19 agosto 2018

GENOVA: CROLLA IL PONTE MA NON LA SPERANZA

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Ciò che resta del ponte Morandi, il 14 agosto 2018
(PIERO CRUCIATTI/AFP/Getty Images)


Una settimana strana questa che sta finendo. La settimana di Ferragosto, periodo in cui la gente si libera dai fardelli quotidiani e ha voglia di evadere, fosse anche per una gita fuori porta.

Ferragosto segna, in qualche modo, lo spartiacque tra l’estate che ha goduto del sole e della luce di lunghe giornate e l’anticipo del tempo autunnale caratterizzato da giornate sempre più parche di luce. Per questo se il 15 agosto “cade” a metà settimana, come quest’anno, la possibilità di cogliere l’occasione per un “ponte” si fa ghiotta. C’è chi ha approfittato dello scorso week-end, prolungandolo fino al mercoledì, e chi invece ha pensato di godersi il “ponte” fino a questa domenica. Qualunque sia stata la scelta, il Ferragosto di quest’anno rimarrà nelle nostre memorie come il più sanguinoso di tutti.

I ponti, quelli veri, a volte crollano. Qualunque ne sia il motivo, incuria, superficialità o incapacità decisionale, difficilmente si tratta di eventi imprevedibili. Ne sapeva qualcosa il pontifex dell’antica Roma, il cui nome deriva proprio dalla locuzione pontem facere e quindi il titolo di questa figura si poteva tradurre con “costruttore di ponti”. E i ponti erano importanti allora e adesso perché uniscono. Il pontifex era una figura anche religiosa però allo stesso tempo si occupava della giustizia e garantiva ai cittadini la tutela dei sacra privata, senza rinunciare a quella dei beni pubblici. La sicurezza è uno di questi, almeno dovrebbe esserlo.

La settimana che sta finendo è stata caratterizzata dai ponti. Il “ponte” di Ferragosto che avrebbe dovuto portare spensieratezza e quello costruito a Genova dall’ingegner Morandi nel lontano 1967. Un ponte molto trafficato soprattutto in occasione delle festività. Un ponte che la vigilia di Ferragosto ha portato lacrime e sangue, trascinando con sé la felicità, i sogni e i progetti di molte famiglie, assieme alla struttura caratterizzata dagli “stralli” che vagamente ricordano il ponte di Brooklin, tanto da essere esso stesso chiamato così dai genovesi.

La settimana che sta terminando è stata caratterizzata da altri eventi dolorosi e tristi ma il crollo del ponte Morandi pare abbia messo in secondo piano ogni cosa.

Poche ore prima del disastro di Genova un nuovo attentato nel cuore di Londra, fortunatamente senza gravi conseguenze, ha riportato la paura degli attentati terroristici che da troppo tempo hanno tolto serenità agli abitanti delle grandi città europee.
Il 17 agosto, a un anno da quel tragico evento, si è ricordato l’attentato sulla rambla di Barcellona ma anche questa notizia è passata in secondo piano. Anche se i morti di oggi, i nostri morti non sono certamente più importanti.

Il 16 agosto, dopo una lunga malattia, se n’è andata Aretha Franklin, voce indimenticabile in un panorama musicale che si fa sempre più scarno di interpreti destinati all’immortalità.

Il 18 agosto un terremoto caratterizzato da forti scosse ha riportato la paura nel centro-sud Italia. Nessuna vittima, danni ad alcuni edifici ma gli abitanti del Molise hanno rivissuto i tragici momenti del violento sisma che poco meno di un anno, il 24 agosto, ha sconvolto le Marche. Anche questo evento, non così tragico né luttuoso ma ugualmente drammatico per chi l’ha vissuto, non ha occupato le prime pagine dei quotidiani.

epa06955571 (FILE) – Former UN Secretary General Kofi Annan speaks to students about his memoirs, ‘Interventions: A Life in War and Peace’, at the London School of Economics in London, Britain, 04 October 2012 (reissued 18 August 2018). According to reports, the former UN secretary general Kofi Annan died on 18 August 2018 at the age of 80. EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

Ieri, all’età di 80 anni, è morto l’ex Segretario delle Nazioni Unite, nonché Premio Nobel per la Pace, Kofi Annan. I nove anni del suo mandato, dal 1997 al 2006, sono stati contrassegnati da eventi che non possiamo dimenticare, primi fra tutti gli attentati di al Qaeda a New York e Washington, l’invasione dell’Iraq da parte degli USA e altri fatti storici importanti. L’uomo della pace passed away peacefully, come annuncia la famiglia sui social. E non poteva concludere diversamente la vita terrena.

E poi ci sono i 43 morti della tragedia di Genova. Alcuni sul ponte maledetto transitavano spensierati con la mente già in vacanza, alcuni dal periodo di ferie stavano tornando, altri stavano lavorando sui camion, tutti divorati dal crollo del ponte; altri, trovandosi al di sotto, sono rimasti schiacciati dall’imponente porzione crollata.

Questi morti in particolare hanno portato lacrime e rabbia, hanno smosso le coscienze ma anche inconsapevolmente hanno scatenato rimpalli di responsabilità che ci lasciano disorientati. Chi arriva dopo darà sempre la colpa a chi lo ha preceduto. Lo sappiamo bene noi insegnanti di fronte all’impreparazione di bambini e ragazzi. Ma è troppo facile assolversi puntando il dito contro gli altri.

E in attesa che qualcosa cambi nel nostro Paese, che si passi dal “faremo” e “vedremo” all’ “agiamo ora” perché domani sarà troppo tardi, la parola più gettonata è “giustizia”, sulla bocca di tutti: familiari delle vittime senza più lacrime da spargere, sfollati che hanno lasciato le proprie case, politici dalle facili promesse, magistrati cauti per provata esperienza, cittadini comuni poco disposti ad accettare una cosa così grande e terribile. Ma la giustizia ha i suoi tempi e non rispetta i tempi che il dolore vorrebbe.


Un ponte è crollato ma non la speranza che si possa vivere in armonia, finalmente uniti e non solo dalla tragedia di un ponte crollato e solo per il tempo che la memoria concederà.
Particolarmente toccanti, durante i funerali di alcune delle vittime del ponte Morandi, sono state a mio parere le parole dell’imam che ha pregato per due delle vittime di religione islamica, davanti all’altare allestito in un padiglione della Fiera di Genova e sotto lo sguardo sofferente di un Cristo in croce.

«Siamo vicini a tutti voi e chiediamo pace e consolazione al Signore che con la sua infinita misericordia ci ha insegnato il valore dei ponti con il primo ponte simbolico che ha unito il primo uomo e la prima donna, e ci ha reso consapevoli delle nostre responsabilità, e ci chiede di pregare per le anime delle vittime e di consolare chi è rimasto.

Preghiamo per Genova, la Superba: saprà rialzarsi con fierezza la nostra Genova, la Zena che in arabo vuol dire la “bella”, ed è nei nostri cuori. Le comunità islamiche della Liguria e dell’Italia intera pregano affinché la pace sia con tutti voi, chiedono che il Signore protegga l’Italia e gli italiani.»

Genova la bella, la superba, saprà rialzarsi.

L’Italia tutta tra le lacrime prega per i suoi morti e a gran voce invoca dignità. La dignità che davvero ci meritiamo e che non deve rimanere parola astratta che accompagna un asettico elenco che chiamano Decreto.

In memoria delle vittime più piccole, due bambini di 9 anni e due adolescenti di 12 e 16, mi piace concludere con una poesia di Marziale, poeta latino del I secolo d.C., dedicata a una bimba morta prematuramente: la piccola Erotion.

NEC ILLI TERRA, GRAVIS FUERIS: NON FUIT ILLA TIBI.

[immagine del ponte da questo sito; immagine di Aretha da questo sito; foto di Kofi Annan da questo sito; immagine funerali di Stato da questo sito; immagine con il testo della poesia prodotta con quozio.com]

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15 dicembre 2010

IMPARARE NUOVE PAROLE? BASTANO 14 MINUTI. GLI STUDENTI SONO AVVISATI

Posted in adolescenti, cultura, latino, lingua, scuola tagged , , , , , , , , , a 9:13 pm di marisamoles


Repetita iuvant, dicevano i Romani. E io lo ripeto spesso ai miei allievi che dicono di non riuscire ad imparare a memoria le regole e il lessico … della lingua dei Romani. Poi, se vogliamo, sembrano solo delle scuse, visto che la memoria dei quindicenni non fa cilecca.

Se non vogliono credere a me, ora devono per forza dar fiducia alle parole di alcuni ricercatori di Cambridge secondo i quali, quando si studia una nuova lingua, per imparare una parola sconosciuta basta ripeterla 160 volte. Tempo richiesto? Solo quattrodici minuti, il tempo impiegato dal cervello per non distinguere più i nuovi vocaboli dai vecchi.

Lo studio è stato pubblicato dal Journal of Neuroscience: sono stati esaminati 16 volontari, di cui sono stati registrati i segnali cerebrali mentre ascoltavano parole familiari. Dopodiché, è stato fatto ascoltare loro più volte un termine inventato per l’occasione. Uno degli autori della ricerca, Yury Shtyrov, spiega: «All’inizio il cervello doveva fare un duro lavoro per riconoscerlo. Dopo 160 ripetizioni, effettuate in 14 minuti, le nuove tracce della memoria erano indistinguibili dalle altre. Questo suggerisce che per praticare una nuova lingua basta ascoltarla».

Io aggiungo un’osservazione: basta ascoltare l’insegnante. Ora, però, visto che i miei allievi frequentano il liceo scientifico e sono bravi in matematica, consiglierei loro di farsi due conti: ho spesso ripetuto che al termine del biennio dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – conoscere almeno 1600 vocaboli latini; considerando che chi mi ha ascoltata probabilmente di vocaboli ne conosce già un bel po’, quanto tempo dovranno impiegare per imparare a memoria quelli che rimangono?

Ora so che qualcuno borbotterà e, a denti stretti, dirà: perché non l’ho ascoltata prima?

P.S. I consigli sono per gli studenti del biennio. Quelli del triennio sono senza speranza. 🙂

[fonte: Il Corriere]

27 gennaio 2010

ERRARE HUMANUM EST … ANCHE SUGLI STEMMI DEI VIGILI DEL FUOCO

Posted in attualità, latino, lingua, Satyricon tagged , , , , , , a 3:58 pm di marisamoles

Quando si dice “deformazione professionale”: un docente di Latino e Greco al liceo classico “Tito Livio” di Padova ha trovato un errore nel motto, fresco di conio, inciso sullo stemma del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco.
Potrebbe sembrare che noi docenti cerchiamo apposta gli errori, sempre intenti a sgamare gli ignoranti. Tuttavia, questa volta si tratta di un errore madornale per chi conosce la lingua latina nelle sue regole essenziali, un errore che anche uno studentello avrebbe potuto facilmente notare. Il motto, in cui è pure evidente una figura retorica, il chiasmo, che ricondurrebbe ad una certa cura prestata da parte dell’ideatore, recita: “Flammas domamus, donamus cordem” che, anche nella traduzione “Domiamo le fiamme, doniamo il cuore”, si basa sull’assonanza dei due verbi.

Ma l’errore dov’è? Ahi ahi ahi, sta proprio in quel cordem che in latino proprio non esiste. Il sostantivo cor, cordis, infatti, è neutro, quindi l’accusativo singolare, come del resto il plurale, è identico alla forma del nominativo. Va da sé che la forma corretta è cor, non cordem.

Il professor Giuliano Pisani, accortosi dell’errore, l’ha segnalato ma non tanto per puntare il dito sull’ignoranza dell’artefice del motto, quanto per intervenire prima che si facciano i gonfaloni e quanto altro.

Mi sembra il caso di dire: sursum corda! che non significa “un sorso di corda”, naturalmente. Giusto per sdrammatizzare, il detto latino, che deriva dalla liturgia cristiana, vuol essere un incoraggiamento per chi dovrà rifare gli stemmi e “quanto altro”! Preghiamo, è il caso di dirlo, che non commettano altri errori.

[fonte: Il Gazzettino]

1 luglio 2009

L’AMORE AI TEMPI DI CATULLO

Posted in amore, latino, letteratura latina, scuola tagged , , , , a 3:20 pm di marisamoles

catullo e lesbiaNei tempi antichi l’amore inteso come trasporto passionale (eros) era un sentimento del tutto estraneo all’interno del matrimonio. Gli sposi, infatti, prima di arrivare all’ “altare” non si conoscevano nemmeno, o si erano appena intravisti. Questo comportava non pochi problemi: dietro la pietosa scusa che per un legame duraturo e fedele non ci fosse bisogno di essere innamorati, si nascondevano spesso unioni infelici, almeno per quanto riguarda le donne. Gli uomini, infatti, si concedevano delle libertà –più o meno come ai giorni nostri, almeno per quanto ci è dato sapere dai gossip– che, se fossero state appannaggio delle donne, avrebbero irrimediabilmente minato la loro reputazione. Detto in soldoni, le donne qualora si concedessero delle distrazioni, erano classificate come appartenenti al genere muliebre che prestava servizio nei lupanari, ovvero le case di tolleranza che offrivano sollazzi agli antichi Romani.

Il matrimonio, dunque, era un affare come un altro: il futuro sposo, infatti, donava alla donna l’anello nuziale (anulus pronubus), simbolo di fedeltà, e una caparra (arrha) al futuro suocero quale pegno del contratto matrimoniale. Questo poteva succedere quando la fidanzata era ancora molto piccola, dato che a quei tempi le ragazze a quattordici anni erano già spose e madri. Allora la vita media, infatti, era molto più breve rispetto ad oggi, quindi bisognava un po’ accelerare i tempi. La donna, poi, passava da un padrone all’altro: dalla tutela del padre a quella dello sposo. A seconda dei periodi poteva, tuttavia, godere di alcune libertà: uscire per andare a far visita alle amiche e per lo shopping, assistere col marito ai ricevimenti o partecipare ai banchetti, astenendosi dal bere vino onde evitare di fare brutte figure qualora avesse alzato un po’ il gomito, ma quando la cena, giunta alla comissatio, diveniva eccessivamente animata, ovvero entravano in scena le fanciulle danzanti e disponibili ad intrattenere gli ospiti, la donna per bene, la matrona, doveva andarsene  Inoltre, quando appariva in pubblico, la matrona romana ideale doveva comportarsi nel rispetto delle tradizionali austerità e compostezza, in modo che sempre le si potesse riferire l’antichissima epigrafe, divenuta proverbiale: Casta fuit, domum servavit, lanam fecit (Fu casta, custodì la casa, filò la lana). Vita grama davvero quella delle donne dell’epoca!

Ma anche se i tempi cambiano, i vizi sembrano non mutare mai. Infatti c’erano anche nell’antica Roma le dovute eccezioni. In una di queste s’imbatté il nostro povero Catullo. Egli si innamorò di una certa Lesbia, almeno così il poeta chiama la sua donna nelle numerose poesie a lei dedicate. Ma si tratta certo di uno pseudonimo, un nome fittizio usato per mascherare quello vero, in modo che la buona reputazione della donna in questione non venisse intaccata. Operazione che a Catullo, nonostante la più buona volontà, riuscì piuttosto male visto che tutti a Roma -e pure noi dopo  più di duemila anni- sapevano che la fanciulla in questione era una tal Clodia, gentildonna della “Roma bene” che, in quanto a fama, non faceva certo parte della schiera di donne virtuose descritte nell’epigrafe citata.

Catullo era doppiamente sfortunato: in primo luogo apparteneva al gruppo dei Poetae Novi che, seguendo l’antica tradizione greca, si dedicavano alla stesura di poesie “liriche”, affidando ai versi l’espressione dei più intimi sentimenti. Allora, però, questi poeti erano alquanto snobbati; la poesia, quella vera, era considerata l’epica, volta alla celebrazione delle eroiche imprese con fine prettamente didascalico. Ora, cos’aveva da insegnare Catullo e gli altri Poetae Novi assieme a lui? Nulla. A parte, forse, come evitare di diventare lo zerbino di un’amante ingrata che si prende gioco degli sciocchi che le corrono dietro, nonché lo zimbello di tutti. Ma forse questa non era la materia didascalica per eccellenza. Da che mondo è mondo, infatti, per amore si soffre e, nonostante gli esempi illustri di chi si è rovinato per correre dietro alle gonnelle, non s’imparerà mai abbastanza. Ogni esperienza è personale e a nulla vale l’esempio di altri, nel bene e nel male.
L’Altro motivo per cui si può con certezza affermare che Catullo fosse sfortunato è che questa Lesbia, o Clodia che dir si voglia, non se lo filava per niente, o meglio, cedeva alle di lui lusinghe quando non aveva altro da fare o nessun altro pollo da spennare. Non ci stupiremmo, quindi, se il poeta soffrisse di qualche complesso … per dirla con Freud, di traumi deve averne subiti parecchi e la rimozione non sembra gli  riuscisse alla perfezione. Eh no, povero Catullo, il pensiero tornava sempre là, alla sua Clodia o Lesbia, insomma pare volesse incrementare la sua infelicità quando non gli pareva d’essere sufficientemente infelice, in una sorta di autolesionismo quasi cronico.

Ma Lesbia non era una donna come le altre. Pare fosse più vecchia di lui di una decina d’anni, sorella del tribuno Publio Clodio e moglie, nonché vedova in seguito, di Quinto Cecilio Metello. Tuttavia l’identità vera della donna in questione non ha importanza primaria; quel che conta, infatti, è ciò che per Catullo Lesbia rappresentò: l’oggetto di un amore altalenante fra momenti di felicità sublime e momenti di più cupa infelicità, da cui derivarono gioie intensissime e acuta sofferenza. Questo stato d’animo così oscillante è perfettamente rappresentato da uno dei carmi più celebri del poeta veronese: Odi et amo (c. 85).

Odi et amo. Quare Id faciam,fortasse requiris.
Nescio,sed fieri sentio et excrucior
.

[Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tormento.]

In questa poesia si esemplifica l’ossimoro catulliano: amore e odio, sentimenti contrastanti di cui il poeta non si capacita. Si chiede, infatti, perché possa succedere di amare e odiare nello stesso tempo la sua donna, ma non sa darsi risposta e, rassegnato nonché disperato, risponde che è così e basta.

Sulla scia di Catullo molti hanno ripreso quest’ossimoro, anche nelle canzoni.
Totò, ad esempio, nel testo di una delle più famose canzoni italiane, Malafemmena,  scrisse:

Femmena,
tu si’ a cchiù bella femmina …
Te voglio bene e t’odio,
nun te pozzo scurdà
.

senza riuscire a scordare colei che era per lui fonte di dolore. Ma in tempi più recenti, anche Mina gridava ad un suo fantomatico amante:

Ti odio, poi ti amo,
poi ti amo, poi ti odio,
poi ti amo…
Non lasciarmi mai più:
sei grande, grande, grande,
come te sei grande solamente tu
.

anche se, nonostante l’odio, l’amore aveva la meglio, se definiva l’uomo “grande”, anzi quattro volte “grande”. Anche il dolcissimo Baglioni, alle prese con un amore totalizzante, cantava:

Io ti odio ti odio ti odio,
ma perché sei tanto bella
ti odio perché non scompari,
perché non ti uccidi
e perché ti voglio tanto io

salvo volere la morte della donna in questione, giusto per liberarsi dal fastidioso legame con una donna troppo bella. Valli a capire i cantautori! E non è da meno Adriano Celentano che, passibile di denuncia per plagio, mette in musica i versi di Catullo, precisi precisi:

A chi vorrai sembrar bella
di nessuno… ti importerà
[…]
Di chi sarai? Chi bacerai?
A chi tu morderai
Le labbra sue
Come facevi a me
Mentre io… morivo per te
?  (Sarai uno straccio)

Infatti, se confrontiamo i versi 16-18 del carme 8 di Catullo:

Quis nunc te adibis? Cui videberis bella?
Quem nunc amabis? Cuius esse diceris?
Quem basiabis? Cui labella mordebis?

[Da chi ora te ne andrai? A chi parrai bella?
Chi ora amerai? Di chi si dirà che tu sei?
Chi bacerai? A chi morderai le labbra?]

non può non saltare all’occhio la somiglianza quasi letterale tra i due testi.

Quest’ultima poesia mette in luce la grande amarezza provata dal povero Catullo in conseguenza di uno dei tanti abbandoni da parte di Lesbia. Lei era fatta così; ogni tanto si stufava e lo ignorava, pur sapendo che se ne sarebbe pentita e sarebbe ricaduta fra le sue braccia. Ma per lui ogni abbandono era come se fosse il definitivo; chi ha provato ad innamorarsi di una persona volubile, per dirla con un eufemismo, lo sa bene. Ogni volta che si viene abbandonati ci si dispera e si giura che basta, anche se poi l’amante si rifarà vivo o viva, lo/la si manderà a quel paese. Anche Catullo ogni tanto ci cascava, senza rendersi conto che lei si divertiva a calpestare la sua dignità, che lo faceva apparire lo zimbello di cui tutti si prendevano gioco. Insomma, quasi quasi la storia di Catullo e del suo infelice amore assomiglia alla trama di qualche gossip attuale, ma allora il marchio di “cornuto e felice” non era così facile da sopportare. Pensate poi che lui era un poeta, che i suoi tormenti li metteva in versi, di conseguenza smettevano di essere fatti privati e lo esponevano al pubblico ludibrio. Come quella volta in cui, stufo di essere preso per i fondelli, decise che non meritava “uscire pazzo” per Lesbia che aveva perso l’occasione di avere un partner fedele (il foedus, cioè il patto di fedeltà, era fondamentale per gli antichi Romani nei rapporti amorosi);  peggio per lei. (cfr. c. 8).

Però un po’ di comprensione la merita anche lei, Lesbia. Catullo, infatti, doveva essere un po’ ossessivo, mai sazio di baci, ad esempio, visto che ai vv. 7-11 del carme 5 scrive:

da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus
[…]

[Dammi mille baci, e poi cento,
e poi altri mille, e poi di nuovo cento,
e poi ancora mille, poi cento.
Poi, quando ne avremo sommate molte migliaia,
li confonderemo per non sapere quanti ce ne siamo scambiati. ]

Forse lei alla fine aveva perso il conto e lui se l’era presa. Mi torna in mente un’altra canzone, “Creola” cantata dalla Cinquetti, che dice “Straziami ma di baci saziami”. Ecco forse Catullo aveva straziato abbastanza la sua Lesbia che l’aveva, per l’ennesima volta, abbandonato. Ma lui, alla fine, comprendendo che di lei non poteva fare a meno, in un’altra poesia scrisse:

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,
Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.
Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,
sed pater ut gnatos diligit et generos.
Nunc te cognovi: quare etsi impensius uror,
multo mi tamen es vilior et levior.
“Qui potis est”, inquis? Quod amantem iniuria talis
cogit amare magis, sed bene velle minus
. (c.72)

[Un tempo dicevi di amare soltanto Catullo,
o Lesbia, e di non volere nemmeno Giove al posto mio.
Allora ti amai, non solo come la gente ama l’amica,
ma come il padre ama i suoi figli e i suoi generi.
Ora ti ho conosciuta; perciò anche se brucio più ardentemente,
tuttavia per me  sei molto più spregevole e insignificante.
“Come è possibile?”, dici. Perché tale offesa costringe
l’amante ad amare di più, ma a volere meno bene.] 

Forse a noi sfugge la differenza tra “amare” e “voler bene”, ovvero non comprendiamo fino in fondo quale fosse il significato attribuito a tali espressioni dai Romani. In realtà il verbo “amare” faceva riferimento esclusivamente al rapporto carnale, passionale, l’eros insomma, mentre con l’espressione “bene velle”, che traduciamo alla lettera senza renderle giustizia, s’intendeva un rapporto di stima e fiducia reciproca. Detto altrimenti, Catullo aveva perso la stima in lei, soprattutto perché Lesbia aveva mancato più volte al foedus, anche se non disdegnava d’infilarsi nel suo letto. Quindi, a rigor di logica, aveva accettato di fare sesso senza amore, cosa che per lei, suppongo, non doveva essere poi così difficile. Né Catullo era all’oscuro delle di lei tresche, visto che nei versi finali del carme 11 declama:

cum suis uiuat ualeatque moechis,
quos simul complexa tenet trecentos,
nullum amans uere, sed identidem omnium
ilia rumpens;
nec meum respectet, ut ante, amorem,
qui illius culpa cecidit uelut prati
ultimi flos, praetereunte postquam
tactus aratro est
.

[viva pure e goda con i suoi amanti, (lett. “ganzi”)
tenendone trecento fra le braccia,
e non amandone sinceramente nessuno
ma ugualmente rompendo i fianchi di tutti;
e non aspetti, come prima, il mio amore,
che per sua colpa cadde come fiore dell’ultimo prato,
dopo che fu toccato da un aratro che passava.]

Insomma, dalla lettura del carme pare che Catullo si fosse rassegnato, tanto da rivolgersi ad un rivale, tale Celio, con queste parole:

Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa,
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimi Remi nepotes
. (c. 58)

[O Celio, la nostra Lesbia, quella Lesbia,
quella Lesbia che, sola, Catullo
amò più di se stesso e di tutti i suoi cari,
ora agli incroci delle strade e nei vicoli
“scortica” i nipoti del magnanimo Remo.]

Su chi fosse questo Celio, si possono fare solo delle congetture. Potrebbe trattarsi di M. Celio Rufo, oratore difeso da Cicerone nella celebre orazione Pro Coelio (56 a.C.) che pare fosse stato l’amante di Clodia dal 59 al 57 a.C, da lei accusato di gravissime colpe. Può essere che Catullo gli fosse amico prima della sua relazione con Lesbia, dato che nel c. 77 gli rimprovera di aver tradito l’amicizia rubandogli il suo amore:

Rufe, mihi frustra ac nequiquam credite amice
(frustra? immo magno cum pretio atque malo),
sicine subrepsti mi, atque intestina perurens
ei misero eripuisti omnia nostra bona?
eripuisti, heu heu nostrae crudele venenum
vitae, heu nostrae pestis amicitiae
.

[O Rufo, io mi sono fidato di te, come di un amico, ma senza frutto e inutilmente
(senza frutto? che dico? l’ho pagata cara e salata),
così ti sei insinuato nel mio cuore, e, bruciando ogni mio affetto,
così hai strappato, a me infelice, ogni mia gioia.
Sì, l’hai strappata, acerbo veleno
della nostra vita, ohimè, infamia della nostra amicizia.]

Se l’identificazione fosse esatta, si potrebbe dire che al nostro Catullo non gliene andava bene una: oltre a rimanere senza donna, resta pure senza l’amico. Ma come nelle migliori tradizioni, non parrebbe strano che l’amico più caro gli soffiasse la donna, pur essendo improbabile che, dopo l’ennesima rottura con Lesbia, Catullo andasse in cerca proprio di questo Rufo. O forse si tratta d un  altro Celio, un tale proveniente da Verona, che viene nominato anche al carme 100, e a lui sarebbero quindi indirizzati questi versi in cui, diciamolo, la fanciulla non viene dipinta come donna virtuosa. Infatti il verbo globo ha una valenza piuttosto negativa; letteralmente significa “levare la scorza” e facilmente si può intuire il suo significato traslato. D’altra parte, da una che frequenta gli angiporti, ovvero le viuzze dove si trovavano le stanze delle meretrici, non ci si può aspettare nulla di meglio. Eppure Catullo ce ne mise di tempo per capire che Lesbia non se lo filava per niente, che lui era solo un trastullo di cui lei si stufava presto e che prendeva e mollava a piacimento. Lui, poi, era anche squattrinato, come osserva nel carme dedicato a Fabullo, un amico un po’screanzato che si era autoinvitato a cena (cfr. carme 13).  Il poeta, un po’ ironicamente in verità, non rifiuta di accoglierlo come ospite ma gli dice di portarsi dietro la  cena perché  tui Catulli plenus sacculus est aranearum (il portamonete del tuo Catullo è pieno di ragnatele). Certo, di un poeta povero in canna Lesbia non se ne faceva proprio nulla visto che poteva avere quanti uomini voleva ed essere anche pagata. Una specie di escort moderna, insomma.

Quello che la donna crudele e ingrata non comprese mai fu quanto lui l’amasse. Nel carme 87, una vera e propria dichiarazione d’amore di cui, probabilmente, ancor oggi qualcuna vorrebbe essere destinataria, un Catullo rassegnato ma non pentito scrisse:

Nulla potest mulier tantum se dicere amatam
vere, quantum a me Lesbia amata mea est.
Nulla fides ullo fuit umquam foedere tanta,
quanta in amore tuo ex parte reperta mea est
.

[Nessuna donna può dire di essere stata amata così
sinceramente, quanto la mia Lesbia fu amata da me.
Mai in nessun patto ci fu tanta fedeltà,
quanta si è potuta riscontrare nel mio amore per te.]

Un peccato davvero che Lesbia, anche se bella e desiderata da molti, sia stata così ottusa. Mai un “canzoniere” così ricco di emozioni e di sentimenti, pur contrastanti, fu scritto per altre. A Catullo dobbiamo attribuire almeno questo merito, se non altro. Forse gli studenti che si apprestano a fare le traduzioni delle sue liriche non riescono ad apprezzare fino in fondo i suoi versi; leggere una buona traduzione semplicemente per diletto lo farebbe senz’altro rivalutare anche dai più giovani.

[Nell’immagine: dipinto di Godward]

26 giugno 2009

VERSIONE DI CICERONE AL LICEO CLASSICO: ECCO LA TRADUZIONE

Posted in Esame di Stato, latino, scuola tagged , , , a 3:48 pm di marisamoles

CiceroneLa traduzione che riporto di seguito è la più letterale possibile, per questo non bellissima. Sarà utile, comunque, agli studenti per capire gli eventuali errori o per gioire … se l’hanno fatta tutta giusta.
Naturalmente il testo di Cicerone tradotto lo trovate anche nei siti per studenti come splash.it, ma la traduzione può essere un po’ libera.

CICERONE, De officiis, I, 88-89

[88] Nec vero audiendi qui graviter inimicis irascendum putabunt idque magnanimi et fortis viri esse censebunt; nihil enim laudabilius, nihil magno et praeclaro viro dignius placabilitate atque clementia. In liberis vero populis et in iuris aequabilitate exercenda etiam est facilitas et altitudo animi quae dicitur, ne si irascamur aut intempestive accedentibus aut impudenter rogantibus in morositatem inutilem et odiosam incidamus et tamen ita probanda est mansuetudo atque clementia, ut adhibeatur rei publicae causa severitas, sine qua administrari civitas non potest. omnis autem et animadversio et castigatio contumelia vacare debet neque ad eius, qui punitur aliquem aut verbis castigat, sed ad rei publicae utilitatem referri.
[89] Cavendum est etiam ne maior poena quam culpa sit et ne isdem de causis alii plectantur, alii ne appellentur quidem. prohibenda autem maxime est ira puniendo; numquam enim iratus qui accedet ad poenam mediocritatem illam tenebit, quae est inter nimium et parum, quae placet Peripateticis et recte placet, modo ne laudarent iracundiam et dicerent utiliter a natura datam. Illa vero omnibus in rebus repudianda est optandumque, ut ii, qui praesunt rei publicae, legum similes sint, quae ad puniendum non iracundia, sed aequitate ducuntur.

88. In verità non dovranno essere ascoltati coloro che riterranno che ci si debba adirare fieramente coi nostri nemici, e crederanno che ciò si addica all’uomo magnanimo e forte: per un uomo grande e illustrissimo non c’è nulla di più degno della mitezza e della clemenza. In verità, presso le popolazioni libere e nell’imparzialità della legge devono anche essere praticate l’arrendevolezza e quella che viene definita elevatezza morale, per non incappare nell’inutile e odiosa capricciosità, qualora ci si adiri con chi si rivolge a noi in modo inopportuno o con chi ci fa delle richieste con sfrontatezza. E tuttavia la pacatezza e la clemenza devono essere giudicate positivamente cosicché per il bene dello Stato si adoperi anche la severità, senza la quale lo Stato non può essere amministrato. D’altra parte, ogni punizione e ogni rimprovero devono essere privi di offesa ed essere indirizzati non verso l’interesse di colui che punisce o rimprovera, ma al vantaggio dello Stato.

89. Bisogna anche fare attenzione che la pena non sia maggiore della colpa, e che, per le medesime ragioni, alcuni siano duramente colpiti, altri neppure chiamati in causa. Soprattutto bisogna evitare la collera nell’infliggere una punizione; chi si appresta a dare una punizione in preda all’ira, non terrà mai quella giusta via di mezzo, che si colloca fra il troppo e il poco, via che piace tanto ai Peripatetici, e piace a ragione, se poi essi non si mettessero a lodare l’ira dicendo che essa è un utile dono della natura. Al contrario quella (l’ira) dev’essere tenuta lontana in ogni circostanza e bisogna augurarsi che coloro i quali stanno a capo dello Stato si attengano alle leggi che sono portate a punire non secondo l’ira ma seguendo la giustizia.

25 giugno 2009

BAMBINI RUMOROSI ZITTITI DAL GIUDICE

Posted in bambini, cronaca, latino, Legge, letteratura latina, poesia tagged , , , , , , , , , , a 9:17 pm di marisamoles

vietato giocareIn un piccolo paese della provincia di Pavia, un condominio riesce a vincere la causa contro un … asilo nido. Il Giudice di Pace cui i condomini, che abitano a due passi dalla struttura per l’infanzia, si sono rivolti, ha dato ragione agli adulti brontoloni e ha intimato ai bimbi, di età compresa tra i due e i quattro anni, di giocare in silenzio. Non solo, le maestre devono vigilare attentamente e “tappare la bocca”, per modo di dire, ai bimbi che pare giochino in giardino facendo un po’ troppo rumore.

Nel leggere questa curiosa notizia, mi è venuto in mente un epigramma di Marziale, poeta latino vissuto a Roma nel I secolo d.C., famoso appunto per i suoi epigrammi, che elesse spesso vittima delle sue frecciatine il ludi magister, ovvero il maestro di scuola. Allora il maestro era tenuto in scarsa considerazione, malpagato e spesso insoddisfatto del suo mestiere. I ricchi lo snobbavano perché gli preferivano il pedagogo, un istitutore privato, con l’indubbio vantaggio di non dover portare i figli a “scuola”e, non essendoci scuole pubbliche, l’unica soluzione per il ludi magister era quella di tenersi in casa i fanciulli da istruire e vivere delle modeste somme che le famiglie pagavano per le lezioni.
In uno dei suoi testi Marziale si esprime così nei confronti del magister:

Cosa hai a che fare con noi, oh disgraziato maestro,
uomo odioso ai bambini e alle bambine?
I galli con la cresta non hanno ancora rotto il silenzio:
già tu tuoni con orribile strepito e con le frustrate.
I bronzi percossi sulle incudini risuonano in modo tanto molesto,
quando il fabbro sistema sul dorso di un cavallo la statua di un avvocato;
più mite infuria il clamore nel grande anfiteatro,
quando la folla acclama il suo gladiatore vincente
Noi vicini reclamiamo il sonno – non per tutta la notte -:
infatti stare svegli è tollerabile,
ma stare continuamente svegli è insopportabile.
Lascia andare i tuoi scolari. Vuoi, chiacchierone, ricevere
per stare zitto quanto ricevi per gridare?

I tempi cambiano ma pare che l’intolleranza dei vicini di casa non abbia limiti. Nell’epigramma di Marziale, però, la situazione è capovolta: nell’antica Roma, infatti, la quiete del vicinato era disturbata dal maestro che gridava e frustrava gli allievi fin dalle prime ore del mattino. Allora l’idea geniale fu: pagare il maestro per farlo tacere, con il conseguente congedo degli allievi.

Tornando alla vicenda dell’asilo pavese, la situazione è simile per quanto riguarda la retribuzione delle maestre, ma il giudice non chiede di mandare via i bambini rumorosi né le maestre “incapaci” di zittirli; tanto meno propone ai condomini di pagare gli stipendi delle insegnanti facendo chiudere l’asilo. Certo, al posto del Giudice di Pace io avrei trovato un’altra soluzione: far cambiar casa ai brontoloni, non prima di averli costretti a tenere per un mese intero nei propri appartamenti, naturalmente a turno, i vivaci pargoli. E le maestre? Libere di andare a fare shopping, senza rischiare le sanzioni del ministro Brunetta … ah, dimenticavo, si tratta di un asilo privato!

5 giugno 2009

GELMINI: RIORDINO DEI LICEI

Posted in latino, Mariastella Gelmini, MIUR, politica, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , , a 8:00 pm di marisamoles

ATTENZIONE: QUESTO POST NON È AGGIORNATO. PER TUTTE LE NOVITÀ SULLA RIFORMA GELMINI VI INVITO A LEGGERE L’ULTIMO POST DEL 4 FEBBRAIO 2010. QUESTO È IL LINK.

PER NOTIZIE DETTAGLIATE E AGGIORNATE (SETTEMBRE 2010), CLICCA QUI

aulaIeri, 4 giugno, è stata consegnata dal MIUR ai sindacati una Bozza di Riordino dei Licei. Rispetto alla precedente proposta (vedi: “Schema di regolamento recante Revisione dell’assetto ordina mentale , organizzativo e didattico dei licei ai sensi dell’articolo 64, comma 4, del D.Lg. 25/06/08, n. 112, convertito dalla Legge 06/08/08, n. 133”., ottobre 2008) ci sono delle novità ma anche delle conferme.

La bozza prevede l’istituzione dei seguenti Licei e relativi Indrizzi:

LICEO ARTISTICO:
o indirizzo ARTI FIGURATIVE
o indirizzo ARCHITETTURA DESIGN AMBIENTE
o indirizzo AUDIOVISIVO MULTIMEDIA SCENOGRAFIA
LICEO CLASSICO
LICEO LINGUISTICO
LICEO MUSICALE E COREUTICO
LICEO SCIENTIFICO
o Opzione scientifico-tecnologica
LICEO DELLE SCIENZE UMANE
o Opzione economico-sociale

Per ora mi occuperò soltanto del Liceo Scientifico; per le proposte concernenti gli altri licei rimando a questo sito.

Innanzitutto viene confermata la divisione del piano quinquennale di studi in due bienni e un anno conclusivo. Inoltre, nell’ambito del Liceo Scientifico, com’era già in previsione, si distingue il piano di studi ordinario da quello ad indirizzo Scientifico-Tecnologico. L’orario dei bienni di tutti i licei (tranne gli artistici e i musicali) viene abbassato a 27 ore settimanali contro le 30 previste nella bozza precedente. Solo il Liceo Classico compensa nel triennio questa riduzione di orario arrivando a 31 ore settimanali.
Per quanto riguarda l’opzione del Liceo Scientifico Tecnologico, il modello orario prevede rispetto allo scientifico, la scomparsa del latino e l’introduzione di discipline tecnico-scientifiche come informatica, chimica e tecnologia nonché il rafforzamento orario di biologia.

I quadri orari sono i seguenti:

 

Piano di studi Attuale (piano base)

Materie I II III IV V
Italiano 4 4 4 3 4
Latino 4 5 4 4 3
Lingua straniera 3 4 3 3 4
Storia 3 2 2 2 3
Geografia 2
Filosofia 2 3 3
Scienze natur. 2 3 3 2
Matematica 5 4 3 3 3
Fisica 2 3 3
Disegno 2 2 2 2 2
Ed. fisica 2 2 2 2 2
Relig. o att. alt. 1 1 1 1 1
Totale ore sett. 26 26 28 29 30

Liceo Scientifico- prima proposta

Materie I II III IV V
Italiano 4 4 4 4 4
Latino 4 4 3 3 3
Lingua inglese 3 3 3 3 3
Storia 2 2 2 2 2
Geografia 2 2
Filosofia 3 3 3
Scienze 3 3 3 3 3
Matematica e Inform. 5 5 5 5 5
Fisica 2 2 2 2 2
Arte … 2 2 2 2 2
Ed. fisica 2 2 2 2 2
Relig. o att. alt. 1 1 1 1 1
Totale ore sett. 30 30 30 30 30

Liceo Scientifico- attuale proposta

Materie I II III IV V
Italiano 4 4 4 4 4
Latino 4 4 3 3 3
Lingua inglese 3 3 3 3 3
Storia e Geografia 3 3
Storia 3 3 3
Filosofia 2 2 2
Scienze 3 3 3 3 3
Matematica e Informatica. 5 5 4 4 4
Fisica 3 3 3
Arte e tecniche della
rappresentazione grafica
2 2 2 2 2
Scienze motorie e sportive 2 2 2 2 2
Religione o attività alternative 1 1 1 1 1
Totale ore sett. 27 27 30 30 30

Liceo Scientifico- Tecnologico

Materie I II III IV V
Italiano 4 4 4 4 4
Lingua inglese 3 3 3 3 3
Storia e Geografia 3 3
Storia 2 2 2
Filosofia 2 2 2
Scienze 3 3 3 3 3
Matematica (con Informatica al biennio). 5 5 4 4 4
Informatica e sistemi automatici 3 3 3
Fisica 2 2 3 3 3
Scienze della terra 2 2
Biologia 3 3 3
Chimica 2 2 3 3 3
Tecnologia e disegno 2 2
Scienze motorie e sportive 2 2 2 2 2
Religione o attività alternative 1 1 1 1 1
Totale ore sett. 27 27 30 30 30

Mi permetto di fare solo una riflessione sul “corso tradizionale”, non avendo esperienza della didattica nel Liceo Scientifico Tecnologico.
Come si può notare, le ore di Latino, nel “corso tradizionale” vengono ridotte al biennio dalle attuali 9 a 8 e al triennio dalle attuali 11 a 9. Ma questa riduzione era già in previsione. Quello che stupisce, invece, è l’accorpamento al biennio di Storia e Geografia (attualmente separate per un totale di 7 ore) e la conseguente riduzione dell’orario di Storia in favore del prolungamento dell’insegnamento di Geografia anche in seconda; attualmente l’insegnamento della Geografia, infatti, è impartito solo in prima. Fatti i calcoli, tuttavia, si viene a perdere un’ora di Storia in prima e le due ore settimanali di Geografia vengono “diluite” nell’intero biennio. Non si può, in ogni caso, non notare una riduzione dell’orario, anche per i docenti, rispetto alla prima proposta che prevedeva lo studio della Geografia per l’intero biennio e per un totale di due ore settimanali in ciascun anno. L’accorpamento delle due discipline in sé non mi pare disdicevole in quanto è da anni che, specie al Liceo, la Geografia che s’insegna è soprattutto “antropica” e pone al centro dell’attenzione il rapporto che l’uomo, nel tempo, ha sviluppato con l’ambiente circostante.

Permane, nella nuova proposta, il taglio più scientifico del liceo, com’è giusto che sia. Tuttavia, non mi spiego la riduzione delle ore di Filosofia (dalle attuali 8 alle 6 previste nella presente bozza) essendo la disciplina altamente formativa per gli studenti di un Liceo ed il programma troppo vasto e complesso per essere relegato nell’angusto spazio delle 2 ore settimanali per ciascun anno del triennio. Dall’altro lato, più spazio viene concesso all’insegnamento della Storia nel triennio, che dalle attuali 7 ore complessive passa a 9. Posso immaginare che, essendo di prassi lo stesso docente ad impartire le due discipline, provvederà arbitrariamente ad “aggiustarsi” l’orario. Cosa comunque frequente anche adesso e a ragione: chissà perché quando si progettano gli orari non si tiene conto della mole di lavoro che i docenti sono costretti a svolgere in uno spazio di tempo davvero esiguo. Mi auguro, pertanto, che assieme ai quadri orari venga proposto un ridimensionamento dei programmi delle discipline umanistiche. Se così non fosse, la qualità dell’insegnamento lascerebbe a desiderare e non certo per colpa dei docenti. Ma questo, evidentemente, la Gelmini non lo sa e nemmeno chi lavora per lei.

AGGIORNAMENTO DEL POST, 12 GIUGNO 2009

Riporto, dal sito del MIUR la comunicazione dell’avvenuta approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, della RIFORMA DEI LICEI.

Scuola, CdM approva riforma dei licei, si parte dal 2010
Roma, 12 giugno 2009
Approvata oggi in prima lettura dal Consiglio dei Ministri la riforma dei licei. Si tratta di una riforma epocale che partirà dal 2010 e che segna un passo fondamentale verso la modernizzazione del sistema scolastico italiano. L’impianto complessivo dei licei, infatti, risale alla legge Gentile del 1923.

Da 400 indirizzi sperimentali a 6 licei
più autonomia per le scuole e razionalizzazione dei piani di studio

Con questa riforma si vuole:
fornire maggiore sistematicità e rigore e coniugare tradizione e innovazione;
razionalizzare i piani di studio, privilegiando la qualità e l’approfondimento delle materie di studio;
caratterizzare accuratamente ciascun percorso liceale;
riconoscere ampio spazio all’autonomia delle istituzioni scolastiche;
consentire una più ampia personalizzazione, grazie a quadri orari ridotti che danno allo studente la possibilità di approfondire e recuperare le mancanze.
Il Regolamento recante “revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei licei” approvato oggi completa la riforma della scuola secondaria superiore avviata dal ministro Mariastella Gelmini con la riforma degli istituti tecnici e professionali e partirà dal 2010.
Il nuovo modello dei licei partirà gradualmente, coinvolgendo a partire dall’anno scolastico 2010-2011 le prime e le seconde. La riforma entrerà a regime nel 2013.

Le novità della riforma:

Per cancellare la frammentazione e consentire alle famiglie e agli studenti di compiere scelte chiare i 396 indirizzi sperimentali, i 51 progetti assistiti dal Miur e le tantissime sperimentazioni attivate saranno ricondotte in 6 licei.

Rispetto al vecchio impianto che prevedeva solo il liceo classico, il liceo artistico e lo scientifico, oltre all’istituto magistrale quadriennale e a percorsi sperimentali linguistici, con la riforma avremo:
Liceo artistico, articolato in tre indirizzi:
arti figurative – a conclusione del percorso di studio gli studenti dovranno essere in grado di cogliere i valori estetici nelle opere artistiche ed individuare le problematiche estetiche, storiche, economiche, sociali e giuridiche connesse alla tutela e alla valorizzazione dei beni artistici e culturali;
architettura, design, ambiente – a conclusione del percorso di studio gli studenti dovranno essere in grado di conoscere e utilizzare i codici della comunicazione visiva e audiovisiva nella ricerca e nella produzione artistica, in relazione al contesto storico-sociale;
audiovisivo, multimedia, scenografia – a conclusione del percorso di studio gli studenti dovranno essere in grado di impiegare tecnologie tradizionali e innovative nella ricerca, nella progettazione e nello sviluppo delle proprie potenzialità artistiche.

Liceo classico. Con la riforma sarà finalmente introdotto l’insegnamento di una lingua straniera per l’intero quinquennio.

Liceo scientifico. Oltre al normale indirizzo scientifico le scuole potranno attivare l’opzione scientifico tecnologica che consentirà l’approfondimento della conoscenza di concetti, principi e teorie scientifiche e di processi tecnologici, anche attraverso esemplificazioni operative.

Liceo linguistico. Il liceo linguistico prevederà l’insegnamento di 3 lingue straniere. Dalla terza liceo un insegnamento non linguistico sarà impartito in lingua straniera e dalla quarta liceo un secondo insegnamento sarà impartito in lingua straniera.

Liceo musicale e coreutico. E’ una delle novità della riforma. Il liceo musicale sarà articolato nelle due sezioni musicale e coreutica. Inizialmente saranno istituite 40 sezioni musicali e 10 coreutiche e potranno essere attivati in collaborazione con i conservatori e le accademie di danza per le materie di loro competenza.
Gli studenti, a conclusione del percorso di studio, devono essere in grado di:
cogliere i valori estetici delle opere musicali;
conoscere repertori significativi del patrimonio musicale e coreutico nazionale e internazionale, analizzandoli mediante l’ascolto, la visione e la decodifica dei testi;
individuare le ragioni e i contesti storici relativi ad opere, autori, personaggi, artisti, movimenti, correnti musicali e allestimenti coreutici;
conoscere ed analizzare gli elementi strutturali del linguaggio musicale e coreutico sotto gli aspetti della composizione, dell’interpretazione, dell’esecuzione e dell’improvvisazione;
conoscere le relazioni tra musica, motricità, emotività e scienze cognitive.

Liceo delle scienze umane. Altra novità della riforma è il liceo delle scienze umane. Sostituisce il liceo sociopsicopedagogico portando a regime le sperimentazioni avviate negli anni scorsi. Il piano di studi di questo indirizzo si basa sull’approfondimento dei principali campi di indagine delle scienze umane, della ricerca pedagogica, psicologica e socio-antropologico-storica.
Le scuole potranno attivare l’opzione sezione economico-sociale in cui saranno approfonditi i nessi e le interazioni fra le scienze giuridiche, economiche, sociali e storiche.

Altre novità introdotte:
valorizzazione della lingua latina. Il latino è presente come insegnamento obbligatorio nel liceo classico, scientifico, linguistico e delle scienze umane; come opzione negli altri licei;
incremento orario della matematica, della fisica e delle scienze per irrobustire la componente scientifica nella preparazione liceale degli studenti (gli insegnamenti di fisica e scienze possono essere attivati dalle istituzioni scolastiche anche nel biennio del liceo classico);
potenziamento delle lingue straniere con la presenza obbligatoria dell’insegnamento di una lingua straniera nei cinque anni ed eventualmente di una seconda lingua straniera usando la quota di autonomia.
presenza nel liceo scientifico di una opzione in cui confluisce l’esperienza del liceo tecnologico, che ha rappresentato negli anni trascorsi un significativo filone di innovazione;
presenza delle discipline giuridiche ed economiche sia nel liceo scientifico (opzione tecnologica), sia nel liceo delle scienze sociali (opzione economico-sociale), sia negli altri licei attraverso la quota di autonomia.
insegnamento, nel quinto anno, di una disciplina non linguistica in lingua straniera, che ci allinea alle migliori esperienze del resto d’Europa.
Sarà valorizzata la qualità degli apprendimenti piuttosto che la quantità delle materie. I quadri orari saranno adeguati a quelli dei Paesi che hanno raggiunto i migliori risultati nelle classifiche Ocse Pisa come la Finlandia (856 ore all’anno). Il quadro orario sarà annuale e non più settimanale, in modo da assegnare alle istituzioni scolastiche una ulteriore possibilità di flessibilità.
Tutti i licei prevederanno 27 ore settimanali nel primo biennio e 30 nel secondo biennio e nel 5° anno, ad eccezione del classico (31 ore negli ultimi tre anni), per preservare le caratteristiche rafforzando la lingua straniera, dell’artistico (massimo 35), musicale e coreutico (32), perché questi ultimi prevedono materie pratiche ed esercitazioni.
Entrano a regime le sperimentazioni che hanno coinvolto gli istituti d’arte, i percorsi musicali, i vecchi istituti magistrali e le sperimentazioni scientifico tecnologiche e linguistiche, queste ultime nate dall’esperienza delle scuole non statali, private o degli enti locali.

Nuova organizzazione
La nuova organizzazione dei licei prevede
:

Maggiore autonomia scolastica:
Possibilità per le istituzioni scolastiche di usufruire di una quota di flessibilità degli orari del 20% nel primo biennio e nell’ultimo anno e del 30% nel secondo biennio. Attraverso questa quota, ogni scuola può decidere di diversificare le proprie sezioni, di ridurre (sino a un terzo nell’arco dei 5 anni) o aumentare gli orari delle discipline, anche attivando ulteriori insegnamenti previsti in un apposito elenco.
Possibilità di attivare ulteriori insegnamenti opzionali anche assumendo esperti qualificati attraverso il proprio bilancio.
Un rapporto più forte scuola-mondo del lavoro-università
Possibilità, a partire dal secondo biennio, di svolgere parte del percorso attraverso l’alternanza scuola-lavoro e stage o in collegamento con il mondo dell’alta formazione (università, istituti tecnici superiori, conservatori, accademie).

Nuove articolazioni del collegio dei docenti:
costituzione in ogni scuola di dipartimenti disciplinari, che riuniscono i docenti di uno stesso ambito disciplinare, per sostenere la didattica, la ricerca, la progettazione dei percorsi.
costituzione di un comitato scientifico composto paritariamente da docenti ed esperti del mondo della cultura e del lavoro.
Dipartimenti disciplinari e comitato scientifico non ledono comunque la sovranità del collegio docenti.

P.S. Ho preferito, per maggior chiarezza, riportare l’orario settimanale, anziché quello annuale previsto dal testo di legge.

LEGGI ANCHE LA LETTERA DELLA GELMINI AL QUOTIDIANO “LA STAMPA” (24 NOVEMBRE 2009) LINK e l’ultimo articolo Riforma dei licei: l’alt del Consiglio di Stato

PER GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI del 4 FEBBRAIO 2010 CLICCA QUI

31 marzo 2009

Protetto: LUCREZIO E IL “DE RERUM NATURA”

Posted in latino, letteratura latina, scuola tagged , , a 7:50 pm di marisamoles

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6 marzo 2009

Protetto: VULPES AD PERSONAM TRAGICAM

Posted in latino tagged , , , , , a 5:55 pm di marisamoles

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6 gennaio 2009

LATINO: UN METODO PER TRADURRE

Posted in latino, metodo per tradurre, scuola, web tagged , , , , , , a 5:53 pm di marisamoles

la disperazioneDai dati rilevati nella bacheca del mio blog mi sono resa conto che spesso vi accedono “studenti disperati”. Non che la cosa mi scandalizzi; con gli studenti in crisi ho a che fare ogni giorno. La cosa che mi lascia perplessa è l’uso che gli studenti fanno di Internet. Mi spiego meglio. L’uso del web, se fatto con raziocinio, dovrebbe risultare un ausilio per lo studio. Tuttavia noto che gli studenti non si affidano ad Internet con raziocinio. Quello che cercano, nella maggior parte dei casi, non è un aiuto ma “qualcosa o qualcuno che faccia un determinato lavoro al posto loro”. Ecco che si riscontano richieste del genere: “come si traduce questo”, “come si traduce quello”, come si coniuga questo verbo”,”come si declina questo sostantivo” ecc. ecc.

Dopo che il ministro Gelmini ha parlato di riformare la Scuola Secondaria di II grado, la domanda più frequente, sempre da parte di chi si affida al motore di ricerca Google, è stata: “Ci sarà il Latino allo Scientifico con la riforma?”. Alcuni, non preoccupati dalla sorte futura del Latino allo Scientifico, ma perplessi sull’attuale stato delle cose, si chiedono: “è davvero utile il Latino?”.

Insomma, anche se ho sempre saputo che il Latino non è mai stata la materia più amata dagli italiani, di fronte a tali domande ne è sorta una a me: “ma perché manifestano i loro dubbi con così tanti “perché” e non lo studiano e basta?”. Io l’ho fatto e non ho mai avuto la fortuna di avere insegnanti comprensivi che, di fronte alle difficoltà degli studenti, spiegassero un “metodo per tradurre”. Anche gli insegnanti più bravi mettevano di fronte agli allievi il testo con la versione e dicevano molto semplicemente: “traducete”. Il fior fiore dei professori di Latino o Greco non si sono mai posti il problema di insegnare agli studenti un metodo; noi lo facciamo. Eppure i risultati una volta erano senza dubbio migliori.

A questo punto credo che gli “studenti disperati” non dovrebbero consultare Google come fosse un traduttore. Ritengo sia inutile scaricare da Internet la traduzione senza capirci un fico secco della versione d’autore. Rivolgo, quindi, un appello a chi capita dalle mie parti con la speranza di trovare qualche passo tradotto: cari ragazzi, cercate di studiare la lingua con coscienza, imparate le regole e cimentatevi da soli nella traduzione. Se poi volete, potete anche rintracciare il “vostro” testo tradotto sul web, ma fatene buon uso: che sia una sorta di verifica del lavoro svolto autonomamente in “tempo reale”, senza attendere la correzione che l’insegnante farà a scuola.
Ad ogni modo, ho trovato sul web una testo che fa al caso vostro. Ve lo riporto (ma devo ammettere che, avendo riscontrato degli errori di battitura, l’ho corretto!) e fatene tesoro. L’ha scritto una ragazza come voi, una che si è resa conto che per tradurre bisogna usare la logica e l’intuito ma soprattutto un METODO.
Buona lettura.

UNA RIFLESSIONE SUL METODO PER TRADURRE

Le capacità che bisogna acquisire per tradurre correttamente una versione vera, logicamente oltre a una buona conoscenza di base della grammatica e della sintassi, che aiutano sempre, sono la logica e l’intuito.
Usare la logica (s’intende la logica pratica, quella anche detta “buon senso”) è fondamentale per tradurre correttamente e, perché no, con un buon italiano una versione. Perché tradurre “vetera Romanorum negotia” con “le vetrine dei negozi dei Romani”? Anche senza conoscere il latino si capisce che sarà sbagliato. Esempi di simili pazzie si possono trovare nel sito sotto “Neuroni in fuga”. Gli esempi dell’uso della logica, tuttavia, non si fermano a queste sciocchezze. Nell’ultima versione in classe, se avessi fatto più attenzione a quello che l’autore mi stava dicendo nel complesso, non avrei sbagliato una frase. In questo senso, è molto utile una buona conoscenza della storia, ad esempio per tradurre “patres” con “senatori”, se necessario.
È molto importante anche l’intuizione, sempre fondamentale nell’analisi previsionale. Io posso sapere che il verbo “esse” può essere sottointeso, ma se poi non so applicare le mie conoscenze e quando è necessario non lo intuisco, a cosa mi serve? Nell’ultima versione in classe si trovavano 4 infinitive di seguito, ma la terza aveva il verbo “esse” sottointeso e il verbo si poteva confondere con un participio congiunto; tuttavia, poiché questa frase si trovava proprio tra altre due infinitive e oltre al “falso” participio non erano presenti altri verbi, era tanto difficile intuire il verbo “esse” sottointeso, o perlomeno capire che si trattava di una oggettiva? No, se ci si abitua ad applicare e “intuire” le regole grammaticali che abbiamo nella versione. E per fare questo è necessaria l’analisi previsionale, in cui, oltre a capire il senso della versione, cerchiamo di capire già a priori, grazie ad alcuni elementi, di fronte a che regole grammaticali ci troviamo, senza conoscere il significato di tutte le parole. E’ un primo passaggio che facilita la traduzione. Ovviamente bisogna “allenarsi” molto prima di utilizzarlo in una versione in classe, altrimenti, a causa dell’agitazione, rischia di essere fatta molto male e superficialmente, risultando solo una perdita di tempo.
Contemporanea all’analisi previsionale è la costruzione dei periodi, meglio se mentale. Frase per frase, si individua la principale e le varie subordinate con molta attenzione.
In seguito a queste operazione, dopo aver quindi letto almeno 2 o 3 volte la versione da soli, si traduce frase per frase; tutto dovrebbe già venire da sé, se si è fatta una buona analisi! Si cercano le parole che non conosciamo o di cui siamo insicuri e si traduce. Bisogna stare molto attenti al lessico e cercare di non rendere la traduzione troppo letterale, perché sarebbe troppo distante dalla nostra lingua; per aiutarsi col lessico bisogna sempre ricordarsi di fare riferimento al contesto generale e, anche qui, una buona conoscenza della storia aiuta.
Per tradurre frase per frase bisogna prima di tutto guardare il verbo controllandone persona, modo e tempo; in seguito, controllando se per caso abbia una qualche costruzione particolare, ancora prima di tradurlo si cerca il/i soggetto/i, ricordandosi che non sempre è espresso e non sempre è un sostantivo. Quindi gli altri complementi dovrebbero venire da sé, ricordando di fare bene attenzione al complemento oggetto, se presente. Costruire bene i periodi è molto importante, dato che spesso sono divisi da altri periodi e non è facile ricostruirli per intero senza “dimenticarsi dei pezzi”, se così si può dire. La base della frase sono comunque il verbo in primis e il soggetto.
laura

Il testo originale si trova su questo SITO

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pagina a traffico illimitato, con facoltà di polemica, di critica, di autocritica, di insulti...

Marirò

"L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque"

PindaricaMente

C'è una misura in ogni cosa, tutto sta nel capirlo (Pindaro)

Il mestiere di scrivere

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, ATTUALITA' EDITORIALE, DIDATTICA E STRUMENTI PER LA SCRITTURA

dodicirighe

...di più equivale a straparlare.

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Studio di Psicoterapia Dr.ssa Chiara Patruno

Psicologa - Psicoterapeuta - Criminologa - Dottore di Ricerca Università Sapienza

Le Parole Segrete dei Libri

Una stanza senza libri è come un corpo senz'anima.

onesiphoros

[...] ἀλλ᾽ ὥσπερ ἄνθρωπος, φαμέν, ἐλεύθερος ὁ αὑτοῦ ἕνεκα καὶ μὴ ἄλλου ὤν, οὕτω καὶ αὐτὴν ὡς μόνην οὖσαν ἐλευθέραν τῶν ἐπιστημῶν: μόνη γὰρ αὕτη αὑτῆς ἕνεκέν ἐστιν. Aristot. Met. 1.982b, 25

Il ragazzo del '46

Settanta: mancano solo 984 anni al 3000.

Insegnanti 2.0

Insegnare nell'era digitale

i media-mondo: la mutazione nella connessione

Prove di pensiero di GIOVANNI BOCCIA ARTIERI

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

unpodichimica

Non tutto ciò che luccica è oro, ma almeno contiene elettroni liberi G.D. Bernal

scuolafinita

Un insegnante decente (CON IL DOTTOR DI MATTEO)

Pollicino Era un Grande

Psicologia e dintorni a cura della Dr.ssa Marzia Cikada (Torino e Torre Pellice)

la fine soltanto

un blog e un libro di emiliano dominici (per ingrandire la pagina premi ctrl +)

ACCENDI LA VITA

Pensieri, parole and every day life

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

Laurin42

puoi tutto quello che vuoi ( whatever you want you can)

LE LUNE DI SIBILLA

"Due strade trovai nel bosco, io scelsi la meno battuta, per questo sono diverso"(R.Frost)

Il mondo di Ifigenia

Svegliati ogni mattina con un sogno da realizzare!

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

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Alius et Idem

No sabía qué ponerme y me puse feliz.

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...ma con una forte passione per il cibo e le rotondità!

Le Ricette di Cle

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OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

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espress451

"In ogni cosa c'è un'incrinatura. Lì entra la luce" - Leonard Cohen

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