19 agosto 2018

GENOVA: CROLLA IL PONTE MA NON LA SPERANZA

Posted in attualità, cronaca, latino, poesia, politica, religione tagged , , , , , , , , , , , , , a 3:13 pm di marisamoles

Ciò che resta del ponte Morandi, il 14 agosto 2018
(PIERO CRUCIATTI/AFP/Getty Images)


Una settimana strana questa che sta finendo. La settimana di Ferragosto, periodo in cui la gente si libera dai fardelli quotidiani e ha voglia di evadere, fosse anche per una gita fuori porta.

Ferragosto segna, in qualche modo, lo spartiacque tra l’estate che ha goduto del sole e della luce di lunghe giornate e l’anticipo del tempo autunnale caratterizzato da giornate sempre più parche di luce. Per questo se il 15 agosto “cade” a metà settimana, come quest’anno, la possibilità di cogliere l’occasione per un “ponte” si fa ghiotta. C’è chi ha approfittato dello scorso week-end, prolungandolo fino al mercoledì, e chi invece ha pensato di godersi il “ponte” fino a questa domenica. Qualunque sia stata la scelta, il Ferragosto di quest’anno rimarrà nelle nostre memorie come il più sanguinoso di tutti.

I ponti, quelli veri, a volte crollano. Qualunque ne sia il motivo, incuria, superficialità o incapacità decisionale, difficilmente si tratta di eventi imprevedibili. Ne sapeva qualcosa il pontifex dell’antica Roma, il cui nome deriva proprio dalla locuzione pontem facere e quindi il titolo di questa figura si poteva tradurre con “costruttore di ponti”. E i ponti erano importanti allora e adesso perché uniscono. Il pontifex era una figura anche religiosa però allo stesso tempo si occupava della giustizia e garantiva ai cittadini la tutela dei sacra privata, senza rinunciare a quella dei beni pubblici. La sicurezza è uno di questi, almeno dovrebbe esserlo.

La settimana che sta finendo è stata caratterizzata dai ponti. Il “ponte” di Ferragosto che avrebbe dovuto portare spensieratezza e quello costruito a Genova dall’ingegner Morandi nel lontano 1967. Un ponte molto trafficato soprattutto in occasione delle festività. Un ponte che la vigilia di Ferragosto ha portato lacrime e sangue, trascinando con sé la felicità, i sogni e i progetti di molte famiglie, assieme alla struttura caratterizzata dagli “stralli” che vagamente ricordano il ponte di Brooklin, tanto da essere esso stesso chiamato così dai genovesi.

La settimana che sta terminando è stata caratterizzata da altri eventi dolorosi e tristi ma il crollo del ponte Morandi pare abbia messo in secondo piano ogni cosa.

Poche ore prima del disastro di Genova un nuovo attentato nel cuore di Londra, fortunatamente senza gravi conseguenze, ha riportato la paura degli attentati terroristici che da troppo tempo hanno tolto serenità agli abitanti delle grandi città europee.
Il 17 agosto, a un anno da quel tragico evento, si è ricordato l’attentato sulla rambla di Barcellona ma anche questa notizia è passata in secondo piano. Anche se i morti di oggi, i nostri morti non sono certamente più importanti.

Il 16 agosto, dopo una lunga malattia, se n’è andata Aretha Franklin, voce indimenticabile in un panorama musicale che si fa sempre più scarno di interpreti destinati all’immortalità.

Il 18 agosto un terremoto caratterizzato da forti scosse ha riportato la paura nel centro-sud Italia. Nessuna vittima, danni ad alcuni edifici ma gli abitanti del Molise hanno rivissuto i tragici momenti del violento sisma che poco meno di un anno, il 24 agosto, ha sconvolto le Marche. Anche questo evento, non così tragico né luttuoso ma ugualmente drammatico per chi l’ha vissuto, non ha occupato le prime pagine dei quotidiani.

epa06955571 (FILE) – Former UN Secretary General Kofi Annan speaks to students about his memoirs, ‘Interventions: A Life in War and Peace’, at the London School of Economics in London, Britain, 04 October 2012 (reissued 18 August 2018). According to reports, the former UN secretary general Kofi Annan died on 18 August 2018 at the age of 80. EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

Ieri, all’età di 80 anni, è morto l’ex Segretario delle Nazioni Unite, nonché Premio Nobel per la Pace, Kofi Annan. I nove anni del suo mandato, dal 1997 al 2006, sono stati contrassegnati da eventi che non possiamo dimenticare, primi fra tutti gli attentati di al Qaeda a New York e Washington, l’invasione dell’Iraq da parte degli USA e altri fatti storici importanti. L’uomo della pace passed away peacefully, come annuncia la famiglia sui social. E non poteva concludere diversamente la vita terrena.

E poi ci sono i 43 morti della tragedia di Genova. Alcuni sul ponte maledetto transitavano spensierati con la mente già in vacanza, alcuni dal periodo di ferie stavano tornando, altri stavano lavorando sui camion, tutti divorati dal crollo del ponte; altri, trovandosi al di sotto, sono rimasti schiacciati dall’imponente porzione crollata.

Questi morti in particolare hanno portato lacrime e rabbia, hanno smosso le coscienze ma anche inconsapevolmente hanno scatenato rimpalli di responsabilità che ci lasciano disorientati. Chi arriva dopo darà sempre la colpa a chi lo ha preceduto. Lo sappiamo bene noi insegnanti di fronte all’impreparazione di bambini e ragazzi. Ma è troppo facile assolversi puntando il dito contro gli altri.

E in attesa che qualcosa cambi nel nostro Paese, che si passi dal “faremo” e “vedremo” all’ “agiamo ora” perché domani sarà troppo tardi, la parola più gettonata è “giustizia”, sulla bocca di tutti: familiari delle vittime senza più lacrime da spargere, sfollati che hanno lasciato le proprie case, politici dalle facili promesse, magistrati cauti per provata esperienza, cittadini comuni poco disposti ad accettare una cosa così grande e terribile. Ma la giustizia ha i suoi tempi e non rispetta i tempi che il dolore vorrebbe.


Un ponte è crollato ma non la speranza che si possa vivere in armonia, finalmente uniti e non solo dalla tragedia di un ponte crollato e solo per il tempo che la memoria concederà.
Particolarmente toccanti, durante i funerali di alcune delle vittime del ponte Morandi, sono state a mio parere le parole dell’imam che ha pregato per due delle vittime di religione islamica, davanti all’altare allestito in un padiglione della Fiera di Genova e sotto lo sguardo sofferente di un Cristo in croce.

«Siamo vicini a tutti voi e chiediamo pace e consolazione al Signore che con la sua infinita misericordia ci ha insegnato il valore dei ponti con il primo ponte simbolico che ha unito il primo uomo e la prima donna, e ci ha reso consapevoli delle nostre responsabilità, e ci chiede di pregare per le anime delle vittime e di consolare chi è rimasto.

Preghiamo per Genova, la Superba: saprà rialzarsi con fierezza la nostra Genova, la Zena che in arabo vuol dire la “bella”, ed è nei nostri cuori. Le comunità islamiche della Liguria e dell’Italia intera pregano affinché la pace sia con tutti voi, chiedono che il Signore protegga l’Italia e gli italiani.»

Genova la bella, la superba, saprà rialzarsi.

L’Italia tutta tra le lacrime prega per i suoi morti e a gran voce invoca dignità. La dignità che davvero ci meritiamo e che non deve rimanere parola astratta che accompagna un asettico elenco che chiamano Decreto.

In memoria delle vittime più piccole, due bambini di 9 anni e due adolescenti di 12 e 16, mi piace concludere con una poesia di Marziale, poeta latino del I secolo d.C., dedicata a una bimba morta prematuramente: la piccola Erotion.

NEC ILLI TERRA, GRAVIS FUERIS: NON FUIT ILLA TIBI.

[immagine del ponte da questo sito; immagine di Aretha da questo sito; foto di Kofi Annan da questo sito; immagine funerali di Stato da questo sito; immagine con il testo della poesia prodotta con quozio.com]

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14 marzo 2011

IL GIAPPONE DELLE DONNE

Posted in cronaca, cultura, donne tagged , , , , , a 5:35 pm di marisamoles


Della tragedia che ha colpito il Giappone si è scritto di tutto e molto si scriverà ancora per giorni, settimane, forse mesi. Al di là della cronaca, che si può leggere su tutti i giornali e vivere attraverso i filmati e i fotogrammi che ci arrivano ora dopo ora da un Paese distrutto dal dolore, prima ancora che dai danni materiali, non si può dire nulla di questa immane tragedia. Nulla che non sia scontato e che possa apparire retorico, cose dette per circostanza, niente di più.

C’è un articolo sul Corriere.it, firmato da Laura Cuppini, che ha attirato la mia attenzione. Parla delle donne giapponesi, belle, forti, eleganti, mai volgari. Travolte dalla catastrofe si sapranno rialzare, come sanno fare i giapponesi, uomini e donne che siano. Senza dimenticare, però, le decine di migliaia di morti che forse nessuno mai si sarebbe aspettato, in un Paese all’avanguardia per quanto riguarda i sistemi antisismici, un Paese che ha sempre guardato avanti e mai si è pianto addosso, nemmeno dopo la terribile esperienza della bomba atomica. Quella catastrofe, però, era opera dell’uomo, questa è opera della natura che i giapponesi hanno sempre rispettato e con cui sono vissuti sempre in simbiosi. Questa volta la Natura non è stata equa, non ha contraccambiato l’Amore che i nipponici le hanno sempre donato, disinteressatamente, e che continueranno a donarle.

Riporto di seguito alcuni brani dell’articolo della Cuppini, che potete leggere integralmente QUI:

IN GIAPPONE, CON IL CUORE

Cosa avrebbero fatto le eroine di Hayao Miyazaki trovandosi di fronte alla inimmaginabile tragedia che ha colpito il Giappone?

La piccola Chihiro (“La città incantata”), Nausicaä (che salva il mondo dalla distruzione definitiva e riporta la pace tra uomini e natura in “Nausicaä della Valle del vento”), la Principessa Mononoke, la bambina-vecchia Sophie del “Castello errante di Howl” che grazie alla sua bontà riesce a immaginare un’alternativa alla logica della guerra, Satsuki e Mei, le due indimenticabili sorelline di “Il mio vicino Totoro”, le sole in grado di vedere e comprendere la meravigliosa magia della natura. E Ponyo, la bambina-pesce, che involontariamente causa un terribile tsunami per essersi innamorata di un piccolo umano ed è costretta a superare una difficile prova per ristabilire l’equilibrio tra terra e mare. Cosa avrebbero fatto queste piccole grandi donne davanti a un terremoto che potrebbe aver ucciso decine di migliaia di persone? Avrebbero trovato un modo per riappacificarsi ancora una volta con la natura? […]

Vedendo le foto di queste donne e uomini con i volti impietriti ma fermi, con in braccio pochi oggetti e i loro amati animali, che cercano di soccorrere chi ha bisogno, è impossibile restare indifferenti. Penso alle donne che ho incontrato nel mio viaggio in Giappone, l’anno scorso: bellissime e curate fino quasi alla perfezione, eleganti, mai volgari, spesso sinceramente interessate alla vita e ai pensieri di chi hanno di fronte (nonostante la difficoltà di capirsi in inglese), intelligenti, discrete. Ragazze in tailleur o che sembrano uscite dai manga, anziane in forma smagliante che fanno lunghe camminate sui monti o abluzioni alle terme. Geishe per le strade, giovani con i bellissimi kimono a fiori nei giorni di festa. Donne (e uomini) che passano delle ore a osservare, fotografare o ritrarre meravigliose aiuole fiorite nei giardini pubblici, curati nei minimi dettagli dai guardiani dei parchi. Una simbiosi con la natura che si percepisce nel centro di Tokyo, come nel più sperduto paesino tra i monti.

“Presto, riportala al mare o richiamerà uno tsunami” dice un’anziana a Sōsuke, che ha preso con sé la pesciolina Ponyo per farla diventare, come lei desidera, una bambina. “Usa la magia a suo piacimento, ha finito per aprire una voragine sul mondo” grida il padre della pesciolina, Fujimoto, un tempo uomo e ora stregone che vive negli abissi. Subito dopo si scatena il finimondo: onde altissime, fatte di enormi pesci che si confondono con il blu del mare, e che rischiano di travolgere tutto. Il mare prende il sopravvento sulla terra e le leggi della natura sembrano non esistere più. Alla fine ogni cosa torna al suo posto e Ponyo diventa umana. Nell’ultima immagine del film la bambina Ponyo sta in bilico sul naso di Sōsuke. E il bambino pensa (senza formulare la domanda): “Ma non aveva perso i superpoteri?”. Miyazaki ci parla di questa grande tenerezza, di un infinito amore tra uomo e natura. Un amore non privo di incomprensioni, ma sempre capace di tornare all’armonia. Sarebbe bello pensare che anche questa volta è così, ma la tragedia sembra davvero troppo grande.

A tutti i giapponesi, donne e uomini. Il nostro cuore è con loro.

[nella foto sotto il titolo: Una superstite a Ishimaki (Reuters); per vedere le altre foto del terremoto in Giappone, CLICCA QUI]

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