RICORDANDO HINA (CHE OGGI AVREBBE 30 ANNI)

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Hina era una bella ragazza, amava la vita e, come tante sue coetanee, amava un ragazzo e voleva vivere questo amore alla luce del sole. Ma Hina non era una ragazza come le altre: pakistana d’origine, fu uccisa dal padre perché, si disse, vestiva all’occidentale ed era andata a convivere con il suo uomo. Un peccato che suo padre, di religione musulmana, non poté tollerare.

Hina fu uccisa, a vent’anni, dal padre Mohammed l’11 agosto del 2006. Fu sgozzata e seppellita con la testa rivolta alla Mecca.

Oggi, come allora, la madre difende il marito:

«All’inizio ce l’avevo con il mondo intero, con la vita. Pensavo: perché sta succedendo tutto questo? Perché proprio a me e alla mia famiglia? Poi ho capito. Era tutto già scritto, il destino aveva già deciso per Hina, per mio marito, per me. E allora ho trovato la pace che cercavo. Vivere senza Hina sarà per sempre il mio più grande dolore, ma Mohammed era e resta l’uomo della mia vita. È giusto che paghi per quel che ha fatto però io l’ho perdonato e non lo abbandonerò mai».

Leggendo l’articolo pubblicato sul blog del Corriere.it la 27Ora ho provato a capire. Immedesimarsi non si può, certe cose bisogna provarle. Ma anche sforzandomi con l’immaginazione non riesco a comprendere questa donna.

Al di là di qualsiasi fede religiosa, credo sia impossibile perdonare un’atrocità come questa.

DELITTO NOVI LIGURE: ESCE DAL CARCERE ERIKA DE NARDO


Avrebbe dovuto uscire oggi, Erika De Nardo. Non dal carcere, in quanto sta scontando gli ultimi mesi di pena presso la comunità Exodus di don Mazzi nel bresciano. Esce domani, non oggi, e ad attenderla ci sarà il papà, come sempre ha fatto negli ultimi dieci anni, senza abbandonarla mai. Eppure Erika, sua figlia, gli ha ucciso un figlio e la moglie. Aveva sedici anni, Erika De Nardo, e il suo complice, Omar Favaro, l’ex fidanzatino, un anno di più. Due assassini spietati che non hanno avuto alcun indugio a massacrare i due familiari di Erika, per poi inventare la rapina ad opera degli extracomunitari. Solo grazie alle intercettazioni gli inquirenti hanno potuto scoprire la verità: i due fidanzantini, in attesa di essere interrogati, nella caserma dei carabinieri di Novi Ligure, rievocarono nei loro discorsi i momenti salienti del feroce delitto. Allucinante.

Omar, condannato a 14 anni di carcere, è già libero da qualche tempo, grazie all’indulto e alla buona condotta. Erika, condannata a 16 anni di pena detentiva, ha scontato solo dieci anni tra il carcere minorile e una casa di reclusione di Brescia. Da oggi è una donna libera, con una laurea in Filosofia conseguita durante la detenzione. Che uso ne farà? La troveremo in cattedra, fra qualche anno, ad insegnare come il discusso prof Scattone?

Non è un caso che io abbia operato questo parallelo. Non è un caso, soprattutto perché di recente ho trattato l’argomento “Scattone” in due post. Difendevo il suo diritto di insegnare e non riuscivo a comprendere le rimostranze della famiglia Russo alla notizia che l’omicida della figlia, il professor Scattone, appunto, avesse ottenuto una cattedra orario nel liceo in cui aveva studiato Marta. In quei post si è parlato molto di perdono, anzi, dell’incapacità di perdonare un uomo che ha sbagliato ma che ha dimostrato di essere cambiato. Un’incapacità su cui non è possibile discutere, visto che, come ha commentato l’amica Mistral, il perdono non è un optional che si toglie e si mette quando uno ne ha la voglia o ne ha motivo.

Certo, nessuno può essere indotto da alcunché a perdonare. Ma quando penso – anzi, ho pensato in questi dieci lunghi anni – al signor De Nardo e al perdono che ha fin da subito e così generosamente concesso alla figlia, una ragazza che appena sedicenne lo ha privato degli affetti più cari, non posso fare a meno di pensare a tutte le persone che non perdonano. Perché, secondo me, chi non perdona è incapace di amare.

Domani De Nardo riabbraccerà Erika e la porterà con sé. L’ha protetta in tutti questi anni e continuerà a farlo. Forse l’accompagnerà al cimitero, a portare dei fiori sulla tomba della madre Susy e del fratellino Gianluca. Perché non è mai troppo tardi per perdonare, non è mai troppo tardi per pentirsi e non è mai troppo tardi per cambiare vita.

Per tutti, qualunque cosa faccia in futuro, Erika rimarrà sempre e solo una feroce assassina. Un padre può perdonare, la società no.

IL PROFESSOR SCATTONE SAREBBE SCOMODO OVUNQUE

Il 9 maggio 1997, all’interno della Città Universitaria, veniva uccisa con un colpo di pistola la studentessa di Giurisprudenza Marta Russo. Fu un caso che catturò l’interesse dei media e di cui si parlò per anni, anche se forse non con la stessa morbosità con cui vengono seguiti oggi, sui giornali e nelle trasmissioni televisive, i casi di cronaca nera. Le indagini furono complesse e portarono, grazie anche all’ausilio di sofisticati – per quei tempi – mezzi tecnologici, prima all’individuazione del luogo da cui il proiettile impazzito era partito, poi all’identificazione dei responsabili dell’increscioso “incidente”: Giovanni Scattone fu condannato per omicidio colposo, Salvatore Ferraro per favoreggiamento.

Giovanni Scattone (classe 1968), di cui si ritorna a parlare in questi giorni sulla carta stampata e nei servizi dei tg, ai tempi dell’omicidio della studentessa ventiduenne era assistente di Filosofia del Diritto, giovane laureato dalle belle speranze. Oltre al conseguimento di un dottorato e all’esperienza di ricerca maturata alla Sapienza, ha svolto attività di studio e ricerca anche presso l’Istituto Benincasa di Napoli e la European Academy of Legal Theory di Bruxelles. Ha completato inoltre un Master in storia moderna e contemporanea ed è abilitato all’insegnamento della storia e della filosofia. È stato ricercatore universitario a contratto e dal 2005 insegna nei licei statali. Così si legge nel curriculum pubblicato sul suo sito.

Dopo aver scontato la pena detentiva di cinque anni e quattro mesi, Scattone è ritornato un uomo libero. Inoltre, la Cassazione ha cancellato l’interdizione dai pubblici uffici quindi è a tutti gli effetti un docente (abilitato) di Filosofia.

Qual è il problema? Da settembre insegna nello stesso liceo, il Cavour, frequentato da Marta Russo per tre anni. La madre della studentessa uccisa ora si dice scandalizzata. «All’inizio dell’anno la madre di una alunna del Cavour mi telefonò sconvolta – racconta Aureliana Russo – per dirmi la novità: Scattone insegnava lì. Mi disse che volevano fare qualcosa per protestare, ma poi non ho più sentito nessuno. Del resto con chi me la potrei prendere? Con l’ultima sentenza Scattone non è più interdetto dai pubblici uffici, quindi… Capisco che si debba guadagnare il pane ma dovrebbe fare un altro mestiere. Dopo un delitto così atroce, lui non può essere un educatore di giovani; proprio lui non può insegnare filosofia. In tutte le scuole dove è andato ad insegnare i genitori si sono ribellati ma non hanno potuto far niente. È la legge».

Pare che anche gli altri docenti si sentano alquanto a disagio ad averlo come collega. Ma lui, a tutti gli effetti, può insegnare. Se è vero che ha i titoli per farlo, se è vero che da anni lo fa senza il clamore di questi giorni, se è vero che la sua domanda di supplenza temporanea era in regola e che il dirigente l’ha accolta secondo la Legge, se è vero che anche lui ha diritto ad avere di che vivere (considerato anche il fatto che ai tempi fu condannato, assieme a Ferraro, a pagare un risarcimento di un milione di euro alla famiglia Russo), se è vero, a quanto dicono i suoi studenti – che ai tempi dell’omicidio non erano nemmeno nati – che è un docente bravo e preparato, perché gridare allo scandalo? Solo perché quest’anno è stato nominato in quel liceo? Per gli altri licei il professor Scattone era perfettamente adatto come educatore? Solo per quello in cui aveva studiato Marta Russo non lo è?

Anche Tecla Sannino, dirigente scolastico del Cavour ammette che Scattone, dal punto di vista legale, ha tutte le carte in regola: «Pur partecipando al dolore della famiglia di Marta Russo, e condividendo la perplessità dell’opinione pubblica, in qualità di dirigente scolastico e in qualità di rappresentante legale dell’istituto, sono tenuta a rispettare la sentenza della Cassazione e le normative vigenti che prevedono nomine di docenti supplenti secondo le graduatorie provinciali, curate dall’Ufficio ambito territoriale». Pur ammettendo che la presenza del professore crei un certo disagio.

Da parte sua il professore si dichiara pronto ad andarsene, qualora gli venga offerta un’altra opportunità: «Farei volentieri un altro lavoro – dichiara – sicuramente non insegnerò sempre al Cavour perché non ho nemmeno una cattedra ma soltanto piccole supplenze qua e là. Conosco le lingue, ho studiato anche in altri campi e non escludo di potermi trasferire all’estero. Ho pensato più di una volta di raggiungere mio fratello negli Stati Uniti, ma il momento non è dei migliori. Comunque non ho una posizione rigida: tutto quello che è possibile fare per la maggior tranquillità di tutti, lo farò. E se il Provveditorato è favorevole, sono disponibile a qualsiasi altra soluzione equivalente. Quando mi hanno dato la nomina, se avessi saputo che era il liceo di Marta Russo avrei rinunciato».

Poco credibile appare, tuttavia, che non fosse al corrente che in quel liceo avesse studiato Marta Russo. A quel tempo si parlò diffusamente di questo caso, entrando nei dettagli della vita privata di tutti i protagonisti. Diciamo che forse se n’è dimenticato. Ma il punto è che ovunque vada, è inevitabile che si porti appresso un fardello difficile da dimenticare. Ovunque vada, sarà sempre un docente scomodo.

Lui si è sempre dichiarato innocente ma è stato condannato. Anche se al processo non vennero mai fuori delle prove concrete, solo indizi. Si trattò, dissero, di un gioco, uno stupido gioco, una specie di prova di coraggio. Scattone aveva, allora, 29 anni, non era certo un ragazzino. Ma errare è umano, anche se quell’errore costò la vita ad una ragazza innocente che inconsapevolmente andò incontro ad un destino atroce. Se poi dobbiamo credere alla funzione riabilitativa e non solo punitiva del carcere, il professor Scattone ha tutto il diritto di insegnare. Certamente lui per primo ha la consapevolezza di essere oggetto di critiche, di dar adito a sospetti, a giudizi gratuiti sulla sua persona che, però, si basano su ciò che era e non su ciò che è adesso. Adesso è un docente di Filosofia al Liceo, sa fare il suo lavoro, i suoi allievi sono contenti – le famiglie no ma non è la prima volta che accade -, perché mai dovrebbe cambiare mestiere o emigrare?

[fonti: LINK 1 e LINK 2]

SEI IN CONGEDO E VUOI INDOSSARE L’UNIFORME? L’ESERCITO DEVE ESSERE AVVISATO

Leggendo una notizia di cronaca, nonostante si tratti di un omicidio, la parte finale dell’articolo, pubblicato su Il Corriere, mi ha fatto sorridere.

Il fatto è questo: un uomo di 53 anni, Mauro Pastorello, ex ufficiale dell’esercito, ha ucciso il regista trentanovenne Mauro Curreri, mentre egli si trovava in un teatro in zona Navigli a Milano. Il movente pare sia di tipo economico: sembra, infatti, che il regista avesse il vizio di non pagare i collaboratori e per questo Striscia la notizia tempo fa gli aveva dedicato un servizio.

L’omicida si è presentato nel teatro in cui lavorava il regista, armato di pistola risalente al dopoguerra e con addosso la divisa di capitano dell’esercito. Ora, la cosa che il pover’uomo evidentemente ignorava, è che «non era autorizzato a nessun titolo» ad indossare l’uniforme che portava al momento dell’omicidio. Secondo le fonti dell’Esercito, infatti, i militari in congedo possono vestire con l’uniforme per andare a cerimonie, ma per farlo debbono prima chiedere un’autorizzazione speciale ai comandi dell’Esercito, cosa che non è stata fatta in questo caso.

Così si chiude l’articolo. Una conclusione piuttosto esilarante, a parer mio, che stride con la tragicità del fatto riportato.
Ma io mi chiedo: che cosa avrebbe dovuto fare Mauro Pastorello? Scrivere una lettera di questo tipo al comando militare: “Io sottoscritto … , capitano dell’Esercito in congedo, chiedo l’autorizzazione ad indossare la divisa perché devo uccidere un uomo in quel di Milano e lo voglio fare in uniforme“?

DICIOTTENNE MAROCCHINA AMA UN ITALIANO: UCCISA DAL PADRE

donna arabaÈ successo di nuovo e ancora accadrà. Figlie di immigrati, cresciute in Italia, a volte nate nel nostro Paese, destinate a soggiacere alla dura legge dell’islam. Quella legge che non prevede nel destino di giovani donne una vita felice, un amore sincero, un legame con un uomo che non appartenga alla stessa cultura. Per ragazze come Hina , 20 anni, pachistana, uccisa dal padre due anni fa perché amava un italiano e come Sanaa Dafani, diciottenne appena, la libertà è stata una falsa illusione, una conquista effimera, pagata con il sangue. Le mani armate dei padri hanno “fatto giustizia”, appellandosi al diritto di punire la trasgressione delle figlie, invocando la “legge dell’onore”. Dura lex, sed lex, dicevano i Romani; mai legge più dura e più ingiusta potrebbe esistere. Una legge che fa parte di una cultura che non sa aprirsi al mondo e che ritiene legittimo un omicidio per salvare l’onore. E poi si parla di integrazione. Ma l’integrazione sono prima di tutto loro a non volerla. Almeno persone come il padre di Sanaa che ieri ha ucciso la figlia. È accaduto in provincia di Pordenone, una provincia tranquilla.

La gente è incredula. Nelle interviste si sente solo parlare di “una brava persona”, riferendosi all’omicida. E sì, chi l’avrebbe mai detto? Un tipo un po’ chiuso, è vero, molto riservato. Si faceva i fatti suoi ma sul lavoro era socievole, rideva e scherzava con i colleghi. Chi avrebbe potuto immaginare che arrivasse ad uccidere la propria figlia, sangue del suo sangue. E in questo tipo di vicende, così tristi, così sconvolgenti, io mi chiedo che ruolo abbiano le madri. Nessuno. Le donne, mogli, figlie, sorelle, devono solo ubbidire alla “dura legge”, coprirsi il capo, non indossare i pantaloni, non lavorare o studiare, possibilmente. Qualcuna riesce ad opporsi, dimostrando un coraggio quasi da “uomo”, svincolandosi da questo integralismo che non è fede, non è religione, è solo crudeltà e ignoranza. Cosa possiamo avere noi in comune con gente come questa? Nulla. E non vuol dire essere razzisti, significa solo prendere le distanze da un mondo che non è solo diverso, ma è atrocemente ingiusto.

Omicidio premeditato, quello di El Ketaoui Dafani, 45 anni, residente dal 2001 in provincia di Pordenone. Forse le ha teso una trappola; la figlia non avrebbe avuto motivo di trovarsi sul luogo dell’omicidio, un luogo boschivo sulle montagne delle Valcellina. Forse la figlia e il fidanzato, da pochi mesi suo convivente, avevano sperato in una chiarificazione. Non una mano tesa pronta per il perdono, ma almeno uno sforzo per capire, se non condividere, le scelte di Sanaa.
E invece, all’arrivo dei soccorsi, il tragico epilogo di quell’incontro non fortuito si è materializzato davanti agli occhi di tutti: la ragazza agonizzante, sgozzata senza pietà, il giovane Massimo De Biasio, 31 anni, ferito gravemente accanto al suo amore ormai perduto per sempre. Un amore pagato a caro prezzo, da tutti e due: lei non c’è più, lui si salverà ma per tutta la vita porterà in sé il ricordo di questa atrocità di cui, involontariamente, è stato causa. Il senso di colpa non lo abbandonerà e potrà solo sentire un po’ di sollevo quando giustizia sarà fatta, quando El Ketaoui sarà punito. Ma spesso la Legge, quella degli uomini, non è così severa e qualsiasi punizione sembrerà insufficiente a fargli scontare la propria colpa.

Il presidente degli Intellettuali Musulmani Ahmad Gianpiero Vincenzo ha preso le distanze dal gesto efferato del “fratello musulmano”, dichiarando: Né L’Islam, né alcuna religione sulla terra possono giustificare l’omicidio tanto meno quello dei propri figli. Non possono esserci motivi religiosi dietro gesti così efferati, ma solo violenza e ignoranza. Assurdo però, che per la follia di pochi sconsiderati, si cerchi di colpevolizzare interi popoli e civiltà. No, non stiamo condannando un intero popolo, una civiltà riconosciuta tale; stiamo puntando il dito proprio contro quella “ignoranza” che rende ciechi, che porta a gesti estremi perché chi ne è afflitto non ha il potere di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Il “delitto d’onore” non esiste, non è scritto nella Legge di Allah e su questo siamo d’accordo. L’omicida, in ogni caso, merita una punizione esemplare. Forse quella di Ahmad Gianpiero Vincenzo è la testimonianza che maggiormente rende l’idea dell’integrazione possibile: seguire le leggi della fede ma rispettare il codice, quello degli uomini che condannano i reati, al di là di qualsiasi fede religiosa. E qui l’onore macchiato non ha alcuna importanza, non può essere un pretesto per uccidere. Questa si chiama giustizia umana. Poi sarà Dio o Allah a concedere il perdono, se verrà richiesto. La bontà di Dio è infinita, quella degli uomini no.

[fonti: Messaggero veneto e Gazzettino]