SOGNANDO SANREMO

Lo spot di Sanremo 2020 con “Amadeus” nelle varie fasce d’età mi fa impazzire.
Il piccolo Amedeo, ripreso da mamma mentre canta a squarciagola “Ma che freddo fa” di Nada, l’adolescente che intona “Gianna” dell’indimenticabile Rino Gaetano, zittito dall’insofferente papà, e il giovane adulto che, accanto a una bella fanciulla, riprende le note dell’intramontabile successo dei Ricchi e poveri “Sarà perché ti amo”, venendo prontamente bloccato da lei, rappresentano il sogno lungo tutta la vita di Amedeo Sebastiani. In arte Amadeus.

Non so come sarà il prossimo Festival della canzone italiana né come si muoverà Amadeus sul palcoscenico dell’Ariston. So che ci sono state delle critiche sull’affidamento della direzione artistica e della conduzione del festival stesso al conduttore de “I soliti ignoti”, quiz preserale di successo in onda su RAI 1. Non dimentichiamo, però, che Amadeus nasce come dj e che di canzoni se ne intende, forse al pari dell’indimenticato Gianni Boncompagni, storico conduttore di Discoring (qualcuno se lo ricorda?). Per quanto riguarda la conduzione, mi pare che Sebastiani sia stato messo alla prova in svariati studi televisivi (Rai e Mediaset) e su diversi palcoscenici (uno fra tutti, quello del Festivalbar, condotto per varie edizioni). Certo Sanremo è Sanremo…

Per Amadeus il sogno si realizza, non ci resta che attendere l’inizio di febbraio per capire se sia o non sia all’altezza della situazione.

Ora, tuttavia, vorrei parlare di un altro sogno, il mio. E, anche se so che potrebbe lasciare interdetto chi mi conosce, Sanremo c’entra, eccome.


Correva l’anno 1982 e, per rilanciare un festival ormai in crisi, uno degli organizzatori di allora, Gianni Ravera, si inventò un concorso nell’ambito del contenitore televisivo domenicale – che ancora resiste, seppur con una durata più contenuta – “Domenica in”. Tramite il concorso, intitolato “Un volto per Sanremo”, si cercava una valletta sconosciuta da catapultare sul palcoscenico più famoso e temuto della TV italiana, pur senza alcuna esperienza. La prescelta avrebbe affiancato nella conduzione il celebre Claudio Cecchetto.

Ora so che stupirò qualcuno confessando che, pur non avendo mai avuto velleità artistiche, quantomeno di quel tipo, al concorso partecipai anch’io. Forse sarebbe meglio dire che mandai la mia candidatura (rigorosamente tramite il servizio postale… allora non c’erano i moderni mezzi del web!) perché dalla Rai non ebbi mai alcuna risposta.

Fra le nove candidate selezionate, come volto nuovo per Sanremo fu scelto quello di una ragazza toscana che allora era impiegata come segretaria d’azienda: Patrizia Rossetti.
Il mio sogno – ma lo era realmente? – fu infranto. Cosa ti aspettavi, potreste chiedermi. In effetti nulla ma, legato a quel concorso, ci fu un evento che mi lasciò comunque dell’amaro in bocca.

La vittoria di Patrizia Rossetti fu inaspettata. In realtà ben due aspiranti al ruolo di valletta, le gemelle Paola e Federica Gessi, erano già state date per vincenti, tanto che il Radiocorriere Tv aveva loro concesso in anticipo l’onore della copertina. Le due graziose fanciulle si dovettero consolare con una fugace apparizione dal Casinò, durante la seconda serata del festival. Incisero poi la sigla del programma per ragazzi, condotto da Marta Flavi, “Direttissima Con La Tua Antenna” che andò in onda sulla Rete 1 (ora Rai 1) dal 1981 al 1983. Di loro in seguito non si seppe più nulla.

Per me il ruolo delle gemelle Gessi, seppur ridimensionato, durante quel lontano Sanremo 1982 rappresentò la vera sconfitta. Perché? Perché con Paola e Federica avevo in comune la città natale: Trieste.

Dovete sapere che noi triestini abbiamo sempre avuto il complesso dell’emarginazione. Ora Trieste è considerata una città mitteleuropea, sta ottenendo molto successo anche come set cinematografico e televisivo, sempre più persone l’apprezzano e il turismo è in vertiginosa ascesa. Allora, però, noi ci consideravamo ai “confini dell’impero”, per così dire, nemmeno i treni arrivavano direttamente a Trieste dalle grandi città (forse ciò vale anche adesso, non viaggio molto), se ci volevamo spostare era d’obbligo il cambio a Venezia – Mestre. Dirò di più: qualcuno in Italia pensava che Trieste fosse in Slovenia…

Due triestine, anche se non avevano vinto il concorso “Un volto per Sanremo”, erano riuscite almeno a ottenere la ribalta con un premio di consolazione. Due triestine, capite? No, non potete capire perché il senso di frustrazione che mi colse era perfettamente calato in quel contesto, in quegli anni e legato alla mia giovanissima età. Ero solo una ragazzina con tanti sogni in testa, alcuni infranti: avevo lasciato la danza classica e non sarei mai diventata un’étoile; sognavo di diventare un’insegnante di Inglese ma avevo dovuto ripiegare sulla facoltà di Lettere; mi era pure saltato in mente di frequentare la scuola di giornalismo a Urbino, ma ebbi il veto da parte dei miei genitori convinti che con la scrittura non si potesse campare. L’unico mio rifugio a quei tempi era la radio. Collaboravo con un’emittente privata, prestazione del tutto gratuita, tra l’altro. Volontariato ante litteram, diciamo. Stavano nascendo, anche ai “confini dell’impero”, le prime tv private. In una di queste avevo fatto un provino per il ruolo di annunciatrice ma non era andato a buon fine. Pensare, quindi, di essere scelta per condurre Sanremo era pura follia ma intanto due ragazze mie concittadine avevano ottenuto una particina, niente di speciale però almeno si erano fatte notare.

Passarono gli anni. Della mancata esperienza sanremese non avevo serbato alcun ricordo. Avevo realizzato uno dei miei sogni, il più solido: insegnare. Nel frattempo mi ero sposata e avevo ottenuto il “posto fisso” tanto agognato: la nomina in ruolo. Ora avrei potuto realizzare un altro sogno: avere un figlio, anche due.

La sede della mia scuola era in montagna (lo so che ora vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con Sanremo… pazientate!) e per raggiungerla dovevo prendere due pullman. Un giorno sul sedile accanto a me vidi una ragazza che mi pareva di conoscere. Inizio a scambiare quattro chiacchiere: eri al liceo con me? no, sei triestina comunque? sì, allora forse abbiamo degli amici in comune? no, non conosci tizio né caio né sempronio? forse hai fatto danza alla Società Ginnastica? no…

La guardo meglio e qualcosa i suoi tratti mi ricordano: capelli lunghi e ricci, lineamenti delicati, sorriso accattivante… capii solo allora che seduta al mio fianco c’era una delle gemelle Gessi. Non ricordo se Paola o Federica, poco importa. Anche lei faceva la pendolare (da Trieste mentre io mi ero già trasferita a Udine… meno strada per arrivare in montagna!) e insegnava come supplente in un paesino sperduto tra le Alpi carniche. Lei, come me, avviata alla “carriera” di insegnante.

Lei aveva sbagliato sogno. Io no.

[LINK della fonte da cui ho tratto le notizie su Sanremo 1982 e il concorso “Un volto per Sanremo”; immagine Amadeus da questo sito; immagine Cecchetto-Rossetti da questo sito; immagine sorelle Gessi da questo sito]

ORDINE E DISORDINE

“In principio c’era il caos…”. Tutti i miti greci sulla creazione iniziano così. Il caos nella mitologia greca forma una coppia dialettica con il cosmos, cioè l’ordine che è anche bellezza. In altre parole, tutto ciò che è ordinato è anche bello ma pare che le due parole non siano realmente contrarie, anzi, sembra abbiano un’affinità etimologica: anche ciò che è bello e ordinato nasce sempre da uno sfondo caotico.

Nelle Teogonia di Esiodo dal Caos sarebbe stato partorito Eros, che tutti conoscono come dio dell’amore, contemporaneamente alla stessa Terra. Quindi, se l’amore è bellezza e l’ordine stesso, il Cosmos greco, è bellezza, possiamo dire che dal caos abbia origine non solo l’ordine ma anche l’amore.

Perché questo preambolo in un post d’inizio anno, dopo un lunghissimo silenzio?

Negli ultimi tempi – non so nemmeno io quali: mesi? anni? boh – in me sento un gran disordine. Di conseguenza mi sento brutta, non mi piaccio, non mi apprezzo e sento solo un gran bisogno di ordine, quindi di bellezza.

Cosmos è la parola greca da cui deriva “cosmo” che per noi è sinonimo di universo. Ma riusciamo a percepire la “bellezza” di questo universo di cui abitiamo solo un’infinitesima parte? Direi di no.

Sulla Terra, di questi tempi, regna tutto fuorché l’ordine. Se consideriamo la responsabilità che tutti abbiamo come “terrestri”, certamente contribuiamo a offuscare la bellezza che il nostro pianeta potenzialmente avrebbe. Guerre, fame, morti, cambiamenti climatici sono le piaghe del nostro tempo, anche se non esclusivamente “nostro”.

Nel Somnium Scipionis di Cicerone, l’Africano rimprovera il nipote Emiliano di continuare a tenere fisso lo sguardo sulla Terra, dal momento che egli si trova nella Via Lattea e ha la possibilità di contemplare la complessa e gigantesca architettura dell’universo (cosmos) dove la Terra appare come un puntino insignificante.

Ecco, noi abitiamo un puntino insignificante dell’universo eppure ci sembra di essere dei giganti, abbiamo la presunzione di onnipotenza (la chiamiamo multitasking, in realtà), non accettiamo i nostri errori, anzi, li minimizziamo mentre siamo ben pronti a notare e a volte ingigantire quelli degli altri. Ci accomodiamo sul banco della pubblica accusa e guardiamo con sufficienza quello dell’imputato.

Eppure non siamo felici.

Seneca la chiamava displicentia sui, la scontentezza di sé. Dall’alto della sua autàrcheia, prendeva in giro chi passa il tempo a fare cose inutili senza mai raggiungere l’appagamento. Gli occupati non sono felici, solo il saggio sa esserlo perché ha piena coscienza della brevità della vita.

Quanto occupati siamo noi? Quante cose facciamo che davvero consideriamo appaganti? Personalmente ne faccio poche. Molti doveri, pochi piaceri.

Siamo schiacciati da mille incombenze, occupati come gli stolti senechiani abbiamo l’impressione di concludere troppo poco nell’arco di una giornata. Vorremmo dilatare il tempo, 24 ore non ci bastano. Ma quelle abbiamo e dobbiamo farcele bastare per fare tutto con ordine (sì, perché il disordine complica le cose e ci rende più occupati che saggi) ed essere felici godendo della bellezza della vita.

«Nihil minus occupati est quam vivere» (“Nulla è meno proprio di un affaccendato che vivere”), diceva Seneca. Aggiungo che fare troppe cose, nella maggior parte dei casi se non inutili quantomeno non così urgenti, crea disordine e insoddisfazione. Vivere con bellezza (cosmos) è preferibile al vivere e basta.

Prendendo in prestito un altro autorevole antico, cito l’imperatore Marco Aurelio (non a caso noto come imperatore filosofo): «Per mente tranquilla non intendo altro che una mente ordinata».

Ogni tanto prendo bonariamente in giro quegli studenti che tengono male libri e quaderni, perdono gli appunti presi su fogli volanti, non trovano mai quel che cercano dentro il caos dello zaino. Osservo che l’ordine (o il disordine) con cui tengono le loro cose riflette l’ordine mentale. Una mente ordinata è, dunque, anche tranquilla. Ordine e bellezza contro disordine e caos non sono concetti astratti ma si tramutano in concrete azioni che incidono non solo nell’esteriorità, quindi in ciò che facciamo, ma anche nell’interiorità.

Ecco, io credo che gli antichi abbiano molto da insegnarci. Ancora, dopo secoli e secoli, possiamo appropriarci dei loro insegnamenti, applicarli nella quotidianità e cercare se non proprio la felicità, almeno una vita tranquilla, nella mente e nel corpo.

Non diciamo più “E’ la vita, bellezza!” per indicare ciò cui non possiamo porre rimedio. Diciamo, invece, “La vita è bellezza!”. Cambiamo l’ordine delle parole e spostiamo una virgola, semplicemente, e dalle parole passiamo ai fatti.

Il mestiere mi ha insegnato che la cosa più difficile e improbabile è proprio cambiare. Eppure la ricerca della felicità non risiede nel conservare, ma nel coraggio di modificare il corso degli eventi. (Paolo Crepet, cit. da Impara ad essere felice)

P.S. Avevo scritto questo post per augurare a tutti BUON 2020. Non l’ho pubblicato subito e l’ho rimaneggiato più volte nel tentativo di renderlo più concreto affinché non apparisse come un insieme di “pensieri sparsi in libertà di una professoressa di materie umanistiche” o, come direbbe Petrarca, “rerum vulgarium fragmenta”… ecco, ci sono ricascata. Non c’è nulla da fare, il momento è così, molto disordine non solo attorno a me (libri e vestiti ovunque, sembra non ci sia più spazio per le mie cose in questa casa…) ma anche e soprattutto dentro di me.
Faticosamente sto cercando di trovare quell’ordine mentale che forse porterà la mia vita ad essere più bella. Cerco di lasciare il caos alle spalle, con molti buoni propositi per il nuovo anno.

Concludo con un consiglio di lettura, sempre tenendo conto degli insegnamenti ancora attuali che gli antichi ci hanno trasmesso. Si tratta di un libro godibilissimo scritto da una docente, Cristina Dall’Acqua, sulla lezione degli antichi: Una Spa per l’anima.

L’ARTE DI CADERE DALLE NUVOLE

Sai mantenere un segreto?

Questa domanda mi fa rabbrividire.

Mi chiedo: ma se è un segreto, perché mai devi proprio raccontarmelo?
L’etimologia stessa dovrebbe dissuaderti. “Segreto”, infatti, deriva dal latino secretum, da secernere che significa “mettere da parte”, verbo composto da se– e cernere, “separare”.
E’ ovvio, quindi, che un segreto deve restare “da parte”, non può essere condiviso, rimane un fatto privato. “Pubblico” e “privato” non sono forse antonimi?

Io sono una persona discreta, non mi faccio gli affari degli altri né gradisco che gli altri si facciano i miei. Certamente anch’io faccio delle confidenze che non hanno bisogno di essere definite segreti. Stando all’etimologia, infatti, la parola “confidenza” deriva dal latino con + fidere, verbo che ha la radice di fides, “fiducia”.

Quindi è chiaro che la persona cui faccio una confidenza sa che di lei mi posso fidare, che il rapporto tra noi è di amicizia. Non è necessario chiedere “Sai mantenere un segreto?” né c’è alcun bisogno di risposte.

Sta di fatto che a volte c’è qualcuno, magari non troppo vincolato a me da un rapporto di amicizia, che non vede l’ora di rivelarmi un segreto. Ok, fallo pure ma, se mi conosci un po’, non chiedermi se so mantenere un segreto. Lo ritengo semplicemente offensivo.

Ma i segreti sono davvero tali?


Talvolta, infatti, mi capita che qualcuno mi parli di qualcosa che già so, magari proprio un qualcosa che doveva rimanere un segreto ma che, a causa di persone poco affidabili, è passato dal privato al pubblico in men che non si dica. Poi, come succede nel vecchio gioco del telefono senza fili, si tratta di qualche versione riveduta e corretta del segreto originale, di cui tuttavia sono in grado di riconoscere la sostanza. In questo caso io metto in atto quell’arte che mia madre mi ha insegnato e che non dimentico mai: cadere dalle nuvole.

“Ma dai, davvero?” è la risposta standard, anche se in effetti è una domanda. Dopo di che cerco di cambiare discorso perché ‘ste cose proprio non mi vanno giù.

Che dire, poi, di quei “segreti” che si accolgono con tutte le più buone intenzioni, con promesse e giuramenti, ma che alla prima occasione si ritorcono contro il malcapitato perché il “confidente” è spinto dalla sete di vendetta? Può accadere, infatti, che le amicizie si rompano e che un “segreto” diventi un’arma più affilata di un coltello.

Ecco, io se ho ricevuto una confidenza, se vengo a conoscenza di fatti privati che magari non conoscono neppure i familiari (mi è successo), anche se l’amicizia si è rotta non rivelerò mai un segreto, neppure sotto tortura.

Insomma, di me ci si può fidare.

E voi…

[immagine sotto il titolo da questo sito]

10 ANNI CON VOI


Giovedì questo blog ha compiuto 10 anni. Per quanto mi fossi ripromessa di non dimenticare la data del 27 settembre, alla fine i vari impegni hanno fatto passare inosservato questo anniversario. Meno male che ci ha pensato WordPress a ricordarmelo…

Cosa posso dire di questi 10 anni da blogger? E’ stata una bella esperienza, all’inizio. Poi, piano piano, l’entusiasmo è scemato con il passare degli anni e ora, come sanno bene i lettori che mi seguono da tempo, questo blog vive di vita propria perché i lettori sono sempre numerosi ma non ho più tanto tempo né voglia di aggiornarlo regolarmente.

Negli ultimi tempi mi sono chiesta cosa mai fosse diventato questo spazio. Nato per condividere con gli studenti dei materiali di studio, ha smesso questa funzione con l’apertura de laprofonline. Per un po’ mi sono impegnata a trattare argomenti di attualità e la condivisione, le discussioni, il confronto mi hanno dato molte gratificazioni. Poi anche questa funzione si è ridotta molto e negli ultimi tempi quei pochi post che riesco a pubblicare sono perlopiù personali.

Non ho mai smesso di chiedermi perché tenere aperto un blog se poi giace nell’oblio. Non ho ancora trovato una risposta forse perché credo di avere molto altro da dire. Devo trovare l’ispirazione giusta per riprendere a pubblicare regolarmente, almeno un post a settimana come mi ero riproposta all’inizio. Spero di trovarla presto.

Intanto GRAZIE A TUTTI I LETTORI, a chi mi segue da poco o da tanto e a chi capita qui per caso.

POSSO ANCHE DIRE «NO!»

Non so se qualcuno di voi ha letto il libro Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile, scritto da Beatrice Bauer, Gabriella Bagnato e Mariarosa Ventura (Dalai editore, 2012). Ad ogni modo, tratta l’assertività al femminile, ovvero quella capacità di esprimere le proprie idee in modo aperto, onesto e diretto, imparando a farlo cercando di essere ascoltati pur nel rispetto del vostro interlocutore. Ovviamente ciò vale anche per gli uomini ma le donne, si sa, cercano sempre dei compromessi, gli strumenti e i modi per non ferire gli altri facendo anche cose che non condividono (il classico detto “far buon viso a cattivo gioco”) oppure tentando di far valere le proprie ragioni senza troppa sicurezza e alla fine quasi convincendosi che no, le cose non stanno come le vediamo noi, forse hanno ragione gli altri.
Ciò, naturalmente vale anche per certi uomini, il mio discorso non vuole assolutamente sembrare sessista. Ma l’esperienza mi porta a considerare il fatto che per i maschi le cose sono davvero più semplici. Se poi hanno a che fare con donne determinate, quelle che non lasciano passare nulla, non perdonano, meditano vendetta e magari la mettono in pratica, allora i signori uomini depongono le armi e si arrendono in nome del “quieto vivere”. Quindi l’assertività al femminile è ciò che ci vuole non per dominare ma per arrivare ad un rapporto alla pari. E sto parlando di ogni ambito, da quello familiare a quello lavorativo, passando attraverso le reti di conoscenze e i legami di amicizia.

Perché è così difficile dire “no!”? Perché è così difficile dire “Signori miei, a me ‘sta cosa non va proprio giù!”?

Da bambina e da adolescente ero molto determinata. Ottenevo quasi sempre ciò che volevo adottando la furbizia: sapevo ciò che dovevo dire e come era conveniente mi comportassi per averla vinta. In altre parole: ammansivo.

Certo, non in tutte le situazioni la strategia funzionava. Diciamo che in famiglia e con gli amici sapevo fino a che punto potevo spingermi, mentre nelle situazioni che non potevo gestire la cosiddetta assertività andava a farsi benedire.

Faccio un esempio.

Da bambina ho studiato danza classica. Chi ne ha esperienza sa che la danza è “maestra di vita”, insegna il rigore e la disciplina, insegna a non accettare i propri limiti e difetti ma a cercare di superarli e di migliorarsi. Tutto ciò con grande fatica e a volte con una buona dose di umiliazioni.
Un giorno feci un bel ruzzolone giù dalle scale e il mio osso sacro ne risentì parecchio. Quel pomeriggio dovevo andare a lezione e, vive o morte, noi ballerine in erba dovevamo presentarci altrimenti la maestra, detta Crudelia Demon (non so se è chiaro il motivo del soprannome), sbraitava, naturalmente alla lezione successiva.
Mi presentai al suo cospetto dolorante e, come da prassi, feci un inchino. Spiegai, quindi, l’inconveniente e il motivo per cui quel pomeriggio non avrei potuto eseguire tutti gli esercizi. La risposta glaciale fu: «La prossima volta vedi di romperti la testa». Incassai il colpo e mi ritirai fra le lacrime, dopo aver fatto un alto inchino, pronta a eseguire, senza fiatare, i vari jeté e piqué cercando di mantenere il sorriso sulle labbra, come si conviene a una brava ballerina.
Cosa avrei dovuto fare? Forse replicare alla maestra “Brutta strega, vedi di rompertela tu quella testa vuota!”. Ma avevo avuto una buona educazione.

Crescendo ho imparato l’arte del compromesso. Tuttavia, ci sono state occasioni in cui, non potendo dire “no!”, mi sono dovuta adattare.

Altro esempio.


Insegnavo da una decina d’anni. Avendo due figli piccoli e la cattedra in montagna, per due anni consecutivi ero riuscita a ottenere l’assegnazione in una scuola cittadina. Quando con notevole ritardo (per motivi burocratici, non per causa mia) rispetto all’inizio dell’anno scolastico mi presentai alla dirigente, convinta di aver diritto alla continuità sulla cattedra dell’anno precedente, chiesi quali classi mi avrebbe assegnato, lei secca rispose: “Le darò gli avanzi”. Incassai il colpo e da quell’anno soffro di colon irritabile.
Non so se avrei ottenuto nulla ma in quella circostanza avrei dovuto rispondere: “Brutta strega, certi avanzi li farei volentieri mangiare a lei!”. Sempre a proposito della sindrome del colon irritabile…

Anche da adulta, quindi, in nome del famoso “quieto vivere” ho dovuto incassare i colpi senza protestare. In famiglia le dinamiche sono più gestibili ma quando si esce dalle pareti domestiche è molto più difficile dire “no!”.
Arrivata alla mia età ho capito che assertivi non si nasce, si diventa. E ci vuole molta pazienza nonché un buon allenamento. Magari all’inizio si pensa a quale avrebbe potuto essere il modo migliore per esprimere apertamente le idee, con educazione e rispetto, cercando di essere ascoltati. Diciamo che dopo aver messo in pratica “virtualmente” varie strategie, arriva il momento di passare dalla teoria alla pratica.

Da qualche tempo (un paio d’anni, per la precisione) ho iniziato a dire la mia anche sul lavoro. Non sempre sono stata ascoltata, intendiamoci, in democrazia la maggioranza vince, lo sappiamo, ma mi sembra almeno di aver smosso le acque. Cero, qualche muro si è alzato, qualche collega non mi saluta più, altri lo fanno a denti stretti e solo per educazione. Tuttavia, una piccola vittoria l’ho messa in tasca: ho detto “No! A me ‘sta cosa non va bene, farò come volete ma sappiate che non sono d’accordo.”. Una bella soddisfazione per una che ha spesso detto “sì” pensando “no”.

Ma il capolavoro dell’assertività l’ho messo in pratica quest’estate, in due diverse occasioni (che chiamerò “intoppi”) in qualche modo legate fra loro.

Primo intoppo.

Il 7 agosto mi scadeva la Carta d’Identità e avevo urgenza di rinnovarla perché con mio marito avevamo deciso di fare una breve vacanza in Croazia. Mi muovo verso fine giugno, vado sul sito del Comune per cercare gli orari degli sportelli e scopro che il rinnovo del documento si fa solo su prenotazione on line. Ok, clicco sul link e, amara sorpresa, scopro che il primo giorno libero è il 29 settembre. Mando mio marito all’Ufficio Anagrafe, lui spiega il problema e un usciere replica: “Si faccia il passaporto”.
Senza parole.
Non demordo. Scrivo al sindaco e, non ottenendo risposta, mi reco nel suo ufficio. Non c’è, è in ferie fino al 31 agosto. Chiedo di parlare con il vicesindaco, lo attendo (non mi sarei mossa da là nemmeno se fosse arrivato a mezzanotte!) e lui, gentilissimo, comprende il problema e mi mette in contatto con l’assessore ai Servizi Demografici con cui parlo al telefono. L’assessore, gentilissimo, mi spiega che per le urgenze c’è una prassi ma è meglio rivolgersi alla dirigente dei Servizi Demografici la quale mi informa che posso ottenere la Carta d’Identità solo presentando una prenotazione (albergo, treno o aereo) con destinazione una località oltreconfine.
Nel frattempo avevo contattato la struttura in cui avevamo soggiornato lo scorso anno e, fortunatamente, nel primo pomeriggio del giorno in cui avevo parlato con la dirigente dell’Anagrafe mi risponde una gentilissima ragazza che sa bene l’italiano e mi manda un preventivo. Con il documento in mano mi presento allo sportello e in 10 minuti ottengo l’agognato documento. Senza l’urgenza avrei dovuto attendere il 9 ottobre perché nel frattempo altri avevano prenotato.

Secondo intoppo.

Come ho detto, mio marito ed io abbiamo deciso di ritornare nello stesso albergo dello scorso anno perché ci eravamo trovati bene, la camera era ampia e dotata di ogni comfort. Non avevamo, però, fatto i conti con il fatto che quell’hotel fa parte di un grande gruppo assieme ad altre 6 strutture. Io ero, comunque, tranquilla perché nelle numerose e-mail scambiate con l’addetta alle prenotazioni mi ero più volte sincerata che la camera (nel frattempo ne aveva trovata un’altra con balcone, su mia richiesta) si trovasse nello stesso hotel dello scorso anno.
Arriviamo a destinazione e, con grande sorpresa, veniamo deviati verso una specie di dependance, limitrofa rispetto al “nostro” albergo, e accompagnati in una camera molto più piccola, trascurata (anche sporca!), con un bagno fatiscente e senza alcuna possibilità di trovare collocazione per le valigie vuote. Praticamente eravamo accampati.
Rinuncio a comunicare con la reception perché nessuno parla italiano e io quando sono agitata non riesco a esprimermi agevolmente in inglese. Non trovo proprio le parole… nel frattempo le avevo perse anche in italiano.
Afflitta da una cervicalgia che non mi dà tregua, passo una notte insonne durante la quale scrivo una e-mail alla ragazza che mi aveva contattata per la prenotazione e do un aut aut: o mi trovano un’altra sistemazione dignitosa oppure partiamo l’indomani stesso pagando solo la notte trascorsa.
Al mattino, quando scendiamo per la colazione, alla reception sanno già tutto. Si profondono in mille scuse, ci chiedono di attendere (offrono pure un caffè, noi decliniamo anche perché avremmo più bisogno di una camomilla, almeno io…) perché gli hotel del gruppo sono pieni ma garantiscono che qualcosa si trova. Dopo nemmeno 5 minuti veniamo accompagnati in un hotel vicino, molto più lussuoso, e ci viene mostrata una suite dotata di tutti i comfort: salotto con megaschermo tv, divano, tavolo da gioco con poltroncine, tavolino da lettura con poltrone giganti, camera con letto kingsize, tanto grande che io e mio marito ci perdevamo di vista, due armadi a muro, un bagno con vasca più grande di quello di casa mia, due balconcini (uno era il trionfo dei glicini e l’oasi delle api ma vabbè…) arredati con tavoli e sedie in ferro battuto.
Rimango senza parole, l’unica cosa frase che mi esce dalla bocca è “The same prize?”, “Of course!” è la risposta. E non basta: veniamo informati che il direttore, per scusarsi, è lieto di offrirci un pranzo, quando vogliamo e senza limiti di portate. Avrei preferito un massaggio gratis (uno degli hotel aveva la spa) ma vabbè…


Ripensando ai due intoppi, ho adesso molto chiaro il motivo per cui mi sono comportata così nella seconda situazione.
Avevo fatto tanto per ottenere la Carta d’Identità valida per l’espatrio, avevo contattato personalmente l’hotel dell’anno scorso, senza passare attraverso le piattaforme di prenotazione on line, convinta di poter ottenere un “trattamento di favore” in quanto cliente (in effetti nel preventivo era già stato calcolato uno sconto), non meritavo proprio di essere trattata così. Se lo scorso anno fossimo capitati in quella camera (intendo la prima, ovviamente), probabilmente non avremmo protestato ma in quell’hotel non ci avrebbero più rivisti.

Da non trascurare il fatto che avevo “carburato” un bel po’ nell’affrontare il primo intoppo. Non dico che per cambiare ci vuole poco, sarei falsa. Ci vuole tantissimo impegno, convinzione e un bel po’ di “carburante” che metta in moto l’assertività. E non è detto che funzioni sempre: anche l’automobile non va avanti in eterno senza benzina. Ogni tanto il pieno lo si deve pur fare.

[immagine animata ballerina da questo sito; immagine Cameron Diaz-prof da questo sito; immagine documenti da questo sito; immagine Hotel da questo sito; le immagini con scritte sono state realizzate con quozio.com]

3 MILIONI DI… GRAZIE!


Il 28 dicembre 2014, nel commento al post in cui festeggiavo i 2 milioni di visualizzazioni di questo blog, l’amico frz40 scriveva:

E non c’è il 2 senza il 3…

Ed eccomi qui, a quasi quattro anni di distanza, a comunicare ai lettori il raggiungimento del traguardo del 3 milioni di click. Una cifra impensabile, dal momento che negli ultimi anni questo spazio, che è stato a lungo un vivace “salotto di conversazione”, è pressoché abbandonato.

Negli ultimi tempi ho pensato più volte di chiudere. Spesso mi ritrovo a leggere vecchi post e devo dire onestamente che non butterei via nulla.

Qualche anno fa, rovistando nella soffitta dei miei genitori, ritrovai il manoscritto del mio primo romanzo. Avevo 15 anni e una scritturina perfettina e quasi infantile. Pagine e pagine di un quadernetto ad anelli a quadretti, scritte fitto fitto a matita. E dire che a scuola ogni volta sbraito se vedo che i compiti di Italiano o Latino sono scritti a matita (“Se usate la matita significa che siete insicuri. MAI usare la matita, anche se è più facile cancellare. Gli errori devono essere evidenti e non semplicemente cancellati!”) o sui fogli a quadretti (“I quadretti si usano per fare i conti!”). Chissà perché a scuola a me non l’avevano insegnato.

Insomma, ritrovando quel manoscritto mi sono ricordata che scrivere è sempre stata una passione. Alle elementari componevo brevi testi poetici, poi mi sono data alla prosa. 🙂

Quando ho aperto questo blog, nel lontano 2008, l’ho fatto principalmente per i miei studenti. Infatti, se leggete la pagina info, si capisce che quello era lo scopo primario. Ho, però, subito compreso che su queste pagine virtuali avrei potuto coltivare la mia passione e così il blog è diventato un contenitore di pensieri, opinioni, notizie… alla fine, per non confondere i due piani – personale e professionale – è nato, nel luglio del 2011, il blog laprofonline.

Tenere attivi e aggiornati i due blog non è stato facile ma per alcuni anni ce l’ho fatta senza grossi sforzi. Poi è subentrata una certa apatia di cui onestamente non conosco né l’origine né la causa.

La domanda che spesso mi ponevo era: “Perché scrivere?” mentre più recentemente, anche ammesso che ne abbia tempo e voglia, mi chiedo: “Per chi scrivere?”. Il “perché” è presto detto: mi piace scrivere. Il “per chi” mi ha messo spesso in crisi.

Ai miei allievi, quando tratto autori della Letteratura Italiana che non hanno avuto un successo immediato pur essendo oggi dei grandi “classici”, ripeto sempre che nessuno scrive solo per se stesso. Forse un tempo, quando si tenevano i cosiddetti “diari segreti”, ma ora anche i classici “diari on line” ovvero i blog che nascono come sfogatoi e contenitori di confidenze, presuppongono che ci siano dei lettori, altrimenti la condivisione non avrebbe proprio senso. Un blog senza lettori, soprattutto senza commenti, è come un corpo senza l’anima. Devo averlo già scritto da qualche parte e scusate se mi ripeto.

Quindi, per chi scrivere? Certamente tutti noi abbiamo in mente dei lettori ideali ma il pubblico reale può essere composto da lettori molto diversi da quelli che ciascuno di noi ha in mente. Quando scrisse la Divina Commedia forse Dante Alighieri pensava agli studenti liceali degli anni Duemila? Il problema è, almeno per me, il non essere compresa. E’ chiaro che non voglio aver “ragione” a tutti i costi, il bello di un blog e della discussione che può scaturire dai post pubblicati è anche lo scambio di idee e di opinioni diverse. Talvolta, però, mi sono imbattuta in lettori troppo polemici, a volte anche non troppo educati, e ciò ha causato in me una sorta di disagio. Se un “perché” ce l’ho, il “per chi” mi condiziona.

Mi ritrovo sovente a pensare “se scrivo questo sarà compreso il mio pensiero?” e questa semplice domanda fa sì, almeno nella maggior parte dei casi, che io rinunci a scrivere. Da questa rinuncia e dalla consapevolezza che questo blog langue da troppo tempo, scaturisce un’altra domanda: “non sarà forse meglio chiudere?”.

Ma ogni volta che ci penso – e con questo ritorno alla riflessione iniziale – mi dico che no, non è necessario chiudere. Ci sono nella blogosfera molti siti abbandonati, a volte senza un perché, altri non più pubblici, e ciò fa pensare che la chiusura non sia definitiva. Alcune amiche blogger ci sono passate: qualcuna ci ha ripensato, qualche altra ha continuato a pubblicare (nonostante il “post d’addio”) di tanto in tanto, altre hanno cambiato dominio e altre ancora hanno trasformato il vecchio in qualcosa di nuovo.

Se considero, poi, che questo blog vive di vita propria (nella top ten dei post più letti il più “recente” è del 2013!) e il proprio servizio continua a farlo, non vedo proprio un valido motivo per chiudere. Infatti, è proprio questo aspetto che continua a caratterizzare le mie pagine: offrire un servizio, far sì che le persone abbiano delle risposte alle proprie domande.

Il post più letto in quasi 10 anni di attività è dedicato al “primo amore” (90mila visualizzazioni e 120 commenti, un record assoluto). Chi riscopre un’antica passione amorosa può semplicemente leggere il post o lasciare un commento. Ce ne sono di bellissimi e ho sempre cercato di rispondere. Questo è il senso della condivisone: sapere di non essere soli.
Poi ci sono gli appassionati di Omero e Virgilio che si soffermano a leggere le mie pagine d’Epica che spero sempre diventino un libro.
Non manca poi la curiosità nei confronti delle mamme-nonne (un argomento che vorrei tirar fuori nuovamente ma il “per chi” mi blocca, dato che spesso nei vecchi post sono stata ferocemente criticata) e non mancano nemmeno i lettori nostalgici delle poesie antiche, quelle che un tempo imparavamo a memoria fin dalla scuola elementare.
Infine, molti lettori sono alla ricerca di temi legati alla scuola che ormai tratto esclusivamente nell’altro blog ma anche le notizie non proprio fresche di giornata vengono lette tuttora.

Rileggendo quanto scritto finora (una buona abitudine che cerco di trasmettere ai miei studenti che non rileggono MAI quanto scritto nei temi!), mi rendo conto che mi sono “bruciata” molti argomenti che sarebbero stati più adatti al post “celebrativo” del 10° compleanno. Pazienza, vuol dire che a fine settembre troverò l’ispirazione giusta per scrivere qualcos’altro.

Devo ammettere che se non ci fosse stata questa coincidenza (i 3 milioni di click) oggi avrei scritto un post di tutt’altro tenore perché è un periodo di grande crisi su molti fronti. Non è escluso che il post che avevo in mente prima o poi lo scriva ma per ora posso affermare di aver trovato un altro “perché”: scrivere mi ha fatto bene, ora sono rilassata e per un’ora almeno ho allontanato i tanti pensieri che affollano la mia mente. Un motivo in più per non chiudere: tenere un blog è terapeutico!

GRAZIE DI CUORE A TUTTI VOI CHE AVETE RESO POSSIBILE IL RAGGIUNGIMENTO DI QUESTO TRAGUARDO.

[immagine protetta da copyright prodotta con quozio.com]

IL MIO PRIMO NATALE DA NONNA

Domani il mio nipotino compirà 3 mesi. Questo tempo è volato davvero in fretta e, purtroppo, gli impegni scolastici sempre più pressanti mi hanno impedito di vedere troppo spesso il mio piccolino. Ma ogni volta che riesco ad incontrarlo, è tutta una scoperta.

Nato abbastanza piccolo, ora ha raggiunto un peso più che ragguardevole. La sua faccina piccina piccina è diventata tondetta. Gli occhi, sempre più aperti perché le ore di sonno sono diminuite di giorno, sembrano essersi decisi a rimanere azzurri, come quelli della mamma e della nonna. Lo sguardo è vispo, si aggira curioso alla ricerca di cose nuove da scoprire, come ad esempio le collane della nonna. La boccuccia a forma di cuore ormai dispensa sorrisi a destra e a manca. I sorrisi poi diventano risate sonore e talvolta, da tanto ridere, gli viene il singhiozzo.

Non so descrivere bene il mio essere nonna. L’amore per i propri figli certamente non ha confini né limiti. Però, quando osservo il mio nipotino, credo di amarlo più di ogni altra persona al mondo. Probabilmente non è più amore, è amore diverso. Con i figli piccoli spesso si è in preda ai timori, si è vinte dalla stanchezza. Il fatto che io ora sia una nonna e non una mamma penso mi sgravi da tante responsabilità che nell’essere genitori possono rendere più complesso il rapporto con il proprio figlio.

Ricordo che ero talmente stanca da pregare che i miei bimbi dormissero il più possibile, per riposare ma anche per sbrigare le faccende domestiche che era sempre molto complicato portare a termine. Ora, quando vado a trovare il mio nipotino, spero che non dorma ma se succede, leggo nello sguardo della sua mammina quella preghiera silenziosa – “Ti prego, non lo svegliare!” – che mi fa tornare indietro nel tempo e capisco che, se non riesco a vedere gli occhietti azzurri del mio piccolino, pazienza, lascio che dorma beato (anche nel sonno sorride!) e lo contemplo come se fosse il quadro migliore dell’artista più celebre.

E’ il bambino più bello del mondo. Ogni bimbo lo è, a modo suo, e d’altronde se ogni scarrafone è bell’ a mamma soja…. figuriamoci a nonna soja!

Domani, però, si festeggia la nascita di un altro Bambino ed è giusto che la nonna si metta da parte e che auguri a tutti un Felice Natale e buone feste.

Vi lascio con una poesia molto bella di Umberto Saba, mio concittadino illustre.

A GESU’ BAMBINO
La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.

[immagine da questo sito]

LETTERA A MIO FIGLIO CHE È DIVENTATO PAPÀ


Caro Matteo,
oggi sei diventato papà e mi hai fatto tornare indietro di 29 anni e 5 mesi esatti, quando non riuscivo a staccare gli occhi dal frugoletto moro con la crestina punk che ti avevano fatto le puericultrici del nido.

Stamattina ho provato quella stessa sensazione di ammirare estasiata il miracolo della vita, senza riuscire a staccare lo sguardo da quel frugoletto biondo che sembrava un bambolotto nonostante le poche ore di vita. Tuo figlio. Mio nipote. Un’emozione indescrivibile.

Tu papà. Sono questi i momenti in cui una madre pensa di aver fatto un buon lavoro, di aver sofferto, sì, ma anche provato tanta felicità e gioia per creare quel capolavoro assoluto che è la vita. Basta darle il giusto valore.
Io oggi sono a qui a scrivere a te, per te, qualcosa che ho tanto pensato, nei mesi passati, ma è come se ora i pensieri si frantumassero in un puzzle che non so ricomporre. Questo è l’effetto della felicità.

Eppure qualcosa vorrei dirti. Chiamale se vuoi Istruzioni per l’uso. Magari ti dirò qualcosa di scontato, da dimenticare subito. O forse qualcosa che rimarrà nella tua mente o piuttosto nella tua anima negli anni a venire.

Inizierò col dirti quello che non devi fare.

Non credere a chi ti dirà che mettere al mondo un figlio è una passeggiata. Il cammino non sarà mai semplice, pur riservando tante gioie. È come scalare una montagna: solo quando sarai in cima capirai di aver fatto un buon lavoro.

Non credere a chi ti dirà che si può essere genitori perfetti. La perfezione non esiste in quello che è il mestiere più difficile del mondo. Ogni tanto si può cadere, l’importante è rialzarsi pensando a ciò che ancora deve venire e non a quello che ormai si è fatto. La vita dà sempre mille occasioni, non dimenticarlo.

Non credere a chi ti dirà che crescere ed educare un figlio sia semplicemente un dovere. Sarà anche un piacere ed ogni piccolo passo del tuo bambino ti ricorderà che c’è tanta strada da fare ancora, con fatica, a volte sconforto, ma sempre con tanta felicità.

Non credere che le cose siano immodificabili. Anche quando ti troverai davanti alle difficoltà – ci saranno e le affronterai come tutti – ci sarà sempre uno spiraglio. Basta non perdere la fiducia, senza aspettare che le cose cambino da sole. Tu e Silvia, mamma e papà, sarete sempre il cambiamento per il vostro piccolo.

E ora vorrei dirti quello che devi fare.

Sii per la tua famiglia un pilastro, non abbandonare mai il cammino, non lasciarti sopraffare dalla stanchezza, nemmeno quando stanco lo sarai davvero.

Sii felice di ciò che hai, perché hai tanto davvero. La felicità non si misura in beni materiali ma nelle emozioni che la vita ti offre ogni giorno. E con il tuo bambino ne scoprirai di nuove ad ogni suo piccolo passo, ad ogni suo versetto, parola, pianto. Lui ti guarderà negli occhi e ti trasmetterà con il suo sorriso eterna gratitudine. Ancora non lo puoi capire ma lo capirai.

Confida in te stesso e nelle tue risorse. Qualcuno pensa che mettere al mondo un figlio oggi sia un atto di coraggio. In parte lo è ma, secondo me, è soprattutto un atto di fiducia nella vita.

Altro non voglio dirti. Forse sono stata fin troppo noiosa e per questo mi scuso. Ancora una cosa: ti amo tantissimo, amo il mio nipotino e la sua dolce mamma. E a voi dico grazie perché oggi è come se mi aveste donato un pezzo di vita in più.

La tua mamma e neo-nonna Marisa

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DI UN ANNO SCOLASTICO


Domani ci saranno gli scrutini integrativi per il recupero dei Debiti Formativi. Nel mio liceo si “saldano” a luglio per far passare in pace – almeno si spera – il resto dell’estate agli allievi, peccato però che di fatto le ferie dei docenti (e non dico “vacanze” perché quelle spettano agli studenti!) non possano iniziare dal 1 luglio come dovrebbero. Poi ci sono anche i professori impegnati negli esami di maturità e ne avranno fino a metà mese. Con buona pace di chi, alla fine delle lezioni, inesorabilmente tuona con la solita litania degli “insegnanti che hanno tre mesi di vacanza”.

Vero è che dal 14 giugno, giorno in cui sono finite le lezioni, non ho passato tutti i giorni a scuola. Ma il nostro lavoro va al di là delle 18 ore di lezione e, specialmente alla fine dell’anno scolastico, ci sono delle incombenze, perlopiù burocratiche, che impegnano molte ore anche se lasciano la libertà di scegliere quando svolgerle. Questo è il punto: se non ti fai vedere a scuola tutti i giorni e se svolgi questo “lavoro sommerso” a casa, magari di notte, tu per gli altri – quelli che la scuola l’hanno solo frequentata da studenti e non si fanno sfuggire l’occasione di pontificare – sei “in vacanza”. Se poi qualche ora si passa all’interno dell’edificio scolastico per riunioni, scrutini, sorveglianza agli esami, con il termometro che spesso arriva a 27°C, che sarà mai! Specialmente se il resto del tempo te lo puoi godere facendo ciò che ti pare e piace, percependo un regolare stipendio che ti viene accreditato sul conto corrente bancario ogni 23 del mese… pure quando sei in “vacanza”!

Non è così che funziona. Sono stanca di ripeterlo e sono soprattutto esausta dopo un anno scolastico che, più il tempo passa, più pesante diventa. E non solo perché si invecchia, anche se l’età media dei docenti supera i 50 anni ed è normale che si senta anche il peso degli anni.

Io capisco che ci sono anche quelli che possono davvero sentirsi in vacanza e non arrivano nemmeno tanto stremati a giugno. Non voglio puntare il dito contro nessuno ma davvero ci sono docenti che hanno un lavoro più “leggero” e che certamente non devono correggere 1000 compiti di italiano o latino, che richiedono molta attenzione e un dispendio di tempo notevole poiché non sono test a crocette che si correggono in un’ora, come faccio io.

Diciamo, poi, che ciascuno ha anche dei problemi personali da affrontare che possono rendere molto pesante il lavoro a casa, proprio perché non si può disporre delle ore che rimangono una volta finite le lezioni, che devono invece essere dedicate o a figli piccoli o a genitori anziani. Mettiamoci pure i problemi di salute che, dato l’aumento dell’età della pensione, non mancano di certo. Se penso che quand’ero agli inizi della carriera alcuni colleghi – soprattutto colleghe – andavano in pensione, a 40 anni con 16 di servizio e 4 di riscatto universitario, mi viene una rabbia soprattutto pensando che noi lavoriamo per pagare le loro pensioni che sono di tutto rispetto. Mentre a noi resteranno le briciole e anche la cosiddetta “buonuscita”, regolarmente accantonata, ci verrà data a rate due anni dopo il ritiro effettivo dal lavoro. Quando avremo 67 anni, se basta.

Ecco, posso dire che quello che ha reso oltremodo pesante quest’anno scolastico che mi sto finalmente lasciando alle spalle, è il malumore. Perché davvero non c’è rispetto per il nostro lavoro, perché tutti son pronti a dire la loro sminuendo non solo la nostra professione ma anche l’efficacia stessa di quel che facciamo. “La scuola che boccia è una scuola perdente!”, quante volte l’abbiamo sentito? Ed è perdente perché gli insegnanti sono incapaci, sono dei mangia-pane-a-tradimento nell’accezione più pura del detto popolare: “uomo disutile e buono solo a mangiare” (Antonini,1770, Tommaseo, 1867, Rigutini,1937). Insomma, dovremmo essere più bravi per non lasciare nessuno indietro. E che dire, allora, del contributo che gli studenti danno? Che dire del loro reale impegno per raggiungere gli obiettivi? Che dire delle famiglie, sempre pronte a difendere i pargoli, puntando il dito contro i docenti che non capiscono, non giustificano, non motivano, non incentivano…

A questo punto voglio chiarire che personalmente non mi sono trovata in situazioni a tal punto sgradevoli, anzi, ho profonda stima dei miei studenti che ho aiutato, premiando l’impegno, e sollecitato a studiare di più per ottenere migliori risultati confidando nelle loro potenzialità. Ho sempre buoni rapporti con i genitori e molti di loro mi ringraziano per quello che faccio. Però ciò non basta a togliermi di dosso quel malumore che aleggia su tutta l’istituzione scolastica, indipendentemente dall’ordine e grado di scuola, dalle regioni d’Italia, dalle città o periferie.

La scuola è malata, forse. Ma non c’è nessuno al suo capezzale ad assisterla. Non c’è un ministro – dico uno o una… e ne sono passati tanti sotto i miei occhi nei 34 anni d’insegnamento… – che trovi davvero una cura. Ma è malata la scuola, non i docenti, non i dirigenti, non gli studenti.

Prendiamo ad esempio la cosiddetta #buonascuola. A dispetto del nome, è stata ed è una pessima riforma, anzi, non merita nemmeno l’appellativo di “riforma” perché non ha riformato nulla ma ha peggiorato molto di quello che prima nella scuola funzionava. Non voglio entrare nei particolari (d’altronde pubblico questo post sul mio blog principale e non su laprofonline, proprio perché vuole essere uno sfogo personale e non un post tecnico), ma prendiamo ad esempio i finanziamenti alla scuola.

Molti equiparano la scuola a un’azienda. Allora mi dicano quale impresa può sopravvivere senza fondi… noi non produciamo ricchezze che poi possiamo reinvestire, abbiamo solo bisogno di soldi per offrire un servizio decente. Ma lo Stato latita da questo punto di vista e non fatevi ingannare dai vari ministri che si sono vantati e si vantano di destinare alla scuola italiana sempre più fondi. Il problema è che questi soldi non bastano, sono come una goccia d’acqua nell’oceano, ma questo nessuno lo capisce.
Quindi, le scuole come sopravvivono? Con i contributi “volontari” delle famiglie. “Se sono volontari, nulla è dovuto!”, tuonano ogni anno le varie associazioni dei consumatori. Ma ignorano che una parte del contributo è dovuta per le “spese vive” (libretto personale per le giustificazioni, materiale vario che i docenti distribuiscono tramite le fotocopie, l’utilizzo dei laboratori, i servizi più disparati destinati agli studenti, le attività extracurricolari… sono solo degli esempi) e che spesso nemmeno la modesta somma dovuta viene versata.

Rendiamoci conto che in alcune scuole non vengono nemmeno sostituiti i docenti assenti con personale supplente perché non ci sono soldi. E anche quei fortunati supplenti che ottengono un incarico annuale, aspettano mesi prima di ricevere lo stipendio. Vi pare un’azienda che funziona questo tipo di scuola?

Vogliamo una scuola vivace, interessante, stimolante, accogliente, inclusiva e chi più ne ha più ne metta. Giustissimo, per carità, ma con quali soldi? Ora c’è il PON (Programma Operativo Nazionale) che include progetti pluriennali che ogni scuola, se vuole, può proporre e, se i progetti vengono considerati validi, allora arrivano tanti bei soldini elargiti dalla UE. Se…

Per partecipare al PON, però, ci vogliono i progetti, bisogna stabilire quanti e quali siano necessari ma soprattutto meritevoli d’attenzione da parte del Ministero e quanti e quali possano essere davvero accattivanti per gli studenti, si devono compilare pagine elettroniche infinite (ormai si fa tutto on line ma “la mente che crea” non è così veloce…), inviare il tutto entro i termini e stare attenti che le scadenze non sfuggano, incrociando le dita in attesa del responso finale che però arriva mesi dopo. Diciamo che c’è pure il tempo di dimenticarsi del PON.

Fin qui tutto bene, a parte il tempo speso per assolvere a tutte le questioni elencate (io ne ho speso parecchio, per dire, e tutto in orario extrascolastico però a scuola, così almeno mi si vedeva al lavoro!). Ma quando penso che l’obiettivo – inutile nasconderlo – del MIUR è quello di destinare meno soldi alle scuole perché tanto c’è il PON, ecco che il malumore aumenta.

A tutto ciò si aggiungono i problemi personali, come dicevo all’inizio. Io ho dovuto affrontare la rovinosa caduta di mia mamma con conseguente frattura del femore, nonché i problemi di salute di mio papà che sto ancora affrontando. E anche la mia salute non è proprio eccellente: verso la fine delle lezioni sono finita al Pronto Soccorso con i sintomi dell’infarto… tutto a posto, ha detto il medico che mi ha assistito nell’emergenza, ma “fossi in lei farei dei controlli ulteriori”. E così, di controllo in controllo, passerà tutta l’estate e il mio malumore, e anche la mia ansia, non può che peggiorare.

Ecco in estrema sintesi come mi sento. Ho sempre dato tanto al lavoro, spesso sottraendo tempo alla famiglia, quando i bambini erano piccoli e avevano più bisogno di me. Ho visto convivenze e matrimoni naufragare per questo motivo, perché a volte anche chi vive accanto a noi non capisce. “Ma chi te la fa fare per quei due soldi?”, chiedono. Io non ho mai pensato allo stipendio, perché amo il mio lavoro e ci metto passione in tutto quel che faccio. Ma non ci posso rimettere la salute ed è questo pensiero che attualmente mi turba.

Le colleghe che sono andate in pensione prima della malefica Legge Fornero alla mia età avrebbero avuto 2 o 3 anni davanti. Io ne ho 10 se va bene, ma probabilmente saranno 11. Posso dire che sono di malumore, che mi sento sfruttata (ho iniziato a insegnare prima ancora di laurearmi!), che non tollero questa ingiustizia, questo protrarsi degli anni in cattedra che mi pare sempre più una condanna ai lavori forzati? Posso dire che non vedo roseo il mio futuro, sotto nessun punto di vista?

Sono solo stressata e vedo tutto nero? Può darsi, anzi, lo spero. Magari a settembre rileggerò questo post e sorriderò. Ma molto probabilmente il prossimo luglio ne scriverò uno molto simile perché ho poche speranze che le cose cambino.

AUGURO A TUTTI UNA

Nel frattempo mi trovate QUI.

PASSEGGIATA O BLOG?

scrivereOggi, anche se siamo solo a metà febbraio, la giornata è decisamente primaverile. Temperatura mite, il sole che scalda l’aria e asciuga l’umidità lasciata dai giorni di pioggia, giornate decisamente più lunghe… cose che scaldano il cuore e fanno venire voglia di una bella passeggiata. E invece no, invece sono nel mio studio davanti al pc e sto scrivendo questo post.

Prima di sedermi alla scrivania pensavo a quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi mesi. Ho rallentato il ritmo e, nonostante tutto, sento una stanchezza infinita che non lascia spazio a nessuna attività in cui debba concentrarmi con la mente o che implichi uno sforzo anche minimo. Pigra? No. Demotivata, forse.

A parte ciò che è successo a casa dei miei e il rientro forzato a Trieste per tre settimane abbondanti, è proprio la routine quotidiana che non riesco a ritrovare. Complice, forse, un progetto che ho concluso ieri a scuola e che ha prosciugato tutte le mie forze, specialmente a livello intellettivo (ne parlo QUI, nella “Premessa”) ma che mi ha anche coinvolta emotivamente parecchio.

Per il resto, a scuola questo momento è tranquillo. Dalla prossima settimana inizierà la solita mitragliata di compiti, uno dietro l’altro, e la correzione non mi lascerà il tempo di respirare. Se oggi avrei potuto concedermi, dopo settimane intense di lavoro, una passeggiata in centro, dalla prossima settimana sarò agli arresti domiciliari.

E ora che sono qui davanti al monitor del pc, scrivo ma non so bene di cosa io debba parlare, cosa io abbia voglia di comunicare e soprattutto a chi.

Un tempo il blog era davvero il mio rifugio, il mio angulus, come direbbe Orazio. Ille terrarum mihi semper praeter omnes angulus ridet, scriveva in un’ode. Io il mio “angolo di terra” lo trovavo nel mio studio, 20 metri quadri di felicità.

Cercavo di dedicare alla scrittura ogni momento libero. Era il mio sfogo, un modo per rilassarmi. Qualcuno diceva “meglio andare in palestra”. Vero, ma io odio la palestra anche se so che fa tanto bene, specialmente alla mia età. E proprio questa consapevolezza mi fa odiare la palestra ancora di più. Quando ero più giovane e non ne avevo bisogno, trovavo il tempo di andare in palestra e lì trovavo la mia felicità, quello era il mio “angolo di terra”, sul materassino blu che, alla fine, arrotolavo con cura e mettevo sotto il braccio prima di recarmi nello spogliatoio. Poi, all’uscita, trovavo il mio amore ad aspettarmi e, assieme alla mia amica e il suo fidanzato, spesso rimanevamo fuori per cena. Così le calorie perse andavano a farsi benedire. Pazienza. Ero felice.

Ho aperto questo blog più di otto anni fa e, devo dire, mi ha dato molte soddisfazioni. Ricordo che qualche anno fa un lettore malevolo, mal celando un’invidia profonda, aveva insinuato che avessi qualcuno che scriveva per me. Rido pensando a Terenzio, commediografo latino, che doveva difendersi dalle accuse di essere solo un prestanome e di farsi scrivere le commedie da altri.

Scrivevo per me, ne ero convinta. Ma, come credo di aver avuto modo di dire in un altro post, sono tutte balle: nessuno scrive per se stesso, almeno non su una piattaforma pubblica. Insomma, il blog non è il diario segreto cui, da ragazza, affidavo le mie più intime confidenze, richiudendolo accuratamente con il lucchetto in attesa di riempire ancora un’altra pagina, e un’altra ancora.

Da ragazza scrivevo molte lettere, avevo tanti amici di penna, qualche amore lontano… lettere che emanavano il profumo dell’altro. E poi l’attesa della risposta, l’invio di un’altra missiva… tempi lontani, fatti di cose buone, genuine, spontanee. Adesso, pensando a chi scrive sul web, soprattutto a chi frequenta i social, realizzo che spesso i commenti sono cattivi, a volte le adulazioni sono troppo evidenti, altre l’autoreferenzialità è davvero eccessiva. Forse i blog ancora si salvano ma per essere vivi, veramente vivi, devono avere dei lettori.

Non ho mai badato ai like, non ho mai contato i commenti. Ricordo quanto un tempo mi pesasse rispondere a tutti, con puntualità, in modo tempestivo. Occupavo ogni momento libero, perfino le ore buche a scuola, quelle non pagate che ciascuno di noi è libero di passare come meglio crede. C’è chi fa un giro in centro, chi si rifugia al bar in compagnia di un cappuccino fumante e una fragrante brioche, chi approfitta del tempo libero per correggere compiti o preparare le lezioni. Io, cappuccino e brioche a parte, ora faccio questo. Prima rispondevo ai commenti o preparavo la bozza per qualche post, approfittando di una postazione libera dotata di pc e connessione.

Ora che sto per concludere questo post, mi rendo conto di scrivere per me. Qualche volta capita. Per me che sono ancora l’amministratrice di un blog ormai silente. Certo, l’ho trascurato parecchio negli ultimi tempi e capisco che un blog ha bisogno di cura per mantenere i contatti, per ricordare agli altri che esiste. I lettori non mancano, ma i numeri non mi interessano. Molti ancora passano di qua però, nonostante i 457 follower, quasi più nessuno lascia traccia di sé.

Il sole è ormai tramontato da un pezzo, dalla scrivania vedo le luci della città che brillano e penso che forse avrei fatto meglio ad uscire. Una passeggiata sarebbe stata senz’altro più salutare di questo sfogo amaro che pochi leggeranno. Forse questa volta deciderò di chiudere. Anche se, in fondo, il web è pieno di luoghi abbandonati di cui nessuno quasi si accorge. Forse queste pagine rimarranno aperte, forse domani avrò già cambiato idea. Forse mi iscriverò in palestra o andrò dall’estetista a fare qualche massaggio. Mens sana in corpore sano.

Forse…

[immagine da questo blog]