebbero subito a chiamare il Telefono Azzurro.

Ora non so, ma quand’ero bambina io il 6 dicembre era severamente vietato fare lezioni regolari a scuola; si cantava, infatti, una canzoncina che fa così:

San Nicolò de Bari
xè la festa dei scolari
se i scolari no fa festa
ghe taieremo la testa
.

Davanti ad una simile minaccia c’era poco da scherzare e, visto che a scuola ci dovevamo andare, sempre che non fosse domenica, le maestre erano costrette ad adattarsi e ci facevano portare in classe i regali ricevuti. Un’usanza che ora forse potrebbe apparire inopportuna: dai doni ricevuti, infatti, traspare la condizione economica delle famiglie. Allora, però, non sospettavo che San Nicolò non esistesse e che fossero in realtà i genitori a comprare i doni per i figli. Notavo, tuttavia, che con alcune bambine il santo era stato più generoso. Allora mi consolavo guardando le compagne che San Nicolò aveva trattato peggio.
Tuttavia, anche i miei figli da bambini il giorno di Santa lucia portavano i regali a scuola, segno che alla fine certe usanze sopravvivono anche se apparentemente sconvenienti. 

Una cosa, però, mi convinceva poco di San Nicolò: l’abbigliamento. Essendo un vescovo, era raffigurato con la mitra e il pastorale. L’aria severa era poco compatibile con il ruolo che gli era stato attribuito. In realtà c’era anche un’altra versione, decisamente più allegra: quella di un vecchietto con la barba bianca e il vestito rosso bordato di bianco. Così venne descritto San Nicholas nel poema A Visit from St. Nicholas scritto da Clement C. Moore nel 1821. Ma per noi bimbi triestini questa figura si confondeva con quella di Babbo Natale e siccome veniva anche lui a portarci i doni, continuammo a preferire la raffigurazione classica di San Nicolò in abiti vescovili.
Ma che nesso c’è, dunque, tra il nostro San Nicolò e questo San Nicholas con le fattezze di Babbo Natale?

Il culto di San Nicolò (o Nicola) fu portato a New York dai coloni olandesi (è infatti il protettore della città di Amsterdam), sotto il nome di Sinterklaas. Questo nome, poi, fu tradotto nel britannico Santa Claus o Klaus ed eccoci arrivati a … Babbo Natale!
Nella Storia di New York, di Washington Irving, si trova un Sinterklaas americanizzato in Santa Claus: non ha più le caratteristiche vescovili di San Nicola ma viene rappresentato come corpulento marinaio olandese avvolto in un mantello verde e con la pipa in bocca. Con questa figura Irving voleva prendersi gioco della comunità olandese di New York e molti caratteri del ritratto sono dovuti alla sua invenzione umoristica. Una rappresentazione simile si trova anche nel Canto di Natale di Charles Dickens sotto il nome di “Spirito del Natale presente”.
Sembra che l’aspetto moderno di Santa Claus, come ho già detto, abbia assunto la forma definitiva con la pubblicazione della poesia Una visita di San Nicola, ora più nota con il titolo La notte di Natale (The Night Before Christmas), avvenuta sul giornale Sentinel della città di Troy (nello stato di New York) il 23 dicembre 1823. La paternità dell’opera non è certa, ma è tradizionalmente attribuita a Clement Clarke Moore. Santa Claus vi viene descritto come un signore un po’ tarchiato con otto renne, che vengono nominate (per la prima volta in questa versione) con i nomi di Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen. La versione italiana di tali nomi è: Fulmine, Ballerina, Donnola, Freccia, Cometa, Cupido, Saltarello e Donato.

I bambini di tutto il mondo sanno che a Babbo Natale si può scrivere davvero. Il suo ufficio si trova nel circolo polare artico e l’indirizzo esatto è:
Santa Claus
Arctic Circle
96930 Rovaniemi
Finland

Ma per piacere ai bambini d’oggi, Babbo Natale si è dovuto modernizzare: ora si può contattarlo anche via e-mail attraverso il suo sito.

Sarà, ma io non avrei mai scambiato un’anonima pagina di posta elettronica con il biglietto che lasciavo sul tavolo del soggiorno. Ma si sa, la fantasia dei bambini sta al passo coi tempi.
Ora mi chiedo: a San Nicolò piacerebbe ancora lo slivovitz? Chissà perché ma ho l’impressione che gli preferisca la … Coca Cola.

[ATTENZIONE: L’immagine di San Nicola – sotto il titolo a sinistra – è soggetta a copyright 3ntini Service s.a.s.; LINK del sito web]

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10 dicembre 2008

DALLA LEGGE 137 ALLA RIFORMA GELMINI: IL TRUCCO C’È L’INGANNO PURE

Posted in attualità, latino, manifestazioni studentesche, scuola tagged , , , , , , a 9:41 pm di marisamoles

gelmini_occhialiChi ha letto i miei precedenti post sull’argomento (questo e questo) forse si stupirà leggendo il titolo di questo articolo. Tuttavia, se si rileggono le battute finali di “Legge 137 Gelmini: è ora di voltare pagina”, forse lo stupore sarà in parte attenuato.
L’articolo, infatti, si concludeva così: “Quanto a me, io spero solo di non dovermi pentire di aver difeso a spada tratta la povera Gelmini o, per meglio dire, il suo Decreto. Ogni tanto penso a quando ti telefonano per annunciarti che hai vinto un viaggio: devi solo recarti, con tutta la famiglia ovviamente, in quel dato hotel, quel dato giorno, domenica o festivi preferibilmente, a ritirare il “buono” … e poi scopri che devi comprare un p.c. (ma ne hai già tre!) o una multiproprietà in Spagna (ma non era meglio più vicino?). Insomma, il classico bidone. E nonostante tu l’abbia già sperimentato una volta, chissà perché almeno in un’altra occasione ci ricaschi. Che dire ancora? Speriamo bene o, come diceva sempre mia nonna Caterina, che Dio ce la mandi buona!”
Ora, effettivamente, il “bidone” così abilmente celato sotto le mentite spoglie di articoli e commi apparentemente innocui, è visibile in modo chiaro e assolutamente inconfutabile.

Parliamo, dunque, dell’annunciata riforma. Avevo già osservato in modo chiaro che l’unica vera riforma avrebbe riguardato la scuola secondaria di II grado, dopo che, passato il testimone dell’esecutivo dalle mani di Berlusconi a quelle di Prodi, la riforma Moratti, già effettivamente approvata, era rimasta giacente per un po’ in attesa di essere rispolverata, non senza le dovute e irrinunciabili revisioni e correzioni.
È stata pubblicata, per ora, una bozza di “Decreto del Presidente della Repubblica”, identificato con la dicitura “Schema di regolamento recante Revisione dell’assetto ordinamentale , organizzativo e didattico dei licei ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del D.Lg. 25/06/08, n. 112, convertito dalla Legge 06/08/08, n. 133″. Il testo completo, per le persone dotate di infinita pazienza e tempo libero, è consultabile su questo sito . In questa sede mi occuperò principalmente della riforma del Liceo Scientifico, dove insegno, che per ovvi motivi mi sta più a cuore.

Nella bozza succitata si parla dell’articolo 64 della Legge 133, quella famosa varata in piena estate, quando la maggior parte della gente se ne stava spaparanzata al sole e quelli meno fortunati boccheggiavano stretti nella morsa dell’afa cittadina, poco inclini, tuttavia, ad occuparsi di politica e di decreti legislativi. È quell’ “articoletto”, apparentemente insignificante, la chiave del mistero. La legge 133 prende in esame provvedimenti in ambito finanziario che, vertendo sulla pubblica amministrazione, inevitabilmente hanno ripercussioni anche sulla scuola. È questo il bidone, cari i miei lettori, e nonostante sia ancora convinta che le manifestazioni plateali di fine ottobre fossero inutili e fuori tempo massimo, poiché i giochi oramai erano già stati fatti, lodo la lungimiranza di chi l’inghippo l’aveva già intuito. Ma io sono famosa per essere una specie di “Alice nel paese delle meraviglie”, quindi non mi stupisco della mia scarsa perspicacia. L’articolo 64, comma 4, dunque, recita:

4. […] si provvede ad una revisione dell’attuale assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico, attenendosi ai seguenti criteri:
a. razionalizzazione ed accorpamento delle classi di concorso, per una maggiore flessibilità nell’impiego dei docenti;
b. ridefinizione dei curricoli vigenti nei diversi ordini di scuola anche attraverso la razionalizzazione dei piani di studio e dei relativi quadri orari, con particolare riferimento agli istituti tecnici e professionali;  
c. revisione dei criteri vigenti in materia di formazione delle classi;
d. rimodulazione dell’attuale organizzazione didattica della scuola primaria;
e. revisione dei criteri e dei parametri vigenti per la determinazione della consistenza complessiva degli organici del personale docente ed ATA, finalizzata ad una razionalizzazione degli stessi;
f. ridefinizione dell’assetto organizzativo-didattico dei centri di istruzione per gli adulti, ivi compresi i corsi serali, previsto dalla vigente normativa.

Quindi, vediamo cosa prevede la “razionalizzazione dei piani di studio”, almeno per i licei. Prima di tutto si parla di due bienni e un anno conclusivo (art. 2, comma 3), così come già concepito dalla riforma Moratti. In quest’ultimo anno è previsto anche l’insegnamento in lingua inglese di una disciplina non linguistica; anche questo, però, era già stato previsto dalla Moratti, Non si capisce perché la disciplina debba essere “non linguistica” visto che io già insegno Latino in inglese e non vedo dove ci sia l’eventuale controindicazione. Mah!
In base alle disponibilità di bilancio, possono essere impartiti pure degli insegnamenti facoltativi su richiesta degli studenti. Mi chiedo quali e in che modo si possa procedere alla “personalizzazione dei piani di studio” (art.3, comma 2). È già così difficile insegnare le materie obbligatorie, figuriamoci quelle facoltative. E poi, saremo noi a proporgliele o ce le chiederanno loro? M’immagino che di fronte alla possibilità di scelta fra “Storia delle religioni monoteiste” e “Avvio alla composizione di musica elettronica” non si possa dubitare sulle preferenze.

Veniamo, ora, ai quadri orari dei licei: s’era detto (cfr. Legge 133) che i licei classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane avrebbero avuto un monte orario settimanale non superiore alle 30 ore. Ciò vale anche alla luce del documento in esame; per altri licei, ad esempio quello artistico, si arriva anche alle 35 ore, mentre in quello musicale e coreutico il tetto è fissato in 32 ore. Va da sé che tutte le varie “sperimentazioni” – per lo scientifico, ad esempio, il P.N.I. o il bilinguismo – verranno a cadere per far posto ad un piano di studi tradizionale ma ampliato per quanto riguarda le materie caratterizzanti.

Vediamo, in sintesi, cosa cambia nel quadro orario del liceo scientifico:

Piano di studi Attuale (piano base)

Materie

I

II

III

IV

V

Italiano

4

4

4

3

4

Latino

4

5

4

4

3

Lingua straniera

3

4

3

3

4

Storia

3

2

2

2

3

Geografia

2

Filosofia

2

3

3

Scienze natur.

2

3

3

2

Matematica

5

4

3

3

3

Fisica

2

3

3

Disegno

2

2

2

2

2

Ed. fisica

2

2

2

2

2

Relig. o att. alt.

1

1

1

1

1

Totale ore sett.

26

26

28

29

30

Proposta Gelmini

Materie

I

II

III

IV

V

Italiano

4

4

4

4

4

Latino

4

4

3

3

3

Lingua inglese

3

3

3

3

3

Storia

2

2

2

2

2

Geografia

2

2

Filosofia

3

3

3

Scienze

3

3

3

3

3

Matematica e Inform.

5

5

5

5

5

Fisica

2

2

2

2

2

Arte …

2

2

2

2

2

Ed. fisica

2

2

2

2

2

Relig. o att. alt.

1

1

1

1

1

Totale ore sett.

30

30

30

30

30

Al quadro orario “standard” si aggiungono i seguenti insegnamenti “attivabili sulla base del Piano dell’Offerta Formativa nel limite del contingente di organico assegnato all’istituzione scolastica, tenuto conto delle richieste degli studenti e delle loro famiglie”:
Lingua straniera 2
Musica
Elementi di diritto ed economia
Approfondimenti nelle discipline obbligatorie

Insomma, lascio ai lettori le dovute considerazioni. A me sembra che il piano di studi sia più “scientifico”, anche a scapito della riduzione d’orario di Latino e Storia. Sempre meglio che la temuta “opzionabilità” del Latino … poi staremo a vedere.
Quanto all’organico, per dovere di cronaca, tutti i docenti saranno tenuti ad avere un orario completo di cattedra di 18 ore, mentre ora le cattedre sono completate da ore a disposizione per le supplenze. Vedremo come si farà a coprire le classi in assenza degli insegnanti ammalati o assenti per altri giustificati motivi. Se è già dura adesso – specie quando nella stessa giornata si contano il 10% di assenti sull’intero corpo docente! – diventerà un’impresa impossibile. Ma questa è un’altra storia.
Potrei continuare affrontando l’argomento “numero di studenti per classe”, ma dirò solo che sono previste deroghe anche in considerazione degli spazi disponibili nelle strutture scolastiche. Se pensiamo ad numero minimo di 27 allievi, risulta impossibile “sistemarli” nelle anguste aule scolastiche che ci ritroviamo. Senza contare che fare i compiti in classe quando tra un banco e l’altro c’è uno spazio di 5 centimetri risulta già una farsa adesso … a meno che non si somministrino compiti differenti. Il che significa più lavoro, difficoltà di costruire delle verifiche di pari livello, correzione più complicata …

Che dire, infine? Mentre una gran massa di docenti si prepara allo sciopero del 12 dicembre, io continuo a pensare che manifestare il proprio dissenso non ha prodotto frutti una volta, non lo farà nemmeno questa. Sarò rassegnata, forse, o solo disincantata. Vorrei, però, non trovare le classi deserte come l’ultima volta anche perché il “quadrimestre” finisce prima di Natale.
A proposito, ho deciso di scrivere una letterina a Babbo Natale: “Non voglio doni, caro Babbo, perché non ti voglio far spendere soldi in questo momento di crisi economica. Però ti rivolgo una preghiera: fa che la Gelmini non tolga il Latino dal liceo scientifico. Se mi ascolti, ti prometto che valuterò con meno severità i compiti dei miei allievi … ma visto che ci sei, fa che loro studino di più il latino che così non devo rivedere i miei criteri di valutazione!”

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