9 luglio 2017

L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DI UN ANNO SCOLASTICO

Posted in affari miei, famiglia, lavoro, MIUR, riforma della scuola, scuola tagged , , , , , , , , a 4:35 pm di marisamoles


Domani ci saranno gli scrutini integrativi per il recupero dei Debiti Formativi. Nel mio liceo si “saldano” a luglio per far passare in pace – almeno si spera – il resto dell’estate agli allievi, peccato però che di fatto le ferie dei docenti (e non dico “vacanze” perché quelle spettano agli studenti!) non possano iniziare dal 1 luglio come dovrebbero. Poi ci sono anche i professori impegnati negli esami di maturità e ne avranno fino a metà mese. Con buona pace di chi, alla fine delle lezioni, inesorabilmente tuona con la solita litania degli “insegnanti che hanno tre mesi di vacanza”.

Vero è che dal 14 giugno, giorno in cui sono finite le lezioni, non ho passato tutti i giorni a scuola. Ma il nostro lavoro va al di là delle 18 ore di lezione e, specialmente alla fine dell’anno scolastico, ci sono delle incombenze, perlopiù burocratiche, che impegnano molte ore anche se lasciano la libertà di scegliere quando svolgerle. Questo è il punto: se non ti fai vedere a scuola tutti i giorni e se svolgi questo “lavoro sommerso” a casa, magari di notte, tu per gli altri – quelli che la scuola l’hanno solo frequentata da studenti e non si fanno sfuggire l’occasione di pontificare – sei “in vacanza”. Se poi qualche ora si passa all’interno dell’edificio scolastico per riunioni, scrutini, sorveglianza agli esami, con il termometro che spesso arriva a 27°C, che sarà mai! Specialmente se il resto del tempo te lo puoi godere facendo ciò che ti pare e piace, percependo un regolare stipendio che ti viene accreditato sul conto corrente bancario ogni 23 del mese… pure quando sei in “vacanza”!

Non è così che funziona. Sono stanca di ripeterlo e sono soprattutto esausta dopo un anno scolastico che, più il tempo passa, più pesante diventa. E non solo perché si invecchia, anche se l’età media dei docenti supera i 50 anni ed è normale che si senta anche il peso degli anni.

Io capisco che ci sono anche quelli che possono davvero sentirsi in vacanza e non arrivano nemmeno tanto stremati a giugno. Non voglio puntare il dito contro nessuno ma davvero ci sono docenti che hanno un lavoro più “leggero” e che certamente non devono correggere 1000 compiti di italiano o latino, che richiedono molta attenzione e un dispendio di tempo notevole poiché non sono test a crocette che si correggono in un’ora, come faccio io.

Diciamo, poi, che ciascuno ha anche dei problemi personali da affrontare che possono rendere molto pesante il lavoro a casa, proprio perché non si può disporre delle ore che rimangono una volta finite le lezioni, che devono invece essere dedicate o a figli piccoli o a genitori anziani. Mettiamoci pure i problemi di salute che, dato l’aumento dell’età della pensione, non mancano di certo. Se penso che quand’ero agli inizi della carriera alcuni colleghi – soprattutto colleghe – andavano in pensione, a 40 anni con 16 di servizio e 4 di riscatto universitario, mi viene una rabbia soprattutto pensando che noi lavoriamo per pagare le loro pensioni che sono di tutto rispetto. Mentre a noi resteranno le briciole e anche la cosiddetta “buonuscita”, regolarmente accantonata, ci verrà data a rate due anni dopo il ritiro effettivo dal lavoro. Quando avremo 67 anni, se basta.

Ecco, posso dire che quello che ha reso oltremodo pesante quest’anno scolastico che mi sto finalmente lasciando alle spalle, è il malumore. Perché davvero non c’è rispetto per il nostro lavoro, perché tutti son pronti a dire la loro sminuendo non solo la nostra professione ma anche l’efficacia stessa di quel che facciamo. “La scuola che boccia è una scuola perdente!”, quante volte l’abbiamo sentito? Ed è perdente perché gli insegnanti sono incapaci, sono dei mangia-pane-a-tradimento nell’accezione più pura del detto popolare: “uomo disutile e buono solo a mangiare” (Antonini,1770, Tommaseo, 1867, Rigutini,1937). Insomma, dovremmo essere più bravi per non lasciare nessuno indietro. E che dire, allora, del contributo che gli studenti danno? Che dire del loro reale impegno per raggiungere gli obiettivi? Che dire delle famiglie, sempre pronte a difendere i pargoli, puntando il dito contro i docenti che non capiscono, non giustificano, non motivano, non incentivano…

A questo punto voglio chiarire che personalmente non mi sono trovata in situazioni a tal punto sgradevoli, anzi, ho profonda stima dei miei studenti che ho aiutato, premiando l’impegno, e sollecitato a studiare di più per ottenere migliori risultati confidando nelle loro potenzialità. Ho sempre buoni rapporti con i genitori e molti di loro mi ringraziano per quello che faccio. Però ciò non basta a togliermi di dosso quel malumore che aleggia su tutta l’istituzione scolastica, indipendentemente dall’ordine e grado di scuola, dalle regioni d’Italia, dalle città o periferie.

La scuola è malata, forse. Ma non c’è nessuno al suo capezzale ad assisterla. Non c’è un ministro – dico uno o una… e ne sono passati tanti sotto i miei occhi nei 34 anni d’insegnamento… – che trovi davvero una cura. Ma è malata la scuola, non i docenti, non i dirigenti, non gli studenti.

Prendiamo ad esempio la cosiddetta #buonascuola. A dispetto del nome, è stata ed è una pessima riforma, anzi, non merita nemmeno l’appellativo di “riforma” perché non ha riformato nulla ma ha peggiorato molto di quello che prima nella scuola funzionava. Non voglio entrare nei particolari (d’altronde pubblico questo post sul mio blog principale e non su laprofonline, proprio perché vuole essere uno sfogo personale e non un post tecnico), ma prendiamo ad esempio i finanziamenti alla scuola.

Molti equiparano la scuola a un’azienda. Allora mi dicano quale impresa può sopravvivere senza fondi… noi non produciamo ricchezze che poi possiamo reinvestire, abbiamo solo bisogno di soldi per offrire un servizio decente. Ma lo Stato latita da questo punto di vista e non fatevi ingannare dai vari ministri che si sono vantati e si vantano di destinare alla scuola italiana sempre più fondi. Il problema è che questi soldi non bastano, sono come una goccia d’acqua nell’oceano, ma questo nessuno lo capisce.
Quindi, le scuole come sopravvivono? Con i contributi “volontari” delle famiglie. “Se sono volontari, nulla è dovuto!”, tuonano ogni anno le varie associazioni dei consumatori. Ma ignorano che una parte del contributo è dovuta per le “spese vive” (libretto personale per le giustificazioni, materiale vario che i docenti distribuiscono tramite le fotocopie, l’utilizzo dei laboratori, i servizi più disparati destinati agli studenti, le attività extracurricolari… sono solo degli esempi) e che spesso nemmeno la modesta somma dovuta viene versata.

Rendiamoci conto che in alcune scuole non vengono nemmeno sostituiti i docenti assenti con personale supplente perché non ci sono soldi. E anche quei fortunati supplenti che ottengono un incarico annuale, aspettano mesi prima di ricevere lo stipendio. Vi pare un’azienda che funziona questo tipo di scuola?

Vogliamo una scuola vivace, interessante, stimolante, accogliente, inclusiva e chi più ne ha più ne metta. Giustissimo, per carità, ma con quali soldi? Ora c’è il PON (Programma Operativo Nazionale) che include progetti pluriennali che ogni scuola, se vuole, può proporre e, se i progetti vengono considerati validi, allora arrivano tanti bei soldini elargiti dalla UE. Se…

Per partecipare al PON, però, ci vogliono i progetti, bisogna stabilire quanti e quali siano necessari ma soprattutto meritevoli d’attenzione da parte del Ministero e quanti e quali possano essere davvero accattivanti per gli studenti, si devono compilare pagine elettroniche infinite (ormai si fa tutto on line ma “la mente che crea” non è così veloce…), inviare il tutto entro i termini e stare attenti che le scadenze non sfuggano, incrociando le dita in attesa del responso finale che però arriva mesi dopo. Diciamo che c’è pure il tempo di dimenticarsi del PON.

Fin qui tutto bene, a parte il tempo speso per assolvere a tutte le questioni elencate (io ne ho speso parecchio, per dire, e tutto in orario extrascolastico però a scuola, così almeno mi si vedeva al lavoro!). Ma quando penso che l’obiettivo – inutile nasconderlo – del MIUR è quello di destinare meno soldi alle scuole perché tanto c’è il PON, ecco che il malumore aumenta.

A tutto ciò si aggiungono i problemi personali, come dicevo all’inizio. Io ho dovuto affrontare la rovinosa caduta di mia mamma con conseguente frattura del femore, nonché i problemi di salute di mio papà che sto ancora affrontando. E anche la mia salute non è proprio eccellente: verso la fine delle lezioni sono finita al Pronto Soccorso con i sintomi dell’infarto… tutto a posto, ha detto il medico che mi ha assistito nell’emergenza, ma “fossi in lei farei dei controlli ulteriori”. E così, di controllo in controllo, passerà tutta l’estate e il mio malumore, e anche la mia ansia, non può che peggiorare.

Ecco in estrema sintesi come mi sento. Ho sempre dato tanto al lavoro, spesso sottraendo tempo alla famiglia, quando i bambini erano piccoli e avevano più bisogno di me. Ho visto convivenze e matrimoni naufragare per questo motivo, perché a volte anche chi vive accanto a noi non capisce. “Ma chi te la fa fare per quei due soldi?”, chiedono. Io non ho mai pensato allo stipendio, perché amo il mio lavoro e ci metto passione in tutto quel che faccio. Ma non ci posso rimettere la salute ed è questo pensiero che attualmente mi turba.

Le colleghe che sono andate in pensione prima della malefica Legge Fornero alla mia età avrebbero avuto 2 o 3 anni davanti. Io ne ho 10 se va bene, ma probabilmente saranno 11. Posso dire che sono di malumore, che mi sento sfruttata (ho iniziato a insegnare prima ancora di laurearmi!), che non tollero questa ingiustizia, questo protrarsi degli anni in cattedra che mi pare sempre più una condanna ai lavori forzati? Posso dire che non vedo roseo il mio futuro, sotto nessun punto di vista?

Sono solo stressata e vedo tutto nero? Può darsi, anzi, lo spero. Magari a settembre rileggerò questo post e sorriderò. Ma molto probabilmente il prossimo luglio ne scriverò uno molto simile perché ho poche speranze che le cose cambino.

AUGURO A TUTTI UNA

Nel frattempo mi trovate QUI.

16 febbraio 2017

PASSEGGIATA O BLOG?

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , , a 6:44 pm di marisamoles

scrivereOggi, anche se siamo solo a metà febbraio, la giornata è decisamente primaverile. Temperatura mite, il sole che scalda l’aria e asciuga l’umidità lasciata dai giorni di pioggia, giornate decisamente più lunghe… cose che scaldano il cuore e fanno venire voglia di una bella passeggiata. E invece no, invece sono nel mio studio davanti al pc e sto scrivendo questo post.

Prima di sedermi alla scrivania pensavo a quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi mesi. Ho rallentato il ritmo e, nonostante tutto, sento una stanchezza infinita che non lascia spazio a nessuna attività in cui debba concentrarmi con la mente o che implichi uno sforzo anche minimo. Pigra? No. Demotivata, forse.

A parte ciò che è successo a casa dei miei e il rientro forzato a Trieste per tre settimane abbondanti, è proprio la routine quotidiana che non riesco a ritrovare. Complice, forse, un progetto che ho concluso ieri a scuola e che ha prosciugato tutte le mie forze, specialmente a livello intellettivo (ne parlo QUI, nella “Premessa”) ma che mi ha anche coinvolta emotivamente parecchio.

Per il resto, a scuola questo momento è tranquillo. Dalla prossima settimana inizierà la solita mitragliata di compiti, uno dietro l’altro, e la correzione non mi lascerà il tempo di respirare. Se oggi avrei potuto concedermi, dopo settimane intense di lavoro, una passeggiata in centro, dalla prossima settimana sarò agli arresti domiciliari.

E ora che sono qui davanti al monitor del pc, scrivo ma non so bene di cosa io debba parlare, cosa io abbia voglia di comunicare e soprattutto a chi.

Un tempo il blog era davvero il mio rifugio, il mio angulus, come direbbe Orazio. Ille terrarum mihi semper praeter omnes angulus ridet, scriveva in un’ode. Io il mio “angolo di terra” lo trovavo nel mio studio, 20 metri quadri di felicità.

Cercavo di dedicare alla scrittura ogni momento libero. Era il mio sfogo, un modo per rilassarmi. Qualcuno diceva “meglio andare in palestra”. Vero, ma io odio la palestra anche se so che fa tanto bene, specialmente alla mia età. E proprio questa consapevolezza mi fa odiare la palestra ancora di più. Quando ero più giovane e non ne avevo bisogno, trovavo il tempo di andare in palestra e lì trovavo la mia felicità, quello era il mio “angolo di terra”, sul materassino blu che, alla fine, arrotolavo con cura e mettevo sotto il braccio prima di recarmi nello spogliatoio. Poi, all’uscita, trovavo il mio amore ad aspettarmi e, assieme alla mia amica e il suo fidanzato, spesso rimanevamo fuori per cena. Così le calorie perse andavano a farsi benedire. Pazienza. Ero felice.

Ho aperto questo blog più di otto anni fa e, devo dire, mi ha dato molte soddisfazioni. Ricordo che qualche anno fa un lettore malevolo, mal celando un’invidia profonda, aveva insinuato che avessi qualcuno che scriveva per me. Rido pensando a Terenzio, commediografo latino, che doveva difendersi dalle accuse di essere solo un prestanome e di farsi scrivere le commedie da altri.

Scrivevo per me, ne ero convinta. Ma, come credo di aver avuto modo di dire in un altro post, sono tutte balle: nessuno scrive per se stesso, almeno non su una piattaforma pubblica. Insomma, il blog non è il diario segreto cui, da ragazza, affidavo le mie più intime confidenze, richiudendolo accuratamente con il lucchetto in attesa di riempire ancora un’altra pagina, e un’altra ancora.

Da ragazza scrivevo molte lettere, avevo tanti amici di penna, qualche amore lontano… lettere che emanavano il profumo dell’altro. E poi l’attesa della risposta, l’invio di un’altra missiva… tempi lontani, fatti di cose buone, genuine, spontanee. Adesso, pensando a chi scrive sul web, soprattutto a chi frequenta i social, realizzo che spesso i commenti sono cattivi, a volte le adulazioni sono troppo evidenti, altre l’autoreferenzialità è davvero eccessiva. Forse i blog ancora si salvano ma per essere vivi, veramente vivi, devono avere dei lettori.

Non ho mai badato ai like, non ho mai contato i commenti. Ricordo quanto un tempo mi pesasse rispondere a tutti, con puntualità, in modo tempestivo. Occupavo ogni momento libero, perfino le ore buche a scuola, quelle non pagate che ciascuno di noi è libero di passare come meglio crede. C’è chi fa un giro in centro, chi si rifugia al bar in compagnia di un cappuccino fumante e una fragrante brioche, chi approfitta del tempo libero per correggere compiti o preparare le lezioni. Io, cappuccino e brioche a parte, ora faccio questo. Prima rispondevo ai commenti o preparavo la bozza per qualche post, approfittando di una postazione libera dotata di pc e connessione.

Ora che sto per concludere questo post, mi rendo conto di scrivere per me. Qualche volta capita. Per me che sono ancora l’amministratrice di un blog ormai silente. Certo, l’ho trascurato parecchio negli ultimi tempi e capisco che un blog ha bisogno di cura per mantenere i contatti, per ricordare agli altri che esiste. I lettori non mancano, ma i numeri non mi interessano. Molti ancora passano di qua però, nonostante i 457 follower, quasi più nessuno lascia traccia di sé.

Il sole è ormai tramontato da un pezzo, dalla scrivania vedo le luci della città che brillano e penso che forse avrei fatto meglio ad uscire. Una passeggiata sarebbe stata senz’altro più salutare di questo sfogo amaro che pochi leggeranno. Forse questa volta deciderò di chiudere. Anche se, in fondo, il web è pieno di luoghi abbandonati di cui nessuno quasi si accorge. Forse queste pagine rimarranno aperte, forse domani avrò già cambiato idea. Forse mi iscriverò in palestra o andrò dall’estetista a fare qualche massaggio. Mens sana in corpore sano.

Forse…

[immagine da questo blog]

29 gennaio 2017

RITORNO ALLA NORMALITA’ (O QUASI)

Posted in affari miei, famiglia, figli, Trieste tagged , , , , , , a 8:11 pm di marisamoles

assistenza-anziani
Un’altra assenza, lunga. Un altro post per spiegarne il motivo. Ma, al di là di tutto ciò che è successo nell’ultimo mese, la verità è che la voglia di scrivere – se non il tempo – è sempre poca. Troppo poca. Farò un’eccezione per raccontare un’esperienza che, nel male, ha avuto i suoi lati positivi.

C’eravamo lasciati con il post in cui auguravo a tutti un buon Natale. Ed è stato buono, in fondo.

Programmavo le mie lunghe vacanze. Troppo lunghe per molti, quelli che non sanno la fatica che si fa con il lavoro a casa e a scuola; mai abbastanza per chi, come me, si sente sempre più “spremuta” da un lavoro che si ama ma è sempre più stancante. Gli anni passano, se ne sente il peso. A casa e a scuola.

Gli anni passano per tutti. Le mamme invecchiano e, a volte, fanno passi azzardati. A volte inciampano, perché corrono come se facessero a gara con il tempo. Ma lui è più veloce di noi, non c’è nulla da fare.

C’era un tappeto nella cucina di mia mamma. Più adatto a un bagno che a una cucina. “Mamma, quel tappeto lo faccio volare giù dalla finestra!”, ho detto più volte, inciampandomi. Gliene ho comprato uno adatto, di quelli antiscivolo, niente di speciale. Un tappetino normale. “Brutto”, dice lei, e lo ripone in un angolo del ripostiglio. Là l’ho trovato, arrotolato per bene. Dopo che mia mamma il 29 dicembre, giorno del suo compleanno (non dico gli anni altrimenti mi lincia… questo è un luogo pubblico, in fondo), è inciampata nel tappeto che più le piaceva. Poco adatto a una cucina ma perfetto per rompersi il femore.

Ripenso al mese che è appena trascorso. Corri in ospedale (a 60 km di distanza), mettendo quattro cose in fretta in un borsone, senza avere idea di cosa fosse successo davvero, senza pensare che quelle quattro cose non sarebbero bastate per il periodo che mi aspettava. Lungo. Tre settimane intense di corse all’ospedale, divisa tra l’assistenza a mia mamma e quella agli altri vecchi di casa: papà e zia 88enne (lei non si offende se rivelo l’età).

Fortunatamente ero ancora in vacanza, quindi ho chiesto “solo” due settimane di aspettativa. Il tempo di organizzarmi e di capire cosa fosse meglio fare. Portare mamma e papà a casa mia? In fondo abbiamo un’ottima struttura per la riabilitazione dietro casa. E la zia? Rispedirla a casa sua (abita a Milano), come fosse un pacco? Non se ne parla. Mamma vuole aspettare di vedere come andranno le cose al suo ritorno. Ha preso un impegno, ha deciso di prendersi cura di lei, non torna indietro.

Io a casa ci sono tornata una settimana fa, eccezion fatta per il giorno dell’Epifania, perché avevo bisogno del pc per inserire i voti sul registro (oltre a far da badante ho dovuto correggere un pacco e mezzo di compiti… l’altra metà li avevo coretti prima di Natale) e di mettere nel borsone altre quattro cose. E poi rassettare la casa, lavare e stirare, per non abbandonare del tutto mio marito. Una giornata lunghissima, ore sfruttare al secondo, senza aver l’impressione di perdere tempo. Ogni tanto capita anche questo, capita soprattutto quando la tua vita è in un certo senso sconvolta. Insomma, capita quando ci si sente lontani dal solito trantran, perché forse a volte è la noia che fa sembrare le giornate troppo corte. Più siamo annoiati e più perdiamo il tempo. L’ho capito nelle tre settimane da badante.

Da una settimana sono tornata eppure non riesco ancora del tutto a riprendere quel trantran. Ero a Trieste dai miei e avevo la testa qui, pensavo ai miei allievi che erano senza supplente, ai progetti che dovevo seguire e che sono andati avanti senza di me. E’ proprio vero che tutti sono utili e nessuno è indispensabile.

Ora sono a casa e la mia testa si fa più volte al giorno quei 60 km. Ripenso a quanto sono stata indispensabile davvero in questo momento straordinario. Ripenso alle parole di mia madre: “Non avrei mai pensato che facessi tanto per noi”. Eh già, perché una figlia di solito abbandona i genitori anziani al loro destino…

Non sono stata una figlia modello, è vero. L’unica cosa di cui i miei genitori erano davvero orgogliosi è stato il mio successo negli studi. Ora credo di aver avuto il modo di riscattarmi.

Tornata in classe, ho detto ai miei allievi che questa esperienza è stata faticosa ma nello stesso tempo mi ha insegnato molto. Ad esempio, che i genitori fanno tanto per noi, ci allevano, ci educano, ci sostengono, ci fanno studiare, contribuiscono alla nostra realizzazione. C’è chi lo fa meglio e chi peggio. Ma alla fine tutti, prima o poi, presentano il conto. Arriva il giorno in cui dobbiamo rendere, almeno in parte, ciò che abbiamo ottenuto.

Io sono stata orgogliosa di farlo e continuerò a fare ciò che posso, nel miglior modo possibile, affinché mamma e papà possano dire di avere una brava figlia. Perché in fondo ciò che conta è questo.

E ora che le cose a Trieste sono sistemate (ho trovato una persona fidata che mi ha sostituita), cerco di tornare faticosamente alla normalità. Quei 60 km che, giovanissima sposa, avevo frapposto tra me e mamma ora mi pesano molto. Volevo andare il più possibile lontano da lei. Ora, però, mi sento troppo lontana.

[immagine da questo sito]

27 settembre 2016

8 ANNI CON VOI

Posted in affari miei, Compleanno blog, web tagged , , , , , , , a 6:57 pm di marisamoles

torta8candeline
Cari lettori, affezionati o di passaggio, questo blog oggi compie 8 anni. Dal lontano 27 settembre 2008 ad oggi ne ha fatta di strada…

Dando una scorsa ai post di “celebrazione” dei vari compleanni mi sono accorta che manca quello del settimo. Io credo che questa dimenticanza non sia casuale, anzi la ritengo un po’ freudiana. Questo blog, infatti, ha subito la crisi del settimo anno, come in tutte le coppie che si rispettano. Io e lui abbiamo passato momenti altalenanti, in particolare negli ultimi due anni. Devo dire che non ho mai pensato di chiuderlo, anche se è come se avessi preso un po’ le distanze. Non sempre ho voglia di scrivere, non sempre ho qualcosa da dire.

In questi anni ho visto blog chiudere o “spegnersi” lentamente senza un apparente perché. Ma forse c’è un’altra spiegazione a riguardo: la vita dei blog è continuamente minata dall’amplificazione che ormai sul web hanno i social network.

Io stessa, da quando sto su Twitter, dedico molto meno tempo ai blog (questo, laprofonline e summertimetogether), preferendo la pubblicazione di testi brevi (i 140 caratteri di Twitter non offrono di certo la possibilità di dilungarsi), immediatamente condivisi, se è il caso. Ho calcolato che se entro 2 minuti dalla pubblicazione di un tweet non arriva almeno una condivisione, il tweet è destinato al dimenticatoio, sarà letto ma non susciterà nessuna discussione.

Su queste pagine i lettori non mancano. Attualmente il blog ha superato 2.400.000 visualizzazioni, che non sono di certo poche. Quello che manca, invece, è la discussione. I commenti sono pochi e alla fine il blog cessa di essere un salotto e diventa un luogo silenzioso, triste.

Qualcuno dirà che scrivere non comporta necessariamente che ci siano dei lettori. Se qualcuno ama scrivere lo fa per se stesso. Balle.

Confesso che anch’io lo pensavo, all’inzio. Poi, complice anche il buon andamento del blog, ho cominciato ad apprezzare il senso di scrivere per qualcuno, trattare argomenti che possano interessare, suscitare una discussione che trasformi una pagina scritta da statica in qualcosa di dinamico. Non a caso la parola “dinamico” sottintende che ci sia una forza di fondo che dà l'”anima” ad ciò che è inanimato. Quest’anima è lo scambio di idee. Senza, il blog diventa un soliloquio.

Insomma, il blog è un po’ vecchierello e ha rallentato il ritmo. Nulla di male. Vorrà dire che in futuro cercherò di “rianimarlo” e se non centrerò l’obiettivo, pazienza. In fondo non è un lavoro, deve e vuole essere un passatempo. Così l’ho concepito all’inizio e continuerò a considerarlo tale.

Ringrazio tutti i lettori per avermi permesso di raggiungere questo traguardo e spero che continuiate a seguirmi… nonostante il mio passo sia un po’ lento.

Ciao! emoticon baci

14 agosto 2016

ASPETTARE LE VACANZE PER LEGGERE UN BUON LIBRO. MA QUAL È “LA LETTURA DA OMBRELLONE?”

Posted in affari miei, libri, vacanze tagged , , , , , , , , , a 8:55 pm di marisamoles

libriperestate
Il Buon Lettore aspetta le vacanze con impazienza. Ha rimandato alle settimane che passerà in una solitaria località marina o montana un certo numero di letture che gli stanno a cuore e già pregusta la gioia delle sieste all’ombra, il fruscio delle pagine, l’abbandono al fascino d’altri mondi trasmesso dalle fitte righe dei capitoli.
(Italo Calvino)

E’ vero: molti, come me, aspettano tutto l’anno l’estate per fare una bella scorpacciata di libri, cercando in questo modo di mandare in letargo, per dieci lunghi mesi, la voglia di leggere.

Ogni estate leggo tra i 10 e i 15 romanzi, di varia lunghezza e genere. La maggior parte del tempo che dedico ai libri lo passo in casa. Quest’anno poi, per vari motivi, non sono ancora andata al mare né ho preso il sole sull’amato terrazzino che considero un po’ la mia spiaggia privata. Ma quando decido di portarmi qualcosa da leggere al mare, cerco innanzitutto un libro leggero, per tematica e stile, perché per la lettura generalmente amo il silenzio e, si sa, in una spiaggia affollata tutto c’è meno che pace. Per questo motivo, non potrei scegliere come “lettura da ombrellone” un Dostoevskij e nemmeno un saggio filosofico. Non riuscirei a concentrarmi tra pianti di bimbi, urla di adulti e rumorose partite a tamburello di adolescenti. Non parliamo poi delle bocce…

chiara_gamberaleCertamente, non intendo sminuire né giudicare una schifezza un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia.
Di diverso avviso pare essere Chiara Gamberale che recentemente, in questo articolo apparso su La Stampa, ha criticato chi definisce certe letture “da ombrellone”.
Così esordisce la scrittrice romana:

Se c’è un’espressione che mi è sempre suonata incomprensibile è proprio: «libri da sotto l’ombrellone». O meglio, mi è sempre suonata incomprensibile la garanzia di spensieratezza richiesta a questi libri.

Poi continua con certe elucubrazioni che onestamente non riesco a capire. Se leggete l’articolo poi magari riuscirete a spiegare quello che non ho compreso…
E dopo alcuni titoli consigliati, conclude con queste parole: “Nessuno «da sotto l’ombrellone», c’è da scommetterci.”

Ora, non vorrei sembrare presuntuosa, ma credo che la Gamberale se la sia presa perché ho recensito, nel mio blog estivo, il suo romanzo Per dieci minuti definendolo “lettura da ombrellone” (ho comunque ribloggato anche qui il post). Non c’è altra spiegazione. Una non se ne esce, così di punto in bianco, con un articolo a bacchettare chi definisce “da ombrellone” certe letture, quasi fosse un’offesa. Tra l’altro, nel mio commento, ho detto chiaramente di aver apprezzato questo romanzo. Riporto la parte conclusiva del post:

Il romanzo della Gamberale mi è piaciuto soprattutto per lo stile, fresco e scorrevole, che nonostante tratti situazioni complesse dal punto di vista interiore, sa sdrammatizzare. Chiara, forse perché la vicenda narrata è in parte autobiografica, è in grado di scavare a fondo nell’animo umano alla ricerca di un equilibrio che sembra perduto per sempre. Il messaggio di questo romanzo è di speranza, perché anche dalle situazioni più complesse e dolorose si può uscire, scoprendo potenzialità che non si sospettava di possedere e persone che fanno da perno alla propria vita, anche in sostituzione di altre che prima venivano considerate uniche e insostituibili.

La scrittrice, inoltre, ha ignorato il fatto che la recensione del suo romanzo è ospitata da un blog “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone”. Tra l’altro, per par condicio, ho anche stabilito di postare i consigli di lettura alternandone la pubblicazione su un blog e l’altro, senza creare discriminazioni di sorta.

Mi spiace di avervi tediato con queste precisazioni, che probabilmente la Gamberale non leggerà mai, ma mi sono sentita additata e, come sempre accade, non riesco a tacere. In più lei non ha un account twitter, altrimenti avrei risolto la faccenda con qualche tweet… molti, dato che i 140 caratteri mi stanno assai stretti. 🙂

libri_estate
Detto questo, è ovvio che ciascuno è libero di portare in spiaggia o sui monti i libri che preferisce. Pertanto, elencherò quelle che per me devono essere i requisiti di un romanzo da leggere sotto l’ombrellone.

1. Brevità. Tra le 100 e le 150 pagine al massimo, perché preferisco se possibile terminare la lettura in giornata.
2. Trama non troppo complicata e non troppi personaggi, altrimenti non riuscirei a ricordare tutto e voglio evitare di fare passi indietro per rileggere quanto già letto.
3. Stile fresco, moderno, non troppo artificioso. Mi rendo conto che, se si stratta di un/una autore/autrice non conosciuti, è impossibile prevederne lo stile. Motivo per cui preferisco non rischiare e leggere o un autore già letto o di cui ho sentito parlare, anche seguendo le recensioni.

C’è però una caratteristica imprescindibile che, per quanto mi riguarda, un romanzo deve possedere per poter essere letto in spiaggia: la capacità di farmi immergere completamente nella lettura, facendomi estraniare da tutto ciò che accade intorno. Purtroppo non sempre ciò accade e, soprattutto, tale qualità non si può conoscere a priori.
Ma una volta che accade, state pur sicuri che se vi consiglio una “lettura da ombrellone” potete fidarvi (tutt’al più potrebbero non collimare i gusti… e su quelli, come sapete, non si discute).

E per voi, quale requisiti deve possedere un libro per potervi fare compagnia sotto l’ombrellone?

P.S. Giusto per chiarire, in passato sotto l’ombrellone ho letto Austin, Wilde, Svevo, Pirandello, Némirovsky, Dumas… insomma, anche classici. Ora ho davvero tanta voglia di leggerezza. Che non è sinonimo di “letture mediocri”.

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine centrale da questo sito]

28 giugno 2016

RIMANGO COPERTA, GRAZIE

Posted in affari miei, web tagged , , , , , , , a 11:38 am di marisamoles

A questo tweet di Selvaggia Lucarelli ho risposto, innocentemente, che essere a New York è comunque un’esperienza emozionante.
Ora, credo che questo pensiero sia condivisibile da molti. Ci vuole, tuttavia, una buona dose di malizia (o di coda di paglia?) per rispondere al mio tweet come fa un certo Simone Macchia, a me sconosciuto.

Ho forse detto qualcosa contro i gay e le loro manifestazioni? New York è forse una città meno bella, interessante o emozionante se non si partecipa a un gay pride? I 140 caratteri che Twitter ci mette a disposizione sono pochi, quindi bisogna essere sintetici. Ho espresso il mio punto di vista su una città che è meta dei sogni di milioni di persone, a prescindere dal fatto che Selvaggia Lucarelli si trovasse là, in occasione del gay pride, senza esprimere alcun giudizio sugli omosessuali. Ora, non vedo il motivo per cui io mi dovrei spogliare dalla mia mentalità retrograda e partecipare a un gay pride. La cosa non mi interessa, al di là della mentalità che secondo altri è retrograda. Anzi, devo dire che è proprio la mentalità di altri che mi urta e per questo, anche se avessi avuto una pur vaga intenzione di provare quel tipo di esperienza, la voglia mi è decisamente passata.

Però mi piacerebbe andare a New York. Posso dirlo?

5 giugno 2016

POESIA (non si butta via niente)

Posted in affari miei, poesia, web tagged , , , , , a 6:48 pm di marisamoles

PREMESSA
Oggi mi sono dedicata alle pulizie. No, non quelle che si fanno con straccetto e aspirapolvere. Ho eliminato un po’ di “roba” inutile nella casella di posta elettronica. Devo ammettere che ho anche barato: ho segnato come “letti” messaggi che in realtà mi ero ripromessa di leggere prima o poi. Ma quando si superano le 3000 mail non lette, ammetto che a me viene un po’ di angoscia. Purtroppo spesso si tratta di notifiche di post dei blog amici che avrei voluto effettivamente leggere, ma non ne ho avuto il tempo. Prometto che mi rifarò la prossima estate: decido fin d’ora che dedicherò una settimana a ciascuno degli amici, facendomi una scorpacciata di post non letti!
Sempre presa dalla frenesia delle pulizie di primavera (ormai quasi finita), sono passata al blog. Mi sono ritrovata tante di quelle bozze, post che non ricordavo nemmeno di aver iniziato …. e piantato là. Non è da me. L’incompiuto mi angoscia. Mentre scorro velocemente i titoli delle bozze, la mia curiosità è attratta da uno in particolare: “Poesia”. Apro l’editing ed ecco che qualcosa mi torna alla mente. Questo post staziona tra le bozze da più di un anno e mezzo. L’unica cosa che mi consola è che, se è vero che io ho lasciato tra le bozze il post, è anche vero che la blogger cui faccio riferimento non mi ha mai risposto… nemmeno agli altri commentatori.
Quindi, siccome non si butta via niente, eccovi il post e la mia… poesia. L’iniziativa non è male, potremmo rilanciarla. Le poetesse amiche – Ombreflessuose, Isabella Scotti, Diemme…- che ne dicono?
BUONA LETTURA!

Un po’ di tempo fa [ottobre 2014], una certa Stefania, a me sconosciuta, ha lasciato sul mio blog, commentando un post, un invito a passare dal suo dove avrei trovato una sorpresa.
Si trattava, in sintesi, di comporre un testo utilizzando cinque parole – silenzio guardai con tuttavia infinito – e traendo ispirazione dall’immagine che riporto qua sotto.

sera

L’idea mi piacque e di getto scrissi una poesia. Erano anni che non mi cimentavo con i versi e devo dire che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal modo in cui le dita scorrevano velocemente sulla tastiera a comporre il testo. Certamente non è un capolavoro e lungi da me l’idea di definirmi poetessa. Però quello che scrivo, bello o brutto che sia, appartiene alla mia anima, per sempre. Non si butta, insomma.

Devo dire con rammarico che Stefania non ha pubblicato il mio testo, lasciato nello spazio dei commenti. Nemmeno gli altri ospiti, cui è stato concessa la pubblicazione delle composizioni, in versi e in prosa, hanno avuto miglior trattamento, dato che la promotrice dell’iniziativa – che si è pure preoccupata di lasciare il link al suo post in giro per il web, anche a dei perfetti sconosciuti – non ha risposto a nessun intervento.

Ecco dunque il mio testo. A voi l’ardua sentenza …

ASCOLTO NEL SILENZIO LE TUE PAROLE

Ascolto nel silenzio le tue parole
lievi
come fiocchi di neve
cullati dal vento.
Sento nel petto i battiti del cuore
forti
come cavalli al galoppo.
Ricordo il tuo sguardo
triste
mentre andavi via
come un ladro nella notte.
Ti guardai.
Hai rubato la mia anima,
dissi,
mentre parole bagnate di lacrime
con rabbia uscivano
dalla bocca orfana dei tuoi baci.
Ho scritto la parola fine
sulle pagine della nostra vita.
Non tornare, spettro dell’amore che fu.
Lasciami nel mio dolore,
svuotata
come una tazza di tè bevuta
fino all’ultima goccia.
Grido nel silenzio l’odio
infinito
che non si spegne
come candela al vento.
E continuo ad amarti,
tuttavia.

23 aprile 2016

IL PRINCIPINO GEORGE E OBAMA

Posted in affari miei, bambini, famiglia, figli, web tagged , , , , , , , , , , , , a 12:13 pm di marisamoles

epa05273056 A handout picture made available by Kensington Palace on shows US President Barack Obama (C) and US First Lady Michelle Obama (back-C) meeting Price George (R) while his father Prince William the Duke of Cambridge (L) looks on at Kensington Palace, London, Britain, 22 April 2016. Obama is currently on a four-day state visit to Britain.  EPA/PETE SOUZA / PRESS ASSOCIATION / KENSINGTON PALACE / HANDOUT UK AND IRELAND OUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Chi mi segue sa che sono una fan di William, Kate e famiglia. Da quando sono nati i due eredi, George e Charlotte, la coppia reale pubblica regolarmente le fotografie della felice famiglia, esattamente come qualsiasi mamma e papà, orgogliosi dei figlioletti che crescono e si fanno sempre più belli.

La fotografia che ritrae il principino George che allunga la mano, in segno di saluto, al presidente USA Barack Obama, in visita a Kensington Palace (residenza ufficiale di William e Kate), è davvero speciale. Non opera dei soddisfatti genitori ma dei fotografi presenti nel salone del palazzo, autorizzati ad immortalare lo storico evento. La cosa che salta subito all’occhio è la mise di George: vestaglia da camera e pigiamino color pastello, abbigliamento tipico di chi sta per andare a nanna. Non senza aver salutato, da perfetto padrone di casa, l’illustre ospite.

Ora ci sarà sicuramente chi obietterà che i bambini “normali” di certo non indossano una vestaglia. Forse non tutti, ma i miei figli sì. Quand’erano piccoli, più o meno dell’età di George, avevo acquistato due splendide vestaglie scozzesi – una blu e una rossa – per evitare che prendessero freddo, d’inverno, in quel lasso di tempo che inevitabilmente passava dacché erano pronti per la nanna e il momento preciso in cui si decidevano davvero ad andare a letto.

La vestaglia rossa del più piccolo tornò utile anche quando, all’età di tre anni e mezzo, fu ricoverato in ospedale per l’intervento di asportazione di un’ernia inguinale congenita.
Ricordo ancora quando, al momento del pranzo, il giorno stesso del ricovero, il mio piccolo indossò la vestaglia per sedersi a tavola. Il tutto senza che io gli dicessi nulla. Quando arrivò l’inserviente con il pasto, lanciò un’occhiata esterrefatta e, commentando l’abbigliamento del bimbo, esclamò: “E chi è questo, un lord inglese?”.

Come si dice? La classe non è acqua. E anch’io, umile plebea, ho avuto i miei piccoli principi… in vestaglia e pigiamino.

[immagine da questo sito]

3 aprile 2016

NON SOPPORTO CHI VUOLE OBBLIGARMI A LEGGERE UN LIBRO CHE NON MI INTERESSA

Posted in affari miei, libri, web tagged , , , , , , , , a 9:34 am di marisamoles

DIRITTI LETTORE

Nell’immagine ho riportato i 10 diritti irrinunciabili del lettore secondo Daniel Pennac (QUI affronto l’argomento “lettura” in modo più ampio). Non solo li condivido appieno ma mi arrogo in particolare il diritto di leggere ciò che voglio senza uniformarmi ai gusti altrui e senza sentirmi obbligata a leggere quelli che sono universalmente riconosciuti come “capolavori” la cui lettura, almeno una volta nella vita, bisogna affrontare.

Per la maggior parte dei lettori questa mia presa di posizione netta sarà incomprensibile. Allora affronto il tema cruciale, rimandando alla lettura, senza costrizione alcuna ovviamente, dei post che due amiche blogger (Scrutatrice di Universi e Diemme) hanno dedicato, in tempi diversi, al romanzo di Michail Bulgakov Il maestro e Margherita.

Sinceramente non mi interessa che quest’opera sia considerata un capolavoro della letteratura mondiale: il genere e la trama non stuzzicano in me alcun interesse. Non lo leggerò.

Quel che non sopporto è il tentativo di farmi cambiare idea e, ancor peggio, di farmi passare per “ignorante” quando affermo in modo categorico che quella lettura non mi interessa.

Odio profondamente l’omologazione. Non capisco perché, nonostante già gli antichi sottolineassero il fatto che sui gusti non si discute, io non possa avere il diritto di dire che Il maestro e Margherita, benché sia stato letto da milioni di persone (poi, a volerla dire tutta, più venduto non significa più letto né tanto meno più gradito), non è di mio gusto. Non m’ispira per nulla.

Se date un’occhiata alla pagina Le mie letture, i romanzi consigliati non sono capolavori, anzi, si tratta perlopiù di romanzi leggeri, di narrativa contemporanea che spesso non è di alta qualità. Ciò non significa che non si possa trascorrere qualche ora in compagnia di un libro piacevole, per distrarsi un po’ senza calarsi in una lettura pesante o comunque affrontata controvoglia. E ciò non significa che, nel poco tempo libero che ho a disposizione, specie d’estate, non legga i classici. Semplicemente non ne parlo, non ne consiglio la lettura perché suppongo che i miei lettori li abbiano letti o comunque ne abbiano sentito parlare.

In conclusione, non tollero chi giudica senza conoscere le persone e quegli interessi di cui si ritiene di non dover parlare in un luogo pubblico come è questo blog. Allo stesso modo, non è consigliabile esprimere giudizi o addirittura offendere le persone che non condividono le stesse opinioni. Si può tranquillamente dissentire, ci mancherebbe, senza tuttavia stabilire con un giudizio considerato inappellabile ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

23 febbraio 2016

CARO CORRIERE.IT, ORA SIAMO DI NUOVO AMICI

Posted in affari miei, amicizia tagged , , , , , a 9:09 pm di marisamoles

amiciziaAGGIORNAMENTO DEL POST “CARO CORRIERE.IT, NON AVRAI I MIEI 9 EURO E 90 CENTESIMI AL MESE”

Alla fine l’ho spuntata: posso accedere in modo illimitato e gratuitamente a tutti gli articoli del Corriere.it e all’archivio storico.

Come si dice: chi la dura la vince. E io, come forse qualcuno di voi avrà capito (mi riferisco, ovviamente, ai lettori abituali), non sono una che si arrende facilmente.

Sintetizzando: mi ero risentita molto quando la direzione del Corriere.it aveva comunicato che, per leggere più di 20 articoli al mese, si doveva pagare 9 euro e 90 centesimi. Avevo scritto al direttore senza ottenere risposta. Rivendicavo semplicemente il diritto di non dover pagare dal momento che da anni collaboro gratuitamente al blog “Scuola di Vita”.

La redattrice del blog, Carlotta De Leo, è stata gentilissima: dopo un giro di e-mail a colleghi redattori e ufficio marketing, è riuscita ad ottenere per me l’accesso gratuito. In ogni mail ha insistito sul fatto che collaboro gratuitamente per il blog multiautore.

Insomma, do ut des. Ma va bene così.

[immagine da questo sito]

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